Si, vabbè, però…

non so voi, ma io penso che un comunicato così lo si poteva fare trenta anni fa, non nel 2012.

Dal massimo rappresentante del consesso cittadino, ci si attendono considerazioni intorno al coinvolgimento nell’inchiesta di un componente del consiglio comunale, nonchè membro (seppur autosospeso) del suo partito.

Tutto il resto è fuffa !

“Comunicato stampa

a seguito dell’operazione “CRIMISO” della Polizia di Stato
CASTELLAMMARE NON E’ QUESTA!

Il Consiglio Comunale di Castellammare del Golfo, colpito con sgomento dalle notizie di cronaca di questi giorni, ripudia fermamente questi atti mafiosi portati alla luce dalle Forze dell’Ordine ai quali esprime gratitudine per il lavoro di “pulizia” svolto, per non aver mai abbassato la guardia e per la forza che continuano a darci nello sperare in un futuro liberi dalla morsa della mafia.

Il prossimo passo spetta a noi Castellammaresi per cambiare quelle condizioni che favoriscono il proliferare delle criminalità organizzate.

Il Consiglio Comunale ricorda che fin da subito, dal suo insediamento, dietro invito dell’Associazione Antiracket ed Antiusura di Castellammare del Golfo, ha creato un Regolamento a sostegno delle vittime del racket e dell’usura con relativa costituzione di un capitolo di spesa per sostenere le vittime e tutti coloro i quali denunciano questi atti mafiosi collaborando con la Polizia di Stato a fare “pulizia”.

Ma il nostro lavoro non può limitarsi a questo; è chiaro che la forte disoccupazione e la crisi economica mondiale non è di aiuto in quanto è scientificamente provato che con l’aumento della disoccupazione, e del conseguente disagio economico e sociale, aumenta progressivamente la delinquenza comune ed organizzata.

L’aumento della disoccupazione rende più facile, alle organizzazioni mafiose, procurarsi manovalanza.

Castellammare del Golfo custodisce da tempo una delle possibili soluzioni che può aiutare a far mancare la manovalanza alla mafia; questa soluzione si chiama “Porto di Castellammare”.

Avere il porto turistico ultimato darebbe inevitabilmente uno slancio all’economia non solo di Castellammare del Golfo ma dell’intero circondario.

E proprio sulla questione porto presto verrà ritrattato in Consiglio Comunale tale tema quale ultimo atto di una commissione consiliare speciale che tanto si è spesa per illuminare numerosi lati oscuri di una vicenda divenuta sicuramente non trasparente.

Il Consiglio Comunale di Castellammare del Golfo nell’esprimere il proprio plauso alla Magistratura ed alle Forze dell’Ordine, invita tutti quanti – ognuno per la propria parte – a lavorare per ridurre fino all’annientamento il facile recupero di manovalanza criminale contribuendo a sbloccare i lavori del porto, ritenuto strumento indispensabile per il rilancio dell’economia e la diminuzione della disoccupazione.

Il Presidente del Consiglio

F.to Giuseppe Cruciata

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Il sindaco Marzio Bresciani: “I cittadini reagiscano nei confronti di chi sa vivere solo con prepotenza. Ringrazio la magistratura e le forze dell’ordine”.

Il sindaco Marzio Bresciani: “I cittadini reagiscano nei confronti di chi sa vivere solo con prepotenza. Ringrazio la magistratura e le forze dell’ordine”..

Retata antimafia a Castellammare del Golfo

MAFIA: TRA ALCAMO, CASTELLAMMARE E CALATAFIMI LA RETE DEL RACKET DI COSA NOSTRA

19 giugno 2012 · by Rino Giacalone · in Notizie dall’Italia

Avevano riorganizzato le cosche mafiose tra Alcamo, Castellammare del Golfo e Calatafimi, le 12 persone arrestate la scorsa notte dalla Polizia nell’ambito del blitz denominato Crimiso. Tra gli arrestati volti noti, dal pedigree mafioso accertato, come i boss Nino Bonura, Nino Bosco, Michele Sottile, il giovane Diego Rugeri, ma anche soggetti nuovi. A capo delle “famiglie” storiche come quelle di Alcamo e Calatafimi vi sarebbero soggetti fino ad ora scon osciuti, un procacciatore di affari, Vincenzo Campo, e un operaio della Forestale, Nicolò Pidone. A incastrarli un summit che i poliziotti sono riusciti ad intercettare per intero e che si è svolto nelle campagne di monte Inici, appena sopra il golfo di Castellammare. Quel summit si era reso necessario perché erano insorti dei litigi e quindi dall’alto, dal vertice mafioso per eccellenza, dagli uomini più vicini al latitante Matteo Messina Denaro, era arrivato un boss, Tommaso Leo, anche lui arrestato la scorsa notte. La mafia sommersa non vuole avere a che fare con le armi, e le lotte intestine che una volta venivano affrontate con le faide e le armi, oggi vengono risolte con i “commissariamenti”. Proprio così. Un “commissario”, il boss di Vita Tommaso Leo, il cui nome per la prima volta venne fuori nell’ambito dell’operazione antimafia e antidroga internazionale denominata Igres, si è occupato di mettere pace a Castellammare del Golfo.

