Governo Berlusconi: dopo le puttanelle, lo scudetto del Milan

… e non è uno scherzo !

Dopo questo comunicato del Ministero dell’Economia sulle “puttanelle”, poteva mancare quello della Presidenza del Consiglio sullo scudetto del Milan ?

Dal sito del Governo Italiano :

“Precisazioni da Palazzo Chigi

Testo completo da stampare
28 Aprile 2011

In merito a quanto riportano erroneamente alcune agenzie di stampa, il Presidente Silvio Berlusconi si è ben guardato dall’esprimere un pronostico sullo scudetto al Milan anche per evidenti ragioni scaramantiche.”.

Con Riccardo Minardo la giustizia terrena è andata oltre i nostri auspici

La notizia di oggi è questa riportata da L’Unità:

Truffa e associazione a delinquere – In cella deputato siciliano

Il deputato regionale del Movimento per le autonomie Riccardo Minardo, 60enne di Modica, è stato arrestato dai finanzieri di Ragusa. Al politico sono stati concessi gli arresti domiciliari, come ad altre quattro persone, con lui accusate di associazione per delinquere, truffa aggravata, malversazione ai danni dello Stato. Il parlamentare è ritenuto tra i promotori dell’organizzazione illegale.

Le indagini, delegate dalla procura di Modica al Nucleo Polizia Tributaria delle fiamme gialle di Ragusa, hanno riguardato diversi soggetti a vario titolo coinvolti nell’attività del Consorzio provinciale area iblea e hanno consentito di accertare l’esistenza di «una realtà associativa criminosa composta dagli indagati». Ciò che è emerso «con maggiore evidenza», spiegano gli inquirenti, «è stata la gestione privatistica del patrimonio del Copai», formato integralmente da fondi di provenienza pubblica, con notevoli flussi finanziari «all’apparenza privi di qualsiasi giustificazione».

Segnalati l’acquisto di Palazzo Pandolfi per realizzare il Centro polivalente Giorgio La Pira; l’acquisto di Palazzo Lanteri di Modica; l’acquisto dell’emittente Radio Onda libera, «dipanatesi in un ampio lasso di tempo, durante il quale gli indagati si sono dedicati, dimostrando notevole professionalità, alla commissione di truffe e malversazioni ai danni dello Stato e ad altre attività fraudolente».

I provvedimenti sono stati emessi dal gip di Modica Patricia Di Marco, su richiesta del procuratore della Repubblica Francesco Puleio. Le ordinanze sono state notificate anche a Rosaria Suizzo, 50 anni, di Ragusa, presidente del Cda del Copai, al marito Mario Barone, 60enne di Modica, amministratore di fatto della società Sud Legno Scarl, Pietro Maienza, 42 anni, di Riesi, amministratore legale della Sud Legno Scarl, e Giuseppa Zocco, 52 anni, di Modica, di Ragusa, moglie di Minardo, vicepresidente della Arkè Kronu srl. Minardo, Barone e Suizzo, sono indicati «auli promotori e organizzatori dell’associazione».”

Diarioelettorale si era occupato già di lui qui, invocando semplicemente che fosse seppellito da un coro di pernacchie.

Troppa grazia !

A maggio in libreria: “Dovevamo saperlo che l’amore”

Dovevamo saperlo che l'amore

la copertina del romanzo

L’impresa più clamorosa della sua vita militare nonno l’aveva compiuta nel 1908. Aveva 22 anni. Di stanza a Messina. Il terremoto più immane che storia ricordi. Lui c’era. Riuscì a salvarsi: dei soldati semplici del suo reggimento di bersaglieri si salvò lui e un altro castellammarese che però impazzì e prese a girare come una trottola per tutta l’isola, a piedi. Nonno riuscì a salvare anche il colonnello comandante e l’intera famiglia. Li tirò fuori dalle macerie. Aveva una forza smisurata. Non parlava mai, che io ricordi, di questa storia. Fu sempre mamma a raccontarla, ma più che i particolari ci dava il grosso dei fatti con termini allucinati e grandiosi tipo ‘cataclisma’ ‘maremoto’ ‘centinaia di migliaia di morti’. Le prime ore successive al grande sismo i superstiti credettero che fosse giunta la fine del mondo, l’aria era tetra, il mare s’era mischiato con la terra e con le cime di campanili. D’un tratto, non so se ore o giorni dopo, sentirono un rombo di cannone. Sparavano dal mare. Sbarcarono i soccorsi. Li seguiva il re, Vittorio Emanuele III in persona, non ancora fellone. A nonno strinse la mano e si congratulò per l’opera meritoria. Fu insignito con tanto di medaglia al valor militare. Ai soldati sopravvissuti e che avevano prestato soccorso, oltre che la medaglia e il diploma, fu permesso di raccogliere fra le macerie tutto quello che trovassero, e di appropriarsene: una specie di sciacallaggio buono. Nonno non si fece pregare….

