Riprendono i lavori del porto: toccarsi please !

L’assessore regionale alle Infrastrutture, Nico Torrisi, ha annunciato oggi che non ci sono più ostacoli burocratici per la ripresa dei cantieri per entrambi i lotti di lavori dell’area portuale.

Il primo lotto sospeso per il sequestro dei lavori per l’utilizzo di cemento depotenziato sarà eseguito dalla medesima ditta che aveva eseguito le precedenti opere la CO.VE.CO. quella coinvolta nella recente indagine sul MO.SE.
Resta da realizzare ancora un trenta per cento circa del totale dei lavori preventivati per un ammontare di sette milioni di euro circa.

L’ulteriore prosieguo dei lavori, il cosiddetto secondo lotto, era stato aggiudicato in un primo tempo ad un’ATI (Associazione temporanea di Imprese) costituita da COMES TIGULLIO di Chiavari (Ge), CA.TI.FRA srl di Barcellona Pozzo di Gotto (Me), SEICON srl di Castellammare del Golfo (TP) e CO.GE.TA. srl di Trapani, quest’ultima oggetto di sequestro perchè nella disponibilità di Vito Tarantolo e tramite lui (è la convinzione degli inquirenti) in quelle di Matteo Messina Denaro.

Pertanto dopo la rinuncia dell’ATI aggiudicataria i lavori sono stati aggiudicati alla ditta che seguiva in graduatoria. In questo caso i lavori sono pari a circa quindici milioni e mezzo di euro.

Alla conferenza era presente l’onorevole MImmo Turano.

toccarsi

 

Castellammare: condannati i tre degli “arretrati”

Trapani, eredita azienda e il pizzo: tre condanne dopo la denuncia

PALERMO. Dal padre, e poi dalla madre, aveva ereditato l’azienda, la Agesp spa. Ma assieme alla società, operativa nel campo dei rifiuti, Gregory Bongiorno s’era portato dietro anche un pesante fardello: il pagamento del pizzo. Lo scorso anno Bongiorno ha denunciato i suoi estorsori e sotto processo, davanti al gup Giangaspare Camerini, sono finiti Mariano Asaro, ritenuto dagli inquirenti esponente di spicco di Cosa nostra del Trapanese, Gaspare Mulè, e Fausto Pennolino. Il gup ha condannato a 8 anni e 10 mesi Mulè (che in continuazione con una precedente condanna ha avuto 11 anni e 10 mesi), a 3 anni e 8 mesi Asaro (18 anni e 8 mesi in continuazione con una
precedente condanna), e a 6 anni e 8 mesi Pennolino (8 anni e 10 mesi in continuazione). Tutti accusati di estorsione e tentata estorsione aggravate dalla modalità mafiosa.

Dopo aver preso in mano l’azienda in seguito alla morte della madre, l’imprenditore, nel 2005, avrebbe consegnato 10 mila euro a Mulè, che si era presentato quale rappresentante dei boss. Le pressioni estorsive sarebbero andate avanti fino ad aprile 2007. Poi un lungo periodo di pausa, poichè i suoi estorsori vengono arrestati e condannati per il loro organico inserimento nell’associazione mafiosa. Cinque mesi dopo avviene la svolta in Confindustria, con l’adozione del nuovo Codice etico: fuori dall’associazione gli imprenditori che non denunciano. Bongiorno porta avanti l’attività fino a quando la mafia, l’anno scorso, ribussa ai cancelli della sua azienda. Pretende il pagamento degli arretrati: 60 mila euro, maturati, secondo la cosca, dal 2007 a oggi. Bongiorno, da un anno alla guida degli industriali trapanesi, decide di denunciare gli estorsori

da GDS.IT

Tutta la vicenda qui

Trapani: Processo per l’omicidio di Mauro Rostagno, condannati all’ergastolo Vito Mazzara e Vincenzo Virga

Dopo ventisei lunghissimi anni è stata resa giustizia alla memoria di Mauro Rostagno.

La Corte di Assise di Trapani presieduta da Angelo Pellino ha riconosciuto essersi trattato di un omicidio mafioso, emettendo la sentenza nella tarda serata del 15 maggio 2014.
Ergastolo per Vito Mazzara (esecutore dell’omicidio) e per Vincenzo Virga (mandante a capo del mandamento mafioso di Trapani), dopo oltre 50 ore di camera di consiglio e al termine di un processo iniziato il 2 febbraio 2011 e articolatosi in 76 udienze ricche di testimoni, perizie e controperizie.
Accolte infine le richieste della accusa, Pubblici Ministeri Francesco Del Bene e Gaetano Paci, che partivano da una inchiesta riaperta ed avviata in precedenza da Antonino Ingroia.

Ampunitiiiiii !!!

