Come la pensa Mario Monti sull’euro e sulla crisi

L’EURO, LA CRISI E IL NOSTRO PAESE

Lettera al premier

Signor presidente del Consiglio,mi permetto di richiamare la Sua attenzione su alcuni aspetti delle Sue dichiarazioni di venerdì sull’euro.

Lei ha affermato: «L’euro non ha convinto nessuno. È una moneta strana, attaccabile dalla speculazione internazionale, perché non è di un solo Paese ma di tanti che però non hanno un governo unitario né una banca di riferimento e delle garanzie. L’euro è un fenomeno mai visto, ecco perché c’è un attacco della speculazione ed inoltre risulta anche problematico collocare i titoli del debito pubblico».

Di fronte alle vivaci reazioni suscitate, Lei ha in seguito precisato: «L’euro è la nostra moneta, la nostra bandiera. È proprio per difendere l’euro dall’attacco speculativo che l’Italia sta facendo pesanti sacrifici. Il problema è che l’euro è l’unica moneta al mondo senza un governo comune, senza uno Stato, senza una banca di ultima istanza. Per queste ragioni è una moneta che può essere oggetto di attacchi speculativi».

Sono dichiarazioni che meritano un’analisi a freddo, al di fuori di ogni visione di parte. A mio parere, esse contengono alcune affermazioni fondate e altre infondate. Nell’insieme, fanno sorgere, accanto ad una remota speranza, serie preoccupazioni. Mi auguro che, con le parole e ancor più con i fatti, Lei riesca a rafforzare quella speranza e a sgombrare il campo dalle preoccupazioni, così vive in Italia e in Europa. Non solo – La prego di credermi – presso i suoi «nemici».

È certamente vero che l’euro è «una moneta strana», «un fenomeno mai visto». È anche fondata, e condivisa dagli osservatori più seri, la Sua diagnosi: il principale problema dell’euro consiste nell’essere una moneta «senza un governo, senza uno Stato, senza una banca di ultima istanza». C’è sì la Banca Centrale Europea ma, come credo Lei voglia dire giustamente, essa non dà garanzia di intervento illimitato in caso di difficoltà.

Qui mi permetto di suggerirLe una considerazione. Se la condivide, potrebbe forse riprenderla in uno dei Suoi interventi. L’euro può soffrire della mancanza di un vero Stato alle sue spalle. Ma avere un vero Stato alle proprie spalle non porta necessariamente una moneta ad essere solida. La lira non era una moneta «strana». Ma era, il più delle volte, una moneta debole, proprio perché rifletteva le caratteristiche dello Stato italiano, dei governi e della Banca d’Italia (sempre autorevole ma, per lunghi periodi, arrendevole) che l’avevano generata. A parte un certo rialzo dei prezzi al momento della sua introduzione, la strana moneta euro, rispetto alla nostrana lira, ci ha portato negli ultimi 12 anni un’inflazione ben più bassa.

Se la Sua diagnosi coglie bene una gracilità di fondo dell’adolescente euro, mi sembra però che Lei la applichi a malanni che, in questo momento, il nostro adolescente non ha. Lei rappresenta un euro in crisi, a seguito di attacchi speculativi e aggiunge: «È proprio per difendere l’euro dall’attacco speculativo che l’Italia sta facendo pesanti sacrifici». Questo no, signor presidente.

L’euro non è in crisi. In questi 12 anni, e ancora attualmente, l’euro non manifesta nessuno dei due sintomi di debolezza di una moneta. È stabile in termini di beni e servizi (bassa inflazione) ed è stabile (qualcuno direbbe, anzi, troppo forte) in termini di cambio con il dollaro. Gli attacchi speculativi ci sono, spesso violenti. Ma non sono attacchi contro l’euro. E non è vero che «risulta problematico collocare i titoli del debito pubblico». Gli attacchi si dirigono contro i titoli di Stato di quei Paesi appartenenti alla zona euro che sono gravati da alto debito pubblico e che hanno seri problemi per quanto riguarda il controllo del disavanzo pubblico o l’incapacità di crescere (e di rendere così sostenibile la loro finanza pubblica) perché non hanno fatto le necessarie riforme strutturali.

