Tra mafiosi fatti e mafiosi abusivi

C’è grande crisi anche nel mondo del crimine, a fine mese non si ci arriva, ed allora a Palermo è lotta ai mafiosi abusivi.

Operazione “Iago”. Nel video, Giovanni Di Giacomo detenuto, dà l’ordine a Giuseppe Di Giacomo, che è stato nel frattempo ucciso lo scorso 12 marzo, di ammazzare alcuni esponenti mafiosi che si stavano organizzando dopo l’arresto del boss di Porta Nuova Alessandro D’Ambrogio.

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Dalla crisi si esce solo cambiando le regole

Un po’ grossolanamente possiamo affermare che i soldi sono l’immagine di una parte della ricchezza prodotta nel tempo ed ancora non consumata.
La domanda da porsi nel mezzo di questa crisi in cui siamo immersi, e che ci dicono comportare crisi di liquidità di soldi disponibili cio’è per gli investimenti e gli scopi sociali dei diversi Stati, è dove sono finiti e dove vanno i soldi.

Il professor Jason Hickel della London School of Economics, impegnato con il movimento The Rules che lotta contro le disuguaglianze, citando una recente ricerca della Ong Oxfam, rileva che l’uno per cento degli uomini più ricchi sulla Terra ha aumentato le proprie ricchezze del 60 per cento negli ultimi vent’anni.
Durante la crisi finanziaria in atto questo processo si è incrementato ancor di più.

Oggi le 200 persone più ricche del mondo possiedono approssimatamene 2,7 trilioni (1 trilione = mille miliardi) di dollari, una cifra di molto superiore a quella disponibile dai 3,5 miliardi di persone più povere del pianeta, che insieme arrivano a 2,2 trilioni di dollari.

In pratica la ricchezza si sposta dai paesi poveri ai paesi ricchi e dai soggetti poveri ai soggetti ricchi in modo esponenziale e le politiche messe in atto a livelo mondiale sono fatte sempre più da pochi per i pochi.

Occorrono nuove regole per il capitalismo internazionale, occorre contrastare le politiche economiche neoliberiste che le istituzioni internazionali come la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale, l’Organizzazione Mondiale del Commercio e l’Europa delle banche perseguono ma prima credo sarà necessario che nasca una teoria dell’antagonismo che vada oltre le classiche teorie anticapitaliste novecentesche.

Nel video “La disuguaglianza della ricchezza mondiale”, il professore per il movimento The Rules spiega come cresce la disuguaglianza con il passare del tempo nei differenti paesi.

Apprendisti stregoni tra Rivoluzione francese e Weimar

La decisione quasi salomonica di Giorgio Napolitano di congelare il governo Monti e di nominare due gruppi consultivi sui temi economico-sociali e istituzionali appare ineccepibile, rispettosa della Costituzione e dei rapporti di forza in essere in questo momento. Si tratta di un modo per passare la mano al suo successore, non indebolendo ulteriormente le istituzioni con le sue dimissioni e non contribuendo a creare pericolosissimi vuoti di potere.
Il richiamo al governo Monti in carica più che un qualsiasi attestato di fiducia nei confronti dello stesso Monti da parte dello stesso Napolitano appare un messaggio rivolto all’esterno, una rassicurazione ai mercati ed alle istituzioni europee sul fatto che l’Italia ha un governo e che questo governo, in tale frangente di stallo politico, può far fronte agli impegni presi grazie al “direttorio” costituito dai due comitati creati ad hoc quale interfaccia tra il governo in carica, ancorché dimissionario, e le forze politiche incapaci di accordi.
Quanto alla costituzione di un nuovo governo Napolitano ha dovuto prendere atto che la sua nascita, in modo non lacerante per l’intero paese, era semplicemente impossibile prima dell’elezione del nuovo Presidente della Repubblica.
Berlusconi voleva rassicurazioni sull’elezione di un suo uomo al Quirinale, Gianni Letta, che il Pd (tutto) non ha nessuna intenzione di dare.
I 15 giorni che ci separano dalla convocazione delle camere per l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica d’altra parte sono un tempo troppo breve per bruciare un qualsiasi prezioso “grand commis” sull’altare del “governo del Presidente”.

