Vittorio Sgarbi: “Ho pensato di dimettermi da sindaco perche’ minacciato dall’antimafia”

Lo avrebbe detto il sindaco di Salemi a margine della Conferenza stampa di Palermo per la presentazione della esposizione che avrà luogo a Salemi, da domani, 31 dicembre 2008, al 18 gennaio 2009, de “L’adorazione dei pastori”, celebre dipinto di Rubens.

Dopo la lite tra i Borsellino

Trapani: Sgarbi, “Mi voglio dimettere da sindaco, umiliata un città”

Polemica scatenata dopo l’annuncio della cittadinanza onoraria ad Agnese Piraino Leto, vedova di Paolo Borsellino

Palermo, 30 dic. – (Adnkronos) – “Ho pensato di dimettermi da sindaco perche’ minacciato dall’antimafia”. Lo ha detto Vittorio Sgarbi, sindaco di Salemi (Trapani), tornando a parlare a Palermo della polemica scatenata dopo l’annuncio della cittadinanza onoraria ad Agnese Piraino Leto, vedova di Paolo Borsellino…

“Non e’ tollerabile che l’antimafia umili una citta’ umili i cittadini di Salemi, utilizzi uno schema non attuale negando le lotte fatte dalla magistratura, da Caselli o da altri magistrati con gli errori che hanno fatto”…

“Se i Borsellino sono pronti a riconoscere che hanno offeso non me ma Salemi, allora sono pronto a dare la cittadinanza onoraria anche a loro. L’idea che la citta’ non sia degna di Agnese Borsellino e’ molto grave. Quindi, e’ bene che risarciscano queste ferite”…

“Quando Agnese Borsellino e’ venuta a Salemi mi ha fatto una confidenza: mi ha detto che assomiglio come nessun altro a suo marito Paolo Borsellino. Certo, faceva riferimento al suo carattere, al gusto per le battute”.

Infine … ha ribadito che non e’ stato lui ad avere l’idea sulla cittadinanza onoraria per la signora Agnese, ma di uno dei suoi assessori, Glidewell… la cittadinanza verra’ conferita anche al sindaco di Gela, Rosario Crocetta e a Tina Montinaro, vedova di uno degli agenti di scorta morti con il giudice Giovanni Falcone.

Tutta la nota Adnkronos

Annunci

Vittorio Sgarbi e il manierismo dell’antimafia

In attesa della conferenza stampa di oggi a Palermo, in cui con l’assessore regionale ai Beni Culturali Antonello Antinoro, presenterà alla stampa l’esposizione a Salemi, dal 31 dicembre 2008 al 18 gennaio 2009, de “L’adorazione dei pastori“, celebre dipinto di Pieter Paul Rubens, il sindaco di Salemi Vittorio Sgarbi con una intervista rilasciata a “IL Giornale” rinnova la polemica sui “professionisti dell’antimafia” sollevatasi a seguito della sua decisione di concedere la cittadinanza onoraria alla signora Agnese Leto Borsellino, vedova del giudice Paolo Borsellino.

I soliti professionisti dell’antimafia

Vittorio Sgarbi è come sempre un fiume in piena. Ma stavolta è anche terribilmente serio. «Questa è una intimidazione gravissima, contro una signora che spontaneamente e nobilmente ha manifestato il suo affetto di fronte a una città che rinasce». Una piccola città, Salemi, che ieri era per tutti la patria dei cugini Salvo, il feudo di Matteo Messina Denaro. E oggi è diventata il laboratorio creativo del sindaco «alieno», dove le case storiche si vendono a un euro, ma chi compra deve ristrutturarle. «Lo sa che la settimana scorsa è venuto a trovarci un inviato di Le Monde? Ha scritto un reportage bellissimo su Salemi».

E ora anche l’«endorsement» della vedova Borsellino.

Perché i fratelli del magistrato ce l’hanno con lei?

«Perché sono dei professionisti dell’antimafia, come quelli denunciati da Sciascia tanti anni fa. La Sicilia oggi sta cambiando: in giro non si sente più quella retorica, quel vittimismo che per troppo tempo ha bloccato lo sviluppo di questa terra magnifica e ricchissima. Evidentemente a qualcuno questo non fa comodo».

Forse la mafia non esiste più?

