La Sicilia, Palermo e la DC descritte da Sergio Mattarella

nel corso dell’udienza dell’undici luglio 1996 del processo a Giulio Andreotti.
La registrazione audio, della durata di circa due ore, è preceduta da una introduzione del giornalista Sergio Scandurra di Radio Radicale.

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Sergio Mattarella

grazie a Radio Radicale

In principio fu Hara Kiri

Hara Kiri è stata la mamma di Charlie Hebdo.
Era una rivista satirica particolarmente sopra le righe che non per niente portava la dicitura “giornale stupido e cattivo”.
Fondata nel 1960 non mancò di avere diverse noie con la censura francese tanto che la pubblicazione fu interdetta dalla magistratura nel 1961, e nuovamente nel 1966.
Nel 1970, in occasione della morte di Charles De Gaulle, Hara Kiri diventata nel frattempo Hebdo scandalizzò la Francia con una copertina dal titolo “Bal tragique a Colombey, un mort”, ballo tragico a Colombey (la residenza del Generale), un morto. Un’iniziativa che il ministero dell’Interno censurò con il blocco delle pubblicazioni. Disegnatori e giornalisti non si persero d’animo, reagirono e aggirarono il divieto dando vita al Charlie Hebdo.
In Italia uscì per un brevissimo periodo nel 1968 una edizione italiana di Hara Kiri e fu con questa che io, precoce divoratore di giornale e riviste, venni in contatto.
La ritrovai poi citata anni dopo in alcuni saggi sulla fotografia pubblicati su una rivista mensile curata all’epoca da Ando Gilardi.

Ecco ora viaggiate nel tempo e provate ad immaginarvi a guardare esposte nelle edicole degli anni 60-70 queste copertine:

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e questi contenuti

Madonna Batrichella e i suoi tre mariti

No nessuna parodia, nessuna rivisitazione o sequel di “Dona Flor e i suoi due mariti“.

Al contrario se nel romanzo di Jorge Amado Flor la protagonista, rimasta vedova di Vadinho, vive prima la nostalgia degli abbracci appassionati del marito defunto e poi, una volta risposatasi con il farmacista, il rimpianto ed infine l’abbandonarsi allo spirito di Vadinho, nella storia che si va a raccontare, la protagonista Donna Beatrice Rosso Spadafora, (la Batrichella del titolo, come affettuosamente la chiama il nonno) Contessa di Sclafani e Signora di Caltavuturo, certamente non rimpianse il primo marito.

Lei era figlia di Tommaso Rosso Spatafora e di Giovannella Branciforte, la sua data di nascita è incerta tuttavia anteriore al 1451, anno del primo testamento del nonno Antonio Russo Spatafora Conte di Sclafani, alla data dell’estensione del quale lei risulta molto piccola. Alla data del 20 ottobre 1459, data in cui il nonno fa redigere un secondo testamento (essendo già morto tra i due testamenti il figlio Tommaso avuto dal primo matrimonio con Maria Porcu) Beatrice, la “magnifica madonna Batrichella” di minore età, viene designata erede universale e le vengono assegnati come tutori la seconda moglie del testatore Pina La Matina ed il magnifico Giovanni Branciforte, signore di Mazzarino. Ed è ancora minore quando il 3 settembre 1461 vengono redatti i capitoli per il suo matrimonio, come da accordo dei giorni precedenti tra il nonno Antonio Russo Spatafora e Antonio Luna padre del promesso sposo Carlo. Lui lo sposo è Carlo de Luna figlio primogenito di Antonio Conte di Caltabellotta. Il padre Antonio Luna o De Luna era nato dopo il 1420 e il 26 novembre 1453 aveva ottenuto l’investitura della Contea di Caltabellotta, con Castellammare e Calatubo. Aveva avuto cinque figli nell’ordine Carlo, Pietro, Eleonora, Sigismondo e Margherita. Alla morte di Antonio, sarebbe stato il primogenito Carlo ad ereditare il titolo comitale.

Come si vede in qualche modo anche questa storia ha a che fare con Castellammare del Golfo infatti Antonio Luna muore tra il 15 e il 26 luglio del 1465 e Carlo il primogenito a quella data è già sposato a Beatrice. Il 30 agosto viene redatto l’inventario dei beni paterni. Tra le altre cose elencate nell’inventario si trovano: il castello e il feudo di Castellammare del Golfo con il mulino chiamato “di li bagni“, Calatubo, la tonnara e il bosco. Inoltre nell’inventario si dice che 65 onze si sarebbero ricevute “ad complimentum tonnarie Castri ad mare de Gulfo“. In seguito il 14 marzo del 1466 viene eseguito l’inventario delle cose custodite nel castello di Castellammare del Golfo, non ci si trova molto, solo armi e munizioni, tra cui bombarde, spingarde, balestre, barbute, mezzo barile di zolfo e “crivelli di cerniri pulviri di bombarda“, oltre alle “littere” e alla tavola per mangiare con i suoi “trispiti“, e paramenti di tela per l’altare della cappella e un calice di stagno. Tuttavia prima che Carlo si investisse della Baronia di Castellammare, la situazione finanziaria, già difficile al momento della successione per i debiti ereditati, e peggiorata con il tempo, il bisogno di liquidità, unito alla considerazione della contiguità del feudo di Pietra d’Amico al territorio da lui controllato rispetto al distante Castellammare del Golfo, spinse Carlo, con atto del 23 giugno 1468, a permutare con Gerardo Alliata (1420 – 1478) il feudo, la tonnara e il castello di Castellammare del Golfo,(che necessitava di riparazioni), per il feudo e il castello di Pietra d’Amico con l’aggiunta di 380 onze a conguaglio. Ambedue i contraenti si riservarono il diritto di riscatto, al quale però rinunziarono dietro versamento da parte dell’Alliata di onze 1301 con atto del 18 dicembre 1472 in considerazione che Gerardo aveva speso per la dote delle sorelle oltre 1300 onze, più 145 per la riparazione del castello. Carlo considerando i servizi da lui resi, decideva di annullare la condizione di riscatto inserita nel contratto e di donare a Gerardo Alliata e ai suoi eredi in perpetuo il castello e il feudo.

Ciò detto e chiarito come ed in che misura la vicenda abbia a che fare con Castellammare è giunto il tempo di tornare a Beatrice.

E’ il 20 aprile 1474 quando Carlo mette mano alla carta bollata e dà inizio alla “causa possessoria” contro la moglie, in seguito al suo abbandono del tetto coniugale ed al netto rifiuto di tornare ad abitare con lui. Il conte chiede di potere ritornare alla “possessionem pacificam” della moglie e che quest’ultima sia costretta “ad cohabitandum et morandum cum dicto domino comite marito suo, mutuo amore et mutuis servitiis coniugalibus tractandum et alia faciendum ut bona coniux“. Così si riteneva essere normale nel quattrocento.

Donna Beatrice infatti intorno al 1473 aveva abbandonato il tetto coniugale e si era trasferita nelle sue terre di Sclafani negando a Carlo, che l’aveva raggiunta, di potere accedere nella città. Il conte aveva provato in ogni modo a ricongiungersi con la moglie e, tramite ambasciatori e lettere, aveva cercato di mettersi in contatto con la contessa per essere ricevuto. Nulla però era servito e Beatrice si era rifiutata perfino di leggere le missive e di prestare ascolto agli ambasciatori. Il fatto è che donna Beatrice riteneva che il marito non avesse alcun diritto su di lei dal momento che il matrimonio era, a tutti gli effetti, da dichiarare nullo per l’impotenza di lui e che lei dopo dieci anno di matrimonio era ancora vergine come mamma l’aveva fatta.

Il marito, infatti, affermava la contessa: “propter eius inpotentiam numquam cognovit neque voluit neque potuit carnaliter cognoscere nec habere eandem illustrem dominam comitissam neque matrimonium assertum per carnis copulam consumare cum eadem, sed imo dicta illustris domina comitissa fuit et erat et est incorrupta et omnino virgo, pro ut exivit de corpore sue matris et ita fuit visa, cognita et reperta et fuit et est vox notoria et fama publica“.