È questo il caso dell’Italia, dopo che in prima linea si erano trovati la Grecia e altri Paesi. Per questo, da qualche tempo, è diventato problematico collocare i titoli del debito pubblico italiano. E di una cosa, signor presidente, può essere certo: se l’Italia non fosse nella zona euro, emettere titoli italiani in lire sarebbe un’impresa ancora più ardua. Che l’Italia stia facendo pesanti sacrifici, è vero. Essi sono più pesanti di come sarebbero stati se si fosse ammesso per tempo il problema di una crescita inadeguata. Ma non posso credere che Lei pensi davvero che l’Italia faccia questi sacrifici non per rimettersi in carreggiata e ridare un minimo di speranza ai nostri giovani, ma «per difendere l’euro dall’attacco speculativo». Mentre è vero se mai che la Bce, con risorse comuni, interviene a sostegno dei titoli italiani.

In Europa e nei mercati, affermazioni di questo tipo accrescono i dubbi sulla convinzione e la determinazione del governo italiano. Già due giorni dopo le decisioni di Bruxelles, i titoli italiani hanno fatto fatica a trovare collocamento. Ad ogni rialzo dei tassi, dovuto a scarsa fiducia nell’Italia, Lei finisce per imporre sacrifici ancora maggiori agli italiani. Anche le parole non sorvegliate hanno un costo. Ma ho una preoccupazione ancora maggiore.

Dopo le Sue dichiarazioni sull’euro, Fedele Confalonieri, Suo storico collaboratore, personalità rispettata nel mondo economico, se ne rallegra. Affermando che «l’euro è una moneta strana, che non ha convinto nessuno, Berlusconi ha detto una cosa che pensano tutti; solo che lui lo dice, perché non è ipocrita. E non c’è dubbio che il premier con questa battuta abbia toccato le corde di chi, dai tempi del cambio della lira, ha sempre storto il naso». Questo, secondo vari osservatori, fa ritenere che nella prossima stagione pre-elettorale, ormai non lontana, il tema in questione potrebbe diventare un Suo cavallo di battaglia.

Se questa fosse la prospettiva, e non voglio crederlo, ci avvieremmo ad una fase nella quale i severi provvedimenti che Lei si è impegnato a introdurre non potrebbero essere presentati in modo convincente ai cittadini, né potrebbero essere accettati con maturità, perché sarebbero accompagnati da scetticismo, se non recriminazioni, verso l’Europa. L’Italia non farebbe i passi avanti che le sono indispensabili e potrebbe rivelarsi il ventre molle dell’eurozona, con gravi fratture per l’Europa. Parlavo, però, di una remota speranza. La Sua diagnosi — la moneta è incompiuta e «strana» senza un governo dell’economia e passi verso l’unione politica — è in linea con la migliore tradizione dell’europeismo italiano. Come Lei, forse con qualche turbamento, ha visto a Bruxelles alcuni giorni fa, il governo economico si sta creando.

Ma sarebbe più ordinato, più equilibrato e più orientato alla crescita economica se potesse formarsi con un’Italia che con gli altri, Germania e Francia in primo luogo, concorresse attivamente a plasmarlo. Anziché, come sta avvenendo, con un’Italia costretta ad accettare passivamente forme di governo dell’economia che vengono improvvisate soprattutto allo scopo di «disciplinare» il nostro Paese. Confido, signor presidente, che prevalga in Lei l’ambizione di riportare l’Italia nel ruolo che le appartiene in Europa, accelerando in silenzio il risanamento, rispetto a quella di un successo elettorale a tutti i costi per la Sua parte politica, ma in un Paese sempre più populista, distaccato dall’Europa e magari visto come responsabile di un fallimento dell’integrazione europea.

Mario Monti

da Corriere.it

Nb. – Il neretto è di Diarioelettorale

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Quanto amore nel Partito dell’Amore

IL PREMIER INTERVIENE SULL’AGGRESSIONE. E IL MINISTRO:«NULLA DI POLITICO»

Rissa tra i dirigenti del Pdl – Berlusconi invita alla calma
La Russa: «È sottobosco». Podestà: «Si tratta di nervosismi pre-elettorali»

MILANO – «Sarà stata «mezza sberla», come minimizza il ministro Ignazio La Russa. Ma ne è stato informato anche il premier Silvio Berlusconi che, stando a quelli che poi lo hanno sentito, non sarebbe stato contento dell’episodio. Il match avvenuto in viale Monza, che ha avuto per protagonisti il consigliere provinciale Gianni Stornaiuolo e il responsabile dell’organizzazione Doriano Riparbelli, ha lasciato imbarazzi e strascichi polemici. Riparbelli, l’aggredito, continua a tenere la bocca cucita. L’altra sera, però, è andato ad Arcore insieme al fidato consigliere del premier, Giancarlo Serafini, per riferire su quanto accaduto. Berlusconi avrebbe raccomandato di non dare risalto alla vicenda: anche perché, come lui stesso ha ammesso sfogandosi durante il pranzo di domenica per i 90 anni di Don Verzè, già al partito non hanno fatto buona pubblicità le vicende legate agli arresti di alcuni amministratori locali e il pasticcio sulle liste. Figuriamoci le risse.