«Cito il procuratore Piero Grasso, cito l’ultimo libro di Ayala: la mafia c’è ancora, ma oggi lo Stato è più forte. Quindici anni fa la mafia in Sicilia era il potere, oggi no. Mi chiedo se i fratelli di Paolo Borsellino siano contenti o in fondo abbiano un po’ di nostalgia».
Se la mafia ha perso il potere, il merito è proprio dello Stato.

Si è pentito dei suoi attacchi ai magistrati?

«Negli ultimi anni le Procure hanno ottenuto ottimi risultati, spesso sospendendo le garanzie: giustissimo. Ma sono state condotte anche azioni contro innocenti, come Musotto e Calogero Mannino, e io sono fiero delle mie battaglie garantiste. Un magistrato che mette in carcere un innocente compie un crimine peggiore di un sequestro di persona. E questo tema in Italia è ancora molto attuale».

Come lo è la memoria di Borsellino.

«Per questo sono orgoglioso della cittadinanza onoraria a sua moglie. Da assessore a Milano, una delle mie ultime decisioni era stata quella di costruire due obelischi in memoria di Falcone e Borsellino. Spero che Rita Borsellino ora non ordini di bloccare tutto».

*** – Il manierismo del titolo fa riferimento, per essere in tema con la figura di Vittorio Sgarbi critico d’arte, alla corrente artistica detta “manierista”, una corrente, soprattutto pittorica, del XVI secolo che si ispira alla maniera, cioè lo stile, dei grandi artisti che operarono a Roma negli anni precedenti.
Il gusto manierista, sempre più raffinato, autoreferenziale e decorativo, si consumerà alla fine in imprese di estremo virtuosismo per una fruizione sempre più privata ed estremamente elitaria.

Salemi – questa cittadinanza non s’ha da dare

Cittadinanza onoraria di Salemi alla vedova Borsellino

Agnese Piraino Leto, vedova del giudice Paolo Borsellino, ricevera’ la cittadinanza onoraria di Salemi. Lo ha annunciato Vittorio Sgarbi, sindaco del piccolo centro in provincia di Trapani, dove la signora Borsellino e’ stata in visita.

La cerimonia e’ prevista nel marzo del 2009 durante la tradizionale festa religiosa delle “Cene di San Giuseppe”.
“Come siciliana -ha detto Agnese Borsellino- sono felicissima della scelta di Sgarbi di fare il sindaco in una cittadina siciliana. Vedo nel suo lavoro un’azione missionaria.
Sono convinta che, grazie anche lui, comincera’ una nuova stagione”. Per Sgarbi, che ha accompagnato l’ospite per le vie del centro storico e nelle visite al Museo civico, ad alcune Chiese e al presepe vivente, “nell’ordine degli arrivi significativi di questi mesi, e cioe’ personalita’ del mondo della cultura, dell’arte e delle Istituzioni, quello di Agnese Borsellino segnala un punto di attenzione rispetto al termine importante della legalita’, e cioe’ collegare la vita e l’esperienza di Paolo Borsellino ad un dato di fatto, e cioe’ che alla fine le cose mutano, cambiano. Sciascia diceva che la Sicilia e’ irredimibile.
E’ un timore – ha aggiunto Sgarbi – che ho avuto anch’io ma spero che questo non sia sempre cosi’. Dal ’92 ad oggi molte cose sono cambiate. E anche molte azioni giudiziarie, talvolta perentorie e anche violente, hanno pero’ fortemente segnato il corpo mafioso e credo lo abbiano limitato fortemente”.

da Il Tempo.it

Cittadinanza alla vedova di Borsellino – Lite tra Sgarbi e i fratelli del giudice

Rita e Salvatore Borsellino invitano la cognata a dire no al sindaco di Salemi. – «Sgarbi condannato per aver definito “assassini” dei magistrati». La replica del primo cittadino: «Li querelo»