La contessa, per quanto l’educazione sessuale delle fanciulle potesse essere carente all’epoca, si era resa presto conto che qualcosa non andava e si era sfogata con le persone a lei vicine e con il nonno Antonio cui aveva scritto e mandato messi che riferissero la propria volontà di lasciare il marito dal momento che questifuit et est impotens et habuit et habet naturale membrum molle“.

Il marito, nega di non avere consumato il matrimonio, e la contessa risponde che la propria illibatezza potranno constatarla “per mulier es et obstetrices expertas et honestas et probate fidei” le quali, dopo averla sottoposta a visita, certamente non mancheranno di dichiarare la sua purezza.

Convocate ben sette ostetriche esperte, oneste e di chiara fama, per verificare se la contessasit virgo an non fuerit“, queste il tredici agosto, nel castello di Caltavuturo procedono all’esame. Il verdetto sarà inequivocabile, le donne dichiarano infatti che la contessaest virgo et intacta pro ut exivit de corpor e matris sue“, confermando, così la versione della contessa. Il 21 novembre 1474 Beatrice riesce ad avere la meglio e, dinanzi al suo procuratore, ma in contumacia di Carlo, viene pronunciata la sentenza da parte del Tribunale: la contessa viene sciolta dai suoi obblighi coniugali.

Dopo qualche giorno la sentenza viene notificata nel castello di Giuliana al conte che per bocca del suo procuratore, il 30 novembre, dichiara al Vescovo di Cefalù di ritenerla nulla e di volersi appellare alla Sede Apostolica. Cosa che avvenne con la produzione di diverse testimonianze che raccontavano la “potenza” del conte il quale un giorno si sarebbe recato da una donna accompagnato da un servo, questi dopo avere atteso per tre ore che uscisse dalla casa, gli avrebbe chiesto: “chi aviti fatto tanto ?” e Carlo gli avrebbe risposto: “l’haiu futtutu dui voti“. Il servo, non convinto di quanto gli aveva riferito il conte, sarebbe andato dalla donna e le avrebbe chiesto: “per tua fè dimmi la viritati quanti voti ti fuctiu lu conti arsira ?“; la risposta aveva superato anche la dichiarazione di Carlo in quanto la donna avrebbe dichiarato di averlo conosciuto carnalmente per tre volte. In un’altra circostanza il conte si sarebbe recato a casa di una donna di Caltabellotta con un nobile messinese che dichiara di avere sentito come i due “muntaru supra lu lectu et lu dictu conti fari strepitu et modu comu fachissi lu attu carnali cum la ditta donna“. Ancora era stato visto a Bivona con Rosa mentre “era di supra” alla donna e “fachia quillu motu chi soli fari lu hommu quando commetti lu atto carnali“.

Naturalmente non poteva mancare il conte di mostrare cupidigia per le vergini, così il castellano di Sambuca testimonia di quella volta in cui gli era stata portata nel castello una donna, la cui verginità era nota in tutta Sambuca, la quale era stata obbligata ad indossare una camicia bianca prima di giacere con il conte; un altro testimone ricorda quando nello stesso castello gli era stata portata un’altra vergine di nome Antonina che interrogata su quanto aveva fatto Carlo aveva risposto che mentivano coloro che sostenevano che il conte fosse impotente perché, diceva, “tutta mi fichi sangu“. Altre testi sostenevano che Beatrice avrebbe voluto avere a tutti i costi un figlio e a tal fine sarebbe ricorsa ad alcuni rimedi popolari che avrebbero sortito l’effetto sperato ma, una volta rimasta “pregna“, di una figlia femmina, avrebbe deciso di abortire.

Ma Beatrice, presentò all’arcivescovo di Palermo, le suereprobationes” con le quali vennero confutate una ad una le precedenti deposizioni ed i relativi testi. A detta della contessa, le testimonianze fornite infatti erano prive di fede perché le testi erano o troppo legate al conte in quanto sue nutrici o consanguinee, o donne di facili costumi, ubriacone, “xarrere“, bestemmiatrici, “operatrici di magarii sortilegii et fatturi“, spergiure, ladre, false e violente con i mariti.

Espressioni interessanti e coloritissime vennero usate, in particolare si disse:

di Rosa La Salumetta che “fuit et est male et pessime fame et reprobe vite, solita vino inebriari, in tanto chi come si ubriaca non sa lu mundo chi la reggi, ne quello che dici, solita falsum cum iuramento dicere et deiurare, la quali non avi alcuna viritati in bucca, xarrera cu li vicini, et cum aliis, blasfemanti di Deu et di Santi, solita libidinose vivere et vitam libidinosam et lascivam facere, et scandala solita magarias et facturas commettere“;

di Antonia che “uxor magistri Salvi de Gravano” era “de Domo spectabilis matris ipsius domini Caroli et familiarissima affetionatissima et amicissima ipsius domini comitis dicteque eius matris et illius quondam eius patris ad eo quod per loro fu maritata et matrimonio collata et dotata, la quali propter eius inopiam non aviria stata maritata imo aviria avuto et andato a mal recapito pro ut eius parentes et sorores que fuit et est solita inebriari et capi vino dicere unum pro alio cum iuramento et iurare falsum et falsum iuramentum facere que quidem Antonia propter affectonem familiaritatem et singularem amicitia quam habuit erga dictum dominum comitem et suos verisimiliter falsum diceret et iuraret et ita unusquisque conosci eam pro ut fuit et est communis opinioni“;

di Fiore moglie di Federico de Cara di Giuliana che “fuit et est mulier male fame et pessime et reprobe vite et male conscientie, amicissima et affetionatissima ipsius domini comitis et suorum, solita mendacium cum iuramento dicere et falsum deponere iuramentum suum, sortilegias et facturas facere et exercere, libidinose vivere et vitam libidinosam facere e non cum uno sed cum pluribus, xarrera et reportera, inventrici di scandali et minzugnara“;

di Agata moglie di Antonio Randazzo che “fuit et est uxor male fidei vite pessime fame et morum et conscientie, la quali fu et est ribaldissima in omni genere malorum, la matri di la quali andava di burdello in burdello et di fundaco in fundaco, cioè sua matri preditta minzugnara, inventrici di scandali, xarrera cu vichini et altri, bestemmiatrici de Dio et Santi, inventrici et operatrici di magarii, sortilegii et fatturi, bagaxa non con uno ma con milli, ruffiana, inbriaca, carruna, minzugnara con iuramento et sine ad eo quod numqum dicit veritatem et cotidiana mendacia dicere, guluta chi pri la gula darria non tanto la persuna ma la cammicia chi vesti et ita fuit et est dicta Agata et ita est vox notoria et fama publica“;

di Thofania vedova di Giacomo lo sciacchitano che “fuit et est mulier male conditionis et morum, blasfematrix Dei et Sanctorum, solita dicere mendacium cum iuramento et sine ac fuit et est insana et demens ad eo quod multi volti xiarriandosi cum so marito et beni lu cunzava, verberando ipsum tantum quod interfecit dictum virum suum, […] xarriando cum so marito lu pigliao per li cugliuni e poi chi ci li avia ben tirati nixia fora et dichiali a li vicini, xarrera et di tali intellettu est la detta Tufania chi li cosi per ipsa deposti non li fussero stati insignati non l’aviria ditto ac saputo diri et ita est cognita ditta Tufania“.

A riprova delle proprie affermazioni Beatrice, il 2 novembre 1475, presenta dei testi che confermano la sua versione sulle donne che hanno deposto a favore di Carlo. Prima ancora che il giudizio del tribunale ecclesiastico si concluda, essendosi concluso evidentemente in favore di Beatrice quello delle famiglie e certe queste della conseguente conclusione che avrebbe avuto la causa di annullamento, il 15 dicembre 1475 Beatrice stipula il contratto matrimoniale “de futuro” con l’ex cognato Sigismondo De Luna. Solo il 23 gennaio 1476, infatti, Carlo, rinuncerà a procedere oltre. Tuttavia il contratto si sarebbe potuto ratificare solo dopo la dispensa pontificia, a causa della consanguineità. Non trovandosi in sede né il vescovo di Agrigento, né quello di Cefalù, diocesi di appartenenza dei richiedenti, papa Sisto IV diede mandato all’arcivescovo di Palermo, Paolo Visconti, di occuparsi della dispensa. Il 7 marzo 1476 i richiedenti si presentarono all’arcivescovo con lo scritto del cardinale penitenziere maggiore, Filippo Calandrini, con cui si incaricava il presule di dispensare Sigismondo e Beatrice dagli impedimenti matrimoniali in modo che potessero liberamente contrarre nozze benedette dalla Chiesa.