Il ministro Ignazio La Russa, presente l’altra sera nella sede del Pdl di viale Monza anche se in una stanza diversa da quella trasformatasi in un ring, getta secchiate d’acqua sul fuoco: «Non c’è nulla di politico in quella vicenda, sono cose personali fra di loro». In realtà, stando alle ricostruzioni, l’alterco sarebbe stato scatenato da un rimprovero mosso proprio da La Russa sull’organizzazione di gazebo elettorali e della manifestazione del 25 marzo prossimo. «Assolutamente no — insiste il ministro — anche perché mi sono informato e mi risulta che i due si siano già chiariti e abbiano fatto pace. Sono questioni di sottobosco che non mi interessano e che non minano assolutamente l’unità del partito». Su questo, La Russa è categorico: «Lavoriamo in totale armonia con il coordinatore Guido Podestà e l’alleanza con il presidente Formigoni è saldissima». Anche Podestà, dal canto suo, sceglie la linea del basso profilo pur ammettendo che «all’interno di un partito ci possono essere momenti di tensione, soprattutto quando scatta il naturale nervosismo pre-elettorale». A chi però legge questo episodio come l’ennesima prova del fatto che la fusione fra An e Fi in Lombardia non sia ancora perfettamente riuscita e che ci sia qualche protagonismo di troppo da tenere a bada, Podestà replica seccamente: «Il processo di integrazione va avanti e quanto accaduto l’altra sera è già stato dimenticato».

Elisabetta Soglio 17 marzo 2010

da Corriere.it

Se il Premier cerca “folle oceaniche”

Dice il Premier che a ridosso del voto per il rinnovo dei presidenti e dei consigli delle regioni, in programma il 28 e 29 di questo mese, cedendo alle richieste dei coordinatori del Pdl, convocherà la sua maggioranza a Roma per una grande manifestazione di piazza il 21 marzo “per difendere il diritto al voto”.

La data è ballerina, era prima il 20, poi è diventata il 21, ma i coordinatori si son dimenticati di ricordare al premier che a Roma il 21 avrà luogo una grande manifestazione sportiva che interesserà proprio le strade e le piazze della capitale, la grande maratona di Roma.
Ma si sà da quelle parti, per quanti sforzi si facciano, non si riesce ad evitare di entrare in conflitto con il tempo e con l’ordinato e regolato svolgersi della vita del paese.

Secondo gli osservatori politici di think tank internazionali e nei ministeri degli esteri dei paesi alleati, USA in prima linea, la convocazione di tale manifestazione e’ un errore madornale da parte del governo di Roma.

Una manifestazione di popolo convocata sulle premesse del “diritto al voto” nella vicenda del decreto-salvaliste, diritto negato dai tribunali di fatto per sbagli compiuti dallo stesso partito del premier, il PdL, il governo di centro-destra dimostrerà soltanto la propria debolezza.

Riunire il popolo in piazza con istanze che partono dal vertice dei Palazzi del potere, si fa di solito nei regimi autoritari – fanno notare gli osservatori – come e’ accaduto nel secolo scorso in Europa con il nazismo, il fascismo e lo stalinismo.

Mai nel mondo occidentale il governo in carica convoca il popolo, se non per arginare la propria debolezza con la propaganda di facciata. In questi ultimi anni le adunate oceaniche “scenografiche” si verificano soprattutto nei regimi autoritari, illiberali o populisti di sinistra, la piazza “governativa” in questi ultimi anni si è vista solo a Caracas in Venezuela con Hugo Chavez, a Cuba all’Avana con i fratelli Fidel e Raul Castro, in Corea del Nord a Pyongyang con Kim John Il, o in Iran con Mahmoud Ahmadinejad.

La manifestazione del 21 marzo a Roma, secondo gli esperti, si potrebbe rivelare un pericoloso boomerang, alla luce dei rischi di immagine per il governo e dei rischi “fisici” enormi in termini di sicurezza che la manifestazione romana comportera’.
L’assalto a Berlusconi, ferito a piazza Duomo a Milano a dicembre da Massimo Tartaglia, ha esacerbato il clima politico e rende ancora piu’ difficile il compito dei servizi segreti, della polizia e dei carabinieri.

