Ha origini trapanesi il massimo esperto italiano di parolacce

Si chiama Vito Tartamella, ed è nato a Milano, ma di Trapani erano i genitori. Tartamella è uno psicolinguista, caporedattore della rivista scientifica Focus.
Nel 2006 ha pubblicato un libro dal titolo “Parolacce” – Perché le diciamo, che cosa significano, quali effetti hanno – Dai Babilonesi a Benigni 4.000 anni di imprecazioni, oscenità, insulti – In 43 lingue.

Il libro di Tartamella si sviluppa in dieci densissimi capitoli che affrontano il tema “parolacce” dal punto di vista linguistico, culturale, religioso e psicologico.
In ciascun capitolo l’autore affianca la trattazione scientifica ad esempi che rendono concreta l’idea di cosa si stia parlando.
Nella conclusione, Vito Tartamella individua dieci falsi miti sulle parolacce:

1. Le parolacce non sono un “vero” linguaggio.
2. Il turpiloqui non è essenziale per il linguaggio.
3. Il turpiloquio è brutto ma può essere eliminato.
4. Il turpiloquio è un problema moderno.
5. Bisogna proteggere i bambini dal turpiloquio.
6. Il turpiloquio è un problema degli adolescenti.
7. Il turpiloquio è un’abitudine delle classi basse e maleducate.
8. Si dicono più parolacce oggi che in passato.
9. Il turpiloquio è diffuso perché la gente non sa controllarsi.
10. Il turpiloquio è dovuto a scarso lessico e abilità linguistica.

Quella che segue è una eccellente intervista di Stefano Lorenzetto a Vito Tartamella per “Il Giornale

Il giornalista scientifico che scrive solo parolacce

Laureato alla Cattolica, è il massimo studioso italiano di turpiloquio. Redige la statistica delle imprecazioni più diffuse: “c…” al primo posto

Avvertenza per l’uso: le persone particolarmente sensibili sono invitate ad astenersi dal proseguire nella lettura. Qui, infatti, si narra di Vito Tartamella, 47 anni, compunto giornalista scientifico, caporedattore centrale del mensile Focus, che passa per essere il massimo esperto italiano di turpiloquio.

A porgli sul capo la corona (di spine) è stato il bavarese Reinhold Aman, residente in California, ex docente in scuole e atenei statunitensi, sicuramente l’autorità mondiale riconosciuta in tema di parolacce, avendo fra l’altro fondato Maledicta, rivista accademica dedicata allo studio del linguaggio offensivo, «uno scienziato squisito, mite, simpatico, che mi ha molto aiutato nelle mie ricerche», sparge incenso Tartamella.

I due si sono incontrati come relatori all’Università di Chambéry, in Francia, dove si tiene un convegno biennale per aggiornare la classifica planetaria delle scurrilità.
A tal proposito, premio subito i lettori licenziosi che sono arrivati al secondo capoverso informandoli che «Oh, merda!» , declinata in tutte le lingue, è in assoluto l’espressione rintracciata con più frequenza nelle scatole nere dopo i disastri aerei, mentre «cazzo» resiste al vertice delle preferenze italiche: «Già Italo Calvino aveva osservato che è una parolaccia di espressività straordinaria, senza pari in altri idiomi».

Tartamella ha compilato la statistica raffrontando migliaia di dati, «non posso per il momento rivelare quali, dico solo che non si tratta di citazioni tratte dai giornali o da Internet», e mostra come prova una spanna di tabulati che costituiranno la base del suo prossimo lavoro, dopo il bestseller Parolacce, studio di 380 pagine uscito nel 2006 che spiega perché le diciamo, che cosa significano, quali effetti hanno.

In un Paese dove il capo dello Stato teme che la violenza verbale porti all’eversione, la presidente della Camera ricorre alla polizia per difendersi dalle contumelie via Web e il direttore del Tg La7 chiude il suo account Twitter nauseato dagli improperi, i due tomi dovrebbero essere adottati come libri di testo nelle scuole.

Solo un laureato in filosofia uscito nel 1992 con 110 e lode dall’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, fondata da padre Agostino Gemelli, poteva affrontare con padronanza una materia includente persino le bestemmie. Il titolo della tesi che preparò con lo psicolinguista Ferdinando Dogana, Psicosociologia del cognome, nasceva da uno shock infantile.

«Sono figlio di un maresciallo maggiore della Guardia di finanza e di una maestra elementare originari di Trapani e, benché sia nato a Milano, i miei coetanei hanno sempre giocato sul mio cognome per offendermi in quanto terrone. Mi chiamavano Tarantella, Tartanella, Gargamella e io provavo un fastidio addirittura fisico per questo. Oggi non ci farei più caso. Ho persino ricevuto per posta una pubblicità indirizzata al signor Vino Tavernella».

A spronarlo verso il giornalismo fu il padre Giovanni, che nel 1986 incappò in un annuncio strabiliante – specie se riletto in tempi di crisi dell’editoria – apparso sul Cittadino, bisettimanale cattolico di Monza e Brianza: «Cercansi collaboratori». «Mi presentai al caporedattore. “Che sai fare?”. Studio filosofia. “Uhm. Che altro?”. Suono il pianoforte. “Ottimo. Ti occuperai di musica”. Alla terza stroncatura la mia carriera di recensore era già finita: me l’ero presa con un disco di Scialpi».