A ben rifletterci quella di Napolitano è la prima presa d’atto politica concreta della presenza del M5s e delle sue posizioni politiche così come sono state rappresentate al Capo dello Stato.
Al momento infatti abbiamo un governo-non governo, una sorta di “direttorio” che può elaborare le necessarie riforme che portino ad uno sblocco della condizione di stallo anche per il futuro, ed un parlamento che su tali proposte può legiferare. In pratica è stata sposata in pieno la tempistica e le modalità di funzionamento delle istituzioni così come suggerito da Grillo.

Grillo ha tutti i motivi e tutte le ragioni per rivendicare una sua vittoria nell’attuale fase politica.

Ora qui si rimane ottimisti, e si continua a confidare nello “stellone”, ma resta il fatto che la costituzione del “direttorio” in Francia prima e la situazione instauratasi con la Repubblica di Weimar in Germania dopo, ebbero esiti che definire “felici” sarebbe parecchio esagerato.

Il collasso della Repubblica di Weimar e l’ascesa di Hitler

Gli ultimi anni della Repubblica di Weimar furono caratterizzati da un’instabilità politica superiore a quella degli anni precedenti. Il 29 marzo 1930 l’esperto di finanza Heinrich Brüning fu nominato da Paul von Hindenburg successore del Cancelliere Müller dopo mesi di lobbismo politico del generale Kurt von Schleicher in favore dei militari. Ci si aspettava che il nuovo governo portasse a uno spostamento verso il conservatorismo, basato sui poteri speciali garantiti dal Reichspräsident in base alla costituzione, in quanto non godeva del supporto della maggioranza nel Reichstag.

Dopo che un decreto impopolare per risanare le finanze del Reich non trovò l’appoggio del Reichstag, Hindenburg stabilì un provvedimento di emergenza basato sull’articolo 48 della costituzione. Il decreto venne di nuovo invalidato il 18 luglio 1930 da un’esigua maggioranza del Reichstag con il supporto di SPD, KPD e delle allora piccole NSDAP e DNVP. Immediatamente dopo, Brüning sottomise al Reichstag il decreto presidenziale con il quale veniva sciolto.

