Madonna Batrichella e i suoi tre mariti

No nessuna parodia, nessuna rivisitazione o sequel di “Dona Flor e i suoi due mariti“.

Al contrario se nel romanzo di Jorge Amado Flor la protagonista, rimasta vedova di Vadinho, vive prima la nostalgia degli abbracci appassionati del marito defunto e poi, una volta risposatasi con il farmacista, il rimpianto ed infine l’abbandonarsi allo spirito di Vadinho, nella storia che si va a raccontare, la protagonista Donna Beatrice Rosso Spadafora, (la Batrichella del titolo, come affettuosamente la chiama il nonno) Contessa di Sclafani e Signora di Caltavuturo, certamente non rimpianse il primo marito.

Lei era figlia di Tommaso Rosso Spatafora e di Giovannella Branciforte, la sua data di nascita è incerta tuttavia anteriore al 1451, anno del primo testamento del nonno Antonio Russo Spatafora Conte di Sclafani, alla data dell’estensione del quale lei risulta molto piccola. Alla data del 20 ottobre 1459, data in cui il nonno fa redigere un secondo testamento (essendo già morto tra i due testamenti il figlio Tommaso avuto dal primo matrimonio con Maria Porcu) Beatrice, la “magnifica madonna Batrichella” di minore età, viene designata erede universale e le vengono assegnati come tutori la seconda moglie del testatore Pina La Matina ed il magnifico Giovanni Branciforte, signore di Mazzarino. Ed è ancora minore quando il 3 settembre 1461 vengono redatti i capitoli per il suo matrimonio, come da accordo dei giorni precedenti tra il nonno Antonio Russo Spatafora e Antonio Luna padre del promesso sposo Carlo. Lui lo sposo è Carlo de Luna figlio primogenito di Antonio Conte di Caltabellotta. Il padre Antonio Luna o De Luna era nato dopo il 1420 e il 26 novembre 1453 aveva ottenuto l’investitura della Contea di Caltabellotta, con Castellammare e Calatubo. Aveva avuto cinque figli nell’ordine Carlo, Pietro, Eleonora, Sigismondo e Margherita. Alla morte di Antonio, sarebbe stato il primogenito Carlo ad ereditare il titolo comitale.

Come si vede in qualche modo anche questa storia ha a che fare con Castellammare del Golfo infatti Antonio Luna muore tra il 15 e il 26 luglio del 1465 e Carlo il primogenito a quella data è già sposato a Beatrice. Il 30 agosto viene redatto l’inventario dei beni paterni. Tra le altre cose elencate nell’inventario si trovano: il castello e il feudo di Castellammare del Golfo con il mulino chiamato “di li bagni“, Calatubo, la tonnara e il bosco. Inoltre nell’inventario si dice che 65 onze si sarebbero ricevute “ad complimentum tonnarie Castri ad mare de Gulfo“. In seguito il 14 marzo del 1466 viene eseguito l’inventario delle cose custodite nel castello di Castellammare del Golfo, non ci si trova molto, solo armi e munizioni, tra cui bombarde, spingarde, balestre, barbute, mezzo barile di zolfo e “crivelli di cerniri pulviri di bombarda“, oltre alle “littere” e alla tavola per mangiare con i suoi “trispiti“, e paramenti di tela per l’altare della cappella e un calice di stagno. Tuttavia prima che Carlo si investisse della Baronia di Castellammare, la situazione finanziaria, già difficile al momento della successione per i debiti ereditati, e peggiorata con il tempo, il bisogno di liquidità, unito alla considerazione della contiguità del feudo di Pietra d’Amico al territorio da lui controllato rispetto al distante Castellammare del Golfo, spinse Carlo, con atto del 23 giugno 1468, a permutare con Gerardo Alliata (1420 – 1478) il feudo, la tonnara e il castello di Castellammare del Golfo,(che necessitava di riparazioni), per il feudo e il castello di Pietra d’Amico con l’aggiunta di 380 onze a conguaglio. Ambedue i contraenti si riservarono il diritto di riscatto, al quale però rinunziarono dietro versamento da parte dell’Alliata di onze 1301 con atto del 18 dicembre 1472 in considerazione che Gerardo aveva speso per la dote delle sorelle oltre 1300 onze, più 145 per la riparazione del castello. Carlo considerando i servizi da lui resi, decideva di annullare la condizione di riscatto inserita nel contratto e di donare a Gerardo Alliata e ai suoi eredi in perpetuo il castello e il feudo.

