Dai monti di Sarzana un dì discenderemo

Dai monti di Sarzana

Momenti di dolore,
giornate di passione,
ti scrivo cara mamma,
domani c’è l’azione
e la brigata nera,
noi la farem morire.

Dai monti di Sarzana
un dì discenderemo
all’erta partigiani
del battaglion Lucetti.

Il battaglion Lucetti
son libertari e nulla più
coraggio e sempre avanti
la morte e nulla più.
Coraggio e sempre avanti
la morte e nulla più.

Bombardano i cannoni
dai monti sarzanesi
all’erta partigiani
del battaglion Lucetti
più forte sarà il grido
che salirà lassù
fedeli a Pietro Gori
noi scenderemo giù.
Fedeli a Pietro Gori
noi scenderemo giù.

Canto dei partigiani anarchici del “Battaglione Gino Lucetti” che operò nel Carrarese e attorno a Sarzana. Gino Lucetti era un anarchico che nel 1926 attentò alla vita di Mussolini lanciandogli una bomba nei pressi di Porta Pia a Roma. Arrestato, venne condannato dal Tribunale Speciale a 30 anni. Nel 1943 al confino ad Ischia morì sotto un bombardamento.

La Sicilia, Palermo e la DC descritte da Sergio Mattarella

nel corso dell’udienza dell’undici luglio 1996 del processo a Giulio Andreotti.
La registrazione audio, della durata di circa due ore, è preceduta da una introduzione del giornalista Sergio Scandurra di Radio Radicale.

Vai all’audio !

Sergio Mattarella

grazie a Radio Radicale

In principio fu Hara Kiri

Hara Kiri è stata la mamma di Charlie Hebdo.
Era una rivista satirica particolarmente sopra le righe che non per niente portava la dicitura “giornale stupido e cattivo”.
Fondata nel 1960 non mancò di avere diverse noie con la censura francese tanto che la pubblicazione fu interdetta dalla magistratura nel 1961, e nuovamente nel 1966.
Nel 1970, in occasione della morte di Charles De Gaulle, Hara Kiri diventata nel frattempo Hebdo scandalizzò la Francia con una copertina dal titolo “Bal tragique a Colombey, un mort”, ballo tragico a Colombey (la residenza del Generale), un morto. Un’iniziativa che il ministero dell’Interno censurò con il blocco delle pubblicazioni. Disegnatori e giornalisti non si persero d’animo, reagirono e aggirarono il divieto dando vita al Charlie Hebdo.
In Italia uscì per un brevissimo periodo nel 1968 una edizione italiana di Hara Kiri e fu con questa che io, precoce divoratore di giornale e riviste, venni in contatto.
La ritrovai poi citata anni dopo in alcuni saggi sulla fotografia pubblicati su una rivista mensile curata all’epoca da Ando Gilardi.

Ecco ora viaggiate nel tempo e provate ad immaginarvi a guardare esposte nelle edicole degli anni 60-70 queste copertine:

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e questi contenuti

Madonna Batrichella e i suoi tre mariti

No nessuna parodia, nessuna rivisitazione o sequel di “Dona Flor e i suoi due mariti“.

Al contrario se nel romanzo di Jorge Amado Flor la protagonista, rimasta vedova di Vadinho, vive prima la nostalgia degli abbracci appassionati del marito defunto e poi, una volta risposatasi con il farmacista, il rimpianto ed infine l’abbandonarsi allo spirito di Vadinho, nella storia che si va a raccontare, la protagonista Donna Beatrice Rosso Spadafora, (la Batrichella del titolo, come affettuosamente la chiama il nonno) Contessa di Sclafani e Signora di Caltavuturo, certamente non rimpianse il primo marito.

