Ri-dissequestrato il porto di Castellammare ri-ri-ri-ri-ri-ri-prendono i lavori

La ripresa dei lavori per la messa in sicurezza del porto di Castellammare è una notizia che ci riempie di gioia. Le indagini della Procura della Repubblica di Trapani ovviamente proseguono ma il dissequestro del cantiere consente di mettere in sicurezza le opere già realizzate. Vogliamo un porto sicuro e, nel ringraziare la Magistratura per il dissequestro, avvenuto in tempi celeri, ed il Prefetto di Trapani, Dottor Stefano Trotta, per l’interessamento, ribadiamo la nostra collaborazione e fiducia agli inquirenti per il prosieguo delle indagini”, questo quanto dichiarato dal sindaco Marzio Bresciani, appresa la notizia del dissequestro del cantiere.disse dopo il primo parziale dissequestro del luglio 2010 il sindaco dell’epoca Ingegnere Marzio Bresciani.

Ma passò un giorno e passò un altro e il prode Anselmo* continuò a non tornare per non essersi accorto che nell’elmo c’era in fondo un forellin.

Oggi 29 novembre 2013 apprendiamo da uno “status” della pagina facebook del sindaco “Nicola Coppola per Castellammare” che le aree sono stati ri-dissequestrate e che ri-ri-ri-ri-ri-ri-prendono i lavori:

UNA ATTESA POSITIVA NOTIZIA CHE PUO’ CAMBIARE IL FUTURO DI CASTELLAMMARE

Il sindaco Nicolò Coppola ha il piacere di comunicare alla cittadinanza tutta che la Procura della Repubblica, presso il Tribunale di Trapani, con una nota del 28 Novembre 2013, ha disposto il dissequestro e la restituzione all’avente diritto degli accropodi e delle aree in sequestro, relative al cantiere per la messa in sicurezza del porto di Castellammare del Golfo, attualmente fino ad oggi in stato di sequestro, delegando la tenenza della Guardia di Finanza di Alcamo, alle procedure di esecuzione, con facoltà di sub-delega, per permettere al Responsabile del Genio Civile di Trapani del C.T. ing Angelo Infantino, le più idonee modalità di ripresa dei lavori portuali nella loro più ampia interezza.
Una notizia di grande positività che, come dichiarato dal Sindaco, può dare vigore, energia e ripresa alle attività infrastrutturali del territorio. A puro titolo di cronaca la vicenda in oggetto, annosa e per molto tempo in stato di stallo, inizia con un verbale di sequestro del 7 Maggio 2010.
Le lunghe attività, necessarie, dovute e delicate da parte della Procura della Repubblica di Trapani, hanno di fatto bloccato i lavori paralizzando un settore produttivo della nostra città.
Finalmente i lavori del porto ripartono, con la gioia del Sindaco , di tutta l’ amministrazione comunale, di tutta la Città di Castellammare, delle imprese e dei lavoratori interessati“.

Anche noi ne siamo contenti, per quanto visti i tempi e la storia recente della realizzazione di opere pubbliche di questo tipo in questo territorio, (vedi lavori del porto di Balestrate nonchè di questo di Castellammare), per esultare attenderemo pazientemente il collaudo delle opere.
Anche perchè vorremmo essere sicuri che l’elmo del prode Anselmo fosse stato nel frattempo riparato.

* Nota su “La partenza del crociato”, ovvero “Il prode Anselmo” di Giovanni Visconti Venosta (1856)

Passa un giorno, passa l’altro
Mai non torna il prode Anselmo,
Perché egli era molto scaltro
Andò in guerra e mise l’elmo…”

Mise l’elmo sulla testa
Per non farsi troppo mal
E partì la lancia in resta
A cavallo d’un caval.

La sua bella che abbracciollo
Gli diè un bacio e disse: Va!
E poneagli ad armacollo
La fiaschetta del mistrà.

Poi, donatogli un anello
Sacro pegno di sua fé,
Gli metteva nel fardello
Fin le pezze per i piè.

Fu alle nove di mattina
Che l’Anselmo uscia bel, bel,
Per andare in Palestina
A conquidere l’Avel.

Né per vie ferrate andava
Come in oggi col vapor,
A quei tempi si ferrava
Non la via ma il viaggiator.

La cravatta in fer battuto
E in ottone avea il gilè,
Ei viaggiava, è ver, seduto
Ma il cavallo andava a piè.

Da quel dì non fe’ che andare,
Andar sempre, andare andar…
Quando a piè d’un casolare
Vide un lago, ed era il mar!

Sospettollo… e impensierito
Saviamente si fermò.
Poi chinossi, e con un dito
A buon conto l’assaggiò.

Come fu sul bastimento,
Ben gli venne il mal di mar,
Ma l’Anselmo in un momento
Mise fuori il desinar.

La città di Costantino
Nello scorgerlo tremò
Brandir volle il bicchierino
Ma il Corano lo vietò.

Pipe, sciabole, tappeti,
Mezze lune, jatagan,
Odalische, minareti,
Già imballati avea il Sultan.

Quando presso ai Salamini
Sete ria incominciò,
E l’Anselmo coi più fini
Prese l’elmo, e a bere andò.

Ma nell’elmo, il crederete?
C’era in fondo un forellin
E in tre dì morì di sete
Senza accorgersi il tapin.

Passa un giorno, passa l’altro,
Mai non torna il guerrier
Perch’egli era molto scaltro
Andò in guerra col cimier.

Col cimiero sulla testa.
Ma sul fondo non guardò
E così gli avvenne questa
Che mai più non ritornò.”

Annunci

Avessero dato retta a Herman Sörgel il porto di Castellammare non sarebbe stato più un problema

E’ un fatto che, sul finire di questo piovoso novembre del 2013, di ripresa dei lavori di costruzione del porto di Castellammare del Golfo non c’è ancora traccia.
Anzi in un articolo comparso su Malitalia dal titolo “Trapani appalto ad azienda chiacchierata” si avanzano dei dubbi sulla Ca.Ti.Fra srl di Barcellona Pozzo di Gotto (il cui nome è l’acronimo di Calabrese Tindaro e Francesco, imprenditori originari appunto di Barcellona Pozzo di Gotto), azienda di cui si parla più volte nei carteggi dell’operazione antimafia “Gotha 3” realizzata dai carabinieri del Ros di Messina nel luglio dello scorso anno, (pur non essendo la medesima impresa o i suoi titolari tra gli indagati) e facente parte dell’ATI (associazione temporanea di imprese) costituita da COMES TIGULLIO di Chiavari (Ge), CA.TI.FRA srl di Barcellona Pozzo di Gotto (Me), SEICON srl di Castellammare del Golfo (TP) e CO.GE.TA. srl di Trapani, aggiudicataria dei lavori riguardanti lo stralcio di completamento del porto di Castellammare del Golfo che l’articolo dà, erroneamente, come realizzati.
In precedenza un’altra impresa facente parte dell’ATI, la CO.GE.TA. era stata oggetto di sequestro perchè nella disponibilità di Vito Tarantolo e tramite lui, è convinzione degli inquirenti, in quelle di Matteo Messina Denaro.
Anche la prosecuzione dei lavori del primo stralcio, già oggetto di sequestro e parzialmente dissequestrati, è avvolta nella nebbia.

