Il New York Times si chiede: un gay, cattolico e di sinistra può davvero battere la corruzione in Sicilia ?

La mia risposta è no ! Ragionevolmente nessuno potrà battere la corruzione in Sicilia.

E non basterà l’essere “diverso”, ma anche “Cattolico” e di “sinistra”.

Da quando c’è l’elezione diretta del Presidente della Regione in Sicilia i siciliani hanno eletto un tale Salvatore Cuffaro, finito dietro le sbarre per avere in qualche modo favorito la mafia, poi un tale Raffaele Lombardo, sotto processo per avere avuto a che fare anche lui in qualche modo con la mafia, e poi infine Rosario Crocetta, finito sotto processo da parte dei maggiorenti del Pd per avere osato combattere la mafia, il malaffare e la corruzione che tutti a parole dicono volere avversare ma che nei fatti per tacito accordo tra le parti mai e poi mai debbono essere combattuti realmente.

Crocetta’s predecessor is currently being prosecuted on charges of ties to organized crime. The one before him is serving time in jail. Another one, Piersanti Mattarella, was killed by the Mafia in 1980. “Either dead or in jail,” Crocetta told me. “I don’t know yet how my story will end.”

Crocetta’s claims that he would bring a revolution to Sicily now ring more hollow. But if the revolution dies, it may not be from a Mafia assassin’s knife in the back but from a thousand political cuts. When I spoke with him by phone in mid-September, however, Crocetta seemed upbeat. Isolation is something of a natural condition for him. He did not manage to cut many jobs (“This is not a time for social slaughter,” he told me), but he saved money in other ways. “When I came into office, Sicily was risking bankruptcy,” he said. “We have cut more than 2.5 billion euros in expenses without significant job losses, and we succeeded in freeing 850 million in European funds” — earmarked for aid to Sicily — “that were tied up in bureaucracy.” He went on, anticipating questions about the criticisms that are now regularly lodged against him: “We cannot make miracles. Even President Obama has to wait to see the effect of big revolutions like the health care reform.” He went silent for a while on the phone, then said: “I don’t know if my government will be the one to harvest the results of change, but I’m sure that I have disrupted things. It’s my presence, more than my accomplishments, that signifies change.”

Certo ci stanno persone come Salvatore Calleri, Presidente della Fondazione Caponnetto e altri isolati esponenti del PD che scrivono cose come questa:

Per la prima volta un esponente della vera antimafia non parolaia e per questo condannato a morte prova a governare una regione difficile da amministrare: Rosario Crocetta. La verità e che Crocetta ha toccato gli interessi di cosa nostra ben radicati nella burocrazia regionale. Crocetta ha colpito gli interessi politici e clientelari dietro gli enti di formazione. Ha tagliato gli sprechi senza fare macelleria sociale. Crocetta è scomodo a 360 gradi in quanto è un personaggio reale e non virtuale. È un personaggio vero che prova a cambiare la Sicilia. Rosario Crocetta è il primo esponente del centrosinistra a vincere le elezioni regionali in Sicilia. Prima di lui nessuno ce l’aveva mai fatta. È un governatore che sicuramente avrà i suoi difetti ma di cui non ci si vergogna. Ebbene a meno di un anno dalla sua elezione invece che rilanciare la sua azione di governo i siciliani del pd escono dalla maggioranza. Un gesto che al centro nord nessuno tra i militanti del pd comprende e che viene inquadrato nella c.d. sindrome del Tafazzi. Crocetta fa parte dal 2004 dell’ufficio di presidenza della Fondazione Caponnetto. Ognuno di noi ha le proprie idee politiche spesso diverse ma quando viene toccato uno di noi che combatte l’illegalità mafiosa e non, in nome del nostro maestro di vita Nonno Nino, lo difendiamo a spada tratta. Oggi è in corso un tentativo di isolamento e di delegittimazione nei confronti di Crocetta. La delegittimazione spesso è l’anticamera della eliminazione fisica. È sempre avvenuto così. Ebbene noi non lo permetteremo, a prescindere. Invitiamo quindi tutti a sostenerlo indipendentemente dalle proprie idee al grido di: giù le mani da Crocetta.“.

Ma ci stanno anche e sopratutto gli altri, il corpo grosso del Pd, quello che tace e consente, quello che alla fine conta davvero.