Ma Tartamella – oggi sposato con la collega Paola Erba di Rai News e padre di un bimbo di 5 anni – non si diede per vinto. Si buttò sulla cronaca, bianca e nera. Fu reclutato da Brianza Oggi, nuovo quotidiano dell’editore Giuseppe Ciarrapico, che però chiuse dopo un anno. Passò come abusivo al Giorno, infine fu assunto. Quattro anni al Corriere di Como, altri due al service Vespina di Giorgio Dell’Arti, poi l’approdo a Focus.

Come reagì il direttore Sandro Boeri quando gli spiegò che voleva occuparsi di parolacce?
«Mi disse: “Fantastico!”».

Un direttore veneto le avrebbe risposto: «Ma va’ in mona!».
«Era nata come idea per un servizio da affidare a qualche redattore. Alla fine è diventato un libro e un blog, http://www.focus.it/parolacce, che ci ha spalancato prospettive internazionali. La scrittrice americana Dianne Hales mi ha dedicato un capitolo nel suo volume La bella lingua».

Come mi regolo con lettori del Giornale, giustamente assai suscettibili? Metto i puntini di sospensione o no?
«Non saprei».

Ma non fa il caporedattore centrale?
«L’importante è che dal contesto si capisca ciò che dico».

Se scrivo c…o, non si capisce se sta parlando dell’organo davanti o di quello dietro.
«Io eviterei i puntini di sospensione. La censura rende più evidente la parolaccia, insegnava Claude Lévi-Strauss».

Però il lubrico Giacomo Casanova si limitava a nominare il c…o come «l’agente principale dell’umanità».
«Anche François Rabelais e Teofilo Folengo hanno dimostrato una maestria assoluta nell’uso delle parolacce. E tra il poeta settecentesco Giorgio Baffo, veneziano, e I soliti idioti non c’è confronto».

Lei sostiene che il c…o sia diventato nell’odierna civiltà, o inciviltà, una sorta di jolly linguistico.
«È così, ma aveva larga diffusione già nel Seicento, come attesta La rettorica delle puttane di Ferrante Pallavicino, canonico che fu fatto decapitare da Papa Urbano VIII per i suoi libelli irriverenti. Oggi, a seconda delle circostanze, può esprimere sorpresa, cazzo!, offesa, cazzone, elogio, cazzuto, rabbia, incazzato, approssimazione, a cazzo, dissapore, scazzo. Il corrispettivo femminile non gode certo di minore audience. Il professor Alessandro Roccati, egittologo alla Sapienza di Roma, ha raccolto un’antologia di insulti scritti nelle cappelle della necropoli menfita durante l’Antico Regno, in papiri della fine del secondo millennio e nei “testi delle piramidi”. Fra questi, ricorrono spesso vulva, figa fottuta, putrida allargata, detto di Iside, e femmina senza vulva, detto di Nefti. E stiamo parlando della dea della maternità e della dea dell’oltretomba».

In Parolacce ha messo come esergo una frase di Sigmund Freud: «Colui che per la prima volta ha lanciato all’avversario una parola ingiuriosa invece che una freccia è stato il fondatore della civiltà». Ne è convinto?
«Certo, perché ha spostato sul piano simbolico l’aggressione fisica. Benché anche una parolaccia possa essere assai distruttiva. Del resto si tratta di tabù, di parole vietate in quanto evocano emozioni e contenuti potenzialmente pericolosi per un gruppo sociale. Per questo la nostra civiltà ha stabilito che abbiano dei limiti d’uso di diversa gradazione. Ho condotto un sondaggio online su un campione di 2.600 soggetti ed è risultato che l’espressione va’ a cagare ha un impatto assai meno dirompente rispetto a figlio di puttana. Le più offensive sono le bestemmie».

Comprensibile.
«Però in Norvegia o in Svezia la blasfemia non esiste. Al contrario dell’Italia, che ne è la patria mondiale. Questo perché per secoli il concetto di divinità da noi ha coinciso con l’autorità dello Stato Pontificio. Si bestemmiava Dio per ribellione contro il Papa Re che ne incarnava visibilmente il Figlio sulla terra. Non a caso imprecare, nell’etimologia latina, significa pregare contro. Le parolacce sono sempre rapportate a concetti delicatissimi: vita, morte, sesso, malattie, religione, rapporti sociali».

Ma a che servono?
«A esprimere una reazione negativa, a verbalizzare un’emozione forte, spesso al di là delle nostre intenzioni. Mio padre perse per qualche mese la parola a causa di un ictus. Ciononostante quando s’arrabbiava gli usciva spontanea di bocca qualche volgarità. Un fatto ben noto ai neurologi: le parole sono controllate dall’emisfero sinistro, le parolacce da quello destro, che presiede all’emotività. Il danno cerebrale non aveva intaccato il secondo».

Davvero scegliamo le parolacce in base al loro suono?
«Si chiama fonosimbolismo, è una teoria linguistica. Il modo di articolare i fonemi imita la realtà. Prenda mucca: le prime due lettere ricordano il verso dell’animale, muu. Parolacce come cazzo, puttana, baldracca sono composte da consonanti occlusive. L’aria che giunge dalla trachea dapprima è ostacolata da queste lettere che ne aumentano la pressione intraorale, dopodiché viene violentemente espulsa, provocando una sorta di piccola esplosione. Sono le consonanti della forza e della durezza. Disgusto, rifiuto, disprezzo e condanna sono espressi invece con l’espulsione del fiato delle lettere fricative tipo la “f”: fanculo, fanfarone, fetente. Sono i fonemi del rifiuto, come uffa».

