Si, vabbè, però…

non so voi, ma io penso che un comunicato così lo si poteva fare trenta anni fa, non nel 2012.

Dal massimo rappresentante del consesso cittadino, ci si attendono considerazioni intorno al coinvolgimento nell’inchiesta di un componente del consiglio comunale, nonchè membro (seppur autosospeso) del suo partito.

Tutto il resto è fuffa !

“Comunicato stampa

a seguito dell’operazione “CRIMISO” della Polizia di Stato
CASTELLAMMARE NON E’ QUESTA!

Il Consiglio Comunale di Castellammare del Golfo, colpito con sgomento dalle notizie di cronaca di questi giorni, ripudia fermamente questi atti mafiosi portati alla luce dalle Forze dell’Ordine ai quali esprime gratitudine per il lavoro di “pulizia” svolto, per non aver mai abbassato la guardia e per la forza che continuano a darci nello sperare in un futuro liberi dalla morsa della mafia.

Il prossimo passo spetta a noi Castellammaresi per cambiare quelle condizioni che favoriscono il proliferare delle criminalità organizzate.

Il Consiglio Comunale ricorda che fin da subito, dal suo insediamento, dietro invito dell’Associazione Antiracket ed Antiusura di Castellammare del Golfo, ha creato un Regolamento a sostegno delle vittime del racket e dell’usura con relativa costituzione di un capitolo di spesa per sostenere le vittime e tutti coloro i quali denunciano questi atti mafiosi collaborando con la Polizia di Stato a fare “pulizia”.

Ma il nostro lavoro non può limitarsi a questo; è chiaro che la forte disoccupazione e la crisi economica mondiale non è di aiuto in quanto è scientificamente provato che con l’aumento della disoccupazione, e del conseguente disagio economico e sociale, aumenta progressivamente la delinquenza comune ed organizzata.

L’aumento della disoccupazione rende più facile, alle organizzazioni mafiose, procurarsi manovalanza.

Castellammare del Golfo custodisce da tempo una delle possibili soluzioni che può aiutare a far mancare la manovalanza alla mafia; questa soluzione si chiama “Porto di Castellammare”.

Avere il porto turistico ultimato darebbe inevitabilmente uno slancio all’economia non solo di Castellammare del Golfo ma dell’intero circondario.

E proprio sulla questione porto presto verrà ritrattato in Consiglio Comunale tale tema quale ultimo atto di una commissione consiliare speciale che tanto si è spesa per illuminare numerosi lati oscuri di una vicenda divenuta sicuramente non trasparente.

Il Consiglio Comunale di Castellammare del Golfo nell’esprimere il proprio plauso alla Magistratura ed alle Forze dell’Ordine, invita tutti quanti – ognuno per la propria parte – a lavorare per ridurre fino all’annientamento il facile recupero di manovalanza criminale contribuendo a sbloccare i lavori del porto, ritenuto strumento indispensabile per il rilancio dell’economia e la diminuzione della disoccupazione.

Il Presidente del Consiglio

F.to Giuseppe Cruciata

Il sindaco Marzio Bresciani: “I cittadini reagiscano nei confronti di chi sa vivere solo con prepotenza. Ringrazio la magistratura e le forze dell’ordine”.

Il sindaco Marzio Bresciani: “I cittadini reagiscano nei confronti di chi sa vivere solo con prepotenza. Ringrazio la magistratura e le forze dell’ordine”..

Retata antimafia a Castellammare del Golfo

MAFIA: TRA ALCAMO, CASTELLAMMARE E CALATAFIMI LA RETE DEL RACKET DI COSA NOSTRA

19 giugno 2012 · by Rino Giacalone · in Notizie dall’Italia

Avevano riorganizzato le cosche mafiose tra Alcamo, Castellammare del Golfo e Calatafimi, le 12 persone arrestate la scorsa notte dalla Polizia nell’ambito del blitz denominato Crimiso. Tra gli arrestati volti noti, dal pedigree mafioso accertato, come i boss Nino Bonura, Nino Bosco, Michele Sottile, il giovane Diego Rugeri, ma anche soggetti nuovi. A capo delle “famiglie” storiche come quelle di Alcamo e Calatafimi vi sarebbero soggetti fino ad ora scon osciuti, un procacciatore di affari, Vincenzo Campo, e un operaio della Forestale, Nicolò Pidone. A incastrarli un summit che i poliziotti sono riusciti ad intercettare per intero e che si è svolto nelle campagne di monte Inici, appena sopra il golfo di Castellammare. Quel summit si era reso necessario perché erano insorti dei litigi e quindi dall’alto, dal vertice mafioso per eccellenza, dagli uomini più vicini al latitante Matteo Messina Denaro, era arrivato un boss, Tommaso Leo, anche lui arrestato la scorsa notte. La mafia sommersa non vuole avere a che fare con le armi, e le lotte intestine che una volta venivano affrontate con le faide e le armi, oggi vengono risolte con i “commissariamenti”. Proprio così. Un “commissario”, il boss di Vita Tommaso Leo, il cui nome per la prima volta venne fuori nell’ambito dell’operazione antimafia e antidroga internazionale denominata Igres, si è occupato di mettere pace a Castellammare del Golfo.

girolamo-genna-ls-ca-coDa Vita si è trasferito a Castellammare, ha rimesso in riga tutti. Ascoltando quella riunione i poliziotti hanno ricostruito la rete mafiosa dedita al racket. Oltre agli arresti anche 15 avvisi di garanzia: uno di questi ha raggiunto il consigliere comunale di Castellammare del Golfo Girolamo Genna, appartenente al Fli; avrebbe messo a disposizione il suo ufficio per alcuni incontri riservati. Tra i risvolti dell’operazione ancora dalle intercettazioni è emerso il nervosismo dei mafiosi verso la politica, anche i boss a proposito di antipolitica la pensano come i comuni cittadini. I reati contestati sono associazione a delinquere di stampo mafioso, estorsione aggravata, incendio aggravato, violazione di domicilio e violazione della sorveglianza speciale. Gli arresti sono scattati all’alba di oggi, poliziotti dello Sco, della Squadra Mobile di Trapani, e dei Commissariati di Alcamo e Castellammare del Golfo, hanno dato esecuzione ad un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal gip di Palermo Luigi Petrucci su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo (indagini coordinate dal procuratore aggiunto Principato, e dai pm Guido, Marzella e Padova). I destinatari dell’ordinanza sono stati:

BONURA Antonino, imprenditore alcamese del 1963 residente a Sesto San Giovanni (MI), pregiudicato per mafia, già Sorvegliato Speciale di P.S.;
BOSCO Antonino, pregiudicato mafioso di Castellammare del Golfo del 1955, in atto detenuto all’ergastolo.
BOSCO Vincenzo, operaio castellammarese del 1963;
BUSSA Sebastiano, pregiudicato castellammarese del 1975 già Sorvegliato Speciale della P.S;
CAMPO Vincenzo, procacciatore d’affari pregiudicato di Alcamo del 1968;
GIORDANO Salvatore, imprenditore pregiudicato di Ravanusa (AG) del 1959 residente a Milano;
LEO Rosario Tommaso, imprenditore agricolo pregiudicato di Vita (TP) del 1969;
MERCADANTE Salvatore, allevatore di Castellammare del Golfo del 1985;
PIDONE Nicolò, dipendente stagionale del Corpo Forestale di Calatafimi del 1962;
RUGERI Diego, detto “Diego u’ nicu” pregiudicato e Sorvegliato Speciale di P.S. di Castellammare del Golfo del 1980;
SANFILIPPO Giuseppe operaio pregiudicato di Castellammare del Golfo del 1983;
SOTTILE Michele, pregiudicato di Castellammare del Golfo del 1962 già sorvegliato speciale di P.S.;

L’indagine ha consentito di ricostruire l’organigramma dei vertici di tale propaggine di Cosa Nostra trapanese oltre che una serie di condotte delittuose commesse dagli indagati.

da Malitalia

Mafia, dodici arresti tra Sicilia e Lombardia indagato anche un consigliere comunale

Gli arrestati secondo la Procura di Palermo sarebbero organici ai clan trapanesi. Perquisizioni a carico di altri 15 indagati, tra cui un consigliere comunale di Castellammare del Golfo

Dodici persone sono state arrestate dalla polizia nell’operazione antimafia ”Crimiso” con l’accusa di far parte dei clan mafiosi della provincia di Trapani. I provvedimenti, emessi dal Gip di Palermo Luigi Petrucci, su richiesta del procuratore aggiunto della Dda, Maria Teresa Principato, e dei sostituti Paolo Guido, Carlo Marzella e Pierangelo Padova, sono stati eseguiti dalla squadra mobile di Trapani e della sezione Criminalità organizzata, in Sicilia a Castellammare del Golfo, Alcamo, Calatafimi e Vita, e in Lombardia a Milano e Sesto San Giovanni.

