Vincenzo Bucca un altro eroe castellammarese misconosciuto in patria

Mi sono soffermato già qui sul come e sul perchè della rimozione dell’eroe, del “non uguale” nella società conformista e di come tale sia la società castellammarese.
Francamente non so’ se anche nel caso di Vincenzo Bucca sia accaduta la medesima cosa o se la sua nascita a Castellammare del Golfo nel 1895 sia stata solo un accidente da cui si sia liberato ben presto per crescere e formarsi in luoghi lontani. Si noti che il nostro muore nell’agosto del 1914, quando non aveva ancora compiuto venti anni*, e che nel frattempo aveva avuto modo di fare politica e diventare Segretario Nazionale dei Giovani Repubblicani. 

Gli storici del luogo, con la consueta onestà intellettuale, son certo, non ci faranno mancare particolari ed aneddoti sulla infanzia, i giochi, le piccole incombenze quotidiane, per come accaduto già in passato nel caso di altri soggetti entrati loro malgrado nella storia di questa cittadina.

Dopo avere appreso quindi dell’esistenza di un altro eroe castellammarese diventa doveroso portare a conoscenza dei nostri amabili lettori della vicenda de “I sette di Babina Glava” (Montenegro) dal luogo in cui morirono non tutti, per fortuna dei sopravvissuti, il 20 agosto 1914, o della vicenda de “I primissimi” come li definisce un documentario di RAISTORIA, ovvero coloro che partirono volontari prima che l’Italia entrasse in guerra nella Prima Guerra Mondiale.

Erano costoro, Vincenzo Bucca (viene indicato in genere come di Palermo o siciliano ma sappiamo ora essere nato a Castellammare del Golfo), Cesare Colizza e il fratello maggiore Ugo (entrambi di Marino), Francesco Conforti (salernitano), Mario Corvisieri (romano di Castel Madama), Nicola Goretti (di Sutri) ed Arturo Reali (di Marino).

Erano repubblicani e garibaldini, persone che: “consideravano loro dovere combattere al fianco del più debole, la cui libertà è posta in pericolo”.
Vincenzo Bucca quando si imbarca in questa avventura era già il Segretario Nazionale dei Giovani Repubblicani, e frequentava spesso i Castelli romani ed in particolare Genzano e Marino, così quando l’Austria-Ungheria invade la Serbia in conseguenza dell’attentato all’arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo-Este (28 giugno 1914), i sette raccolgono l’appello di Ricciotti Garibaldi (figlio dell’Eroe dei due mondi) a mobilitarsi per la Serbia e partono per difendere la giovane nazione slava dall’aggressione del potente impero asburgico.

” Erano repubblicani? Erano anarchici?” – commentò un foglio repubblicano qualche tempo dopo – Non importa sapere: erano italiani e seguivano una tradizione che è gloria d’Italia: quella garibaldina. Con loro, tutti militanti del PRI, si trovava in effetti anche l’anarchico Cesare Colizza, di Marino Laziale, un veterano della camicia rossa (aveva preso parte come ufficiale alla seconda spedizione garibaldina in Grecia, nel 1912, combattendo a Drisko).

Il gruppo di garibaldini parte da Roma separatamente per incontrarsi il 31 luglio 1914 a Bari, imbarcarsi sul “Miksale” fingendosi “turisti americani” il 2 fecero scalo a Corfù; la mattina successiva Patrasso e il Pireo quindi, nel pomeriggio, Atene, qui si presentano alle autorità serbe, che forniscono loro un lasciapassare.
Pur sconsigliati da Ricciotti Garibaldi arrivano in Serbia il 10 agosto.
Qui si arruolano come soldati semplici nella bande di volontari dell’esercito serbo.
Schierati sul fronte montenegrino, affrontano gli austro-ungarici il 20 agosto 1914 sulle alture vicino Visegrád, al confine con la Bosnia, nell’ambito della battaglia del Monte Zer.
In particolare il gruppo italiano tenta un’avanzata approfittando di un momento di disorganizzazione dell’esercito asburgico, ma i sette restano isolati in mezzo alle linee nemiche; nello scontro per disimpegnarsi dall’accerchiamento muoiono Francesco Conforti, Vincenzo Bucca, Mario Corvisieri e Nicola Goretti, oltre a Cesare Colizza, che viene colpito mentre “eretto in tutta la persona grida: Viva l’Italia!”.
Ferito a morte, Cesare ordina al fratello Ugo e all’altro marinese, Arturo Reali, di lasciarlo lì e ritirarsi dietro le linee serbe.
Pare che le sue ultime parole prima di morire siano state: “Abbasso l’Austria”.

Il 14 settembre 1914, radicali, repubblicani, socialisti, anarchici, si riuniscono nella “Casa del Popolo” per commemorare i cinque di Babina Glava. I caduti vengono inumati sul posto e i loro nomi sono incisi in una lapide, all’ingresso del cimitero di Belgrado.
I sette di “Babina Glava” vengono insigniti di Medaglia d’Oro al V.M. di Serbia.
Il 9 settembre 1917 una missione militare serba viene in Italia per consegnare le medaglie ai parenti dei cinque caduti e ai due superstiti in una cerimonia solenne a Roma, in Piazza di Siena.

Nella piazza di Marino il 29 luglio 1922 fu posta questa epigrafe:

A – COLIZZA CESARE – BUCCA VINCENZO – CORVISIERI MARIO – CONFORTI FRANCESCO – GORETTI NICOLA – CHE PERPETUANDO IN TEMPI OSCURI – LA FULGIDA TRADIZIONE GARIBALDINA – RACCOGLIEVANO TRA I PRIMI LA SFIDA- LANCIATA DALLA TRACOTANZA ASBURGICA – ED IMMOLAVANO IN SERBIA LA GIOVINEZZA FIORENTE – IN DIFESA DEI POPOLI OPPRESSI – FECONDANDO COL SANGUE – LA RITORNANTE PRIMAVERA ITALICA – CHE SCIOLSE LE ALI DELLA VITTORIA – INCATENATE IN CAMPIDOGLIO – E LE VOLSE AL FATIDICO VOLO VENDICATORE SULLE VIE DI TRENTO E TRIESTE – IL POPOLO DI MARINO – QUESTO MARMO CONSACRA – CADUTI IL 20 AGOSTO 1914 – .

L’eredità morale, politica e civile dei sette tuttavia non mancherà di dar luogo a speculazioni negli anni successivi a quel 20 agosto 1914 in virtù anche del fatto, non secondario, che il sopravvissuto Ugo Colizza indosserà la camicia nera e sarà anche podestà di Marino dal 1923 al 1928.

A questo link un breve documentario di RAISTORIA “I Primissimi” Rai Storia – La Grande Guerra, 100 anni dopo.

La vicenda de “I sette di Babina Glava” è trattata ampiamente nel libro di Antonino Zarcone: “I Precursori – Volontariato democratico italiano nella guerra contro l’Austria: repubblicani, radicali, socialisti, riformisti, anarchici e massoni”.
Qui un resoconto della presentazione del libro presso l’ANPI di Roma.