E’ la Sicilia, è l’Italia, bellezza e tu puoi fare davvero poco !

qui il lunghissimo articolo di Marco De Martino sul New York Times

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Trapani ha un nuovo Vescovo

Mons. Fragnelli è il nuovo vescovo di Trapani

Il Papa ha nominato vescovo della diocesi di Trapani mons. Pietro Maria Fragnelli, trasferendolo dalla sede vescovile di Castellaneta. Mons. Fragnelli è nato a Crispiano (Taranto), il 9 marzo 1952. Ha svolto gli studi liceali presso il Seminario di Taranto e il Seminario Regionale di Molfetta. Alunno del Seminario Romano Maggiore, ha conseguito il Baccellierato in Filosofia e in Teologia all’Università Lateranense. Ha ricevuto l’Ordinazione Sacerdotale il 26 giugno 1977. Successivamente, ha conseguito la Licenza in Scienze Bibliche all’Istituto Biblico di Roma e si è laureato in Filosofia all’Università “La Sapienza” di Roma. È autore di un commento sul Siracide, e di numerosi articoli pubblicati sul Settimanale diocesano “Nuovo Dialogo” di Taranto. Ha svolto i seguenti incarichi e ministeri: vicario parrocchiale nella Parrocchia S. Antonio a Taranto, assistente diocesano della FUCI e docente di Religione al Liceo Classico di Taranto (1979-1983); direttore del Settimanale diocesano “Nuovo Dialogo” (1982-1987); parroco della parrocchia Santa Croce di Taranto (1983-1986); docente di Esegesi Biblica nel Seminario Regionale di Molfetta (1983-1986); officiale della Segreteria di Stato (1987-1996); padre spirituale del Seminario Romano Maggiore (1991-1996); rettore del medesimo Seminario (1996-2003). Nominato vescovo di Castellaneta il 14 febbraio 2003, il presule ha ricevuto l’ordinazione episcopale il 29 marzo successivo.

Testo proveniente dalla pagina http://it.radiovaticana.va/news/2013/09/24/mons._fragnelli_%C3%A8_il_nuovo_vescovo_di_trapani/it1-731266
del sito Radio Vaticana

Mons.Fragnelli

“Sua Eccellenza Mons. Pietro Maria Fragnelli è nato a Crispiano, arcidiocesi di Taranto, il 9 marzo 1952.

Ha frequentato le scuole medie superiori nel Seminario arcivescovile di Taranto e nel Seminario Regionale di Molfetta. Come alunno del Pontificio Seminario Romano Maggiore ha compiuto gli studi filosofici e teologici presso la Pontificia Università Lateranense. Ha frequentato il Pontificio Istituto Biblico, dove ha conseguito la Licenza in Scienze Bibliche, e si è laureato in Filosofia all’Università “La Sapienza” di Roma.Dopo aver compiuto gli studi nei seminari di Taranto e di Molfetta (Ba), ha completato la sua formazione presso il Pontificio Seminario Romano Maggiore. Ha frequentato il Pontificio Istituto Biblico, dove ha conseguito la Licenza in Scienze Bibliche, e si è laureato in Filosofia all’Università “La Sapienza” di Roma.
Ordinato sacerdote il 26 Giugno 1977, nel 1979 viene nominato vicario parrocchiale nella parrocchia “S. Antonio” a Taranto, quindi nel 1983 gli viene affidata la parrocchia “S. Croce” alla periferia della stessa città.
Assistente diocesano della FUCI ed insegnante di Religione al liceo classico “Q. Ennio” di Taranto, negli stessi anni è collaboratore del settimanale diocesano “Nuovo Dialogo”, di cui diviene direttore nel 1982.
È docente di Esegesi Biblica nel Seminario Regionale di Molfetta dal 1983 al 1986.
Nel 1987 viene chiamato a Roma, dove per nove anni presta la sua opera in Vaticano come “Officiale della sezione per gli Affari generali della Segreteria di Stato”, continuando nell’esercizio della guida delle anime, segnalandosi nel delicato compito di Padre Spirituale al Pontificio Seminario Romano maggiore, del quale viene nominato Rettore nel 1996.
Eletto alla sede vescovile di Castellaneta il 14 Febbraio 2003 da Giovanni Paolo II, viene ordinato vescovo il 29 Marzo 2003, per le mani dell’allora presidente della Conferenza Episcopale Italiana, mons. Camillo Ruini.
Autore di un commento al Libro del Siracide e del volume “Il deserto fiorirà”, ha pubblicato anche diversi articoli su argomenti biblici e di attualità.
Attualmente in seno alla Conferenza Episcopale Italiana è membro della commissione episcopale per la famiglia e la vita, mentre nella Conferenza Episcopale Pugliese è delegato per la pastorale giovanile.”

