Don Verzè, dal San Raffaele a Don Raffaele

Don Luigi Maria Verzè

Don Luigi Maria Verzè

LE INTERCETTAZIONI
L’aiuto del Sismi e anche un rogo. Una microspia svela i piani di don Verzè
Registrato anche un colloquio con l’ex capo dei Servizi Pollari: «quello non vende, manda la Finanza»

MILANO – È dicembre 2005 e don Luigi Verzè, il gran capo dell’ospedale San Raffaele, ha le microspie nel suo ufficio. Non sa che un’inchiesta della magistratura sta legalmente violando la sua privacy. Non si era mai saputo finora.
Non lo sa mentre parla con Nicolò Pollari, l’allora direttore dei servizi segreti militari (Sismi), delle difficoltà politiche dell’amico comune Silvio Berlusconi, della scalata alla Bnl e dei controlli fatti su Stefano Ricucci a favore di Sergio Billè. È ignaro, don Verzè, che qualcuno lo sta ascoltando quando accoglie Cesare Geronzi per parlare di politica o quando risponde alla telefonata dell’«eminenza» vaticana che gli chiede un favore. Con Mario Cal, il manager suicida, conversa di una «grana» giuridica da sistemare con Roberto Formigoni e la Regione Lombardia. E certo il prete che si ispira a San Matteo apostolo («Guarite gli infermi») non immagina che le cimici elettroniche stiano captando il suo piano diabolico per fiaccare la resistenza di un vicino che non intende liberare un terreno.

I BROGLIACCI SEPOLTI – L’inchiesta in corso dovrebbe essere un rivolo di quella sulla maga Ester Barbaglia per presunto riciclaggio (accusa poi rivelatasi infondata) del denaro del clan calabrese dei Morabito. La Barbaglia alla fine del 2004 aveva creato, nello studio di Enrico Chiodi Daelli, notaio storico del San Raffaele, una Fondazione con un patrimonio di 28 milioni destinato alla Fondazione Monte Tabor di don Verzè. È il nesso, probabilmente, alla base delle intercettazioni. Le indagini, però, hanno subito escluso qualsiasi ipotesi a carico del fondatore del polo sanitario milanese. Tant’è che è rimasto sepolto per anni il fascicolo con centinaia di pagine di brogliaccio, cioè il riassunto di conversazioni captate nell’ufficio di don Verzé tra dicembre 2005 e settembre 2006. Molti i «buchi» per i guasti alle apparecchiature e le difficoltà di ricezione. Alla fine non sono molte le conversazioni «rilevanti».

LA FINANZA AL CAMPO DI CALCETTO – È il 13 gennaio 2006 alle 11,32 del mattino quando nell’ufficio di presidenza del San Raffaele «entra l’ing. Roma (capo dell’ufficio tecnico, ndr) al quale don Verzè – riassume l’operatore delle Fiamme Gialle all’ascolto – anticipa che farà venire la Guardia di Finanza per fare i verbali a coloro che giocano a calcio presso gli impianti sportivi vicini al San Raffaele che lo stesso don Verzè vuole acquisire ma che uno dei titolari, tale Lomazzi, non vuole cedere».
I Lomazzi, secondo le informazioni raccolte dal Corriere , avevano un regolare contratto d’affitto (scadenza 2008) su quei terreni del San Raffaele. Ci avevano investito costruendo campi da tennis, calcio e calcetto, spogliatoi ecc. Nel 2005 e nell’inverno 2006 hanno anche subìto due incendi dolosi con blocco dell’attività e danni notevoli. Sembravano avvertimenti. Carabinieri e polizia fecero indagini, senza risultato.
«L’ing. Roma – prosegue il sunto della conversazione intercettata – dice che i finanzieri dovranno chiedere la ricevuta ai giocatori, ricevuta che non avranno perché pagano tutti in nero e così la Finanza inizierà a fare le multe sia ai giocatori sia a Lomazzi …». Don Verzè non si scompone, tutt’altro, «chiede a che ora dovrebbe mandare la Finanza e l’ing. Roma risponde dalle 21 circa». Non risulta però che un sacerdote abbia titolo per «mandare la Finanza». Dunque?

