Vedi Trapani e poi… ma muori !

Non molti anni fa ci si era occupati della cosa con questo post, che ora vi invito a rileggere in virtù di questo comunicato del consigliere “riformista” del Comune di Trapani Andrea Vassallo, presidente della 6^ Commissione Consiliare “Problematiche Territorio Urbano”, il quale ci tiene a far sapere “Urbi et Orbi” che la commissione da lui presieduta ha proposto di introdurre la segregazione razziale sugli autobus del servizio urbano della città capoluogo.

“COMUNICATO STAMPA del consigliere Andrea Vassallo sui lavori della 6^ commissione : incontro con il presidente dell’ ATM Si comunica che la 6^ Commissione Consiliare “Problematiche Territorio Urbano”, da me presieduta, ha incontrato nei giorni scorsi il Presidente dell’ATM Riccardo SALUTO per discutere delle problematiche relative al servizio di trasporto pubblico urbano.
Tra gli argomenti affrontati è stato evidenziato, dapprima, quello riguardante i collegamenti da Piazzale Ilio verso il Centro Città e quello delle linee che collegano il capoluogo alle frazioni.
Durante l’incontro, inoltre, particolare risalto è stata data alla linea che svolge il servizio di trasporto per Salinagrande che, com’è noto, raccoglie il flusso degli immigrati che si reca verso il Centro di accoglienza.
A tal proposito sono state rappresentate al Presidente SALUTO le numerose lamentele degli abituali viaggiatori indigeni della tratta i quali riferiscono di comportamenti poco civili adottati dagli immigrati che spesso creano ed alimentano all’interno del bus un clima di tensione tale da lasciar presagire, prima o poi, il verificarsi di episodi spiacevoli.
Opportuno sarebbe, a parere della Commissione, valutare l’ipotesi di istituire un servizio di trasporto esclusivamente dedicato ad essi, da sottoporre a controllo da parte della polizia, al fine di scongiurare i pericoli di ordine pubblico che potrebbero malauguratamente ingenerarsi.
A gran voce dei componenti della Commssione, infine, è stato chiesto di valutare la possibilità di istituire un servizio di trasporto estivo che colleghi la funivia alla litoranea ed al porto per venire così incontro alle esigenze dei turisti.TRAPANI, 2/1/2013IL PRESIDENTE DELLA SESTA COMMISSIONE Consigliere Andrea VASSALLO”.

Lascio a voi ogni ulteriore considerazione.

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Libera Chiesa in libero Stato

Dopo 150 anni sarebbe anche ora.

Il vescovo Urso: “Lo Stato riconosca l’unione gay”
“Ma non è un matrimonio”: intervista al pastore di Ragusa

Il carismatico vescovo siciliano: “Sono convinto che la Chiesa debba essere una casa dalle porte aperte per tutti. Per gli immigrati, per le donne in fuga da mariti violenti, per chi è omosessuale e si sente escluso”