Ma perché le parolacce esercitano su di lei questo fascino?
«Potrei spiegarlo con un episodio dell’infanzia. Alle elementari una compagna di classe mi diede sulla testa l’atlante della De Agostini. Avvertii un dolore così forte, con una scossa dal gusto salato in bocca, che le urlai: puttana! Non avevo mai avevo pronunciato quella parola prima d’allora. Per me fu uno shock, ci stetti male tutto il giorno. In realtà, del turpiloquio m’interessa l’aspetto culturale, che coinvolge a 360 gradi storia della letteratura, linguistica, glottologia, psicologia, sociologia, neurologia, giurisprudenza, statistica».

Quanto avrà pesato il Vaffanculo-Day nell’ascesa di Beppe Grillo?
«Lo sdoganamento della parolaccia in politica risale alla notte dei tempi. Benito Mussolini non disdegnava la bestemmia. Suo genero Galeazzo Ciano nel 1939 definì Achille Starace, segretario del partito fascista, “un coglione che fa girare i coglioni” per la sua pedanteria. Bettino Craxi rivolse lo stesso epiteto a Renato Altissimo nel 1986. Nel 1984 il ministro degli Esteri tedesco, Joschka Fischer, disse al capo del Bundestag: “Con rispetto parlando, signor presidente, lei è un buco di culo”.

Umberto Bossi nel 1997 bollò l’ex ideologo leghista Gianfranco Miglio come “una scoreggia nello spazio”. Da lì in poi è stata una sparata continua. Le parolacce interpretano gli umori della piazza, si fanno capire da tutti. Il filosofo Arthur Schopenhauer nel saggio L’arte di insultare scrive che l’insulto è una calunnia abbreviata. Sono però un’arma a doppio taglio: accorciano le distanze a detrimento dell’autorevolezza. Per tornare a Grillo, la volgarità è un vettore che ti porta in orbita. Ma quando sei già arrivato nell’empireo, tanto da crederti il primo partito, non puoi più permettertela: ti danneggia».

Lei ha scovato espressioni forti persino nella Bibbia.
«Nel Libro di Malachia, fra le minacce rivolte ai sacerdoti infedeli, c’è anche quella di smerdarli: “Se non mi ascolterete, dice il Signore, io spezzerò il vostro braccio e spanderò sulla vostra faccia escrementi”».

Sparlano pure i medici.
«Un chirurgo e un anestesista hanno registrato di nascosto le imprecazioni dei colleghi in sala operatoria all’ospedale Berkshire di Reading, nel Regno Unito, assegnando punteggi diversi a bestemmie, riferimenti escrementizi e oscenità. I risultati, riguardanti 100 interventi, sono apparsi sul British medical journal. Su 80 ore e mezzo di attività chirurgica, in media si è totalizzato un punto, cioè una parolaccia, ogni 51,4 minuti. In una giornata di lavoro tipica, otto ore, gli ortopedici hanno totalizzato 16,5 punti, pari a una parolaccia ogni 29 minuti; i chirurghi generali 10,6; i ginecologi 10; gli urologi 3,1; gli otorinolaringoiatri 1».

Perché gli ortopedici sono sboccati?
«Un intervento dell’ortopedico dura in media 51,7 minuti, contro i 34,4 dell’otorinolaringoiatra, richiede grande fatica e l’uso di martelli, seghe e trapani, quindi il turpiloquio tende a uniformarsi a quello degli operai».

Non starà dilagando un’epidemia della sindrome di Tourette, che comporta l’incoercibile pulsione a pronunciare volgarità?
«Quella è frutto di un deficit neurologico. Tuttavia un qualcosa di contagioso il turpiloquio ce l’ha. Corriamo il rischio di un’inflazione della parola e della parolaccia, l’usura dei concetti e delle relazioni».

In Parolacce rivolge un ringraziamento finale alle «molte persone a cui ho rotto le balle». Perché ha scritto balle anziché coglioni?
«Mi rivolgevo anche a mia madre Margherita, che pur odiando le parolacce ha avuto il coraggio di leggere il libro in anteprima. Balle era più bonario da usare con gli amici che mi hanno aiutato. Insomma, spero proprio d’avergli rotto le balle, non i coglioni».”

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“Tormentata assaissimo”

direbbe una delle signore che si scambiano confidenze nelle “Cinquanta sfumature di minchia” un falso che prende in giro il best seller più veloce della storia dell’editoria, regalo di Ottavio Cappellani alle lettrici che, non avendo un sassolino al posto del cervello, hanno letto l’originale si, ma ridacchiando, come dice Mario Baudino su “La Stampa”.

Del libro, acquistabile su Amazon, parlano in questo video l’autore Ottavio Cappellani e lo scrittore Fulvio Abbate.

Qui il pezzo di Dagospia che ne parla ed alcuni stralci.

Libera Chiesa in libero Stato

Dopo 150 anni sarebbe anche ora.

Il vescovo Urso: “Lo Stato riconosca l’unione gay”
“Ma non è un matrimonio”: intervista al pastore di Ragusa

Il carismatico vescovo siciliano: “Sono convinto che la Chiesa debba essere una casa dalle porte aperte per tutti. Per gli immigrati, per le donne in fuga da mariti violenti, per chi è omosessuale e si sente escluso”