girolamo-genna-ls-ca-coDa Vita si è trasferito a Castellammare, ha rimesso in riga tutti. Ascoltando quella riunione i poliziotti hanno ricostruito la rete mafiosa dedita al racket. Oltre agli arresti anche 15 avvisi di garanzia: uno di questi ha raggiunto il consigliere comunale di Castellammare del Golfo Girolamo Genna, appartenente al Fli; avrebbe messo a disposizione il suo ufficio per alcuni incontri riservati. Tra i risvolti dell’operazione ancora dalle intercettazioni è emerso il nervosismo dei mafiosi verso la politica, anche i boss a proposito di antipolitica la pensano come i comuni cittadini. I reati contestati sono associazione a delinquere di stampo mafioso, estorsione aggravata, incendio aggravato, violazione di domicilio e violazione della sorveglianza speciale. Gli arresti sono scattati all’alba di oggi, poliziotti dello Sco, della Squadra Mobile di Trapani, e dei Commissariati di Alcamo e Castellammare del Golfo, hanno dato esecuzione ad un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal gip di Palermo Luigi Petrucci su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo (indagini coordinate dal procuratore aggiunto Principato, e dai pm Guido, Marzella e Padova). I destinatari dell’ordinanza sono stati:

BONURA Antonino, imprenditore alcamese del 1963 residente a Sesto San Giovanni (MI), pregiudicato per mafia, già Sorvegliato Speciale di P.S.;
BOSCO Antonino, pregiudicato mafioso di Castellammare del Golfo del 1955, in atto detenuto all’ergastolo.
BOSCO Vincenzo, operaio castellammarese del 1963;
BUSSA Sebastiano, pregiudicato castellammarese del 1975 già Sorvegliato Speciale della P.S;
CAMPO Vincenzo, procacciatore d’affari pregiudicato di Alcamo del 1968;
GIORDANO Salvatore, imprenditore pregiudicato di Ravanusa (AG) del 1959 residente a Milano;
LEO Rosario Tommaso, imprenditore agricolo pregiudicato di Vita (TP) del 1969;
MERCADANTE Salvatore, allevatore di Castellammare del Golfo del 1985;
PIDONE Nicolò, dipendente stagionale del Corpo Forestale di Calatafimi del 1962;
RUGERI Diego, detto “Diego u’ nicu” pregiudicato e Sorvegliato Speciale di P.S. di Castellammare del Golfo del 1980;
SANFILIPPO Giuseppe operaio pregiudicato di Castellammare del Golfo del 1983;
SOTTILE Michele, pregiudicato di Castellammare del Golfo del 1962 già sorvegliato speciale di P.S.;

L’indagine ha consentito di ricostruire l’organigramma dei vertici di tale propaggine di Cosa Nostra trapanese oltre che una serie di condotte delittuose commesse dagli indagati.

da Malitalia

Mafia, dodici arresti tra Sicilia e Lombardia indagato anche un consigliere comunale

Gli arrestati secondo la Procura di Palermo sarebbero organici ai clan trapanesi. Perquisizioni a carico di altri 15 indagati, tra cui un consigliere comunale di Castellammare del Golfo

Dodici persone sono state arrestate dalla polizia nell’operazione antimafia ”Crimiso” con l’accusa di far parte dei clan mafiosi della provincia di Trapani. I provvedimenti, emessi dal Gip di Palermo Luigi Petrucci, su richiesta del procuratore aggiunto della Dda, Maria Teresa Principato, e dei sostituti Paolo Guido, Carlo Marzella e Pierangelo Padova, sono stati eseguiti dalla squadra mobile di Trapani e della sezione Criminalità organizzata, in Sicilia a Castellammare del Golfo, Alcamo, Calatafimi e Vita, e in Lombardia a Milano e Sesto San Giovanni.