Beatrice, che già aveva mostrato molto carattere nel far valere le sue ragioni nella causa contro il primo marito esprime tutta la sua forza caratteriale e determinazione anche nel rapporto con il secondo marito fin dal contratto matrimoniale ricco di clausole, condizioni ed opzioni. Le nuove nozze di Beatrice aprono inoltre un altro capitolo della storia familiare dei De Luna che vedrà Carlo opporsi, in tutti i modi possibili, al fratello Sigismondo definito ora come colui che: “era entrato satanassi intra lo corpo et haviasi lassato vinchiri di lu diavolo per modo che diedi opera di levarimi la ditta Beatrichi et havirila ipsu in muglieri per consequitari lu contatu di Sclafani e baronia di Calatavuturu et privarimi di omni honuri […] et per compliri quisto usao tanti intricazioni, paroli, mali tratte, inganni, minazzi e tradimenti […] specio di homo fatto diavolo et di cristianu ereticu“. Con Sigismondo Beatrice avrà due figli Gian Vincenzo e Giovanna Eleonora, ma Sigismondo morirà presto il 7 ottobre 1480.

Beatrice, già nel 1483, risulta sposata in terze nozze con il potente viceré Gaspare de Spes il quale il 23 aprile 1483, nella persona del suo procuratore Simone Settimo, in virtù del matrimonio,riceve l’investitura della contea di Sclafani e presta il giuramento di fedeltà e l’omaggio. Il De Spes però risulterà parecchio sgradito ai siciliani e da questo non gradimento mal gliene verrà. Il re infatti che pure lo aveva nominato Viceré perpetuo lo richiamerà in Spagna. Il nuovo viceré Ferdinando de Acuña eletto nell’ottobre del 1488 ed arrivato a Palermo l’anno successivo, istruito il processo contro il De Spes lo fa condannare e sottopone a confisca i suoi beni e quelli della moglie. Ancora una volta, anche in questo frangente, Beatrice mostrerà tutto il suo carattere e la sua determinazione nella difesa, recupero e gestione del patrimonio familiare e nel 1492 la contessa stilerà con Guglielmo Raimondo Moncada e con il padre Giovanni Tommaso, conte di Adernò, i capitoli matrimoniali per le nozze dei figli Gian Vincenzo e Giovanna Eleonora con Diana e Antonio Moncada figli di Guglielmo Raimondo. Beatrice sopravvissuta anche al terzo marito muore verosimilmente nella seconda metà del 1519.

 

Tanto altro su Beatrice ed i De Luna lo trovate nell’ottimo lavoro di Maria Antonietta Russo su “BEATRICE ROSSO SPATAFORA E I LUNA (XV SECOLO)” studio a cui rinvio per gli approfondimenti scientifici e dal quale sono state attinte le informazioni per l’elaborazione di questo post di divulgazione.

Vincenzo Bucca un altro eroe castellammarese misconosciuto in patria

Mi sono soffermato già qui sul come e sul perchè della rimozione dell’eroe, del “non uguale” nella società conformista e di come tale sia la società castellammarese.
Francamente non so’ se anche nel caso di Vincenzo Bucca sia accaduta la medesima cosa o se la sua nascita a Castellammare del Golfo nel 1895 sia stata solo un accidente da cui si sia liberato ben presto per crescere e formarsi in luoghi lontani. Si noti che il nostro muore nell’agosto del 1914, quando non aveva ancora compiuto venti anni*, e che nel frattempo aveva avuto modo di fare politica e diventare Segretario Nazionale dei Giovani Repubblicani. 

Gli storici del luogo, con la consueta onestà intellettuale, son certo, non ci faranno mancare particolari ed aneddoti sulla infanzia, i giochi, le piccole incombenze quotidiane, per come accaduto già in passato nel caso di altri soggetti entrati loro malgrado nella storia di questa cittadina.

Dopo avere appreso quindi dell’esistenza di un altro eroe castellammarese diventa doveroso portare a conoscenza dei nostri amabili lettori della vicenda de “I sette di Babina Glava” (Montenegro) dal luogo in cui morirono non tutti, per fortuna dei sopravvissuti, il 20 agosto 1914, o della vicenda de “I primissimi” come li definisce un documentario di RAISTORIA, ovvero coloro che partirono volontari prima che l’Italia entrasse in guerra nella Prima Guerra Mondiale.

Erano costoro, Vincenzo Bucca (viene indicato in genere come di Palermo o siciliano ma sappiamo ora essere nato a Castellammare del Golfo), Cesare Colizza e il fratello maggiore Ugo (entrambi di Marino), Francesco Conforti (salernitano), Mario Corvisieri (romano di Castel Madama), Nicola Goretti (di Sutri) ed Arturo Reali (di Marino).

Erano repubblicani e garibaldini, persone che: “consideravano loro dovere combattere al fianco del più debole, la cui libertà è posta in pericolo”.
Vincenzo Bucca quando si imbarca in questa avventura era già il Segretario Nazionale dei Giovani Repubblicani, e frequentava spesso i Castelli romani ed in particolare Genzano e Marino, così quando l’Austria-Ungheria invade la Serbia in conseguenza dell’attentato all’arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo-Este (28 giugno 1914), i sette raccolgono l’appello di Ricciotti Garibaldi (figlio dell’Eroe dei due mondi) a mobilitarsi per la Serbia e partono per difendere la giovane nazione slava dall’aggressione del potente impero asburgico.

” Erano repubblicani? Erano anarchici?” – commentò un foglio repubblicano qualche tempo dopo – Non importa sapere: erano italiani e seguivano una tradizione che è gloria d’Italia: quella garibaldina. Con loro, tutti militanti del PRI, si trovava in effetti anche l’anarchico Cesare Colizza, di Marino Laziale, un veterano della camicia rossa (aveva preso parte come ufficiale alla seconda spedizione garibaldina in Grecia, nel 1912, combattendo a Drisko).

Il gruppo di garibaldini parte da Roma separatamente per incontrarsi il 31 luglio 1914 a Bari, imbarcarsi sul “Miksale” fingendosi “turisti americani” il 2 fecero scalo a Corfù; la mattina successiva Patrasso e il Pireo quindi, nel pomeriggio, Atene, qui si presentano alle autorità serbe, che forniscono loro un lasciapassare.
Pur sconsigliati da Ricciotti Garibaldi arrivano in Serbia il 10 agosto.
Qui si arruolano come soldati semplici nella bande di volontari dell’esercito serbo.
Schierati sul fronte montenegrino, affrontano gli austro-ungarici il 20 agosto 1914 sulle alture vicino Visegrád, al confine con la Bosnia, nell’ambito della battaglia del Monte Zer.
In particolare il gruppo italiano tenta un’avanzata approfittando di un momento di disorganizzazione dell’esercito asburgico, ma i sette restano isolati in mezzo alle linee nemiche; nello scontro per disimpegnarsi dall’accerchiamento muoiono Francesco Conforti, Vincenzo Bucca, Mario Corvisieri e Nicola Goretti, oltre a Cesare Colizza, che viene colpito mentre “eretto in tutta la persona grida: Viva l’Italia!”.
Ferito a morte, Cesare ordina al fratello Ugo e all’altro marinese, Arturo Reali, di lasciarlo lì e ritirarsi dietro le linee serbe.
Pare che le sue ultime parole prima di morire siano state: “Abbasso l’Austria”.

Il 14 settembre 1914, radicali, repubblicani, socialisti, anarchici, si riuniscono nella “Casa del Popolo” per commemorare i cinque di Babina Glava. I caduti vengono inumati sul posto e i loro nomi sono incisi in una lapide, all’ingresso del cimitero di Belgrado.
I sette di “Babina Glava” vengono insigniti di Medaglia d’Oro al V.M. di Serbia.
Il 9 settembre 1917 una missione militare serba viene in Italia per consegnare le medaglie ai parenti dei cinque caduti e ai due superstiti in una cerimonia solenne a Roma, in Piazza di Siena.