PALERMO – È polemica tra Rita e Salvatore Borsellino e Vittorio Sgarbi. I fratelli del magistrato ucciso dalla mafia il 19 luglio del 1992 prendono le distanze dalla cognata Agnese Piraino Leto, vedova del giudice, invitandola a non accettare la cittadinanza onoraria offertale dal sindaco di Salemi. La cerimonia di consegna della cittadinanza è prevista nel marzo del 2009. «Come siciliana – ha detto qualche giorno fa Agnese Borsellino – sono felicissima della scelta di Sgarbi di fare il sindaco in una cittadina siciliana. Vedo nel suo lavoro un’azione missionaria». «Apprendiamo dalla stampa con stupore e disappunto – hanno invece scritto Rita e Salvatore Borsellino in una nota – che nostra cognata avrebbe accettato l’offerta della cittadinanza onoraria della città di Salemi da parte del sindaco Vittorio Sgarbi, personaggio dai comportamenti non certamente limpidi né eticamente corretti, condannato anche per aver definito “assassini” dei magistrati, e a cui quindi non si addice certamente il termine di “missionario”. Chiediamo per questo a nostra cognata, proprio per il cognome che porta, di declinare l’offerta ricevuta».

QUERELA – Parole che non sono piaciute a Vittorio Sgarbi, il quale, dicendosi «indignatissimo», ha annunciato che querelerà Rita e Salvatore Borsellino «per le gravissime frasi diffamatorie». La loro reazione, ha spiegato il sindaco di Salemi, «dimostra che Sciascia aveva ragione: sono dei professionisti dell’antimafia che, per esistere, fanno vivere la mafia anche dove non c’è». Sgarbi, in particolare, smentisce di aver definito “assassini” i magistrati: «L’ho solo detto a Fabio De Pasquale, che ha lasciato morire in carcere Gabriele Cagliari».

Per quanto riguarda la cittadinanza ad Agnese Borsellino, il sindaco Sgarbi ribadisce che «la vedova del magistrato è venuta a Salemi per sua espressa volontà» e che «ha avuto parole di apprezzamento sincere nei miei confronti, addirittura cogliendo in me una somiglianza con Paolo Borsellino; credo – ha aggiunto Sgarbi – che più di chiunque altro abbia conosciuto bene il marito». Il sindaco del paese in provincia di Trapani puntualizza inoltre che «tutto quanto affermato dalla signora Agnese e diffuso dall’ufficio stampa è registrato. Rita e Salvatore Borsellino, offendono non solo me, ma anche la cognata, perché la ritengono incapace di intendere e di volere. Si vergognino».

LA GIUNTA SI COSTITUISCE PARTE CIVILE – Sostegno al sindaco è arrivato dalla giunta comunale di Salemi, che ha deciso di costituirsi parte civile nell’eventuale processo nei confronti di Rita e Salvatore Borsellino. Intanto, l’Associazione nazionale familiari vittime di mafia, presieduta da Sonia Alfano, ha invitato «Agnese Borsellino a non prendere decisioni avventate e a riflettere sulla proposta di Sgarbi».

da Corriere.it

Provincia di Trapani, abbiamo fatto 100

Partiamo da qui,

l’anno scorso (2007) la provincia di Trapani occupava il 90esimo posto, con 403 punti, a pari merito con Cosenza, preceduta da Enna e seguita da Bari, ora (2008) occupa il 100esimo posto in solitario, con 393 punti, preceduta da Foggia e seguita da Agrigento, precipitando giù di altre 10 posizioni ed occupando quindi la quart’ultima posizione assoluta tra le province italiane.

Cosa sono questi numeri ?

Gli indicatori della qualità della vita secondo il Sole-24 Ore che nel numero di oggi lunedì 29 novembre pubblica il Dossier con la classifica delle province italiane.

Il dossier realizzato dal Sole-24 Ore, da oltre 15 anni, misura la vivibilità delle 103 province italiane attraverso una serie di dati statistici elaborati in 36 classifiche. Dal reddito all’occupazione, dalla natalità alla sanità, dai reati alle opportunità per il tempo libero.

Vediamo uno per uno i raggruppamenti finali.

Per Affari e Lavoro siamo passati dall’88esima posizione alla 98esima conquistando (si fa per dire) l’ultima posizione assoluta (103) relativamente alla voce “Iscrizioni/cancellazioni alla Camera di commercio per il periodo ottobre 2007, settembre 2008 e il 19esimo posto per imprese registrate ogni 100 abitanti.