Ragusa, 11 gennaio 2012 – Se il paradiso si conquistasse costruendo chiese, i ragusani l’avrebbero già in tasca. Solo scendendo fino alla punta estrema della Penisola, si può ascoltare la sinfonia barocca della più sontuosa orchestra di luoghi sacri in Italia. La strada per arrivarci è lunga, ma ne vale la pena. Non solo chiese, non solo muri. A Ragusa è l’Estetica che trasuda dalla storia e si spande lungo il reticolato di viuzze accavallate sulla roccia di Ibla. La città antica, con le sue case brune, gialle, rosa, a picco su un’impervia distesa di ulivi, in un’arlecchinata di colori.
La Ragusa della fede ha il nome di Santa Maria delle Grazie, della Madonna dell’Idria, della Chiesa del Purgatorio. Il cuore, invece, riposa in piazza Duomo. Qui il passo si fa pendenza, gli occhi alzano il tiro e l’aria si frantuma davanti alla vertigine di San Giorgio. Il prospetto a tre ordini, tempestato di colonne, conferisce al duomo slancio e armonia. In certi casi la bellezza è un foglio bianco, non si descrive. Si ammira, in silenzio. Per secoli la città ha convissuto con la dialettica, anche aspra, tra i fedeli di San Giorgio e quelli di San Giovanni, la cui cattedrale impreziosisce la parte nuova del capoluogo. Dietro il campanilismo religioso ardevano i contrasti tra i nobili iblei e i massari sangiovannari. Da una parte, i ragusani storici, dall’altra, i cosentini, approdati a Ragusa nell’XI secolo al seguito dei normanni. Oggi quella diatriba va stemperandosi per farsi memoria condivisa, come sottolinea il vescovo Paolo Urso: “Ogni anno, il 29 agosto, giorno del martirio di San Giovanni Battista, la statua del patrono percorre le vie di Ragusa. Sangiovannari e sangiorgesi sono insieme, senza rivalità, animati da una fede sana che non cede al folklore né al devozionismo”.
Originario di Acireale, classe 1940, monsignor Urso è un uomo semplice, dai tratti garbati. Alla sera è facile incrociarlo per strada, chiuso nel suo pastrano nero. I ragusani raccontano che per tutti ha una parola di saluto e l’orecchio pronto all’ascolto. Lontano anni luce dalla figurina del vescovo ieratico, tutto incenso e anello pastorale, Urso é riuscito a entrare nelle simpatie anche di chi non crede. Sarà perché è un pastore intraprendente, sempre attento a cogliere le esigenze della gente per provare a seminare segni concreti della presenza cristiana a fianco degli ultimi.
Sono convinto – dice – che la Chiesa debba essere una casa dalle porte aperte per tutti. Per gli immigrati, che sbarcano sulle coste di Pozzallo, per le donne in fuga da mariti violenti, per chi è omosessuale e si sente escluso“.
Monsignor Urso, lei disegna una Chiesa dalle braccia larghe. Ma a Ragusa si respira ancora una religiosità diffusa o sono rimasti solo i templi?
“La fede dei ragusani è convinta e affonda le sue radici in una formazione seria delle coscienze. In diocesi abbiamo due chiese, dove è possibile partecipare all’adorazione eucaristica perpetua, trecentosessantacinque giorni all’anno. Ad ogni ora c’è sempre qualche fedele in preghiera. È il segno di un bisogno corale di trovarsi in silenzio davanti a Gesù eucarestia”.
Una delle due chiese è quella di San Vito, nel centro di Ragusa città, che lei ha riaperto per permettere la contemplazione del Santissimo. Perché dà così importanza all’adorazione eucaristica?
“Quest’anno abbiamo intitolato il piano pastorale Educhiamoci alla libertà. Introducendo il tema, ho citato una frase di papa Benedetto XVI: ‘Se adoriamo Gesù e ci inginocchiamo davanti a lui, non dobbiamo adorare e inginocchiarci davanti a nessun potere’. L’adorazione educa l’uomo al riconoscimento dell’unico primato, quello di Dio, e spinge il fedele alla donazione di sé agli altri, come Cristo eucarestia che non ha esitato a offrire la sua vita per la salvezza di tutti, anche di chi l’ha ammazzato”.
Non crede che l’adorazione eucaristica rischi di scivolare nel devozionismo?
“È un pericolo vero, per scongiurarlo occorre unire alla contemplazione un’attenta opera di evangelizzazione. Ovvero bisogna aiutare la gente a capire come l’adorazione del Santissimo implichi una ricaduta nella vita di tutti i giorni. Il Cristo, che adoriamo nell’eucarestia, ci esorta a testimoniare nei fatti, in special modo nella carità, il Vangelo. Altrimenti i nostri sono solo sterili riti”.
Quando lei è entrato in diocesi ha subito potenziato l’attività della Caritas diocesana. State raccogliendo qualche soddisfazione?
“La nostra Caritas è una realtà molto bella e vivace. Pensa e opera per cercare di colmare i bisogni della gente. È chiaro, come Chiesa non siamo in grado – non è neanche il nostro compito – di risolvere i problemi sociali del territorio. Possiamo offrire solo dei segni di speranza“.
Come opera la struttura?
“Fondamentali sono i centri di ascolto e le parrocchie che ci permettono di toccare con mano le difficoltà delle persone. Per esempio, in questi anni siamo entrati a contatto con donne in fuga dalle famiglie, perché vittime di violenze perpetrate dai mariti o dai conviventi“.
Come siete intervenuti?
“Una parrocchia ha messo a disposizione dei locali e così é nato un centro di accoglienza per mogli o, più in generale, donne, con bambini e non, che hanno bisogno di un momento di pausa e tranquillità nella loro vita. Qui trovano quella pace smarrita in famiglia“.
Proprio a Ibla cinquant’anni fa si girò il film Divorzio all’italiana. Che cosa resta di quella Sicilia, con le mogli sottomesse ai mariti?
“L’emancipazione femminile è arrivata un po’ dovunque, anche dalle nostre parti. C’è da chiedersi, però, che tipo di emancipazione, che tipo di inserimento è reso possibile oggi alle donne. Ho l’impressione che talvolta enfatizziamo troppo le dichiarazioni di principio, mentre le scelte concrete vanno in tutta altra direzione”.
A che cosa si riferisce?
“Nella nostra società affermiamo il valore della donna in alcuni ruoli. Tuttavia, non si riesce ancora a metterle nelle condizioni di provvedere, una volta tornate a casa dal lavoro, anche alle faccende domestiche. Nel nostro tempo la donna non solo assume determinati incarichi nella vita civile, ma deve assolvere pure i compiti che già prima le erano attributi. Su di lei si caricano pesi aggiuntivi“.
Meglio rimettere indietro le lancette della storia?
Non si tratta di negare l’eguaglianza della donna in linea di principio. Tutt’altro. Il problema è come tradurre questo valore nella vita di tutti i giorni“.
Facile a dirsi, difficile a farsi.
“Eppure il rapporto tra l’uomo e la donna, se vuole avere un futuro, deve fondarsi sulla parità. Molti drammi nascono proprio perché concretamente non si è riusciti ancora a stabilire un’eguaglianza”.
E nella Chiesa c’è parità tra Adamo ed Eva?
“Provocatoriamente direi che nessuno ha difeso la donna come la Chiesa. Basti pensare al modo in cui Gesù ha valorizzato il ruolo della donna. È a Maria Maddalena, non a Pietro, che viene dato il primo annuncio della Resurrezione. Che poi nella storia ecclesiale ci siano state pagine di arretramento sul versante dell’eguaglianza ciò fa il palo con quanto è accaduto in altre comunità”.
Si può discutere di accesso delle donne al diaconato e al sacerdozio?
“Sul sacerdozio credo che il dibattito, anche alla luce della lettera apostolica Ordinatio sacerdotalis (1994), sia chiuso. Tuttavia, personalmente preferisco che la questione dei ministeri sia affrontata teologicamente e sotto il profilo storico. Chiediamo ai teologi e agli storici della Chiesa che cosa ne pensano”.
