Monsignor Domenico Mogavero vs. Antonio D’Alì

Il Fatto Quotidiano“, è ritornato ad occuparsi ieri 28/11/2009 con un articolo di Sandra Amurri del senatore Antonio D’Alì, delle sue relazioni pericolose e del suo rapporto con la chiesa.
L’articolo ha per titolo “Il senatore D’Alì? Davanti a certi documenti resto sgomento” e per sottotitolo “Mons. Mogavero, Vescovo di Mazzara del Vallo: I nostri valori non coincidono con quelli dei boss“.
Nella circostanza, lo spunto per l’articolo infatti è un’intervista a Monsignor Domenico Mogavero, Vescovo di Mazara del Vallo, già sottosegretario della Cei, e presidente del consiglio Cei per gli Affari giuridici.

A proposito delle relazioni “pericolose” del senatore del Pdl D’Alì e del suo rapporto con la Chiesa Monsignor Mogavero dice:

“Lo conosco. Non ho letto l’articolo, lo farò attentamente, ma di fronte a documenti, a elementi probanti resto sgomento. Gli esprimerò il mio disappunto” E aggiunge: “Essere contro la mafia non significa che gli altri debbono essere contro la mafia. Nessuno può dire di non sapere chi sono certe persone. Un politico è un uomo pubblico che non può limitarsi ad affermazioni di solo valore teorico. Le sue parole chiedono l’avallo della concretezza nella coerenza. Non ci si sporca certamente nell’attraversare la strada con un mafioso ma condividere la strada con i mafiosi vuol dire essere compagni di viaggio per mantenersi a galla e questo non è ammissibile”. Se ricevessi un regalo, o un biglietto d’auguri da un mafioso ? “Lo rimanderei indietro e lo direi. L’ambiguità è una posizione di comodo per restare rintanato senza correre rischi. Ci vuole massimo rigore, la mafia sfrutta chi sta al potere, indirizza per avere accesso al potere.”
E al vescovo di Trapani consiglia di “parlare con il senatore D’Alì affinché chiarisca augurandosi che lo faccia “soprattutto perché il senatore D’Alì si sente un uomo di Chiesa visto che pur di ricevere per la seconda volta il sacramento del matrimonio, come racconta la sua ex moglie, ha chiesto l’annullamento. Il senatore frequenta i nostri ambienti, le nostre chiese. Ma bisogna vedere cosa si intende per essere un uomo di chiesa. La verità è una, non è bifronte. E’ la pratica dei valori che ci qualifica non la loro pronuncia
“.

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Michele Placido vs. Silvio Berlusconi per “La Piovra”

Roma, 28 nov. (Adnkronos) – “Berlusconi si dovrebbe autostrozzare perchè ‘Il Capo dei capi’ e’ un prodotto di Canale 5. Firmato: il Commissario Cattani”. E’ un Michele Placido ironico quello che con l’ADNKRONOS commenta le dichiarazioni del premier Silvio Berlusconi che, intervenendo ad Olbia ad un convegno organizzato dall’Enac ha affermato: “Se trovo chi ha girato nove serie della ‘Piovra’ e scritto libri sulla mafia facendoci fare brutta figura nel mondo, giuro che lo strozzo“.

“Ha ragione Berlusconi – ironizza lo storico protagonista delle prime quattro serie della ‘Piovra’ – la mafia non esiste, gli attentati a Falcone e Borsellino, a Firenze, Milano e Torino erano solo riprese cinematografiche dirette da Damiano Damiani, Florestano Vancini e Luigi Perelli (alcuni tra i registi della ‘Piovra’ ndr)”.

Alla vita televisiva, Corrado Cattani il commissario protagonista de “La Piovra” nacque l’11 marzo del 1984. L’audience fu subito elevatissima: otto milioni di spettatori la prima puntata quindici milioni alla sesta. Lo sceneggiato venne venduto in quasi tutto il mondo e ne furono ricavate ben nove serie.

La Piovra 1 del 1984, miniserie in sei episodi, ebbe la regia di Damiano Damiani e fu in gran parte un prodotto confezionato con ingredienti trapanesi DOC.

Aveva vissuto infatti a Trapani la sua giovinezza l’ottimo sceneggiatore Nicola Badalucco, nato a Milano nel 1929 e che al nord era ritornato nel 1954 dopo la laurea per dedicarsi al giornalismo. Sceneggiatore di films quali tra gli altri: Morte a Venezia, Bronte: cronaca di un massacro, L’Agnese va a morire, Un uomo in ginocchio, e ad un passo dall’Oscar nel 1969 avendo ottenuto la nomination “per la migliore sceneggiatura originale” per “La caduta degli dei” di Luchino Visconti.