UN «PIACERINO» DAL SISMI – Passa un’oretta ed «entra in studio tale dott. Pollari». Cioè Nicolò Pollari, generale della Guardia di Finanza, in quel momento anche direttore del Sismi, i servizi segreti militari, finito sotto processo per il sequestro di Abu Omar e attività di «dossieraggio», oggi consigliere di Stato. Da poco Pollari, come ha documentato Il Fatto, aveva acquistato una villa a Roma dal San Raffaele pagandola (500 mila euro) la metà dei soldi sborsati anni prima da don Verzè.
Parlano di politica e a proposito di Berlusconi (in quel momento capo di un governo agli sgoccioli) «Pollari confida a don Verzè che sono momenti difficilissimi», che «lui è preso da molti problemi e la misura della sua buona fede io la valuto … prima di tutto perché gli voglio bene». «Don Verzè dice: “È travolto dal suo entusiasmo … lui adesso purtroppo si è lasciato andare ..un pochettino eh eh … per correttezza morale… però tiene molto alla famiglia”. Pollari: “Sì qualche giro di valzer” …».
La conversazione scivola sulle scalate bancarie, tema caldissimo in quell’inizio 2006. I due parlano di Sergio Billè, ex presidente della Confcommercio. «È un amico – dice il capo del Sismi – sto cercando di difenderlo in tutti i modi … la storia di Ricucci… posso dirti la verità… Billè è stato informato… puntualmente sulla vicenda di Ricucci almeno da un anno e mezzo». Dossier Ricucci pro Billè, par di capire. Mezz’ora di chiacchiere e poi don Verzè va al punto: «Chiede un aiuto a Pollari per mandare la Gdf da Lomazzi in modo che lo stesso Lomazzi possa cedere una parte del terreno per costruire un residence per studenti. Poi si salutano e Pollari dice che si interverrà su Letta per il finanziamento sulla ricerca …».

IL BASTONE E IL VANGELO – Temi alti. Poi terra terra. Il sacerdote nato nel 1920 da un latifondista e da una nobildonna veneta, ex segretario del Santo don Giovani Calabria e prediletto del Beato Cardinale Ildefonso Schuster, vuole cacciare il Lomazzi, quello del centro sportivo. «Don Verzè – rilevano le microspie – dice (all’ingegner Roma, ndr) di fare un sabotaggio e di stare attento ai cavalli e all’asilo», che sono del San Raffaele.
«L’ing. Roma specifica di aver individuato il generatore… sarà sabotato il quadro elettricoquindi i campi non potranno essere illuminati e quando gli amici dell’ing. Roma andranno da Lomazzi a fargli la proposta di acquisto (per conto del San Raffaele) “sarà in ginocchio…“».
Qualche giorno dopo l’ingegner Roma bussa alla presidenza. I microfoni nascosti afferrano la conversazione, così riassunta: «Roma dice a don Verzè che quando lui sarà in Brasile ci sarà del fuoco, facendo riferimento ai fili del quadro elettrico degli impianti sportivi di Lomazzi che verranno liquefatti».
Metodo don Verzè: il bastone e il vangelo.

Mario Gerevini Simona Ravizza
28 novembre 2011 | 15:16

da Corriere.it

Annunci

La crisi del debito nell’eurozona sta tutta qui

Basta confrontare questi due grafici tratti da un articolo di Business Insider che si riferiscono al rendimento a 5 anni dei titoli di stato Svedesi e Finlandesi.

Come potete notare il rendimento di quello Svedese è in continua discesa.

Rendimento titolo di stato svedese quinquennale

Quello Finlandese invece.

Rendimento titolo di stato finlandese quinquennale

I due grafici hanno un andamento identico fino a novembre mese in cui interviene la brusca variazione tra gli andamenti registrata nei due grafici.

L’unica differenza evidente tra i due stati e le loro economie è che la Finlandia fa parte della zona euro, il che significa che non è gli è possibile stampare la propria moneta. La Svezia invece non fa parte dell’euro.

La medesima considerazione può farsi a proposito dei titoli del debito inglesi e tedeschi. Quelli del Regno Unito sono stati scambiati la scorsa settimana con una minore resa che le obbligazioni tedesche.
Anche qui vale la medesima considerazione, nel Regno Unito il governo può stampare moneta. In Germania, non può.

In questo momento, questo è ciò che gli investitori richiedono, e se non si ha una propria banca centrale in grado di pagare i propri debiti si è nei guai.

Hat Tip Phastidio.net

Trapani: Processo per l’omicidio di Mauro Rostagno (20)

Udienza del 23 novembre 2011 del processo per l’uccisione del sociologo e giornalista Mauro Rostagno avvenuta nel piccolo borgo di Lenzi, in territorio di Valderice la sera del 26 settembre 1988 ed in corso di svolgimento davanti alla Corte d’Assise di Trapani.

Alla sbarra il boss mafioso Vincenzo Virga e Vito Mazzara, per l’accusa, rispettivamente, mandante e killer dell’omicidio che sarebbe stato deciso per punire Rostagno per la sua attività giornalistica condotta attraverso l’emittente Rtc ‘Radio Tele Cine’.

Durante l’udienza viene esaminato il teste: Milazzo Francesco del 1948, di Paceco collaboratore di giustizia.

Il collaboratore Milazzo Francesco risponde al pm Gaetano Paci.

Il pm invita il collaboratore a ricostruire la propria storia.