Ragusa, 11 gennaio 2012 – Se il paradiso si conquistasse costruendo chiese, i ragusani l’avrebbero già in tasca. Solo scendendo fino alla punta estrema della Penisola, si può ascoltare la sinfonia barocca della più sontuosa orchestra di luoghi sacri in Italia. La strada per arrivarci è lunga, ma ne vale la pena. Non solo chiese, non solo muri. A Ragusa è l’Estetica che trasuda dalla storia e si spande lungo il reticolato di viuzze accavallate sulla roccia di Ibla. La città antica, con le sue case brune, gialle, rosa, a picco su un’impervia distesa di ulivi, in un’arlecchinata di colori.
La Ragusa della fede ha il nome di Santa Maria delle Grazie, della Madonna dell’Idria, della Chiesa del Purgatorio. Il cuore, invece, riposa in piazza Duomo. Qui il passo si fa pendenza, gli occhi alzano il tiro e l’aria si frantuma davanti alla vertigine di San Giorgio. Il prospetto a tre ordini, tempestato di colonne, conferisce al duomo slancio e armonia. In certi casi la bellezza è un foglio bianco, non si descrive. Si ammira, in silenzio. Per secoli la città ha convissuto con la dialettica, anche aspra, tra i fedeli di San Giorgio e quelli di San Giovanni, la cui cattedrale impreziosisce la parte nuova del capoluogo. Dietro il campanilismo religioso ardevano i contrasti tra i nobili iblei e i massari sangiovannari. Da una parte, i ragusani storici, dall’altra, i cosentini, approdati a Ragusa nell’XI secolo al seguito dei normanni. Oggi quella diatriba va stemperandosi per farsi memoria condivisa, come sottolinea il vescovo Paolo Urso: “Ogni anno, il 29 agosto, giorno del martirio di San Giovanni Battista, la statua del patrono percorre le vie di Ragusa. Sangiovannari e sangiorgesi sono insieme, senza rivalità, animati da una fede sana che non cede al folklore né al devozionismo”.
Originario di Acireale, classe 1940, monsignor Urso è un uomo semplice, dai tratti garbati. Alla sera è facile incrociarlo per strada, chiuso nel suo pastrano nero. I ragusani raccontano che per tutti ha una parola di saluto e l’orecchio pronto all’ascolto. Lontano anni luce dalla figurina del vescovo ieratico, tutto incenso e anello pastorale, Urso é riuscito a entrare nelle simpatie anche di chi non crede. Sarà perché è un pastore intraprendente, sempre attento a cogliere le esigenze della gente per provare a seminare segni concreti della presenza cristiana a fianco degli ultimi.
Sono convinto – dice – che la Chiesa debba essere una casa dalle porte aperte per tutti. Per gli immigrati, che sbarcano sulle coste di Pozzallo, per le donne in fuga da mariti violenti, per chi è omosessuale e si sente escluso“.
Monsignor Urso, lei disegna una Chiesa dalle braccia larghe. Ma a Ragusa si respira ancora una religiosità diffusa o sono rimasti solo i templi?
“La fede dei ragusani è convinta e affonda le sue radici in una formazione seria delle coscienze. In diocesi abbiamo due chiese, dove è possibile partecipare all’adorazione eucaristica perpetua, trecentosessantacinque giorni all’anno. Ad ogni ora c’è sempre qualche fedele in preghiera. È il segno di un bisogno corale di trovarsi in silenzio davanti a Gesù eucarestia”.
Una delle due chiese è quella di San Vito, nel centro di Ragusa città, che lei ha riaperto per permettere la contemplazione del Santissimo. Perché dà così importanza all’adorazione eucaristica?
“Quest’anno abbiamo intitolato il piano pastorale Educhiamoci alla libertà. Introducendo il tema, ho citato una frase di papa Benedetto XVI: ‘Se adoriamo Gesù e ci inginocchiamo davanti a lui, non dobbiamo adorare e inginocchiarci davanti a nessun potere’. L’adorazione educa l’uomo al riconoscimento dell’unico primato, quello di Dio, e spinge il fedele alla donazione di sé agli altri, come Cristo eucarestia che non ha esitato a offrire la sua vita per la salvezza di tutti, anche di chi l’ha ammazzato”.
Non crede che l’adorazione eucaristica rischi di scivolare nel devozionismo?
“È un pericolo vero, per scongiurarlo occorre unire alla contemplazione un’attenta opera di evangelizzazione. Ovvero bisogna aiutare la gente a capire come l’adorazione del Santissimo implichi una ricaduta nella vita di tutti i giorni. Il Cristo, che adoriamo nell’eucarestia, ci esorta a testimoniare nei fatti, in special modo nella carità, il Vangelo. Altrimenti i nostri sono solo sterili riti”.
Quando lei è entrato in diocesi ha subito potenziato l’attività della Caritas diocesana. State raccogliendo qualche soddisfazione?
“La nostra Caritas è una realtà molto bella e vivace. Pensa e opera per cercare di colmare i bisogni della gente. È chiaro, come Chiesa non siamo in grado – non è neanche il nostro compito – di risolvere i problemi sociali del territorio. Possiamo offrire solo dei segni di speranza“.
Come opera la struttura?
“Fondamentali sono i centri di ascolto e le parrocchie che ci permettono di toccare con mano le difficoltà delle persone. Per esempio, in questi anni siamo entrati a contatto con donne in fuga dalle famiglie, perché vittime di violenze perpetrate dai mariti o dai conviventi“.
Come siete intervenuti?
“Una parrocchia ha messo a disposizione dei locali e così é nato un centro di accoglienza per mogli o, più in generale, donne, con bambini e non, che hanno bisogno di un momento di pausa e tranquillità nella loro vita. Qui trovano quella pace smarrita in famiglia“.
Proprio a Ibla cinquant’anni fa si girò il film Divorzio all’italiana. Che cosa resta di quella Sicilia, con le mogli sottomesse ai mariti?
“L’emancipazione femminile è arrivata un po’ dovunque, anche dalle nostre parti. C’è da chiedersi, però, che tipo di emancipazione, che tipo di inserimento è reso possibile oggi alle donne. Ho l’impressione che talvolta enfatizziamo troppo le dichiarazioni di principio, mentre le scelte concrete vanno in tutta altra direzione”.
A che cosa si riferisce?
“Nella nostra società affermiamo il valore della donna in alcuni ruoli. Tuttavia, non si riesce ancora a metterle nelle condizioni di provvedere, una volta tornate a casa dal lavoro, anche alle faccende domestiche. Nel nostro tempo la donna non solo assume determinati incarichi nella vita civile, ma deve assolvere pure i compiti che già prima le erano attributi. Su di lei si caricano pesi aggiuntivi“.
Meglio rimettere indietro le lancette della storia?
Non si tratta di negare l’eguaglianza della donna in linea di principio. Tutt’altro. Il problema è come tradurre questo valore nella vita di tutti i giorni“.
Facile a dirsi, difficile a farsi.
“Eppure il rapporto tra l’uomo e la donna, se vuole avere un futuro, deve fondarsi sulla parità. Molti drammi nascono proprio perché concretamente non si è riusciti ancora a stabilire un’eguaglianza”.
E nella Chiesa c’è parità tra Adamo ed Eva?
“Provocatoriamente direi che nessuno ha difeso la donna come la Chiesa. Basti pensare al modo in cui Gesù ha valorizzato il ruolo della donna. È a Maria Maddalena, non a Pietro, che viene dato il primo annuncio della Resurrezione. Che poi nella storia ecclesiale ci siano state pagine di arretramento sul versante dell’eguaglianza ciò fa il palo con quanto è accaduto in altre comunità”.
Si può discutere di accesso delle donne al diaconato e al sacerdozio?
“Sul sacerdozio credo che il dibattito, anche alla luce della lettera apostolica Ordinatio sacerdotalis (1994), sia chiuso. Tuttavia, personalmente preferisco che la questione dei ministeri sia affrontata teologicamente e sotto il profilo storico. Chiediamo ai teologi e agli storici della Chiesa che cosa ne pensano”.