Associazione mafiosa, estorsione, incendio, violazione di domicilio e violazione delle prescrizione della sorveglianza speciale le accuse contestate a vario titolo. Sono state effettuate perquisizioni domiciliari a carico degli arrestati e di altri 15 indagati in stato di libertà cui è stata notificata l’informazione di garanzia. Tra questi, un immobiliarista e il titolare di uno studio di progettazione, che è anche consigliere comunale di Castellammare del Golfo. I due avrebbero consentito delle riunioni dei mafiosi presso i loro esercizi.

Gli arrestati sono Antonino Bonura, imprenditore alcamese 49 anni residente a Sesto San Giovanni (Milano), pregiudicato per mafia, Antonino Bosco, pregiudicato mafioso di Castellammare del Golfo, 58 anni, detenuto all’ergastolo, Vincenzo Bosco, operaio di 49 anni, Sebastiano Bussa, pregiudicato di 38 anni,Vincenzo Campo, procacciatore d’affari pregiudicato di 45 anni, Salvatore Giordano, 54 anni, imprenditore pregiudicato di Ravanusa (Agrigento) e residente a Milano, Rosario Tommaso Leo, 44 a nni, imprenditore agricolo pregiudicato, Salvatore Mercadante, 28 anni, allevatore, Nicolo’ Pidone, 50 anni, dipendente stagionale del Corpo Forestale di Calatafimi, Diego Rugeri, 33 anni, pregiudicato, Giuseppe Sanfilippo, 30 anni, operaio pregiudicato, Michele Sottile, 50 anni, pregiudicato. L’indagine ha fatto luce su una spaccatura apertasi all’interno della famiglia mafiosa di Castellammare del Golfo dopo gli arresti dei vertici alcuni anni fa nelle operazioni Tempesta I e II. Una spaccatura che secondo li inquirenti poteva portare ad una vera e propria faida interna alle cosche di Alcamo e Castellammare. Un gruppo legato a Diego Rugeri, rampollo di una famiglia mafiosa, sotto l’egida del piu’ autorevole Antonino Bonura, ”reggente” del clan di Alcamo, aveva intrapreso alcune estorsioni ai danni di operatori economici castellammaresi senza il consenso di Michele Sottile, uomo d’onore di Castellammare che, per ”anzianita”’ anagrafica, riteneva di dover capeggiare la cosca locale.

Gli attriti tra i due, sostiene la polizia, potevano sfociare in una vera e propria ”faida”. Per appianare le divergenze, Bonura, assieme a Rosario Leo, affiliato alla famiglia mafiosa di Vita, aveva convocato un summit dei clan di Alcamo, di Castellammare e di Calatafimi in aperta campagna per appianare le divergenze. Questa riunione e’ stata intercettata dagli investigatori, che hanno cosi’ compreso quel che si muoveva nel contesto mafioso provinciale. E’ stata anche riscontrata la presenza di un’ulteriore ”ala autonomista” all’interno della famiglia mafiosa di Castellammare: i boss infatti accusavano Sebastiano Bussa (non presente al vertice di aver richiesto, senza l’autorizzazione della ”famiglia” il pagamento di un’estorsione ad un’impresa edile che stava svolgendo lavori pubblici nel centro della cittadina del golfo. Le indagini hanno fatto chiarezza anche su una serie di estorsioni e incendi ai danni del ristorante ”Egesta Mare” e dei bar ”Vogue” e ”La Sorgente” di Castellammare del Golfo, di vari imprenditori, di un dentista, delle ditte ”Prom.Edil” e ”F.lli Tamburello G. & c. s.n.c.”, esecutrici dei lavori appaltati dal Comune di Castellammare del Golfo per la riqualificazione urbana e il ripristino dell’antica pavimentazione del centro storico. Otre al regolare pagamento di somme di danaro, alle vittime veniva imposto di assumere parenti degli indagati, o di fornire prestazioni professionali gratis. Quest’ultimo e’ il caso del dentista.”

da la Repubblica

RETATA NEL TRAPANESE

Mafia, dodici arresti. Strappata la rete del pizzo
Martedì 19 Giugno 2012 07:23 di Riccardo Lo Verso