Novanta anni dopo, procedendo alla spartizione dei beni, che comunque la si pensi resta il modo più incisivo per riciclare le cose della morte e farle rivivere, io e le mie sorelle non sapevamo a chi dovesse capitare un minuscolo oggettino d’argento, finemente cesellato, forse un portasale, con cucchiaino, il solo pezzo superstite della pietosa razzia di nonno dopo il terremoto di Messina, quella concessagli dal re. Abbiamo fatto i bigliettini, abbiamo estratto il portasalino d’argento, è venuto il mio nome, è toccato a me, che non ho mai vinto niente a nessuna lotteria, a me come era giusto che fosse, vuoi perché porto il nome di nonno, vuoi perché in fatto di terremoti, smottamenti e frane, io sono specialista.

Non era tutto rose e fiori. L’ambientamento non era facile, specie i primi giorni. Bisognava riadattare l’occhio ai nuovi spazi, alla luce che colava più precipitosa sulle cose. Le strade ci apparivano strette, anguste, calcate, per quanto lunghissime, diritte e in salita. Le facciate delle case, screpolate, soprattutto gli scalini dei portoncini: mezzi rosicati. Tutte pavesate a lutto con la striscia nera, sghimbescia, alta, sotto la lunetta.
La luce, diversa, più compatta e abbagliante; picchiava sui terrazzini e vi spalmava fette d’azzurro che sembravano origanate, tanto l’aria era più pregna, densa, più aspra e odorosa. Le strade non erano tutte asfaltate. Quando non sterrate, erano ‘ncutate, con balate, strisce rettangolari di pietra, che racchiudevano quadrati di ciottoli disposti a rilievo e con eleganza superiore alla disposizione dei sampietrini romani. Sulle balate scanalate le ruote dei carretti mandavano un suono di frantoio stanco. I carretti erano i soli mezzi di locomozione, non esistevano macchine in giro.
La miseria era tanta, ma rappezzata e vissuta con dignità. Le donne, dentro gli scialli neri, affrettavano sempre il passo. Tutti ci guardavano con curiosità condita con una punta di invidia. Noi eravamo ‘i romani’, quelli venuti dal continente; eravamo ricchi, noi: la sorella e i nipoti di lu parrinu. Gli occhi erano taglienti, davano soggezione; le bocche sdentate, nessuna esclusa. Il paese, cupo e gioviale. Bisognava uscirne fuori per apprezzarne la bellezza incastonata nel golfo. Si saliva attraverso una larga trazzera al belvedere spianato sulla montagna.
Da lì si godeva una vista unica, mozzafiato. Il castello a mare, l’azzurrità schiumata delle onde e del cielo piombato sulle case: un presepe.

Le malelingue peggiori sono quelle degli ignoranti. Processioni di artigiani analfabeti, di femmine idrofobe, onestissime madri di famiglia, ma soprattutto di beghine patentate zitelle che puzzavano di scialle nero, tutte rosario e chiesa (venivano chiamate ‘mistiche’), presero a bussare alla porta della sacrestia di Sant’Antonino. Una litania di lamentele. Sulle prime zio sorrideva, più spesso rispondeva con un’alzata di spalle. Allora insegnava religione alla scuola marinara; anche qui gli giunsero voci. In spiaggia c’erano le fimminazze, gli disse una volta un pallido giovincello figlio di pregiudicato e di madre alcolizzata, ignaro delle parentele del professore. L’ombrello che zio aveva in mano si fracassò d’incanto sulla testa dell’emaciato aspirante voyeur.
“Viddani,” fu il giudizio lapidario di mamma (quel viddani noi lo traducemmo all’istante, in romanesco, con ‘burini’).
“Ha ragione Paolo. Quando dice che lu paisi è tintu, chi li cristiani sunnu tinti.”