L’espressione è di origine romanesca, ma qui il termine, anche ed indifferentemente nella versione più asettica di “impunito“, viene definito dal dizionario online “Sabatini Coletti” come aggettivo “Che non ha avuto la debita punizione: delitto i.” e come singolare maschile “Sfrontato,sfacciato: faccia da i.”.

Il caso è quello dei pontili e del lido autorizzati ai piedi del Castello di Castellammare del Golfo , di cui si dice nel comunicato del Comune di Castellammare del Golfo:

Dietrofront del demanio per le concessioni nell’area portuale.

L’assessorato regionale non revocherà quelle già rilasciate.

Il sindaco: “Non possiamo consentire questo sfregio ambientale. Promuoverò ogni altra azione prevista dalla legge”

«Non possiamo consentire lo sfregio ambientale nella zona di cala marina e cala petrolo. E’ un fatto allarmante. Chiederemo un’audizione alla commissione regionale Ambiente, rimarcando l’opportunità della sospensione del rilascio di concessioni demaniali. Promuoverò ogni altra azione prevista dalla legge a tutela del patrimonio paesaggistico. Ho ribadito formalmente la richiesta di ritiro della concessione rilasciata. Su quelle in itinere l’amministrazione esprime la propria ferma volontà, manifestata anche con atti deliberativi della giunta e del consiglio comunale, di sospendere il rilascio di concessioni demaniali su specchio acqueo e terraferma, che creano problemi ai lavori portuali in corso ed a tutela del paesaggio attorno al castello». Lo afferma il sindaco Nicolò Coppola dopo la conferenza di servizi riguardante le concessioni demaniali nel tratto di costa che va dal castello fino a cala petrolo.

Nella precedente conferenza di servizi convocata dal sindaco perché venisse sospeso il rilascio di nuove concessioni demaniali, capitaneria di porto, soprintendenza, genio civile e demanio, avevano ritenuto legittime le richieste dell’amministrazione, concordando sull’opportunità della sospensione del rilascio di concessioni demaniali. In particolare il demanio regionale si era impegnato a verificare “la possibilità di sospendere i procedimenti non ancora conclusi”. Ieri, invece, il responsabile dell’Arta Demanio, Salvatore Di Martino, ha sottolineato che in un particolare caso (pontile sotto castello) “con dispiacere, l’ufficio ritiene non procedibile la richiesta di revoca della concessione rilasciata”. Per le istruttorie in corso, invece, è stata richiesta, entro il 12 maggio, “formale relazione all’amministrazione, sulle ragioni che contrasterebbero con il rilascio delle relative concessioni”. La Regione sembra decisa ad andare avanti: “se le argomentazioni prodotte non saranno ritenute esaustive, l’ufficio procederà all’iter istruttorio, previa comunicazione”. Il presidente del consiglio comunale, Domenico Bucca sta già convocando un consiglio straordinario urgente “a tutela dell’immagine di Castellammare. Non si può svendere e sfregiare l’immagine della città per 3.800 “denari” – ha affermato il presidente del consiglio comunale -. Il demanio non tiene in considerazione il parere negativo della soprintendenza e la mancanza del parere della soprintendenza del mare. Una vera contraddizione: perché per l’approvazione del progetto di messa in sicurezza del porto, il Comune ha dovuto osservare una precisa prescrizione della soprintendenza, cioè la realizzazione del molo soffolto, mentre in questa occasione il demanio ritiene di non dovere tenere conto del parere negativo della soprintendenza, espresso a tutela del paesaggio”.

Portavoce del Sindaco: Annalisa Ferrante

L’unica cosa che ancora resta da stabilire è chi è (o chi sono) gli “impuniti” (e per quanto tempo continueranno ad esserlo) tra funzionari regionali e amministratori e funzionari locali.

Trapani: Processo per l’omicidio di Mauro Rostagno udienza del 26 febbraio 2014

Segna un punto di svolta l’udienza del 26 febbraio 2014 del processo per l’uccisione del sociologo e giornalista Mauro Rostagno avvenuta nel piccolo borgo di Lenzi, in territorio di Valderice la sera del 26 settembre 1988 ed in corso di svolgimento davanti alla Corte d’Assise di Trapani in cui sono alla sbarra il boss mafioso Vincenzo Virga e Vito Mazzara, per l’accusa, rispettivamente, mandante e killer dell’omicidio che sarebbe stato deciso per punire Rostagno per la sua attività giornalistica condotta attraverso l’emittente Rtc ‘Radio Tele Cine’.
Su questa udienza il punto di vista di Adriano Sofri pubblicato su “La Repubblica”:

La verità su Rostagno raccontata dal DNA nel processo al boss

Colpo di scena nell’udienza per l’omicidio del sociologo: il test dimostra che le tracce sull’arma del delitto sono del killer di Cosa nostra alla sbarra. E spazza via 26 anni di dubbi e depistaggi

di Adriano Sofri

Mercoledì 26 febbraio: si tiene in Corte d’assise a Trapani un’udienza (la sessantatreesima in tre anni) del processo per l’assassinio di Mauro Rostagno, ventisei anni dopo. I periti incaricati dalla Corte riferiscono sui risultati dell’esame delle tracce di DNA lasciate sui frammenti lignei del sottocanna del fucile usato per l’omicidio. Hanno individuato, spiegano, una “relazione di verosimiglianza” molto forte tra il DNA dell’imputato dell’esecuzione materiale, Vito Mazzara, e uno dei profili rilevati. Che la compatibilità sia “molto forte” non è un’espressione comune, è la traduzione (very strong) di una scala tecnica che contiene 5 gradi di evidenza dell’attribuzione: “debole”, “moderata”, “forte”, “molto forte”, ed “estrema”. “Molto forte vuol dire che la probabilità che un profilo preso a caso nella popolazione coincida con quello rilevato dell’imputato è di una su cento milioni”. (Nel caso di un’evidenza “estrema”, sarebbe di una su miliardi, ed equivarrebbe “alla certezza che un solo individuo sulla faccia della terra possa aver lasciato quella macchia”). Impressionante com’è, la relazione dei periti riserva un altro formidabile colpo di scena. Nelle tracce rilevate, il profilo di uno sconosciuto particolarmente individuato, siglato come “A 18”, appartiene a un parente (maschio) dell’imputato: “è parente biologico di primo o di secondo grado di Mazzara Vito con una probabilità del 99,9%, e specificamente la parentela più verosimile è quella di secondo grado (che include le coppie zio-nipote, i fratelli unilaterali – di padre o di madre –, i cugini doppi, e altre parentele più complicate)”…
I periti d’ufficio che così asciuttamente riferiscono –Elena Carra, dell’università di Palermo, Paola Di Simone, della polizia scientifica di Palermo, e Silvano Presciuttini, dell’università di Pisa- sono oltretutto ignari della circostanza, riferita a suo tempo dal “pentito” Ciccio Milazzo, secondo cui Vito Mazzara (66 anni, già campione di tiro a volo) si esercitava a sparare con uno zio, Mario Mazzara, nel frattempo deceduto, e con altri due uomini d’onore, Salvatore Barone e Nino Todaro. L’imputato Vito Mazzara, assiduo in aula –dove non ha mai risposto- è detenuto, condannato all’ergastolo per l’omicidio dell’agente penitenziario Giuseppe Montalto, e altri omicidi commessi agli ordini di Cosa Nostra e, per la zona di Trapani, del boss Vincenzo Virga. Virga, 75 anni, anche lui ergastolano detenuto, è imputato come mandante. Per svolgere la perizia assegnata dalla Corte le due biologhe e il docente di biostatistica hanno lavorato sul DNA di 8 “professionisti” di cui era accertato l’intervento sui reperti nel corso delle indagini, in modo da separarne i profili (curiosamente, uno di loro, un ufficiale dei carabinieri, si era tenacemente opposto al prelievo del proprio DNA, nonostante la perizia sia anonima quanto all’attribuzione dei profili rispettivi). E’ risultato così che, oltre agli 8 e all’imputato, sono presenti nei frammenti del fucile calibro 12 tracce genetiche di altri individui non identificati, uno dei quali, quel “A 18”, legato da parentela all’imputato. Si sa che il ricorso più diffuso alla genetica ha a che fare con gli accertamenti di paternità, che hanno superato il proverbiale “mater semper certa, pater autem incertus”, e inciso sulla questione scottante dell’eredità dei patrimoni. Qui, inaspettatamente, l’indagine sulla presenza di un soggetto sull’arma del crimine ha portato a trovarne un secondo a lui affine, raddoppiandone per così dire l’evidenza.
Il colpo di scena mi ha riportato a un classico di Mark Twain, “Wilson lo zuccone” (poi ritradotto come “lo svitato”) che sono corso a rileggere appena uscito dall’aula, nella gloriosa edizione della Bur. Grazie alla mania di raccogliere e studiare le impronte digitali, l’eccentrico Wilson risolve un caso di omicidio complicato dalla sostituzione in culla di due bambini somiglianti come gocce d’acqua. (Tema ripreso nel Principe e il povero). Nel testo di Twain era ancora viva la sensazione suscitata dalla scoperta delle impronte digitali –Wilson chiede a tutti di passarsi le mani nei capelli e poi depositare l’impronta sui suoi vetrini. Le meraviglie dei ghirigori dei polpastrelli culminavano nella singolarità dei gemelli. Il famoso saggio di Carlo Ginzburg sul “paradigma indiziario”, “Spie” (1979) ripercorre la storia dei modi in cui l’individuazione si è venuta svolgendo, nelle attribuzioni artistiche o nelle certificazioni di polizia, fino alle impronte digitali.
Non so se le mirabolanti conseguenze delle analisi del DNA abbiano già suscitato una letteratura romanzesca adeguata, ma assistendo all’udienza trapanese ho avuto l’impressione che la realtà ne stesse scrivendo, pressoché inavvertitamente, un capitolo inedito e spettacoloso. E insieme un amaro risarcimento alle falsificazioni, manipolazioni e sciatterie che hanno oltraggiato per un quarto di secolo l’indagine sull’omicidio di Mauro Rostagno. La fantasia narrativa seguirà, ma qui la perizia scientifica e la strumentazione di laboratorio vengono a capo di una tragedia umana e civile e di una procedura penale, dopo che si è fatto di tutto, in stolidità o complicità, per cancellare, confondere e rimescolare tracce.
La presenza del parente “A 18” sul reperto non dimostra che il non identificato (finora) parente si trovasse sul luogo del delitto, perché avrebbe potuto maneggiare l’arma in circostanze precedenti. Era stata proprio l’indagine sui reperti, bossoli cartucce e parte del fucile, a far riaprire il processo, grazie all’iniziativa del capo della squadra mobile di Trapani, oggi a capo della DIA campana, Giuseppe Linares, dopo che per vent’anni non era stata eseguita nemmeno una perizia balistica. Del resto, durante questo processo, membri dell’Arma hanno dichiarato di non aver mai seguito la pista mafiosa perché nessuno gliel’aveva ordinato, e non ritenevano di farlo di propria iniziativa.
Il prossimo 14 marzo i pubblici ministeri, le parti civili e la difesa discuteranno la relazione dei periti (illustrata in oltre 600 pagine). La difesa di Mazzara ha assunto come consulente l’ex generale dei carabinieri Luciano Garofalo, già capo dei Ris di Parma e star televisiva. Il processo dovrebbe concludersi a maggio. La corte d’assise, che comprende i sei giudici laici, è guidata dal presidente Angelo Pellino (cui si devono le motivazioni delle sentenze nei processi per Mauro De Mauro e Peppino Impastato) e dal giudice a latere Samuele Corso. Dopo la clamorosa udienza di mercoledì, ho aspettato di leggere cronache e commenti. Non sono venute, une e altri. Sembra stridere, questa distrazione di oggi, col fragore delle “piste” lanciate in passato: omicidio fra compagni, questione di amorazzi, fesseria di drogati, scoperte su traffici di armi internazionali… Ma non è così, non stride. Il silenzio di oggi è semplicemente la continuazione di quel frastuono di ieri e dell’altroieri.”