Retata nella zona di Trapani. Smagliata la rete del racket e decapitate le cosche. Dodici arresti.
Azzerati i vertici delle famiglie mafiose di Alcamo, Castellammare del Golfo e Calatafimi. In dodici sono stati raggiunti da un’ordinanza di custodia cautelare in carcere. Si tratta di Antonino Bonura, imprenditore alcamese e già sorvegliato speciale; Antonino Bosco, pregiudicato mafioso di Castellammare del Golfo, detenuto all’ergastolo; Vincenzo Bosco, operaio castellammarese; Sebastiano Bussa, anche lui pregiudicato di Castellammare; Vincenzo Campo, procacciatore d’affari di Alcamo; Salvatore Giordano, imprenditore pregiudicato di Ravanusa (Ag), Rosario Tommaso Leo, imprenditore agricolo e pregiudicato di Vita (Tp), Salvatore Mercadante, allevatore di Castellammare del Golfo, Nicolò Pidone, operaio della forestale di Calatafimi, Diego Rugeri, sorvegliato speciale di Castellammare, Giuseppe Sanfilippo, operaio e pregiudicato anche lui di Castellammare, così come Michele Sottile, ennesimo volto noto alle forze dell’ordine coinvolto nell’inchiesta della sezione Criminalità organizzata della squadra mobile di Trapani. Le indagini sono coordinate dal procuratore aggiunto della Direzione distrettuale antimafia di Palermo, Maria Teresa Principato, e dai sostituti Polo Guido, Carlo Marzella e Piero Padova. I reati contestati sono associazione a delinquere di stampo mafioso, estorsione aggravata, incendio aggravato, violazione di domicilio e violazione della sorveglianza speciale.

E’ stata ricostruita la spaccatura all’interno della famiglia mafiosa di Castellammare del Golfo. Il gruppo legato a Diego Rugeri, sotto l’egida di Antonino Bonura, reggente di Alcamo, aveva iniziato a imporre il pizzo senza chiedere il permesso a Michele Sottile. All’orizzonte si profilava una faida evitata nel corso di una riunione. I due gruppi si compattarono per fronteggiare l’avanzata di un’altra fazione, quella di Bussa e dei Bosco. Lungo l’elenco delle vittime del racket: dai titolari del ristorante Egesta Mare di Castellammare del Golfo all’imprenditore Salvatore Buscemi; dai proprietari del bar Vogue al dentista Salvatore Magaddino, sempre di Castellammare del Golfo agli imprenditori della Prom.Edil. e della Fratelli Tamburello di Partanna, vincitrici della gara per la riqualificazione del centro storico di Castellammare. Per finire con il titolare del noto bar La sorgente di Castellammare del Golfo e con gli imprenditori Giuseppe Blunda e Luigi Impastato. Tra gli indagati a piede libero ci sono anche un immobiliarista e il titolare di uno studio di progettazione di Castellammare con un passato da consigliere comunale che avrebbero ospitato delle riunioni di mafia.”

da Live Sicilia

“Mafia: 12 arresti nel trapanese, in carcere consigliere comunale

ultimo aggiornamento: 19 giugno, ore 08:38

Palermo, 19 giu.- (Adnkronos) – E’ in corso una vasta operazione antimafia nel trapanese eseguita dalla Squadra mobile che ha arrestato dodici persone. I provvedimenti sono stati emessi dal Gip di Palermo Luigi Petrucci, che ha accolto le richieste del Procuratore aggiunto di Palermo, Maria Teresa Principato e dei pm Paolo Guido, Carlo Marzella e Pierangelo Padova. In carcere anche un consigliere comunale di Castallemmare del Golfo. Gli arresti sono stati eseguiti tra la Sicilia e la Lombardia, da Castellammare del Golfo, Alcamo, Calatafimi e Vita, e in Lombardia a Milano e Sesto San Giovanni.”

IGN

Il posto più strano in cui avete fatto l’amore ?

In una traversa di via Sciuti sul cofano dell’auto” potranno rispondere orgogliosamente, ai tanti che si vanteranno di averlo fatto in ascensore, nei camerini di un negozio, in acqua, sullo scooter, e chi più ne ha più ne metta, il ventinovenne originario di Castellammare del Golfo e la ventiseienne di Alcamo, bloccati dai poliziotti mentre facevano sesso fantsioso e senza freni sul cofano di un’Audi in via Frate Pasquale Sarullo, una traversa senza uscita della via Sciuti a Palermo.

I testimoni oculari della “performances” cui hanno potuto assistere intorno all’una di notte, con buona illuminazione e dall’alto di uno dei quattro edifici che si affacciano sulla via Sarullo, dicono che l’amplesso è durato una buona mezzora.