Ma si diceva di Herman Sörgel. In tanti immagino vi chiederete chi era costui e cosa possa avere a che fare, un architetto tedesco del secolo scorso (perchè tale era), con Castellammare del Golfo ed il suo porto.

Diciamo subito che il tizio era un geniaccio, e come tutti i geniacci un po’ utopista e folle.

Herman Sörgel nacque a Ratisbona il 2 aprile 1885 e fu architetto e filosofo. Sörgel proveniva da una famiglia di tecnici. Il padre fu un pioniere nel campo della costruzione delle centrali idroelettriche in Baviera. Lui in quanto architetto fu parte del movimento espressionista (Bauhaus) e come filosofo si occupò di teoria spaziale e di questioni geopolitiche.

Con tali premesse, nel 1928 Sörgel presentò il progetto di Atlantropa, progetto che prevedeva di isolare il mar Mediterraneo chiudendo gli stretti di Gibilterra, Suez e Dardanelli.
L’evaporazione delle acque così circoscritte, ne avrebbe abbassato il livello al ritmo di circa 1,6 metri annui, processo che il progetto prevedeva fosse velocizzato con l’ausilio di apposite pompe idrauliche.
Altre dighe sarebbero dovute sorgere tra Tunisia, Sicilia e Italia, aree che sarebbero rimaste quasi unite grazie all’abbassamento delle acque. Queste dighe avrebbero diviso il Mediterraneo occidentale da quello orientale; il primo sarebbe stato abbassato di circa 100 metri, il secondo di altri 100 per un totale di 200 metri.

Uno degli effetti che si voleva ottenere era quello di rendere possibile collegare via terra Berlino a Cape Town per il tramite della Sicilia che sarebbe stata collegata alla Tunisia con un ponte e di rendere disponibili nuove terre per una superfice di circa 576.000 km2.

L’insieme delle trasformazioni conseguenti all’attuazione del progetto di Sörgel avrebbe reso Castellammare del Golfo, nel giro di pochi decenni una città di terra, ed il relitto del porto una testimonianza di un passato, non proprio glorioso.

Atlantropa

Qui la voce di Wikipedia relativa ad Atlantropa che dà conto delle “buone intenzioni” del suo ideatore.

E qui un video che illustra il come ed il perchè del progetto.

Gaspare Pinco castellammarese dimenticato

Nel post precedente avevo anticipato che sarei ritornato sulla figura di Gaspare Pinco. La statura del personaggio è stata tale che molto materiale è finito negli archivi di polizia e più volte risulta citato in studi e ricerche sia sull’antifascismo che, negli anni successivi alla liberazione, in relazione a vicende legate alle lotte bracciantili.

Di particolare interesse l’appassionato ritratto che ne fa l’avvocato Nino Marino nel suo “FAME DI TERRA E SETE DI LIBERTA’” (Trapani 2009), ritratto che occupa buona parte del quinto capitolo del volume e che di seguito vi ripropongo integralmente:

Da Tunisi a Ventotene

Era del 1910, di Castellammare del Golfo. Morì a Trapani, vittima di un incidente stradale nel 1978.
Conoscevo un po’ alla larga e comunque non molto direttamente Gaspare Pinco. Sapevo che era un comunista, e lo ritenevo un personaggio minore.
Frequentando anche da giovane le sedi del movimento, s’era tra la fine degli anni cinquanta ed i primi dei sessanta, lo vedevo mi pare all’I.N.C.A., l’Ente di
assistenza della CGIL.
Quando entrai nei Partito, di lui non c’era traccia.
Qualche cosa, di straforo, diceva suo figlio, Carlo Marx appunto. Ma presi quel nome come un omaggio al mito.
Nulla di più. Romanticismo un po’ naif, mi pareva.
Ed invece, non lo sapevo, Gaspare Pinco era un desaparecido. Una vita eroica.
Fu raccogliendo carte per scrivere questo racconto, che ritrovai il manoscritto di Filippo Cilluffo che ho citato.
E lessi che:

nella provincia di Trapani la geografia della lotta ha i suoi centri più vivi a Castelvetrano, a Mazara, a Salemi e
sul Belice; i suoi protagonisti sono da un lato i vari Gaspare Pinco o Ignazio Adamo…