Città del sale, c’è stata una strage di migranti, non è Trapani

C’è una cittadina francese in Provenza che ha conservato interamente la cinta di mura medievali, Aigues-Mortes si chiama, ed è oggi un’importante meta turistica. Pensate che l’accesso automobilistico alla parte della città interna alle mura è strettamente regolamentato e tutti i punti di ingresso richiedono il pagamento di un biglietto di ingresso. Questo fa sì che il traffico automobilistico sia estremamente ridotto e che la qualità della vita dei suoi abitanti ne sia preservata.
Il nome di Aigues-Mortes le deriva dalle paludi e dagli stagni che la circondano.
La principale industria di Aigues-Mortes è legata alla produzione di sale marino.
Alle porte della città sono presenti le “Salins du Midi” che con le altre presenti in Camargue rappresentano il primo centro di produzione della Francia.

9782213636856-43df7Nell’agosto del 1893 Aigues-Mortes fu teatro di uno scontro tra operai francesi e italiani, tutti impiegati nelle saline di Peccais, che ben presto degenerò in un vero e proprio “pogrom” contro gli italiani in una esplosione incontrollata di violenza xenofoba.
Il bilancio finale delle vittime per diverse ragioni, non fu mai accertato con sicurezza, si va da un minimo di nove morti secondo le stime ufficiali, riportate dalla stampa francese, alle 50 vittime di cui parlò il Times di Londra.Secondo altre fonti le vittime potrebbero essere state centinaia. La tensione che ne seguì sul piano diplomatico all’epoca fece sfiorare la guerra tra i due paesi.