Riconoscibilmente trapanese il contesto politico-sociale descritto nella prima serie.

Trapanese lo sfondo di quasi tutte le scene girate tra le strade e gli ambienti della città di Trapani.

Nella prima puntata, il Commissario Cattani (Michele Placido) e il suo vice Leo De Maria (Massimo Bonetti) si imbattono in un importante funerale, al quale sono presenti (quasi) tutti i principali personaggi della serie …

Update (1)

Contrariamente a quanto riportato da Wikipedia (capita), tutte o quasi le altre fonti attribuiscono a Nicola Badalucco non la sceneggiatura, ma il soggetto originale de “La Piovra 1”, per come riportato peraltro nei titoli di testa di questo video relativo all’inizio della prima puntata della prima serie, nel quale la sceneggiatura è attribuita a Ennio De Concini.

Per la biografia di Nicola Badalucco, la fonte più completa di informazioni è questa da integrare eventualmente con questa

Ron Mueck, scultore iperrealista

Ron Mueck è australiano, nasce infatti a Melbourne nel 1958 ma lavora in Gran Bretagna.
E’ considerato tra i più grandi artisti dell’iperrealismo nella scultura al pari dello scomparso Duane Hanson, e forse il più grande tra i viventi.

Artista della sovradimensione, per l’esaltazione dimensionale delle sue sculture, Ron Mueck  ha intrapreso la ricerca artistica solo nella maturità.

Nato in Australia da genitori tedeschi, ha viaggiato per gli Stati Uniti, e per circa venti anni non ha avuto nulla a che fare con l’arte intesa nel senso stretto del termine.

Il suo curriculum vitae è ricco di importanti esperienze in programmi per l’infanzia, effetti speciali per il cinema, pubblicità.

L’utilizzo del silicone e dei materiali acrilici che abitualmente usa, li aveva abilmente sperimentati per film come “The Storyteller” e “Labyrinth” di Jim Henson.

Tuttavia tra il 1996 e il 1997 Ron Mueck volle dare una svolta alla sua vita e decise di applicare le sue capacità ad altri ambiti.

Nel 1997 fece il suo ingresso nel mondo dell’arte nel modo più clamoroso: con la mostra “Sensations: Works of art from the Saatchi Collection” alla Royal Accademy di Londra, presentata più tardi anche alla Hamburger Bahnhof a Berlino.

Le sue opere sono presenti nelle più celebri gallerie del mondo tra cui la Tate di Londra.

Qui un video delle sue opere e tre video di Ron Mueck al lavoro.

Maria Antonietta Aula, gia in D’Alì vs. Sandra Amurri e tante voci dal sen fuggite

L’antefatto (troppo facile l’incipit) è questo, il fatto (arridaie) è questo, una intervista della ex moglie del senatore trapanese Antonio D’Alì alla giornalista Sandra Amurri, per “Il Fatto quotidiano” e diventato un articolo dal titolo “La politica nella terra di Cosa nostra, parla Maria Antonietta Aula, ex moglie di Antonio D’Alì“.

Le affermazioni della signora Aula (già D’Alì), così come riferite dalla Amurri non sono di poco conto e chiamano in causa frequentazioni del senatore D’Alì, seppure antiche, con boss di spicco quali: Francesco Messina Denaro, capomafia di Castelvetrano, trovato morto nel ‘98 durante la latitanza e padfre di quel Francesco Messina Denaro, ritenuto a capo della mafia siciliana, o ancora Franco Virga, figlio di Vincenzo Virga, capomafia di Trapani, arrestato dopo anni di latitanza.

La signora dopo avere approvato al telefono il contenuto dell’intervista, prima che il pezzo fosse pubblicato ha inviato alla giornalista una email chiedendo che il tutto non si pubblicasse.

La giornalista ha ritenuto suo dovere pubblicare comunque l’intervista.

Se la signora Aula oltre che fare delle affermazioni ha fornito anche un minimo di prove di quanto affermato, qui non si può che essere d’accordo con la giornalista.

Ma che c’è in questa intervista ?

Tanto, tanto, ma qui riporto solo una frase: “Certo, avrei potuto chiedere un accertamento patrimoniale per sapere dove fossero finiti i 7 miliardi incassati dalla vendita della Banca Sicula, di cui possedevo azioni, avrei potuto chiedere spiegazioni sui conti a Montecarlo e se ricordo bene in Lichtenstein, ma non l’ho fatto anche per rispetto di mio figlio. Ma da quel giorno è come se fossi diventata trasparente. Il vescovo, che conoscevo bene essendo presidente dell’Unitalsi, andava a cena con lui e con quella che allora era la sua amante”. E la città guardava. “Ora che, invece, è la moglie – racconta la signora Picci – ci va a Lourdes con il cardinale Ruini a bordo dell’aereo del Vaticano”.