Milazzo ricorda di essere diventato mafioso nel 1973. Appartenente alla famiglia di Paceco, ebbe il dito punciutu il rito si svolse in una proprietà di Mommo Marino uomo d’onore della famiglia di Paceco, vicino il cosidetto Ponte di Salemi, padrino fu Salvatore Giliberti anche lui della famiglia di Paceco.
Era presnete tutta la famiglia di Paceco, i Sugameli, i Marino, i Giliberti, prof. Maiorana, Vito Parisi, i due Coppola.

Fu affiliato quando aveva circa 25 anni e non era incensurato perchè aveva precedenti per furto di agnelli.

Il suo lavoro dapprima era di meccanico, poi coltivatore diretto.

Milazzo si è autoaccusato di alcuni omicidi, quello di Rindinella avvenuto a Guarrato, Di Maggio, Monteleone, dell’agente Montalto, e prima quello di Mancuso. Delitti commessi insieme ad altre persone. Milazzo fa i nomi come suoi complici di: Sugameli, Genova, Alcamo, Vincenzo Mastrantonio, Filippo Coppola, Vito Mazzara, Franco Orlando, Vito Parisi.
Normalmente in questi casi ha sparato ma in alcuni casi ha fatto da autista come nel caso del delitto dell’agente Montalto.
Uno che sparava sempre era Vito Mazzara, Franco Orlando, ex consigliere comunale Psi a Trapani, se c’era bisogno, dice il pentito, sparava anche lui.

Milazzo racconta che Vito Mazzara faceva parte della famiglia mafiosa di Valderice, dipendeva da Vincenzo Virga che era a capo del mandamento di Trapani e che però Milazzo chiama circondario in quanto comprendente Valderice, Erice, Paceco e Trapani .

A detta del Milazzo, Vincenzo Virga divenne capo mafia sul finire dell’85, prima di lui capo era Vito Sugameli della famiglia di Paceco, ma Sugameli sarebbe stato capo “pro forma” in quanto “tutto facevano i Minore” (Calogero, Totò, Giovanni).

Il capo mandamento veniva scelto dal capo della cupola provinciale. Questi sarebbero però discorsi “antichi” negli ultimi tempi le regole erano saltate dice il pentito Milazzo, e si è proseguiti senza regole, secondo Milazzo, dalla metà degli anni 80 (84-85) in poi.
Vincenzo Virga fu nominato dopo essere stata interpellata la famiglia di Paceco, Ciccio Messina “u muraturi” di Mazara, i Messina Denaro, e furono loro che decisero di fare Vincenzo Virga capo del circondario mafioso di Trapani.

Capo della cupola provinciale in quel periodo era Mariano Agate e quando lo arrestarono fu nominato capo della cupola provinciale Francesco Messina Denaro di Castelvetrano.

Virga faceva parte della famiglia di Erice, che un tempo era tutta una famiglia con Valderice.
Dopo la scomparsa di Totò Minore, Trapani doveva unirsi alla famiglia di Paceco, invece si unì a quella di Valderice, e Trapani ed Erice furono accorpate.
Capo della famiglia di Trapani era Vincenzo Virga che poi divenne capo del circondario trapanese.

Il Milazzo dice che con Virga non ha commesso delitti ma insieme fecero due appostamenti per altrettanti delitti eseguiti da altri, quello di Girolamo Marino a Paceco e quello di Pietro Ingoglia a Trapani.

Il primo delitto del quale parla Milazzo è quello Monteleone, un ladruncolo di mezzi agricoli ed industriali, che fu ucciso perchè rubava senza autorizzazione.

L’omicidio avvenne di notte, lui fece da autista, guidava una Fiat Uno bianca che era stata rubata, una macchina che fu portata da Vito Mazzara.
Il delitto avvenne tra Marausa e Salinagrande, lì c’era l’abitazione di Monteleone.
Vito Mazzara e Orlando l’hanno aspettato e quando il Monteleone è arrivato verso mezzanotte gli hanno sparato, il Milazzo sentì i botti e li prelevò.
Nella circostanza fu utilizzato un fucile automatico calibro 12 e Orlando aveva un revolver calibro 38, il fucile lo aveva Vito Mazzara.

Per il delitto Montalto furono usate le stesse armi. Fu usata anche la stessa auto.
Dopo l’omicidio Montalto l’auto fu bruciata vicino il ponte dell’autostrada in località Fontanasalsa.
A uccidere l’agente Montalto a Locogrande o Salinagrande, fu solo Vito Mazzara, Franco Orlando doveva sparare se necessario.
Se Vito Mazzara sparava era difficile che la vittima potesse scamparla. Vito Mazzara di solito oltre al fucile portava anche una calibro 38.
Erano tutte armi che lui teneva dentro un sacco.
Vito Mazzara era un professionista, era molto in gamba nello sparare e faceva anche gare di tiro al piattello.
Mazzara con le armi era capace di fare qualsiasi cosa. Poteva sia sparare che modificare le armi.