Uno dei testimoni ha deciso ad un certo punto di chiamare la polizia.
Gli agenti arrivati sul luogo del fattaccio hanno invitato i due focosi amanti, a ricomporsi e hanno provveduto a denunciarli per atti osceni in luogo pubblico.

Riflessione finale:
Mezzora in quelle condizioni avventurose ci permette di affermare che almeno in questo caso l’onore castellammarese è da considerarsi salvo !

Trapani: non c’è pace tra le tonache (10) – Trapani, diocesi di Gomorra !

Anche oggi due articoli su “La Stampa” di Torino dei due inviati venuti apposta a Trapani, per capire di più sul legame tra le vicende della Curia Trapanese e gli interessi che girano intorno alle dimissioni di Gotti Tedeschi dallo IOR.

E ci va giù pesante Giacomo Galeazzi, che come incipit del suo pezzo definisce, Trapani, “diocesi di Gomorra”.

Scandali sessuali e corruzione – La guerra dentro la diocesi
Lotta senza esclusione di colpi tra l’ex vescovo e l’economo

di GIACOMO GALEAZZI – INVIATO A TRAPANI

Trapani, diocesi di Gomorra. Violazione della clausura in un convento di suore, cinquanta immobili della Curia svenduti agli amici a un decimo del loro valore, ammanchi milionari nei bilanci, lettere di censura dei ministri vaticani dei religiosi e dei vescovi. Le carte segrete che hanno indotto la Santa Sede a rimuovere lo scorso mese il presule trapanese Francesco Micciché aggravano il quadro già inquietante delineato dall’inchiesta della procura.

Ogni documento apre squarci da far-west ecclesiastico tra procedure canoniche calpestate, abusi di potere, contabilità truccata. Per esempio, a fine novembre il cardinale Marc Ouellet, responsabile vaticano dei vescovi, chiede conto a Micciché (su segnalazione del dicastero per gli Istituti di vita consacrata) di una perquisizione al monastero benedettino dell’Angelo Custode ad Alcamo. Era accaduto, infatti, l’impensabile, in barba alla configurazione giuridica «sui iuris» del convento. Alle cinque di mattina, infatti, la guardia di finanza e il pm avevano bussato alla porta del convento, «alla presenza del vescovo che ne ha autorizzatol’accesso». Gli investigatori cercavano l’atto di cessione del complesso storico (valore due milioni di euro) all’economo diocesano don Ninni Treppiedi, sospeso dal ministero sacerdotale per le irregolarità amministrative. Le suore, però, fanno quadrato attorno al sacerdote già da tempo in lotta con il suo vescovo per la gestione finanziaria della diocesi e si barricano dentro. Per un’ora Micciché aveva cercato di mediare e, quando si presentarono i vigili del fuoco per fare irruzione in canonica, le religiose si piegarono alla perquisizione. A condizione che il vescovo si allontasse e che fosse nominato un bibliotecario come loro fiduciario. I finanzieri finalmente entrarono, ma non trovarono nel monastero i documenti (poi rintracciati nell’abitazione di un amico egiziano) con cui le suore avevano nominato amministratore ed erede universale don Treppiedi, che di Alcamo era anche l’arciprete.

I guai per Micciché sono appena iniziati. Finisce sotto accusa in Vaticano per aver permesso alle forze dell’ordine quell’invasione della clausura che ha «violato l’intimità delle monache e creato disagi alle consacrate». Inclusa la «gravissima ispezione da parte delle guardie all’interno del tabernacolo». Parte l’inchiesta della Santa Sede e l’incaricato papale, ex numero tre della Cei e presidente degli affari giuridici, vescovo Domenico Mogavero, lavora ad una relazione minuziosa da consegnare personalmente a Benedetto XVI. Nel vortice di accuse di scandali sessuali, malaffare e corruzione, Mogavero, da esperto giurista, lascia da parte le voci e si basa soltanto su atti incontrovertibili. E cioè, i documenti contraffatti o mancanti di operazioni immobilari insensate, portate a termine scavalcando controlli e passaggi obbligati della procedura canonica. In sei mesi l’indagine è un faldone di prove schiaccianti contro entrambi i contendenti. Poche settimane dopo aver ricevuto la relazione di Mogavero, la Santa Sede destituisce Micciché e conferma la sospensione di Treppiedi.

da “La Stampa.it

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E Guido Ruotolo, anche lui inviato a Trapani, non è più leggero e ci parla di “una guerra per il «potere» e il «denaro» in terra di mafia, combattuta all’interno della Chiesa”.