Altra emergenza, quella migratoria. Pozzallo, dopo Lampedusa e Mazara del Vallo, è il terzo polo di sbarco per gli immigrati in Sicilia: in che modo la Chiesa iblea è vicina agli immigrati che giungono sulla costa?
“A Vittoria abbiamo un centro di accoglienza per i migranti. In più, la Fondazione San Giovanni, la Caritas diocesana e alcune cooperative hanno attivato tutta una serie di progetti per offrire soluzioni di lavoro e alloggio a chi decide di fermarsi in Sicilia”.
Avete mai avuto problemi di ordine pubblico?
“No, non ci sono mai stati episodi apprezzabili, solo qualche caso isolato”.
Quali segni dei tempi si celano dietro il fenomeno migratorio?
“Innanzitutto, emerge la necessità di mettere ogni popolo nelle condizioni di poter vivere in un contesto di serenità, libertà e rispetto. I migranti sono fratelli e sorelle, che per lo più scappano dai loro Paesi, non possiamo dimenticarlo. Alla logica dei respingimenti bisogna lasciare spazio ai valori dell’accoglienza e del rispetto”.
Rispetto di chi riceve i migranti, ma anche rispetto di chi arriva in una terra straniera.
“L’azione educativa va indirizzata pure nei confronti degli immigrati. In quanto vittime di violenza, spesso queste persone non riescono a relazionarsi con gli altri se non in un’ottica di prepotenza”.
Che cosa ne pensa del reato di immigrazione clandestina, voluto dal ministro degli Interni, Roberto Maroni?
“Il reato comporta una situazione molto diversa da quella di chi è in fuga dal proprio Paese. Mettere sullo stesso piano il criminale e il clandestino è un errore sotto il profilo intellettuale, culturale e giuridico“.
Nel 2005, in occasione del referendum sulla fecondazione assistita, lei dichiarò al Corriere della Sera che sarebbe andato a votare, lasciando libertà di coscienza ai fedeli. Eppure l’allora presidente della Cei, cardinale Camillo Ruini, era stato molto chiaro nel richiamare la Chiesa all’astensione. Rifarebbe quella scelta?
“Senza dubbio la rifarei. Sono stato educato alla laicità dello Stato e al rispetto delle leggi civili. Quando il cittadino è chiamato a compiere delle scelte concrete, il compito della Chiesa è quello di offrire ai fedeli degli strumenti per decidere in autonomia e consapevolezza. Per questo ho detto alla mia gente: ‘Informatevi, documentatevi, vedete se questo tipo di soluzioni sono giuste e giudicate voi'”.
Quella di Ruini fu una mossa politica?
È stata un’azione di strategia politica. Ma io credo che i vescovi con la politica e le sue logiche non debbano avere nulla a che fare“.
Sei anni fa il dibattito era sulla fecondazione assistita. Oggi tiene banco, specie tra i giovani, quello delle convivenze. Quale è la sua opinione?
Il tema è molto complesso, anche perché potrebbe essere il segno di una paura di assumersi delle responsabilità. Allo stesso tempo potrebbe testimoniare una disistima nei confronti del matrimonio. In ogni caso la convivenza mi sembra un elemento di poca sicurezza”.
Davanti al quale che atteggiamento deve tenersi?
Se il problema è la scarsa considerazione del matrimonio, come Chiesa avremo il dovere di sottolineare la bellezza e l’importanza delle nozze; se, invece, alla base c’è una paura, occorrerà spingere i giovani ad avere coraggio. Scrive Louis Sepulveda: ‘Vola solo chi osa farlo’”.
Per gli omosessuali la convivenza civile è l’unica soluzione possibile per poter vivere stabilmente una relazione. Non crede che l’Italia abbia bisogno di un riconoscimento normativo per queste situazioni?
Quando due persone decidono, anche se sono dello stesso sesso, di vivere insieme, è importante che lo Stato riconosca questo stato di fatto. Che va chiamato con un nome diverso dal matrimonio, altrimenti non ci intendiamo“.
Siamo in ritardo sulla tabella di marcia?
Uno Stato laico come il nostro non può ignorare il fenomeno delle convivenze, deve muoversi e definire diritti e doveri per i partner. Poi la valutazione morale spetterà ad altri”.
Per Il Catechismo cattolico l’omosessualità resta ‘oggettivamente disordinata’.
La Chiesa fa le sue valutazioni, ma ciò non toglie che deve sempre essere una casa dalle porte aperte, anche per i gay e le lesbiche. Non va confuso il peccato con il peccatore“.
Proprio nel solco di un impegno al rispetto e alla valorizzazione di tutte le componenti ecclesiali può leggersi la sua scelta di collocare al vertice di molteplici uffici della Curia di Ragusa dei laici. Che cosa l’ha spinta a questa scelta, abbastanza inedita nella Chiesa italiana?
“Ci sono ambiti nei quali i laici acquisiscono delle competenze particolari che possono essere d’aiuto all’azione della diocesi. Per questo ho affidato ai laici la responsabilità della Pastorale giovanile, delle Comunicazioni sociali, della Caritas, della Pastorale sociale del lavoro e della Consulta delle Aggregazioni laicali”.
Implicitamente il suo è anche un modo per fronteggiare l’emergenza lavoro nella provincia. Secondo gli ultimi dati della Cisl, l’occupazione a Ragusa, tra i ragazzi di età compresa fra i 15 e i 24 anni, è scesa nel 2009 al 17,7% (nel 2007 era al 31%), Che segni offre la diocesi sul versante dell’avviamento al lavoro delle nuove generazioni?
“Stiamo pensando di realizzare a Ibla, in un antico convento, un centro enogastronomico del Mediterraneo. Sostanzialmente si tratta di una scuola di alta cucina, con annesso un ristorante. Abbiamo già restaurato i locali per gli alloggi. In questo centro i ragazzi potranno avere una formazione enogastronomica di livello, restando nella loro terra e guadagnandosi il pane lavorando. Dobbiamo capire che, quando un ragazzo va via di casa, il territorio si impoverisce”.
Uno dei volani per l’economia ragusana potrebbe essere l’aeroporto civile di Comiso. Inaugurato nel 2007 dall’allora ministro degli Esteri, Massimo D’Alema, non è mai entrato in funzione.
“Spero che possa finalmente decollare nel vero senso della parola. E nel più breve tempo possibile. È sotto gli occhi di tutti l’urgenza di un aeroporto nella nostra provincia. La popolazione ci spera, così come si augura che possa essere costruito un raccordo stradale migliore tra Ragusa e Catania”.
Vent’anni fa la base missilistica di Comiso fu al centro di forti contestazioni pacifiste. Che ricordo ha di quel periodo, segnato da scontri e incomprensioni tra la Curia e quei giovani – anche cattolici – soprattutto quando il suo predecessore, monsignor Angelo Rizzo, impartì la benedizione alla cappella della struttura militare?
“Allora non ero nel Ragusano, ma non mi trovavo neanche troppo lontano. Ricordo quel periodo come un momento particolarmente doloroso per la diocesi in quanto si crearono all’interno del mondo ecclesiale posizioni diversificate. Per sanare la ferita, nel 2005, ho chiesto ed ottenuto, da Pax Christi e dalla Conferenza episcopale italiana, di far partire proprio dalla base di Comiso la marcia nazionale per la pace”.
Che cosa voleva indicare?
“Il nostro intento era quello di far vedere come fosse possibile trasformare strumenti e luoghi di morte in strumenti e luoghi di pace e crescita civile”.
Missione compiuta?
“A distanza di anni ho ancora amici di Bolzano che mi telefonano per ringraziarmi di quella marcia. Posso dire che è stata un’occasione molto bella: noi siciliani siamo di nostro accoglienti e anche in quel frangente riuscimmo ad imbastire uno straordinario evento di condivisione per chiedere al Signore il dono della pace”.