Beh, mi dissi, se un fine e colto intellettuale come Filippo Cilluffo fra i tanti cita solo Pinco, ed assieme ad Ignazio Adamo che, vedremo, fu una figura molto
importante, Pinco qualche cosa di serio sicuramente fece.
E andai dal figlio. Che mi narrò la storia e mi confessò, maledetto lui!, che aveva perso gran parte dell’archivio del padre.
Il quale, ve la dico subito, era stato clandestino a Tunisi, confinato a Ventotene, espatriato a Marsiglia, staffetta in Spagna, la tortura nelle galere tunisine gli rovinò per sempre un’anca.
Fu riconosciuto come “perseguitato politico” e ne ebbe la pensione.
e la racconto con le parole di Carlo Marx.
Gaspare Pinco veniva da una famiglia socialista e fu educato sin da ragazzino alla libertà ed a ribellarsi al sopruso. Ad indignarsi. Che è verbo nobile.
Oltre il padre, ad educarlo a questi valori fu un certo Peppino Stabile, uno dei primi comunisti castellammaresi.
Gaspare Pinco si iscrisse al Partito Comunista e ne costruì e sostenne la rete organizzativa durante la clandestinità.
Per fare le riunioni giravano in lungo per arrivare a qualche casolare di campagna. Una volta dovette seguire un compagno perché il luogo del convegno gli era sconosciuto. Arrivati ed entrati che furono, trovò un tizio con il fez in testa. Si sentì tradito e perduto in quella trappola. Se avesse avuto una pistola gli avrebbe sparato.
Ma il compagno che aveva organizzato la riunione lo tranquillizzò subito: “è un trucco per eludere la polizia, il compagno viene da fuori e in qualche modo per non fare insospettire s’è travestito da fascista…
Naturalmente la Polizia prima o poi lo individuò come comunista e, quando la stretta si fece più forte e capì che sarebbe stato arrestato, Pinco espatriò in
Tunisia, dove operava un centro dell’emigrazione politica clandestina.
Vi trovò, fra gli altri, Pietro Bongiovanni che nell’immediato dopoguerra, sarà il primo Segretario della ricostituita Federazione Comunista trapanese.
Lì c’era un gruppo importante dell’organizzazione del Partito Comunista all’estero: il Centro clandestino vi inviò a dirigerlo di volta in volta Velio Spano, Ambrogio Donini e Giorgio Amendola. Dirigenti stabili ne furono Loris Gallico e Maurizio Valenzi, quello che nel 1975 sarà il primo Sindaco comunista di Napoli.
Oltre a dirigere gli emigrati comunisti italiani ed alla fondazione de “Il Giornale” (ma guarda un po’!) e de “L’Italiano”, pubblicati sotto la copertura della “Lega italiana dei diritti dell’uomo”, lavorarono anche alla costruzione del Partito Comunista tunisino.
Non era cosa da poco, se un Tribunale tunisino/francese condannò a morte, per fortuna in contumacia, Velio Spano.
L’importanza del Centro estero tunisino fu nota anche ai fascisti: nel 1937 la sua sede, che agiva come il “Circolo Popolare Garibaldi” subì un assalto squadristico da parte di “cadetti e marinai fascisti” (c’era anche un’emigrazione legale) che uccisero il comunista Giuseppe Miceli.
A Tunisi Gaspare Pinco cominciò a fare “il rivoluzionario di professione”.
La cosa funzionò finché in Francia, della quale la Tunisia era colonia, ci fu un clima respirabile. Poi le cose si complicarono, e comunque sempre semiclandestini erano. Ad un certo punto fuggì dalla Tunisia. E si recò a Marsiglia.
Lì il Partito lo fece lavorare in un centro, semiclandestino anch’esso, che organizzava il valico in Spagna dei Volontari che arrivavano da tutto il mondo
per andare a combattere per la libertà e contro il fascismo.
I più arrivavano da tutto il mondo a Parigi, al Centro organizzato da Teresa Noce, la compagna di Luigi Longo, il Comandante Gallo, che invece era già in Spagna,
ricevevano un primo inquadramento logistico ed organizzativo e venivano mandati a Marsiglia.
Qui Pinco, assieme ad altri, li organizzava, li forniva del necessario, e li accompagnava in Spagna attraverso le clandestinità delle frontiere.
E come mai non ci restò in Spagna, Gaspare, a sparare ed a rischiare la pelle? Mi chiederete. Beh, una risposta ce l’avrei: per andare in Spagna ci voleva
coraggio, certo. Per organizzare in clandestinità quelli che ci andavano, oltre che il coraggio, occorrevano capacità e soprattutto affidabilità.
Fu Togliatti stesso, l’Alfredo inviato nel 1937 in Spagna dall’Internazionale Comunista come consigliere del Partito spagnolo, a sollecitare il rafforzamento
dell’invio dei Volontari per le Brigate Garibaldi.
Bene, per quel che ho capito, Gaspare Pinco fu un personaggio verso il quale i capi ebbero estrema fiducia.
Il centro comunista a Marsiglia subì poi l’intervento repressivo della Polizia francese. La “grande democrazia occidentale”, assieme all’Inghilterra, s’era dichiarata neutrale dinanzi alle prove generali del nazifascismo.
Speravano che, dopo la Spagna, toccasse all’URSS.
Gaspare Pinco fu condannato ed espulso.
Di tornare in Italia non se ne parlava. Sarebbe stato arrestato e spedito in galera.
Da Marsiglia s’imbarcò per Tunisi, dove era stato ricostituito il Centro estero, ma non vi poteva sbarcare, perché era stato schedato durante il primo soggiorno.
La nave arrivò ed attraccò, ma Pinco non scendeva: “mio padre stette accucciato sotto una scialuppa da dove poteva vedere la coppia di gendarmi che faceva la guardia: su e giù, giù e su per il molo. Ne contò accuratamente e più volte i passi e capì quando poteva scendere senza essere visto. Così fece e sbarcò per la seconda clandestinità a Tunisi. Sembra un film.
Ed in qualche film, infatti, quelle vite dovrebbero essere raccontate.
Poi fu nuovamente arrestato. Nelle prigioni tunisine fu selvaggiamente picchiato, condannato per la seconda volta ma ora spedito direttamente in Italia, dove
l’aspettava la Polizia fascista: processo, carcere e poi confino.
A Ventotene.
Assieme a Sandro Pertini, Umberto Terracini, Camilla Ravera, Mauro Scoccimarro, Luigi Longo, Altiero Spinelli….(Terracini e Ravera per vero erano tenuti in disparte…), insomma quelli che erano i capi dell’antifascismo, e poi diventeranno i capi della Resistenza e della Repubblica.
Presso l’Archivio Centrale dello Stato storici o giornalisti potrebbero reperire un voluminoso fascicolo intestato a “Pinco Gaspare”, alias “Pucci” nome delle sue battaglie clandestine. Io non ho il tempo, né l’attitudine.
Io racconti faccio. Tra un’Udienza ed un’altra…
A causa delle sue condizioni di salute conseguenti alle torture tunisine, a Ventotene fu ricoverato più d’una volta presso infermerie di fortuna. Ottenne di recarsi per un breve periodo di cura a Trapani, dove la moglie faceva la sarta.
Durante il soggiorno trapanese lo colsero lo sbarco degli americani, il 25 Luglio e la caduta –almeno qui- del regime fascista.
Si mise in contatto con quel che c’era del Partito, assieme a Pietro Bongiovanni che abbiamo già visto con lui a Tunisi, e ne divenne uno dei dirigenti.
Scelse, fu scelto per il fronte più caldo e decisivo della battaglia democratica in Sicilia e nella Provincia di Trapani. Fu mandato a dirigere la Federbraccianti. Per capire: numero uno il Segretario della Federazione del Partito, numero due il Segretario Provinciale della CGIL.
Numero due bis il Segretario Provinciale della Federbraccianti, il potente sindacato dei contadini tout court, poveri o meno poveri che fossero, senza o con un piccolo fazzoletto di terra.
Le occupazioni delle terre quindi.
Ancora a diversi e diversi anni di distanza -racconta Carlo Marx Pinco- mio padre era morto da tempo, mi capitava sia a Vita che a Salemi dove andavo per ragioni del mio lavoro, di presentarmi come Pinco appunto, e subito mi si chiedeva se fossi figlio di quel Pinco che ricordavano per averli accompagnati e difesi nell’occupazione di un feudo e nella divisione di un prodotto”.
Fu eletto nel 1952 Consigliere Comunale a Trapani nella lista unitaria di sinistra della “Rinascita”. Aveva da poco fondato nella Trapani più sconosciuta al P.C.I., quella attorno alla Via Fardella, una Sezione intitolata a Santi Milisenna, un comunista ennese, uno dei primi capilega contadini a cadere, nel ’44, sotto le lupare congiunte, quelle vere e quelle metaforiche, di mafiosi ed agrari.
Pinco in quelle elezioni non era nella testa di lista, capeggiata da Simone Gatto e Leonida Mineo, che lascerà il Consiglio nel 1957. E perciò l’elezione dovette
guadagnarsela grazie alla popolarità: va ricordato che Pinco era da appena nove anni a Trapani, che veniva da Castellammare e dalla clandestinità.
Tra gli altri, nella “Rinascita” fu eletto Nicola Badalucco.
Badalucco allora dirigeva la Federazione socialista.
Poi, nel 1958, andò a Roma dove fu redattore dell’“Avanti!”. Approderà quindi al cinema, prima come sceneggiatore di Luchino Visconti e di altri importanti
registi, poi regista egli stesso. Fu tra gli sceneggiatori di Florestano Vancini nel “Bronte: cronaca di un massacro”, il primo ed immediato massacro di contadini nell’Italia appena consegnata ai Savoia. Quest’estate, incontrandolo, e parlandogli di questo mio racconto, sbottò che “Bronte” non solo era stato dimenticato, ma
che non se ne riesce a trovare nemmeno la copia.
La lista della Rinascita in quelle elezioni conquistò la maggioranza relativa con undici seggi. Fu l’ultimo sussulto di una certa Trapani di sinistra e laica. La
formazione cittadina della “Barca a vela” di Paolo D’Antoni, -più in là ne parlerò- che univa pezzi di borghesia laica delle professioni e del commercio, ebbe
sette seggi. Ma la soluzione era già dietro l’angolo: la Democrazia Cristiana nelle stesse elezioni, nonostante i nove seggi del M.S.I., balzò dai precedenti tre a sette consiglieri.
Poi venne il 1956, e Pinco entrò in rotta di collisione con la Federazione.
L’occasione fu l’Ungheria. Mio padre, me mi chiamò Carlo Marx, non Baffone: per quanto strano possa sembrare, Stalin, mi diceva, non l’aveva mai potuto sopportare. Ribelle com’era alla prevaricazione ed al sopruso, quel metro quadrato di medaglie sopra quel petto, gli pareva il massimo, quanto ad arroganza. Ma sull’Ungheria, nella Federazione di Trapani andò oltre la linea.
L’Avvocato Vincenzo Orlando che frequentò da giovanissimo a lungo le stanze della Federazione, con ruoli anche di primo piano, la ricorda così la cosa:
Pinco era un combattente, aveva già una storia. Era uno, come Gaspare Panicola di Campobello di Mazara come Nino Oddo di Erice, dell’ala dell’intransigenza quasi settaria, guardava a Mauro Scoccimarro, detestava Giorgio Amendola…Non parliamo dei mugugni quando cominciò a venir su Enrico Berlinguer…Nel Comitato Federale assumeva le posizioni più dure. Per l’Ungheria non solo solidarizzò con i sovietici, ma quasi aspettava che i carri armati da Budapest facessero qualche migliaio di chilometri più a sudovest…
La cosa probabilmente fu più profonda. Non si trattò solo dell’Ungheria, ma, a guardare anche le altre, contemporanee storie, si trattò anche dei feudi.
Forse non è un caso che Filippo Cilluffo faccia il nome di Pinco assieme a quello di Ignazio Adamo, il capo delle lotte contadine e la caduta più illustre del
cambiamento di linea che vi narrerò più avanti.
Gaspare Pinco venne rimosso dalla Segreteria della Federbraccianti.
Si mise a lavorare al Mercato Ortofrutticolo. Allora non c’era l’antimafia urbana, gli occhi non erano puntati su aste ed astatori, sul meccanismo estorsivo delle
mediazioni tra il contadino -sempre a quel mondo, guarda caso, Pinco rimase legato!- ed il mercatante.
Pinco però capì la cosa. Se ne uscì. Tornò a lavorare per un breve periodo prima presso l’I.N.C.A, quindi all’Alleanza Contadini.
Poi -la testa gli era rimasta là, dove c’era il marcio della sopraffazione mafiosa- poi si dedicò al Mercato Ortofrutticolo democratico, la S.C.O.T. (una struttura di intermediazione a forma cooperativistica) fondato, presieduto ed amministrato da Ignazio Adamo, al cui nome, dopo la morte, fu titolato.
Ma questa –come si dice- è un’altra parte della storia del movimento democratico della provincia di Trapani.
Sconosciuta.
Cosa rimane? Quel poco che sono riuscito a raccogliere, quel meno che sono stato capace di raccontarvi.
Ma rimane un monumento, la gloriosa e mitica “Guzzi 500”, di proprietà della CGIL trapanese, a bordo della quale fra trazzere, imboscate, lupare e manette i
compagni si scatenavano –cioè: “si toglievano le catene”- a tutto gas per raggiungere, organizzare e dirigere i contadini in lotta. Furono tanti, oltre che Gaspare Pinco, a smanettare quella “Guzzi”.
Carlo Marx l’ha comprata, e gli sta costando un occhio della testa, mi dice, di recuperarla e di rimetterla in funzione.”