da diocesidicastellaneta.net

Dopo aver visto “Nino” al CICI Film Festival

Se la verità rende liberi, può darsi libertà se si rinuncia all’esercizio della ricerca della verità ?
Se la risposta a tale interrogativo è negativa, in senso cristiano ( Conoscerete la verità, e la verità vi farà liberi – Giovanni 8:32) ma anche laico e civile (La verità è sempre rivoluzionaria – Antonio Gramsci) la rinuncia alla ricerca della verità finisce per essere accettazione dello status quo e rinuncia della libertà.
La verità può non essere conosciuta o conoscibile, può essere ingannevole, parziale, contraddittoria, sgradevole, ma la sua ricerca dà senso compiuto al vivere.
E’ pur vero che “Nel paese della bugia, la verità è una malattia” per come avrebbe detto Gianni Rodari, ma che senso ha quella affermazione finalela verità è stata inventata dagli uomini per fottere altri uomini, la verità non esistese non di invito alla conservazione, alla accettazione di quella sotto-cultura mafiosa che la narrazione precedente, con chiarezza, denuncia quale causa della alienazione di Nino ?

Il prete, l’ex moglie, la moglie, il senatore, il capo mafia e poi sullo sfondo Trapani

Sulle dichiarazioni di Monsignor Treppiedi ai Pm del processo per concorso esterno in associazione mafiosa al senatore Antonio D’Alì, sono tornati ieri con un pezzo firmato da entrambi gli ottimi Sandra Amurri e Rino Giacalone sulle pagine de “Il Fatto Quotidiano”:

I REGALI INCROCIATI TRA IL SENATORE PDL E MESSINA DENARO

MONSIGNOR TREPPIEDI RACCONTA AI PM DI TRAPANI
LE CONFIDENZE RICEVUTE DA ANTONIO D’ALI`, L’EX SOTTOSEGRETARIOACCUSATO DI CONCORSO ESTERNO IN ASSOCIAZIONE MAFIOSA
di Sandra Amurri e Rino Giacalone

21 settembre 2013

Colpo di scena nel giorno in cui si attendeva la sentenza del processo al senatore del Pdl Antonio D’Ali`, imputato di concorso esterno in associazione mafiosa (richiesta di condanna 7 anni e 4 mesi), ritenuto dalla pubblica accusa molto vicino al capo di Cosa Nostra, il latitante Matteo Messina Denaro. Cala il gelo sulla faccia degliavvocati difensori quando i pm Paolo Guido e Andrea Tarondo calano l’asso: il verbale di monsignor Antonino Treppiedi, sospeso da Papa Francesco perche´accusato di un ammanco alla Curia. Il sacerdote rivela confidenze inquietanti ricevute dal senatore D’Ali`, ex sottosegretario all’Interno, ricandidato da Berlusconi, a differenza di Dell’Utri e Cosentino, nonostante fosse imputato, poi nominato a rappresentare l’Italia all’Assemblea Parlamentare Euro-Mediterranea. Ai pm, don Antonino Treppiedi racconta di essere stato utilizzato da D’Ali` anche per dare di se´ l’immagine del cristiano modello, oltreche per “condizionare testimoni” forte del segreto confessionale come nel caso di Camillo Iovino di Fi, sindaco di Valderice (poi condannato per favoreggiamento). D’Ali` sapeva cheera stato intercettato l’imprenditore Coppola, in carcere per mafia, mentre chiedeva al nipote di avvicinare Iovino affinche´gli riferisse che i suoi affari dovevano essere ancora garantiti.“Incontra Iovino nella chiesa di Valderice, digli che deve dichiarare che non ha mai parlato con il senatore D’Ali` di questa segnalazione tranquillizzandolo che il senatore sapra` come comportarsi con lui”.