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* – Mi dice Annalisa Ferrante essere nato il Vincenzo Bucca a Castellammare del Golfo il 20 ottobre 1895 da Francesco e Cleofe Giannelli. Quindi all’atto della morte non aveva compiuto i diciannove anni.

Questo il Comunicato Stampa del Comune di Castellammare del Golfo:

È di Castellammare ed è un eroe serbo: il sindaco accoglie lunedì una troupe televisiva serba, accompagnata dagli ufficiali dello Stato Maggiore dell’Esercito.

Il Ministero della Difesa ha autorizzato le riprese dei luoghi dove sono nati sette volontari italiani, morti in Serbia nel combattimento contro gli austriaci.

Un castellammarese eroe nazionale serbo perché morto nel combattimento contro gli austriaci. Ufficiali dello Stato Maggiore dell’Esercito accompagneranno la troupe televisiva della “Zastava film”, casa di produzione cinematografica del Ministero della Difesa serbo, che lunedì alle ore 10, arriverà a Castellammare del Golfo e sarà accolta dal sindaco Nicolò Coppola.

Il Ministero della Difesa, in accordo con il Governo della Serbia, ha autorizzato, infatti, le riprese dei luoghi dove sono nati e vissuti i sette volontari italiani che nel 1914 si sono recati in Serbia per combattere contro gli austriaci. Caduti in combattimento, i sette italiani sono considerati dai Serbi eroi nazionali.

Uno dei sette volontari italiani era di Castellammare del Golfo: Vincenzo Bucca, nato nel 1895.

L’ufficio storico dello Stato Maggiore dell’esercito ha chiesto al sindaco Nicolò Coppola di accompagnare la troupe televisiva serba nella visita del Comune di Castellammare.

«Proposta che ho accettato ben volentieri incaricando anche i nostri uffici di ricercare più dettagliate informazioni richiesteci sul nostro concittadino -afferma il sindaco Nicolò Coppola-. La troupe televisiva effettuerà le riprese dei luoghi legati alla memoria di Vincenzo Bucca, per ricostruirne la vita a Castellammare prima della partenza per il fronte serbo, possibilmente anche tramite testimonianze».

Portavoce del Sindaco: Annalisa Ferrante”

“Uno di questi ha una cava a Castellammare e dice di essere già a posto”

Non è che si stia parlando di stretta attualità (ma visto che si parla anche di CO.VE.CO forse si), ma era il primo febbraio del 2008 quando Alessandra Ziniti in un articolo su “La Repubblica“, relativo agli interessi dei Lo Piccolo citava un appunto rinvenuto dagli investigatori e relativo ai lavori del porto di Castellammare: “Lavoro porticciolo di Castellammare è di 24 milioni. Le imp sono Stf – Co.Ve.Co – Co.ge.m. Uno di questi ha una cava a Castellammare e dice di essere già a posto“.
I lo piccolo Salvatore e Sandro, padre e figlio erano finiti in manette nel novembre del 2007 sorpresi dalla polizia in una villetta a Giardinello, tra Cinisi e Terrasini, nel palermitano. Salvatore Lo Piccolo, latitante dal 1983, era ritenuto all’epoca al vertice di Cosa Nostra palermitana e non solo. Con loro tra gli altri fu catturato quel Gaspare Pulizzi che di li a poco sceglierà di collaborare con gli investigatori e di cui avete potuto leggere dichiarazioni relative ai lavori del porto di Castellammare qui.

Le mani di Lo Piccolo sugli hotel
Prusst, appalti comunali, finanziamenti regionali. La holding imprenditoriale che faceva capo a Salvatore Lo Piccolo lavorava in tempo reale e con meccanismi collaudati. E al boss non era certo sfuggito il business dei tanti alberghi progettati o in via di realizzazione in città e nell’ intera provincia. Nel suo archivio, al quale da quasi due mesi lavora alacremente il pool di magistrati (Domenico Gozzo, Gaetano Paci e Annamaria Picozzi), coordinato dal procuratore aggiunto Alfredo Morvillo, se ne trova più di una traccia. A uno dei suoi uomini soprannominato “Trottola”, Lo Piccolo, ad esempio, aveva affidato il compito di seguire l’ iter di realizzazione di un albergo il cui progetto è incluso in uno degli ultimi Prusst approvati. «Il signor Alagna per albergo vicino la statua della libertà», è l’ appunto annotato in un “pizzino” nel quale c’ è un riferimento anche ad un lavoro fuori provincia, l’ acquedotto di Gela. E basta controllare i progetti di nuovi alberghi approvati in città per trovare puntuale riscontro in un hotel a quattro stelle che la società “Nuovi Orizzonti II” deve realizzare in un’ area compresa tra Piazza Vittorio Veneto e via Croce Rossa, appunto “vicino la statua della libertà”, come scritto nel “pizzino”. Con il titolare di un vecchio albergo dell’ hinterland, invece, gli uomini del boss avevano qualcosa a che dire per via di una nuova iniziativa sfuggita al loro controllo. Ecco l’ appunto: «Ma in che rapporti ci siete con il proprietario dell’ hotel Porto Raisi? Perché sta facendo un fabbricato a Malaspina e fa discorsi da sbirro». Così, i picciotti del racket definiscono chi pensa di respingere le loro richieste. Ed ecco infatti subito dopo esplicitato il “problema” da risolvere. «Un certo Marchese sta facendo un fabbricato a Malaspina e quando i ragazzi gli hanno detto che si doveva mettere a posto voleva chiamare i carabinieri». A Sandro Lo Piccolo, invece, viene posto un altro problema su un altro albergo, questa volta a San Vito Lo Capo, di pertinenza di un costruttore palermitano. «Per figlioccio Sandro», è l’ intestazione dell’ appunto poi cancellato con delle croci come se fosse già stato “evaso”: «Chiedere al costruttore Amato di Corso Calatafimi il perché non gli ha voluto più affittare l’ albergo che ci ha a San Vito Lo Capo a quella persona di Resuttano. (ok) a due appartamenti soltanto». Dagli alberghi agli appalti pubblici. I Lo Piccolo erano estremamente aggiornati su tutti i bandi emessi dalle pubbliche amministrazioni, sulle cifre degli appalti e ovviamente sulle ditte aggiudicatarie. Sul progetto di riqualificazione del parco della Favorita, ad esempio, avevano già messo gli occhi come si evince da questo appunto: «Mi. cos. srl + G.C. Costruzioni Società Generali costruzioni S.a.s devono fare nel Parco della Favorita 2,4 milioni di euro per illuminazione, acquedotto, fognatura più la sistemazione dell’ immobile della protezione civile». E sotto, un appunto su ditte e forniture: «Interessa NN. Belm. Mezz. 1 escavatore + 2 camion, attendo risposta». Nel calepino degli esattori ci sono molti altri appalti: «Lavoro porticciolo di Castellammare è di 24 milioni. Le imp sono Stf – Co.Ve.Co – Co.ge.m. Uno di questi ha una cava a Castellammare e dice di essere già a posto».
ALESSANDRA ZINITI”

Castellammare del Golfo: quei “ribelli” rimossi

Mi ha sempre incuriosito la storia, fosse essa la grande o la micro storia, in particolare mi appassiona quest’ultima, quella fatta da personaggi secondari, più o meno misconosciuti ai posteri, e che tuttavia, sono stati testimoni del tempo e in qualche modo nel loro piccolo hanno contribuito a segnare e rivelare le differenze. Anche solo per questo quindi tali personalità son degne di essere ricordate a coloro che, in ogni epoca, son lì a sostenere (a giustificazione del loro conservatorismo, mediocrità e volontà di quieto vivere) che “tanto sono tutti uguali”, che tanto “niente cambia”.