Per Ordine Pubblico la Provincia di Trapani passa da  67esima a 55esima segnando un miglioramento di 12 posizioni, esprimendo il miglior dato (19esima) relativamente a minori denunciati ogni 1000 abitanti e il peggior dato relativamente a furti in casa denunciati ogni 100 mila abitanti con la 97esima posizione. Borseggi, furti d’auto e rapine nella media nazionale.

Per Popolazione passiamo dalla 100esima alla 96esima posizione. Mglior dato il 26esimo posto relativo al rapporto tra persone tra i 15-29 anni rispetto agli over 65, e peggior dato (100esimi) il rapporto tra nati 2007 ogni 1000 abitanti rispetto al 2003.

Per Servizi Ambiente e Salute la Provincia di Trapani continua  a perdere posizioni passando dalla 85esima del rapporto 2007, alla 93esima del rapporto 2008. Unico dato positivo quello che forse dipende meno dai suoi abitanti ed amministratori, la differenza in gradi tra mese più caldo e mese più freddo, che colloca la provincia di Trapani al nono posto in Italia.

Per Tempo Libero ci siamo giocati il 58° posto occupato in precedenza per un più omogeneo (con gli altri settori), 96esimo posto.

Per Tenore di Vita infine passiamo dall’81esima posizione alla 87esima.

E se tutto questo non vi ha depresso abbastanza, ricordate l’ultima posizione della provincia di Caltanissetta e il dato complessivo che vede nella classifica per regioni la Sicilia all’ultimo posto.

Sorseggiare lentamente

Come si fa a non riproporre un pezzo come questo, scritto a quattro mani per Il Foglio da Cataldo Intrieri e Christian Rocca, per capire, prima dell’insediamento di Barack Obama, cosa è successo veramente in America ?

Da sorseggiare lentamente assaporando una per una le voci che lo compongono, in particolare nell’ordine in cui sono citati: Martin Luther King, James Brown, Aretha Franklin, “A change is gonna come”, Sam Cooke, Bob Dylan, ecc. ecc.