Altra emergenza, quella migratoria. Pozzallo, dopo Lampedusa e Mazara del Vallo, è il terzo polo di sbarco per gli immigrati in Sicilia: in che modo la Chiesa iblea è vicina agli immigrati che giungono sulla costa?
“A Vittoria abbiamo un centro di accoglienza per i migranti. In più, la Fondazione San Giovanni, la Caritas diocesana e alcune cooperative hanno attivato tutta una serie di progetti per offrire soluzioni di lavoro e alloggio a chi decide di fermarsi in Sicilia”.
Avete mai avuto problemi di ordine pubblico?
“No, non ci sono mai stati episodi apprezzabili, solo qualche caso isolato”.
Quali segni dei tempi si celano dietro il fenomeno migratorio?
“Innanzitutto, emerge la necessità di mettere ogni popolo nelle condizioni di poter vivere in un contesto di serenità, libertà e rispetto. I migranti sono fratelli e sorelle, che per lo più scappano dai loro Paesi, non possiamo dimenticarlo. Alla logica dei respingimenti bisogna lasciare spazio ai valori dell’accoglienza e del rispetto”.
Rispetto di chi riceve i migranti, ma anche rispetto di chi arriva in una terra straniera.
“L’azione educativa va indirizzata pure nei confronti degli immigrati. In quanto vittime di violenza, spesso queste persone non riescono a relazionarsi con gli altri se non in un’ottica di prepotenza”.
Che cosa ne pensa del reato di immigrazione clandestina, voluto dal ministro degli Interni, Roberto Maroni?
“Il reato comporta una situazione molto diversa da quella di chi è in fuga dal proprio Paese. Mettere sullo stesso piano il criminale e il clandestino è un errore sotto il profilo intellettuale, culturale e giuridico“.
Nel 2005, in occasione del referendum sulla fecondazione assistita, lei dichiarò al Corriere della Sera che sarebbe andato a votare, lasciando libertà di coscienza ai fedeli. Eppure l’allora presidente della Cei, cardinale Camillo Ruini, era stato molto chiaro nel richiamare la Chiesa all’astensione. Rifarebbe quella scelta?
“Senza dubbio la rifarei. Sono stato educato alla laicità dello Stato e al rispetto delle leggi civili. Quando il cittadino è chiamato a compiere delle scelte concrete, il compito della Chiesa è quello di offrire ai fedeli degli strumenti per decidere in autonomia e consapevolezza. Per questo ho detto alla mia gente: ‘Informatevi, documentatevi, vedete se questo tipo di soluzioni sono giuste e giudicate voi'”.
Quella di Ruini fu una mossa politica?
È stata un’azione di strategia politica. Ma io credo che i vescovi con la politica e le sue logiche non debbano avere nulla a che fare“.
Sei anni fa il dibattito era sulla fecondazione assistita. Oggi tiene banco, specie tra i giovani, quello delle convivenze. Quale è la sua opinione?
Il tema è molto complesso, anche perché potrebbe essere il segno di una paura di assumersi delle responsabilità. Allo stesso tempo potrebbe testimoniare una disistima nei confronti del matrimonio. In ogni caso la convivenza mi sembra un elemento di poca sicurezza”.
Davanti al quale che atteggiamento deve tenersi?
Se il problema è la scarsa considerazione del matrimonio, come Chiesa avremo il dovere di sottolineare la bellezza e l’importanza delle nozze; se, invece, alla base c’è una paura, occorrerà spingere i giovani ad avere coraggio. Scrive Louis Sepulveda: ‘Vola solo chi osa farlo’”.
Per gli omosessuali la convivenza civile è l’unica soluzione possibile per poter vivere stabilmente una relazione. Non crede che l’Italia abbia bisogno di un riconoscimento normativo per queste situazioni?
Quando due persone decidono, anche se sono dello stesso sesso, di vivere insieme, è importante che lo Stato riconosca questo stato di fatto. Che va chiamato con un nome diverso dal matrimonio, altrimenti non ci intendiamo“.
Siamo in ritardo sulla tabella di marcia?
Uno Stato laico come il nostro non può ignorare il fenomeno delle convivenze, deve muoversi e definire diritti e doveri per i partner. Poi la valutazione morale spetterà ad altri”.
Per Il Catechismo cattolico l’omosessualità resta ‘oggettivamente disordinata’.
La Chiesa fa le sue valutazioni, ma ciò non toglie che deve sempre essere una casa dalle porte aperte, anche per i gay e le lesbiche. Non va confuso il peccato con il peccatore“.
Proprio nel solco di un impegno al rispetto e alla valorizzazione di tutte le componenti ecclesiali può leggersi la sua scelta di collocare al vertice di molteplici uffici della Curia di Ragusa dei laici. Che cosa l’ha spinta a questa scelta, abbastanza inedita nella Chiesa italiana?
“Ci sono ambiti nei quali i laici acquisiscono delle competenze particolari che possono essere d’aiuto all’azione della diocesi. Per questo ho affidato ai laici la responsabilità della Pastorale giovanile, delle Comunicazioni sociali, della Caritas, della Pastorale sociale del lavoro e della Consulta delle Aggregazioni laicali”.
Implicitamente il suo è anche un modo per fronteggiare l’emergenza lavoro nella provincia. Secondo gli ultimi dati della Cisl, l’occupazione a Ragusa, tra i ragazzi di età compresa fra i 15 e i 24 anni, è scesa nel 2009 al 17,7% (nel 2007 era al 31%), Che segni offre la diocesi sul versante dell’avviamento al lavoro delle nuove generazioni?
“Stiamo pensando di realizzare a Ibla, in un antico convento, un centro enogastronomico del Mediterraneo. Sostanzialmente si tratta di una scuola di alta cucina, con annesso un ristorante. Abbiamo già restaurato i locali per gli alloggi. In questo centro i ragazzi potranno avere una formazione enogastronomica di livello, restando nella loro terra e guadagnandosi il pane lavorando. Dobbiamo capire che, quando un ragazzo va via di casa, il territorio si impoverisce”.
Uno dei volani per l’economia ragusana potrebbe essere l’aeroporto civile di Comiso. Inaugurato nel 2007 dall’allora ministro degli Esteri, Massimo D’Alema, non è mai entrato in funzione.
“Spero che possa finalmente decollare nel vero senso della parola. E nel più breve tempo possibile. È sotto gli occhi di tutti l’urgenza di un aeroporto nella nostra provincia. La popolazione ci spera, così come si augura che possa essere costruito un raccordo stradale migliore tra Ragusa e Catania”.
Vent’anni fa la base missilistica di Comiso fu al centro di forti contestazioni pacifiste. Che ricordo ha di quel periodo, segnato da scontri e incomprensioni tra la Curia e quei giovani – anche cattolici – soprattutto quando il suo predecessore, monsignor Angelo Rizzo, impartì la benedizione alla cappella della struttura militare?
“Allora non ero nel Ragusano, ma non mi trovavo neanche troppo lontano. Ricordo quel periodo come un momento particolarmente doloroso per la diocesi in quanto si crearono all’interno del mondo ecclesiale posizioni diversificate. Per sanare la ferita, nel 2005, ho chiesto ed ottenuto, da Pax Christi e dalla Conferenza episcopale italiana, di far partire proprio dalla base di Comiso la marcia nazionale per la pace”.
Che cosa voleva indicare?
“Il nostro intento era quello di far vedere come fosse possibile trasformare strumenti e luoghi di morte in strumenti e luoghi di pace e crescita civile”.
Missione compiuta?
“A distanza di anni ho ancora amici di Bolzano che mi telefonano per ringraziarmi di quella marcia. Posso dire che è stata un’occasione molto bella: noi siciliani siamo di nostro accoglienti e anche in quel frangente riuscimmo ad imbastire uno straordinario evento di condivisione per chiedere al Signore il dono della pace”.