Nella lotta di potere tra l’ex vescovo e l’ex economo della diocesi di Trapani l’inchiesta sta evidenziando vicinanze con gli uomini di Cosa Nostra
Trapani, l’ombra di Cosa Nostra dietro lo scandalo

di GUIDO RUOTOLO – INVIATO A TRAPANI

Questa è la storia di una guerra per il «potere» e il «denaro» in terra di mafia, combattuta all’interno della Chiesa e che ha avuto delle vittime: un vescovo destituito, un economo diocesano sospeso a divinis e indagato dalla magistratura italiana. L’uno e l’altro fino a ieri – e chissà se non ancora – con pesanti coperture, con cardinali e ministri che dalla Santa Sede hanno dispensato loro benedizioni. «Il Vescovo Miccichè per parte di madre ha stretti legami parentali con uomini d’onore di San Giuseppe Jato». Benvenuti a Trapani. Il narratore di questa storia è un prelato influente. Tanto che le precisazioni della Procura di Trapani di non nominare il nome di Matteo Messina Denaro invano, sono superate dalla «terribile preoccupazione» che non viene nascosta neppure tra i collaboratori più stretti del Santo Padre. E cioè che tra i soldi trapanesi transitati su conti Ior, «si nascondono soldi orribili». E il perché lo spiega il nostro prelato: «È emerso solo uno spruzzo di lava, sotto c’è una bomba a orologeria che è pronta a esplodere». E, dunque, colpisce che il vescovo defenestrato, Francesco Miccichè, che pure aveva avuto la proposta di dimettersi in cambio di un coperchio sullo scandalo, sia «accusato» di essere «vicino ad ambienti mafiosi».

Rimosso dal Pontefice

Il suo processo – con condanna – l’ha subito in tempi strettissimi. Il vescovo di Mazara del Vallo, Domenico Mogavero, era stato inviato dal Papa a ispezionare e riferire direttamente a lui. L’istruttoria, da giugno a dicembre, si è conclusa con una «camera di consiglio» e al termine (a maggio), il Pontefice ha sostituito Micciché. Quali le colpe, i reati e i peccati di Miccichè? Purtroppo, nell’inchiesta della Procura di Trapani sugli imbrogli dell’ex economo della diocesi, don Ninni Treppiedi, il vescovo è parte lesa, è la vittima di una campagna diffamatoria e calunniatoria che don Ninni ha orchestrato con due giornalisti locali. Ma il sospetto è che i due abbiano «alienato beni della diocesi» che non potevano alienare perché sarebbe stato necessario il consenso del Vaticano, essendo di valore superiore al milione di euro. E le operazioni sono state prive di autorizzazioni interne come sarebbe stato necessario.

Vista da Oltretevere, questa di Trapani è la storia di due soci in affari, il Vescovo e l’economo, che a un certo punto rompono il loro rapporto per questione di affari. In un’intervista a un mensile siciliano, don Ninni Treppiedi ha detto: «Credo che quando due persone dopo dieci anni che stanno insieme divorziano (il riferimento è alla rottura con il Vescovo Miccichè, ndr) quanto meno devono avere la buona creanza di lavare i propri panni, soprattutto se si tratta di cose molto delicate, in casa, in questo caso tra le stanze del Vaticano e non andarsi a sputtanare».

Forse possono infastidire certe parole, ma la sostanza è più grave: non portare fuori dalla Chiesa le beghe interne è un messaggio tipicamente mafioso. Secondo i testimoni di questa faida, in realtà, la rottura avviene quando il Vescovo promuove l’economo nominandolo arciprete di Alcamo. Don Ninni si «allarga», bypassando il vescovo nella promozione di affari immobiliari.

La rottura definitiva

La rottura tra i due avviene dunque per motivi di potere e denaro. Era stato don Ninni a introdurre il Vescovo nel mondo della politica locale, alla corte di Antonio D’Alì, ex sottosegretario all’Interno con delega a gestire i fondi dedicati al culto. Si cementa così un rapporto d’interesse intenso. Il sottosegretario è molto attento a soddisfare le richieste del vescovo per ristrutturare chiese, conventi, luoghi di culto. E don Ninni cresce grazie a certe frequentazioni.

Trapani è città di massonerie e logge coperte. Il senatore D’Alì, poiché il padre di Matteo Messina Denaro era campiere nelle terre di famiglia, conosceva bene il capo dei Corleonesi nel Trapanese. E il senatore, indagato per concorso esterno in associazione mafiosa, ha ottenuto il rito abbreviato.