Ciò detto e chiarito come ed in che misura la vicenda abbia a che fare con Castellammare è giunto il tempo di tornare a Beatrice.

E’ il 20 aprile 1474 quando Carlo mette mano alla carta bollata e dà inizio alla “causa possessoria” contro la moglie, in seguito al suo abbandono del tetto coniugale ed al netto rifiuto di tornare ad abitare con lui. Il conte chiede di potere ritornare alla “possessionem pacificam” della moglie e che quest’ultima sia costretta “ad cohabitandum et morandum cum dicto domino comite marito suo, mutuo amore et mutuis servitiis coniugalibus tractandum et alia faciendum ut bona coniux“. Così si riteneva essere normale nel quattrocento.

Donna Beatrice infatti intorno al 1473 aveva abbandonato il tetto coniugale e si era trasferita nelle sue terre di Sclafani negando a Carlo, che l’aveva raggiunta, di potere accedere nella città. Il conte aveva provato in ogni modo a ricongiungersi con la moglie e, tramite ambasciatori e lettere, aveva cercato di mettersi in contatto con la contessa per essere ricevuto. Nulla però era servito e Beatrice si era rifiutata perfino di leggere le missive e di prestare ascolto agli ambasciatori. Il fatto è che donna Beatrice riteneva che il marito non avesse alcun diritto su di lei dal momento che il matrimonio era, a tutti gli effetti, da dichiarare nullo per l’impotenza di lui e che lei dopo dieci anno di matrimonio era ancora vergine come mamma l’aveva fatta.

Il marito, infatti, affermava la contessa: “propter eius inpotentiam numquam cognovit neque voluit neque potuit carnaliter cognoscere nec habere eandem illustrem dominam comitissam neque matrimonium assertum per carnis copulam consumare cum eadem, sed imo dicta illustris domina comitissa fuit et erat et est incorrupta et omnino virgo, pro ut exivit de corpore sue matris et ita fuit visa, cognita et reperta et fuit et est vox notoria et fama publica“.

La contessa, per quanto l’educazione sessuale delle fanciulle potesse essere carente all’epoca, si era resa presto conto che qualcosa non andava e si era sfogata con le persone a lei vicine e con il nonno Antonio cui aveva scritto e mandato messi che riferissero la propria volontà di lasciare il marito dal momento che questifuit et est impotens et habuit et habet naturale membrum molle“.

Il marito, nega di non avere consumato il matrimonio, e la contessa risponde che la propria illibatezza potranno constatarla “per mulier es et obstetrices expertas et honestas et probate fidei” le quali, dopo averla sottoposta a visita, certamente non mancheranno di dichiarare la sua purezza.

Convocate ben sette ostetriche esperte, oneste e di chiara fama, per verificare se la contessasit virgo an non fuerit“, queste il tredici agosto, nel castello di Caltavuturo procedono all’esame. Il verdetto sarà inequivocabile, le donne dichiarano infatti che la contessaest virgo et intacta pro ut exivit de corpor e matris sue“, confermando, così la versione della contessa. Il 21 novembre 1474 Beatrice riesce ad avere la meglio e, dinanzi al suo procuratore, ma in contumacia di Carlo, viene pronunciata la sentenza da parte del Tribunale: la contessa viene sciolta dai suoi obblighi coniugali.

Dopo qualche giorno la sentenza viene notificata nel castello di Giuliana al conte che per bocca del suo procuratore, il 30 novembre, dichiara al Vescovo di Cefalù di ritenerla nulla e di volersi appellare alla Sede Apostolica. Cosa che avvenne con la produzione di diverse testimonianze che raccontavano la “potenza” del conte il quale un giorno si sarebbe recato da una donna accompagnato da un servo, questi dopo avere atteso per tre ore che uscisse dalla casa, gli avrebbe chiesto: “chi aviti fatto tanto ?” e Carlo gli avrebbe risposto: “l’haiu futtutu dui voti“. Il servo, non convinto di quanto gli aveva riferito il conte, sarebbe andato dalla donna e le avrebbe chiesto: “per tua fè dimmi la viritati quanti voti ti fuctiu lu conti arsira ?“; la risposta aveva superato anche la dichiarazione di Carlo in quanto la donna avrebbe dichiarato di averlo conosciuto carnalmente per tre volte. In un’altra circostanza il conte si sarebbe recato a casa di una donna di Caltabellotta con un nobile messinese che dichiara di avere sentito come i due “muntaru supra lu lectu et lu dictu conti fari strepitu et modu comu fachissi lu attu carnali cum la ditta donna“. Ancora era stato visto a Bivona con Rosa mentre “era di supra” alla donna e “fachia quillu motu chi soli fari lu hommu quando commetti lu atto carnali“.