L’anima soul di Obama

24 Dicembre 2008

La sera del 4 novembre, a Chicago, Barack Obama ha ringraziato i suoi elettori con uno dei suoi consueti e formidabili discorsi, pronunciati con la cadenza, il ritmo e la circolarità tipica di un sermone domenicale, come nella migliore tradizione oratoria del reverendo Martin Luther King, come in una canzone di James Brown. Una frase di quel discorso, in particolare, l’indomani è stata ripresa da tutti i giornali ed è comparsa sulle copertine dei settimanali: “It’s been a long time coming, but tonight, change has come to America”, c’è voluto molto tempo, ma stasera, in America è arrivato il cambiamento.
Un passo indietro. La straordinaria avventura di Obama è cominciata undici mesi prima, la notte del caucus dell’Iowa, con una vittoria clamorosa su Hillary Clinton e John Edwards al primo appuntamento della lunga corsa alla nomination presidenziale del Partito democratico. In quell’occasione, a Des Moines, Obama ha centrato il discorso della vittoria su un punto: “Our time for change has come”, è arrivato il nostro momento per il cambiamento. Ancora una volta lo stesso stile gospel, con l’interazione tra il predicatore e i suoi fedeli, con Obama in piedi su un palco-pulpito, circondato da ragazzi che sottolineavano con “yeah” di commozione le frasi più ispirate del discorso. Di nuovo la stessa frase sul “change” che sarebbe arrivato dopo un lungo e faticoso cammino. Il 20 gennaio è il giorno in cui Obama diventerà il quarantaquattresimo presidente degli Stati Uniti e, sul palco della cerimonia, a festeggiarlo ci sarà la cantante soul Aretha Franklin. Nel suo secondo disco, “I never loved a man the way I love you”, anno 1967, Aretha canta una canzone che si intitola “A change is gonna come”.
C’è qualcosa che unisce – da quella prima sera a Des Moines, fino al trionfo di Chicago del 4 novembre e al nuovo inizio del 20 gennaio – il primo presidente afroamericano al verso di una canzone di quarantaquattro anni fa che si intitola, appunto, “A change is gonna come”. Non è soltanto una canzonetta, Obama e il suo speechwriter Jon Favreau non hanno citato a caso quel verso e quella storia. L’autore della canzone è Sam Cooke, il gigante della musica soul e uno dei principali interpreti, con la sua canzone, della lotta per la desegregazione razzista degli anni Sessanta.
Scritta in risposta al quesito di Bob Dylan in “Blowin’ in the wind” – quanti anni devono trascorrere perché a un popolo sia concesso di essere libero? – e perché voleva scendere in un albergo della Louisiana riservato ai bianchi, “A change is gonna come” è diventata l’inno del movimento dei diritti civili e il manifesto poetico dell’inevitabilità del cambiamento. Il verso citato da Obama dice: “I was born by the river in a little tent, oh and just like a river I’ve been running ever since, it’s been a long time comin’, but I know a change gonna come, o yes it will” (sono nato in una piccola capanna sulla riva del fiume, oh e proprio come un fiume da allora non ho fatto altro che correre, ma ci vuole molto tempo per arrivare, ma so che il cambiamento arriverà, oh, sì che arriverà”).
La canzone di Sam Cooke è del 1963, pubblicata l’anno successivo, quando Obama aveva tre anni e sua madre (bianca) aveva appena sfidato le convenzioni dell’epoca, sposandosi e facendo un figlio con un studento nero e africano. “A change is gonna come” è una delle testimonianze più importanti di un’era e di un genere musicale strettamente legati alle lotte per i diritti civili della popolazione nera. Ci sono poche cose più americane del soul, grazie al suo impasto di sogni, politica, religione e dollari. Allo stesso modo ci sono poche cose più tipicamente made in Usa della storia di Obama.
La soul music è una particolare espressione della musica nera, un derivato del rhythm ‘n blues nato a Memphis, in Tennessee, e nel delta del Mississippi, un fenomeno musicale caratterizzato da un forte legame con la fede e la musica religiosa gospel, e arricchito dall’incontro con la tradizione rurale bianca, come l’hillbilly e il country, prodotti dell’altra grande città musicale del Tennessee, Nashville.
Quasi tutte le più grandi personalità del soul sono stati leader religiosi, in alcuni casi veri predicatori come Salomon Burke e Al Green. Uno come James Brown, invece, è stato una figura a metà tra il capo religioso e il leader politico. I primi esempi di soul risalgono agli anni Cinquanta, con le incisioni di Ray Charles per l’Atlantic di New York, ma il periodo più influente è quello che va dal 1959 al 1968 e che comincia con l’incisione di “What’d I say” di Ray Charles con cui vengono fissati i canoni della black music moderna. L’era del soul finisce politicamente con l’uccisione del reverendo Martin Luther King, il 4 aprile del 1968, a Memphis, otto mesi dopo la scomparsa di Otis Redding, uno degli interpreti più carismatici del genere.
Eppure, oggi, in questi anni di era pre-Obama si sta assistendo a una rinascita del soul, non solo con i fenomeni pop alla Amy Winehouse, Duffy, Adele e perfino con l’italiana Giusi Ferreri, ma anche con un vero e proprio revival soul di etichette e band e artisti capaci di ricreare quelle atmosfere musicali e di vita degli anni sessanta. Due anni fa il film “Dreamgirls”, ispirato alla storia di Diana Ross e delle Supremes, ha vinto due Oscar. Nel 2004 anche “Ray”, dedicato a Ray Charles, aveva vinto due statuette. Oggi nei cinema americani c’è “Cadillac records”, la storia di Etta James, Muddy Waters e dell’etichetta di Chicago Chess. Spike Lee sta preparando la grande biografia di James Brown.