Lei era figlia di Tommaso Rosso Spatafora e di Giovannella Branciforte, la sua data di nascita è incerta tuttavia anteriore al 1451, anno del primo testamento del nonno Antonio Russo Spatafora Conte di Sclafani, alla data dell’estensione del quale lei risulta molto piccola. Alla data del 20 ottobre 1459, data in cui il nonno fa redigere un secondo testamento (essendo già morto tra i due testamenti il figlio Tommaso avuto dal primo matrimonio con Maria Porcu) Beatrice, la “magnifica madonna Batrichella” di minore età, viene designata erede universale e le vengono assegnati come tutori la seconda moglie del testatore Pina La Matina ed il magnifico Giovanni Branciforte, signore di Mazzarino. Ed è ancora minore quando il 3 settembre 1461 vengono redatti i capitoli per il suo matrimonio, come da accordo dei giorni precedenti tra il nonno Antonio Russo Spatafora e Antonio Luna padre del promesso sposo Carlo. Lui lo sposo è Carlo de Luna figlio primogenito di Antonio Conte di Caltabellotta. Il padre Antonio Luna o De Luna era nato dopo il 1420 e il 26 novembre 1453 aveva ottenuto l’investitura della Contea di Caltabellotta, con Castellammare e Calatubo. Aveva avuto cinque figli nell’ordine Carlo, Pietro, Eleonora, Sigismondo e Margherita. Alla morte di Antonio, sarebbe stato il primogenito Carlo ad ereditare il titolo comitale.

Come si vede in qualche modo anche questa storia ha a che fare con Castellammare del Golfo infatti Antonio Luna muore tra il 15 e il 26 luglio del 1465 e Carlo il primogenito a quella data è già sposato a Beatrice. Il 30 agosto viene redatto l’inventario dei beni paterni. Tra le altre cose elencate nell’inventario si trovano: il castello e il feudo di Castellammare del Golfo con il mulino chiamato “di li bagni“, Calatubo, la tonnara e il bosco. Inoltre nell’inventario si dice che 65 onze si sarebbero ricevute “ad complimentum tonnarie Castri ad mare de Gulfo“. In seguito il 14 marzo del 1466 viene eseguito l’inventario delle cose custodite nel castello di Castellammare del Golfo, non ci si trova molto, solo armi e munizioni, tra cui bombarde, spingarde, balestre, barbute, mezzo barile di zolfo e “crivelli di cerniri pulviri di bombarda“, oltre alle “littere” e alla tavola per mangiare con i suoi “trispiti“, e paramenti di tela per l’altare della cappella e un calice di stagno. Tuttavia prima che Carlo si investisse della Baronia di Castellammare, la situazione finanziaria, già difficile al momento della successione per i debiti ereditati, e peggiorata con il tempo, il bisogno di liquidità, unito alla considerazione della contiguità del feudo di Pietra d’Amico al territorio da lui controllato rispetto al distante Castellammare del Golfo, spinse Carlo, con atto del 23 giugno 1468, a permutare con Gerardo Alliata (1420 – 1478) il feudo, la tonnara e il castello di Castellammare del Golfo,(che necessitava di riparazioni), per il feudo e il castello di Pietra d’Amico con l’aggiunta di 380 onze a conguaglio. Ambedue i contraenti si riservarono il diritto di riscatto, al quale però rinunziarono dietro versamento da parte dell’Alliata di onze 1301 con atto del 18 dicembre 1472 in considerazione che Gerardo aveva speso per la dote delle sorelle oltre 1300 onze, più 145 per la riparazione del castello. Carlo considerando i servizi da lui resi, decideva di annullare la condizione di riscatto inserita nel contratto e di donare a Gerardo Alliata e ai suoi eredi in perpetuo il castello e il feudo.

Ciò detto e chiarito come ed in che misura la vicenda abbia a che fare con Castellammare è giunto il tempo di tornare a Beatrice.

E’ il 20 aprile 1474 quando Carlo mette mano alla carta bollata e dà inizio alla “causa possessoria” contro la moglie, in seguito al suo abbandono del tetto coniugale ed al netto rifiuto di tornare ad abitare con lui. Il conte chiede di potere ritornare alla “possessionem pacificam” della moglie e che quest’ultima sia costretta “ad cohabitandum et morandum cum dicto domino comite marito suo, mutuo amore et mutuis servitiis coniugalibus tractandum et alia faciendum ut bona coniux“. Così si riteneva essere normale nel quattrocento.

Donna Beatrice infatti intorno al 1473 aveva abbandonato il tetto coniugale e si era trasferita nelle sue terre di Sclafani negando a Carlo, che l’aveva raggiunta, di potere accedere nella città. Il conte aveva provato in ogni modo a ricongiungersi con la moglie e, tramite ambasciatori e lettere, aveva cercato di mettersi in contatto con la contessa per essere ricevuto. Nulla però era servito e Beatrice si era rifiutata perfino di leggere le missive e di prestare ascolto agli ambasciatori. Il fatto è che donna Beatrice riteneva che il marito non avesse alcun diritto su di lei dal momento che il matrimonio era, a tutti gli effetti, da dichiarare nullo per l’impotenza di lui e che lei dopo dieci anno di matrimonio era ancora vergine come mamma l’aveva fatta.