Mentre facevano gli appostamenti per Monteleone e Montalto, il Milazzo chiese a Vito Mazzara se quei bossoli che restavano a terra non potevano essere una prova contro di lui. Vito Mazzara gli disse che cambiava di volta in volta un pezzo del fucile in modo tale che l’arma risultasse non riconoscibile.
Per il teste i bossoli li caricava lo stesso Vito Mazzara, ma non lo ha visto mai fare tale operazione.

Le armi si caricavano quando cambiavano la macchina pulita con quella sporca e queste operazioni si facevano all’aperto.

Vincenzo Mastrantonio era uomo d’onore della famiglia di Trapani, stava sempre vicino a Virga e questi aveva totale fiducia in lui.

Mastrantonio aveva partecipato al delitto Di Maggio, (dopo il 1985), commesso nelle campagne sotto Borgo Fazio. Anche questo era un ladruncolo di mezzi meccanici di Paceco. E Virga aveva stabilito che per questo doveva essere ucciso. Spararono tutti i componenti del gruppo di fuoco, composto da 4 persone, compreso il Milazzo ed il Mastrantonio.

Con Vincenzo Mastrantonio, insieme avrebbero dovuto uccidere per ordine di Virga il giudice Giacomelli, fecero i sopralluoghi, gli appostamenti, però Virga voleva che il delitto fosse commesso a Paceco, Milazzo invece gli disse che si poteva fare vicino casa del giudice, nella zona di Erice. Virga non lo interpellò più.
Il delitto Giacomelli fu fatto a Locogrande, più vicino a Paceco come voleva Virga, ma al Milazzo non dissero più nulla.

Vincenzo Mastrantonio aveva con lui ottimi rapporti, lui però non era in condizione di tenere un segreto, era un pericolo.
Mastrantonio lavorava all’Enel come operaio e faceva servizio a Trapani.

Alla famiglia di Valderice appartenevano Vito Mazzara, Nino Todaro, Salvatore Barone e Mario Mazzara, zio del Vito Mazzara.

Il Milazzo nel 1983 era detenuto a Trapani a San Giuliano, poi in seguito anni dopo vi fu di nuovo detenuto una seconda volta assieme a Mariano Agate.
Milazzo ricorda che i telegiornali di Rostagno li vedevano sempre e che c’era un forte malumore nei suoi confronti.

Milazzo dice che gli appartenenti alla famiglia di Mazara li conosceva quasi tutti, Vincenzo Sinacori, Giovanni Leone, l’architetto Bruno Calcedonio, Salvatore Tumbarello, che incontrava spesso essendo più in contatto con i mazaresi che con i trapanesi.

Con i mazaresi non parlò mai di Rostagno, ma non mancavano le battute quando lo vedevano in televisione, lo chiamavo cornuto, perchè lui “istigava”.

Adesso le domande sono poste dal pm Francesco Del Bene.

Del Bene chiede dei commenti contro Rostagno.
Il teste risponde che Rostagno era un farabutto e un cornuto perchè diceva cose brutte contro Cosa Nostra, attaccava tutti quelli che avevano i processi, e li attaccava giornalmente.

Con Mariano Agate gli bastava guardarlo in faccia per capire, Milazzo lo guardava e capivo dalla sua espressione che per Rostagno si avvicinava l’ora della fine. Così come quando essendo in carcere capì che fuori stavano per uccidere Totò Minore.

A proposito del delitto Rostagno Milazzo riferisce che gli chiesero di fare un sopralluogo presso la sede della tv dove lavorava Rostagno, a Rtc a Nubia.
Il sopralluogo glielo fece fare Ciccio Messina di Mazara, dopo qualche giorno lo incontrò e gli disse che tutto era a posto e che lui non doveva più interessarsi della cosa.
Milazzo dice che qualche volta aveva incrociato Rostagno per strada, sempre di giorno, anche molto prima di quel sopralluogo.

Quando gli dissero di fare il sopralluogo capi che per Rostagno era arrivata la fine, che era arrivato il tempo di “scipparici la testa”.

Per MIlazzo Rostagno non è stato ucciso perchè “attaccava tutti noi”, Rostagno sarebbe stato ucciso perchè avrebbe “toccato qualche nominativo che non doveva toccare”, qualche nominativo che apparteneva a Cosa nostra.
A Trapani, Paceco, Erice, quel delitto non interessava, chi era interessato al delitto di Rostagno era fuori dalla provincia di Trapani.

Era un delitto di Cosa nostra certamente ma l’interesse ad ucciderlo non era trapanese.

La mattina dopo il delitto incontrò Mastrantonio il quale gli disse “hai visto cosa c’è successo ai picciotti”. Milazzo del delitto aveva già appreso dal telegiornale.

Secondo Milazzo i “picciotti” erano Vito Mazara, Salvatore Barone e Nino Todaro, tre uomini d’onore di Valderice, così come riferitogli dal Mastrantonio.