Ad Aigues Mortes in quell’agosto del 1893, si trovava stanziata una nutrita colonia di operai italiani che avevano trovato occupazione nelle saline di Perrier e Peccais.
Gli operai italiani erano preferiti ai francesi perché meno sindacalizzati e disposti ad accettare paghe inferiori pur di poter lavorare.
Il lavoro in salina era particolarmente duro e scarsamente remunerato.
Prima bisognava pulire il terreno e livellarlo, quindi a maggio si introduceva l’acqua salmastra.
A giugno poi il sole faceva evaporare l’acqua ed allora si frantumava il sale, se ne facevano mucchi, si trasportava il sale lasciato a riposare tra i mucchi verso altri mucchi, più grandi dei primi, e si ricoprivano di paglia e tegole.

Da secoli l’estrazione del sale era occupazione riservata quasi esclusivamente agli ex-galeotti, ma proprio nel 1893 la Compagnia delle saline aveva assoldato 600 italiani e 150 francesi, anche se di questi ultimi se ne erano presentati 800, gli italiani vennero preferiti perchè pur di lavorare accettavano una paga sensibilmente inferiore rispetto ai francesi.

La giornata di lavoro durava undici ore, dalle sei alle sei con un’ora di riposo per asciugarsi, mangiare un pezzo di pane. Il lavoro era a cottimo. Uno bravo poteva fare fino a 12 franchi, ma molto dipendeva dalla squadra, infatti gli operai erano organizzati in squadre e le squadre erano organizzate per nazionalità. Se si rallentava il ritmo era l’intera squadra a perderci, e allora il salario poteva scendere a 9 franchi.
Se una squadra francese intralciava una squadra italiana, gli italiani facevano luccicare i coltelli.
Gli italiani venivano in prevalenza dal Piemonte, ma anche dalla Lombardia, dalla Liguria, dalla Toscana.

barnaba-morte-italiani-libro_106367Il 16 agosto del 1893, a poche ore dall’inizio, accade che un uomo litiga con un altro uomo. Sono un francese e un italiano. Poi ancora un litigio. Ancora un una volta tra un italiano e un francese. Durante l’ora di pausa uno degli italiani, uno di Torino, si alza, s’asciuga il sudore della fronte e si dirige verso una tinozza d’acqua dolce. L’uomo slega il fazzoletto dal collo e lo immerge nella tinozza. Ha bisogno di refrigerio, di acqua dolce, ma l’acqua dolce in quell’ambiente è preziosa. Uno dei francesi, gli dice qualcosa. Il torinese che dice che se ne infischia di lui e dei suoi compagni. E scoppia la rissa, si brandiscono coltelli, pale. Il torinese, che con il coltello ci sa fare, ferisce uno degli uomini che lo hanno aggredito.
Poi accade che un francese lancia una pietra nella baracca degli italiani. Allora una delle baracche in cui dormono i francesi viene circondata dagli italiani.
Qualche operaio francese riesce a correre via, verso la città, verso Aigues-Mortes per informare le autorità di polizia. Il giudice di pace viene informato dei fatti.
In città, intanto, si sparge la voce di un massacro compiuto dagli italiani.
Scatta la psicosi collettiva alimentata dalla xenofobia. Così si organizza una folla. Gli operai italiani, ora sparsi per le stradine del centro di Aigues-Mortes, corrono e si nascondono.
Verso le tre del pomeriggio il banditore verrà ingaggiato per bandire gli italiani, e una folla inferocita di francesi lo seguirà urlando lungo i vicoli della città del sale.
Le forze dell’ordine è come non esistessero. In città, a quell’ora, ci sono solo sei gendarmi e quindici doganieri a fronteggiare un migliaio di francesi scatenati nella caccia all’uomo, presi a sassate, sgozzati o trafitti dai forconi. Donne, ragazzini e adulti si lanciano sui corpi. Ci sono anche i cecchini, piazzati dietro agli alberi. Cadono in molti, quel giorno, nella notte e l’indomani. Colpiti dalle pallottole, dalle pale. Tutti coloro che si fermano vengono uccisi.

Maurice Terras, il primo cittadino del paese, dopo avere ottenuto che i padroni delle saline, sotto il crescente rumoreggiare della folla, licenziassero gli immigrati fece affiggere un comunicato: “Il sindaco della città di Aigues-Mortes ha l’onore di portare a conoscenza dei suoi amministrati che la Compagnia ha privato di lavoro le persone di nazionalità italiana e che da domani i vari cantieri saranno aperti agli operai che si presenteranno. Il sindaco invita la popolazione alla calma e al mantenimento dell’ordine. Ogni disordine deve infatti cessare, dopo la decisione della Compagnia“.

Non fu così e alla fine, ufficialmente ci furono quattordici morti di cui nove sono stati riconosciuti. Le testimonianze però parlano di cifre diverse. Tra i cinquanta e i novanta, morti nei letti dei fiumi, morti sul sale,.morti nelle baracche, morti in città.