SEGRETO DA PRETE. L’idea,spiega il sacerdote, fu della moglie Postorivo “in quanto se un domani Iovino avesse parlato lui avrebbe potuto opporre il segreto confessionale”. D’Ali` da sottosegretario all’Interno, definisce il rigoroso dottor Miserendino, amministratore giudiziario della Calcestruzzi Ericina,confiscata alla mafia “sbirro, infame e cascittune (spia dei magistrati)”. Riuscendo ad avere in anteprima notizie sulle indagini che lo riguardavano e a muovere, come fossero pedine servitori dello Stato scomodi. Come Pasqua, capo di gabinetto del Prefetto di Trapani Fulvio Sodano mandato a Parma.
E come tento` di fare piu` volte con Giuseppe Linares, capo della Squadra Mobile di Trapani,che ora dirige la Dia di Napoli,che dava la caccia al latitante Matteo Messina Denaro e indagava sui suoi rapporti con D’Ali`.“In molte occasioni D’Ali` e lamoglie Postorivo si lamentarono di una persecuzione investigativa che aveva cercato di metterlo in difficolta` coinvolgendolo in vicende di mafia (…) mi riferirono di avere anche attivato iniziative per ottenere il suo trasferimento attivando anche molteplici canali informativi a Trapani e ad Alcamo per acquisire informazioni personali di carattere riservato ed eventualmente compromettenti, che potessero determinare il suo allontanamento. Mi spiegarono che una volta era gia` stato deliberato dal Capo della Polizia (De Gennaro) il suo trasferimento a cui si oppose Il Procuratore capo di Trapani”. Anche il suo capo di Gabinetto, Valerio Valenti, poi nominato Prefetto di Bolzano,voleva fermare Linares.

LA VENDITA FITTIZIA. La cessione a Messina Denaro dei terreni di contrada Zangara, secondo l’accusa, cela il riciclaggio di 300 milioni di lire attraverso la Banca Sicula. Treppiedi racconta di aver assistito al colloquio tra l’avvocato Bosco e D’Ali`in cui, commentando le imputazioni formulate dalla Procura dicono che i magistrati non hanno compreso tutta la vicenda perche´ “se avessero ben capito noi la prenderemmo nelc…”.

LA BANCA SICULA. Sulla vendita della banca della famiglia D’Ali` alla Comit – su cui indagava l’allora capo della Squadra Mobile di Mazara del Vallo (anche lui trasferito), Rino Germana`, fidato collaboratore di Borsellino, scampato all’attentato per mano di Cosa Nostra, dopo la strage di via D’Amelio – il sacerdote racconta: “Gli chiesi:avete preso bene allora dalla vendita della Banca Sicula? Mi rispose inarcando il sopracciglio: non lasciarti impressionare da quella cifra, in realta` le somme erano minori, perche´ c’erano delle spettanze a cui fare fronte. Mi accenno` a una compagine imprenditoriale di Mazara del Vallo che aveva investito dei capitali nella Banca Sicula in maniera non ufficiale, mi disse che si trattava di un gruppo di soggetti fra cui Agate (ndr verosimilmente il boss Mariano Agate).

L’EX MOGLIE.
Infine monsignor Treppiedi rivela i retroscena che hanno indotto l’ex moglie del senatore D’Ali`, Maria Antonietta Aula a ritrattare l’intervista a Il Fatto Quotidiano, nitido ritratto dei rapporti tra Antonio D’Ali` e la famiglia mafiosa Messina Denaro. “Quando nell’ottobre del 2009 fu pubblicata l’intervista vi fu fribrillazione.D’Ali` mi disse che era “una pazza e una cretina” che si era lasciata irretire dalla giornalista – tale Sandra Amurri – che l’aveva intervistata, rivelando una serie di circostanze di famiglia, non contestandone tuttavia la veridicita`.Con riferimento ai regali reciproci con la famiglia Messina Denaro disse che si trattava diregali di circostanza e che, anche se effettivamente i Messina Denaro avevano donato un oggetto di pregio in occasione delle sue nozze, la famiglia D’Ali`, in ognicaso, aveva di gran lunga beneficiato i Messina Denaro in tanti modi”. E ancora: “Convoco` a Trapani il figlio Giulio gli spiego`che le dichiarazioni della madre erano gravissime sotto il profilo morale perche´ rivelava fatti veri ma che non dovevano essere divulgati perche´ appresi durante il matrimonio; riteneva che queste dichiarazioni potessero danneggiarlo nella sua posizione di indagato per mafia. Ricordo che il colloquio ebbe toni drammatici,a un certo punto D’Ali` grido`quella mi vuole mandare in galera, chiedendo al figlio di intervenire sulla madre perche´ desistesse da qualsiasi altra dichiarazione” Poi D’Ali`, continua il sacerdote a verbale “chiese al figlio di verificare se la madre possedesse ancora il telegramma (inviatogli dal boss Virga dal carcere come rivelato a Il Fatto). Prima gli disse: se ha una copia strappala subito, anzi no, meglio che te la fai consegnare la porti qui e poi la strappiamo”. Fece predisporre una bozza di smentita, che fu consegnata alla Aula perche´ la divulgasse”.
Infine i coniugi D’Ali` chiesero al sacerdote di dire alla Aula che se parlava rischiava di incrinare il rapporto con il figlio”. Ma lui si rifiuto`.”