Pubblicato con lo pseudonimo di Nelson Martinico, “Dovevamo saperlo che l’amore“, da cui sono tratti gli stralci assai casuali che precedono questa nota, è l’ultimo romanzo di Giuseppe Elio Ligotti, scrittore di origini castellammaresi, ma nato e vissuto a Roma.

Il romanzo è una biografia nella quale si raccontano oltre quarant’anni di vita familiare.

Dai nonni emigrati dalla Sicilia a Roma negli anni Trenta, ai traumi della guerra e alle incertezze della difficile ricostruzione, alle svolte epocali degli anni Sessanta e all’atmosfera di piombo di quelli successivi.

La scrittura – unica terapia – ricostruisce esistenze, ripercorre infanzia e adolescenza nel chiassoso e a volte goliardico clima di una grande famiglia sicula di cuore generoso, nei quartieri romani della formazione; rivive i passaggi di una giovinezza tanto avida di sperimentare quanto bisognosa di nutrirsi di scoperte (la poesia, il cinema, la politica) per individuare la propria vocazione.

Mentre la famiglia si allarga e la narrazione vive tra le estati siciliane, la Capitale e il Veneto, che si fa quasi patria d’adozione del protagonista, egli attinge alle donne che hanno provveduto alla sua educazione sentimentale, agli indimenticabili personaggi che con la loro stravaganza o semplicità gli hanno aperto la mente, alle proprie non sempre lineari tappe esistenziali, ai cult che hanno fatto da riferimento alla sua crescita.

E la storia (le storie) si fa registro dell’evoluzione della società italiana di quegli anni: un vasto affresco di intense passioni collettive alternate ai momenti bui delle stragi e dei terremoti. Ogni evento esterno si traduce in “segnale” di vissuto, trova eco nel percorso privato incalzandolo, determina orientamenti e disorientamenti, suscita buona e cattiva coscienza nel contratto di sincerità stipulato dal narratore col suo puntiglioso alter-ego.

Tra sorriso e “incazzatura” (alla De Andrè), col pudore delle pulsioni poetiche ma con il coraggio delle fragilità, l’autore intreccia il filo della propria storia nel tessuto collettivo e in anni che hanno visto la fondazione di un’Italia alla quale un’intera generazione guarda forse con nostalgia.

Di prossima uscita nelle migliori librerie è possibile saperne di più dal sito della casa editrice Lupo Editore, presso la quale sarà possibile anche effettuare l’acquisto online.

Processo per l’omicidio di Mauro Rostagno (8)

Udienza del 20 aprile 2011 del processo per l’uccisione del sociologo e giornalista Mauro Rostagno avvenuta nel piccolo borgo di Lenzi, fra Custonaci e Valderice la sera del 26 settembre 1988, in corso di svolgimento davanti alla Corte d’Assise di Trapani.

Alla sbarra il boss mafioso Vincenzo Virga e Vito Mazzara, per l’accusa, rispettivamente, mandante e killer dell’omicidio che sarebbe stato deciso per punire Rostagno per la sua attività giornalistica condotta attraverso l’emittente Rtc ‘Radio Tele Cine’.

Durante l’udienza vengono esaminata i testi: Elisabetta (Chicca) Roveri e Salvatore Mugno.

Prossima udienza prevista il 04 maggio 2011 alle ore 9,30.

La precedente udienza del 13/04/2011 la trovate qui

grazie a Radio Radicale

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A Brescia le due facce della stessa medaglia

un paese profondamente malato.

Avevo appena finito di leggere questo a proposito della morte a Brescia del bambino sinti affetto da una rara malattia per difendersi dalla quale aveva necessità della corrente elettrica che alimentasse le apparecchiature a cui er attaccato e a cui, per sgombrare lui e la sua famiglia, era stata staccata la corrente, quando l’occhio mi è andato a quest’altra notizia, l’arresto per tangenti sempre nella medesima zona, il bresciano, di due assessori della Lega Nord.