Nella piazza di Marino il 29 luglio 1922 fu posta questa epigrafe:

A – COLIZZA CESARE – BUCCA VINCENZO – CORVISIERI MARIO – CONFORTI FRANCESCO – GORETTI NICOLA – CHE PERPETUANDO IN TEMPI OSCURI – LA FULGIDA TRADIZIONE GARIBALDINA – RACCOGLIEVANO TRA I PRIMI LA SFIDA- LANCIATA DALLA TRACOTANZA ASBURGICA – ED IMMOLAVANO IN SERBIA LA GIOVINEZZA FIORENTE – IN DIFESA DEI POPOLI OPPRESSI – FECONDANDO COL SANGUE – LA RITORNANTE PRIMAVERA ITALICA – CHE SCIOLSE LE ALI DELLA VITTORIA – INCATENATE IN CAMPIDOGLIO – E LE VOLSE AL FATIDICO VOLO VENDICATORE SULLE VIE DI TRENTO E TRIESTE – IL POPOLO DI MARINO – QUESTO MARMO CONSACRA – CADUTI IL 20 AGOSTO 1914 – .

L’eredità morale, politica e civile dei sette tuttavia non mancherà di dar luogo a speculazioni negli anni successivi a quel 20 agosto 1914 in virtù anche del fatto, non secondario, che il sopravvissuto Ugo Colizza indosserà la camicia nera e sarà anche podestà di Marino dal 1923 al 1928.

A questo link un breve documentario di RAISTORIA “I Primissimi” Rai Storia – La Grande Guerra, 100 anni dopo.

La vicenda de “I sette di Babina Glava” è trattata ampiamente nel libro di Antonino Zarcone: “I Precursori – Volontariato democratico italiano nella guerra contro l’Austria: repubblicani, radicali, socialisti, riformisti, anarchici e massoni”.
Qui un resoconto della presentazione del libro presso l’ANPI di Roma.

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* – Mi dice Annalisa Ferrante essere nato il Vincenzo Bucca a Castellammare del Golfo il 20 ottobre 1895 da Francesco e Cleofe Giannelli. Quindi all’atto della morte non aveva compiuto i diciannove anni.

Questo il Comunicato Stampa del Comune di Castellammare del Golfo:

È di Castellammare ed è un eroe serbo: il sindaco accoglie lunedì una troupe televisiva serba, accompagnata dagli ufficiali dello Stato Maggiore dell’Esercito.

Il Ministero della Difesa ha autorizzato le riprese dei luoghi dove sono nati sette volontari italiani, morti in Serbia nel combattimento contro gli austriaci.

Un castellammarese eroe nazionale serbo perché morto nel combattimento contro gli austriaci. Ufficiali dello Stato Maggiore dell’Esercito accompagneranno la troupe televisiva della “Zastava film”, casa di produzione cinematografica del Ministero della Difesa serbo, che lunedì alle ore 10, arriverà a Castellammare del Golfo e sarà accolta dal sindaco Nicolò Coppola.

Il Ministero della Difesa, in accordo con il Governo della Serbia, ha autorizzato, infatti, le riprese dei luoghi dove sono nati e vissuti i sette volontari italiani che nel 1914 si sono recati in Serbia per combattere contro gli austriaci. Caduti in combattimento, i sette italiani sono considerati dai Serbi eroi nazionali.

Uno dei sette volontari italiani era di Castellammare del Golfo: Vincenzo Bucca, nato nel 1895.

L’ufficio storico dello Stato Maggiore dell’esercito ha chiesto al sindaco Nicolò Coppola di accompagnare la troupe televisiva serba nella visita del Comune di Castellammare.

«Proposta che ho accettato ben volentieri incaricando anche i nostri uffici di ricercare più dettagliate informazioni richiesteci sul nostro concittadino -afferma il sindaco Nicolò Coppola-. La troupe televisiva effettuerà le riprese dei luoghi legati alla memoria di Vincenzo Bucca, per ricostruirne la vita a Castellammare prima della partenza per il fronte serbo, possibilmente anche tramite testimonianze».

Portavoce del Sindaco: Annalisa Ferrante”

“Aiu statu svinturateddu signor Presidente”

Eravamo nel secolo scorso e a Palermo nell’aula bunker dell’Ucciardone si celebrava il Maxiprocesso alla mafia.
Un giorno nel corso di una delle udienze quest’uomo, più che un uomo un mito, dette del mafioso palermitano questa indimenticabile interpretazione da Oscar !

Di preti sesso e malversazioni

 

Ne uccise cinquecentosedici tra uomini e donne, ma tutti legalmente !
E non solo li uccise, ma a tanti staccò la testa le braccia e le gambe, qualcuno lo bruciò, ma in nome di Dio e del Papa Re.
Lo chiamavano Mastro Titta il suo nome vero era Giovan Battista Bugatti e fu il boia del Papa dal 22 marzo del 1796 fino al 17 agosto 1864 data della sua ultima esecuzione.
Con quest’ultima esecuzione Giovanni Battista Bugatti fu collocato a riposo, su proposta di Monsignor Fiscale il quale nella sua relazione lo qualifica per l’illustre Bugatti. Il Consiglio de’ Ministri avanzò la proposta a Sua Santità.
Pio IX l’approvò il 28 febbraio dello stesso anno concedendogli la pensione mensile di scudi 30 «in vista della di lui senile età e dei lunghissimi servigi» con decorrenza dal primo novembre, nel qual giorno gli succede Vincenzo Balducci, suo aiutante fin dal 1850. Le esecuzioni di Balducci furono poche (la più famosa quella avvenuta il 24 novembre 1868 nella quale furono giustiziati i patrioti Monti e Tognetti alla presenza anche di Mastro Titta) perché sopraggiunse la Breccia di Porta Pia ad interrompere la sua carriera.
A Giovanni Battista Bugatti non fu dato di assistere a quell’avvenimento in quanto quindici mesi e due giorni prima, ed esattamente il 18 giugno 1869, egli moriva. Il suo decesso è registrato a pagina 89 del libro IX della Parrocchia di S. Maria Traspontina.
Vi fu chi raccolse le sue memorie e le pubblicò con il titolo di “Mastro Titta, il boia di Roma: Memorie di un carnefice scritte da lui stesso“, una sorta di raccolta di cronaca nera della Roma papalina.
Da tale testo una “edificante” (si fa per dire) storia di preti, sesso e malversazioni nella Roma dell’ottocento, la storia di Cesare Abbo:

1891_-_Giovanni_Battista_Bugatti,_Mastro_Titta,_il_boia_di_Roma_e_la_giustizia_dei_Papi,_Roma,_Tip__Edoardo_Perino_Edit_,_1891

Incisione tratta dal volume di Giovanni Battista Bugatti, Mastro Titta, il boia di Roma e la giustizia dei Papi, Tip. Edoardo Perino Edit., Roma 1891. Si tratta di un romanzo anticlericale, nel quale è descritto come un sacerdote disonesto e miscredente arrivi a stuprare il proprio nipote, anch’egli sacerdote.