*** Update
Dal “Corriere del Mezzogiorno” del 30/09/2013

Concorso in mafia, assolto D’Alì
Dichiarate prescritte le contestazioni relative ai periodi precedenti al 1994. Il commento: «La prima telefonata è stata quella di Berlusconi. Ora la riforma della giustizia»

Il gup di Palermo, Gianluca Francolini, ha assolto il senatore del Pdl, Antonio D’Ali’, dall’accusa di concorso in associazione mafiosa per fatti successivi al 1994. Dichiarate prescritte, invece, le contestazioni relative ai periodi precedenti al 1994.

RAPPORTI CON LE COSCHE TRAPANESI – D’Ali era accusato di avere avuto per anni rapporti con le cosche trapanesi e di avere ricevuto il sostegno elettorale dei boss. Secondo l’accusa, avrebbe pilotato appalti pubblici, facendoli assegnare a imprese in odore di mafia. La Procura chiese l’archiviazione dell’indagine, ma il gip Antonella Consiglio ordino nuovi approfondimenti al termine dei quali i pm chiesero il rinvio del Senatore.

I magistrati avevano chiesto la condanna di D’Ali ‘un 7 anni e 4 mesi. Il gup ha dichiarato estinte per prescrizione, le accusano relativa ai fatti precedenti al ’94 e assolto il senatore per quelle successive con la formula «perché il fatto non sussiste.

LA SUA REAZIONE: ORA OCCORRE LA RIFORMA – «La riforma del sistema giustizia e’ necessaria per il Paese. È un fatto riconosciuto da tutti. Io non ho chiesto di avvalermi della prescrizione o di altro. Mi sono difeso nel processo. Ma che occorra la riforma della giustizia, e non lo dico certo partendo dal mio caso», commenta il senatore dopo l’assoluzione.

LA TELEFONATA DI BERLUSCONI – «La prima telefonata che ho ricevuto è stata di Berlusconi che si è complimentato con me: “Hai visto che abbiamo fatto bene a candidarti”»?. «Questa sentenza – ha aggiunto – è una conferma della mia correttezza e della correttezza della mia politica di questi anni. Sono una persona perbene, anche se c’è stato bisogno di una sentenza per ribadirlo. Ora nessuno deve accostare il mio nome alla mafia».

SCHIFANI – «Finalmente la verità. L’assoluzione è la notizia che aspettavamo da tempo Ora la sua innocenza, della quale non abbiamo mai dubitato, è confermata dalla decisione del gup di Palermo», ha dichiarato il presidente dei senatori del Pdl, Renato Schifani.

GIRO – «L’assoluzione dell’amico e collega Antonio D’Ali è una notizia bellissima,la giusta conclusione processuale per un uomo innocente e perbene», dice il senatore Pdl Francesco Giro

Tra tonache e cappucci nella Trapani duale

Si Trapani è una città duale, già tale a partire dalla sua collocazione nell’estremità ovest della Sicilia là dove due mari, il Tirreno ed il Mediterraneo, si incontrano.
Trapani è città duale nella netta separazione dei luoghi, tra la città dei cittadini “normali” e gli impenetrabili ghetti periferici dell’emarginazione sociale.
Trapani è città duale nel suo essere città di superfice, fatta di ostentazione di un provincialismo da strapaese al limite dell’incultura, e la città sotterranea, dalla nera, nerissima anima culturale.
Trapani è città duale divisa (ma non sempre) tra la  città delle tonache e quella dei cappucci. Tante, tantissime tonache e tanti, tantissimi cappucci, ora in conflitto ora in unità d’intenti, ora feroci avversari ed ora viscidi complici. Non vi è fatto passato e presente della vita pubblica di questa città che non sia stato in qualche modo un riflesso delle sotterranee rivalità e dei relativi scontri tra logge, nelle logge ed in quell’altra in qualche caso loggia anch’essa che si chiama Curia. Scontri nei quali ci si allea e ci si combatte senza le distinzioni convenzionali di superfice. Li, nell’underground del capoluogo trapanese non ci sono le distinzioni politiche di destra centro e sinistra, non ci sono distinzioni tra laici, clericali e clero.