Castellammare del Golfo: quei “ribelli” rimossi

Mi ha sempre incuriosito la storia, fosse essa la grande o la micro storia, in particolare mi appassiona quest’ultima, quella fatta da personaggi secondari, più o meno misconosciuti ai posteri, e che tuttavia, sono stati testimoni del tempo e in qualche modo nel loro piccolo hanno contribuito a segnare e rivelare le differenze. Anche solo per questo quindi tali personalità son degne di essere ricordate a coloro che, in ogni epoca, son lì a sostenere (a giustificazione del loro conservatorismo, mediocrità e volontà di quieto vivere) che “tanto sono tutti uguali”, che tanto “niente cambia”.

E no, non è vero ! In ogni epoca ci sono stati e ci stanno quelli che non sono affatto uguali agli altri sul piano del conformismo, dell’accettazione delle convenzioni, siano esse sociali, politiche, religiose o morali.

Ci sono sempre stati quelli che non si sono limitati a mormorare il loro dissenso, ma son stati capaci di gridare, di lottare, di ribellarsi, da soli o assieme ad altri.
Sono costoro quelli del “Pantheon dei dimenticati”, quelli che non andavano bene al “potere” (inteso come insieme delle istituzioni, economia e cultura corrente) nel tempo in cui sono vissuti, ma che anche dopo, al nuovo “potere”, che ha sostituito il precedente,  appaiono ostili, perchè anche solo la memoria delle vite di quegli uomini, ne mette in discussione la legittimità morale.

Scatta così la rimozione, la “damnatio memoriae” del non allineato, del diverso, del ribelle, dell’eversivo.

Ma chi ha operato nella storia lascia comunque traccia di se e del suo fare ed allora può accadere, accade, che siano gli archivi, i documenti, i libri, a rendere giustizia ai “ribelli”.

Nella ricerca di fatti, personaggi e notizie sul periodo meno conosciuto della storia castellammarese, quello che va dai primi del 900′ alla fine del fascismo, la mia attenzione si era concentrata sugli antifascisti, su chi, quanti, e quale ruolo avessero avuto, e in che misura fossero stati riconosciuti pericolosi dal fascismo e pertanto perseguitati come ed in che misura.

La tradizione orale mi aveva permesso di apprendere dell’esistenza di noti antifascisti quali Tano Pirrello e Castrenze Navarra e degli aneddoti legati alle loro insofferenze al fascismo e delle persecuzioni in loro danno.

Fonti letterarie e documentali, in precedenza, mi hanno consentito di venire a conoscenza di Don Giuseppe Ancona e di un giovane Bernardo Mattarella segretario del Partito Popolare all’atto del suo scioglimento da parte del fascismo, impegnato poi nelle organizzazioni cattoliche, sotto l’ala protettrice della Curia palermitana durante il fascismo e componente del CLN a Palermo nel periodo della liberazione.

Altri erano solo dei nomi con assai vaghe ed in alcuni casi contradditorie indicazioni sulle loro azioni e sul loro riconoscimento dello status di “avversari” da parte del regime.