Associazione mafiosa, estorsione, incendio, violazione di domicilio e violazione delle prescrizione della sorveglianza speciale le accuse contestate a vario titolo. Sono state effettuate perquisizioni domiciliari a carico degli arrestati e di altri 15 indagati in stato di libertà cui è stata notificata l’informazione di garanzia. Tra questi, un immobiliarista e il titolare di uno studio di progettazione, che è anche consigliere comunale di Castellammare del Golfo. I due avrebbero consentito delle riunioni dei mafiosi presso i loro esercizi.

Gli arrestati sono Antonino Bonura, imprenditore alcamese 49 anni residente a Sesto San Giovanni (Milano), pregiudicato per mafia, Antonino Bosco, pregiudicato mafioso di Castellammare del Golfo, 58 anni, detenuto all’ergastolo, Vincenzo Bosco, operaio di 49 anni, Sebastiano Bussa, pregiudicato di 38 anni,Vincenzo Campo, procacciatore d’affari pregiudicato di 45 anni, Salvatore Giordano, 54 anni, imprenditore pregiudicato di Ravanusa (Agrigento) e residente a Milano, Rosario Tommaso Leo, 44 a nni, imprenditore agricolo pregiudicato, Salvatore Mercadante, 28 anni, allevatore, Nicolo’ Pidone, 50 anni, dipendente stagionale del Corpo Forestale di Calatafimi, Diego Rugeri, 33 anni, pregiudicato, Giuseppe Sanfilippo, 30 anni, operaio pregiudicato, Michele Sottile, 50 anni, pregiudicato. L’indagine ha fatto luce su una spaccatura apertasi all’interno della famiglia mafiosa di Castellammare del Golfo dopo gli arresti dei vertici alcuni anni fa nelle operazioni Tempesta I e II. Una spaccatura che secondo li inquirenti poteva portare ad una vera e propria faida interna alle cosche di Alcamo e Castellammare. Un gruppo legato a Diego Rugeri, rampollo di una famiglia mafiosa, sotto l’egida del piu’ autorevole Antonino Bonura, ”reggente” del clan di Alcamo, aveva intrapreso alcune estorsioni ai danni di operatori economici castellammaresi senza il consenso di Michele Sottile, uomo d’onore di Castellammare che, per ”anzianita”’ anagrafica, riteneva di dover capeggiare la cosca locale.

Gli attriti tra i due, sostiene la polizia, potevano sfociare in una vera e propria ”faida”. Per appianare le divergenze, Bonura, assieme a Rosario Leo, affiliato alla famiglia mafiosa di Vita, aveva convocato un summit dei clan di Alcamo, di Castellammare e di Calatafimi in aperta campagna per appianare le divergenze. Questa riunione e’ stata intercettata dagli investigatori, che hanno cosi’ compreso quel che si muoveva nel contesto mafioso provinciale. E’ stata anche riscontrata la presenza di un’ulteriore ”ala autonomista” all’interno della famiglia mafiosa di Castellammare: i boss infatti accusavano Sebastiano Bussa (non presente al vertice di aver richiesto, senza l’autorizzazione della ”famiglia” il pagamento di un’estorsione ad un’impresa edile che stava svolgendo lavori pubblici nel centro della cittadina del golfo. Le indagini hanno fatto chiarezza anche su una serie di estorsioni e incendi ai danni del ristorante ”Egesta Mare” e dei bar ”Vogue” e ”La Sorgente” di Castellammare del Golfo, di vari imprenditori, di un dentista, delle ditte ”Prom.Edil” e ”F.lli Tamburello G. & c. s.n.c.”, esecutrici dei lavori appaltati dal Comune di Castellammare del Golfo per la riqualificazione urbana e il ripristino dell’antica pavimentazione del centro storico. Otre al regolare pagamento di somme di danaro, alle vittime veniva imposto di assumere parenti degli indagati, o di fornire prestazioni professionali gratis. Quest’ultimo e’ il caso del dentista.”

da la Repubblica

RETATA NEL TRAPANESE

Mafia, dodici arresti. Strappata la rete del pizzo
Martedì 19 Giugno 2012 07:23 di Riccardo Lo Verso

Retata nella zona di Trapani. Smagliata la rete del racket e decapitate le cosche. Dodici arresti.
Azzerati i vertici delle famiglie mafiose di Alcamo, Castellammare del Golfo e Calatafimi. In dodici sono stati raggiunti da un’ordinanza di custodia cautelare in carcere. Si tratta di Antonino Bonura, imprenditore alcamese e già sorvegliato speciale; Antonino Bosco, pregiudicato mafioso di Castellammare del Golfo, detenuto all’ergastolo; Vincenzo Bosco, operaio castellammarese; Sebastiano Bussa, anche lui pregiudicato di Castellammare; Vincenzo Campo, procacciatore d’affari di Alcamo; Salvatore Giordano, imprenditore pregiudicato di Ravanusa (Ag), Rosario Tommaso Leo, imprenditore agricolo e pregiudicato di Vita (Tp), Salvatore Mercadante, allevatore di Castellammare del Golfo, Nicolò Pidone, operaio della forestale di Calatafimi, Diego Rugeri, sorvegliato speciale di Castellammare, Giuseppe Sanfilippo, operaio e pregiudicato anche lui di Castellammare, così come Michele Sottile, ennesimo volto noto alle forze dell’ordine coinvolto nell’inchiesta della sezione Criminalità organizzata della squadra mobile di Trapani. Le indagini sono coordinate dal procuratore aggiunto della Direzione distrettuale antimafia di Palermo, Maria Teresa Principato, e dai sostituti Polo Guido, Carlo Marzella e Piero Padova. I reati contestati sono associazione a delinquere di stampo mafioso, estorsione aggravata, incendio aggravato, violazione di domicilio e violazione della sorveglianza speciale.

E’ stata ricostruita la spaccatura all’interno della famiglia mafiosa di Castellammare del Golfo. Il gruppo legato a Diego Rugeri, sotto l’egida di Antonino Bonura, reggente di Alcamo, aveva iniziato a imporre il pizzo senza chiedere il permesso a Michele Sottile. All’orizzonte si profilava una faida evitata nel corso di una riunione. I due gruppi si compattarono per fronteggiare l’avanzata di un’altra fazione, quella di Bussa e dei Bosco. Lungo l’elenco delle vittime del racket: dai titolari del ristorante Egesta Mare di Castellammare del Golfo all’imprenditore Salvatore Buscemi; dai proprietari del bar Vogue al dentista Salvatore Magaddino, sempre di Castellammare del Golfo agli imprenditori della Prom.Edil. e della Fratelli Tamburello di Partanna, vincitrici della gara per la riqualificazione del centro storico di Castellammare. Per finire con il titolare del noto bar La sorgente di Castellammare del Golfo e con gli imprenditori Giuseppe Blunda e Luigi Impastato. Tra gli indagati a piede libero ci sono anche un immobiliarista e il titolare di uno studio di progettazione di Castellammare con un passato da consigliere comunale che avrebbero ospitato delle riunioni di mafia.”

da Live Sicilia

“Mafia: 12 arresti nel trapanese, in carcere consigliere comunale

ultimo aggiornamento: 19 giugno, ore 08:38

Palermo, 19 giu.- (Adnkronos) – E’ in corso una vasta operazione antimafia nel trapanese eseguita dalla Squadra mobile che ha arrestato dodici persone. I provvedimenti sono stati emessi dal Gip di Palermo Luigi Petrucci, che ha accolto le richieste del Procuratore aggiunto di Palermo, Maria Teresa Principato e dei pm Paolo Guido, Carlo Marzella e Pierangelo Padova. In carcere anche un consigliere comunale di Castallemmare del Golfo. Gli arresti sono stati eseguiti tra la Sicilia e la Lombardia, da Castellammare del Golfo, Alcamo, Calatafimi e Vita, e in Lombardia a Milano e Sesto San Giovanni.”