Vi basta ?

Se ritornano le “lavanderie Magdalene”

Accade di tanto in tanto sull’onda dell’attualità di soffermarci sul ruolo e sulla idea che si ha della donna in paesi con culture da noi parecchio distanti (non solo in senso geografico), quali i paesi di religione e tradizione islamica ad esempio l’Iran, il Sudan, la Somalia o l’Afghanistan, paesi tutti che hanno seguito percorsi politici, culturali, religiosi diversi dai nostri e con i quali ci troviamo spesso a dissentire sui modi di vivere, i valori ed appunto sulle discriminazioni legate al sesso cui sono soggetti i loro abitanti.

Tuttavia è utile ricordare che nella nostra realtà occidentale culla del cristianesimo, ma anche delle guerre di religione, della riforma e della controriforma, dell’illuminismo, e degli assolutismi del secolo breve esistevano, esistono e una certa corrente di pensiero tende a restaurare e consolidare, per restare all’attualità dei nostri giorni, concezioni della donna e del suo ruolo, non dissimili da quelle di quei paesi, da quelle culture.

Qualche anno fa, era il 2002, il regista Peter Mullan, con “The Magdalene Sisters“, Palma dOro al Festival del cinema di Venezia dello stesso anno,
ha puntato i riflettori su una realta fino ad allora in qualche modo nascosta, scomoda, terribile, che fino a pochi anni prima (il 1996) ancora esisteva nella cattolicissima Irlanda.

Siamo alla fine degli anni sessanta ed in Irlanda le case “Magdalene”, dedicate a Maria Maddalena, sono piuttosto diffuse.
All’interno delle suore “tengono in riga” delle donne che hanno perso di vista la “luce di Dio”, per riportarle sulla retta via.

Queste giovani, e spesso non più tali, vengono tenute rinchiuse, segregate lontano da qualsiasi contatto umano, in una atmosfera simile ad un lager.

Le loro colpe sono state quelle di avere avuto una relazione prima del matrimonio, un bambino o semplicemnete essere state giudicate eccessivamente provocanti.

Come espiare tali colpe ?

Dieci ore di lavoro duro (in una lavanderia) per sette giorni alla settimana, senza alcuna retribuzione, con vitto scadente, con l’obbligo del silenzio, e con tanta preghiera!

Bernardette è un’orfana che, secondo la sua direttrice, ha il destino dell’ammaliatrice e per questo deve essere “raddrizzata”,  Rose ha avuto un bambino senza però avere un marito,  infine Margaret, che è stata violentata da un cugino,  sarà anche lei destinata alla “correzione”.

Le ragazze vengono spogliate di ogni identità, a cominciare dai nomi, e costrette ad una serie di soprusi fisici e psicologici in grado di piegare anche le volontà più forti.

Sotto la sadica e rapace guida della Sorella Bridget le ragazze percorreranno tutti gli abissi della disperazione e dello sconforto, incapaci di reagire in alcun modo, e plagiate dalla volontà delle suore.

Di contro l’opulenza della vita di queste dedite all’accumulo di denaro alle spalle delle loro “protette”.

Risulta chiaro che l’unico modo di uscire da questa prigione di una vita senza speranza può essere solo la morte o,  peggio ancora,  la presa dei voti che trasformerà le ragazze da vittime in carnefici.

Ben diretto e ben girato, senza gli artifici di effetti particolari il film colpiva lo spettatore lasciandolo attonito, un film ricchissimo di primi piani, che non solo mostrano l’orrore dei conventi-prigione, ma soprattutto cercano di farlo vivere.

Valga come esempio la splendida sequenza iniziale, nella quale, solamente attraverso i volti e gli sguardi dei personaggi, Mullan racconta la condanna di Margaret, svelando con precisione i rigidi rapporti di potere presenti all’ interno della sua famiglia.

Infatti Magdalene non solo denunciava chi ha aperto e sfruttato tali conventi, ma cercava di mostrare l’integralismo e la rigidezza della società irlandese che ne aveva permesso l’esistenza.

Non è solo il convento il luogo dove si decide il destino delle ragazze, ma la famiglia di ciascuna. Sono i padri, i tutori o i fratelli che hanno il potere di fare ciò che vogliono con le proprie figlie, hanno il potere di giudicarle e di condannarle a vivere come schiave.

Attuale non vi sembra ?