E no, non è vero ! In ogni epoca ci sono stati e ci stanno quelli che non sono affatto uguali agli altri sul piano del conformismo, dell’accettazione delle convenzioni, siano esse sociali, politiche, religiose o morali.

Ci sono sempre stati quelli che non si sono limitati a mormorare il loro dissenso, ma son stati capaci di gridare, di lottare, di ribellarsi, da soli o assieme ad altri.
Sono costoro quelli del “Pantheon dei dimenticati”, quelli che non andavano bene al “potere” (inteso come insieme delle istituzioni, economia e cultura corrente) nel tempo in cui sono vissuti, ma che anche dopo, al nuovo “potere”, che ha sostituito il precedente,  appaiono ostili, perchè anche solo la memoria delle vite di quegli uomini, ne mette in discussione la legittimità morale.

Scatta così la rimozione, la “damnatio memoriae” del non allineato, del diverso, del ribelle, dell’eversivo.

Ma chi ha operato nella storia lascia comunque traccia di se e del suo fare ed allora può accadere, accade, che siano gli archivi, i documenti, i libri, a rendere giustizia ai “ribelli”.

Nella ricerca di fatti, personaggi e notizie sul periodo meno conosciuto della storia castellammarese, quello che va dai primi del 900′ alla fine del fascismo, la mia attenzione si era concentrata sugli antifascisti, su chi, quanti, e quale ruolo avessero avuto, e in che misura fossero stati riconosciuti pericolosi dal fascismo e pertanto perseguitati come ed in che misura.

La tradizione orale mi aveva permesso di apprendere dell’esistenza di noti antifascisti quali Tano Pirrello e Castrenze Navarra e degli aneddoti legati alle loro insofferenze al fascismo e delle persecuzioni in loro danno.

Fonti letterarie e documentali, in precedenza, mi hanno consentito di venire a conoscenza di Don Giuseppe Ancona e di un giovane Bernardo Mattarella segretario del Partito Popolare all’atto del suo scioglimento da parte del fascismo, impegnato poi nelle organizzazioni cattoliche, sotto l’ala protettrice della Curia palermitana durante il fascismo e componente del CLN a Palermo nel periodo della liberazione.

Altri erano solo dei nomi con assai vaghe ed in alcuni casi contradditorie indicazioni sulle loro azioni e sul loro riconoscimento dello status di “avversari” da parte del regime.

Poichè le vie della verità sono infinite è stata per prima una pubblicazione, sul fascismo trapanese, (GINO SOLITRO – IL FASCISMO TRAPANESE E LA RESITENZA ALL’INVASIONE AMERICANA – Edito dal Centro Studi “Giulio Pastore”) a permettermi di venire a conoscenza di:

Gaspare PINCO (Castellammare del Golfo), di anni 29, muratore, antifascista, confinato per un anno e mesi dieci a Ventotene “per aver svolto attività antinazionale a Tunisi”. Filippo PIAZZA (Castellammare del Golfo), di anni 29, coniugato,autista, antifascista, arrestato il 16 marzo 1941, “per aver pronunciato parole offensive nei riguardi del Duce in locale pubblico alla presenza di militari”, non venne inviato al confino perché precettato dal 12° Reggimento del Genio.

ed ancora:

Francesco SAMMARTANO (di Castellammare del Golfo), anni 71, fabbro, anarchico, arrestato nell’aprile 1941 “per aver pronunciato frasi offensive nei
riguardi del viceré d’Etiopia, del Duce e del Fuhrer commentando sfavorevolmente la condotta delle operazioni militari in AOI”. Per l’età avanzata gli fu risparmiato il confino ed ebbe l’ammonimento.

Antifascisti vengono condotti al confino.Il documento fa una sintesi ed una classificazione delle condanne inflitte dalla CP (Commissione Provinciale). Il confino, ad infliggerlo era la C.P. presieduta dal prefetto e composta dal procuratore del Re, dal comandante del gruppo dei Carabinieri. dal questore, dal console della Milizia, da un commissario di PS che fungeva da segretario. La CP esaminava le proposte avanzate, non come comunemente si crede dall’OVRA che, si dice, non avesse agenti a Trapani, ma dall’UPI (ufficio politico investigativo) incorporato nella 174a legione della MVSN:

In tutto il ventennio fascista, la CP di Trapani, emise ordinanze di confino per sessantaquattro cittadini:
21 residenti nel capoluogo; 9 a Mazara del Vallo; 5 a Marsala; 5 a Pantelleria; 5 a Paceco; 5 a Castellammare del Golfo; 5 a Salemi; 2 a Vita; 1 a Partanna; 1 a Salaparuta; 1 a Castelvetrano; 1 a Calatafimi, 1 ad Alcamo.
I confinati politicamente non incasellati, chiamati APOLITICI, erano 15, di cui 10 a Trapani: Michele Aleci, Pietro Bruno, Rosario Burzilleri, Vito Caito, Paolo Carrara, Giuseppa Giacalone, Giuseppe Grimaldi, Francesco Salvatore, La Porta, Salvatore Mocata; 1 a Marsala: Francesco Parrinello; 2 a Pantelleria:
Amedeo Stuppa, Mario Valenza; 1 a Salemi: Luigi Ferro; 1 a Salaparuta.
17 gli ANTIFASCISTI, per cosi dire generici, di cui 5 a Trapani: Paolo Bonomo, Antonino Cavallaro, Filippo Cizio, Gino De Nobili, Salvatore Rizzo; 3 a Mazara del Vallo: Salvatore di Franco, Vincenzo Giametta, Salvatore Reitano; 3 a Pantelleria: Maria Bonomo, Salvatore Catalano, Gregorio Franco; 3 a
Castellammare del Golfo: Giacoma Fiorello, Filippo Piazza, Gaspare Pinco; 1 a Vita: Melchiorre Buffa; 1 a Calatafimi: Stefano Vivona.
13 COMUNISTI, di cui 2 a Trapani: Antonio Graffeo, studente universitario, Romano Malusà, marittimo, nato a Rovigno d’Istria, residente a Trapani; 6 a Mazara del Vallo: Matteo Asaro, Antonino Catalano, Antonio Di Gaetano, Vincenzo Vito Marzo, Nicolò Modesto, Francesco Russo; 2 a Narsala: Salvatore
Bilardello, Francesco Pipitone; 3 a Salemi: Giuseppe Costa, Stefano la Grassa, Salvatore Lampasona.
9 FASCISTI di cui, 3 a Trapani: G.Battista Mulè, Giuseppe Palermo, Antonio Domenico Vento; 2 a Marsala: Domenico Bonfanti, Vito Giacalone; 2 a Paceco: Giovanni Blunda e Francesco Cavarretta; 1 a Vita: Salvatore Buffa; 1 ad Alcamo; Andrea Pipitone.
4 SOCIALISTI, di cui 1 a Trapani: Annibale Francolini ( personaggio popolare, irreprensibile conduttore dei tram. In piena epoca fascista, da fierissimo socialista festeggiava il primo maggio mostrando un garofano rosso all’occhiello della giacca. Pur avendo patito il confino, non esitò un istante ad accettare
la nomina di segretario del sindacato provinciale fascista ferrotranvieri propostagli da Gionfrida); 3 a Paceco: Giuseppe Basiricò, Salvatore Basiricò e Pietro Grammatico (ammonito nel 1926 ,radiato dall’elenco dei sovversivi nel 1934 ,nel 1953 fu eletto senatore della Repubblica nella lista del PSI)
2 ANARCHICI, di cui 1 a Salemi: Gaetano Marino e 1 a Castelvetrano: Francesco Sammartano.“.