di Giovanni Panettiere

da Quotidiano.Net

*** – Il grassetto è di Diarioelettorale

Scappi dalla fame o dalla guerra ?

Di Puglia e di Manduria e di Oria, di tende e lavori in corso, di salti e fughe, di inseguimenti e autostop, di notti in stazione, di ronda e safari, di caccia al tunisino e lieto fine, per una volta, e benvenuti in Tunisia, ovunque si trovi.
Questo e molto altro nella settantunesima puntata di Tolleranza Zoro

Emma Bonino, che qualcosa ne sa, su Lampedusa dice

che “per ignoranza o per calcolo, il governo ha creato il «dramma» Lampedusa invece di governare il problema in piena legalità (e umanità)”.

Su La Stampa di oggi può leggersi una lettera della senatrice Emma Bonino, (già commissario europeo per gli aiuti umanitari d’urgenza), ve la ripropongo:

Né vittimismi né allarmismi per affrontare l’emergenza

EMMA BONINO*

Caro direttore,

affermo in tutta tranquillità che, per ignoranza o per calcolo, il governo ha creato il «dramma» Lampedusa invece di governare il problema in piena legalità (e umanità). Oscillando tra allarmismo e vittimismo, minacce di crisi di governo e dichiarazioni tanto sguaiate quanto irresponsabili di autorevoli ministri, il governo ha ignorato e violato due strumenti che aveva a disposizione per fronteggiare in maniera incisiva la crisi degli sfollati nel Mediterraneo.

Il primo è la direttiva 55/2001 emanata dall’Europa dopo la crisi umanitaria del Kosovo nel 1999. E’ intitolata: «Norme minime per la concessione della protezione temporanea in caso di afflusso massiccio di sfollati e sulla promozione dell’equilibrio degli sforzi tra gli Stati membri che ricevono gli sfollati e subiscono le conseguenze dell’accoglienza degli stessi». Un titolo più calzante alla situazione di oggi è davvero difficile trovarlo. Ma lo è anche nei contenuti perché, con questa direttiva, sono regolate le norme minime per la concessione della protezione temporanea, che vale per un anno e può essere prorogata di un altro, massimo due. La condizione cessa quando è accertata la possibilità di un rimpatrio sicuro. La direttiva – di grande civiltà e buon senso, come si vede – è stata recepita nell’ordinamento nazionale nell’aprile 2003 e, tardivamente e obtorto collo, il governo si sta finalmente muovendo per la sua attivazione.