Le successive elezioni generali del Reichstag, il 14 settembre 1930, risultarono un terremoto politico: il 18,3% dei voti andarono alla NSDAP, cinque volte in più della percentuale del 1928. Questo ebbe conseguenze devastanti per la Repubblica: non c’era una maggioranza nel Reichstag neanche per la Grande Coalizione e questo incoraggiò i sostenitori della NSDAP a manifestare le loro richieste di potere con una violenza e un terrore crescenti. A partire dal 1930 la Repubblica scivolò sempre più in uno stato di guerra civile.
Dal 1930 al 1933 Brüning tentò di risanare lo stato che si trovava in una situazione disastrosa e senza una maggioranza in parlamento, governando con l’aiuto dei decreti presidenziali di emergenza. In quel periodo la grande depressione raggiunse il culmine. In linea con le teorie economiche liberali, secondo cui una minore spesa pubblica avrebbe avviato la ripresa economica, Brüning tagliò drasticamente le spese statali. Si aspettava e si accettava che la crisi economica sarebbe per un certo tempo peggiorata prima di iniziare a migliorare. Tra le altre cose il Reich bloccò completamente tutte le concessioni pubbliche per l’assicurazione obbligatoria sulla disoccupazione che era stata introdotta solo nel 1927, il che risultò in maggiori contributi da parte dei lavoratori e minori benefici per i disoccupati, non esattamente una misura popolare.
Il rovescio economico durò fino alla seconda metà del 1932, quando ci furono le prime indicazioni di un rimbalzo. Ma per quel tempo, la Repubblica di Weimar aveva perso tutta la credibilità nei confronti della maggioranza dei tedeschi. Mentre gli studiosi sono in grande disaccordo sulla valutazione da dare alla politica di Brüning, si può tranquillamente dire che contribuì al declino della Repubblica. Se a quell’epoca esistessero o meno alternative rimane oggetto di ampio dibattito.
Nell’aprile del 1932, Hindenburg venne rieletto Reichspräsident, superando al secondo turno Hitler per sei milioni di voti. Nonostante Brüning avesse appoggiato fortemente la rielezione di Hindenburg, ne perse la fiducia e dovette dimettersi il 30 maggio.
Hindenburg incaricò quindi come nuovo Reichskanzler Franz von Papen, che aveva il supporto di Hitler, ma a prezzo di una serie di richieste:
il Reichstag sarebbe stato sciolto di nuovo per indire nuove elezioni;
il bando delle SA, imposto dopo gli scontri di strada, doveva essere tolto;
il governo socialista della Prussia sarebbe stato dismesso con decreto d’emergenza.
Le elezioni generali per il Reichstag del 31 luglio 1932 portarono il 37,2% dei voti alla NSDAP. Hitler ora richiedeva di essere nominato cancelliere, ma la richiesta venne rifiutata da Hindenburg il 13 agosto. Non c’era ancora una maggioranza al Reichstag per nessun governo; come risultato, il Reichstag fu sciolto nuovamente e si rifecero le elezioni con la speranza che ne risultasse una maggioranza stabile.
Non fu così. Il 6 novembre 1932 le elezioni diedero il 33,0% dei voti alla NSDAP, che perse più del 4%. Il 3 dicembre Franz von Papen si dimise, sostituito come Reichskanzler, dal generale von Schleicher. Il suo audace piano di formare una maggioranza all’interno del Reichstag, riunendo i sindacalisti di sinistra dei vari partiti, compresi quelli della NSDAP guidati da Gregor Strasser, non ebbe successo.
Il 4 gennaio 1933, Hitler si incontrò in segreto con von Papen in casa del banchiere di Colonia Kurt von Schroeder. Si accordarono sulla formazione di un governo di coalizione: oltre a Hitler, solo altri due membri della NSDAP avrebbero fatto parte del governo del Reich (Wilhelm Frick come Ministro degli Interni e Hermann Göring come Commissario per la Prussia), con von Papen come Vicecancelliere di Hitler. Del nuovo gabinetto avrebbe fatto parte anche l’influente magnate dei media Alfred Hugenberg, che era segretario dell’altro partito di destra dell’epoca, la DNVP.
Quando il piano venne finalmente presentato a Hindenburg, questi nominò Hitler come il nuovo Reichskanzler il 30 gennaio 1933. Anche se von Hindenburg diffidava di Hitler e disapprovava fortemente la violenza politica dei nazisti, e aveva sconfitto Hitler nelle elezioni presidenziali del 1932, condivise, sia pure con riluttanza, la teoria di von Papen secondo cui, con il supporto popolare ai nazisti che stava scemando, Hitler poteva essere controllato come Cancelliere. Questa data viene comunemente considerata come l’inizio della Germania Nazista e venne di conseguenza battezzata Machtergreifung (“presa del potere”) dalla propaganda nazista.
Il nuovo governo instaurò la dittatura con una serie di misure in rapida successione seguendo la filosofia della Gleichschaltung. Il 27 febbraio 1933 l’edificio del Reichstag venne ridotto in cenere, della qual cosa i nazisti si avvantaggiarono con il Decreto dell’incendio del Reichstag. Le successive elezioni del Reichstag, il 5 marzo 1933, portarono il 43,9% dei voti alla NSDAP; vennero piantati gli ultimi chiodi nella bara della Repubblica di Weimar, con l’approvazione della Ermächtigungsgesetz, la legge dei pieni poteri, del 23 marzo 1933, che diede formalmente a Hitler il potere di governare per decreto e di smantellare a tutti gli effetti i resti della costituzione di Weimar. Alla morte di Hindenburg, il 2 agosto 1934, Hitler fuse assieme gli uffici di Reichspräsident e di Reichskanzler e si reinsediò con il nuovo titolo di Führer und Reichskanzler.