di Giovanni Panettiere

da Quotidiano.Net

*** – Il grassetto è di Diarioelettorale

Questo è un governo di destra !

Parla Michele Emiliano:

Il premier a me non mi imbroglia

L’intervista di Michele Emiliano, magistrato e sindaco Pd di Bari all’Opinione

di Pietro Salvatori

“Monti può imbrogliare Fazio, ma non me”. È durissimo Michele Emiliano, sindaco di Bari in quota Pd. Che non risparmia critiche al conduttore di Che tempo che fa: “Dovrei fargli qualche corso di interrogatorio di quelli seri. Come fare a far cantare qualcuno e a fargli dire la verità”. Ma va giù duro soprattutto sull’intervistato: “Ho avuto l’impressione che il presidente sia andato da Fazio cercando di dire il meno possibile. Perché non sembra aver condiviso nulla prima con le forze politiche, come mi conferma l’intervista di Bersani di ieri. Credo che voglia utilizzare il meccanismo dell’emergenza e della paura per imporre una linea teorica in gran parte legata ad una cultura economica profondamente di destra. Come ha ben detto Zagrebelsky qualche giorno fa, questo è un governo di destra, che sta facendo quello che il governo Berlusconi non ha avuto la forza politica di realizzare. È per questo che in realtà non si parla di politica, non si dice nulla di specifico sulle grandi questioni, non si pronuncia mai la parola Sud“.