Mastrantonio mi disse: “hai visto cosa è successo ai picciotti che gli è scoppiato il fucile in mano ?”.

L’ordine di uccidere Rostagno doveva essere venuto da Francesco Messina Denaro, che era il capo della cupola, appoggiatosi al capo mandamento Vincenzo Virga.

Milazzo riferisce che gli incontri a Mazara avvenivano nei locali della calcestruzzi dei fratelli Agate, Mariano e Giovan Battista.

Mastrantonio aveva un dfetto enorme che parlava troppo e spesso “metteva tragedie” e quindi ed era meglio non ascoltarlo per non essere coinvolti.

Milazzo è stato condannato per i delitti che ha commesso alla pena complessiva di diciassette anni.
Arrestato nel 1997 ha deciso subito di collaborare: “Per lasciare liberi i miei familiari, per lasciarli tranquilli, liberi dal fango cui appartenevo io”.
Milazzo però ricorda che i suoi familiari lo hanno isolato subito, non hanno voluto sapere nulla nè di lui nè di sua moglie.

Torna a fare le domande il pm Paci.

Mastrantonio cosa voleva dire quando le disse hai visto cosa è successo ai picciotti.
Lui, risponde, mi voleva dire del delitto Rostagno e che era scoppiato il fucile. Paci chiede se era la prima volta che l’arma avesse subito un malfunzionamento. Milazzo dice che tanti anni fa un altro fucile era scoppiato perchè le cartucce erano state troppo caricate, ma non ricorda, quando è successo e come l’ha appreso, ma è successo.

Vincenzo Virga aveva deciso l’omicidio Montalto perchè l’agente era rigoroso nel suo lavoro.

Nel periodo in cui erano asieme nel carcere quando Mariano Agate era nervoso e ci si sedeva a tavola mangiava continuamente, mi bastava vedere questo per capire che era nervoso, ed era nervoso quando vedeva le trasmissioni di Rostagno.
Mangiavano tutti assieme, in quel periodo comandavano loro dentro il carcere, Milazzo ricorda che a partecipare ai pranzi erano Peppe Ferro, Vito Parisi, Salvatore Alcamo. E a pranzo o a cena vedevano i telegiornali di Rostagno.

Rispondendo all’avv. Miceli, Milazzo ricorda tra gli altri di avere eseguito un sopralluogo per un delitto che si doveva commettere a Milano, contro un tale Truglio.

Milazzo ricorda che Vincenzo Mastrantonio fu ucciso perchè era un fiume in piena, un pericolo per cosa nostra, ma tale uccisione non ha a che fare con il delitto Rostagno.

Intervengono le difese.

Avv Vito Galluffo, difensore di Vito Mazzara.

Milazzo è attualmente detenuto.
Milazzo rammenta che la famiglia di Paceco era potente, lui era soldato, ma non erano i gradi a comandare. E a proposito dei delitti in genere che la mafia faceva tutto, e che non si faceva niente se la mafia non lo voleva.
Milazzo aggiunge che le istituzioni li informavano su cosa accadeva.

L’avv. Vito Galluffo chiede spiegazione sulla sua affermazione che Mastrantonio era un fiume in piena.
Sul delitto Rostagno Milazzo dice che non gli diede la possibilità di aggiungere altro quando Mastrantonio gli disse se sapeva cosa era successo ai picciotti. Galluffo chiede ancora sui rapporti con la famiglia mafiosa di Mazara. Milazzo conferma che lui e Vito Parisi erano stretti con mastro Ciccio Messina.
Erano vicini ai mazaresi perchè a Trapani c’era disordine.

La mafia trapanese aveva a disposizione diversi sicari oltre a Mazzara, Barone e Todaro e altri due di Trapani.

Galluffo chiede ancora se Mariano Agate aveva interessi sul delitto Rostagno, Milazzo risponde dicendo di non sapere se aveva interessi, ma ha ricordato l’espressione contrariata di Agate quando si parlava di Rostagno.

Vito Mazzara sovraccaricava le cartucce che faceva da se per sicurezza e potenza

E’ il turno adesso dell’avvocato Salvatore Galluffo, altro difensore di Mazzara.

L’avvovato Salvatore Galluffo chiede se c’erano medici a disposizione della mafia, la risposta è che ognuno aveva il suo medico di fiducia.
A proposito di Puccio Bulgarella Milazzo dice che come imprenditore forse era stato avvicinato ma poi per un periodo fu allontanato, ma dice di non sapere perchè. Milazzo dice di non sapere che fosse lui l’editore di Rtc. Molto avvicinabile secondo Milazzo era invece il padre di Puccio Bulgarella.

Non conosce Cardella ne la comunità Saman.

E’ il turno dell’avvocato Vezzadini che chiede delucidazioni sul ruolo attribuito da lui a Virga di capo del mandamento o del circondario come lui chiama il mandamento. Vezzadini ricorda che Milazzo aveva detto che il pacecoto Vito Sugameli era un pro forma e Milazzo conferma che era nelle mani dei Minore.