Poichè le vie della verità sono infinite è stata per prima una pubblicazione, sul fascismo trapanese, (GINO SOLITRO – IL FASCISMO TRAPANESE E LA RESITENZA ALL’INVASIONE AMERICANA – Edito dal Centro Studi “Giulio Pastore”) a permettermi di venire a conoscenza di:

Gaspare PINCO (Castellammare del Golfo), di anni 29, muratore, antifascista, confinato per un anno e mesi dieci a Ventotene “per aver svolto attività antinazionale a Tunisi”. Filippo PIAZZA (Castellammare del Golfo), di anni 29, coniugato,autista, antifascista, arrestato il 16 marzo 1941, “per aver pronunciato parole offensive nei riguardi del Duce in locale pubblico alla presenza di militari”, non venne inviato al confino perché precettato dal 12° Reggimento del Genio.

ed ancora:

Francesco SAMMARTANO (di Castellammare del Golfo), anni 71, fabbro, anarchico, arrestato nell’aprile 1941 “per aver pronunciato frasi offensive nei
riguardi del viceré d’Etiopia, del Duce e del Fuhrer commentando sfavorevolmente la condotta delle operazioni militari in AOI”. Per l’età avanzata gli fu risparmiato il confino ed ebbe l’ammonimento.

Antifascisti vengono condotti al confino.Il documento fa una sintesi ed una classificazione delle condanne inflitte dalla CP (Commissione Provinciale). Il confino, ad infliggerlo era la C.P. presieduta dal prefetto e composta dal procuratore del Re, dal comandante del gruppo dei Carabinieri. dal questore, dal console della Milizia, da un commissario di PS che fungeva da segretario. La CP esaminava le proposte avanzate, non come comunemente si crede dall’OVRA che, si dice, non avesse agenti a Trapani, ma dall’UPI (ufficio politico investigativo) incorporato nella 174a legione della MVSN:

In tutto il ventennio fascista, la CP di Trapani, emise ordinanze di confino per sessantaquattro cittadini:
21 residenti nel capoluogo; 9 a Mazara del Vallo; 5 a Marsala; 5 a Pantelleria; 5 a Paceco; 5 a Castellammare del Golfo; 5 a Salemi; 2 a Vita; 1 a Partanna; 1 a Salaparuta; 1 a Castelvetrano; 1 a Calatafimi, 1 ad Alcamo.
I confinati politicamente non incasellati, chiamati APOLITICI, erano 15, di cui 10 a Trapani: Michele Aleci, Pietro Bruno, Rosario Burzilleri, Vito Caito, Paolo Carrara, Giuseppa Giacalone, Giuseppe Grimaldi, Francesco Salvatore, La Porta, Salvatore Mocata; 1 a Marsala: Francesco Parrinello; 2 a Pantelleria:
Amedeo Stuppa, Mario Valenza; 1 a Salemi: Luigi Ferro; 1 a Salaparuta.
17 gli ANTIFASCISTI, per cosi dire generici, di cui 5 a Trapani: Paolo Bonomo, Antonino Cavallaro, Filippo Cizio, Gino De Nobili, Salvatore Rizzo; 3 a Mazara del Vallo: Salvatore di Franco, Vincenzo Giametta, Salvatore Reitano; 3 a Pantelleria: Maria Bonomo, Salvatore Catalano, Gregorio Franco; 3 a
Castellammare del Golfo: Giacoma Fiorello, Filippo Piazza, Gaspare Pinco; 1 a Vita: Melchiorre Buffa; 1 a Calatafimi: Stefano Vivona.
13 COMUNISTI, di cui 2 a Trapani: Antonio Graffeo, studente universitario, Romano Malusà, marittimo, nato a Rovigno d’Istria, residente a Trapani; 6 a Mazara del Vallo: Matteo Asaro, Antonino Catalano, Antonio Di Gaetano, Vincenzo Vito Marzo, Nicolò Modesto, Francesco Russo; 2 a Narsala: Salvatore
Bilardello, Francesco Pipitone; 3 a Salemi: Giuseppe Costa, Stefano la Grassa, Salvatore Lampasona.
9 FASCISTI di cui, 3 a Trapani: G.Battista Mulè, Giuseppe Palermo, Antonio Domenico Vento; 2 a Marsala: Domenico Bonfanti, Vito Giacalone; 2 a Paceco: Giovanni Blunda e Francesco Cavarretta; 1 a Vita: Salvatore Buffa; 1 ad Alcamo; Andrea Pipitone.
4 SOCIALISTI, di cui 1 a Trapani: Annibale Francolini ( personaggio popolare, irreprensibile conduttore dei tram. In piena epoca fascista, da fierissimo socialista festeggiava il primo maggio mostrando un garofano rosso all’occhiello della giacca. Pur avendo patito il confino, non esitò un istante ad accettare
la nomina di segretario del sindacato provinciale fascista ferrotranvieri propostagli da Gionfrida); 3 a Paceco: Giuseppe Basiricò, Salvatore Basiricò e Pietro Grammatico (ammonito nel 1926 ,radiato dall’elenco dei sovversivi nel 1934 ,nel 1953 fu eletto senatore della Repubblica nella lista del PSI)
2 ANARCHICI, di cui 1 a Salemi: Gaetano Marino e 1 a Castelvetrano: Francesco Sammartano.“.

Questo brano del documento che indica in cinque le ordinanze di confino relative a Castellammare del Golfo, nel seguito indica solo tre Castellammaresi tra gli antifascisti generici: Giacoma Fiorello, Filippo Piazza e il già citato Gaspare Pinco, smentendo di fatto, che il Sammartano Francesco, anarchico sia di Castellammare del Golfo, indicandolo qui come abitante a Castelvetrano.

Ed in effetti quest’ultima sembra essere proprio la verità sul Sammartano sancita anche da un lavoro di ricerca del 1989 di Salvatore Carbone e Laura Grimaldi su “Il popolo al confino – La persecuzione fascista in Sicilia”, pubblicazione dell’Archivio Centrale dello Stato, lavoro che, che come detto da Sandro Pertini nella prefazione:Se di consenso, si è parlato a proposito del fascismo, questo lavoro testimonia in maniera inequivocabile il dissenso, degli umili.“.

Verbale

L’ autorevole pubblicazione contiene brevi biografie dei perseguitati e diverse classificazioni utili per le comparazioni storiche. L’indice per luogo di nascita da sei nomi per:

Castellammare del Golfo (TP)

antifascisti
Ancona Giuseppe, sacerdote;
Fiorello Giacoma, casalinga;
Piazza Filippo, autista;
Pinco Gaspare, muratore;

comunista
Arena Antonio Andrea, muratore;

socialista
Galante Gaspare, fotografo;

L’indice per residenza da anche esso sei nome ma in parte diversi dai precedenti:

Castellammare del Golfo (TP)

antifascisti
Fiorello Giacoma, casalinga;
Piazza Filippo, autista;
Pinco Gaspare, muratore;

repubblicani
De Simone Antonio, impiegato;
Saccomanno Calogero (I), elettricista;

socialista
Galante Gaspare, fotografo;

Queste le brevi biografie di ciascuno così come sono stati ricavati dai fascicoli personali.

ANCONA don Giuseppe *

di Stefano e di Tartamella Gaetana, n.a Castellammare del Golfo (TP) 1’8 gennaio 1875, res. a Balestrate (PA), parroco, antifascista.

Arrestato dalla PS di Castellammare del Golfo 11 novembre 1938 per aver dato prova di incomprensione politica e per offese alla memoria di un legionario in Spagna.

Assegnato al confino per anni uno dalla CP di Palermo con ord. del 12 novembre 1938. Sede di confino: Gimigliano. Liberato il 24 dicembre 1938 condizionalmente in occasione delle feste natalizie. Periodo trascorso in carcere e al confino: mesi uno, giorni 24.