Il marito, infatti, affermava la contessa: “propter eius inpotentiam numquam cognovit neque voluit neque potuit carnaliter cognoscere nec habere eandem illustrem dominam comitissam neque matrimonium assertum per carnis copulam consumare cum eadem, sed imo dicta illustris domina comitissa fuit et erat et est incorrupta et omnino virgo, pro ut exivit de corpore sue matris et ita fuit visa, cognita et reperta et fuit et est vox notoria et fama publica“.

La contessa, per quanto l’educazione sessuale delle fanciulle potesse essere carente all’epoca, si era resa presto conto che qualcosa non andava e si era sfogata con le persone a lei vicine e con il nonno Antonio cui aveva scritto e mandato messi che riferissero la propria volontà di lasciare il marito dal momento che questifuit et est impotens et habuit et habet naturale membrum molle“.

Il marito, nega di non avere consumato il matrimonio, e la contessa risponde che la propria illibatezza potranno constatarla “per mulier es et obstetrices expertas et honestas et probate fidei” le quali, dopo averla sottoposta a visita, certamente non mancheranno di dichiarare la sua purezza.

Convocate ben sette ostetriche esperte, oneste e di chiara fama, per verificare se la contessasit virgo an non fuerit“, queste il tredici agosto, nel castello di Caltavuturo procedono all’esame. Il verdetto sarà inequivocabile, le donne dichiarano infatti che la contessaest virgo et intacta pro ut exivit de corpor e matris sue“, confermando, così la versione della contessa. Il 21 novembre 1474 Beatrice riesce ad avere la meglio e, dinanzi al suo procuratore, ma in contumacia di Carlo, viene pronunciata la sentenza da parte del Tribunale: la contessa viene sciolta dai suoi obblighi coniugali.

Dopo qualche giorno la sentenza viene notificata nel castello di Giuliana al conte che per bocca del suo procuratore, il 30 novembre, dichiara al Vescovo di Cefalù di ritenerla nulla e di volersi appellare alla Sede Apostolica. Cosa che avvenne con la produzione di diverse testimonianze che raccontavano la “potenza” del conte il quale un giorno si sarebbe recato da una donna accompagnato da un servo, questi dopo avere atteso per tre ore che uscisse dalla casa, gli avrebbe chiesto: “chi aviti fatto tanto ?” e Carlo gli avrebbe risposto: “l’haiu futtutu dui voti“. Il servo, non convinto di quanto gli aveva riferito il conte, sarebbe andato dalla donna e le avrebbe chiesto: “per tua fè dimmi la viritati quanti voti ti fuctiu lu conti arsira ?“; la risposta aveva superato anche la dichiarazione di Carlo in quanto la donna avrebbe dichiarato di averlo conosciuto carnalmente per tre volte. In un’altra circostanza il conte si sarebbe recato a casa di una donna di Caltabellotta con un nobile messinese che dichiara di avere sentito come i due “muntaru supra lu lectu et lu dictu conti fari strepitu et modu comu fachissi lu attu carnali cum la ditta donna“. Ancora era stato visto a Bivona con Rosa mentre “era di supra” alla donna e “fachia quillu motu chi soli fari lu hommu quando commetti lu atto carnali“.

Naturalmente non poteva mancare il conte di mostrare cupidigia per le vergini, così il castellano di Sambuca testimonia di quella volta in cui gli era stata portata nel castello una donna, la cui verginità era nota in tutta Sambuca, la quale era stata obbligata ad indossare una camicia bianca prima di giacere con il conte; un altro testimone ricorda quando nello stesso castello gli era stata portata un’altra vergine di nome Antonina che interrogata su quanto aveva fatto Carlo aveva risposto che mentivano coloro che sostenevano che il conte fosse impotente perché, diceva, “tutta mi fichi sangu“. Altre testi sostenevano che Beatrice avrebbe voluto avere a tutti i costi un figlio e a tal fine sarebbe ricorsa ad alcuni rimedi popolari che avrebbero sortito l’effetto sperato ma, una volta rimasta “pregna“, di una figlia femmina, avrebbe deciso di abortire.