Milazzo su sollecitazione dell’avvocato Vezzadini ricorda il delitto di Antonino Barbera, un pacecoto il quale aveva bruciato anche la macchina al comandante della stazione dei carabinieri di Paceco e che è stato ucciso perchè la mafia si preoccupava di tenere l’ordine a Paceco.

L’omicidio di Barbera fu deciso dallo stesso Milazzo, Virga ed Alcamo. “Virga era il mandante ma noi eravamo contenti di farlo”, Barbera disturbava a tutti, era un pericolo.

Milazzo a proposito dei contrasti con Virga dice che entrambi all’inizio erano senza soldi, poi un giorno Mastrantonoio gli disse che lui e Virga si erano divisi 10 milioni. Non c’era ordine e per questo si rivolgeva a Mazara. Questo Virga non lo sopportava. Secondo Milazzo Virga si arricchiva e non faceva funzionare la mafia come riteneva dovesse funzionare.

Non ha conosciuto Brusca Giovanni, Sinacori Vincenzo si.

Il presidente della Corte giudice Pellino chiede a Milazzo cosa intende per “tragedie” a proposito di Mastrantonio, il teste risponde che Mastrantonio spesso metteva in cattiva luce le persone.

Milazzo ha detto di avere conosciuto Vincenzo Virga dentro il circolo del Pri che c’era alla periferia di Trapani, al cosidetto “passo dei ladri”, lì aveva anche conosciuto l’imprenditore Francesco Genna.

Milazzo a proposito di Franco Orlando, ex consigliere comunale Psi a Trapani che secondo lui avrebbe partecipato ad alcuni delitti, riferisce che a detta di Virga questi era un uomo d’onore riservato.

Milazzo riferisce dell’esistenza all’epoca di una lista di persone da uccidere, tra gli altri si doveva uccidere il capo della Mobile dottor Linares, ma Virga disse che non era il momento.

L’avv. Lanfranca chiede che Milazzo ricostruisca l’omicidio dell’agente Montalto.
Milazzo ricorda che fu ucciso in auto mentre era con la moglie e la figlia, a sparare fu Vito Mazzara e oltre a Montalto nessuno fu ferito.

L’avvocato Salvatore Galluffo cita una serie di nomi di soggetti accusati da Vincenzo Milazzo di essere autori di omicidi o di avere partecipato alle fasi di preparazione di omicidi per dire che gli stessi sono stati assolti.

L’udienza si chiude qui.

Prossima udienza il 7 dicembre, sarà sentito il collaboratore di giustizia, Vincenzo Sinacori, ex esponente della famiglia mafiosa di Mazara del Vallo.

La precedente udienza del 09/11/2011 la trovate qui

grazie a Radio Radicale

Vodpod videos no longer available.

Anche in Inghilterra c’è la crisi !

e allora anche lì bisogna stringere la cinghia. Non tutti naturalmente, solo alcuni.

STUDIO DELLA HIGH PAY COMMISSION SULLE RETRIBUZIONI DEL SETTORE PRIVATO

Gb, i top manager guadagnano il 4000% in più rispetto a trenta anni fa. Il caso limite alla Barclays’, dove la retribuzione del Ceo è 169 volte superiore al salario medio «Un danno per l’economia britannica»

Stipendi a confronto

MILANO – La paga dei top manager britannici continua a crescere, nonostante il clima di austerity globale. A rilevarlo è una ricerca di un gruppo di studio d’Oltremanica, la High Pay Commission, gruppo di studio indipendente della Ong Compass, che analizza le retribuzioni del settore privato. Le conclusioni della Commissione, dopo un anno di lavoro sono che negli ultimi 30 anni il salario degli amministratori delegati di società quotate nel Ftse 100 sono aumentate a livelli stratosferici, fino al 4.000% in più rispetto al 1980: è il caso della Barclays, dove il top manager guadagna oggi la bellezza di 4,4 milioni di sterline l’anno.

LA CRISI – «In un periodo di crisi senza precedenti, una piccola parte della società, lo 0,1%, continua a godere di consistenti aumenti annuali nel salario», ha commentato sul Telegraph Deborah Hargreaves, presidente di High Pay Commission. «Questi aumenti formidabili danneggiano l’economia britannica e provocano distorsioni nel mercato, drenando talenti e premiando gestioni fallimentari». L’istituto ha concluso il proprio lavoro sottolineando l’urgenza di riforme, in particolare di una «radicale semplificazione» dei compensi dei top manager: oltre all’obbligo di rendere pubbliche le buste paga dei dipendenti più pagati, di rendere trasparenti i criteri di differenziazione dei salari tra dirigenti e quadri, e di far luce sui guadagni complessivi. Secondo la Commissione, inoltre, è il momento di istituire un organismo nazionale per monitorare l’andamento delle retribuzioni di fascia più alta.