Il secondo risale addirittura al 1998. In base all’art. 20 del Testo unico delle leggi sull’immigrazione, analoghe misure di carattere eccezionale possono essere attivate a livello nazionale con decreto del presidente del Consiglio dei Ministri, anche senza una preliminare concertazione europea, per «rilevanti esigenze umanitarie, in occasione di conflitti, disastri naturali o altri eventi di particolare gravità in Paesi non appartenenti all’Unione europea».

Di che parliamo, dunque? Parliamo di un governo che ha volutamente ignorato gli strumenti normativi esistenti scegliendo, invece, di fare di Lampedusa un’orrenda vetrina mediatica da strumentalizzare per fini politico-elettorali. Così si è cinicamente scelto di bloccare a Lampedusa migliaia di persone lasciate per giorni senza la minima assistenza, a cominciare da adeguate strutture igieniche e sanitarie, con la palese volontà di esasperare la situazione, costringendoli a una pesantissima coabitazione forzata con gli abitanti dell’isola. A questo si è poi aggiunto l’inspiegabile ritardo di un controverso piano-regioni, con la previsione di tendopoli, senza i dovuti controlli come il caso Manduria ha ampiamente dimostrato. Il tutto, poi, accompagnato da un’assurda e immotivata polemica con i Paesi europei e con l’Ue. Da non tralasciare neppure il capitolo, anche questo poco edificante, della direttiva sui rimpatri del 2008 che non è stata attuata nell’ordinamento italiano entro il termine del 24 dicembre scorso. La principale responsabilità è del ministro Maroni che ha affermato che l’Italia non poteva trasporre la direttiva a causa del reato d’ingresso o permanenza irregolare di stranieri previsto dalla legge n. 94/2009 che, appunto, viola le disposizioni della direttiva, come confermano le numerose pronunce giurisdizionali e le questioni pregiudiziali inviate alla Corte di Giustizia dell’Ue. Sia quindi chiaro a tutti il vero motivo della mancata trasposizione finora. Ma c’è la possibilità di porvi rimedio poiché la legge comunitaria 2010 è tuttora all’esame della Camera dove è stata modificata con l’introduzione della norma sulla responsabilità civile dei magistrati: non ci vorrebbe nulla ad inserire anche il recepimento della direttiva sui rimpatri quando tornerà al Senato.

Se questo è il quadro della situazione ad oggi, occorre capire cosa intende fare il governo a partire da domani. Ed è opportuno fin d’ora avvertire che allontanamenti coercitivi e collettivi sono illegittimi, come stabilito dal Protocollo IV della Convenzione europea sui diritti dell’uomo, e che il blocco navale previsto dalla risoluzione 1973 dell’Onu ha lo scopo di far rispettare l’embargo su forniture al regime di Gheddafi e non di far da barriera a chi cerca di fuggire dalle zone di guerra. Insomma con tanto ritardo e tanti drammi evitabili, il governo deve «scoprire» che non c’è altra strada se non quella della protezione temporanea. Che non c’è altra strada, cioè, se non quella della legalità e dell’applicazione delle norme.

*Vicepresidente del Senato ed ex commissario europeo

 

Emma Bonino (Bra, 9 marzo 1948) è una politica italiana, vicepresidente del Senato della Repubblica dal 6 maggio 2008. È una delle figure più influenti del radicalismo liberale italiano dell’età repubblicana.
È stata ministro per il Commercio Internazionale e per le Politiche Europee nel governo Prodi II, mentre in passato è stata Commissario Europeo dal 1995 al 1999, ed eurodeputata a Strasburgo. È stata inoltre membro del comitato esecutivo dell’International Crisis Group (organizzazione per la prevenzione dei conflitti nel mondo), Professore Emerito all’Università Americana del Cairo, nonché segretaria del Partito Radicale.

da Wikipedia

Che siamo messi veramente male lo dicono anche i vescovi

(ANSA) – VALDERICE (TRAPANI) , 17 GIU – ”L’emigrazione verso il nord del paese e’ ripresa alla grande” E’ la denuncia di monsignor Paolo Romeo, arcivescovo di Palermo.

Solo in Sicilia si parla di 60 mila persone che sono andate in altre citta’ per cercare lavoro. Sono soprattutto giovani precari”, ha aggiunto il presule partecipando ad un incontro organizzato dalla Caritas italiana sull’immigrazione nel Mediterraneo. Il vescovo ha parlato di una situazione molto grave nelle regioni meridionali, ”c’e’ un gap difficile da colmare e la nostra classe politica e’ inadeguata”.(ANSA).

da ANSA.IT

IMMIGRATI: MONS. MOGAVERO, CHIESA ESCA DA SILENZIO E PROVOCHI POLITICA

(ASCA) – Valderice (Tp), 17 giu – La Chiesa deve uscire dalla ”situazione neutrale di silenzio” in cui si e’ rifugiata fino ad oggi di fronte alle scelte della politica in materia di immigrazione, ma deve cominciare a giocare un ruolo di ”provocazione politica per il governo e per il Paese’‘. Lo ha detto questa mattina il vescovo di Mazara del Vallo, mons.Domenico Mogavero, intervenendo al Forum ”Migramed” delle Caritas del Mediterraneo organizzato dalla Caritas Italiana.