LXXXII.
Un triste Don Giovanni.

Cesare Abbo aveva portato dalla natura un temperamento estremamente lussurioso. Appartenente a famiglia ricca e di ottime origini, che godeva di gran credito nella migliore società, egli si era abbandonato giovanissimo a tutti gli eccessi, ed aveva sciupato il proprio patrimonio nel giuoco, nella crapula, negli stravizi di ogni genere, seminando il sentiero della sua vita di vittime infelici della sua foia.
Non una donna poteva passargli vicino senza ch’egli tentasse di farla sua colla violenza o colla seduzione, sorprendendola e assoggettandola per forza alle sue voglie, se gli veniva fatto, ingannandola con mentite proteste d’amore, o guadagnandola coll’oro, che spargeva a piene mani, se non gli era stato concesso di possederla altrimenti. Egli non conosceva ostacoli, in una parola. Quando incontrava delle difficoltà i suoi desideri si acuivano e diventavano irresistibili, e per appagarli non rifuggiva da qualsiasi mezzo.
Alto e ben proporzionato della persona, dotato di un vigore erculeo, coll’ampio torace eretto, lo sguardo ardito e provocante, la bocca estremamente sensuale, Cesare Abbo spirava ed aspirava voluttà per tutti i pori e incontrava spesso le simpatie muliebri. Ma nessuna passione durava a lungo in lui. Spossato dai godimenti di una notte, era capace di abbandonare e di respingere il giorno dopo l’incauta donna, per la quale aveva commesse le più grandi pazzie alla vigilia.
Le sue avventure correvano su tutte le bocche, ne’ crocchi della gente poco scrupolosa, ed erano argomento di perenni facezie di incitamenti erotici. Si parlava di lui come di un Don Giovanni della peggiore specie.
Si narrava che una notte in un albergo aveva sorpreso una signora sola, penetrando dalla propria nella camera di lei dopo averne forzata la porta. La signora aveva tentato di chiamare aiuto, ma egli le aveva posto un bavaglio alla bocca e non potendo trarla per amore a soddisfare il suo capriccio, l’ebbe colla violenza e dopo averne oscenamente abusato fino al mattino, non sapendo come sottrarsi alle conseguenze del suo misfatto, la legò sul letto per le gambe e per le braccia con delle salviette, quindi, indossati gli abiti della signora, se ne fuggì, dopo essersi calato sul volto il fitto velo del cappellino che ella portava, lasciandola in quella terribile posizione.
Quando i camerieri entrarono nella camera della disgraziata e la liberarono, Cesare Abbo aveva già lasciato la città e non ci fu verso di rintracciarlo.
In un’altra occasione, incaricato da un amico di portare sue notizie alla propria moglie, si reca da lei per eseguire la commissione avuta e viene dalla signora accolto colle migliori cortesie.
Ma le grazie soavissime di quella donna giovane e bella lo incantano, lo abbagliano, gli danno le vertigini. D’un tratto interrompe bruscamente il discorso e, afferrandole la candida mano, le dice con accento inesprimibile:
— Sofia!
La signora stupefatta, cerca di ritirare la mano, ma Cesare la trattiene e continua ad investirla.
— Sofia, io ti amo.
— Signore — risponde indignata la signora, voi dimenticate dove vi trovate e con chi parlate.
— Mi trovo accanto ad un angelo e parlo colla più cara, la più avvenente, la più vezzosa delle donne.
— Queste parole che io dovrei respingere in qualunque momento le pronunziaste, sono ora un insulto per me. Ricordate che siete qui presentato da una carta di mio marito, di un vostro amico, che si è affidato alla vostra lealtà.
— Parole, parole, Sofia, inutili parole. L’amore è una fiamma che divampa improvvisa, o non è.
— Io respingo questo amore, che voglio ritenere per un’aberrazione istantanea.
— Aberrazione sarebbe per noi non aprofittare delle gioie che ci promette questo involontario incontro. Forse tuo marito in questo momento medesimo, fa con un’altra, ciò che io desidero fare con te. Amiamoci Sofia. Val più un’ora d’oblio e d’ebbrezza che vent’anni di felicità calcolata, autorizzata, legittimata da quella scempiaggine che è il matrimonio.
Atterrita da questo impudente linguaggio, la signora resta perplessa. Vorrebbe evitare lo scandalo e cerca di persuadere colle buone l’audace a desistere dai suoi insani progetti.
— Io non giungo a spiegarmi — gli dice — questa follia, dalla quale siete assalito. È una sventura per me, l’avervi destato dei sentimenti che non posso dividere, non debbo assecondare.
— Perché?
— Dimenticate dunque la mia condizione? S’anco una lontana simpatia mi rendesse meno insensibile alle vostre dichiarazioni, io sarei costretta a combatterle dal vostro singolare ardimento.
— Sciocchezze. Puerilità indegne di una bellezza divina qual sei.
— Vi scongiuro, signore, di mutar tono. Un gentiluomo deroga mancando alle convenienze.
— Ma io t’amo, Sofia. T’amo come non ho amato mai. Per un tuo solo bacio darei non una, dieci volte, la vita. Ingiuriami, calpestami, disprezzami poi, ma sii mia.
In così dire Cesare Abbo si lancia sulla signora le cinge con un braccio la vita e rovesciandole coll’altra la testa, la bacia furiosamente sulla bocca, sulla gola e tenta di usarle l’estrema violenza.
Di fronte ad un tale attacco la signora, che si vede ormai perduta, fingendo per un secondo di abbandonarsi all’assalitore, ottiene che rallenti la foga del suo amplesso, si svincola da lui e riesce ad attaccarsi al cordone di un campanello, cui dà una terribile strappata.
Due servi in livrea accorrono tosto dall’anticamera.
— Allontanate questo signore e ricordatevi ch’egli non deve aver più accesso in questa casa.
I due domestici si fanno addosso a Cesare, ma questi tenta di ribellarsi loro. Ma ha da fare con due robustissimi giovanotti, i quali dopo breve colluttazione riescono a metterlo fuori.

LXXXIII.
Un dramma d’amore in carrozza.

L’oltraggio patito non fece che aumentare la passione suscitata da Sofia in Cesare Abbo. Egli giurò a se stesso di avere quella donna, dovesse costargli la vita e tenne il giuramento.
Una notte di aprile, ritornando da una serata, Sofia ordinò al cocchiere che aveva preso da pochi giorni al suo servizio di fare una corsa fuori di Porta San Giovanni. Era nervosa più del consueto e affaticata. Voleva godersi le fresche e profumate aure primaverili. Il ballo aveva alquanto eccitato i suoi sensi e sperava con quella gita di ricuperare la calma.
Abbandonata sui cuscini della vettura elegante, s’era tolta il piccolo mantello di casimiro bianco, a ricami d’oro, soppannati di seta celestina e colle opulenti spalle le pur bellissime braccia ignude, gustava i lievi brividi che l’aria notturna, penetrando da una delle portiere il cui cristallo era calato, le procurava. La sua fantasia immersa nei ricordi della serata, spaziava: sognava ad occhi aperti. Ma il freddo fattosi più pungente, la consigliò di far alzare il cristallo. Chiamò il cocchiere e gli disse:
— Ho freddo, scendi, chiudi bene la portiera e ritorniamo.
Il cocchiere discese, aprì lo sportello, vide l’affascinante spettacolo, di quella donna così poco vestita di trine e di seta e acceso di subito fervore amoroso, stese le braccia, e l’attirò a sé.
Sofia cercò di svincolarsi e di respingerlo. Ma la stretta era troppo vigorosa.
— Questa volta non mi farai cacciare dai tuoi servi, come sei mesi fa — disse sghignazzando l’assalitore.
— Che, voi? — esclamò più sorpresa che sdegnata, la formosissima donna.
— Io stesso, Cesare Abbo. Sfuggimi se puoi. Sarai ben mia.
Le resistenze di Sofia, furono deboli, per non dir nulle. Le condizioni patologiche della donna erano favorevoli a quell’avventura arrischiatissima. Se è vero che tutte le donne hanno dei momenti nei quali sono di chi le piglia, doveva essere quello uno dei suoi momenti. I baci di Sofia non furono meno numerosi, né meno ardenti di quelli dell’audace assalitore, trasformatosi in cocchiere, corrompendo il vero cocchiere della signora, per raggiungere il proprio intento. Gioiva Sofia d’esser vittima di un innamorato della propria classe e non nella brutalità di un servo. La passione che aveva ispirato, solleticava inoltre il suo amor proprio. La forza amatoria dell’Abbo, compì il miracolo. Rientrando al suo palazzo era pazzamente presa dell’intraprendente suo amante; si pentiva della sua fierezza che le aveva rapito sei mesi di godimenti e si prometteva di ripagarsene ad usura.
Giunto al convegno stabilito, Cesare Abbo rimise al vero cocchiere il cappello gallonato e il grande pastrano di livrea e si accomiatò da Sofia. All’indomani costei l’attendeva impazientemente nel suo gabinetto. Ma Cesare Abbo non vi si recò, né più mai si fece vedere. Il suo capriccio era esaurito.
Quando una passione non ha potuto avere il suo svolgimento nei sensi di una donna questa ne soffre orribilmente, il suo carattere si altera e di leggieri si dà in balìa agli eccessi più mostruosi.
Così accadde a Sofia, la quale perduto il cocchiere finto si abbandonò al vero, che gli richiamava quella notte di piacere acre, ma delizioso. Man mano discese per tutti i gradi della depravazione e giunse a recarsi incognita ne’ pubblici lupanari, come Messalina, per godere dell’improvviso e dell’ignoto.
Quivi si incontrò di nuovo con Cesare Abbo e dopo aver passato una notte con lui in quella casa infame, tornata a casa, si uccise con un colpo di pistola al cuore.