IGN

Il posto più strano in cui avete fatto l’amore ?

In una traversa di via Sciuti sul cofano dell’auto” potranno rispondere orgogliosamente, ai tanti che si vanteranno di averlo fatto in ascensore, nei camerini di un negozio, in acqua, sullo scooter, e chi più ne ha più ne metta, il ventinovenne originario di Castellammare del Golfo e la ventiseienne di Alcamo, bloccati dai poliziotti mentre facevano sesso fantsioso e senza freni sul cofano di un’Audi in via Frate Pasquale Sarullo, una traversa senza uscita della via Sciuti a Palermo.

I testimoni oculari della “performances” cui hanno potuto assistere intorno all’una di notte, con buona illuminazione e dall’alto di uno dei quattro edifici che si affacciano sulla via Sarullo, dicono che l’amplesso è durato una buona mezzora.

Uno dei testimoni ha deciso ad un certo punto di chiamare la polizia.
Gli agenti arrivati sul luogo del fattaccio hanno invitato i due focosi amanti, a ricomporsi e hanno provveduto a denunciarli per atti osceni in luogo pubblico.

Riflessione finale:
Mezzora in quelle condizioni avventurose ci permette di affermare che almeno in questo caso l’onore castellammarese è da considerarsi salvo !

Trapani: non c’è pace tra le tonache (10) – Trapani, diocesi di Gomorra !

Anche oggi due articoli su “La Stampa” di Torino dei due inviati venuti apposta a Trapani, per capire di più sul legame tra le vicende della Curia Trapanese e gli interessi che girano intorno alle dimissioni di Gotti Tedeschi dallo IOR.

E ci va giù pesante Giacomo Galeazzi, che come incipit del suo pezzo definisce, Trapani, “diocesi di Gomorra”.

Scandali sessuali e corruzione – La guerra dentro la diocesi
Lotta senza esclusione di colpi tra l’ex vescovo e l’economo

di GIACOMO GALEAZZI – INVIATO A TRAPANI

Trapani, diocesi di Gomorra. Violazione della clausura in un convento di suore, cinquanta immobili della Curia svenduti agli amici a un decimo del loro valore, ammanchi milionari nei bilanci, lettere di censura dei ministri vaticani dei religiosi e dei vescovi. Le carte segrete che hanno indotto la Santa Sede a rimuovere lo scorso mese il presule trapanese Francesco Micciché aggravano il quadro già inquietante delineato dall’inchiesta della procura.

Ogni documento apre squarci da far-west ecclesiastico tra procedure canoniche calpestate, abusi di potere, contabilità truccata. Per esempio, a fine novembre il cardinale Marc Ouellet, responsabile vaticano dei vescovi, chiede conto a Micciché (su segnalazione del dicastero per gli Istituti di vita consacrata) di una perquisizione al monastero benedettino dell’Angelo Custode ad Alcamo. Era accaduto, infatti, l’impensabile, in barba alla configurazione giuridica «sui iuris» del convento. Alle cinque di mattina, infatti, la guardia di finanza e il pm avevano bussato alla porta del convento, «alla presenza del vescovo che ne ha autorizzatol’accesso». Gli investigatori cercavano l’atto di cessione del complesso storico (valore due milioni di euro) all’economo diocesano don Ninni Treppiedi, sospeso dal ministero sacerdotale per le irregolarità amministrative. Le suore, però, fanno quadrato attorno al sacerdote già da tempo in lotta con il suo vescovo per la gestione finanziaria della diocesi e si barricano dentro. Per un’ora Micciché aveva cercato di mediare e, quando si presentarono i vigili del fuoco per fare irruzione in canonica, le religiose si piegarono alla perquisizione. A condizione che il vescovo si allontasse e che fosse nominato un bibliotecario come loro fiduciario. I finanzieri finalmente entrarono, ma non trovarono nel monastero i documenti (poi rintracciati nell’abitazione di un amico egiziano) con cui le suore avevano nominato amministratore ed erede universale don Treppiedi, che di Alcamo era anche l’arciprete.

I guai per Micciché sono appena iniziati. Finisce sotto accusa in Vaticano per aver permesso alle forze dell’ordine quell’invasione della clausura che ha «violato l’intimità delle monache e creato disagi alle consacrate». Inclusa la «gravissima ispezione da parte delle guardie all’interno del tabernacolo». Parte l’inchiesta della Santa Sede e l’incaricato papale, ex numero tre della Cei e presidente degli affari giuridici, vescovo Domenico Mogavero, lavora ad una relazione minuziosa da consegnare personalmente a Benedetto XVI. Nel vortice di accuse di scandali sessuali, malaffare e corruzione, Mogavero, da esperto giurista, lascia da parte le voci e si basa soltanto su atti incontrovertibili. E cioè, i documenti contraffatti o mancanti di operazioni immobilari insensate, portate a termine scavalcando controlli e passaggi obbligati della procedura canonica. In sei mesi l’indagine è un faldone di prove schiaccianti contro entrambi i contendenti. Poche settimane dopo aver ricevuto la relazione di Mogavero, la Santa Sede destituisce Micciché e conferma la sospensione di Treppiedi.

da “La Stampa.it

——–

E Guido Ruotolo, anche lui inviato a Trapani, non è più leggero e ci parla di “una guerra per il «potere» e il «denaro» in terra di mafia, combattuta all’interno della Chiesa”.

Nella lotta di potere tra l’ex vescovo e l’ex economo della diocesi di Trapani l’inchiesta sta evidenziando vicinanze con gli uomini di Cosa Nostra
Trapani, l’ombra di Cosa Nostra dietro lo scandalo

di GUIDO RUOTOLO – INVIATO A TRAPANI

Questa è la storia di una guerra per il «potere» e il «denaro» in terra di mafia, combattuta all’interno della Chiesa e che ha avuto delle vittime: un vescovo destituito, un economo diocesano sospeso a divinis e indagato dalla magistratura italiana. L’uno e l’altro fino a ieri – e chissà se non ancora – con pesanti coperture, con cardinali e ministri che dalla Santa Sede hanno dispensato loro benedizioni. «Il Vescovo Miccichè per parte di madre ha stretti legami parentali con uomini d’onore di San Giuseppe Jato». Benvenuti a Trapani. Il narratore di questa storia è un prelato influente. Tanto che le precisazioni della Procura di Trapani di non nominare il nome di Matteo Messina Denaro invano, sono superate dalla «terribile preoccupazione» che non viene nascosta neppure tra i collaboratori più stretti del Santo Padre. E cioè che tra i soldi trapanesi transitati su conti Ior, «si nascondono soldi orribili». E il perché lo spiega il nostro prelato: «È emerso solo uno spruzzo di lava, sotto c’è una bomba a orologeria che è pronta a esplodere». E, dunque, colpisce che il vescovo defenestrato, Francesco Miccichè, che pure aveva avuto la proposta di dimettersi in cambio di un coperchio sullo scandalo, sia «accusato» di essere «vicino ad ambienti mafiosi».