Mario Seminerio dice che andrà così…

la Spagna finirà con l’avvitarsi: il sistema bancario crollerà sotto il peso delle sofferenze, rendendo ridicola la stima di 100 miliardi di prestiti comunitari per ricapitalizzazione. La disoccupazione aumenterà ancora, rischiando di avvicinarsi al 30 per cento ufficiale; il paese sarà costretto a chiedere di essere salvato dalla Troika ma già oggi, in queste manovre, si intravvedono le stigmate di una distruzione di stampo greco dell’economia spagnola.

Dal momento in cui la Spagna comincerà ad affondare visibilmente, i mercati attaccheranno frontalmente l’Italia, vanificando tutte le misure prese sinora. Ricordiamolo, per i posteri: l’Italia non ha chiesto rinvii del programma di consolidamento fiscale, e già da quest’anno avrà un avanzo primario di finanza pubblica. Non servirà a nulla, date le condizioni generali dell’Eurozona. A quel punto, i tedeschi ed i loro ottusi fiancheggiatori dovranno scegliere se mettere nuovi soldi, nel tentativo di evitare una catastrofe. Un gigantesco monumento alla stupidità, questa Eurozona.“.

Soluzioni ?

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Anche in Inghilterra c’è la crisi !

e allora anche lì bisogna stringere la cinghia. Non tutti naturalmente, solo alcuni.

STUDIO DELLA HIGH PAY COMMISSION SULLE RETRIBUZIONI DEL SETTORE PRIVATO

Gb, i top manager guadagnano il 4000% in più rispetto a trenta anni fa. Il caso limite alla Barclays’, dove la retribuzione del Ceo è 169 volte superiore al salario medio «Un danno per l’economia britannica»

Stipendi a confronto

MILANO – La paga dei top manager britannici continua a crescere, nonostante il clima di austerity globale. A rilevarlo è una ricerca di un gruppo di studio d’Oltremanica, la High Pay Commission, gruppo di studio indipendente della Ong Compass, che analizza le retribuzioni del settore privato. Le conclusioni della Commissione, dopo un anno di lavoro sono che negli ultimi 30 anni il salario degli amministratori delegati di società quotate nel Ftse 100 sono aumentate a livelli stratosferici, fino al 4.000% in più rispetto al 1980: è il caso della Barclays, dove il top manager guadagna oggi la bellezza di 4,4 milioni di sterline l’anno.

LA CRISI – «In un periodo di crisi senza precedenti, una piccola parte della società, lo 0,1%, continua a godere di consistenti aumenti annuali nel salario», ha commentato sul Telegraph Deborah Hargreaves, presidente di High Pay Commission. «Questi aumenti formidabili danneggiano l’economia britannica e provocano distorsioni nel mercato, drenando talenti e premiando gestioni fallimentari». L’istituto ha concluso il proprio lavoro sottolineando l’urgenza di riforme, in particolare di una «radicale semplificazione» dei compensi dei top manager: oltre all’obbligo di rendere pubbliche le buste paga dei dipendenti più pagati, di rendere trasparenti i criteri di differenziazione dei salari tra dirigenti e quadri, e di far luce sui guadagni complessivi. Secondo la Commissione, inoltre, è il momento di istituire un organismo nazionale per monitorare l’andamento delle retribuzioni di fascia più alta.

LE DIFFERENZE – Ad essere schizzato alle stelle, non è solo il valore in percentuale, ma anche la differenza con il salario corrisposto al dipendente medio. Se nel 1980 la retribuzione del boss di Barclays era 14,5 volte superiore allo stipendio medio, oggi quel valore è salito fino a quota 75. E l’inaudita cifra di 4milioni e 300mila sterline della busta paga di John Varley, fino al marzo scorso Ceo e consigliere d’amministrazione della banca, è di 169 volte superiore al salario di un lavoratore del regno Unito. Il fenomeno non è limitato alle banche. Stando al rapporto, alla Bp – dove l’amministratore delegato guadagna 4,5 milioni di sterline – il differenziale è passato, nello stesso periodo, da 16,5 a 63,2, con un incremento del 3006%. Alla Gkn (colosso metallurgico) da 14,9 a 47,7. Alla Lonmin (settore minerario) da 44,1 a 113,1.