LXXXIV.
Il dissoluto si fa prete.

Compromesso da una serie di fatti turpi Cesare Abbo, per non incorrere in guai maggiori, dovette lasciar Roma e lo stato pontificio. Dopo aver passato qualche anno soggiornando in varie città d’Italia, passò all’estero e finì collo stabilirsi a Parigi, dove, dato fondo fino agli ultimi resti della sua fortuna, aveva dovuto, per vivere, ricorrere alla sua cultura e trar profitto dalle sue cognizioni. Ammesso in una casa signorile in qualità di precettore diventò l’amante della madre, una donna sulla quarantina, tuttor fresca e piacente ed ebbe da lei dovizia di mezzi. Avrebbe potuto vivere tranquillo e felice, ma la sua sete insaziabile di godimenti sempre nuovi lo trasse a rovina. Insegnava italiano e musica alla figlia quindicenne della sua amante, leggiadrissima creatura, rosea e bionda come un cherubino e se ne invaghì. Non potendo sperare di sedurla le propinò una bevanda inebbriante, mentre la conduceva in villa e la violò. La fanciulla ne uscì gravida e Cesare Abbo dovette lasciar la casa, non solo, ma ben anco Parigi.
Riparato a Liegi ebbe un posto di professore in un collegio cattolico e corruppe una quantità di fanciulli affidati alla sua cura, suscitando uno scandalo gravissimo e facendosi istruire un processo, dal quale non sarebbe uscito incolume, senza l’aiuto della famiglia la quale riuscì ad assopire la cosa.
Era stato in quel mezzo investito della sacra porpora un suo nepote in linea femminile e questi spiegò tutta la sua influenza a favor dello zio. Erano passati di molti anni e la memoria dei fatti di Cesare Abbo era impallidita a Roma. Il cardinale, fatte le debite diligenze pensò di richiamarlo a sé, e gliene fece la proposta per lettera.
L’offerta non poteva essere più lusinghiera e vantaggiosa per il lussurioso e randagio buontempone. Egli vide aprirsi innanzi un nuovo orizzonte e si promise di approfittare largamente di tutte le gioconde prospettive che esso gli presentava. Chiese ed ottenne di entrare negli ordini e sorvolando per volere del nipote a tutte le difficoltà, vincendo tutti gli ostacoli, fu fatto prete in breve volger di tempo, mutando il suo nome di Cesare troppo compromesso in quello di Domenico, che pur si trovava nella lunga filatessa di nomi impostigli al fonte battesimale.
Don Domenico, ormai bisogna chiamarlo così, fece il suo solenne ingresso nella sua città natia in abito talare, accuratamente sbarbato, corretto nel portamento, talché difficilmente si sarebbe riconosciuto in lui l’antico libertino, che aveva dato tanta materia alla cronaca scandalosa dei paesi da lui visitati. Era ancor nel fiore dell’età; toccava la quarantina, ma dimostrava quindici anni di meno, tant’era robusto e fresco e pieno di vigoria.
Il cardinale fu molto sorpreso di trovarsi avanti uno zio che pareva meno anziano di lui, quantunque foss’egli il più giovane dei membri del sacro collegio; investito della porpora cardinalizia da Sua Santità Gregorio XVI per la grandissima dottrina ond’era fornito. Tuttavia sedotto dai modi squisitamente signorili del neoprete, giudicò che sarebbe tornato di lustro alla sua corte e gli fece pertanto le migliori accoglienze.
— Don Domenico, sono ben lieto di vedervi. Desideravo da molto tempo di conoscervi e mi spiace solo di dover questa fortuna a circostanze sulle quali, voglio sorpassare in questo momento, certo che saprete onorare l’abito e il carattere che avete assunto.
— Cardinale, nipote mio dilettissimo, il dente della calunnia mi ha morso spesso, ma sotto l’egida della vostra porpora, spero vorrà d’ora in poi lasciarmi in pace. Voi avete fatto opera degna della vostra e della mia famiglia, associate negli interessi e negli affetti dai matrimoni, richiamandomi a Roma.
— Voi farete parte della mia casa. Vi nomino mio segretario onorario ed eserciterete le funzioni di cerimoniere, per le quali mi sembrate tagliato apposta.
— L’ufficio mi garba e lusinga il mio amor proprio e lo accetto. Tuttavia siccome intendo di esercitare seriamente il mio ministero di sacerdote, per il quale mi son sempre sentito inclinato, desidererei aver cura d’anime.
— Il vostro passato… veramente…
— Ma ho fatto una pratica eccezionale delle vicende umane.
— Lo credo. Però vi esporreste a nuove tentazioni, dalle quali parmi opportuno tenervi lontano.
— Cardinale, abbiate pazienza, vi sono gratissimo delle vostre buone disposizioni a mio riguardo e tuttociò che avete fatto per me, ma poiché sono diventato prete, non voglio esserlo di pura mostra.
L’ostinazione dello zio irritava un po’ l’illustre Principe della Chiesa. Egli subodorava delle seconde intenzioni nel tenace proposito di Don Domenico, ed ebbe una punta di resipiscenza per averlo richiamato. Ma comprendendo che non sarebbe stato agevole persuaderlo a rinunziare alle sue aspirazioni gli fu giocoforza di assentire. Dopo tutto la cura delle anime che reclamava, lo avrebbe allontanato da pericoli maggiori e salvaguardato il decoro della sua Corte.
— Volete dunque assolutamente esercitare il sacerdozio in tutte le sue più gelose cure — domandò.
— Lo desidero, Eminenza.
— E sia. Avrete la confessione, per ora.
— Mi basta.
— In seguito vedremo, se convenga farvi titolare di qualche parrocchia.
— Non spingo tant’oltre le mie aspirazioni.
— Resta convenuto che risiederete a palazzo e farete parte della famiglia. Vi sarà facile prendere conoscenza e pratica del cerimoniale. Errare humanum est: voi avete, se la fama non mente, errato la vostra parte. Guardatevi bene dal ripigliar da capo e di offrir l’occasione a quel dente della calunnia, di cui dite d’aver provato i morsi, di nuovamente attaccarvi. Siate cauto, almeno…
— Se non casto. Questo va da sé.
Zio e nipote dopo questo colloquio, si lasciarono ne’ migliori termini.
Il giorno stesso don Domenico prendeva possesso del suo piccolo ed elegante appartamento nel palazzo del Cardinale, e stropicciandosi allegramente le mani, esclamava:
— Ho ritrovato il paese della cuccagna. Attenti a non farsi esiliare.