Naturalmente non poteva mancare il conte di mostrare cupidigia per le vergini, così il castellano di Sambuca testimonia di quella volta in cui gli era stata portata nel castello una donna, la cui verginità era nota in tutta Sambuca, la quale era stata obbligata ad indossare una camicia bianca prima di giacere con il conte; un altro testimone ricorda quando nello stesso castello gli era stata portata un’altra vergine di nome Antonina che interrogata su quanto aveva fatto Carlo aveva risposto che mentivano coloro che sostenevano che il conte fosse impotente perché, diceva, “tutta mi fichi sangu“. Altre testi sostenevano che Beatrice avrebbe voluto avere a tutti i costi un figlio e a tal fine sarebbe ricorsa ad alcuni rimedi popolari che avrebbero sortito l’effetto sperato ma, una volta rimasta “pregna“, di una figlia femmina, avrebbe deciso di abortire.

Ma Beatrice, presentò all’arcivescovo di Palermo, le suereprobationes” con le quali vennero confutate una ad una le precedenti deposizioni ed i relativi testi. A detta della contessa, le testimonianze fornite infatti erano prive di fede perché le testi erano o troppo legate al conte in quanto sue nutrici o consanguinee, o donne di facili costumi, ubriacone, “xarrere“, bestemmiatrici, “operatrici di magarii sortilegii et fatturi“, spergiure, ladre, false e violente con i mariti.

Espressioni interessanti e coloritissime vennero usate, in particolare si disse:

di Rosa La Salumetta che “fuit et est male et pessime fame et reprobe vite, solita vino inebriari, in tanto chi come si ubriaca non sa lu mundo chi la reggi, ne quello che dici, solita falsum cum iuramento dicere et deiurare, la quali non avi alcuna viritati in bucca, xarrera cu li vicini, et cum aliis, blasfemanti di Deu et di Santi, solita libidinose vivere et vitam libidinosam et lascivam facere, et scandala solita magarias et facturas commettere“;

di Antonia che “uxor magistri Salvi de Gravano” era “de Domo spectabilis matris ipsius domini Caroli et familiarissima affetionatissima et amicissima ipsius domini comitis dicteque eius matris et illius quondam eius patris ad eo quod per loro fu maritata et matrimonio collata et dotata, la quali propter eius inopiam non aviria stata maritata imo aviria avuto et andato a mal recapito pro ut eius parentes et sorores que fuit et est solita inebriari et capi vino dicere unum pro alio cum iuramento et iurare falsum et falsum iuramentum facere que quidem Antonia propter affectonem familiaritatem et singularem amicitia quam habuit erga dictum dominum comitem et suos verisimiliter falsum diceret et iuraret et ita unusquisque conosci eam pro ut fuit et est communis opinioni“;

di Fiore moglie di Federico de Cara di Giuliana che “fuit et est mulier male fame et pessime et reprobe vite et male conscientie, amicissima et affetionatissima ipsius domini comitis et suorum, solita mendacium cum iuramento dicere et falsum deponere iuramentum suum, sortilegias et facturas facere et exercere, libidinose vivere et vitam libidinosam facere e non cum uno sed cum pluribus, xarrera et reportera, inventrici di scandali et minzugnara“;

di Agata moglie di Antonio Randazzo che “fuit et est uxor male fidei vite pessime fame et morum et conscientie, la quali fu et est ribaldissima in omni genere malorum, la matri di la quali andava di burdello in burdello et di fundaco in fundaco, cioè sua matri preditta minzugnara, inventrici di scandali, xarrera cu vichini et altri, bestemmiatrici de Dio et Santi, inventrici et operatrici di magarii, sortilegii et fatturi, bagaxa non con uno ma con milli, ruffiana, inbriaca, carruna, minzugnara con iuramento et sine ad eo quod numqum dicit veritatem et cotidiana mendacia dicere, guluta chi pri la gula darria non tanto la persuna ma la cammicia chi vesti et ita fuit et est dicta Agata et ita est vox notoria et fama publica“;