Ma Beatrice, presentò all’arcivescovo di Palermo, le suereprobationes” con le quali vennero confutate una ad una le precedenti deposizioni ed i relativi testi. A detta della contessa, le testimonianze fornite infatti erano prive di fede perché le testi erano o troppo legate al conte in quanto sue nutrici o consanguinee, o donne di facili costumi, ubriacone, “xarrere“, bestemmiatrici, “operatrici di magarii sortilegii et fatturi“, spergiure, ladre, false e violente con i mariti.

Espressioni interessanti e coloritissime vennero usate, in particolare si disse:

di Rosa La Salumetta che “fuit et est male et pessime fame et reprobe vite, solita vino inebriari, in tanto chi come si ubriaca non sa lu mundo chi la reggi, ne quello che dici, solita falsum cum iuramento dicere et deiurare, la quali non avi alcuna viritati in bucca, xarrera cu li vicini, et cum aliis, blasfemanti di Deu et di Santi, solita libidinose vivere et vitam libidinosam et lascivam facere, et scandala solita magarias et facturas commettere“;

di Antonia che “uxor magistri Salvi de Gravano” era “de Domo spectabilis matris ipsius domini Caroli et familiarissima affetionatissima et amicissima ipsius domini comitis dicteque eius matris et illius quondam eius patris ad eo quod per loro fu maritata et matrimonio collata et dotata, la quali propter eius inopiam non aviria stata maritata imo aviria avuto et andato a mal recapito pro ut eius parentes et sorores que fuit et est solita inebriari et capi vino dicere unum pro alio cum iuramento et iurare falsum et falsum iuramentum facere que quidem Antonia propter affectonem familiaritatem et singularem amicitia quam habuit erga dictum dominum comitem et suos verisimiliter falsum diceret et iuraret et ita unusquisque conosci eam pro ut fuit et est communis opinioni“;

di Fiore moglie di Federico de Cara di Giuliana che “fuit et est mulier male fame et pessime et reprobe vite et male conscientie, amicissima et affetionatissima ipsius domini comitis et suorum, solita mendacium cum iuramento dicere et falsum deponere iuramentum suum, sortilegias et facturas facere et exercere, libidinose vivere et vitam libidinosam facere e non cum uno sed cum pluribus, xarrera et reportera, inventrici di scandali et minzugnara“;

di Agata moglie di Antonio Randazzo che “fuit et est uxor male fidei vite pessime fame et morum et conscientie, la quali fu et est ribaldissima in omni genere malorum, la matri di la quali andava di burdello in burdello et di fundaco in fundaco, cioè sua matri preditta minzugnara, inventrici di scandali, xarrera cu vichini et altri, bestemmiatrici de Dio et Santi, inventrici et operatrici di magarii, sortilegii et fatturi, bagaxa non con uno ma con milli, ruffiana, inbriaca, carruna, minzugnara con iuramento et sine ad eo quod numqum dicit veritatem et cotidiana mendacia dicere, guluta chi pri la gula darria non tanto la persuna ma la cammicia chi vesti et ita fuit et est dicta Agata et ita est vox notoria et fama publica“;

di Thofania vedova di Giacomo lo sciacchitano che “fuit et est mulier male conditionis et morum, blasfematrix Dei et Sanctorum, solita dicere mendacium cum iuramento et sine ac fuit et est insana et demens ad eo quod multi volti xiarriandosi cum so marito et beni lu cunzava, verberando ipsum tantum quod interfecit dictum virum suum, […] xarriando cum so marito lu pigliao per li cugliuni e poi chi ci li avia ben tirati nixia fora et dichiali a li vicini, xarrera et di tali intellettu est la detta Tufania chi li cosi per ipsa deposti non li fussero stati insignati non l’aviria ditto ac saputo diri et ita est cognita ditta Tufania“.

A riprova delle proprie affermazioni Beatrice, il 2 novembre 1475, presenta dei testi che confermano la sua versione sulle donne che hanno deposto a favore di Carlo. Prima ancora che il giudizio del tribunale ecclesiastico si concluda, essendosi concluso evidentemente in favore di Beatrice quello delle famiglie e certe queste della conseguente conclusione che avrebbe avuto la causa di annullamento, il 15 dicembre 1475 Beatrice stipula il contratto matrimoniale “de futuro” con l’ex cognato Sigismondo De Luna. Solo il 23 gennaio 1476, infatti, Carlo, rinuncerà a procedere oltre. Tuttavia il contratto si sarebbe potuto ratificare solo dopo la dispensa pontificia, a causa della consanguineità. Non trovandosi in sede né il vescovo di Agrigento, né quello di Cefalù, diocesi di appartenenza dei richiedenti, papa Sisto IV diede mandato all’arcivescovo di Palermo, Paolo Visconti, di occuparsi della dispensa. Il 7 marzo 1476 i richiedenti si presentarono all’arcivescovo con lo scritto del cardinale penitenziere maggiore, Filippo Calandrini, con cui si incaricava il presule di dispensare Sigismondo e Beatrice dagli impedimenti matrimoniali in modo che potessero liberamente contrarre nozze benedette dalla Chiesa.