Rimosso dal Pontefice

Il suo processo – con condanna – l’ha subito in tempi strettissimi. Il vescovo di Mazara del Vallo, Domenico Mogavero, era stato inviato dal Papa a ispezionare e riferire direttamente a lui. L’istruttoria, da giugno a dicembre, si è conclusa con una «camera di consiglio» e al termine (a maggio), il Pontefice ha sostituito Micciché. Quali le colpe, i reati e i peccati di Miccichè? Purtroppo, nell’inchiesta della Procura di Trapani sugli imbrogli dell’ex economo della diocesi, don Ninni Treppiedi, il vescovo è parte lesa, è la vittima di una campagna diffamatoria e calunniatoria che don Ninni ha orchestrato con due giornalisti locali. Ma il sospetto è che i due abbiano «alienato beni della diocesi» che non potevano alienare perché sarebbe stato necessario il consenso del Vaticano, essendo di valore superiore al milione di euro. E le operazioni sono state prive di autorizzazioni interne come sarebbe stato necessario.

Vista da Oltretevere, questa di Trapani è la storia di due soci in affari, il Vescovo e l’economo, che a un certo punto rompono il loro rapporto per questione di affari. In un’intervista a un mensile siciliano, don Ninni Treppiedi ha detto: «Credo che quando due persone dopo dieci anni che stanno insieme divorziano (il riferimento è alla rottura con il Vescovo Miccichè, ndr) quanto meno devono avere la buona creanza di lavare i propri panni, soprattutto se si tratta di cose molto delicate, in casa, in questo caso tra le stanze del Vaticano e non andarsi a sputtanare».

Forse possono infastidire certe parole, ma la sostanza è più grave: non portare fuori dalla Chiesa le beghe interne è un messaggio tipicamente mafioso. Secondo i testimoni di questa faida, in realtà, la rottura avviene quando il Vescovo promuove l’economo nominandolo arciprete di Alcamo. Don Ninni si «allarga», bypassando il vescovo nella promozione di affari immobiliari.

La rottura definitiva

La rottura tra i due avviene dunque per motivi di potere e denaro. Era stato don Ninni a introdurre il Vescovo nel mondo della politica locale, alla corte di Antonio D’Alì, ex sottosegretario all’Interno con delega a gestire i fondi dedicati al culto. Si cementa così un rapporto d’interesse intenso. Il sottosegretario è molto attento a soddisfare le richieste del vescovo per ristrutturare chiese, conventi, luoghi di culto. E don Ninni cresce grazie a certe frequentazioni.

Trapani è città di massonerie e logge coperte. Il senatore D’Alì, poiché il padre di Matteo Messina Denaro era campiere nelle terre di famiglia, conosceva bene il capo dei Corleonesi nel Trapanese. E il senatore, indagato per concorso esterno in associazione mafiosa, ha ottenuto il rito abbreviato.

La storia di questa guerra tra due schieramenti interni alla Chiesa sembra la metafora di una guerra incruenta interna a Cosa nostra. In carcere tutti i «viddani» (da Riina a Provenzano), della vecchia guardia è libero solo Matteo Messina Denaro. È un reduce. Defenestrato il vescovo, don Ninni si pensa vincitore, anche se è stato sospeso a divinis. E presto la giustizia italiana farà il suo corso. Per don Ninni è questione di ore e poi dovrà vedersela in Tribunale.

da “La Stampa.it

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https://diarioelettorale.wordpress.com/2012/06/12/trapani-non-ce-pace-tra-le-tonache-9-arrivano-gli-inviati/

Trapani: non c’è pace tra le tonache (8) – La “pecunia” che “non olet” non sarebbe quella mafiosa !

Qui si dice che in una nota del Procuratore della Repubblica di Trapani Marcello Viola si legge che:

L’istanza di rogatoria avanzata allo Stato della Città del Vaticano, in pieno spirito di totale e reciproca collaborazione, riguarda esclusivamente l’accertamento dei fatti che costituiscono oggetto del procedimento pendente presso la Procura stessa, in stretta e diretta correlazione con le configurate fattispecie di appropriazione di somme da parte dei soggetti indagati in danno di enti ecclesiastici della Diocesi di Trapani, con esclusione di qualsivoglia ulteriore ipotesi investigativa“.

Che tradotto significherebbe che si esclude che la rogatoria sia stata avanzata secondo quanto si è ipotizato negli articoli citati nel nostro precedente post.

Intanto Rino Giacalone con un articolo per “Il Fatto” ci fornisce ulteriori dettagli sulle vicende della curia trapanese:

Il decreto che ha sospeso a divinis padre Treppiedi fa i conti in tasca al sacerdote e salta fuori la circostanza che dalle sue mani in un paio di anni, tra il 2007 e il 2009, sono passate in poco tempo grandi cifre, nell’ordine dei 900mila euro, molti i soldi finiti spariti. Ne fa riferimento il decreto della Congregazione. Un decreto che abbiamo potuto leggere. Una vicenda che comincia da una sconosciuta chiesa di provincia, la parrocchia San Silvestro Papa di Calatafimi, a proposito di lavori di ristrutturazione che hanno riguardato beni di proprietà di questa chiesa e della “alienazione” di 11 immobili, valore complessivo 943mila e 500 euro.

La Congregazione del Clero va giù pesante: manca la rendicontazione di questa somma, ingiustificata risulta la emissione di alcuni assegni circolari da parte di padre Treppiedi, in particolare uno da 50mila euro, un altro da 47mila. Novantasettemila euro risultano prelevati dal conto della parrocchia di Calatafimi. Episodi che si aggiungono a quelli nel frattempo censiti dalla magistratura trapanese: rogiti falsi, altri soldi spariti e infine quel conto allo Ior che sarebbe stato trovato nella disponibilità di padre Treppiedi.

Verso la Terza Repubblica con il “partito prodotto”

Questo commento a questo articolo, in cui si da conto del dato (il 20,2%) raggiunto nei sondaggi dal movimento di Beppe Grillo, sintetizza ciò che sta accadendo nel sentire degli italaini e che con ogni probabilità porterà questo paese alla terza repubblica:

27.MarcoB – Ma ci pensate? meno di due mesi fà ABC [Alfano, Bersani e Casini ndr.]erano impegnati a pensare ad una legge elettorale con sbarramento all’8% e ora due su tre sono scomparsi e l’ultimo è costretto a fare sondaggi ogni 5 minuti per monitorare quanto perde…
FORZA M5S !!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!“.

Il +2,2% registrato da SWG in una sola settimana, conferma la teoria che afferma che in politica i vuoti vengono sempre riempiti in qualche modo.
Il vuoto politico lo ha generato l’attuale fase di sviluppo del capitalismo mondiale, che mette in dubbio l’esistenza stessa della democrazia, ed in Italia in particolare una classe politica, spesso corrotta ed irredimibile e del tutto priva di capacità di rinnovamento e rigenerazione nella sua parte più sana.
Riempire il vuoto per il tramite del movimento Cinque Stelle è ormai visto quindi da ampi settori di elettorato come necessario e possibile.

Poco importa che l’agente del cambiamento, non sia un partito, non sia un movimento, non abbia le caratteristiche di un qualsiasi organismo democratico, ma sia un “prodotto”, costruito giorno per giorno da una agenzia di marketing e comunicazione, allo scopo di essere venduto.
La direzione di oggi del Pd, le vicende parlamentari degli ultimi giorni ed il modo “leggero” in cui si muovono i partiti tradizionali, non possono che spinngere ancora più su un consenso che non è tanto adesione, quanto possibilità concreta di eliminazione della vecchia classe politica.

La forza di un tale “prodotto” è anche quella di non necessitare (come accaduto all’Idv ed in parte a Sel) della candidatura di vecchi tromboni e capi-popolo dal passato dubbio, ma di potere schierare, giovani sconosciuti e privi di forza elettorale, in perfetta sintonia con l’dea di “prodotto” che viene comunicata.

Eppure i vecchi partiti hanno strumenti semplici (e se vogliamo banali) per disinnescare l’avanzata di un tale movimento.
La modifica della legge elettorale per esempio.
Oggi per quanto appaia paradossale, il “porcellum”, l’attuale legge elettorale è quanto di più funzionale alla clamorosa affermazione del grillismo.
Con l’attuale legge voluta allora in primis da Silvio Berlusconi e non disdegnata da Walter Veltroni, si realizza il massimo del potere da parte del capo di ogni formazione politica ed il minimo di rilevanza dei candidati, la cui elezione avviene in automatico, prescindendo il sistema dalle preferenze.
Il premio di maggioranza poi, in considerazione dell’attuale frammentazione sia della destra che della sinistra, farebbe il resto.