Un governo così politicamente marcato ?

Il presidente del Consiglio, confidando sul fatto che sta facendo questo lavoro sotto copertura, come se fosse un agente provocatore, non ha alcuna intenzione di condividere nulla con l’opinione pubblica, proprio perché sta facendo quello che è nell’immaginario collettivo della destra finanziaria europea. Ovviamente con il volto da persona per bene qual è. Sta incarnando il vero spauracchio della sinistra europea e italiana. Fintanto che l’avversario della sinistra nostrana era Berlusconi, bastava fargli la guerra. Adesso c’è una persona per bene, ma è più di destra di Berlusconi: occorre fargli un’opposizione politica, linea che il centrosinistra fatica a portare avanti.

La sua è una critica alla linea del Pd ?

Non mi pare di essere critico. L’intervista di Bersani sulla Stampa esprime una delusione assoluta. Il segretario del secondo azionista del governo che dice all’amministratore delegato che deve concordare un’agenda del lavoro parlamentare, perché si deve decidere insieme cosa fare, esprime la più profonda frustrazione.

C’è una parte del partito che sembra sostenere a spada tratta Monti, come testimonia il dibattito sviluppatosi su “Europa”.

Quanti saranno quelli che sostengono Monti, che si raccolgono intorno a Europa? Pochini. Stefano Menichini, il direttore, è un amico caro, ci prendiamo in giro. È che purtroppo io sono di sinistra e lui no.

La sinistra, con Bersani, che dice dunque al governo oggi ?

Più che al governo, parla all’elettore. E sta dicendo che noi stiamo subendo una serie di azioni da parte dell’esecutivo che pur non avendo particolare significato politico hanno un contenuto intrinseco proprio della destra finanziaria europea. Che è una cosa dignitosa, per carità, non è una cosa che la sera va girando a dare scandalo, ma quando governa sceglie un particolare tipo di composizione sociale e sostiene gli elettori dei ceti più legati alla finanza internazionale e ai grandi patrimoni, e meno al sistema produttivo di beni e servizi.

Perché il Pd ha avallato questa soluzione ?

Perché Monti è il presidente del Consiglio voluto da Napolitano.

Il Capo dello Stato avrà pur consultato Bersani.

Non credo proprio.

E dunque, per volere di Napolitano state ingoiando un governo più a destra di quello Berlusconi ?

In sostanza sì.

Un governo del quale tra l’altro lei rifiuta l’etichetta di “tecnico”.

Non esistono i governi tecnici. È una dichiarazione che non mi è piaciuta, quella di Monti in questa direzione. Una dichiarazione un po’ pietistica, cercando di sostenere le ragioni dei politici di professione. Potrei dirlo anche io, che faccio politica da nemmeno sette anni e sono un magistrato. Ma come fa il sindaco di Bari a dire di non essere un politico. Al pari, come fa il presidente del Consiglio, ex Commissario europeo a dire di non essere un politico? È un espediente mediatico, ma Monti è un politico, il più esperto e di lungo corso che esista in Italia.

Dunque gli chiedete un atteggiamento più responsabilmente politico? Condivisione di idee e proposte ?

Quello che doveva fare l’ha fatto. Mettendo tutto insieme nella manovra, ha massacrato la parte più debole del paese. E noi l’abbiamo pure votato…

Come va il rapporto tra governo ed Enti locali, visto che la questione rientra tra quelle toccate dalla manovra ?

Malissimo. In particolare con quelli del sud. È stato eliminato il fondo di perequazione, con un codicillo, come fanno gli assicuratori nelle polizze. Fondo previsto dall’articolo 119 della Costituzione, che deve essere finanziato per riequilibrare le differenze di trasferimenti diretti tra i comuni più ricchi e quelli meno ricchi. Quando Bari e Napoli hanno tentato di protestare, nella sostanza ci è stato detto: “Cercate di non alzare troppo la voce sennò sarà peggio ancora”.

Cosa chiedete in concreto a Monti ?

Che si vada il più presto possibile a elezioni. Possibilmente a maggio. Prima si vota meglio è. Se non lo facciamo lo spread arriverà alle stelle, nemmeno con Berlusconi aveva toccato quota 530. Non riesco a capire i media di sinistra che hanno messo Berlusconi sulla graticola, e adesso non dicono nulla. Serve un governo politico che parli all’Europa, non sarà una differenza di stile a fare la forza di Monti nel dialogo con Francia e Germania. Serve un uomo che vince con il 60% dei voti e va a Bruxelles a dire di fare gli eurobond e non giocare sul nostro debito pubblico. Ma serve un vero leader.

Cosa che Monti non è ?

Ovvio che non lo è.

E chi potrebbe essere? Bersani ?

Potrebbe, perché no? Al momento è la persona della quale personalmente – ed è tutto dire – io mi fido di più.

Con quale sistema elettorale, nel caso ?

Con una bella sfida tra un uomo e una donna in un collegio elettorale. In modo che quando arriva in Parlamento sono guai per tutti, perché non risponde solo al suo segretario, ma anche al proprio territorio.

da l’Opinione

Nb – Il grassetto è di Diarioelettorale

Obama sings kick ass song ?!?!