Beatrice, che già aveva mostrato molto carattere nel far valere le sue ragioni nella causa contro il primo marito esprime tutta la sua forza caratteriale e determinazione anche nel rapporto con il secondo marito fin dal contratto matrimoniale ricco di clausole, condizioni ed opzioni. Le nuove nozze di Beatrice aprono inoltre un altro capitolo della storia familiare dei De Luna che vedrà Carlo opporsi, in tutti i modi possibili, al fratello Sigismondo definito ora come colui che: “era entrato satanassi intra lo corpo et haviasi lassato vinchiri di lu diavolo per modo che diedi opera di levarimi la ditta Beatrichi et havirila ipsu in muglieri per consequitari lu contatu di Sclafani e baronia di Calatavuturu et privarimi di omni honuri […] et per compliri quisto usao tanti intricazioni, paroli, mali tratte, inganni, minazzi e tradimenti […] specio di homo fatto diavolo et di cristianu ereticu“. Con Sigismondo Beatrice avrà due figli Gian Vincenzo e Giovanna Eleonora, ma Sigismondo morirà presto il 7 ottobre 1480.

Beatrice, già nel 1483, risulta sposata in terze nozze con il potente viceré Gaspare de Spes il quale il 23 aprile 1483, nella persona del suo procuratore Simone Settimo, in virtù del matrimonio,riceve l’investitura della contea di Sclafani e presta il giuramento di fedeltà e l’omaggio. Il De Spes però risulterà parecchio sgradito ai siciliani e da questo non gradimento mal gliene verrà. Il re infatti che pure lo aveva nominato Viceré perpetuo lo richiamerà in Spagna. Il nuovo viceré Ferdinando de Acuña eletto nell’ottobre del 1488 ed arrivato a Palermo l’anno successivo, istruito il processo contro il De Spes lo fa condannare e sottopone a confisca i suoi beni e quelli della moglie. Ancora una volta, anche in questo frangente, Beatrice mostrerà tutto il suo carattere e la sua determinazione nella difesa, recupero e gestione del patrimonio familiare e nel 1492 la contessa stilerà con Guglielmo Raimondo Moncada e con il padre Giovanni Tommaso, conte di Adernò, i capitoli matrimoniali per le nozze dei figli Gian Vincenzo e Giovanna Eleonora con Diana e Antonio Moncada figli di Guglielmo Raimondo. Beatrice sopravvissuta anche al terzo marito muore verosimilmente nella seconda metà del 1519.

 

Tanto altro su Beatrice ed i De Luna lo trovate nell’ottimo lavoro di Maria Antonietta Russo su “BEATRICE ROSSO SPATAFORA E I LUNA (XV SECOLO)” studio a cui rinvio per gli approfondimenti scientifici e dal quale sono state attinte le informazioni per l’elaborazione di questo post di divulgazione.

Vincenzo Bucca un altro eroe castellammarese misconosciuto in patria

Mi sono soffermato già qui sul come e sul perchè della rimozione dell’eroe, del “non uguale” nella società conformista e di come tale sia la società castellammarese.
Francamente non so’ se anche nel caso di Vincenzo Bucca sia accaduta la medesima cosa o se la sua nascita a Castellammare del Golfo nel 1895 sia stata solo un accidente da cui si sia liberato ben presto per crescere e formarsi in luoghi lontani. Si noti che il nostro muore nell’agosto del 1914, quando non aveva ancora compiuto venti anni*, e che nel frattempo aveva avuto modo di fare politica e diventare Segretario Nazionale dei Giovani Repubblicani. 

Gli storici del luogo, con la consueta onestà intellettuale, son certo, non ci faranno mancare particolari ed aneddoti sulla infanzia, i giochi, le piccole incombenze quotidiane, per come accaduto già in passato nel caso di altri soggetti entrati loro malgrado nella storia di questa cittadina.