Questo brano del documento che indica in cinque le ordinanze di confino relative a Castellammare del Golfo, nel seguito indica solo tre Castellammaresi tra gli antifascisti generici: Giacoma Fiorello, Filippo Piazza e il già citato Gaspare Pinco, smentendo di fatto, che il Sammartano Francesco, anarchico sia di Castellammare del Golfo, indicandolo qui come abitante a Castelvetrano.

Ed in effetti quest’ultima sembra essere proprio la verità sul Sammartano sancita anche da un lavoro di ricerca del 1989 di Salvatore Carbone e Laura Grimaldi su “Il popolo al confino – La persecuzione fascista in Sicilia”, pubblicazione dell’Archivio Centrale dello Stato, lavoro che, che come detto da Sandro Pertini nella prefazione:Se di consenso, si è parlato a proposito del fascismo, questo lavoro testimonia in maniera inequivocabile il dissenso, degli umili.“.

Verbale

L’ autorevole pubblicazione contiene brevi biografie dei perseguitati e diverse classificazioni utili per le comparazioni storiche. L’indice per luogo di nascita da sei nomi per:

Castellammare del Golfo (TP)

antifascisti
Ancona Giuseppe, sacerdote;
Fiorello Giacoma, casalinga;
Piazza Filippo, autista;
Pinco Gaspare, muratore;

comunista
Arena Antonio Andrea, muratore;

socialista
Galante Gaspare, fotografo;

L’indice per residenza da anche esso sei nome ma in parte diversi dai precedenti:

Castellammare del Golfo (TP)

antifascisti
Fiorello Giacoma, casalinga;
Piazza Filippo, autista;
Pinco Gaspare, muratore;

repubblicani
De Simone Antonio, impiegato;
Saccomanno Calogero (I), elettricista;

socialista
Galante Gaspare, fotografo;

Queste le brevi biografie di ciascuno così come sono stati ricavati dai fascicoli personali.

ANCONA don Giuseppe *

di Stefano e di Tartamella Gaetana, n.a Castellammare del Golfo (TP) 1’8 gennaio 1875, res. a Balestrate (PA), parroco, antifascista.

Arrestato dalla PS di Castellammare del Golfo 11 novembre 1938 per aver dato prova di incomprensione politica e per offese alla memoria di un legionario in Spagna.

Assegnato al confino per anni uno dalla CP di Palermo con ord. del 12 novembre 1938. Sede di confino: Gimigliano. Liberato il 24 dicembre 1938 condizionalmente in occasione delle feste natalizie. Periodo trascorso in carcere e al confino: mesi uno, giorni 24.

Avendo presentato la nota di rimborso spese per una messa affidata il 15 maggio 1938 in suffragio del trigesimo della morte di Faro Ruffino, legionario caduto in Spagna, alle osservazioni del segretario politico del PNF di Balestrate che la messa era stata celebrata in onore di un caduto per la causa fascista, il parroco replicò che «il decesso non era un fatto di causa italiana, ma un infortunio, come potrebbe accadere ad ognuno che va in cerca di lavoro in imprese difficili e di libera scelta».

(b. 25, cc. 25, 1938).

ARENA Antonio Andrea*

di Giuseppe e di Scudera Giuseppa, n. a Castellammare del Golfo (TP) li 9 agosto 1913, res. a Costantina, Marsiglia, celibe, muratore, comunista.

Arrestato il 22 giugno 1936 per attività comunista e propaganda antifascista svolta all’estero. Assegnato al confino per anni cinque dalla CP di Trapani con ord. del 9 luglio 1936. La C di A con ord. del 12 novembre 1936 respinse il ricorso. Sedi di confino: Ventotene, Lampedusa, Tremiti, Ponza, Pisticci.
Liberato dall’internamento il 19 agosto 1943. Periodo trascorso in carcere, al confino e in internamento: anni sette, mesi uno, giorni 29.

Fu iscritto fin da ragazzo al circolo giovanile cattolico di Castellammare del Golfo.
Nel febbraio 1931 emigrò con regolare passaporto in Marocco e svolse colà ed in Algeria, dove si era trasferito, propaganda sovversiva.
Nel dicembre 1935 venne arrestato insieme ad altri dalla polizia di Costantina perché trovato in possesso di armi, documenti falsificati e materiale di propaganda comunista, che aveva ricevuto dalla Concentrazione antifascista di Parigi a mezzo di intermediari residenti ad Algeri e Orano.
Condannato ad un mese di prigione, durante la detenzione fu sussidiato dal soccorso rosso internazionale.
Espulso dall’Algeria si recò a Marsiglia, donde fu rimpatriato nel febbraio 1936 perché sprovvisto di lavoro; a marzo fu fermato alla frontiera italiana di Ventimiglia e tradotto a Palermo quale renitente alla leva.
Essendo stato, però, da quella capitaneria di porto rinviato a nuova chiamata alle armi, fu proposto per il confino in data 4 luglio 1936.
Dal 6 settembre 1936 al 19 aprile 1937 prestò servizio militare.
Da Ventotene fu trasferito a Lampedusa per aver tentato di sobillare i suoi compagni a richiedere un aumento di sussidio giornaliero in seguito al rincaro dei viveri; inoltre in considerazione della sua persistente cattiva condotta fu proposto per il trattamento economico e discplinare riservato ai confinati comuni, invece di mantenere quello stabilito per i politici.
Durante il confino fu arrestato varie volte per contravvenzione agli obblighi e per rifiuto del saluto romano.
Il 21 giugno 1941,a fine periodo,venne internato nel campo di concentramento di S. Domino di Tremiti perché ritenuto elemento politica­mente pericoloso in tempo di guerra.
Dopo la liberazione per motivi di lavoro ritornò a Pisticci, dove venne diffidato il 24 agosto 1945 perché ritenuto elemento pericoloso per l’ordine pubblico.
Elenco di altri confinati oriconfinati originari della Tunisia proposti per il trasferi­mento da Lampedusa.
Elenco di confinati comunisti, anarchici e appartenenti al gruppo «Giu­stizia e Libertà».