L’uninominale, con doppio turno di collegio, proposto dal PD, forse potrebbe contribuire a disinnescare, una volta arrivati alla fase elettorale, la bomba Grillo.
Tuttavia in alternativa, visto il fallimento, sul campo del maggioritario, forse sarebbe il caso di mollare tutto ciò che amplifica (e quindi in qualche modo falsa) i risultati elettorali, e considerata quella che andiamo ad affrontare una nuova fase costituente, partire da una rappresentanza eletta con il proporzionale puro.

Su Brindisi e sul terremoto, cose dette con parole di altri

Condivido ampiamente le considerazioni di Michele Brambilla, a proposito dell’attentato di Brindisi, pubblicate su La Stampa di oggi.

L’ossessione del complotto

Non per infierire, ma per cercare di capire quanto è avvelenato il nostro Paese, è opportuno ricordare che cosa è stato detto e scritto nei giorni successivi all’attentato di Brindisi.

Il 20 maggio Paolo Flores d’Arcais, come molti altri, mostrava di non avere dubbi, nonostante la prudenza della magistratura: «Chi ha compiuto l’orrore sa di avere spalle copertissime. È certo di far parte di una potentissima “strategia della tensione”».

Dopo aver accostato la morte di Melissa a Portella della Ginestra, a piazza Fontana, a piazza della Loggia e alle stragi del ‘91-‘93, il direttore di MicroMega riesumava un anti berlusconismo che si credeva ormai superato dagli eventi. E al Cavaliere – che ha molte colpe e che abbiamo molto criticato: ma le bombe sono le bombe – addossava la responsabilità diretta della stagione del terrore. Stagione che si sarebbe appunto interrotta, non a caso, nel famigerato «ventennio berlusconiano», un «regime – scriveva Flores d’Arcais – in cui i settori eversivi (molto ampli) dell’establishment vanno direttamente al governo e la strategia della tensione e delle stragi sarebbe autolesionista». Ma adesso che Berlusconi non è più al governo, guarda caso le bombe ritornano: «Ora la strategia della tensione è tornata, strategia di morte puntuale come la morte, perché le macerie cui il berlusconismo ha ridotto il Paese (…) hanno portato la fiducia dei cittadini nei partiti (complessivamente presi) a un comatoso quattro per cento». Erano i giorni in cui non si capiva se l’attentato di Brindisi fosse opera della mafia, o della Sacra Corona Unita, o degli anarchici, o di un pazzo; qualcuno parlava perfino di terrorismo islamico. Buio totale. Ma per Flores «anche un bambino capisce»: sono stati i partiti.

Un grande giornale scriveva di «una nuova tragica dimostrazione di come, sulle mafie, appena si abbassa l’attenzione tutto precipita». Veltroni faceva notare l’evidente nesso fra la bomba e il finto suicidio di Provenzano. Qualcuno ipotizzava una «trattativa-bis» fra mafia e Stato.

Naturalmente non aveva perso l’occasione Beppe Grillo: «Bomba o non bomba arriveremo a Roma. Nell’aria c’è odore di zolfo, ma il cambiamento non si può arrestare. Se tre indizi (il ferimento di Adinolfi a Genova, la bomba di Brindisi e le continue esternazioni sul ritorno del terrorismo) fanno una prova, allora ci sono ottime probabilità del ritorno di una stagione stragista».

Le citazioni potrebbero continuare a lungo. Ma se ricordiamo certe «analisi» così tranchant su un fatto che appariva perlomeno anomalo (mai visto un mafioso o un bombarolo dei servizi segreti che non si accorge di una telecamera) non è per offrire al lettore uno stupidario sul quale sorridere. È invece per riflettere su quanto la dietrologia abbia ormai inquinato la nostra vita. Dopo l’attentato di Brindisi e la morte di quella povera ragazza, abbiamo sentito e letto che era evidente – lo capivano anche i bambini – che il governo Monti aveva raggiunto lo scopo di distrarre l’attenzione dalla crisi. Dopo il terremoto in Emilia, abbiamo letto e sentito che era evidente – lo capivano anche i bambini che non può essere colpa della Natura ma delle trivellazioni delle multinazionali. Non importa se le trivellazioni non sono mai cominciate e se a Brindisi c’è un reo confesso. Si dirà che le trivellazioni ci sono ma «loro» le nascondono, e che «dietro» il benzinaio chissà chi c’è.

Tutto può essere: di macchinazioni ne abbiamo viste tante. Ma pensare che tutto sia opera di «una Cupola nera composta da massoneria, politica corrotta, pezzi deviati dei servizi segreti e finanza speculativa» (come scritto su un quotidiano e condiviso da 48 mila persone su Facebook) non appartiene né alla cronaca nera né a quella politica: appartiene alla psichiatria.

Qualunque possa essere l’esito delle indagini di Brindisi, il complottismo è una patologia insidiosa anche perché contagiosa, visto che diffonde nei giovani la convinzione che ogni potere è sempre marcio, che ogni autorità è sempre menzognera. Cose non vere, perché nell’uomo c’è sì la libertà di compiere il male: ma la storia, e la vita di tutti i giorni, non sono fatte solo di trame, di imbrogli, di sopraffazioni e di violenze. Basta saper vedere la realtà nella sua totalità.

Trapani: Processo per l’omicidio di Mauro Rostagno (30)

Udienza del 30 maggio 2012 del processo per l’uccisione del sociologo e giornalista Mauro Rostagno avvenuta nel piccolo borgo di Lenzi, in territorio di Valderice la sera del 26 settembre 1988 ed in corso di svolgimento davanti alla Corte d’Assise di Trapani.

Alla sbarra il boss mafioso Vincenzo Virga e Vito Mazzara, per l’accusa, rispettivamente, mandante e killer dell’omicidio che sarebbe stato deciso per punire Rostagno per la sua attività giornalistica condotta attraverso l’emittente Rtc ‘Radio Tele Cine’.

Dopo gli adempimenti preliminari, l’udienza comincia con l’audizione di Andrea Marcenaro, giornalista, in qualità di teste

Pone le domande l’avvocato Lanfranca parte civile per Carla Rostagno.

Il teste riferisce che ha conosciuto Mauro Rostagno, perchè mlitavano entrambi nel movimento studentesco prima e nella stessa organizzazione politica, Lotta Continua, dopo.
Ebbe modo di conoscere bene Mauro Rostagno per l’attività politica svolta in Sicilia per un paio d’anni, Marcenaro era a Catania, Mauro era a Palermo.
Mauro Rostagno aveva responsabilità regionale.
La permanenza in Sicilia fu negli anni tra il 74 e il 76.
Mauro non l’ha poi rivisto in modo regolare.
Certamente, si rividero a Roma, poi Mauro andò in India, quando tornò si videro a Saman nell’agosto del 1988.
“Venimmo qui a Saman, mia moglie io e mio figlio” e passammo qualvhe giorno a Saman”.
Parlammo anche della sua attività era una persona contenta impegnatissima, molto tesa in questo lavoro nuovo che stava facendo.
Mi portò a Rtc.
Ci vedemmo forse un mese, 25 giorni prima del delitto.

“Era difficile non farsi colpire da Mauro qualsiasi cosa facesse”
Mi colpì l’attenzione che lui metteva nelle cose che gli interessavano davvero.
La questione antimafiosa era al centro del suo impegno.

“Mi accennò a una serie di rapporti che manteneva con fonti anche istituzionali che gli garantivano flussi di notizie importanti”, ma non scendemmo nel dettaglio
Mi parlò dello scandalo del quale si stava interessando dell’Ente fiera del Mediterraneo di Marsala.
Era un ente messo in piedi dal comune di Marsala che doveva avviare iniziative culturali.

Mi portò Mauro a Rtc, in giro per la televisione.
Lui era affascinato anche dalla tecnica che doveva mettere insieme per fare i servizi“.
Chiaccherammo del tempo che lì lo impegnava, faceva a tempo pieno il giornalista.