Questo, ha aggiunto, e’ ”necessario perche’ ci sono opzioni che non si conciliano con il Vangelo”.

Per mons. Mogavero, ”non possiamo offrire copertura alle posizioni di rifiuto, di larvato razzismo, di xenofobia che di tanto in tanto affiorano qua e la”’.

da ASCA.IT

Noi, Voi, Loro

Immigrati in rivolta, paura e caos a Rosarno Scontri tra abitanti e carabinieri e poliziotti

Tensione a Rosarno Maroni, troppo tollerata l’immigrazione clandestina

ROSARNO (REGGIO CALABRIA) – Ci sono stati scontri tra un gruppo di abitanti di Rosarno e alcuni carabinieri e poliziotti. L’episodio si e’ verificato mentre gli immigrati facevano rientro nei centri di ricovero in cui sono ospitati. Alcune persone di Rosarno hanno tentato di raggiungere alcuni degli immigrati, ma sono stati bloccati dalle forze dell’ordine.

La reazione degli abitanti, anche in previsione di qualche fermo che poteva essere disposto dalle forze dell’ordine, e’ stata immediata con grida e insulti verso le forze dell’ordine.

”Dovete picchiare loro – ha detto un giovane – e non noi, perche’ sono loro i veri criminali”. La situazione si e’ poi risolta senza ulteriori conseguenze. In paese, comunque, resta un clima di intolleranza da parte degli abitanti nei confronti degli immigrati che suscita preoccupazioni tra le forze dell’ordine. In particolare le situazioni di maggiore pericolo riguardano gli immigrati che vengono sorpresi da soli nelle vie del paese.
Gia’ da stamattina era ripresa la protesta degli immigrati africani dopo che ieri c’erano stati scontri con le forze dell’ordine, con ferimento di alcune persone e danneggiamento di centinaia di auto. Anche stamani nuovi atti di vandalismo. Sono state danneggiate le vetrine di alcuni negozi e rovesciati molti cassonetti della spazzatura. La situazione viene tenuta sotto controllo dalle forze dell’ordine, presenti con decine di agenti di polizia e carabinieri.

Intanto circa duemila immigrati, secondo la stima della Polizia di Stato, sono concentrati davanti all’ingresso del Comune di Rosarno. L’iniziativa si collega alla protesta in atto da ieri dopo che due immigrati sono stati feriti con alcuni colpi di fucile ad aria compressa. Gli immigrati stanno scandendo slogan di protesta e hanno chiesto che una loro delegazione incontri il commissario prefettizio del Comune, Francesco Bagnato.

I negozi e le scuole di Rosarno sono rimasti chiusi, stamattina. La decisione di non aprire negozi e scuole è stata presa dopo che stamattina gli immigrati hanno ripreso la protesta, abbandonandosi ad atti di vandalismo. Nel paese, la situazione resta tesa, sotto il massiccio controllo di carabinieri, polizia e guardia di finanza. Gli immigrati innalzano alcuni cartelli in cui sono tracciate scritte di protesta in inglese per il ferimento ieri di due loro connazionali.

ABITANTE SPARA IN ARIA PER DISPERDERE IMMIGRATI – Un cittadino di Rosarno stamattina ha sparato due colpi di fucile in aria a scopo intimidatorio per disperdere un gruppo di immigrati che si era concentrato davanti la sua abitazione. L’uomo ha sparato i colpi dopo essere salito sulla terrazza della casa. Gli immigrati successivamente sono entrati nell’abitazione dove c’erano la moglie e i due figli dell’uomo, dove però si sono limitati ad urlare e protestare, inveendo contro l’uomo e i suoi familiari, e si sono poi allontanati. L’episodio si è risolto così senza feriti e senza incidenti.

IERI.Centinaia di auto distrutte, cassonetti divelti e svuotati sull’asfalto, ringhiere di abitazioni danneggiate. Scene di guerriglia urbana a Rosarno, nella Piana di Gioia Tauro, per la rivolta di alcune centinaia di lavoratori extracomunitari impegnati in agricoltura e accampati in condizioni inumane in una vecchia fabbrica in disuso e in un’altra struttura abbandonata.

A fare scoppiare la protesta e’ stato il ferimento da parte di persone non identificate di alcuni extracomunitari con un’arma ad aria compressa. I feriti, tra i quali c’e’ anche un rifugiato politico del Togo con regolare permesso di soggiorno, non destano particolari preoccupazioni, ma la volonta’ di reagire che, probabilmente, covava da tempo nella colonia di lavoratori ammassati nella struttura di Rosarno in condizioni ai limiti del sopportabile, e di altri nelle stesse condizioni a Gioia Tauro in locali dell’Ex Opera Sila, non ci ha messo molto ad esplodere.