«FUORI CONTROLLO» – Un sondaggio condotto interpellando duemila tra i destinatari del rapporto, ha bollato come «fuori controllo» retribuzioni e bonus dei top manager. E molti commentatori ritengono non solo «moralmente rivoltante», ma anche un elemento determinante della crisi economica lo spaventoso trasferimento di ricchezza dalla gente comune a quelli che già vivono al top.

Antonella De Gregorio

da Corriere.It

Crisi, ora tocca alla Francia

Spread, ora trema la Francia

Parigi – Sale la tensione sul debito della Francia, con una contrazione del Pil nel secondo trimestre e uno spread che supera la soglia record dei 190 punti, segno che il Paese non gioca più nella prima divisione della zona euro. Tanto che un numero sempre maggiore di osservatori comincia a chiedersi se Parigi meriti davvero la tripla A, la massima votazione delle agenzie di rating, normalmente attibuita ai primi della classe.
Giorno dopo giorno, il timore che la Francia sia la prossima nella lista dopo Grecia, Italia, Spagna, Portogallo, si fa più concreto. Nonostante l’Insee, l’istituto nazionale di statistica, abbia annunciato oggi una crescita del +0,4% (invece del 0,3% previsto) nel terzo trimestre 2011, ha dovuto rivedere al ribasso di 0,1 punti il secondo trimestre. Un dato inquietante, visto che è la prima volta, dal 2009, che il Pil della Francia diminuisce. Mentre lo spread, vale a dire il differenziale tra i Btp decennali francesi e il Bund tedesco, ha superato oggi i 190 punti (1,90%), una situazione inimmaginabile appena qualche mese fa, la scorsa primavera, quando era al di sotto dei 40 punti.

La situazione economica della Francia è «difficilmente compatibile» con la tripla A, sottolinea oggi uno studio presentato a Bruxelles dalla banca tedesca Berenberg e dal think tank europeo `The Lisbon Council´, che pubblica un barometro intitolato Euro Plus Monitor. Secondo il rapporto – che analizza crescita, competitivita e sostenibilità del debito – la salute generale della Francia si piazza al 13/esimo posto, tra la Spagna (12/esima) e l’Italia (14/esima), che sono attualmente nel mirino dei mercati e delle agenzie di rating. «Per la Francia bisognerebbe tirare il campanello d’allarme», avverte ancora lo studio, aggiungendo: «Tra i sei Paesi che godono della tripla A nella zona euro, la Francia ha ottenuto il peggior voto». E ancora: «I risultati sono troppo mediocri per un Paese che vuole rimanere in testa». Non è d’accordo il ministro francese agli affari europei, Jean Leonetti, che sempre da Bruxelles ha detto che la Francia «non è la Germania» ma «resta credibile».

«Per il mercato è fatta. La Francia merita al massimo una doppia A», sottolinea invece Frederik Ducrozet, economista di Credit Agricole. Da parte loro, le agenzie di rating mantengono la tripla A ma a metà ottobre Moody’s si è riservata tre mesi di tempo per rivalutare la situazione. E l’errore dell’agenzia di rating Standard & Poor’s, che giovedì scorso ha abbassato «per errore» il rating della Francia, non ha certo contribuito a rassicurare i mercati.

Per gli analisti, Parigi soffre prima di tutto dei timori di contagio della crisi dei Paesi più indebitati. «Per finanziare le perdite su Spagna e Italia, alcuni investitori di lungo termine riducono la loro esposizione sulla Francia», osserva Axel Botte, specialista del mercato obbligazionario da Natixis AM. «Forse c’è incertezza sulla volontà e la capacità del governo francese di imporre le misure annunciate», spiega Jean-Louis Mourier, economista ad Aurel BGC. Soprattutto, il Paese entra in un periodo pre-elettorale, difficile da gestire dal punto di vista delle finanze. «Se perdo la tripla A sono morto», ha detto qualche tempo fa il presidente francese Nicolas Sarkozy, confidandosi con alcuni fedelissimi, in vista delle presidenziali del 2012.

da IL SECOLO XIX

Crisi, la Francia punta sulla Bce. Merkel: «Cambiamo i trattati»