LE DIFFERENZE – Ad essere schizzato alle stelle, non è solo il valore in percentuale, ma anche la differenza con il salario corrisposto al dipendente medio. Se nel 1980 la retribuzione del boss di Barclays era 14,5 volte superiore allo stipendio medio, oggi quel valore è salito fino a quota 75. E l’inaudita cifra di 4milioni e 300mila sterline della busta paga di John Varley, fino al marzo scorso Ceo e consigliere d’amministrazione della banca, è di 169 volte superiore al salario di un lavoratore del regno Unito. Il fenomeno non è limitato alle banche. Stando al rapporto, alla Bp – dove l’amministratore delegato guadagna 4,5 milioni di sterline – il differenziale è passato, nello stesso periodo, da 16,5 a 63,2, con un incremento del 3006%. Alla Gkn (colosso metallurgico) da 14,9 a 47,7. Alla Lonmin (settore minerario) da 44,1 a 113,1.

«FUORI CONTROLLO» – Un sondaggio condotto interpellando duemila tra i destinatari del rapporto, ha bollato come «fuori controllo» retribuzioni e bonus dei top manager. E molti commentatori ritengono non solo «moralmente rivoltante», ma anche un elemento determinante della crisi economica lo spaventoso trasferimento di ricchezza dalla gente comune a quelli che già vivono al top.

Antonella De Gregorio

da Corriere.It

Per ogni cosa a disposizione ! Firmato Enrico

Mario Monti - Enrico Letta

Enrico letta - Mario Monti

Scommettiamo che “Enrico di cognome fa Letta vista la colleganza dello stesso Enrico Letta con Mario Monti in qualcuno degli organismi internazionali che i “complottisti” tirano spesso in ballo (Commissione Trilaterale), l’appartenenza dello stesso “Enrico” al gruppo del Pd e la vicinanza a Pierliogi Bersani, il quale sembra ben consapevole del ruolo di collegamento del suo Enrico Letta con il premier Mario Monti ?

Il Corriere invece (toppando) così commenta:

Quasi una auto candidatura forse per un posto di vice ministro e poi un grande elogio al nuovo presidente del Consiglio. C’è questo in un bigliettino, firmato “Enrico”, che Mario Monti ha ricevuto alla Camera durante il dibattito sulla fiducia. Nel biglietto anche un riferimento al leader Pd Pier Luigi Bersani. Ecco il testo integrale del foglietto: «Mario, quando vuoi dimmi forme e modi con cui posso esserti utile dall’esterno. Sia ufficialmente (Bersani mi chiede per es. di interagire sulla questione dei vice) sia riservatamente. Per ora mi sembra tutto un miracolo! E allora i miracoli esistono!» “(Photoviews)

Crisi, ora tocca alla Francia

Spread, ora trema la Francia

Parigi – Sale la tensione sul debito della Francia, con una contrazione del Pil nel secondo trimestre e uno spread che supera la soglia record dei 190 punti, segno che il Paese non gioca più nella prima divisione della zona euro. Tanto che un numero sempre maggiore di osservatori comincia a chiedersi se Parigi meriti davvero la tripla A, la massima votazione delle agenzie di rating, normalmente attibuita ai primi della classe.
Giorno dopo giorno, il timore che la Francia sia la prossima nella lista dopo Grecia, Italia, Spagna, Portogallo, si fa più concreto. Nonostante l’Insee, l’istituto nazionale di statistica, abbia annunciato oggi una crescita del +0,4% (invece del 0,3% previsto) nel terzo trimestre 2011, ha dovuto rivedere al ribasso di 0,1 punti il secondo trimestre. Un dato inquietante, visto che è la prima volta, dal 2009, che il Pil della Francia diminuisce. Mentre lo spread, vale a dire il differenziale tra i Btp decennali francesi e il Bund tedesco, ha superato oggi i 190 punti (1,90%), una situazione inimmaginabile appena qualche mese fa, la scorsa primavera, quando era al di sotto dei 40 punti.

La situazione economica della Francia è «difficilmente compatibile» con la tripla A, sottolinea oggi uno studio presentato a Bruxelles dalla banca tedesca Berenberg e dal think tank europeo `The Lisbon Council´, che pubblica un barometro intitolato Euro Plus Monitor. Secondo il rapporto – che analizza crescita, competitivita e sostenibilità del debito – la salute generale della Francia si piazza al 13/esimo posto, tra la Spagna (12/esima) e l’Italia (14/esima), che sono attualmente nel mirino dei mercati e delle agenzie di rating. «Per la Francia bisognerebbe tirare il campanello d’allarme», avverte ancora lo studio, aggiungendo: «Tra i sei Paesi che godono della tripla A nella zona euro, la Francia ha ottenuto il peggior voto». E ancora: «I risultati sono troppo mediocri per un Paese che vuole rimanere in testa». Non è d’accordo il ministro francese agli affari europei, Jean Leonetti, che sempre da Bruxelles ha detto che la Francia «non è la Germania» ma «resta credibile».