di Thofania vedova di Giacomo lo sciacchitano che “fuit et est mulier male conditionis et morum, blasfematrix Dei et Sanctorum, solita dicere mendacium cum iuramento et sine ac fuit et est insana et demens ad eo quod multi volti xiarriandosi cum so marito et beni lu cunzava, verberando ipsum tantum quod interfecit dictum virum suum, […] xarriando cum so marito lu pigliao per li cugliuni e poi chi ci li avia ben tirati nixia fora et dichiali a li vicini, xarrera et di tali intellettu est la detta Tufania chi li cosi per ipsa deposti non li fussero stati insignati non l’aviria ditto ac saputo diri et ita est cognita ditta Tufania“.

A riprova delle proprie affermazioni Beatrice, il 2 novembre 1475, presenta dei testi che confermano la sua versione sulle donne che hanno deposto a favore di Carlo. Prima ancora che il giudizio del tribunale ecclesiastico si concluda, essendosi concluso evidentemente in favore di Beatrice quello delle famiglie e certe queste della conseguente conclusione che avrebbe avuto la causa di annullamento, il 15 dicembre 1475 Beatrice stipula il contratto matrimoniale “de futuro” con l’ex cognato Sigismondo De Luna. Solo il 23 gennaio 1476, infatti, Carlo, rinuncerà a procedere oltre. Tuttavia il contratto si sarebbe potuto ratificare solo dopo la dispensa pontificia, a causa della consanguineità. Non trovandosi in sede né il vescovo di Agrigento, né quello di Cefalù, diocesi di appartenenza dei richiedenti, papa Sisto IV diede mandato all’arcivescovo di Palermo, Paolo Visconti, di occuparsi della dispensa. Il 7 marzo 1476 i richiedenti si presentarono all’arcivescovo con lo scritto del cardinale penitenziere maggiore, Filippo Calandrini, con cui si incaricava il presule di dispensare Sigismondo e Beatrice dagli impedimenti matrimoniali in modo che potessero liberamente contrarre nozze benedette dalla Chiesa.

Beatrice, che già aveva mostrato molto carattere nel far valere le sue ragioni nella causa contro il primo marito esprime tutta la sua forza caratteriale e determinazione anche nel rapporto con il secondo marito fin dal contratto matrimoniale ricco di clausole, condizioni ed opzioni. Le nuove nozze di Beatrice aprono inoltre un altro capitolo della storia familiare dei De Luna che vedrà Carlo opporsi, in tutti i modi possibili, al fratello Sigismondo definito ora come colui che: “era entrato satanassi intra lo corpo et haviasi lassato vinchiri di lu diavolo per modo che diedi opera di levarimi la ditta Beatrichi et havirila ipsu in muglieri per consequitari lu contatu di Sclafani e baronia di Calatavuturu et privarimi di omni honuri […] et per compliri quisto usao tanti intricazioni, paroli, mali tratte, inganni, minazzi e tradimenti […] specio di homo fatto diavolo et di cristianu ereticu“. Con Sigismondo Beatrice avrà due figli Gian Vincenzo e Giovanna Eleonora, ma Sigismondo morirà presto il 7 ottobre 1480.

Beatrice, già nel 1483, risulta sposata in terze nozze con il potente viceré Gaspare de Spes il quale il 23 aprile 1483, nella persona del suo procuratore Simone Settimo, in virtù del matrimonio,riceve l’investitura della contea di Sclafani e presta il giuramento di fedeltà e l’omaggio. Il De Spes però risulterà parecchio sgradito ai siciliani e da questo non gradimento mal gliene verrà. Il re infatti che pure lo aveva nominato Viceré perpetuo lo richiamerà in Spagna. Il nuovo viceré Ferdinando de Acuña eletto nell’ottobre del 1488 ed arrivato a Palermo l’anno successivo, istruito il processo contro il De Spes lo fa condannare e sottopone a confisca i suoi beni e quelli della moglie. Ancora una volta, anche in questo frangente, Beatrice mostrerà tutto il suo carattere e la sua determinazione nella difesa, recupero e gestione del patrimonio familiare e nel 1492 la contessa stilerà con Guglielmo Raimondo Moncada e con il padre Giovanni Tommaso, conte di Adernò, i capitoli matrimoniali per le nozze dei figli Gian Vincenzo e Giovanna Eleonora con Diana e Antonio Moncada figli di Guglielmo Raimondo. Beatrice sopravvissuta anche al terzo marito muore verosimilmente nella seconda metà del 1519.