Il presidente degli USA, Barack Obama, ha dichiarato la sua intenzione di prendere a calci in culo qualcuno in relazione alla vicenda della marea nera della BP, ma non ha specificato chi e come e quando lo farà. Una buona occasione per un’intervista, ne è venuto fuori un hip hop unico. Matt Lauer e Sarah Gregory sono le voci, l’intervista originale è di Today Show

Qui si sta con Mélenchon

Il fatto:

Il 19 marzo 2010, tra i due turni delle elezioni regionali, Jean-Luc Mélenchon (Partito della Sinistra / Left Front) partecipa ad una distribuzione di volantini davanti a una mensa nel XII-arrondissement di Parigi.

Uno studente della scuola di giornalismo di Sciences Po lo intervista sull’astensionismo, sullle prospettive per il secondo turno … e quando Jean-Luc Mélenchon richiama il titolo del quotidiano “Le Parisien” sulla prostituzione, lo studente chiede cosa ne pensa Mélenchon del problema.

Infastidito dall’imbecillità dell’aspirante giornalista Mélenchon perde le staffe.

Il video con l’intervista  qui

Questo invece l’articolo di Massimo Nava sul Corriere.it

Francia, il caso Mélenchon

«Giornalisti, teste bacate»

L’eurodeputato di sinistra aggredisce uno stagista

PARIGI – Che la politica, anche in Francia, abbia qualche problema con la stampa, è noto. Basta ripercorrere la sequela di screzi, irritazione, scambi di battute che ha visto protagonisti, in varie occasioni, i l presidente Sarkozy, alcuni ministri e deputati di ogni colore. Ma ciò che è avvenuto nei giorni scorsi, fra i due turni delle elezioni regionali, è un ulteriore segnale di nervosismo e regressione, con la complicità di blog e siti che ormai non perdonano nulla e che, soprattutto, non danno appigli a correzioni e smentite. Anche se, questa volta, il politico bersagliato si è difeso contrattaccando, nella presunzione di stimolare una riflessione collettiva su contenuti e metodi della stampa.

Protagonisti Jean-Luc Mélenchon, ex senatore francese, da gennaio deputato europeo, socialista dissidente, promotore di una formazione più a sinistra e vicina al partito comunista, e uno studente della scuola di giornalismo di Science-Po, la prestigiosa università parigina di scienze politiche. Lo studente, Felix Briaud, per fare pratica, intervista l’uomo politico. Il dialogo che ne segue, fra toni accesi e volgarità, potrebbe essere stato registrato al bar, fra due avventori qualunque, ma è la ricostruzione dell’«intervista» e finisce online: due minuti che obbligano Mélenchon a scusarsi e che, soprattutto, dimostrano ciò che il senatore (e probabilmente non solo lui) pensa della stampa, dei giornalisti e persino degli apprendisti.

In sintesi, Mélenchon esordisce stigmatizzando il «voyeurismo» di una certa stampa, che volontariamente o meno sarebbe a suo dire una concausa della disaffezione della gente dalla politica. Prende ad esempio il titolo di apertura di un quotidiano popolare (Le Parisien) dedicato al dibattito sulla riapertura delle case di tolleranza. «Tutti piangono lacrime amare sull’astensionismo (oltre il 50 per cento alle regionali, ndr), ma questo atteggiamento non può che portare alla catastrofe». Insomma — è l’invito — parliamo di cose più serie! Replica dello studente-giornalista: la prostituzione può essere un argomento interessante, è un dibattito sull’ipocrisia della nostra società. Mélenchon replica: «Se vuole parlare di queste cose trovi qualcun altro. Dignitas et Gravitas», dice. Poi, senza scomodare il latino aggiunge: «Con me parli di politica, questi argomenti di m… li usi con gente che vuol discutere di m…».

La traduzione non è letterale, ma rende il pensiero. Lo studente cerca di replicare, ma il senatore ha ormai perso le staffe: «Chiudi il becco, adesso voglio parlare io del tuo mestiere malato…». Lo studente: «Non capisco questa aggressività». Mélenchon: «È lei che è aggressivo, non se ne rende nemmeno conto, con la sua testa bacata ». Fine dell’atto unico colorito e grottesco, come a teatro. Jean-Luc Mélenchon, persona affabile e colta in privato, non ha certo il dono della comunicabilità pubblica. L’espressione del viso, arcigna, quasi sempre torva, non lo aiuta. Il dialogo in rete è un colpo micidiale. Sulle prime cerca di giustificarsi, facendo addirittura l’elogio del giornalismo («lo avrei fatto tutta la vita se avessi avuto la fortuna di trovare un posto») poi si scusa, argomentando con la stanchezza per la lunga campagna elettorale, ma infine contrattacca, dicendosi vittima di una trappola mediatica: «È chiaro, ho commesso un delitto di lesa maestà, ho attaccato la casta che si è scatenata contro di me».

Il bersaglio a questo punto non è più il povero apprendista giornalista, ma la corporazione, che nella visione «pedagogica» di Mélenchon non fa bene il proprio mestiere, non tratta di argomenti seri e contribuisce all’astensionismo. «Infatti — è l’invito del senatore sul suo blog—questo è il clima mediatico. L’episodio che mi chiama in causa è appunto un caso da scuola di giornalismo. Invito a diffonderlo, a discuterne. E più sarà diffuso, più sarà discusso ».
Video e repliche hanno ricevuto più di 140mila contatti. Non pochi blogger gli hanno dato ragione: «Mélenchon ha usato parole crude, ma giuste, su una deriva che esiste e che produce molteplici effetti politici e sociali disastrosi». E un altro: «Mi dispiace per il povero studente, bersaglio di eccessivo livore, ma al fondo sono d’accordo ». Non aggiungono se sono suoi elettori.

da Corriere.it