Il soul non è stato soltanto la colonna sonora della stagione dei diritti civili, ma esso stesso uno strumento di integrazione sociale culturale del profondo sud. Nelle sale di incisione della Stax, King, Hi, Soulwax e negli studi di Muscle Shoals e Fame, lavoravano fianco a fianco artisti e produttori bianchi e neri (Isaac Hayes, David Porter, Chips Moman, Booker T. Jones, i Mar-Keys) per un pubblico multirazziale che comprava i loro dischi quando ancora in diversi stati ai neri non era consentito di entrare negli stessi luoghi aperti ai bianchi. Non solo, per la prima volta, grazie al successo commerciale del soul, si sono cominciati a vedere i primi esempi di integrazione economica afroamericana. Sono stati i soulman i primi neri in grado di creare onestamente ricchezza nello show business. James Brown ha definito il fenomeno come il primo esempio di “black capitalism”. Grazie al soul, per la prima volta, grandi artisti neri come Sam Cooke, Ray Charles e James Brown hanno potuto chiedere il pieno controllo sulla produzione e e non hanno più avuto bisogno di tutori.
L’integrazione tra bianchi e neri è alla base della musica moderna, a partire dalla nascita del jazz, all’inizio del secolo scorso. Il soul deve la sua nascita al Rythmn ‘n blues e a un gruppo di intraprendenti impresari bianchi, spesso ebrei come il Leonard Chess interpretato da Adrien Brody in “Cadillac records”. Chess e Jerry Wexler dell’Atlantic di New York hanno cominciato a diffondere la “race music” e a spianare la strada alle successive espressioni autoctone della cultura nera. Il R&B nasce con l’emigrazione degli anni Venti dei neri dal sud verso le città del nord, in coincidenza con il richiamo dei grandi conglomerati industriali come Chicago, Detroit, Kansas City, St Louis.
Il blues ritmico era la fusione tra il lamento malinconico delle campagne del sud e il ritmo cosmopolita delle orchestre da ballo delle città. Nel Dopoguerra, a Chicago, è diventato elettrico. Si sono formati i primi piccoli gruppi con il cantante che suonava la chitarra elettrica, accompagnato da piano, basso e batteria. B.B. King, Muddy Waters, Howlin Wolf, Willie Dixon, Buddy Guy, John Lee Hooker, Sonny Boy Wiliamson, Memphis Slim, Bo Diddley, senza saperlo, hanno inventato il rock, la sua base musicale, quella che avrebbe conquistato intere generazioni, riempito stadi e costruito icone moderne.
A Chicago l’etichetta principe è, appunto, la Chess degli omonimi fratelli Leonard e Phil, ebrei polacchi, avventurosi gestori del Macamba night club nel Southside di Chicago, lo stesso quartiere nero che è stato il punto di partenza della carriera politica di Barack Obama. I Chess hanno scoperto e lanciato Chuck Berry, il primo musicista capace di dare al rock un’estetica (la “duck walk”) e una poetica successivamente omaggiata da tutti, dai Beatles, agli U2, a Bruce Springsteen.
Ai tempi, però, quella era ancora “race music”, musica fatta dai neri per i neri, confinata in un circuito segregato di locali, negozi e radio. E loro, gli artisti del blues elettrico, erano l’immagine vivente del pregiudizio razziale dei bianchi, erano quasi tutti black man un po’ cialtroni e vagabondi, spesso ubriachi e pieni di donne. I produttori bianchi trovarono un modo per fare soldi da quella musica, ripulendola dalla sua negritudine, aggiungendo arrangiamenti meno ruvidi e naturalmente facendola interpretare a un cantante bianco.
Lo sdoganatore della musica nera è stato un giovane camionista di Tupelo che si chiamava Elvis Presley, un bianco, bello e biondo che cantava e si dimenava come un nero. Presley ha reso presentabile una musica che apparentemente non lo era. Ma un aiuto decisivo è arrivato dall’Europa, con una delle poche, involontarie e più colossali operazioni di risarcimento culturale dopo la liberazione dal nazifascismo. Nella seconda metà degli anni Sessanta, infatti, l’America ha assistito alla “British invasion”, una specie di D-day al contrario, con i musicisti inglesi guidati dai Beatles e dai Rolling Stones che hanno riportato negli Stati Uniti la musica nera del profondo sud, in America ignorata, mal giudicata o candeggiata con risciacqui pop e bianchi.
I Beatles sono arrivati in America nel 1964 e nel reportorio avevano brani Motown, di Chuck Berry, di Little Richard. Il contributo più grande è stato dei Rolling Stones, grazie a loro il blues e tutto il resto sono stati definitivamente accettati nel paese che li ha creati. Mick Jagger e Keith Richards sono diventati amici scambiandosi i dischi di Muddy Waters e hanno chiamato il loro gruppo Rolling Stones, ispirandosi al titolo di una sua canzone. Nel 1965, sono andati a Chicago negli studi Chess e hanno registrato canzoni di Sam Cooke, Otis Redding, Marvin Gaye e Solomon Burke, poi usciti nella versione americana del loro terzo disco, “Out of our heads”.
Dodici anni prima, nel 1953, la storia della black music e della cultura americana ha conosciuto il punto di svolta musicale: l’Atlantic Records di New York ha messo sotto contratto un cantante pianista nero, cieco per una grave forma di infezione agli occhi non curata. Ray Charles era l’emblema della condizione di vita dei black nel sud degli Stati Uniti negli anni Cinquanta. A sette anni ha perso la vista, perché la sua famiglia non aveva i mezzi per aiutarlo. Un decennio prima, la regina del blues Bessie Smith era morta dissanguata perché nessun ospedale aveva accettato di ricoverarla. Ray Charles, detto The Genius, ha riarrangiato la musica che cantava da bambino nella sua chiesa in Georgia, cambiando le parole, esasperando ritmo e sensualità.