Ero lì quando lui fece in diretta un intervento non ricordo su cosa.
Mi presentò qualche ragazzo che lavorava con lui, certamente.

Parlammo certamente, dei servizi che faceva, ma non ne ricordo qualcuno in particolare.
Ricordo del suo entusiasmo accompagnato da una tensione seria.

Durante un viaggio in macchina da soli senza familiari, Mauro mi fece capire che il lavoro che svolgeva lo svolgeva con entusiasmo ma non inconsapevole rispetto a possibili ritorsioni.

Ricordo che rifletteva seriamente sulla possibilità che da questo lavoro potessero sfociare situazioni pericolose, è un fatto che ho colto ma che non posso completare con situazioni precise.
Marcenaro parla di “sensazione netta” che ha colto.

Mauro era consapevole che lui da giornalista stava rappresentando una novità per Trapani.
Era talmente evidente l’aspetto di novità del lavoro di Mauro che si capiva immediatamente.
Mi ricordo che chiaccherando con le persone queste si mostravano molto colpite del lavoro di Mauro e che riferivano che accendeva l’interesse della città.
“Questo era clamorosamente evidente”.

Marcenaro risponde adesso alla domanda del pm Del Bene.
Certamente abbiamo visto dei servizi suoi in quei giorni.
Il linguaggio usato era quello di Mauro colto, e vivace, molto diretto.
“Ho davanti a me la sua faccia mentre lo fa, abbiamo visto il suo lavoro lì”.

Domanda dell’avv. Esposito per Saman.
Io e Mauro eravamo molto amici.
Non mi parlò mai di preoccupazioni legate all’ambiente di Saman.
Ho conosciuto Cardella in quel periodo, attraverso Mauro.
Mauro non mi parlò mai di contrasti con lui, seppi da Chicca che c’erano stati dei contrasti tra Rostagno e Cardella per la gestione di Saman, ma non più di questo.
Solo una volta ho accompagnato Mauro da Saman a Rtc.
Per una strada che non entrava nel cuore della città.

Avv. Greco parte civile sindacato giornalisti
Non ricordo se i contrasti con Cardella li seppi mentre ero qui o dopo ma quei contrasti per come mi furono riferiti erano dovuti a scontri di personalità, non ebbi maggiori dettagli. Ho conservato questo ricordo di un conflitto.

Avv. Crescimanno ordine dei giornalisti.
Cardella l’ho conosciuto solo venendo qui.
Sono rimasto qui due o tre giorni.
Cardella c’era.
Consumammo i pasti con Mauro e Chicca, non con Cardella.
Può essere che Cardella l’avessimo incontrato solo la prima sera e poi lui sia partito.
“Magnifici” i rapporti tra Mauro e Chicca Roveri, in quei giorni non hanno nemmeno litigato.
La struttura era molto bella, gradevole e con più edifici. Noi stavamo nell’edificio dove stavano Mauro e Chicca.
Non sa se l’intervista a “King” fosse stata fatta prima o dopo la sua visita.

Indagini sul delitto Calabresi.
Lui era fuori dalla grazia di Dio per l’arresto di Sofri e per l’accusa fatta agli altri“, mi aveva manifestato l’intenzione di andare a Milano a deporre, la visita mia a Trapani è successiva alla comunicazione giudiziaria da lui ricevuta. “Lui era molto sorpreso che una cosa così fosse accaduta”, sia il coinvolgimento suo sia l’arresto di Sofri e degli altri.
Rostagno riteneva che Sofri e compagni non potessero avere responsabilità nel delitto Calabresi.
Rostagno aveva intenzione di “rispondere alle notizie che venivano date” a proposito delle indagini per dire che non erano vere.
“L’accusa fu che l’esecutivo di Lotta Continua si fosse riunito per decidere il delitto Calabresi” (la riunione di un organismo assembleare di oltre 15 persone che si riunisce per decidere a maggioranza un omicidio), lui voleva reagire dicendo che la notizia data come vera era grottesca.
La nostra vita dentro Lotta Continua fu quella di centinaia di persone unite da rapporti di amicizia.
A Rtc andammo con la macchina di Rostagno. Noi eravamo venuti certamente in macchina dopo aver fatto un giro in Sicilia.
Ricordo una strada di campagna asfaltata in cui Mauro picchiava sull’acceleratore in modo notevole, (andava abbastanza veloce) poi che si attraversava un centro abitato.

Domande dell’avvocato Vito Galluffo difensore di Mazzara.
Oggi non ricordo di cosa parlammo, mi parlò di cose specifiche, ma non ricordo.
E’ possibile mi parlasse di traffico di armi, ma non ricordo.
Durante il percorso, mi pare di ricordare che c’erano tratti di campagna aperta, ma non mi colpì particolarmente.
Dell’esecutivo di Lotta Continua per quanto ricordo, ne faceva parte Mauro, Pietrostefano, Sofri, Boato, una struttura di una ventina di persone.
Tutti in qualche modo all’epoca erano indagati o informati.
Mauro voleva provare la sua estraneità, ma dare anche la sua versione.
Mauro chiese più volte di essere sentito, e lo dichiarò pubblicamente, ed era molto stupito di non essere stato convocato, ma non fece in tempo perchè la morte arrivò prima.
Marco Boato certamente intervenne più di una volta pubblicamente a proposito di questa richiesta di Mauro di essere sentito dai magistrati di Milano.
Lo stato d’animo “era un po’ letteralmente di sorpresa e di rabbia”.
Con l’avvocato Pisapia si conoscevano, ma non ricordo suoi interventi, forse era il suo avvocato, con l’avvocato Canestrini.
Non sa se Pisapia ebbe contatti con i magistrati.
Noi dormivamo a Saman al “Gabbiano”, e la sera abbiamo cenato li, Mauro Rostagno, credo dormiva li.
Non mi pareva una persona “in punizione”

Domande del Presidente Pellino
Salvatore Vassallo giornalista di Rtc ha riferito di avere appreso da lei di uno sfogo di Rostagno con lei circa la situazione di Marsala.
Io ricordo che qualche tempo dopo la morte di Mauro andai a Marsala per fare un servizio, certo lo spunto mi venne dalle parole di Mauro.
Oggetto dello sfogo ?
Non ricordo più, adesso non lo ricordo più.
La questione di Marsala era legata ad un traffico di droga che riguardava la Saman di Marsala.
“Lo escludo, questo lo escludo”, non sapevo nemmeno che c’era una sede di Saman a Marsala, lo apprendo ora.
Io scrissi un articolo sul senatore Pietro Pizzo e sull’Ente fiera del Mediterraneo, su questo si, ma di altro su Marsala non ho scritto.
E’ un articolo del 1988 qualche mese dopo la morte di Rostagno, dicembre 1988.

Avv. Galluffo chiede di potere avere copia dell’articolo che il teste Marcenaro mostra di possedere.

A domanda del Pm del Bene Marcenaro, smentisce il dialogo con Vassallo in quei termini, “io non sapevo proprio che esistesse una comunità Saman a Marsala”.
Ha avuto mai la disponibilità di un immobile a San Vito lo Capo.
No
Ma a san Vito lo Capo ci sono stato, in casa di Vincino che ha una casa stupenda sula tonnara.

L’Avvocato Lanfranca legge l’articolo e fa notare che scrisse lì del figlio di Vito Mazzara che era consigliere comunale del Psi a Custonaci punto di riferimento di Pietro Pizzo.
Non ricorda la fonte di questa informazione

Il teste viene congedato.

In aula ora l’onorevole Gioacchino Vizzini ex deputato regionale del Pci.

Il teste risponde all’avvocato Lanfranca.
Deputato regionale tre volte dal 1976 al 1991 eletto a Trapani.
Segretario provinciale del Pci nel 1966 e 1967.
Vizzini dice di conoscere Trapani abbastanza bene, impegnato qui per lunghissimo periodo.
Qui incaricato da Pio La Torre da vivo ottimi rapporti con Pio La Torre: “non avevo bisogno che l’amazzassero per dire che era una persona di valore”.