BRESCIA – Tommaso non ce l’ha fatta. Piccolo e malato, il bambino di 17 mesi, diventato suo malgrado il simbolo della lotta tra sinti e Comune di Brescia, è morto ieri pomeriggio agli Spedali Civili dove era ricoverato da due mesi.

Il 14 febbraio scorso, dopo il blitz della polizia locale e la sospensione della corrente alle roulotte del campo, Tommaso era stato ricoverato d’urgenza. Dimesso dopo due giorni, il piccolo si era poi di nuovo aggravato tanto da dover tornare in ospedale. Tommaso soffriva di una malattia genetica rarissima (solo 14 casi al mondo) che si chiama H-ABC: un sondino fissato a una narice e a una macchina per l’ossigeno gli permettevano di sopravvivere, con mamma Fenni ad accudirlo e papà Samuel sempre pronto a qualsiasi emergenza.

Come la notte di San Valentino, quando dopo gli scontri con la polizia, mancata l’elettricità, ha dovuto procurarsi con le buone o con le cattive un generatore portatile per tenere in vita il suo bambino. «È nato così – spiega lo zio, Giovanni Tonsi, allargando le braccia -. Per malattie come la sua non c’è guarigione. Certo, quel giorno che il Comune ha staccato la corrente è stato tutto più difficile…».

Al campo di via Orzinuovi, dove l’amministrazione di Palazzo Loggia non ha ancora riattivato i bagni perché aspetta di sgomberare gli ultimi abusivi, non accusano nessuno. Anzi, i sinti tendono la mano al sindaco, Adriano Paroli, perché la morte di Tommy serva a sancire una tregua.

Due assessori leghisti di due Comuni del Bresciano sono stati arrestati per tangenti. Si tratta di Mauro Galeazzi, 48 anni, titolare della delega a Urbanistica e lavori pubblici a Castel Mella, e di Marco Rigosa, 45, capo ufficio tecnico del Comune di Castel Mella e assessore ai Lavori pubblici a Rodengo Saiano (Comune che risulta comunque estraneo alle indagini). Nell’operazione, condotta dai carabinieri della compagnia di Brescia, sono stati arrestati Andrea Piva, 36enne di Rodengo Saiano, geometra, libero professionista, e Antonio Tassone, 68 anni di Lumezzane, imprenditore.

I provvedimenti sono stati emessi dal gip bresciano Cesare Bonamartini su richiesta del pm Silvia Bonardi. E’ indagato anche un altro dipendente dell’ufficio urbanistica del Comune di Castel Mella. I reati contestati sono per tutti di corruzione per un atto contrario ai doveri d’ufficio, e solo per Galeazzi, anche di peculato. Antonio Tassone, impegnato nella realizzazione di un centro commerciale in Castelmella, usava come tramite Piva per mantenere i rapporti con il responsabile dell’ufficio tecnico Rigosa e con l’assessore Galeazzi. Il centro commerciale stava per essere realizzato su un terreno sottoposto a vincolo paesaggistico-ambientale che Tassone aveva già opzionato con un contratto preliminare.

Nella ricostruzione dell’accusa, per rendere più veloce e sicuro l’iter di approvazione del piano urbanistico – ammorbidendo i controlli, in particolare della commissione paesaggistica – Tassone aveva pattuito un versamento di 22mila euro, dei quali 12mila pagati a favore della società di Piva e altri 10mila versati in contanti dallo stesso imprenditore a Piva e da questo consegnati al Rigosa, che ne aveva poi versato una parte all’assessore Galeazzi. Galeazzi è indagato anche per peculato: nella sua veste di pubblico ufficiale aveva nella sua disponibilità un cellulare di servizio, intestato alla Provincia di Brescia, con cui aveva effettuato centinaia di telefonate a fini esclusivamente privati.“.

Seguiranno commozione e lacrime, nel primo caso, e condanna e disapprovazione nel secondo, e poi tanta ma tanta fretta di dimenticare.