Avendo presentato la nota di rimborso spese per una messa affidata il 15 maggio 1938 in suffragio del trigesimo della morte di Faro Ruffino, legionario caduto in Spagna, alle osservazioni del segretario politico del PNF di Balestrate che la messa era stata celebrata in onore di un caduto per la causa fascista, il parroco replicò che «il decesso non era un fatto di causa italiana, ma un infortunio, come potrebbe accadere ad ognuno che va in cerca di lavoro in imprese difficili e di libera scelta».

(b. 25, cc. 25, 1938).

ARENA Antonio Andrea*

di Giuseppe e di Scudera Giuseppa, n. a Castellammare del Golfo (TP) li 9 agosto 1913, res. a Costantina, Marsiglia, celibe, muratore, comunista.

Arrestato il 22 giugno 1936 per attività comunista e propaganda antifascista svolta all’estero. Assegnato al confino per anni cinque dalla CP di Trapani con ord. del 9 luglio 1936. La C di A con ord. del 12 novembre 1936 respinse il ricorso. Sedi di confino: Ventotene, Lampedusa, Tremiti, Ponza, Pisticci.
Liberato dall’internamento il 19 agosto 1943. Periodo trascorso in carcere, al confino e in internamento: anni sette, mesi uno, giorni 29.

Fu iscritto fin da ragazzo al circolo giovanile cattolico di Castellammare del Golfo.
Nel febbraio 1931 emigrò con regolare passaporto in Marocco e svolse colà ed in Algeria, dove si era trasferito, propaganda sovversiva.
Nel dicembre 1935 venne arrestato insieme ad altri dalla polizia di Costantina perché trovato in possesso di armi, documenti falsificati e materiale di propaganda comunista, che aveva ricevuto dalla Concentrazione antifascista di Parigi a mezzo di intermediari residenti ad Algeri e Orano.
Condannato ad un mese di prigione, durante la detenzione fu sussidiato dal soccorso rosso internazionale.
Espulso dall’Algeria si recò a Marsiglia, donde fu rimpatriato nel febbraio 1936 perché sprovvisto di lavoro; a marzo fu fermato alla frontiera italiana di Ventimiglia e tradotto a Palermo quale renitente alla leva.
Essendo stato, però, da quella capitaneria di porto rinviato a nuova chiamata alle armi, fu proposto per il confino in data 4 luglio 1936.
Dal 6 settembre 1936 al 19 aprile 1937 prestò servizio militare.
Da Ventotene fu trasferito a Lampedusa per aver tentato di sobillare i suoi compagni a richiedere un aumento di sussidio giornaliero in seguito al rincaro dei viveri; inoltre in considerazione della sua persistente cattiva condotta fu proposto per il trattamento economico e discplinare riservato ai confinati comuni, invece di mantenere quello stabilito per i politici.
Durante il confino fu arrestato varie volte per contravvenzione agli obblighi e per rifiuto del saluto romano.
Il 21 giugno 1941,a fine periodo,venne internato nel campo di concentramento di S. Domino di Tremiti perché ritenuto elemento politica­mente pericoloso in tempo di guerra.
Dopo la liberazione per motivi di lavoro ritornò a Pisticci, dove venne diffidato il 24 agosto 1945 perché ritenuto elemento pericoloso per l’ordine pubblico.
Elenco di altri confinati oriconfinati originari della Tunisia proposti per il trasferi­mento da Lampedusa.
Elenco di confinati comunisti, anarchici e appartenenti al gruppo «Giu­stizia e Libertà».

(b. 36, cc. 200, 1936-1941, 1946, 1958).

DE SIMONE Antonio *

di Antonino e di Salvo Sofia, n. a Palermo il 29 maggio 1905, res. ad Alcamo-Castel­lammare del Golfo (TP), celibe, istruzione superiore, impiegato privato, repubblicano.
Arrestato il 1° febbraio 1931 per propaganda ed attività antinazionale a mezzo di riunioni e conferenze che teneva ad accoliti e simpatizzanti.
Assegnato al confino per anni cinque dalla C P di Trapani con ord. del 21 marzo 1931. Sedi di confino : Ponza, Ventotene, Ponza. Liberato · il 1° ottobre 1936 per fine periodo. Periodo trascorso in carcere e al confino: anni cinque, mesi otto, giorni 1.

Allontanatosi da Palermo, si domiciliò ad Alcamo, dove· nel 1926 fu assunto come scrivano presso la locale Società elettrica. Ad Alcamo e Calatafimi fu notato in compagnia di elementi sovversivi del luogo e fondò pure una sezione del partito repubblicano dipendente da Palermo.

Nel 1927 passò a prestare servizio alle dipendenze della Società elettro­tecnica palermitana, nella sede di Castellammare del Golfo.
Assiduo lavoratore, non ricoprì cariche amministrative e politiche. A Castellammare svolse attività antinazionale e antifascista mediante riunioni e conferenze che teneva a casa sua, dove convenivano accoliti e simpatizzanti.
In seguito ad una perquisizione effettuata nella sua abitazione nella notte del 31 gennaio 1931, fu trovato in compagnia dell’impiegato Francesco Buffa di Alcamo, di Calogero Saccomanno, Edoardo Tancredi di anni 18 e Ugo Tellini di anni 17, tutti e tre di Palermo e dipendenti della Società elettrica. Nel corso della perquisizione furono rinvenute 58 copie dattiloscritte di una circolare sovversiva di propaganda antifascista e antimonarchica e la macchina da scrivere che era stata imprestata al De Simone da Damiano Tesoriere per la copiatura della circolare ; una copia del giornale « La Libertà »
del 1° gennaio 1931, edito a Parigi, organo della Concentrazione antifasci­sta; corrispondenza varia; un catalogo generale del 1928 ; cartoline con foto­grafie di Garibaldi, Verdi; Bianzon ; cartoline postali del prof. Vito Vasile e di Domenico Mancuso ; un biglietto da visita di Giulio Giambartolomeo ; un quadro con la fotografia di Mazzini ; ritratti fotografici del defunto Giacomo De Simone, di Giuseppina Romano, di Gaetano Fundarò; due agende, una del 1927 e l’altra del 1930; otto caricatori completi per carabina austriaca e nascosto nel solaio un moschetto Steyr e due cartucce per fucile dietro­ carica.
Furono inoltre rinvenuti i volumi : Lo Stato democratico dopo la guerra, L’ombra di Andighiero di Saverio Minucci, Sulla origine della Specie, I dolori del giovane Werther, Il dottor Antonio, Pegaso, Stradivario, Camicia rossa, Aurora Boreale, Il pensiero religioso di lviazzini, Tommaso Moro Gran Cancelliere d’In­ghilterra.
Tra le fotografie fu identificata quella riproducente Saverio Minucci, di anni 44, già candidato politico del partito repubblicano, che nel 1925 aveva costituito a Campobello di Mazara il Circolo giovanile di cultura maz­ziniana.
Dopo il fermo delle cinque persone, il De Simone si addossò tutte le responsabilità. Però a seguito di accertamenti risultò che il Saccomanno era
stato sorpreso, nel maggio 1923, a Palermo mentre distribuiva manifestini sovversivi e che insieme al De Simone avevano iniziato uria campagna di pro­paganda tra la classe operaia mediante distribuzione delle copie della circolare che spedivano anche all’estero a fuoriusciti con i quali mantenevano re­lazioni: due copie della circolare erano state inviate a Francesco Proia, resi­dente a Tunisi, che in cambio aveva spedito il numero del giornale « La Li­bertà » sequestrato.
Accertate le responsabilità, De Simone e Saccomanno fu rono denunziati al Tribunale speciale, mentre gli altri tre furono rilasciati. L’11 ottobre 1932 il De Simone fu arrestato e denunziato all’autorità giudiziaria per contravven­zione agli obblighi, venendo assolto con sentenza del 17 dicembre successivo
per insufficienza di prove. Fu perciò tradotto nuovamente al confino di Ventotene.
Arrestato e denunziato una seconda volta il 25 gennaio 1934 per minacce e oltraggio, fu di nuovo assolto con sentenza dell’8 marzo dal pretore di Ponza
perché il fatto non costituiva reato.
Il 24 febbraio 1935 fu denunziato in stato di arresto alla procura di Napoli per avere partecipato ad una protesta collettiva a Ponza, rendendosi responsabile di contravvenzione agli obblighi. Il tribunale di Napoli con sentenza del 7 maggio lo condannò a otto mesi di arresto, pena confermata in appello con sentenza del 20 luglio.
Il 26 ottobre, espiata la pena nelle carceri giudiziarie di Napoli, fu ritradotto a Ponza.
Gli fu concesso di mantenere corrispondenza con il fratello Giovanni, antifascista, residente a Tunisi; gli fu invece rifiutata la corrispondenza con l’antifascista ex confinato Stefano Vivona di Calatafimi.
Il 1° ottobre 1936 lasciò la colonia di Ponza, avendo ultimato il giorno prima di scontare il periodo di confino.
Ad Alcamo continuò a risiedere in piazza Vespri 4, continuamente vigi­lato, ma non diede più luogo a rilievi d’indole politica, anche se conservò tenacemente e pubblicamente le sue idee, senza segno alcuno di ravvedimento.
Per quanto disponibile ad adattarsi a qualsiasi tipo di lavoro pesante, bracciantile o di manovalanza, non gli riuscì di fa re una sola giornata di lavoro,
restando completamente emarginato. Così scrive a Umberto Pagani di Parma, suo compagno di confino a Ponza ; infine trovò lavoro vendendo vino con un
suo parente, mentre la sua vita trascorreva ” inoperosa “.