Ho conosciuto Mauro, ero deputato regionale nel periodo, “era un rapporto politico” nella dimensione trapanese, aveva un rapporto nuovo con il Pci, aveva un rapporto di dialogo di confronto e questo rapporto si estendeva con un gruppo di persone della federazione ed era un rapporto continuo.
Non era l’obiettivo di portare Rostagno nel Pci ma di creare un’area progressista e di cambiamento. Trapani è particolare, c’è stagnazione, “controllo della vita pubblica molto forte”, il nostro proposito era rivolgerci alle forze che avvertivano necessità di cambiare per aggregarle.
Trapani in quegli anni 80′ “era una città dominata da un potere visibile”.
“Se uno non ha la capacità di vederlo diventa un potere occulto” ma non era così. Era un potere diretto che dominava tutto e alla luce del sole, informazione, attività pubblica, informazione era affidata a voci canoniche.
“Se dovevo parlare di mafia nessuno mi ospitava”.”se volevo parlare di Roma erano a disposizione” ma per parlare di Trapani non c’era accoglienza.
E questo non avveniva solo in campagna elettorale, avveniva ogni giorno “era la regola”
Rostagno invece “ti cercava per discutere anche in contraddittorio in polemica”.
Non era come i giornalisti di oggi che non fanno le domande che non vanno fatte.
“Quelli che avvertivano la novità” di Rostagno non erano pochi.

Se volevo parlare di mafia, fatti amministrativi, Tele Scirocco non mi invitava, Rostagno e Rtc si.
Io ho partecipato a Rtc a diverse trasmissioni fino a due giorni prima che venisse ucciso, una intervista su una interpellanza a proposito di un bilancio parallelo del comune di Trapani per un importo 25 miliardi di lire circa.
Questo debito venne fuori perché la legge nazionale obbligava a denunciare i debiti fuori bilancio. E qui cominciò un balletto incredibile, impressionante, sulle cifre di questo bilancio parallelo, il comune mise in vendita formalmente I beni comunali per ripianare il debito.
Rostagno ne parlò in tv “avvertì molto il rilievo della cosa”, all’epoca c’era Canino deputato Dc di Trapani e assessore enti locali, da me invitato a fare un’ispezione a Trapani, Canino scappò dall’Ars per non parlare, e sono passati anni per potere discutere di questo argomento in Parlamento.
Dopo tanto tempo, fu mandato una specie di ispettore.

Vizzini parla quindi dell’interpellanza sull’Ente teatro di Marsala Mothia 88, costo 1 miliardo e mezzo di lire, ci fu una indagine della magistratura ,il presidente dell’ente teatro, Licari consigliere comunale socialista, tentò di corrompere due carabinieri, fu arrestato. La storia fu tirata fuori da Rostagno, la mia interpellanza fu successiva.
“Rostagno a certuni faceva venire il bruciore di stomaco, ogni giorno ce ne era uno con garbo con intelligenza”.

A Trapani avvengono cose gravi di rilievo nazionale, mi riferisco alll’attentato al giudice Palermo, non si era ancora seduto, era qui da pochissimi mesi.
Il giudice Giacomelli, Iside 2 loggia massonica, il coinvolgimento di Canino.
“Rostagno conduceva una campagna persistente”, con garbo ma persistente.

Si occupava del delitto Lipari, un argomento tabù.
Dobbiamo essere grati a Rostagno, “ha svolto un ruolo utile per noi, poteva tranquillamente fare il giornalista come gli altri”.
Cosa gliene veniva ?

Io escludo che qualcuno uccida uno senza fare degli avvertimenti
“Rostagno ha resistito” anche a questi avvertimenti, ed io gliene sono grato, ha fatto qualcosa utile anche per me.

Iside 2: ricorda di altri nomi iscritti, chiede l’avv. Lanfranca.
Nella loggia C riservata c’erano personaggi selezionati che erano pluri-pregiudicati ma anche alti funzionari del comune, qualcuno che aspirava a fare il deputato e non ci riusci.
C’era Calabrò, uomo coinvolto nell’attentato al giudice Palermo, persone con curriculum solido con precise credenziali.

Riconosco a Rostagno “il merito di avere portato a conoscenza dei trapanesi questi elementi, non tacendo”, fatti che non sarebbero stati conosciuti, con campagna seria e insistente sulla commistione di interessi tra Canino e la loggia sono state dette cose essenziali, “altri hano taciuto”.

L’avv. Lanfranca cita intervista in tv fatta da Rostagno dove l’on Vizzini parlava di alleanze oscure che ritornano e di vento di normalizzazione.
Massonerie segrete e deviate sono state trovate anche altrove ma l’unico commissario che ha pagato è stato il commissario di Ps, Montalbano che a Trapani aveva scoperto la Iside 2, retrocesso e in seguito credo abbia lasciato il servizio.
Giammarinaro da operatore dell’edilizia, diventa specialista della sanità, un precursore di Aiello.
“A Trapani cosa nostra è stata legalizzata”.
Erasmo Garuccio negò l’esistenza stessa della mafia.
Qui non si muoveva foglia, senza accettazione delle regole mafiose.
Per questo distinguo Trapani dalle altre città anche della stessa provincia, quale Marsala per esempio.
Se serve uccidere il magistrato qui a Trapanni si ammazza.
Ciaccio Montalto era un “marziano” ed è morto.
Questi giudici non sono diventati gli eroi di Trapani, su loro è scesa una cappa di oblio.
Quando la CISL esprimeva Cangelosi, era una cosa diversa, una persona perbene. Non faccio di tutta l’erba un fascio.

Domande ora del pm Paci
Come Pci avevamo sensazione che eravamo osservati da qualche organizzazione, e in modo illegale, che qui a Trapani ci fosse una attività che attenzionava noi lo avevamo capito.

C’erano stati segnali specifici sulla presenza di un aereo che portava armi.

Il Pm osserva che di Gladio o di Stay-behind se ne parla per la prima volta nel 1991 e quindi chiede quando con Rostagno si parlava di queste cose di cosa si parlava di preciso.
Vizzini ribadisce di parlare di una attenzione antica, radicata, del suo partito a guardarsi attorno, erano anni difficili segnati da forte contrapposizione e discriminazioni, noi non sapevamo che chi ci osservava si chiamasse Gladio o diversamente, ma che c’erano attenzioni su di noi a Trapani, e a Palermo su La Torre, eravamo sicuri.
Ne parlava di queste cose con Pio La Torre ?
Si, La Torre sapeva, e non erano attività solo recenti.

Come PCI, facemmo delle indagini in via riservata a proposito dell’aereo, della pista, o delle armi.
Ho parlato di quel misterioso aereo con Rostagno, dell’aeroporto di Kinisia, di armi non so.
All’epoca raccogliemmo questa segnalazione di un episodio, il movimento di un aereo su quella pista.
Rostagno ne era a conoscenza e la mia impressione è che lui avesse visto l’aereo e memorizzata la cosa.
Ho visto che la stessa organizzazione in tempi successivi ha confermato che c’era un aereo e che questo aereo è atterrato qui.
Rostagno era molto interessato, ma fu molto prudente.
Il colloquio avvenne mesi prima della sua morte, e la ragione per cui ci siamo incontrati, forse nei locali di Rtc non era questa.

Pm del Bene
Canino ha protetto gli interessi di questi amministratori (quelli del bilancio parallelo), perchè non pagassero.
Di mafia a Trapani non se ne doveva parlare, Ne parlai con l’allora procuratore di Trapani Lumia e vidi il procuratore che si contorceva sulla sedia.
Era un’epoca, un fatto culturale. Può oggi sembrare incomprensibile, ma allora era un tabù il parlare di mafia.

L’Avvocato Esposito chiede di Canino
Rostagno le parlò mai di avere visto un aereo che scaricava armi.
Vizzini, io non posso ricordare una chiaccherata di 22 anni e mezzo fa (nei dettagli), ma io non ho dubbi, ho parlato di questo con Rostagno.
Io riferii la cosa al partito, come “anche Mauro Rostagno dice”, questa cosa dell’aereo non mi sembrò una forzatura.