LXXXV.
Le gesta del prete.

Domenico Abbo conservò per parecchio tempo un contegno castigatissimo ed una condotta irreprensibile. Il cardinale suo nipote ne era edificato e non cessava di lodarsi della determinazione presa. L’affabilità de’ suoi modi e la giocondità del suo spirito gli accaparravano tutte le simpatie. Mai le anticamere del prelato erano state così affollate di clienti delle migliori società. Le signore erano in prevalenza e si intrattenevano con maggior compiacimento col cerimoniere, che col cardinale. Quel bel prete, dall’aspetto di granatiere, per l’imponenza della persona, dall’occhio nero e corruscante, dalla bocca larga e sensuale, tuttora adorna dei suoi denti candidi e forti le attraeva. E dal palazzo del Cardinale passavano volentieri alla chiesa, dove don Domenico officiava, per accostarsi al tribunale di penitenza da lui presieduto.
In breve Abbo era diventato il direttore spirituale di una quantità di famiglie patrizie e vi era accolto con straordinarie feste, ogni qualvolta si degnava di accettare un invito a pranzo o a qualche ricevimento.
La giovialità del suo carattere faceva di lui un prezioso commensale, e un consigliere molto competente per tuttociò che concerneva la vita mondana, non meno che per riguardo della vita celeste.
Il cardinale nepote non era geloso dei successi di suo zio, che si riverberavano sopra di lui, e si fece premura di presentarlo al papa, non appena, essendogliene giunta notizia, manifestogli il desiderio di conoscerlo.
Papa Gregorio XVI, tolto dalla gravità delle preoccupazioni del governo della Chiesa e dello Stato, tolto dalle afflizioni che gli cagionavano i cospiratori e i rivoluzionari, sempre intesi a nuove mene per sovvertire l’ordine politico e sociale, era d’umore giocondo e sollazzevole, amava la bottiglia e le storielle amene. Si narrano di lui un’infinità di aneddoti.
Ne ricordo due, che calzano meravigliosamente per spiegare la deferenza che esso mostrò poi a don Domenico Abbo.
Aveva il Ganganelli preso di fresco un nuovo segretario particolare, il quale dormiva nella stanza attigua alla camera da letto del papa per essere pronto ad ogni sua richiesta.
Una notte gli parve di sentire il papa parlare. Scese dal letto e si accostò alla porta per distinguer meglio la voce di Sua Santità. Ad un tratto intese papa Gregorio XVI che diceva:
— Biondina mia, dammi un bacetto.
Il segretario fu altamente sorpreso, se non scandalizzato. Donde mai era passata quella biondina che letificava le ore notturne di Sua Santità? Quale mistero si nascondeva sotto quella intimità così confidenziale?
Il giorno seguente il curioso segretario fece del suo meglio per scoprir terreno, ma non gli venne fatto di saper nulla. La notte origliò di nuovo alla porta della camera cubiculare del pontefice e l’udì ad un certo punto, ripetere l’invocazione:
— Biondina mia, dammi un bacetto.
Così continuò per molte notti, senza che la curiosità sempre più eccitata del Segretario, potesse appagarsi. Soltanto le domande di bacetti si facevano sempre più frequenti nel corso della notte medesima.
Finalmente una notte che il papa aveva domandati più baci del consueto alla sua biondina, il segretario udì un tonfo ammortito dal tappeto. Allora giudicò necessario di intervenire, e passò benché non chiesto nella stanza del papa.
Uno strano spettacolo si offerse agli avidi suoi sguardi.
Gregorio XVI se ne stava accoccolato a fianco del letto in camicia, con una bottiglia di ambrato vin santo in mano, e non riusciva a rialzarsi, per quanti conati facesse. Altre bottiglie giacevano al suolo abbandonate.
La notizia dai segreti penetrali del Vaticano, si diffuse per tutta Roma, suscitando l’universale ilarità e il Segretario curioso e chiacchierone venne rimandato.
L’altro aneddoto è il seguente.
Un dopo pranzo parecchi cardinali erano adunati intorno a Sua Santità e favellavano sopra diversi argomenti.
Un cardinale meno prudente e meno accorto essendo il discorso su papa Gregorio I, si mise a tessere l’elogio delle sue vere e supposte virtù, esaltandole oltre ogni dire, e concluse che meritamente era passato nella storia col titolo di Gregorio Magno.
Ganganelli, cui quelle sperticate laudi tornavano un po’ ostiche, chiamò il cameriere e gli ordinò di recargli una bottiglia di lacryma christi e versatosene un calice colmo, lo tracannò d’un fiato, poi uscì con questa sentenza:
— Gregorio I passò nella storia col titolo di Gregorio Magno, Gregorio XVI vi passerà con quello di Gregorio Bevo.
Don Domenico Abbo fu affabilmente ricevuto dal Sommo Pontefice, col quale seppe mostrarsi scaltramente allegro, senza uscir dai limiti del conveniente riserbo e questo lo rimise nelle grazie di Sua Santità.

LXXXVI.
Un’orgia nel palazzo del Cardinale nepote.

I favori di Gregorio XVI uniti a quelli del cardinale nipote nocquero all’antico libertino. Imbaldanzito, egli non avea più veruna cura ad occultare i suoi intrighi colle belle penitenti. I sontuosi pranzi, le luculliane cene incitavano sempre più i suoi sensi e le lascivie succedevano alle lascivie degeneranti in oscenità indescrivibili. Le spose e le zitelle non bastavano più alla sua foia invereconda e andava ripescando nella storia della prostituzione greca, assira, babilonese i più infami riti per soddisfare le luride sue cupidigie. Appositi provveditori gli procuravano teneri garzoncelli, ai quali imprimeva il marchio della sua libidine, escogitando sempre nuovi adescamenti, per ravvivare la sua sensibilità ed acuirla, quando sembravagli intorpidita.
Egli rinnovava nel palazzo stesso del cardinale le neroniane orgie di Capri e di Baia, giungendo ad infiggere degli spilli nelle carni de’ giovinetti pazienti, che si assoggettavano alle sue lubriche voglie, per trar godimento più intenso dai sussulti che cagionavan loro gli spasimi delle atroci punture.
Le notizie di tali dissolutezze si diffondevano intanto per Roma ed eccitavano gli sdegni dei cittadini. Nelle sfere superiori si era più corrivi e tolleranti. Ma a lungo andare lo scandalo, facendosi sempre più grave, si dovette richiamare sovr’esso l’attenzione del cardinale, perché provvedesse a farlo cessare, e questi ripetutamente ammonì lo zio, affinché tornasse a vita morigerata e tranquilla, almeno nelle apparenze.
Sulle prime don Domenico Abbo si scusò, si disse vittima di bel nuovo della calunnia de’ suoi invidi, e promise di non offrir loro altri pretesti. Ma poi, sempre più imbaldanzito dai suoi successi, rispose al nipote arrogantemente, gli ricordò le turpitudini medicee e farnesi, e conchiuse che la Santa Chiesa, se sopportava l’onta di un cardinale eunuco, come lui, aveva ben diritto di essere compensato da uno zio del cardinale, capace di surrogarlo nelle sue deficienze.
Il cardinale giudicò ormai necessario di liberarsi da quel sozzo prete, che disonorava così ignominiosamente il suo carattere e la casa che lo ospitava e decise di coglierlo in fallo, per giustificare le severe misure che aveva ideato di prendere contro di lui.
Avvertito una notte che nell’appartamento dello zio doveva aver luogo una delle solite orgie, deliberò di assistervi e di piombare su Domenico Abbo, al momento opportuno, per cacciarlo dal palazzo, come nostro signor Gesù Cristo cacciò i mercatanti dal tempio.
Se ne stava il sibarita cenando allegramente in compagnia di due baldracche ed era mezz’ebbro, quando il cardinale comparve sulla porta del salotto.
— Benvenuto, nipote mio! — sorse a dire l’Abbo non appena lo vide, senza punto scomporsi: ce n’è anche per voi. Abbiamo dei tartufi del Perigord, capaci di ridar vigore a un morto. Questo vino spremuto dai grappoli, indorati dal sole della Sciampagna, vi infonderà spirito allegro e frizzante. Queste due Maddalene, non per anco convertite e che spero avranno il buon gusto di non convertirsi mai, avrebbero domato le ribellioni delle carni dell’anacoreta Sant’Antonio. Io metto tutto ciò a vostra disposizione, eminentissimo, perché vogliate farmi l’onore di sedere alla mia mensa, come io siedo quotidianamente alla vostra. Venite, venite, cardinal nipote. So che godete fama di illibato, ma questo non vi nuocerà. Si è sempre a tempo a peccare, come a far atto di contrizione.
Il cardinale rimase esterefatto da tanta audacia. Egli avrebbe voluto ritirarsi, per evitare una scena disgustosa. Ma ormai non era più a tempo. Pensò convenirgli mostrarsi mite per il momento e disse:
— Don Domenico avrei bisogno di parlarvi.
— Subito, eminenza. Favorite.
— Devo intrattenervi sopra argomenti che non richiedono la presenza di testimoni.
— Come vi piace.
— Rimandate quelle… signore.
— Ben volentieri. Sono ben educato. Vedrete.
E così dicendo buttò una borsa di scudi alle due donne, le quali si levarono prontamente da tavola, ricomposero i loro vestimenti discinti, e buttati sulle spalle i mantelli presero la via della porta.
— Giacomo, Giacomo! — gridò il prete, e tosto un servo giovane ed imberbe, che fungeva da di lui cinedo comparve.
— Accompagna queste signore — disse — e non tornare. Per questa notte hai licenza.
Non appena donne e garzone se ne furono andati, l’Abbo si alzò, mosse incontro al cardinale e prendendolo per mano lo costrinse a farsi presso alla tavola tuttora imbandita, gli disse con piglio ironico:
— Eccoci soli, eminenza, ora non avrete più a temere che il vostro pudore ne soffra detrimento. Sedete.
Il cardinale severo, ma non accigliato, poiché si era proposto di evitare qualsiasi chiasso, dopo avere aderito all’invito, disse lentamente:
— Vi pare don Domenico, che queste scene cui mi fate assistere, sieno tollerabili, nel palazzo di un principe della Chiesa?
— Se ne son viste di peggiori.
— Altri tempi, altri costumi.
— Tutti i tempi sono buoni per giocondarsi l’esistenza; è tanto breve.
— Vi ho già tante volte richiamato all’esercizio de’ vostri doveri.
— Dove mai ho mancato, eminenza?
— E osate chiederlo?
— Certamente che l’oso, dal momento che so di aver sempre e col maggiore scrupolo adempito alle mansioni affidatemi.
— Non si tratta di ciò.
— E di che dunque.
— Del vostro carattere di sacerdote, per dio!
— Eminenza siete male informato sul conto mio. Il mio confessionale è il più frequentato e le più belle dame di Roma, e più cospicue per censo e per nascita, fanno a gara, per avermi a direttore spirituale, a guida sullo spinoso sentiero della vita.
— Non miscere sacra profanis! — sentenziò il porporato per evitare una risposta diretta.
— Quando io diffondo dal pergamo la parola di Dio, la gente affolla il tempio. Sono chiamato in tutte le case, ove s’ha bisogno di spargere i balsami della consolazione. Spesso sono costretto a disertare la vostra tavola, per accorrere a quella d’altri principi della Chiesa. Che più? Sua Santità mi vede di buon occhio.
— Tanto di buon occhio, che è appunto da lui che fui esortato a liberarmi di voi.
— A liberarmi di me?
— Precisamente.
— Ah! Papa ubbriacone, così corrispondi alle mie piacevolezze. Oh! ma mi sentirà.
— Voi vi guarderete bene d’andare da Sua Santità.
— Ci andrò sicuro. Ogni suddito ha diritto di ricorrere al suo legittimo sovrano.
— Non v’andrete, perché sareste arrestato ipso facto.
— Non sarebbe la prima volta veramente.
— Ho piacere che lo ricordiate.
— Anch’io, perché mi rammenta la vostra bontà eminenza.
Ingannato da queste parole, che parevano sincere, il Cardinale credete di poter proceder oltre con tutta coscienza e riprese:
— Voi lascerete domani questo palazzo.
— Siete il padrone, vi obbedirò.
— E vi ritirerete nel convento dei Domenicani, per passarvi sei mesi d’espiazione.
— Questo poi no.
— Tali sono gli ordini di Sua Santità.
Don Domenico Abbo, si versò un calice di vino sciampagna spumeggiante e lo bevve centellinandolo: quindi, forbendosi le labbra, esclamò:
— Squisito! Scommetto che se papa Gregorio XVI fosse qui, non ne rifiuterebbe un bicchiere, come fate voi, troppo rigido nipote.
— Pensereste di farmi testimonio delle vostre orgie?
— Nepote mio, scusate, ma io non vi ho chiamato, e avrei proprio fatto di meno della vostra compagnia, perché ne avevo altra, come avete veduto, se non più interessante, più dolce.
— Vergognatevi!
— Di che? di seguire le leggi della natura? Giammai! Si vergogni chi pretende contraddirle.
— Non sono qui per impegnare delle discussioni vane ed oziose, bensì per porgervi gli ordini del sommo pontefice.
— Me ne infischio di lui e de’ suoi messi. Ditegli che gli esercizi spirituali e corporali li faccio in casa mia.
— Questa non è casa vostra, lo dimenticate?
— No, e domani all’alba me ne andrò, e pianterò le mie tende, ove non vi saranno degli indiscreti, che abusando del loro grado, vengono a disturbare le mie distrazioni, i miei sollazzi.