 

Tanto altro su Beatrice ed i De Luna lo trovate nell’ottimo lavoro di Maria Antonietta Russo su “BEATRICE ROSSO SPATAFORA E I LUNA (XV SECOLO)” studio a cui rinvio per gli approfondimenti scientifici e dal quale sono state attinte le informazioni per l’elaborazione di questo post di divulgazione.

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Vincenzo Bucca un altro eroe castellammarese misconosciuto in patria

Mi sono soffermato già qui sul come e sul perchè della rimozione dell’eroe, del “non uguale” nella società conformista e di come tale sia la società castellammarese.
Francamente non so’ se anche nel caso di Vincenzo Bucca sia accaduta la medesima cosa o se la sua nascita a Castellammare del Golfo nel 1895 sia stata solo un accidente da cui si sia liberato ben presto per crescere e formarsi in luoghi lontani. Si noti che il nostro muore nell’agosto del 1914, quando non aveva ancora compiuto venti anni*, e che nel frattempo aveva avuto modo di fare politica e diventare Segretario Nazionale dei Giovani Repubblicani. 

Gli storici del luogo, con la consueta onestà intellettuale, son certo, non ci faranno mancare particolari ed aneddoti sulla infanzia, i giochi, le piccole incombenze quotidiane, per come accaduto già in passato nel caso di altri soggetti entrati loro malgrado nella storia di questa cittadina.

Dopo avere appreso quindi dell’esistenza di un altro eroe castellammarese diventa doveroso portare a conoscenza dei nostri amabili lettori della vicenda de “I sette di Babina Glava” (Montenegro) dal luogo in cui morirono non tutti, per fortuna dei sopravvissuti, il 20 agosto 1914, o della vicenda de “I primissimi” come li definisce un documentario di RAISTORIA, ovvero coloro che partirono volontari prima che l’Italia entrasse in guerra nella Prima Guerra Mondiale.

Erano costoro, Vincenzo Bucca (viene indicato in genere come di Palermo o siciliano ma sappiamo ora essere nato a Castellammare del Golfo), Cesare Colizza e il fratello maggiore Ugo (entrambi di Marino), Francesco Conforti (salernitano), Mario Corvisieri (romano di Castel Madama), Nicola Goretti (di Sutri) ed Arturo Reali (di Marino).

Erano repubblicani e garibaldini, persone che: “consideravano loro dovere combattere al fianco del più debole, la cui libertà è posta in pericolo”.
Vincenzo Bucca quando si imbarca in questa avventura era già il Segretario Nazionale dei Giovani Repubblicani, e frequentava spesso i Castelli romani ed in particolare Genzano e Marino, così quando l’Austria-Ungheria invade la Serbia in conseguenza dell’attentato all’arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo-Este (28 giugno 1914), i sette raccolgono l’appello di Ricciotti Garibaldi (figlio dell’Eroe dei due mondi) a mobilitarsi per la Serbia e partono per difendere la giovane nazione slava dall’aggressione del potente impero asburgico.

” Erano repubblicani? Erano anarchici?” – commentò un foglio repubblicano qualche tempo dopo – Non importa sapere: erano italiani e seguivano una tradizione che è gloria d’Italia: quella garibaldina. Con loro, tutti militanti del PRI, si trovava in effetti anche l’anarchico Cesare Colizza, di Marino Laziale, un veterano della camicia rossa (aveva preso parte come ufficiale alla seconda spedizione garibaldina in Grecia, nel 1912, combattendo a Drisko).