(b. 36, cc. 200, 1936-1941, 1946, 1958).

DE SIMONE Antonio *

di Antonino e di Salvo Sofia, n. a Palermo il 29 maggio 1905, res. ad Alcamo-Castel­lammare del Golfo (TP), celibe, istruzione superiore, impiegato privato, repubblicano.
Arrestato il 1° febbraio 1931 per propaganda ed attività antinazionale a mezzo di riunioni e conferenze che teneva ad accoliti e simpatizzanti.
Assegnato al confino per anni cinque dalla C P di Trapani con ord. del 21 marzo 1931. Sedi di confino : Ponza, Ventotene, Ponza. Liberato · il 1° ottobre 1936 per fine periodo. Periodo trascorso in carcere e al confino: anni cinque, mesi otto, giorni 1.

Allontanatosi da Palermo, si domiciliò ad Alcamo, dove· nel 1926 fu assunto come scrivano presso la locale Società elettrica. Ad Alcamo e Calatafimi fu notato in compagnia di elementi sovversivi del luogo e fondò pure una sezione del partito repubblicano dipendente da Palermo.

Nel 1927 passò a prestare servizio alle dipendenze della Società elettro­tecnica palermitana, nella sede di Castellammare del Golfo.
Assiduo lavoratore, non ricoprì cariche amministrative e politiche. A Castellammare svolse attività antinazionale e antifascista mediante riunioni e conferenze che teneva a casa sua, dove convenivano accoliti e simpatizzanti.
In seguito ad una perquisizione effettuata nella sua abitazione nella notte del 31 gennaio 1931, fu trovato in compagnia dell’impiegato Francesco Buffa di Alcamo, di Calogero Saccomanno, Edoardo Tancredi di anni 18 e Ugo Tellini di anni 17, tutti e tre di Palermo e dipendenti della Società elettrica. Nel corso della perquisizione furono rinvenute 58 copie dattiloscritte di una circolare sovversiva di propaganda antifascista e antimonarchica e la macchina da scrivere che era stata imprestata al De Simone da Damiano Tesoriere per la copiatura della circolare ; una copia del giornale « La Libertà »
del 1° gennaio 1931, edito a Parigi, organo della Concentrazione antifasci­sta; corrispondenza varia; un catalogo generale del 1928 ; cartoline con foto­grafie di Garibaldi, Verdi; Bianzon ; cartoline postali del prof. Vito Vasile e di Domenico Mancuso ; un biglietto da visita di Giulio Giambartolomeo ; un quadro con la fotografia di Mazzini ; ritratti fotografici del defunto Giacomo De Simone, di Giuseppina Romano, di Gaetano Fundarò; due agende, una del 1927 e l’altra del 1930; otto caricatori completi per carabina austriaca e nascosto nel solaio un moschetto Steyr e due cartucce per fucile dietro­ carica.
Furono inoltre rinvenuti i volumi : Lo Stato democratico dopo la guerra, L’ombra di Andighiero di Saverio Minucci, Sulla origine della Specie, I dolori del giovane Werther, Il dottor Antonio, Pegaso, Stradivario, Camicia rossa, Aurora Boreale, Il pensiero religioso di lviazzini, Tommaso Moro Gran Cancelliere d’In­ghilterra.
Tra le fotografie fu identificata quella riproducente Saverio Minucci, di anni 44, già candidato politico del partito repubblicano, che nel 1925 aveva costituito a Campobello di Mazara il Circolo giovanile di cultura maz­ziniana.
Dopo il fermo delle cinque persone, il De Simone si addossò tutte le responsabilità. Però a seguito di accertamenti risultò che il Saccomanno era
stato sorpreso, nel maggio 1923, a Palermo mentre distribuiva manifestini sovversivi e che insieme al De Simone avevano iniziato uria campagna di pro­paganda tra la classe operaia mediante distribuzione delle copie della circolare che spedivano anche all’estero a fuoriusciti con i quali mantenevano re­lazioni: due copie della circolare erano state inviate a Francesco Proia, resi­dente a Tunisi, che in cambio aveva spedito il numero del giornale « La Li­bertà » sequestrato.
Accertate le responsabilità, De Simone e Saccomanno fu rono denunziati al Tribunale speciale, mentre gli altri tre furono rilasciati. L’11 ottobre 1932 il De Simone fu arrestato e denunziato all’autorità giudiziaria per contravven­zione agli obblighi, venendo assolto con sentenza del 17 dicembre successivo
per insufficienza di prove. Fu perciò tradotto nuovamente al confino di Ventotene.
Arrestato e denunziato una seconda volta il 25 gennaio 1934 per minacce e oltraggio, fu di nuovo assolto con sentenza dell’8 marzo dal pretore di Ponza
perché il fatto non costituiva reato.
Il 24 febbraio 1935 fu denunziato in stato di arresto alla procura di Napoli per avere partecipato ad una protesta collettiva a Ponza, rendendosi responsabile di contravvenzione agli obblighi. Il tribunale di Napoli con sentenza del 7 maggio lo condannò a otto mesi di arresto, pena confermata in appello con sentenza del 20 luglio.
Il 26 ottobre, espiata la pena nelle carceri giudiziarie di Napoli, fu ritradotto a Ponza.
Gli fu concesso di mantenere corrispondenza con il fratello Giovanni, antifascista, residente a Tunisi; gli fu invece rifiutata la corrispondenza con l’antifascista ex confinato Stefano Vivona di Calatafimi.
Il 1° ottobre 1936 lasciò la colonia di Ponza, avendo ultimato il giorno prima di scontare il periodo di confino.
Ad Alcamo continuò a risiedere in piazza Vespri 4, continuamente vigi­lato, ma non diede più luogo a rilievi d’indole politica, anche se conservò tenacemente e pubblicamente le sue idee, senza segno alcuno di ravvedimento.
Per quanto disponibile ad adattarsi a qualsiasi tipo di lavoro pesante, bracciantile o di manovalanza, non gli riuscì di fa re una sola giornata di lavoro,
restando completamente emarginato. Così scrive a Umberto Pagani di Parma, suo compagno di confino a Ponza ; infine trovò lavoro vendendo vino con un
suo parente, mentre la sua vita trascorreva ” inoperosa “.

(b. 348, cc. 135, 1931-1936; CPC, b. 1008, fa se. 89792, cc. 70, 1931-1942) .