Dopo avere appreso quindi dell’esistenza di un altro eroe castellammarese diventa doveroso portare a conoscenza dei nostri amabili lettori della vicenda de “I sette di Babina Glava” (Montenegro) dal luogo in cui morirono non tutti, per fortuna dei sopravvissuti, il 20 agosto 1914, o della vicenda de “I primissimi” come li definisce un documentario di RAISTORIA, ovvero coloro che partirono volontari prima che l’Italia entrasse in guerra nella Prima Guerra Mondiale.

Erano costoro, Vincenzo Bucca (viene indicato in genere come di Palermo o siciliano ma sappiamo ora essere nato a Castellammare del Golfo), Cesare Colizza e il fratello maggiore Ugo (entrambi di Marino), Francesco Conforti (salernitano), Mario Corvisieri (romano di Castel Madama), Nicola Goretti (di Sutri) ed Arturo Reali (di Marino).

Erano repubblicani e garibaldini, persone che: “consideravano loro dovere combattere al fianco del più debole, la cui libertà è posta in pericolo”.
Vincenzo Bucca quando si imbarca in questa avventura era già il Segretario Nazionale dei Giovani Repubblicani, e frequentava spesso i Castelli romani ed in particolare Genzano e Marino, così quando l’Austria-Ungheria invade la Serbia in conseguenza dell’attentato all’arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo-Este (28 giugno 1914), i sette raccolgono l’appello di Ricciotti Garibaldi (figlio dell’Eroe dei due mondi) a mobilitarsi per la Serbia e partono per difendere la giovane nazione slava dall’aggressione del potente impero asburgico.

” Erano repubblicani? Erano anarchici?” – commentò un foglio repubblicano qualche tempo dopo – Non importa sapere: erano italiani e seguivano una tradizione che è gloria d’Italia: quella garibaldina. Con loro, tutti militanti del PRI, si trovava in effetti anche l’anarchico Cesare Colizza, di Marino Laziale, un veterano della camicia rossa (aveva preso parte come ufficiale alla seconda spedizione garibaldina in Grecia, nel 1912, combattendo a Drisko).

Il gruppo di garibaldini parte da Roma separatamente per incontrarsi il 31 luglio 1914 a Bari, imbarcarsi sul “Miksale” fingendosi “turisti americani” il 2 fecero scalo a Corfù; la mattina successiva Patrasso e il Pireo quindi, nel pomeriggio, Atene, qui si presentano alle autorità serbe, che forniscono loro un lasciapassare.
Pur sconsigliati da Ricciotti Garibaldi arrivano in Serbia il 10 agosto.
Qui si arruolano come soldati semplici nella bande di volontari dell’esercito serbo.
Schierati sul fronte montenegrino, affrontano gli austro-ungarici il 20 agosto 1914 sulle alture vicino Visegrád, al confine con la Bosnia, nell’ambito della battaglia del Monte Zer.
In particolare il gruppo italiano tenta un’avanzata approfittando di un momento di disorganizzazione dell’esercito asburgico, ma i sette restano isolati in mezzo alle linee nemiche; nello scontro per disimpegnarsi dall’accerchiamento muoiono Francesco Conforti, Vincenzo Bucca, Mario Corvisieri e Nicola Goretti, oltre a Cesare Colizza, che viene colpito mentre “eretto in tutta la persona grida: Viva l’Italia!”.
Ferito a morte, Cesare ordina al fratello Ugo e all’altro marinese, Arturo Reali, di lasciarlo lì e ritirarsi dietro le linee serbe.
Pare che le sue ultime parole prima di morire siano state: “Abbasso l’Austria”.

Il 14 settembre 1914, radicali, repubblicani, socialisti, anarchici, si riuniscono nella “Casa del Popolo” per commemorare i cinque di Babina Glava. I caduti vengono inumati sul posto e i loro nomi sono incisi in una lapide, all’ingresso del cimitero di Belgrado.
I sette di “Babina Glava” vengono insigniti di Medaglia d’Oro al V.M. di Serbia.
Il 9 settembre 1917 una missione militare serba viene in Italia per consegnare le medaglie ai parenti dei cinque caduti e ai due superstiti in una cerimonia solenne a Roma, in Piazza di Siena.