Armati di spranghe e bastoni, gli extracomunitari, in larga parte provenienti dall’Africa, hanno invaso la strada statale che attraversa Rosarno mettendo a ferro e fuoco alcune delle vie principali della cittadina. Gli episodi di violenza non hanno risparmiato nulla: tutto cio’ che si trovasse alla portata dei manifestanti, dalle auto, in qualche caso anche con delle persone a bordo, alle abitazioni, a vasi e cassonetti dell’immondizia che sono stati svuotati sull’asfalto.

A nulla e’ valso l’intervento di polizia e carabinieri schierati in assetto antisommossa davanti ai piu’ agguerriti, un centinaio di persone tenute sotto stretto controllo. Nel corso della serata sono arrivati rinforzi e, in un clima di palpabile tensione, si e’ intavolata una trattativa nel tentativo di fare rientrare la protesta. Nonostante questo non sono mancati i contatti, quando dal gruppo e’ partita una sassaiola verso le forze dell’ordine che hanno risposto. Nel parapiglia che ne e’ seguito alcuni immigrati sono rimasti contusi e sono stati portati nell’ospedale di Polistena.

La protesta di Rosarno si e’ conclusa dopo le 23, ma in precedenza, un secondo fronte si e’ aperto nel territorio del comune di Gioia Tauro, dove la strada statale 18 e’ stata bloccata. I manifestanti, nel corso della serata, proprio sulla statale 18, hanno danneggiato decine e decine di auto ed hanno bloccato una vettura con a bordo una donna e due figli. La donna e’ stata colpita alla testa ed ha riportato una ferita lacero contusa ed e’ stata costretta a scendere insieme ai figli. Quindi la vettura e’ stata incendiata.

Tra Rosarno, l’ex fabbrica in disuso, e Gioia Tauro in un immobile dell’ex Opera Sila sono circa 1.500 gli extracomunitari che lavorano come manodopera nell’agricoltura.

Il presidente della Regione, Agazio Loiero, in serata ha sostenuto di essere molto preoccupato per cio’ che e’ avvenuto. ”E’ il frutto – ha detto – di un clima di intolleranza xenofoba e mafiosa che non riguarda ovviamente la popolazione di Rosarno, giustamente allarmata per la situazione di tensione che si e’ determinata con la rivolta degli extracomunitari sfruttati, derisi, insultati e ora, due di loro, feriti con un’arma ad aria compressa”. ”Auspico – ha aggiunto Loiero – che dal ministero dell’Interno arrivi una forte iniziativa che tutelando i cittadini di Rosarno, perche’ sono intollerabili gli atti di vandalismo, tuteli anche quei tanti disperati contro cui per la seconda volta si e’ indirizzata la violenza criminale”.

da ANSA.IT

Malaysia: attacco chiese cattoliche

I cattolici non possono scrivere la parola ‘Allah’
08 gennaio, 09:13

(ANSA) – KUALA LUMPUR, 8 GEN – Tre chiese cattoliche sono state il bersaglio di attacchi incendiari la scorsa notte alla periferia di Kuala Lumpur, in Malaysia. Una chiesa e’ stata incendiata e gravemente danneggiata, sulle altre due sono state lanciate bombe Molotov che non hanno provocato danni. Dietro gli attacchi, la polemica scoppiata sul diritto dei cattolici di scrivere la parola ‘Allah’ dopo che l’alta corte malese aveva sospeso l’autorizzazione accordata a un quotidiano cattolico di utilizzarla.

Egitto, strage di cristiani copti Sette morti dopo la Messa di Natale

In un villaggio vicino a Luxor. scontri con la polizia. Aggressione di tre musulmani dopo un presunto stupro. «Preoccupazione anche per cattolici». Frattini: un orrore

CAIRO – È stato un Natale di sangue quello dei cristiani copti a Nag Hammadi, villaggio egiziano nel governatorato di Qena, vicino al sito archeologico di Luxor (mappa). All’uscita dalla chiesa di Anba Basaya, dopo la Messa di mezzanotte, i fedeli sono stati aggrediti da tre musulmani. Sette i morti e nove i feriti. Tra le vittime c’è anche un poliziotto. Alla Messa celebrata da Shenuda III, Papa dei copti, partecipava anche il figlio ed erede designato del presidente Mubarak. La sparatoria è avvenuta intorno alle 23.30 (le 22.30 in Italia), dopo la Messa che segna l’inizio della Natività copta, il 7 gennaio.

SCONTRI CON LA POLIZIA – Nell’intera zona è stato imposto il coprifuoco per facilitare le ricerche degli aggressori, ma questo non ha fermato un gruppo nutrito di copti – circa duemila – che la mattina si sono scontrati con agenti di polizia davanti all’ospedale dove erano state portate le salme. I manifestanti hanno lanciato pietre contro le forze dell’ordine, che hanno risposto con lacrimogeni e idranti antincendio. Alcuni agenti sono stati feriti e alcune finestre frantumate. Il killer sarebbe stato identificato: è un musulmano con precedenti penali. Sull’aggressione circolano diverse versioni, ma secondo un comunicato ufficiale a sparare contro due gruppi diversi di fedeli sarebbero state tre persone da un’auto. Ci sarebbe stato anche un secondo attacco davanti al convento di Badaba, in una zona agricola vicino al villaggio. Nel pomeriggio si sono svolti, tra straordinarie misure di sicurezza, i funerali dei sei copti uccisi all’uscita dalla Messa. La polizia ha fatto entrare in chiesa un numero limitato di fedeli per evitare altre tensioni.