«Per il mercato è fatta. La Francia merita al massimo una doppia A», sottolinea invece Frederik Ducrozet, economista di Credit Agricole. Da parte loro, le agenzie di rating mantengono la tripla A ma a metà ottobre Moody’s si è riservata tre mesi di tempo per rivalutare la situazione. E l’errore dell’agenzia di rating Standard & Poor’s, che giovedì scorso ha abbassato «per errore» il rating della Francia, non ha certo contribuito a rassicurare i mercati.

Per gli analisti, Parigi soffre prima di tutto dei timori di contagio della crisi dei Paesi più indebitati. «Per finanziare le perdite su Spagna e Italia, alcuni investitori di lungo termine riducono la loro esposizione sulla Francia», osserva Axel Botte, specialista del mercato obbligazionario da Natixis AM. «Forse c’è incertezza sulla volontà e la capacità del governo francese di imporre le misure annunciate», spiega Jean-Louis Mourier, economista ad Aurel BGC. Soprattutto, il Paese entra in un periodo pre-elettorale, difficile da gestire dal punto di vista delle finanze. «Se perdo la tripla A sono morto», ha detto qualche tempo fa il presidente francese Nicolas Sarkozy, confidandosi con alcuni fedelissimi, in vista delle presidenziali del 2012.

da IL SECOLO XIX

Crisi, la Francia punta sulla Bce. Merkel: «Cambiamo i trattati»

Roma – La pressione si fa sempre più intensa perché sia la Banca centrale europea, alla fine, a risolvere la crisi del debito mettendosi a stampare moneta.
A muoversi oggi è Parigi, il cui spread è ormai a livelli di guardia. Dal cancelliere tedesco Angela Merkel arriva un’apertura a rivedere i trattati e cedere poteri di bilancio all’Unione europea: una riforma che renderebbe l’Europa federale come gli Stati Uniti dove la Fed, appunto, da tre anni acquista titoli di Stato con moneta fresca. «Confidiamo che la Bce prenderà le misure necessarie per assicurare la stabilità finanziaria in Europa», ha detto oggi il ministro del Bilancio Valerie Pecresse. Sono in molti a chiedere che la Bce, alla fine, tiri fuori il `bazooka´ del `quantitative easing´, facendosi prestatore di ultima istanza, come la Fed.

La scorsa settimana lo aveva auspicato l’allora premier italiano Silvio Berlusconi, oggi è tornato a chiederlo Enda Kenny, primo ministro irlandese. Un’offensiva che continua a scontrarsi con la granitica opposizione della Bce e, in particolare, della potente Bundesbank tedesca: togliere dai guai Atene, Roma e forse domani anche Parigi creerebbe un incentivo a indebitarsi ancor di più. La responsabilità primaria a risolvere la crisi – ha ribadito il presidente della Bce Mario Draghi – è dei governi.

Ma qualcosa comincia a muoversi nel senso di una soluzione europea alla crisi che vada oltre il fondo salva-Stati (`Efsf´), un’arma spuntata, e l’idea degli eurobond, oggi nuovamente bocciati da Berlino e sempre meno allettanti visto che anche la Francia rischia ormai il suo rating `AAA´. Oggi la Merkel ha fatto un’apertura senza precedenti a una riforma dei trattati europei, dicendo che per difendere l’euro i tedeschi sono pronti «a cedere parte della loro sovranita»`. Per Berlino il sentiero e´ strettissimo (deve fare i conti con un’opinione pubblica sempre più ostile all’Europa e con la Bundesbank). Ma il tentativo è chiaro: spingere verso una sorveglianza europea rafforzata sui bilanci nazionali per evitare il ripetersi del dissesto del debito attuale. Arrivando persino a un bilancio federale Ue che includa prerogative finora nazionali. Una novità che toglierebbe molti argomenti a chi si oppone a un definitivo salvataggio europeo dei Paesi iper-indebitati.

Che la soluzione, poi, possa arrivare dalla Bce è tutta da vedere: occorrerebbe una riforma dei trattati. Ma è proprio su una riforma dei trattati che insiste la Merkel: i trattati «non permettono alla Banca Centrale Europa di poter risolvere i problemi dell’eurozona», ha detto oggi il cancelliere.

Di certo l’intensificarsi della crisi, che dopo l’Italia sembra voler contagiare la Francia e molti Paesi a `tripla A´, sta facendo sorgere un dibattito anche in Germania. Giusto ieri Peter Bofinger, uno degli economisti consiglieri della Merkel, ha ammesso che alla fine potrebbe toccare alla Bce fare da «argine finale» alla peggior crisi dal dopoguerra.

da IL SECOLO XIX