Le versioni edulcorate bianche non potevano reggere il confronto e Ray Charles ha cominciato a scalare le classifiche pop, fino a vendere un milione di copie. Ma se Ray Charles ha aperto la strada dell’integrazione razziale, è stato il Sam Cooke di “A change is gonna come” a indicare la via d’uscita. Nato povero nel Mississippi, bello e naturalmente elegante, Cooke era un cantante raffinato che si rivolgeva con la stessa intensità al pubblico bianco e nero. Amava la bella vita, le macchine sportive, le donne. Era considerato un nero a metà, un nero fino a un certo punto, un venduto. Cooke era il nero che piaceva ai bianchi, dava ai bianchi un’immagine accettabile e meno aggressiva di quella di Ray Charles. Era ambiguo, Cooke. Alternava pezzi da crooner (“For sentimental reasons”, “Cupid”) a canzonette ottimistiche (“Wonderful Word”) e, soltanto di rado, a richiami alla condizione della sua gente (“Chain Gang”). Cooke si esibiva in modo levigato e accattivante al Copa, locale di lusso con un pubblico bianco a cui offriva gli standard della musica di successo del tempo. Solo saltuariamente si inoltrava fino alla 129esima strada di Manhattan per cantare nei piccoli club neri di Harlem.
Sam Cooke è stato anche un abile businessman, ha creato un’etichetta discografica, la Sar, ha lanciato artisti come Johnnie Taylor e Bobby Womack e ha stipulato con la Rca un contratto milionario, uno dei primi esempi di successo interrazziale negli anni in cui, in Alabama, a Rosa Parks non era consentito sedersi nei posti del bus riservati ai bianchi. Fu ucciso a trentatré anni in circostanze mai ben chiarite, l’11 dicembre 1964, dalla custode del motel di Los Angeles dove era andato con una ragazza. “A change is gonna come” è uscita dopo la sua morte.
L’editore Adam Bellow, figlio di Saul Bellow, in un’intervista al Foglio ha detto che i neri come Obama e sua moglie – gente di successo che ha frequentato le migliori scuole del paese – sono come quegli ebrei degli anni Sessanta che ce l’avevano fatta e che si sentivano in colpa per il loro successo. Nel caso degli Obama, questo può essere il motivo per cui hanno scelto di frequentare la chiesa nera e radicale di Jeremiah Wright: una forma di rispetto nei confronti dei genitori, un modo di assaporare una parte di quel mondo antico, familiare, eppure lontano. Se è così, lo strumento con cui Sam Cooke ha saldato il conto con il suo successo tra i bianchi è stata proprio “A change is gonna come”, la canzone-manifesto diventata la colonna sonora delle marce per diritti civili e, quarant’anni dopo, del trionfo di Obama.
Oltre a Ray Charles e Sam Cooke, il terzo elemento della trinità soul è stato James Brown. Nato in South Carolina, Brown ha avuto un’infanzia miserabile che si è trasformata in maniacale disciplina e totale dedizione al lavoro, quasi a voler esorcizzare la paura della fame e della povertà estrema. James Brown era “the hardest working man in the show business”, il cantante dallo stile messianico che aveva un rapporto speciale con il pubblico e riusciva a trasformare gli show in cerimonia politica, ascetica e religiosa, come ha sottolineato ironicamente la sua partecipazione al film “The Blues Brothers”.
Il 5 aprile del 1968, ventiquattr’ore dopo l’assassinio di Martin Luther King, è passato alla storia come il giorno in cui James Brown ha salvato Boston. Era previsto un suo concerto al Garden e c’era il rischio di una rivolta nera. La polizia era in allerta, Brown e il sindaco hanno deciso di trasmettere il concerto in diretta tv, per evitare l’afflusso di masse nere in centro. Il piano ha funzionato. E quando la folla è salita sul palco, James Brown ha detto: “Siamo neri, siamo neri, siamo tutti neri, credo di meritare un po’ di rispetto dalla mia gente”. Sei mesi dopo ha inciso “Say it loud, I’m black and proud”.
In quei mesi, mentre montava la protesta dei ghetti, l’uomo che aveva sdoganato la musica nera, Elvis Presley, era in crisi profonda. Elvis aveva bisogno di rilanciare la sua carriera e per farlo si è affidato ai maestri del soul, incidendo “From Elvis in Memphis”, un tributo a quella musica nera di cui dieci anni prima si era appropriato senza dire grazie. Questa volta, però, Elvis ha trovato il modo di ricambiare il favore: il singolo che nel 1969 è andato al primo posto in classifica, il suo primo numero uno dopo nove anni si intitola “In the Ghetto” e racconta la disperazione della vita dei neri (“And the snow flies, in a cold morning in Chicago, a little baby is born in the ghetto… and his mama cries”).
A molti quella di Elvis era sembrata una furbata commerciale e politicamente corretta, ma qualche anno prima sarebbe stato impensabile per un bianco cantare una canzone così nera. C’era voluto molto tempo, ma finalmente il cambiamento era arrivato. La vittoria di Obama non è giunta all’improvviso, non è stato un colpo di fortuna, è un successo conquistato quarant’anni fa, arrivato nella testa di una nazione, prima ancora che nelle urne, grazie alle sue musiche, ai suoi ritmi, alla sua anima.