Non sorprende quindi quanto emerso ieri durante l’udienza, nel processo in corso a Palermo contro il senatore Antonio D’Alì sotto processo per concorso esterno e accusato di essere vicino al superlatitante Matteo Messina Denaro, nella quale il gup Francolini avrebbe dovuto pronunciare la sentenza.
Invece i pubblici ministeri hanno chiesto a sorpresa la riapertura del dibattimento per sentire padre Ninni Treppiedi in relazione ai capi di accusa contestati al senatore D’Alì.

Padre Ninni Treppiedi personaggio al centro di cronache giudiziarie, e coinvolto pesantemente con altre 13 persone nelo scandalo che ha “terremotato” la curia di Trapani, dai primi di agosto rende dichiarazioni ai pm della Procura di Trapani relativamente al ruolo del senatore D’Alì nelle vicende note e meno note della provincia di Trapani.

Un articolo di Rino Giacalone su “Il Fatto Quotidiano” di ieri ed uno di Riccardo Arena su “La Stampa” di oggi fanno il punto su tali rilevazioni.

Mafia e politica: “Il senatore d’Alì tentò di far trasferire l’investigatore scomodo
Da Trapani nuove rivelazioni sul politico Pdl già sotto processo per concorso esterno e accusato di essere vicino al superlatitante Matteo Messina Denaro. Padre Treppiedi, ex dirigente della Curia, racconta in tribunale le presunte attività dell’ex sottosegretario all’Interno per cacciare il superpoliziotto Giuseppe Linares, sgradito ai clan e oggi a capo della Dia di Napoli

di Rino Giacalone | 19 settembre 2013

Si è aperto un nuovo fronte di indagini sulle connessioni tra mafia, politica e imprenditoria a Trapani. Nuove accuse piovono contro il senatore pidiellino Antonio D’Alì, sotto processo a Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa, ex sottosegretario all’Interno. Indicato dai collaboratori di giustizia come “uomo forte” per i suoi “rapporti con i Messina Denaro di Castelvetrano”. “Gola profonda” è un sacerdote, padre Ninni Treppiedi. Padre Treppiedi dai primi di agosto rende dichiarazioni al pm della Procura di Trapani Andrea Tarondo, nel contesto di una indagine avviata contro ignoti. Una parte dei verbali, l’ultimo dei quali, sottoscritto e definito all’una della scorsa notte, è transitato stamane nel processo in corso a Palermo contro D’Alì. Processo nel quale i pm Paolo Guido e Andrea Tarondo hanno chiesto una condanna a sette anni e quattro mesi.

Oggi il gup Francolini avrebbe dovuto pronunciare la sentenza, i pubblici ministeri hanno chiesto invece a sorpresa la riapertura del dibattimento per sentire padre Treppiedi in relazione ai capi di accusa contestati al senatore D’Alì: i rapporti con i Messina Denaro, la vendita fittizia dei terreni di contrada Zangara, i rapporti con le imprese dei mafiosi o vicine a Cosa nostra, gli appalti pilotati, l’inquinamento delle istituzioni. Una decina di pagine. Storie interessanti. Come quella dei trasferimenti di uomini delle istituzioni che nel tempo si sono posti di traverso “rispetto agli interessi del senatore D’Alì”. Uno di questi, l’ex capo della Squadra Mobile di Trapani Giuseppe Linares. Per le sue indagini Linares non era solo una ossessione dei mafiosi, che addirittura negli anni ’90 avevano anche pensato di eliminarlo, ma anche del senatore D’Alì e del suo entourage.