La storia di questa guerra tra due schieramenti interni alla Chiesa sembra la metafora di una guerra incruenta interna a Cosa nostra. In carcere tutti i «viddani» (da Riina a Provenzano), della vecchia guardia è libero solo Matteo Messina Denaro. È un reduce. Defenestrato il vescovo, don Ninni si pensa vincitore, anche se è stato sospeso a divinis. E presto la giustizia italiana farà il suo corso. Per don Ninni è questione di ore e poi dovrà vedersela in Tribunale.

da “La Stampa.it

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La procura di Trapani prepara un’altra rogatoria sui conti sospetti. E anche Roma vuole chiarimenti

di GUIDO RUOTOLO – INVIATO A TRAPANI

VATICANO, I MISTERI DELLA BANCA. L’INCHIESTA SICILIANA – Ior, nuovo affondo dei giudici

La Sala Stampa del Vaticano fa sapere che i magistrati della Santa Sede stanno analizzando la richiesta di Trapani. Non è un semaforo verde alla rogatoria inoltrata dalla Procura, è un tentativo di rompere l’accerchiamento, di alleggerire il carico, la pressione sul Vaticano.

Come se non bastassero i «corvi» e i «maggiordomi». E poi i guai dell’ex numero uno dello Ior, il professor Gotti Tedeschi, il 4 giugno, veicola un’email di cui è venuto in possesso e che lo riguarda. Un’email in cui è scritto: «Quello che puoi fare è creare un consenso perché si chieda a gran voce una commissione d’inchiesta (o un commissario) sul caso Gotti Tedeschi».

I veri titolari

Ecco, come se non bastasse tutto questo, come se già l’aria non fosse carica di complotti, ci voleva pure Trapani, con i suoi ammanchi di milioni di euro dalle casse della Curia. Senza parlare dei conti milionari aperti dai trapanesi allo Ior, con il fondato sospetto che i veri titolari siano uomini di Cosa nostra. Anche il procuratore di Roma, Giuseppe Pignatone, che si occupa di riciclaggio alla banca vaticana, ha chiesto chiarimenti a Trapani, manifestando disponibilità a collaborare all’inchiesta siciliana (Trapani gli ha mandato la sua rogatoria). E potrebbe non essere l’unica. Le indagini trapanesi si stanno arricchendo di acquisizioni processuali tali che la Procura sta valutando in queste ore di procedere a un’ulteriore rogatoria da inoltrare alla Santa Sede.

Il conti di don Ninni

Afa da Ferragosto, e siamo solo a giugno. La tensione in città si taglia a fette. Perché qui, a Trapani, il clima non è diverso da quello che si vive nelle Sacre Stanze. Un vescovo defenestrato dopo un processo sommario non è da tutti i giorni. Soprattutto se è vero che l’indagato eccellente per la storia degli ammanchi nelle casse della Curia è un prete, don Ninni Treppiedi, di quelli che frequentano i salotti buoni della città. Un sacerdote molto legato a quell’ex sottosegretario berlusconiano, Antonio D’Alì, finito sotto processo per concorso esterno alla mafia. Un uomo della dinastia dei banchieri D’Alì che avevano terre dove ha prestato servizio come campiere anche Francesco Messina Denaro, padre del boss Matteo, l’ultimo degli Stati Maggiori stragisti di Cosa nostra, ancora latitante.

Terra di banche e di riciclaggio d’alta mafia, il Trapanese. Addirittura nella vicina Castellammare del Golfo, Giovanni Falcone si avvicinò alle raffinerie di «polvere bianca» di Cosa nostra. Ma terra anche di massoneria, con la sua loggia spuria, la Loggia Scontrino, dove mafiosi e borghesia andavano a braccetto.

La vicinanza a Cosa nostra

La Chiesa di Trapani, quando lo Stato reagì alle stragi di Falcone e Borsellino con il 41 bis, divenne punto di riferimento delle famiglie mafiose che protestavano contro il carcere disumano.

Ecco, i contrasti attuali nella Chiesa di Trapani nascono in questo contesto. Il vescovo Micciché è stato defenestrato per aver collaborato alle indagini della magistratura italiana? O perché don Ninni Treppiedi ha messo a verbale davanti a un pm che il vescovo aveva conti milionari (dollari) allo Ior?

Che storiaccia, l’inchiesta siciliana. Don Ninni si era specializzato in firme false, quella del vescovo Micciché gli riusciva benissimo, diventando per grazia ricevuta amministratore ed erede universale di beni ecclesiastici e complessi storici come il convento di Alcamo «Angelo Custodia».