LXXXVII.
L’ultimo misfatto — La punizione.

Il cardinale a questa uscita del lussurioso suo zio, fu preso da violenta collera. Don Domenico aveva realmente esaurita la sua longanimità.
— Voi non uscirete più di qui — tonò con voce cupa e solenne.
— Perché di grazia?
— Non ne uscirete che accompagnato dai birri, i quali vi porteranno alle carceri per essere giudicato e punito di tutte le nequizie che avete commesse, antiche e recenti.
— Sarebbe troppo lungo. Verrebbe la fine del mondo, prima che il processo fosse esaurito.
— Il vostro cinismo vale le vostre azioni.
— Si possono quotare alla borsa.
— Credete che si ignorino le vostre turpitudini, le vostre seduzioni, le vostre corruzioni di minori, i vostri stupri.
— Oh delizie! Non rammentatele eminenza perché mi fate correre l’acquolina in bocca.
— Turpissima e sozza creatura, indegna d’anima d’uomo; così si parla in presenza di un porporato, di un membro del sacro collegio, di un principe della Chiesa?
— Un principe della Chiesa… un porporato… un cardinale…! Oh la bella splendida idea che mi viene. Fra i molti capricci che mi son levato, questo mancava. L’occasione non potrebbe essere migliore.
Il cardinale lo ascoltava, senza comprendere il senso delle parole… e incominciava a ritenerlo in preda ad un delirio alcoolico, e stava riflettendo ciò che gli convenisse di fare, quando si sentì afferrato a mezza vita dalle braccia poderose del prete osceno e buttato a bocca sotto, sopra un divano del fondo del salotto. Supponendo che volesse ucciderlo e preso da irresistibile terrore, mormorò con voce soffocata:
— La vita! La vita, lasciatemi la vita.
— Voglio ben altro che la vita da te, nipote mio. Non capita tutti i giorni d’assaggiar carne di cardinale.
E senza più s’accinse ad infliggergli l’estremo oltraggio.
Tentò di ribellarsi l’infelice. Ma l’Abbo tenendolo colle ginocchia serrato, lo afferrò con ambo le mani alla gola, né lo lasciò che quand’ebbe compiuto il nefando misfatto.
Il corpo del cardinale cadde allora bocconi al suolo. Era morto per soffocazione.
Rinvenuto in sé, dinanzi al cadavere del nipote, Domenico Abbo fu preso da terribile sgomento. Egli misurò d’un tratto la situazione. Comprese che la salvezza per lui era impossibile e per sottrarsi all’immancabile forca che l’aspettava, decise di buttarsi a fiume. Lasciò il salotto maledetto, e si diede a fuggire come un pazzo giù per le scale del palazzo. Alcuni servi lo seguirono, altri salirono nel di lui appartamento e trovata la salma dell’assassinato cardinale, sparsero per ogni dove l’allarme.
Mentre il prete dissoluto giunto al ponte Sant’Angelo, rincorso dai servi, tentava di salire sul parapetto per lanciarsi nell’acqua, fu afferrato da alcuni soldati e trattenuto.
Intanto giungevano i primi ed i secondi servi informati del delitto. Domenico Abbo venne portato a Castel Sant’Angelo e chiuso nelle prigioni di quello.
Il processo ebbe luogo segretamente, e fu prontamente spicciato, perché premeva all’autorità di evitare l’enorme scandalo. Intanto si era fatto correr voce che il cardinale era morto per improvvisa sincope e fu severamente ingiunto ai domestici di parlare del fatto. Ma di molte ciarle erano già state fatte e la verità trapelava nel pubblico.
La notte del 3 al 4 ottobre 1849 fui chiamato nel forte di Castel Sant’Angelo e quivi sull’albeggiare mozzai la testa al prete dissoluto. Domenico Abbo aveva svestiti gli abiti sacerdotali e gli erano stati raschiati i polpastrelli delle dita, colle quali aveva tante volte amministrata la sacra particola, e la tonsura per sconsacrarlo. Egli si era cinicamente confessato di tutte le sue oscenità, menandone vanto, ed entrando ne’ più minuti particolari. Esortato a far atto di contrizione, per meritarsi la grazia celeste, rispose beffandosene:
— Ho goduto un cardinale, spero di aver buona fortuna anco col diavolo, lasciate che me ne vada all’inferno.
Chiese ed ottenne di non essere né bendato, né legato. Camminò imperterrito e con saldo passo dalla carcere al posto ove era stato eretto il patibolo, guardò sorridente il patibolo e porse la testa alla mannaia dopo aver esclamato:
— Tutto è finito.”