Il secondo manifesto, fatto affiggere dal Sindaco dopo la strage, recita: “Gli operai francesi hanno avuto piena soddisfazione. Il sindaco della città di Aigues-Mortes invita tutta la popolazione a ritrovare la calma e a riprendere il lavoro, tralasciati per un momento. (…) Raccogliamoci per curare le nostre ferite e, recandoci tranquillamente al lavoro, dimostriamo come il nostro scopo sia stato raggiunto e le nostre rivendicazioni accolte. Viva la Francia! Viva Aigues-Mortes!“.

Maurice Barrès in un articolo dal titolo “Contre les étrangers” pubblicato su Le Figaro, scrisse: “il decremento della natalità e il processo di esaurimento della nostra energia (…) hanno portato all’invasione del nostro territorio da parte di elementi stranieri che s’adoprano per sottometterci” e Le Mémorial d’Aix scrisse che gli italiani: “presto ci tratteranno come un Paese conquistato” e “fanno concorrenza alla manodopera francese e si accaparrano i nostri soldi“, e “la presenza degli stranieri in Francia costituisce un pericolo permanente, spesso questi operai sono delle spie; generalmente sono di dubbia moralità, il tasso di criminalità è elevato“, e La Lanterne scrisse: “Contro un’orda di affamati che a casa loro languiscono nella miseria” proprio come ci capita di leggere troppo spesso su Facebook a proposito dei migranti in transito per l’Italia.

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Tra tonache e cappucci nella Trapani duale

Si Trapani è una città duale, già tale a partire dalla sua collocazione nell’estremità ovest della Sicilia là dove due mari, il Tirreno ed il Mediterraneo, si incontrano.
Trapani è città duale nella netta separazione dei luoghi, tra la città dei cittadini “normali” e gli impenetrabili ghetti periferici dell’emarginazione sociale.
Trapani è città duale nel suo essere città di superfice, fatta di ostentazione di un provincialismo da strapaese al limite dell’incultura, e la città sotterranea, dalla nera, nerissima anima culturale.
Trapani è città duale divisa (ma non sempre) tra la  città delle tonache e quella dei cappucci. Tante, tantissime tonache e tanti, tantissimi cappucci, ora in conflitto ora in unità d’intenti, ora feroci avversari ed ora viscidi complici. Non vi è fatto passato e presente della vita pubblica di questa città che non sia stato in qualche modo un riflesso delle sotterranee rivalità e dei relativi scontri tra logge, nelle logge ed in quell’altra in qualche caso loggia anch’essa che si chiama Curia. Scontri nei quali ci si allea e ci si combatte senza le distinzioni convenzionali di superfice. Li, nell’underground del capoluogo trapanese non ci sono le distinzioni politiche di destra centro e sinistra, non ci sono distinzioni tra laici, clericali e clero.

Non sorprende quindi quanto emerso ieri durante l’udienza, nel processo in corso a Palermo contro il senatore Antonio D’Alì sotto processo per concorso esterno e accusato di essere vicino al superlatitante Matteo Messina Denaro, nella quale il gup Francolini avrebbe dovuto pronunciare la sentenza.
Invece i pubblici ministeri hanno chiesto a sorpresa la riapertura del dibattimento per sentire padre Ninni Treppiedi in relazione ai capi di accusa contestati al senatore D’Alì.

Padre Ninni Treppiedi personaggio al centro di cronache giudiziarie, e coinvolto pesantemente con altre 13 persone nelo scandalo che ha “terremotato” la curia di Trapani, dai primi di agosto rende dichiarazioni ai pm della Procura di Trapani relativamente al ruolo del senatore D’Alì nelle vicende note e meno note della provincia di Trapani.

Un articolo di Rino Giacalone su “Il Fatto Quotidiano” di ieri ed uno di Riccardo Arena su “La Stampa” di oggi fanno il punto su tali rilevazioni.

Mafia e politica: “Il senatore d’Alì tentò di far trasferire l’investigatore scomodo
Da Trapani nuove rivelazioni sul politico Pdl già sotto processo per concorso esterno e accusato di essere vicino al superlatitante Matteo Messina Denaro. Padre Treppiedi, ex dirigente della Curia, racconta in tribunale le presunte attività dell’ex sottosegretario all’Interno per cacciare il superpoliziotto Giuseppe Linares, sgradito ai clan e oggi a capo della Dia di Napoli

di Rino Giacalone | 19 settembre 2013

Si è aperto un nuovo fronte di indagini sulle connessioni tra mafia, politica e imprenditoria a Trapani. Nuove accuse piovono contro il senatore pidiellino Antonio D’Alì, sotto processo a Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa, ex sottosegretario all’Interno. Indicato dai collaboratori di giustizia come “uomo forte” per i suoi “rapporti con i Messina Denaro di Castelvetrano”. “Gola profonda” è un sacerdote, padre Ninni Treppiedi. Padre Treppiedi dai primi di agosto rende dichiarazioni al pm della Procura di Trapani Andrea Tarondo, nel contesto di una indagine avviata contro ignoti. Una parte dei verbali, l’ultimo dei quali, sottoscritto e definito all’una della scorsa notte, è transitato stamane nel processo in corso a Palermo contro D’Alì. Processo nel quale i pm Paolo Guido e Andrea Tarondo hanno chiesto una condanna a sette anni e quattro mesi.