FIORELLO Giacoma *

fu Vito e fu Palazzolo Maria; n. a Castellammare del Golfo (TP) il 7 gennaio 1888,
res. a Castellammare del Golfo, vedova con due figli, casalinga, antifascista.
Arrestata i1 14 novembre 1934 per avere sobillato più volte la popolazione contro l’applicazione delle imposte comunali.
Assegnata al confino per anni uno dalla CP di Trapani con ord. del 7 dicembre 1934.
Sede di confino : Ardore. Liberata il 15 novembre 1935 per fine periodo.
Periodo trascorso in carcere e al confino: anni uno, giorni 2.
Nel l921 allorchè l’amministrazione comunale era diretta dai socialisti, la Fiorello si dimostrò convinta fiancheggiatrice dell’amministrazione partec1pando a comizi e dimostrazioni

(b.416,cc.43,1934-1935).

GALANTE Gaspare *

fu Domenico o Damiano e di Gioia Antonina, n. a Castellammare del Golfo (TP)
i1 13 luglio 1888, res. a Castellammare del Golfo, celibe, frequenza classi elementari,
fotografo, ex combattente, socialista.

Ammonito dalla CP di Trapani con ord. del 1° aprile 1927 perché il 10 gennaio aveva tentato di espatriare clandestinamente.

L’ammonizione fu sospesa con ord. della CP di Trapani in data 18 gennaio 1928.
Nei documenti del fascicolo del CPC il nome del padre appare al­l’inizio come Damiano e poi Domenico sino al 1942.
(b. 444, cc. 3, 1927; CPC, b. 2228, fa se. 3121, cc. 45, 1927-1942).

PIAZZA Filippo *

di Salvatore e di Ciaravino Teresa, n. a Castellammare del Golfo (TP) 1’8 aprile
1912, res. a Castellammare del Golfo, coniugato, autista, antifascista.

Arrestato i1 16 marzo 1941 per aver pronunciato parole offensive nei riguardi
del duce in un esercizio pubblico alla presenza di militari .

La sua assegnazione al confino fu disposta con telegramma ministeriale
del 2 aprile 1941 diretto al prefetto di Trapani. Questi il 15 giugno successivo
informava il ministero dell’Interno che il detenuto confinando Filippo Piazza,
già in licenza straordinaria illimitata, era stato precettato dal comando del
12o reggimento del Genio per cui il provvedimento era stato sospeso e il
Piazza rimesso il libertà e avviato al reparto. Il ministero ordinò allora la
sospensione del provvedimento.

(b . 790, cc. 4, 1941 ; CPC, b. 3934, fa se. 77006, cc. 5, 1941).

PINCO Gaspare *

di Carlo e di Colombo Teresa, n. a Castellammare del Golfo (TP) 1’11 settembre
1910, res. a Castellammare del Golfo, celibe, muratore, antifascista.

Arrestato il 24 dicembre 1939 per avere svolto attività antifascista e antinazionale a Tunisi.
Assegnato al confino per anni cinque dalla CP di Trapani con ord. del 15 marzo 1940.
La C di A con ord. del 2 novembre 1941 commutò in ammonizione.
Sede di confino: Ventotene. Liberato il 3 novembre 1941 per commutazione in ammonizione.
Periodo trascorso in carcere e al confino: anni uno, mesi dieci, giorni 11.

Nel 1932, trasferitosi a Tunisi per motivi di lavoro, iniziò un’attivissima propaganda antinazionale.
Nel 1935 si trasferl a Costantina dove entrò nelle file della nota organizzazione antifascista «Unione popolare italiana », occupandosi in particolare del pagamento dei sussidi alle famiglie dei volontari arruolati nelle milizie rosse spagnole.
Arrestato per traffico d’armi e di documenti falsi, nella perquisizione operata in tale circostanza dalla polizia furono rinvenuti numerosi opuscoli di propaganda antifascista e comunista e copioso materiale di propaganda contro la guerra itala-etiopica.
Condannato ad un mese di prigionia e colpito da decreto di espulsione, dopo essere stato dimesso dal carcere vagò per vari villaggi periferici nei dintorni di Tunisi, evitando le città per timore di essere arrestato per contravvenzione al decreto di espulsione.
Nel 1937 si trasferì a Marsiglia dove si dedicò all’arruolamento di volon­tari per la Spagna rossa e fece anche parte di un comitato regionale dell’ « Unio­ne popolare italiana ».
Colpito da decreto di espulsione dalle autorità francesi, contravvenne all’ordinanza e pertanto, arrestato nell’agosto del 1939, fu condannato a
otto mesi di prigione.
Dimesso dal carcere, si recò nuovamente in Tunisia, ma il 23 dicembre 1939 venrie rimpatriato con foglio di via obbligatorio dal consolato italiano.
Arrestato a Trapani il 24 dicembre dalle autorità italiane, fu deferito alla competente CP per avere svolto attività sovversiva all’estero.
Durante il periodo del confino nel luglio del 1940 fu ricoverato all’ospedale «Pace » di Napoli perché affetto da tubercolosi e 15 giorni dopo alla « Salus »; ricoverato ancora nell’agosto nel sanatorio « Serraino Vulpitta » di Trapani, il 3 novembre fu dimesso e gli fu commutato in ammonizione il residuale periodo di confino.
Il 30 ottobre gli fu condonata l’ammonizione.
La questura di Trapani il 27 novembre 1956, nel riferire quanto era agli atti di quell’ufficio, faceva presente al ministero che il Pinco era anche allora attivista del PCI ed era iscritto al Casellario politico centrale per « normale » vigilanza.

(b. 798, cc. 149, 1940-1941, 1956).

SACCOMANNO Calogero*

di Diego e di Amari Rosalia, n. a Palermo il 27 luglio 1905, res. a Castellammare del Golfo
(TP), celibe, elettricista, repubblicano.

Arrestato il 1° febbraio 1931 per avere svolto propaganda sovversiva insieme ad altri operai della Società generale elettrica per la Sicilia.
Assegnato al confino per anni cinque dalla CP di Trapani con ord. del 21 marzo 1931. La C di A con ord. del 23 aprile 1932 ridusse a due anni.
Sede di confino: Lipari.
Liberato il 15 novembre 1932 condizionalmente nella ricorrenza del decennale.
Periodo trascorso in carcere e al confino: anni uno, mesi nove, giorni 15.
Il primo maggio 1923 era stato sorpreso a Palermo mentre distribuiva manifestini sovversivi.
Nella notte tra il 31 gennaio e il 1° febbraio 1931, in seguito a segnalazione alla questura di Trapani, fu perquisita l’abitazione di Antonio De Simone:
sul luogo oltre al Saccomanno si trovavano gli operai Francesco Buffa, Edoar­do Tancredi e Ugo Tellini, tutti dipendenti della Società generale elettrica per la Sicilia. Vennero rinvenuti, tra l’altro, cinquantotto copie dattiloscritte di una circolare sovversiva di propaganda antifascista e antimonarchica, una copia del giornale «La Libertà» edito a Parigi, organo della concentrazione anti­fascista, datato 1° gennaio 1931, un volume dell’opera Il pensiero
religioso di Mazzini, un quadro di Giuseppe Mazzini, tre cartoline illustrate riproducenti l’arresto di Garibaldi, otto caricatori completi per carabina austriaca e una carabina tipo Stey.
Sequestrati gli oggetti, si procedette al fermo dei presenti.