VENDETTA PER UNO STUPRO – Secondo il ministero dell’Interno egiziano, gli attentatori volevano vendicarsi del rapimento e presunto stupro di una dodicenne musulmana della zona per mano di un giovane cristiano. L’episodio, avvenuto a novembre, aveva già scatenato la collera della comunità musulmana e l’arcivescovo di Nag Hammadi ha accusato la polizia di non aver preso sul serio le minacce arrivate a più riprese da integralisti. In ogni caso quello di mercoledì sera è il più sanguinoso scontro religioso in Egitto dagli anni Novanta a oggi. Un Paese dove i copti, la comunità cristiana più popolosa del Vicino Oriente, rappresentano circa il 10% della popolazione. Nonostante il numero considerevole, lamentano di subire discriminazioni sia da parte dei musulmani estremisti che nella vita civile: le tensioni sono particolarmente forti proprio nell’Egitto del sud.

PREOCCUPAZIONE PER CATTOLICI – Anche tra i cattolici egiziani c’è forte preoccupazione per l’acuirsi della tensione. «Il clima di avversione nei confronti dei cristiani negli ultimi tempi sembra essere più evidente» scrive L’Osservatore Romano che ha intervistato padre Rafic Greiche, direttore del locale ufficio informazioni cattolico. «Anche noi cattolici, come il resto dei cristiani, siamo preoccupati – spiega il sacerdote -. L’atmosfera, soprattutto nell’Alto Egitto, è più pesante. Al Cairo ci sentiamo tutti più sicuri, ma nei villaggi il clima è diverso. Gli incidenti, gli attacchi nascono sempre da una miscela di odio religioso e pretesti occasionali. La scorsa Pasqua, con le stesse modalità, è stato ucciso un altro cristiano a Hegaza».

FRATTINI: VIOLENZA SUSCITA ORRORE – Dura la condanna dell ministro degli Esteri Franco Frattini: «Le violenze contro la comunità cristiana copta suscitano orrore e riprovazione». Chiede alla comunità internazionale di non restare indifferente né abbassare la guardia di fronte all’intolleranza religiosa, «una gravissima violazione dei diritti umani fondamentali». L’Italia, ha aggiunto, intende continuare a difendere in tutte le sedi il principio della libertà di culto. Frattini ha annunciato che discuterà della tutela della comunità copta con il ministro degli Esteri egiziano Aboul Gheit durante la sua visita al Cairo in programma la prossima settimana.

Corriere.it

Sulla politica verso gli immigrati, niente polemiche, solo una richiesta di informazione

Scrive oggi Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera, un pezzo dal titolo ‘Quando il premier disse: “Quelle navi non vanno fermate“, in cui è possibile leggere:

“…

Rileggere quanto disse allora il leader azzurro, deciso a sottolineare i contrasti dentro il governo Prodi che per arginare gli sbarchi in Puglia aveva varato il pattugliamento delle coste andando incontro alla spaventosa tragedia della “Kater I Rades” affondata con una manovra sbagliata dalla «Sibilla», è fonte di sorprese. 

Per cominciare, secondo l’Ansa, il leader azzurro accorso a Brindisi a in contrare i sopravvissuti, ricordò che «”’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati aveva espresso deplorazione su questa misura del blocco navale: ora dopo quello che è successo, dobbiamo riscattare la nostra immagine e dobbiamo fare tutto ciò che le nostre possibilità ci consentono, non solo con il nostro esercito per proteggere gli aiuti, ma dobbiamo essere tutti noi generosi”. 

Quindi, offerta ospitalità personale a una dozzina di profughi, espresse “le sue riserve sul pattugliamento” e smentì assolutamente a Repubblica che Romano Prodi l’avesse preavvertito: “Non sono stato informato né di blocchi né di pattugliamenti. Prodi mi aveva informato dell’intervento finalmente possibile in Albania, dicendomi che era stato trovato un accordo con i paesi di cui mi ha fatto i nomi — Portogallo, Francia, Grecia ed altri — per una missione di pace. Su questo, io ho detto ‘Sono pienamente d’accordo’. Tra l’altro ho studiato diritto della navigazione, a suo tempo: so che nessuno può fermare navi civili in acque non territoriali, non è previsto assolutamente un diritto di questo genere da parte di nessuno Stato. Se avessi sentito parlare di blocco navale, avrei subito drizzato le antenne».

Di più, aggiunse all’Ansa: «Credo che l’Italia non possa accettare di dare al mondo l’immagine di chi butta a mare qualcuno che fugge da un Pae se vicino, temendo per la sua vita, cercando salvezza e scampo in un paese che ritiene amico. Il nostro dovere è quello di dare temporaneo accoglimento a chi si trova in queste condizioni”. 

E chiuse: “Dobbiamo lavare questa macchia, che sarà pure venuta dalla sfortuna, ma che è venuta da una decisione che non si doveva prendere”.

…”

Ora tralasciando qualsiasi altra ed ulteriore considerazione, anche in questo caso solo una richiesta di informazione, per sapere: che fine hanno fatto quella dozzina di profughi ?