Oggi il gup Francolini avrebbe dovuto pronunciare la sentenza, i pubblici ministeri hanno chiesto invece a sorpresa la riapertura del dibattimento per sentire padre Treppiedi in relazione ai capi di accusa contestati al senatore D’Alì: i rapporti con i Messina Denaro, la vendita fittizia dei terreni di contrada Zangara, i rapporti con le imprese dei mafiosi o vicine a Cosa nostra, gli appalti pilotati, l’inquinamento delle istituzioni. Una decina di pagine. Storie interessanti. Come quella dei trasferimenti di uomini delle istituzioni che nel tempo si sono posti di traverso “rispetto agli interessi del senatore D’Alì”. Uno di questi, l’ex capo della Squadra Mobile di Trapani Giuseppe Linares. Per le sue indagini Linares non era solo una ossessione dei mafiosi, che addirittura negli anni ’90 avevano anche pensato di eliminarlo, ma anche del senatore D’Alì e del suo entourage.

Addirittura padre Treppiedi indica la moglie del senatore, Antonia Postorivo, quale partecipe al “complotto” che avrebbe dovuto fare allontanare da Trapani Linares, anche con ignominia. Dei soggetti sarebbero stati assoldati per scoprire “eventuali scheletri nell’armadio”. Stessa cosa sarebbe stata fatta per magistrati e giornalisti. Questo sarebbe avvenuto tra il 2001 e il 2006, durante il quale D’Alì fu sottosegretario all’Interno. Un fatto, quello riguardante Linares, oggi capo della Dia a Napoli, in parte riscontrato dagli esiti di un’altra indagine su Finmeccanica e la videosorveglianza a Trapani, dove addirittura si trova l’intercettazione di un colloquio dell’allora capo di gabinetto di D’Alì, l’odierno prefetto di Bolzano Valerio Valenti, che raccontava di come aveva consigliato D’Alì il modo migliore per approcciarsi all’allora capo della Polizia De Gennaro per il trasferimento di Linares. Nel processo in corso contro D’Alì si parla anche di un altro trasferimento eccellente, quello avvenuto nel 2003 del prefetto Fulvio Sodano. Treppiedi dice poco sul punto, svela invece che l’ex capo di gabinetto del prefetto Sodano, il dottor Pasqua finì a Parma come “punizione” per volere di D’Alì.

Interessante poi la parte sui rapporti con gli imprenditori . Quando alcuni di questi furono arrestati, secondo i racconti di Treppiedi D’Alì si sarebbe preoccupato di pressare i testimoni perché non parlassero dei suoi rapporti con gli arrestati. Pressioni esercitate anche su un altro teste del procedimento, l’ex moglie di D’Alì Picci Aula. Anche in questo caso padre Treppiedi ha riferito di averla avvicinata per convincerla a non parlare dei rapporti con i Messina Denaro, e di altri fatti come i retroscena relativi alla Banca Sicula. D’Alì gli avrebbe raccontato che nella cassaforte della Sicula “c’erano i soldi dei mafiosi di Mazara del Vallo”.

Altro episodio rilevante risale al 2001, quando un deputato regionale trapanese, Nino Croce, sarebbe stato convinto dalla mafia, su richiesta di D’Alì, a rinunziare al seggio conquistato nella lista di Forza Italia, perché D’Alì a tutti i costi voleva eletto il suo pupillo, l’imprenditore Giuseppe Maurici. Processo insomma da riaprire, hanno chiesto i pm, per sentire il sacerdote e anche un altro teste, Vincenzo Basilicò, che è stato consigliere di amministrazione in una tv privata. Tra le rivelazioni di padre Treppiedi vi sarebbero anche quelle dedicate al mondo dell’informazione, con pressioni e tentativi di mettere in cattiva luce alcuni giornalisti locali. Don Ninni Treppiedi è un personaggio al centro di cronache giudiziarie, coinvolto nello scandalo che ha scosso la Curia di Trapani,dove è indagato con altre 13 persone. E lì resta indagato, mentre nel processo D’Alì sarà il nuovo testimone. Verrà sentito lunedì prossimo. Il gup alla fine ha infatti accolto la richiesta dei pm di riaprire il processo.”