Il «saccheggio»

Dalla lettura delle carte della Procura, questo è il giudizio che si trae su don Ninni e i suoi complici: «Il contesto nel quale operano è quello di un vero e proprio saccheggio di beni di titolarità della diocesi trapanese e delle varie parrocchie “frequentate” dal Treppiedi, da ultimo quelle alcamesi».

Il sospetto degli inquirenti è che il giro d’affari di don Treppiedi sia stato intorno a una decina di milioni di euro, che dovrebbero essere transitati su conti Ior. Il legale del sacerdote, l’avvocato Galluffo, però precisa che il suo assistito aveva un solo conto corrente alla banca vaticana, per un importo complessivo di 16.000 euro (il conto è stato chiuso), frutto degli stipendi per il lavoro svolto all’università «Lumsa». E nessun altro. Lasciando così intendere, l’avvocato di don Ninni, che conti milionari allo Ior ci sono e sono riconducibili ad altri.

da “La Stampa.it

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Gli strani affari del don “Ha fatto sparire un milione di euro” – L’economo nel mirino dei magistrati

di GIACOMO GALEAZZI INVIATO A TRAPANI

All’apparenza è un intrigo di potere locale, in realtà è uno scontro nel cuore del potere vaticano. Con tanto di maggiorenti Cei e cardinali di Curia schierati per l’una o per l’altra parte. Nella devastante faida di Trapani tra il vescovo defenestrato Micciché e l’economo ribelle don Treppiedi entrano in campo fazioni ecclesiastiche e santi in paradiso. Nel decreto in cui si stabilisce la «sospensione dal sacro ministero», il 20 febbraio, la Congregazione per il clero ritiene provata la responsabilità di don Antonino Treppiedi per il «mancato rendiconto» di gestione con «particolare riferimento a due assegni bancari di 97mila e 50mila euro». Per la Santa Sede «l’ostinata contumacia del reo» e la «speciale gravità della violazione» esige «l’urgente necessità di riparare lo scandalo dei fedeli».

Ma don Treppiedi non accetta la sanzione e così è lo stesso ministro del Clero, cardinale Mauro Piacenza a scrivere il 31 maggio al sostituto di Micciché, l’arcivescovo Plotti, per ribadirgli che «la censura della sospensione al sacerdote è immediatamente esecutiva ed efficace». Malgrado ciò l’avvocato di don Treppiedi sostiene ancora che il provvedimento sia congelato da un ricorso. Intanto le carte vaticane (dove si evidenzia un ammanco di oltre un milione di euro) e quelle dei magistrati di Trapani descrivono un vortice infernale di rogiti, mutui, operazioni finanziarie. Più che una diocesi, quella di Trapani sembra un’agenzia immobiliare. Una sequela di vendite, passaggi di mano, trasferimenti, come la cessione a prezzi stracciati della canonica della parrocchia del Rosario. Secondo la procura, Micciché era sempre all’oscuro di tutto, persino che don Treppiedi avesse svenduto la canonica a un suo fedelissimo. Tutto alle spalle del vescovo. Anche il convento di Alcamo affidato dalle suore al sacerdote. L’inchiesta della procura, che aveva prima innescato il 7 giugno 2011 l’invio del «visitatore apostolico» Mogavero e a metà maggio la rimozione del vescovo Micciché, riguarda ufficialmente un ammanco di denaro nella fase di incorporazione da parte della fondazione «Auxilium» di un’altra fondazione gestita dalla Curia, la «Campanile». Sullo sfondo come nella tradizione dei «pupari» siciliani si muovono, però, ingombranti padrini. Micciché deve molto della sua carriera al discusso arcivescovo Cassisa, sotto la cui guida la diocesi di Monreale divenne epicentro di veleni e bufere di mafia. Treppiedi da parte sua ha parentele e amicizie influenti tra porporati e politici. In Sicilia come a Roma è guerra di nervi e di calunnie. Malaffare, scandali sessuali, nepotismi, sodalizi con «uomini d’onore». Ogni arma è buona pur di danneggiarsi. Qui la Chiesa conta ancora tanto: nelle urne, nei cda delle banche, tra la gente che affolla il porto e i paesi barocchi. Non è un caso che per «pacificare» quest’angolo indocile della Sicilia la Santa Sede abbia speso l’influenza della Cei delegando l’ex vicepresidente (Plotti) e l’ex sottosegretario (Mogavero). Malgrado ciò, la guerra è tutt’altro che terminata.

da “La Stampa.it

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