Dalle indagini risultò che il Saccomanno e il De Simone avevano iniziato una campagna di propaganda distribuendo copie della circolare sovversiva tra gli operai e inviandole anche all’estero a sovversivi con i quali si mante­nevano in relazione.
Il Saccomanno e gli altri possedevano strumenti di penetrazione nel­l’ambiente operaio perché potevano disporre della rete telefonica della società elettrica nonché dei servizi di illuminazione nei comuni di Alcamo, Calatafimi e Castellammare del Golfo.
Il 15 giugno 1931 la PS informava che i due detenuti, Calogero Saccomanno e Antonio De Simone, assegnati al confino e in attesa di destinazione, avevano iniziato lo sciopero della fame per protesta allo scopo di affrettare la loro traduzione in colonia.

(b. ?99, fase. I, cc. 38, 1931-1932).

Come si vede si tratta di personalità le più diverse.
Singolari ed eccezionali per quegli anni e per la Sicilia le due figure di Don Giuseppe Ancona, di cui avevo già scritto in passato, e di Giacoma Fiorello, testimonianza di una sorprendente Castellammare del Golfo pre-fascista che ancora resiste ad essere scoperta.
Militanti dalla vita degna di una sceneggiatura cinematografica e dai risvolti internazionali i due comunisti Antonino Arena e Gaspare Pinco, figure ascrivibili alla categoria degli “umili”, di quelle persone che durante e dopo il fasci­smo non hanno avuto la fortuna politica che avrebbero meritato e che ci appaiono nella loro militanza ed azione antifascista animati da un rigore ideologico che non può che essere apprezzato se espresso in tali frangenti.
Su Gaspare Pinco in particolare, di cui mi auguro si sarà notato che nel 1956 nell’Italia liberata e democratica la questura di Trapani, nel riferire al Ministero quanto era agli atti di quell’ufficio, faceva presente che “il Pinco era anche allora attivista del PCI ed era iscritto al Casellario politico centrale per «normale» vigilanza”, mi riprometto di ritornare con altro materiale documentario in un prossimo post.

Pepito, quel falso “Conte di Calatafimi” che lega Josephine Backer alla Sicilia

Si dice che dietro ogni uomo di successo ci sia una grande donna, e al contrario che dietro ogni donna di successo invece ci sia solo lei.
L’affermazione in entrambi i casi è forse generalmente vera, tuttavia è accaduto che dietro il successo di una prima donna ci sia stato un uomo, magari equivoco, magari truffatore, magari millantatore, ma con un fascino tale da riuscire a trasformare una promettente stellina della danza tribale o pseudo tale in una stella di prima grandezza.

Lei si chiamava Josephine Baker da St. Louis, lui Pepito (Giuseppe) Abatino “conte di Calatafimi”, titolo inventato, appunto, anche se realmente nato a Calatafimi.

Pepito-BakerGiuseppe Abatino, infatti nacque qui a due passi da noi, a Calatafimi, cittadina nota per l’epica battaglia tra borboni e garibaldini del 15 maggio 1860 che ha segnato la storia dell’unità d’Italia, il 10 novembre 1898 alle tre e dieci del mattino in un’abitazione del corso Vittorio Emanuele.

Il padre Tommaso, figlio di Raffaele era nato nel 1860 a Catanzaro, e la madre, Maria Immacolata Mulè Li Bassi, di Giuseppe e Cristina Li Bassi, era nata a Palermo il 7 aprile 1861. Il padre, quando Giuseppe viene alla luce a Calatafimi, è capitano del 14° Fanteria di stanza a Trapani. Tommaso e Maria Immacolata Mulè Li Bassi, si erano sposati a Palermo il 30 gennaio 1890.

Giuseppe Abatino risiedette a Calatafimi solo alcuni anni, poi il padre venne trasferito a Palermo ed è da qui che Giuseppe emigrerà a Parigi qualche anno dopo la fine della prima guerra mondiale.

Dei primi anni del suo soggiorno parigino si sa poco. E’ qui che comunque comincia a farsi appellare Conte di Calatafimi ed è grazie a tale titolo ed alle sue trovate da grande truffatore che riesce ad introdursi nei salotti parigini del tempo.

labakereabatino3Nel 1925 conosce lei, Josèphine Baker, da poco arrivata a Parigi e fino ad allora soubrette poco conosciuta negli ambienti del charleston. Giuseppe “Pepito” Abatino la scopre, appena ventenne al “Casino de Paris”, dove la cantante e ballerina si Saint Louis, nel Missuri, anche lei emigrata a Parigi, lancia la canzone “J’ai deux amours” che poi, nel corso degli anni, sarebbe rimasta per sempre legata alla sua immagine.

Josephine Baker-Freda Josephine Carson era nata a St. Louis nel Missouri, il 3 giugno 1906,da Eddie Carson e Carrie McDonald, lavandaia.
Josephine lascia presto la scuola e trascorre l’infanzia lavorando come cameriera e baby-sitter per guadagnarsi da vivere.
A tredici anni lavorando come cameriera in un bar incontra il suo primo marito Willie Wells.
Il matrimonio non durerà molto e nel 1921 si sposa per una seconda volta con Willie Baker.
Intanto diviene ballerina ed entra a far parte del corpo di ballo di Philadelphia.
Nel 1923 riesce ad unirsi al coro delle Stepper Dixie, che rappresenta la commedia musicale ” Shuffle Along ” e si trasferisce a New York. Ben presto riusce ad apparire a Broadway nello spettacolo “Dandies Chocolate”. Allo stesso modo compare al Plantation Club ed al Cotton Club di Harlem.
Arriva a Parigi il 25 settembre ed il 2 ottobre 1925 esordisce con “La Revue Nègre” al teatro Music Hall degli Champs-Elysées.

Qui Giuseppe Abatino la incontra se ne innamora e ne diventa il manager e compagno di vita.
Pepito è amico di impresari e direttori di teatro e fra i tanti anche di monsier Derval, direttore delle “Folies-Bergère”, qui Joséphine nel 1926 esordisce con la rivista “La folie du jour”.
Pepito inventa per lei uno dei più arditi show di tutti i tempi, facendole indossare soltanto un gonnellino con sedici banane pendenti, un costume inventato per lei dal costumista austriaco Paul Seltenhammer che diventerà un’icona degli anni 20′ e 30′ e della vita parigina in particolare.
La sua bellezza e la bravura mandano Parigi in delirio tanto che il teatro registra costantemente il tutto esaurito.
Nei suoi spettacoli e nelle sue canzoni si uniscono il gusto piccante e ricercato del varietà francese al folklore un po’ stereotipato della musica africana.

Screen shot 2013-03-21 at 5.05.04 PMIl 10 Dicembre 1926 apre il suo nightclub “Chez Josephine” nella Rue Fontaine di Parigi.