Addirittura padre Treppiedi indica la moglie del senatore, Antonia Postorivo, quale partecipe al “complotto” che avrebbe dovuto fare allontanare da Trapani Linares, anche con ignominia. Dei soggetti sarebbero stati assoldati per scoprire “eventuali scheletri nell’armadio”. Stessa cosa sarebbe stata fatta per magistrati e giornalisti. Questo sarebbe avvenuto tra il 2001 e il 2006, durante il quale D’Alì fu sottosegretario all’Interno. Un fatto, quello riguardante Linares, oggi capo della Dia a Napoli, in parte riscontrato dagli esiti di un’altra indagine su Finmeccanica e la videosorveglianza a Trapani, dove addirittura si trova l’intercettazione di un colloquio dell’allora capo di gabinetto di D’Alì, l’odierno prefetto di Bolzano Valerio Valenti, che raccontava di come aveva consigliato D’Alì il modo migliore per approcciarsi all’allora capo della Polizia De Gennaro per il trasferimento di Linares. Nel processo in corso contro D’Alì si parla anche di un altro trasferimento eccellente, quello avvenuto nel 2003 del prefetto Fulvio Sodano. Treppiedi dice poco sul punto, svela invece che l’ex capo di gabinetto del prefetto Sodano, il dottor Pasqua finì a Parma come “punizione” per volere di D’Alì.

Interessante poi la parte sui rapporti con gli imprenditori . Quando alcuni di questi furono arrestati, secondo i racconti di Treppiedi D’Alì si sarebbe preoccupato di pressare i testimoni perché non parlassero dei suoi rapporti con gli arrestati. Pressioni esercitate anche su un altro teste del procedimento, l’ex moglie di D’Alì Picci Aula. Anche in questo caso padre Treppiedi ha riferito di averla avvicinata per convincerla a non parlare dei rapporti con i Messina Denaro, e di altri fatti come i retroscena relativi alla Banca Sicula. D’Alì gli avrebbe raccontato che nella cassaforte della Sicula “c’erano i soldi dei mafiosi di Mazara del Vallo”.

Altro episodio rilevante risale al 2001, quando un deputato regionale trapanese, Nino Croce, sarebbe stato convinto dalla mafia, su richiesta di D’Alì, a rinunziare al seggio conquistato nella lista di Forza Italia, perché D’Alì a tutti i costi voleva eletto il suo pupillo, l’imprenditore Giuseppe Maurici. Processo insomma da riaprire, hanno chiesto i pm, per sentire il sacerdote e anche un altro teste, Vincenzo Basilicò, che è stato consigliere di amministrazione in una tv privata. Tra le rivelazioni di padre Treppiedi vi sarebbero anche quelle dedicate al mondo dell’informazione, con pressioni e tentativi di mettere in cattiva luce alcuni giornalisti locali. Don Ninni Treppiedi è un personaggio al centro di cronache giudiziarie, coinvolto nello scandalo che ha scosso la Curia di Trapani,dove è indagato con altre 13 persone. E lì resta indagato, mentre nel processo D’Alì sarà il nuovo testimone. Verrà sentito lunedì prossimo. Il gup alla fine ha infatti accolto la richiesta dei pm di riaprire il processo.”

da Il Fatto Quotidiano

“20/09/2013 – LA PROCURA: IL SENATORE È VICINO AL SUPERLATITANTE MESSINA DENARO
Sacerdote si pente e accusa senatore Pdl: “Rapporti con i clan”” Trapani, monsignor Treppiedi si presenta ai pm. Coinvolto l’ex sottosegretario Antonio D’Alì

RICCARDO ARENA TRAPANI

Quattro giorni fa Papa Francesco lo aveva sospeso per cinque anni e privato persino del diritto di portare l’abito talare, perché monsignor Antonino Treppiedi, coinvolto in una storiaccia di ammanchi e di vendite “abusive” (con sigilli papali falsi) di immobili di proprietà della Curia di Trapani, non aveva “manifestato segni esterni di pentimento obiettivamente riscontrabili”. Dal mese scorso, però, il sacerdote ha deciso di pentirsi (più o meno), non con i suoi superiori ecclesiastici, né con le gerarchie vaticane, ma con i magistrati.

È così che ieri mattina, a sorpresa, i suoi verbali sono spuntati nel processo per concorso in associazione mafiosa al senatore del Pdl Antonio D’Alì, uno dei pochi imputati che il partito di Berlusconi decise di candidare nonostante tutto, mentre furono sacrificati, ad esempio, Marcello Dell’Utri e Nicola Cosentino, arrestato dopo la scadenza del mandato parlamentare. Mentre Dell’Utri, condannato a 7 anni, aspetta a piede libero la decisione della Cassazione. Treppiedi, prete accusato, con altre 13 persone, di truffe, falsi, estorsioni, di avere fatto sparire soldi della Curia su conti di propri familiari e di suore prestanome, accusa a sua volta D’Alì, che è ritenuto dal pm Paolo Guido, della Procura antimafia di Palermo, e dal pm di Trapani Andrea Tarondo, molto vicino a Matteo Messina Denaro, l’ultimo superlatitante di Cosa nostra, originario di Castelvetrano, in provincia di Trapani, città in cui è nato l’esponente del Pdl.