Roma – La pressione si fa sempre più intensa perché sia la Banca centrale europea, alla fine, a risolvere la crisi del debito mettendosi a stampare moneta.
A muoversi oggi è Parigi, il cui spread è ormai a livelli di guardia. Dal cancelliere tedesco Angela Merkel arriva un’apertura a rivedere i trattati e cedere poteri di bilancio all’Unione europea: una riforma che renderebbe l’Europa federale come gli Stati Uniti dove la Fed, appunto, da tre anni acquista titoli di Stato con moneta fresca. «Confidiamo che la Bce prenderà le misure necessarie per assicurare la stabilità finanziaria in Europa», ha detto oggi il ministro del Bilancio Valerie Pecresse. Sono in molti a chiedere che la Bce, alla fine, tiri fuori il `bazooka´ del `quantitative easing´, facendosi prestatore di ultima istanza, come la Fed.

La scorsa settimana lo aveva auspicato l’allora premier italiano Silvio Berlusconi, oggi è tornato a chiederlo Enda Kenny, primo ministro irlandese. Un’offensiva che continua a scontrarsi con la granitica opposizione della Bce e, in particolare, della potente Bundesbank tedesca: togliere dai guai Atene, Roma e forse domani anche Parigi creerebbe un incentivo a indebitarsi ancor di più. La responsabilità primaria a risolvere la crisi – ha ribadito il presidente della Bce Mario Draghi – è dei governi.

Ma qualcosa comincia a muoversi nel senso di una soluzione europea alla crisi che vada oltre il fondo salva-Stati (`Efsf´), un’arma spuntata, e l’idea degli eurobond, oggi nuovamente bocciati da Berlino e sempre meno allettanti visto che anche la Francia rischia ormai il suo rating `AAA´. Oggi la Merkel ha fatto un’apertura senza precedenti a una riforma dei trattati europei, dicendo che per difendere l’euro i tedeschi sono pronti «a cedere parte della loro sovranita»`. Per Berlino il sentiero e´ strettissimo (deve fare i conti con un’opinione pubblica sempre più ostile all’Europa e con la Bundesbank). Ma il tentativo è chiaro: spingere verso una sorveglianza europea rafforzata sui bilanci nazionali per evitare il ripetersi del dissesto del debito attuale. Arrivando persino a un bilancio federale Ue che includa prerogative finora nazionali. Una novità che toglierebbe molti argomenti a chi si oppone a un definitivo salvataggio europeo dei Paesi iper-indebitati.

Che la soluzione, poi, possa arrivare dalla Bce è tutta da vedere: occorrerebbe una riforma dei trattati. Ma è proprio su una riforma dei trattati che insiste la Merkel: i trattati «non permettono alla Banca Centrale Europa di poter risolvere i problemi dell’eurozona», ha detto oggi il cancelliere.

Di certo l’intensificarsi della crisi, che dopo l’Italia sembra voler contagiare la Francia e molti Paesi a `tripla A´, sta facendo sorgere un dibattito anche in Germania. Giusto ieri Peter Bofinger, uno degli economisti consiglieri della Merkel, ha ammesso che alla fine potrebbe toccare alla Bce fare da «argine finale» alla peggior crisi dal dopoguerra.

da IL SECOLO XIX

Ecco, la crisi è a questo punto, parola di Romano Prodi

Così siamo diventati il bersaglio dei mercati

ROMA – Da anni i mercati ballano, da anni la speculazione impazza, da anni si pensa a grandi riforme del sistema bancario e finanziario mondiale e non accade nulla. L’opinione pubblica se la prende con quattro o cinque «cattivi», cioè con le grandi banche internazionali che, nella speculazione, hanno più goduto che sofferto.

Questa irritazione è giusta ma il problema è assai più vasto e più grave. Si calcola infatti che oggi vi siano oltre 12 mila miliardi di euro parcheggiati nel sistema bancario «ombra», cioè in fondi non controllati e non regolamentati o regolamentati in modo insufficiente. Questi fondi per definizione lavorano a breve, cioè corrono incessantemente di qua o di là e sfruttano la cosiddetta «leva finanziaria» mobilitando quantitativi di denaro molto superiori a quelli che posseggono. Con uno scommettono su cento.