(b. 348, cc. 135, 1931-1936; CPC, b. 1008, fa se. 89792, cc. 70, 1931-1942) .

FIORELLO Giacoma *

fu Vito e fu Palazzolo Maria; n. a Castellammare del Golfo (TP) il 7 gennaio 1888,
res. a Castellammare del Golfo, vedova con due figli, casalinga, antifascista.
Arrestata i1 14 novembre 1934 per avere sobillato più volte la popolazione contro l’applicazione delle imposte comunali.
Assegnata al confino per anni uno dalla CP di Trapani con ord. del 7 dicembre 1934.
Sede di confino : Ardore. Liberata il 15 novembre 1935 per fine periodo.
Periodo trascorso in carcere e al confino: anni uno, giorni 2.
Nel l921 allorchè l’amministrazione comunale era diretta dai socialisti, la Fiorello si dimostrò convinta fiancheggiatrice dell’amministrazione partec1pando a comizi e dimostrazioni

(b.416,cc.43,1934-1935).

GALANTE Gaspare *

fu Domenico o Damiano e di Gioia Antonina, n. a Castellammare del Golfo (TP)
i1 13 luglio 1888, res. a Castellammare del Golfo, celibe, frequenza classi elementari,
fotografo, ex combattente, socialista.

Ammonito dalla CP di Trapani con ord. del 1° aprile 1927 perché il 10 gennaio aveva tentato di espatriare clandestinamente.

L’ammonizione fu sospesa con ord. della CP di Trapani in data 18 gennaio 1928.
Nei documenti del fascicolo del CPC il nome del padre appare al­l’inizio come Damiano e poi Domenico sino al 1942.
(b. 444, cc. 3, 1927; CPC, b. 2228, fa se. 3121, cc. 45, 1927-1942).

PIAZZA Filippo *

di Salvatore e di Ciaravino Teresa, n. a Castellammare del Golfo (TP) 1’8 aprile
1912, res. a Castellammare del Golfo, coniugato, autista, antifascista.

Arrestato i1 16 marzo 1941 per aver pronunciato parole offensive nei riguardi
del duce in un esercizio pubblico alla presenza di militari .

La sua assegnazione al confino fu disposta con telegramma ministeriale
del 2 aprile 1941 diretto al prefetto di Trapani. Questi il 15 giugno successivo
informava il ministero dell’Interno che il detenuto confinando Filippo Piazza,
già in licenza straordinaria illimitata, era stato precettato dal comando del
12o reggimento del Genio per cui il provvedimento era stato sospeso e il
Piazza rimesso il libertà e avviato al reparto. Il ministero ordinò allora la
sospensione del provvedimento.

(b . 790, cc. 4, 1941 ; CPC, b. 3934, fa se. 77006, cc. 5, 1941).

PINCO Gaspare *

di Carlo e di Colombo Teresa, n. a Castellammare del Golfo (TP) 1’11 settembre
1910, res. a Castellammare del Golfo, celibe, muratore, antifascista.

Arrestato il 24 dicembre 1939 per avere svolto attività antifascista e antinazionale a Tunisi.
Assegnato al confino per anni cinque dalla CP di Trapani con ord. del 15 marzo 1940.
La C di A con ord. del 2 novembre 1941 commutò in ammonizione.
Sede di confino: Ventotene. Liberato il 3 novembre 1941 per commutazione in ammonizione.
Periodo trascorso in carcere e al confino: anni uno, mesi dieci, giorni 11.

Nel 1932, trasferitosi a Tunisi per motivi di lavoro, iniziò un’attivissima propaganda antinazionale.
Nel 1935 si trasferl a Costantina dove entrò nelle file della nota organizzazione antifascista «Unione popolare italiana », occupandosi in particolare del pagamento dei sussidi alle famiglie dei volontari arruolati nelle milizie rosse spagnole.
Arrestato per traffico d’armi e di documenti falsi, nella perquisizione operata in tale circostanza dalla polizia furono rinvenuti numerosi opuscoli di propaganda antifascista e comunista e copioso materiale di propaganda contro la guerra itala-etiopica.
Condannato ad un mese di prigionia e colpito da decreto di espulsione, dopo essere stato dimesso dal carcere vagò per vari villaggi periferici nei dintorni di Tunisi, evitando le città per timore di essere arrestato per contravvenzione al decreto di espulsione.
Nel 1937 si trasferì a Marsiglia dove si dedicò all’arruolamento di volon­tari per la Spagna rossa e fece anche parte di un comitato regionale dell’ « Unio­ne popolare italiana ».
Colpito da decreto di espulsione dalle autorità francesi, contravvenne all’ordinanza e pertanto, arrestato nell’agosto del 1939, fu condannato a
otto mesi di prigione.
Dimesso dal carcere, si recò nuovamente in Tunisia, ma il 23 dicembre 1939 venrie rimpatriato con foglio di via obbligatorio dal consolato italiano.
Arrestato a Trapani il 24 dicembre dalle autorità italiane, fu deferito alla competente CP per avere svolto attività sovversiva all’estero.
Durante il periodo del confino nel luglio del 1940 fu ricoverato all’ospedale «Pace » di Napoli perché affetto da tubercolosi e 15 giorni dopo alla « Salus »; ricoverato ancora nell’agosto nel sanatorio « Serraino Vulpitta » di Trapani, il 3 novembre fu dimesso e gli fu commutato in ammonizione il residuale periodo di confino.
Il 30 ottobre gli fu condonata l’ammonizione.
La questura di Trapani il 27 novembre 1956, nel riferire quanto era agli atti di quell’ufficio, faceva presente al ministero che il Pinco era anche allora attivista del PCI ed era iscritto al Casellario politico centrale per « normale » vigilanza.