«Giustizia a orologeria», tuona l’avvocato Stefano Pellegrino, uno dei legali di D’Alì, per il quale la Procura ha chiesto 7 anni e 4 mesi. La sentenza era prevista per ieri ma il Gup Giovanni Francolini ha deciso di sentire lunedì il prete e il cognato, Vincenzo Basilicò, testimone di uno degli episodi raccontati da Treppiedi. Sono ben altri però i temi su cui il religioso sarà chiamato a dire la sua: l’inchiesta del procuratore di Trapani Marcello Viola e dei sostituti Massimo Palmeri e Paolo Di Sciuva ha infatti avuto già conseguenze indirette, come la rimozione del vescovo, Francesco Miccichè, decisa l’anno scorso da Papa Benedetto XVI, e la sospensione a divinis di Treppiedi che ora, su ordine del nuovo Pontefice, è stato sanzionato con cinque anni di ulteriore sospensione.

Contumace per la Chiesa, dai pm Treppiedi è andato spontaneamente e ha chiuso l’ultimo verbale, quello riepilogativo delle accuse al suo ex intimo amico senatore. Sono gravi, gli episodi di cui accusa l’ex sottosegretario all’Interno D’Alì (la difesa li ritiene irrilevanti), ma su altri fronti il prete ha approfondito pure questioni finanziarie ecclesiastiche (in partegià emerse), che investono il Vaticano e lo Ior, sulle quali potrebbero esserci sviluppi clamorosi.

Treppiedi ha detto che pressioni mafiose avrebbero indotto un deputato regionale eletto a Trapani, Nino Croce, a optare per il “listino” del presidente della Regione, nel 2001, lasciando così un posto libero, in Forza Italia, a Giuseppe Maurici, vicino all’allora sottosegretario. Ci sarebbe stato poi un tentativo di indurre un testimone, l’ex sindaco di Valderice Camillo Iovino, a nascondere di avere fatto da intermediario tra un detenuto per mafia, Tommaso Coppola, e D’Alì: Treppiedi ha sostenuto di non averlo voluto fare. Il sottosegretario avrebbe poi pressato – senza riuscirci – per far trasferire, nel 2003, il cacciatore di latitanti Giuseppe Linares, dirigente della Mobile di Trapani. E infine il figlio detenuto del boss trapanese Vincenzo Virga avrebbe inviato a D’Alì un telegramma, consegnato all’ex moglie. La donna, dopo avere denunciato il fatto pubblicamente, sarebbe stata costretta a ritrattare su pressione dell’allora marito. ”

da La Stampa.it

CICI Film Festival: Diego Monfredini fa il bis

E’ Diego Monfredini, giovane ma già affermato filmaker piacentino, il vincitore della terza edizione del CICI Film Festival di Castellammare del Golfo con il corto in bianco e nero “Malatedda“, un vero e proprio film nello spazio di un corto che descrive una storia vera di “follia” nell’Italia ante Legge Basaglia.
Nel 2011, Diego Monfredini aveva vinto già la prima edizione del CICI Film Festival con “La casa dei trenta rumori”.

Al secondo posto Giulia Savorelli con “Nino”, al terzo Diane Pol-Lajaima con “Troppo dentro il west” ed infine premio speciale della giuria per “Lo zio e il mare” di Michele Milesi.

CICI Film Festival lavori in corso, prestare la massima attenzione

 

Saranno storie di follia, storie tra inclusione ed esclusione, quelle che saranno raccontate dai corti in gara per la terza edizione del CICI Film Festival in programma il 14 e 15 settembre 2013 nella Piazza Castello di Castellammare del Golfo.

Nei due giorni previsti per la manifestazione ci sarà anche spazio per la musica di qualità:

Sabato 14
The blue Jive
Dancehall Machine (Marcolizzo BR1 e dy Delta by Shakalab)

Domenica 15
Mimì Sterrantino e gli accusati
Swingrower

CICI Film Festival