È noto che nelle scommesse si punta sull’aspettativa del risultato e il risultato è più sicuro quando gli operatori finanziari «ombra» si muovono in gregge, con la dimensione e la velocità che l’automatismo dei moderni sistemi di informazione rende possibile. In poche parole i loro computer scattano tutti insieme, comprano e vendono gli stessi titoli e forzano in tal modo il compimento delle aspettative. Un processo che viene magistralmente sintetizzato nell’ultimo documento del Pontificio consiglio della Giustizia e della Pace, in cui si condanna un sistema che tende a «minimizzare il valore delle scelte dell’individuo umano concreto che opera nel sistema economico-finanziario, riducendo queste scelte a mere variabili tecniche».

Mi rendo conto che sono stato costretto a descrivere il funzionamento di un sistema finanziario internazionale degradato e deteriorato. Un sistema che provoca crescenti ingiustizie tra ricchi e poveri spostando tutto il reddito verso il capitale (e chi lo gestisce) e non verso il lavoro. Un sistema che impoverisce l’intera economia mondiale togliendo immense risorse al cammino produttivo dell’economia stessa. Un sistema in cui i cervelli migliori vengono impiegati nelle banche d’affari per scommettere e non nelle imprese o nei laboratori per produrre o per innovare. Se queste risorse fossero dirette verso investimenti produttivi faremmo ben presto ad uscire dalla crisi. Purtroppo le cose non stanno così: siamo entrati in crisi per opera di questo capitalismo speculativo e non riusciamo a uscirne per lo stesso motivo.

In questo capitalismo estremo la scommessa del computer diventa addirittura un gioco quando si punta su un bersaglio grande, debole e lento a muoversi, quando cioè si spara sulla Croce Rossa. Tutto ciò spiega con la massima chiarezza perché il sistema bancario «ombra» abbia scelto come principale bersaglio l’Italia e non la Spagna, nonostante la nostra economia sia molto più robusta e il nostro deficit molto inferiore. Deve fare riflettere il fatto che, anche se in Spagna la disoccupazione supera il 21%, i buoni del Tesoro degli amici iberici sono acquistati a tassi di interesse molto inferiori ai nostri.

Questo si spiega solo con il fatto che, indicendo con prontezza nuove elezioni, la Spagna ha dato prova di volere affrontare alle radici il problema del futuro e ha, almeno temporaneamente, posto freno alle aspettative negative. Non si sa quanto questo possa durare ma il botteghino delle scommesse in Spagna è temporaneamente chiuso.
In Italia invece, proprio mentre si pensava di tornare da Bruxelles rassicurati da una rinnovata solidarietà europea, si è dovuto assistere alla peggiore asta dei Buoni del Tesoro decennali da quando esiste l’euro, con tassi che hanno superato il 6 per cento. La Bce continua ad aiutarci ma, di fronte elle aspettative negative da parte dei fondi che corrono per il mondo, non c’è Bce che tenga.

Ci vorrebbero gli eurobonds perché, con la loro grande dimensione e la solidarietà dell’Europa, fornirebbero a tutti una protezione insuperabile. Gli eurobonds però non ci sono e, nonostante i passi in avanti dell’ultimo vertice di Bruxelles, non ci saranno per un pezzo perché, nell’attuale stagione politica, la solidarietà europea continua ad essere tardiva e insufficiente di fronte alle dimensioni della crisi.
Dobbiamo quindi essere soprattutto noi italiani, con una strategia credibile, a fare cambiare bersaglio ai grandi scommettitori. Non è compito delle presenti riflessioni indicare se questo necessario cambiamento debba esprimersi attraverso nuove elezioni o attraverso un nuovo governo, ma è indubitabile che la fiducia del sistema finanziario internazionale nei confronti del governo esistente è impossibile da ricostruire. Anche se le frecce vengono tirate da mano indegna è saggio e doveroso spostarsi dal bersaglio.

Romano Prodi

da Il Messaggero

NB. – il neretto è di Diarioelettorale