Avvocato Crescimanno
Con Rostagno abbiamo parlato di questo (dell’aereo), le nostre fonti erano le più impensabili, l’aereo lo hanno visto, e ciò vuol dire che c’era. E lo hanno visto una volta sola, dove andava non lo sappiamo.
L’avvertimento a Rostagno veniva da tutti coloro che erano disturbati dall’attività di Rostagno.
Molto fastidio in molti dall’attività di Rostagno.
Una parte della città era contenta, ed una parte era scontenta, come per L’Ora, giornale che non c’è più, e di cui ora parlano tutti bene.

Avvocato Francesco Greco
L’aereo era un aereo civile o militare ?
Un piccolo aereo civile.
Mi segnalarono Kinisia.
Il PCI era l’unico partito all’opposizione a Trapani.
La storia di Marsala è diversa, ha avuto per lunghissimi periodi amministrazioni di sinistra, poi è prevalso il vento craxiano, e in questo quadro si iscrive la vicenda dell’Ente teatro di Marsala. Il riferimento in quel periodo era principalmente Pietro Pizzo, ma c’era anche Egidio Alagna e ognuno era diverso dagli altri.
Conosceva Burgarella l’editore di Rtc ?
Si, l’attività della televisione veniva seguita molto dalla signora Ingrasciotta la moglie.

Domande dell’avvocato Vezzadini
Sul fatto che di mafia si parlava solo a Rtc, chiede se ricorda le trasmissioni che faceva un giornalista di nome Bologna.
Si, Tele Scirocco risponde Vizzini, era una televisione diffusa che “aveva una collocazione molto prudente”, non affrontava molto questi temi, non amava farlo.
A Tele Scirocco si affrontavano temi di politica, di attualità ?
Tele Scirocco era una televisione molto importante, Bologna era un giornalista attivo e combattivo.
La televisione era molto presente nella vita cittadina, era più diffusa rispetto a Rtc.
L’avvocato Vezzadini chiede se Bologna andava in tv a parlare di mafia.
Non ricordo e se non ricordo è forse perché non ne parlava.
Da quanto tempo Tele Scirocco era attiva ?
Da anni.
All’aeroporto di Kinisia, c’è mai stato personalmente in quegli anni?
No, so dove è, ma non ci sono stato, la pista di Kinisia non è in uso dalla fine della guerra.

Avvocato Ingrassia avvocato difensore di Virga
Domanda ancora su aereo Chinisia e sulla difesa del Pci da attacchi esterni
Adottare cautele ed essere prudenti era la regola in un partito organizzato.
Perchè un piccolo aereo civile che atterra a Chinisia suscita attenzione nel gruppo dirigente del PCI ?
Non era il piccolo aereo che suscitava attenzione, ma l’insieme di piccoli segnali.
In se non suscitava sul momento chissà quale allarme, ma veniva registrato, come parte di un insieme di fatti.

Domanda dell’avvocato Galluffo sul bilancio parallelo della città di Trapani.
Vizzini risponde ribadendo in parte le precedenti dichiarazioni.
In particolare il cosidetto bilancio parallelo era una sommatoria di spese fuori bilancio, fatte con il meccanismo della massima urgenza e su cui il Comune a detta di Erasmo Garuccio pagava il 16% di interessi. A denunciare la cosa fu l’assessore al bilancio Bartolo Pellegrino il quale parlò di 25 miliardi di debiti.

Il Presidente Pellino chiede delucidazioni sulla intervista a proposito del bilancio parallelo.
Vizzini racconta che Rostagno diede notizia della sua interpellanza all’Ars, che nessuno in precedenza aveva commentato e rilanciò l’appello alla chiarezza sulla questione.
Dopo l’appello di Rostagno, io vado in assemblea, l’assessore socialista Lombardo, era d’accordo che Canino dovesse rispondere, l’assessore Canino si sottrae, una volta in aula scappò. Dopo mesi mandò un certo ispettore De Vita, nel frattempo una legge nazionale sanò la cosa.

Aereo a Chinisia, lei informò il gruppo dirigente Pci e riferì questa notizia, come apprese la notizia ?
Il fatto non assunse rilievo di un fatto straordinario che in quanto tale si memorizza, era un dettaglio che eventualmente sommato ad altri fatti avrebbe mostrato che c’era una situazione di tensione.
Purtroppo non ricordo chi me ne parlò.
Penso qualcuno che abitava lì.
Non era una persona importante, un giornalista, il fatto finì lì.
Oggi questi fatti assumono rilievo, sarei contento di potere dire chi fu a parlarmene.
Credo che fosse un abitante della zona
Io ricordo Mauro molto vigile a queste cose che si muovevano al di fuori di una logica legale.

Fine dell’audizione del teste Vizzini

Entra il teste Michele Monreale all’epoca operatore di Rtc

Conduce l’interrogatorio l’avvocato Lanfranca

Monreale racconta di essere arrivato a Rtc nel settembre del 1987 come aiuto operatore, poi nell’ultimo periodo di vita di Rostagno è stato operatore.
Era lui che faceva le immagini al processo Lipari assieme a Gianni Di Malta e altri servizi.
Tra gli episodi degni di nota ricorda che qualche giorno prima della moprte di Rostagno, tornando dal fare un servizio stavano andando a Rtc, guidava il Monreale, e stava prendendo la dorsale Zi.
Mauro Rostagno gli disse di prendere per via Virgilio, “perchè lì vediamo più gente”.
Col senno di poi mi sono chiesto perché mi ha consigliato di cambiare strada.
Magari ho pensato poi dopo il delitto che era per la sua sicurezza fare un’altra strada ma non so se ha mai ricevuto minacce.
La sua stanza prima era sempre aperta e poi negli ultimi tempi era chiusa a chiave.
Durante il processo Lipari ricorda due episodi, uno glielo ha riferito Di Malta. Agate gli disse di riferire a quello con la barba di non dire minchiate, durante una pausa del processo.
In un’altra occasione l’Agate rimproverò Di Malta per avere ripreso i bambini, (la figlia) che era in aula.
A me queste cose sono state riferite non le ho sentite con le mie orecchie, sebbene fossi con Di Malta in aula lo vidi andare verso Agate e parlare con lui, quando tornò gli chiesi cosa gli avesse detto.
Sul primo episodio però non è certo che fu Di Malta a raccogliere quello sfogo contro Rostagno da parte di Agate, potrebbe essere stato forse Massimo Coen.

Domanda del Pm Del Bene
Rostagno sapeva usare una telecamera ?
Io non l’ho visto mai usare una videocamera

Domanda dell’Avv. Galluffo.
Per un periodo Rostagno non chiudeva la stanza a chiave, lo cominciò a fare qualche tempo prima della sua morte.

Domanda presidente Pellino.
Accompagnò Di Malta nel 1988 a fare riprese dall’alto in elicottero per un’operazione militare ?
Non credo, io su un elicottero ci salii anni dopo quando ero a Telesud.

Domanda dell’avvocato Galluffo
Quante volte è salito su un elicottero,
Quattro-cinque volte, con Telesud, la prima volta forse nel 1994, poi in data successiva poi durante l’Americas Cup e quindi un’altra volta più recentemente.

Ancora domande del Presidente Pellino
Appresi della morte di Rostagno, mi chiamò a casa il mio responsabile tecnico di allora Rocco Messina, dicendomi che dovevo andare subito in sede perché avevano sparato a Mauro.
Io avvisai un’altra emittente locale dove c’era Gianni Di Malta e siamo andati a Rtc.
Io sono andato all’obitorio dell’ospedale di Trapani, dove ho fatto anche il riconoscimento della salma perché non c’erano parenti.
A Rtc vide l’ufficio di Rostagno, la porta era aperta o chiusa?
Non ricordo, risponde il teste, c’era confusione.
Prendeste una macchina per le video riprese ?
No, sono andato all’obitorio.
Le immagini del luogo del delitto non sono immagini di Rtc, sono immagini di Telescirocco.

Udienza chiusa e rinviata al 13 giugno.

Tutta l’udienza su Radio Radicale

La precedente udienza del 23/05/2012 la trovate qui