(b. 798, cc. 149, 1940-1941, 1956).

SACCOMANNO Calogero*

di Diego e di Amari Rosalia, n. a Palermo il 27 luglio 1905, res. a Castellammare del Golfo
(TP), celibe, elettricista, repubblicano.

Arrestato il 1° febbraio 1931 per avere svolto propaganda sovversiva insieme ad altri operai della Società generale elettrica per la Sicilia.
Assegnato al confino per anni cinque dalla CP di Trapani con ord. del 21 marzo 1931. La C di A con ord. del 23 aprile 1932 ridusse a due anni.
Sede di confino: Lipari.
Liberato il 15 novembre 1932 condizionalmente nella ricorrenza del decennale.
Periodo trascorso in carcere e al confino: anni uno, mesi nove, giorni 15.
Il primo maggio 1923 era stato sorpreso a Palermo mentre distribuiva manifestini sovversivi.
Nella notte tra il 31 gennaio e il 1° febbraio 1931, in seguito a segnalazione alla questura di Trapani, fu perquisita l’abitazione di Antonio De Simone:
sul luogo oltre al Saccomanno si trovavano gli operai Francesco Buffa, Edoar­do Tancredi e Ugo Tellini, tutti dipendenti della Società generale elettrica per la Sicilia. Vennero rinvenuti, tra l’altro, cinquantotto copie dattiloscritte di una circolare sovversiva di propaganda antifascista e antimonarchica, una copia del giornale «La Libertà» edito a Parigi, organo della concentrazione anti­fascista, datato 1° gennaio 1931, un volume dell’opera Il pensiero
religioso di Mazzini, un quadro di Giuseppe Mazzini, tre cartoline illustrate riproducenti l’arresto di Garibaldi, otto caricatori completi per carabina austriaca e una carabina tipo Stey.
Sequestrati gli oggetti, si procedette al fermo dei presenti.

Dalle indagini risultò che il Saccomanno e il De Simone avevano iniziato una campagna di propaganda distribuendo copie della circolare sovversiva tra gli operai e inviandole anche all’estero a sovversivi con i quali si mante­nevano in relazione.
Il Saccomanno e gli altri possedevano strumenti di penetrazione nel­l’ambiente operaio perché potevano disporre della rete telefonica della società elettrica nonché dei servizi di illuminazione nei comuni di Alcamo, Calatafimi e Castellammare del Golfo.
Il 15 giugno 1931 la PS informava che i due detenuti, Calogero Saccomanno e Antonio De Simone, assegnati al confino e in attesa di destinazione, avevano iniziato lo sciopero della fame per protesta allo scopo di affrettare la loro traduzione in colonia.

(b. ?99, fase. I, cc. 38, 1931-1932).

Come si vede si tratta di personalità le più diverse.
Singolari ed eccezionali per quegli anni e per la Sicilia le due figure di Don Giuseppe Ancona, di cui avevo già scritto in passato, e di Giacoma Fiorello, testimonianza di una sorprendente Castellammare del Golfo pre-fascista che ancora resiste ad essere scoperta.
Militanti dalla vita degna di una sceneggiatura cinematografica e dai risvolti internazionali i due comunisti Antonino Arena e Gaspare Pinco, figure ascrivibili alla categoria degli “umili”, di quelle persone che durante e dopo il fasci­smo non hanno avuto la fortuna politica che avrebbero meritato e che ci appaiono nella loro militanza ed azione antifascista animati da un rigore ideologico che non può che essere apprezzato se espresso in tali frangenti.
Su Gaspare Pinco in particolare, di cui mi auguro si sarà notato che nel 1956 nell’Italia liberata e democratica la questura di Trapani, nel riferire al Ministero quanto era agli atti di quell’ufficio, faceva presente che “il Pinco era anche allora attivista del PCI ed era iscritto al Casellario politico centrale per «normale» vigilanza”, mi riprometto di ritornare con altro materiale documentario in un prossimo post.

Contro l’apatia, l’indifferenza politica ed il fatalismo, Pyotr Pavlensky inchioda il suo scroto a terra nella Piazza Rossa

Pyotr Pavlensky è nato a San Pietroburgo ed ha studiato arte murale al St. Petersburg Academy Arte e Industria .
Pavlensky non è estraneo al dolore o manifestazioni pubbliche di auto-mutilazione .
Nel luglio dello scorso anno, ha cucito le sue labbra per protestare contro l’arresto di due membri del gruppo femminista di protesta punk rock Pussy Riot .
Lo scorso maggio, si è avvolto in un bozzolo di filo spinato davanti dell’Assemblea legislativa di San Pietroburgo. Ha chiamato la performances “Carcassa” ed è rimasto rannicchiato nel bozzolo fino a quando la polizia lo ha tirato fuori tagliando il bozzolo con le cesoie. Pavlensky ha definito la sua performances come la rappresentazione de “l’esistenza di una persona all’interno un sistema repressivo”.

Domenica scorsa infine all’ora di pranzo, nella “Giornata della Polizia” il ventinovenne artista, dopo essersi spogliato, ha inchiodato lo scroto sul selciato della Piazza Rossa a Mosca per protestare contro il governo russo. Durante tutta la performances Pavlensky è rimasto calmo e non è stato notato nessuno spargimento di sangue. La performances è stata interrotta quando un ufficiale di polizia ha avvolto Pavlensky con quello che sembrava essere una coperta bianca o un lenzuolo, ed infine avviato l’artista ad una clinica medica. Una volta medicato è stato arrestato e rischia fino a 15 giorni di carcere per teppismo.

“La performance può essere visto come una metafora dell’apatia, dell’indifferenza e del fatalismo della società russa contemporanea,” ha detto Pavlensky in una dichiarazione. “Mentre il governo trasforma il paese in una grande prigione, rubando al popolo e utilizzando i soldi per accrescere ed arricchire l’apparato di polizia e delle altre strutture repressive, la società permette tutto questo, dimenticando le sue prerogative ed accelerando il trionfo dello stato di polizia con la proria inerzia”.

L’intellettuale russo Kirill Serebrennikov ha scritto sulla sua pagina Facebook che la performance è stata un “potente gesto di disperazione assoluta”.
Numerosi video della manifestazione stanno circolando in Internet quello che vi propongo rappresenta graficamente la performances.