Questo il trailer del film

e questo il trailer del documentario “The forgotten Maggies” su quattro donne irlandesi accomunate dal destino dall’essere state in quei lager chiamati “Magdalene laundry”

 

Capacità di sintesi

Da ammirare la irraggiungibile (forse) capacità di sintesi dimostrata dal publicitario nell’ideazione di questa campagna a Dusseldorf in Germania, per un noto lassativo.

Una colonna che riporta alla base il logo del prodotto ed un fusto gigante che richiama l’immagine di un esaurito rotolo di carta igienica.

 

grazie a ADS of the World

Con il Festival della Cultura Ebraica e d’Israele a Salemi le opere di Amedeo Modigliani

Dal 26 al 28 novembre prossimi la Città di Salemi dedica tre intense giornate alla cultura ebraica e d’Israele. E lo fa con un ricco Festival all’interno del quale sono previsti proiezioni cinematografiche, mostre, conferenze, spettacoli teatrali e musicali, riti religiosi e degustazioni.
Il programma dettagliato del Festival è stato presentato  nel corso di una Conferenza Stampa presso la sede dell’Associazione della Stampa estera in Italia a Roma, alla quale hanno preso parte Vittorio Sgarbi, sindaco di Salemi e il Direttore Artistico del Festival, Nicolas Ballario.
Perché un Festival sulla cultura ebraica e d’Israele ?
Perchè Salemi ha un forte legame storico con gli ebrei. Nel 1492, prima dunque del decreto di espulsione degli Ebrei emanato dal cattolicissimo re di Spagna, a Salemi vi era una comunità numerosa insediatasi nel quartiere della Giudecca ancora oggi riconoscibile.
Perchè l’evento sarà l’occasione per riflettere sulla complessità e sulla ricchezza del mondo ebraico in una dimensione di dialogo culturale, artistico e religioso
Dopo il Festival del Cinema Visioni, Salemi tenta di porsi ancora al centro del dibattito religioso con il Festival della Cultura Ebraica e d’Israele, per testimoniare una storia e una tradizione di tolleranza e civiltà.
Particolarmente significativa sarà la presenza di alcune opere sconosciute e rare di Amedeo Modigliani di cui, con l’universale grandezza, si vogliono ricordare le origini ebraiche.
Il Festival, che è patrocinato dell’Università degli Studi di Palermo, indagherà in particolare cinque ambiti: politica, letteratura, cinema, teatro e arte.
L’inaugurazione giovedì 26 alle 21,00 al Centro Kim con l’anteprima di «Yossl Rakover si rivolge a Dio» monologo scritto da Kolitz Zvi e portato in scena da Vittorio Sgarbi.
Il Teatro sarà nuovamente protagonista con la rappresentazione di «Chisimb’Arca», scritto e diretto da Haim Baharier, che giunge a Salemi grazie alla collaborazione di Andrée Ruth Shammah, direttrice del teatro Parenti di Milano.
Ampio spazio sarà dedicato al dibattito e all’approfondimento politico e letterario, creando momenti di confronto con esponenti di spicco della cultura e della politica quali Paolo Terni, Fiamma Nirenstein e il dissidente iraniano Ahmad Rafat.
Dan Muggia, critico cinematografico italo-israeliano e direttore artistico del Pitiglioni Kolno’a Festival di Roma, con la partecipazione di importanti nomi del giornalismo cinematografico italiano, sarà il relatore di una lezione dedicata al cinema israeliano contemporaneo e presenterà alcune tra le produzioni più interessanti degli ultimi anni.
Il momento più emozionante nella giornata di chiusura del Festival, durante la quale prenderà vita un evento artistico unico sulla scena internazionale, sarà all’interno del Museo Civico di Salemi, Vittorio Sgarbi presenterà la mostra «Amedeo Modigliani. La linea del cuore. Disegni e Dipinti 1910-1917», nove opere sconosciute in mostra del maestro Modigliani, il più famoso degli artisti di religione ebraica, realizzate durante il lungo soggiorno francese dell’artista e provenienti da una collezione privata.
L’esposizione continuerà fino al 15 febbraio 2010. In concomitanza sarà inaugurata altresì la mostra di Osvaldo Licini «Angeli ribelli e altri» in cui verranno esposti venti disegni di proprietà della Galleria di Arte Contemporanea di Ascoli Piceno.
Le mostre, curate da Vittorio Sgarbi e coordinate da Giada Cantamessa, consentiranno un confronto fra le prove grafiche dei due pittori che strinsero amicizia a Parigi durante il primo conflitto mondiale e che furono accomunati da una reciproca sensibilità pittorica per la linea. Il tutto circondato da importanti oggetti sacri della tradizione ebraica concessi in uso dalla Fondazione Orestiadi di Gibellina.