di Cataldo Intrieri e Christian Rocca

E’ Natale, tempi duri per i “cattivi”

La Corte dei Conti per la regione siciliana, dice che se il Comune viene sciolto per infiltrazioni mafiose, gli amministratori decaduti e i funzionari devono risarcire il danno erariale provocato alla pubblica amministrazione e rifondere, di tasca propria, le spese sostenute dalla collettività dopo l’emissione dei provvedimenti di scioglimento. E così ha presentato all’incasso le fatture delle spese sostenute per la gestione da parte dei commissari prefettizi e le relative indennità percepite durante la carica, agli amministratori dei Comuni di Misilmeri e Villabate, in tutto, circa tre milioni di euro.

Il Comune di Misilmeri venne sciolto per infiltrazioni mafiose nel 2003, quello di Villabate l’anno successivo.

A Misilmeri sono 11 gli amministratori e funzionari citati in giudizio, l’ex sindaco Gaspare Spezio, 6 assessori, il segretario generale del comune e tre funzionari che si occupavano dei lavori pubblici.

Per Villabate dinanzi alla Corte dei conti dovranno invece comparire 18 tra ex amministratori e funzionari, compreso l’ex sindaco Lorenzo Carandino al quale viene chiesto di versare, da solo, un sesto del milione e 440mila euro di danno complessivamente accertato.

Perchè piacerà ad un amico che ogni tanto passa di qui

Stand by me da www.playingforchange.com

 

*** – “Stand by me è una canzone di Ben E. King, scritta da Ben E. King, Jerry Leiber e Mike Stoller. Il brano è basato su un gospel del 1955 dei The Staples Singers, riadattata a ritmi più moderni dagli autori. È stata pubblicata per la prima volta nel 1961. Ha raggiunto la top ten dei singoli più venduti negli Stati Uniti per due volte, nel 1961 e nel 1986, in occasione dell’uscita del film Stand by me – Ricordo di un’estate, e il primo posto nella classifica britannica.

Numerose cover del brano sono state pubblicate, la versione più nota è quella di John Lennon, giunta alla ventesima posizione dei singoli più venduti nel Regno Unito. In Italia, è stata portata al successo da Adriano Celentano con il titolo Pregherò.”

Estratto da “http://it.wikipedia.org/wiki/Stand_by_Me_(King)”