Nel 1927 pubblica la sua prima autobiografia “Les Memoires de Josephine Baker”, è la star più pagata d’Europa e rivaleggia con Gloria Swanson e Mary Pickford per essere la donna più fotografata del mondo.
La sua influenza sul costume e sulla moda è tale che le donne parigine cominciano ad usare delle creme per scurire la loro pelle.
La diva ha una voce con tonalità perfette per il jazz ed un corpo sensuale che ha mostra senza esitazione ed indossando stravaganti mise.
Tutto ciò risulta essere la formula esplosiva di Josephine, detta anche la “Perla Nera” e la “Dea Creola”.

A un certo punto della storia tra Josephine e Pepito, alcuni dicono 1927 altri 1931, i due si sposano in un matrimonio che però sembra sia stato solo una invenzione pubblicitaria.

Nel 1930 si dedica professionalmente al canto, con grande successo. Partecipa a diversi film come La Sirena dei Tropici (1927), Zou-Zou (1934) e La Principessa Tam-Tam (1935).
In quegli anni diviene la musa di gente del calibro di Langston Hughes, Ernest Hemingway, F. Scott Fitzgerald, e Pablo Picasso.
Josephine è stravagante tanto sul palco che nella vita, ama gli animali ed ha: un leopardo, uno scimpanzé, un serpente, un maiale, una capra, un pappagallo, diversi pesci, tre gatti e sette cani.
Josephine fu la prima star Afro-Americana di un film di successo con la sua interpretazione di “Zou-zou”,  la cui sceneggiatura fu firmata da Pepito il quale firmerà anche le scene de “La Principessa Tam Tam”.

Nel 1936 Pepito muore di cancro a Parigi.

Nel 1937 Josephine acquisisce la cittadinanza francese e si sposa una terza volta con Jean Lion dal quale divorzierà nel 1941. Durante la seconda guerra mondiale non solo scrive e canta per le truppe alleate ma partecipa anche a rischiosissime missioni di spionaggio in favore della resistenza francese e degli alleati per la quale verrà insignita negli anni seguenti di numerose medaglie tra cui la Croce di Guerra e la Legion d’Onore da parte del Generale De Gaulle e del grado di capitano

Nel 1947 si risposa con Joe Bouillon, insieme acquistano il castello di Milandes in Dordogna, dove accolgono prima e poi adottano dodici bambini provenienti da diversi paesi del mondo, che lei chiamava “la mia tribù arcobaleno”. Per il mantenimento del castello e della sua “tribù arcobaleno” Josephine negli anni successivi spese tutta la sua fortuna.

Famoso fu il suo impegno civile a favore dei diritti dei neri, sebbene ormai residente in modo permanente in Francia, sostenne l’American Civil Rights Movement
Nel 1963 partecipa ed è tra gli oratori della Marcia di Washington per i diritti civili al fianco di Martin Luther King.

L’8 aprile 1975 all’età di sessantotto anni organizza uno “speciale” al teatro Bobino di Parigi per celebrare i suoi cinquanta anni di lavoro. Tra il folto pubblico personaggi come la principessa Grace di Monaco e Sophia Loren.

Pochi giorni dopo l’esistenza terrena di questa donna dalla vita intensa e leggendaria si conclude. Josephine entra in coma e muore il 12 aprile 1975 per un’emorragia cerebrale.

Un corteo funebre di circa ventimila persone sfila per le strade di Parigi.
Josephine Baker è la prima ed unica donna americana a cui la Francia ha tributato gli onori militari, durante il suo funerale furono esplosi ventuno colpi di cannone in suo onore.
Josephine Baker è sepolta nel Principato di Monaco.

Princess Tam Tam

Parte 1a

Parte 2a

Parte 3a

Toh chi si rivede il senatore Mario Ferrara

Il senatore Ferrara litiga con i poliziotti
Mi multate? Fatemi il saluto militare
La querelle sabato pomeriggio in via Emerico Amari davanti a decine di automobilisti. Il parlamentare è stato fermato a un posto di blocco, gli agenti gli hanno contestato la revisione scaduta e la mancata esposizione dell’assicurazione
di ROMINA MARCECA

Mario Ferrara È IL tipico caso del “lei non sa chi sono io”. È quello che è accaduto sabato scorso durante un posto di controllo della polizia. Protagonista il senatore di Grande Sud Mario Ferrara, da sempre vicino a Gianfranco Micciché. Il parlamentare è stato fermato ad un posto di blocco in via Emerico Amari mentre era alla guida della sua Audi A4. Si doveva trattare del solito controllo di routine, invece in via Emerico Amari è andata in scena una querelle tra il politico e i poliziotti, durata quaranta minuti, e alla quale hanno assistito decine di automobilisti incuriositi.

Dopo il saluto da parte dei due poliziotti, Ferrara ha consegnato la sua patente. Fin qui tutto a posto. La reazione del senatore, finita su una relazione stilata dai due agenti e già consegnata al loro superiore, arriva dopo la contestazione della mancata esposizione del tagliando assicurativo e l’accertamento della mancata revisione dell’auto, scaduta nell’aprile del 2012. “Le dobbiamo contestare due contravvenzioni al codice della strada”, hanno detto i due agenti. “Sono un senatore della Repubblica e esigo il saluto militare “, avrebbe detto per tutta risposta Mario Ferrara ai due poliziotti. In via Emerico Amari sarebbe arrivato anche un funzionario della questura che avrebbe chiesto ai due poliziotti, per cercare di arrivare a un accordo, di fare il saluto militare. Eppure c’è un decreto del Presidente della Repubblica del 28 ottobre1985 che non prevede il saluto militare a un senatore, ma ai sottosegretari di Stato per l’Interno, al capo della polizia-direttore generale della pubblica sicurezza, e verso le altre autorità dello Stato. Ovviamente il saluto militare, riporta il decreto, “è previsto anche per gli altri superiori gerarchici o funzionali, se in divisa o se conosciuti”.

Ma il senatore non si sarebbe fermato a quella richiesta, infatti avrebbe anche minacciato di chiamare il prefetto per metterlo a conoscenza di quanto stava accadendo. E mentre gli agenti scrivevano il politico avrebbe iniziato a chiamare dal suo cellulare. I due agenti, nonostante tutto, hanno continuato a redigere il verbale ed è allora che il parlamentare, rieletto alle politiche del 2013 al Senato, “ha cominciato a fotografare con il suo iPhone gli operatori di polizia senza nessuna spiegazione logica “, come scrivono nella relazione i due agenti. Alla fine i poliziotti hanno consegnato a Ferrara un verbale di circa 200 euro e sono andati via. La zona in cui è accaduto tutto è sottoposta a videosorveglianza.

Sul caso del senatore che si è ribellato al verbale della polizia ieri è intervenuto anche il sindacato di polizia Siulp. “La legge va rispettata da tutti al di là della carica istituzionale che si ricopre – dice Giovanni Assenzio, segretario generale del Siulp – La nostra professionalità ci impone di far rispettare a chiunque le regole, nel rispetto dei ruoli. Chi lavora in strada va rispettato per l’operato a rischio che giornalmente svolge”. Ieri il telefono del senatore Mario Ferrara, chiamato da Repubblica per una replica, ha squillato a vuoto.

da La Repubblica