da Il Fatto Quotidiano

“20/09/2013 – LA PROCURA: IL SENATORE È VICINO AL SUPERLATITANTE MESSINA DENARO
Sacerdote si pente e accusa senatore Pdl: “Rapporti con i clan”” Trapani, monsignor Treppiedi si presenta ai pm. Coinvolto l’ex sottosegretario Antonio D’Alì

RICCARDO ARENA TRAPANI

Quattro giorni fa Papa Francesco lo aveva sospeso per cinque anni e privato persino del diritto di portare l’abito talare, perché monsignor Antonino Treppiedi, coinvolto in una storiaccia di ammanchi e di vendite “abusive” (con sigilli papali falsi) di immobili di proprietà della Curia di Trapani, non aveva “manifestato segni esterni di pentimento obiettivamente riscontrabili”. Dal mese scorso, però, il sacerdote ha deciso di pentirsi (più o meno), non con i suoi superiori ecclesiastici, né con le gerarchie vaticane, ma con i magistrati.

È così che ieri mattina, a sorpresa, i suoi verbali sono spuntati nel processo per concorso in associazione mafiosa al senatore del Pdl Antonio D’Alì, uno dei pochi imputati che il partito di Berlusconi decise di candidare nonostante tutto, mentre furono sacrificati, ad esempio, Marcello Dell’Utri e Nicola Cosentino, arrestato dopo la scadenza del mandato parlamentare. Mentre Dell’Utri, condannato a 7 anni, aspetta a piede libero la decisione della Cassazione. Treppiedi, prete accusato, con altre 13 persone, di truffe, falsi, estorsioni, di avere fatto sparire soldi della Curia su conti di propri familiari e di suore prestanome, accusa a sua volta D’Alì, che è ritenuto dal pm Paolo Guido, della Procura antimafia di Palermo, e dal pm di Trapani Andrea Tarondo, molto vicino a Matteo Messina Denaro, l’ultimo superlatitante di Cosa nostra, originario di Castelvetrano, in provincia di Trapani, città in cui è nato l’esponente del Pdl.

«Giustizia a orologeria», tuona l’avvocato Stefano Pellegrino, uno dei legali di D’Alì, per il quale la Procura ha chiesto 7 anni e 4 mesi. La sentenza era prevista per ieri ma il Gup Giovanni Francolini ha deciso di sentire lunedì il prete e il cognato, Vincenzo Basilicò, testimone di uno degli episodi raccontati da Treppiedi. Sono ben altri però i temi su cui il religioso sarà chiamato a dire la sua: l’inchiesta del procuratore di Trapani Marcello Viola e dei sostituti Massimo Palmeri e Paolo Di Sciuva ha infatti avuto già conseguenze indirette, come la rimozione del vescovo, Francesco Miccichè, decisa l’anno scorso da Papa Benedetto XVI, e la sospensione a divinis di Treppiedi che ora, su ordine del nuovo Pontefice, è stato sanzionato con cinque anni di ulteriore sospensione.

Contumace per la Chiesa, dai pm Treppiedi è andato spontaneamente e ha chiuso l’ultimo verbale, quello riepilogativo delle accuse al suo ex intimo amico senatore. Sono gravi, gli episodi di cui accusa l’ex sottosegretario all’Interno D’Alì (la difesa li ritiene irrilevanti), ma su altri fronti il prete ha approfondito pure questioni finanziarie ecclesiastiche (in partegià emerse), che investono il Vaticano e lo Ior, sulle quali potrebbero esserci sviluppi clamorosi.

Treppiedi ha detto che pressioni mafiose avrebbero indotto un deputato regionale eletto a Trapani, Nino Croce, a optare per il “listino” del presidente della Regione, nel 2001, lasciando così un posto libero, in Forza Italia, a Giuseppe Maurici, vicino all’allora sottosegretario. Ci sarebbe stato poi un tentativo di indurre un testimone, l’ex sindaco di Valderice Camillo Iovino, a nascondere di avere fatto da intermediario tra un detenuto per mafia, Tommaso Coppola, e D’Alì: Treppiedi ha sostenuto di non averlo voluto fare. Il sottosegretario avrebbe poi pressato – senza riuscirci – per far trasferire, nel 2003, il cacciatore di latitanti Giuseppe Linares, dirigente della Mobile di Trapani. E infine il figlio detenuto del boss trapanese Vincenzo Virga avrebbe inviato a D’Alì un telegramma, consegnato all’ex moglie. La donna, dopo avere denunciato il fatto pubblicamente, sarebbe stata costretta a ritrattare su pressione dell’allora marito. ”

da La Stampa.it