Nella piazza di Marino il 29 luglio 1922 fu posta questa epigrafe:

A – COLIZZA CESARE – BUCCA VINCENZO – CORVISIERI MARIO – CONFORTI FRANCESCO – GORETTI NICOLA – CHE PERPETUANDO IN TEMPI OSCURI – LA FULGIDA TRADIZIONE GARIBALDINA – RACCOGLIEVANO TRA I PRIMI LA SFIDA- LANCIATA DALLA TRACOTANZA ASBURGICA – ED IMMOLAVANO IN SERBIA LA GIOVINEZZA FIORENTE – IN DIFESA DEI POPOLI OPPRESSI – FECONDANDO COL SANGUE – LA RITORNANTE PRIMAVERA ITALICA – CHE SCIOLSE LE ALI DELLA VITTORIA – INCATENATE IN CAMPIDOGLIO – E LE VOLSE AL FATIDICO VOLO VENDICATORE SULLE VIE DI TRENTO E TRIESTE – IL POPOLO DI MARINO – QUESTO MARMO CONSACRA – CADUTI IL 20 AGOSTO 1914 – .

L’eredità morale, politica e civile dei sette tuttavia non mancherà di dar luogo a speculazioni negli anni successivi a quel 20 agosto 1914 in virtù anche del fatto, non secondario, che il sopravvissuto Ugo Colizza indosserà la camicia nera e sarà anche podestà di Marino dal 1923 al 1928.

A questo link un breve documentario di RAISTORIA “I Primissimi” Rai Storia – La Grande Guerra, 100 anni dopo.

La vicenda de “I sette di Babina Glava” è trattata ampiamente nel libro di Antonino Zarcone: “I Precursori – Volontariato democratico italiano nella guerra contro l’Austria: repubblicani, radicali, socialisti, riformisti, anarchici e massoni”.
Qui un resoconto della presentazione del libro presso l’ANPI di Roma.

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* – Mi dice Annalisa Ferrante essere nato il Vincenzo Bucca a Castellammare del Golfo il 20 ottobre 1895 da Francesco e Cleofe Giannelli. Quindi all’atto della morte non aveva compiuto i diciannove anni.

Questo il Comunicato Stampa del Comune di Castellammare del Golfo:

È di Castellammare ed è un eroe serbo: il sindaco accoglie lunedì una troupe televisiva serba, accompagnata dagli ufficiali dello Stato Maggiore dell’Esercito.

Il Ministero della Difesa ha autorizzato le riprese dei luoghi dove sono nati sette volontari italiani, morti in Serbia nel combattimento contro gli austriaci.

Un castellammarese eroe nazionale serbo perché morto nel combattimento contro gli austriaci. Ufficiali dello Stato Maggiore dell’Esercito accompagneranno la troupe televisiva della “Zastava film”, casa di produzione cinematografica del Ministero della Difesa serbo, che lunedì alle ore 10, arriverà a Castellammare del Golfo e sarà accolta dal sindaco Nicolò Coppola.

Il Ministero della Difesa, in accordo con il Governo della Serbia, ha autorizzato, infatti, le riprese dei luoghi dove sono nati e vissuti i sette volontari italiani che nel 1914 si sono recati in Serbia per combattere contro gli austriaci. Caduti in combattimento, i sette italiani sono considerati dai Serbi eroi nazionali.

Uno dei sette volontari italiani era di Castellammare del Golfo: Vincenzo Bucca, nato nel 1895.

L’ufficio storico dello Stato Maggiore dell’esercito ha chiesto al sindaco Nicolò Coppola di accompagnare la troupe televisiva serba nella visita del Comune di Castellammare.

«Proposta che ho accettato ben volentieri incaricando anche i nostri uffici di ricercare più dettagliate informazioni richiesteci sul nostro concittadino -afferma il sindaco Nicolò Coppola-. La troupe televisiva effettuerà le riprese dei luoghi legati alla memoria di Vincenzo Bucca, per ricostruirne la vita a Castellammare prima della partenza per il fronte serbo, possibilmente anche tramite testimonianze».

Portavoce del Sindaco: Annalisa Ferrante”

“Aiu statu svinturateddu signor Presidente”

Eravamo nel secolo scorso e a Palermo nell’aula bunker dell’Ucciardone si celebrava il Maxiprocesso alla mafia.
Un giorno nel corso di una delle udienze quest’uomo, più che un uomo un mito, dette del mafioso palermitano questa indimenticabile interpretazione da Oscar !