Il Premier dirà ‘game over’ ? Forse si, forse no

Dice l’ANSA che dopo le mosse di Bersani di Rutelli e la presa di posizione di Casini con relativo preannuncio di sorprese da parte di Fini, ora toccherebbe a Berlusconi, a proposito di quanto vi avevo detto qui

Italia Spa

Sarà presto presentata da un congruo numero di cittadini, e/o dal partito del Premier Silvio Berlusconi, una proposta di legge di iniziativa popolare per dare attuazione alle sue più recenti dichiarazioni a proposito di “pletoricità” del parlamento.

Tra le misure che sin da ora si possono ipotizzare:

La modifica dell’articolo uno della costituzione della Repubblica italiana, il quale attualmente recita:

Art.1 – L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

nella forma di:

Art.1 – L’Italia è una società per azioni.

La sovranità appartiene agli azionisti, la legge regola forme e limiti del suo esercizio.;

l’ adeguamento dell’attuale Parlamento alle dimensioni di un normale consiglio di amministrazione di una grande Spa con conseguenti enormi risparmi per tutti i contribuenti;

la modifica del titolo di “Presidente del Consiglio dei ministri” in quello di “Amministratore delegato“;

La reintroduzione del voto per “censoche con il restringimento della platea di votanti dagli attuali milioni ad alcune decine di migliaia, permetterebbe risparmi, mica da ridere, (e Dio sa se non ne abbiamo bisogno), in occasione di ogni tornata elettorale.

Il premier interrogato poi da alcuni cronisti ansiosi di conoscere perchè non si sia lasciato giudicare assieme all’avvocato Mills, ha invitato tutti alla visione del filmato:

Sulla politica verso gli immigrati, niente polemiche, solo una richiesta di informazione

Scrive oggi Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera, un pezzo dal titolo ‘Quando il premier disse: “Quelle navi non vanno fermate“, in cui è possibile leggere:

“…

Rileggere quanto disse allora il leader azzurro, deciso a sottolineare i contrasti dentro il governo Prodi che per arginare gli sbarchi in Puglia aveva varato il pattugliamento delle coste andando incontro alla spaventosa tragedia della “Kater I Rades” affondata con una manovra sbagliata dalla «Sibilla», è fonte di sorprese. 

Per cominciare, secondo l’Ansa, il leader azzurro accorso a Brindisi a in contrare i sopravvissuti, ricordò che «”’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati aveva espresso deplorazione su questa misura del blocco navale: ora dopo quello che è successo, dobbiamo riscattare la nostra immagine e dobbiamo fare tutto ciò che le nostre possibilità ci consentono, non solo con il nostro esercito per proteggere gli aiuti, ma dobbiamo essere tutti noi generosi”. 

Quindi, offerta ospitalità personale a una dozzina di profughi, espresse “le sue riserve sul pattugliamento” e smentì assolutamente a Repubblica che Romano Prodi l’avesse preavvertito: “Non sono stato informato né di blocchi né di pattugliamenti. Prodi mi aveva informato dell’intervento finalmente possibile in Albania, dicendomi che era stato trovato un accordo con i paesi di cui mi ha fatto i nomi — Portogallo, Francia, Grecia ed altri — per una missione di pace. Su questo, io ho detto ‘Sono pienamente d’accordo’. Tra l’altro ho studiato diritto della navigazione, a suo tempo: so che nessuno può fermare navi civili in acque non territoriali, non è previsto assolutamente un diritto di questo genere da parte di nessuno Stato. Se avessi sentito parlare di blocco navale, avrei subito drizzato le antenne».

Di più, aggiunse all’Ansa: «Credo che l’Italia non possa accettare di dare al mondo l’immagine di chi butta a mare qualcuno che fugge da un Pae se vicino, temendo per la sua vita, cercando salvezza e scampo in un paese che ritiene amico. Il nostro dovere è quello di dare temporaneo accoglimento a chi si trova in queste condizioni”. 

E chiuse: “Dobbiamo lavare questa macchia, che sarà pure venuta dalla sfortuna, ma che è venuta da una decisione che non si doveva prendere”.

…”

Ora tralasciando qualsiasi altra ed ulteriore considerazione, anche in questo caso solo una richiesta di informazione, per sapere: che fine hanno fatto quella dozzina di profughi ?