Il gruppo di garibaldini parte da Roma separatamente per incontrarsi il 31 luglio 1914 a Bari, imbarcarsi sul “Miksale” fingendosi “turisti americani” il 2 fecero scalo a Corfù; la mattina successiva Patrasso e il Pireo quindi, nel pomeriggio, Atene, qui si presentano alle autorità serbe, che forniscono loro un lasciapassare.
Pur sconsigliati da Ricciotti Garibaldi arrivano in Serbia il 10 agosto.
Qui si arruolano come soldati semplici nella bande di volontari dell’esercito serbo.
Schierati sul fronte montenegrino, affrontano gli austro-ungarici il 20 agosto 1914 sulle alture vicino Visegrád, al confine con la Bosnia, nell’ambito della battaglia del Monte Zer.
In particolare il gruppo italiano tenta un’avanzata approfittando di un momento di disorganizzazione dell’esercito asburgico, ma i sette restano isolati in mezzo alle linee nemiche; nello scontro per disimpegnarsi dall’accerchiamento muoiono Francesco Conforti, Vincenzo Bucca, Mario Corvisieri e Nicola Goretti, oltre a Cesare Colizza, che viene colpito mentre “eretto in tutta la persona grida: Viva l’Italia!”.
Ferito a morte, Cesare ordina al fratello Ugo e all’altro marinese, Arturo Reali, di lasciarlo lì e ritirarsi dietro le linee serbe.
Pare che le sue ultime parole prima di morire siano state: “Abbasso l’Austria”.

Il 14 settembre 1914, radicali, repubblicani, socialisti, anarchici, si riuniscono nella “Casa del Popolo” per commemorare i cinque di Babina Glava. I caduti vengono inumati sul posto e i loro nomi sono incisi in una lapide, all’ingresso del cimitero di Belgrado.
I sette di “Babina Glava” vengono insigniti di Medaglia d’Oro al V.M. di Serbia.
Il 9 settembre 1917 una missione militare serba viene in Italia per consegnare le medaglie ai parenti dei cinque caduti e ai due superstiti in una cerimonia solenne a Roma, in Piazza di Siena.

Nella piazza di Marino il 29 luglio 1922 fu posta questa epigrafe:

A – COLIZZA CESARE – BUCCA VINCENZO – CORVISIERI MARIO – CONFORTI FRANCESCO – GORETTI NICOLA – CHE PERPETUANDO IN TEMPI OSCURI – LA FULGIDA TRADIZIONE GARIBALDINA – RACCOGLIEVANO TRA I PRIMI LA SFIDA- LANCIATA DALLA TRACOTANZA ASBURGICA – ED IMMOLAVANO IN SERBIA LA GIOVINEZZA FIORENTE – IN DIFESA DEI POPOLI OPPRESSI – FECONDANDO COL SANGUE – LA RITORNANTE PRIMAVERA ITALICA – CHE SCIOLSE LE ALI DELLA VITTORIA – INCATENATE IN CAMPIDOGLIO – E LE VOLSE AL FATIDICO VOLO VENDICATORE SULLE VIE DI TRENTO E TRIESTE – IL POPOLO DI MARINO – QUESTO MARMO CONSACRA – CADUTI IL 20 AGOSTO 1914 – .

L’eredità morale, politica e civile dei sette tuttavia non mancherà di dar luogo a speculazioni negli anni successivi a quel 20 agosto 1914 in virtù anche del fatto, non secondario, che il sopravvissuto Ugo Colizza indosserà la camicia nera e sarà anche podestà di Marino dal 1923 al 1928.

A questo link un breve documentario di RAISTORIA “I Primissimi” Rai Storia – La Grande Guerra, 100 anni dopo.

La vicenda de “I sette di Babina Glava” è trattata ampiamente nel libro di Antonino Zarcone: “I Precursori – Volontariato democratico italiano nella guerra contro l’Austria: repubblicani, radicali, socialisti, riformisti, anarchici e massoni”.
Qui un resoconto della presentazione del libro presso l’ANPI di Roma.

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* – Mi dice Annalisa Ferrante essere nato il Vincenzo Bucca a Castellammare del Golfo il 20 ottobre 1895 da Francesco e Cleofe Giannelli. Quindi all’atto della morte non aveva compiuto i diciannove anni.

Questo il Comunicato Stampa del Comune di Castellammare del Golfo:

È di Castellammare ed è un eroe serbo: il sindaco accoglie lunedì una troupe televisiva serba, accompagnata dagli ufficiali dello Stato Maggiore dell’Esercito.

Il Ministero della Difesa ha autorizzato le riprese dei luoghi dove sono nati sette volontari italiani, morti in Serbia nel combattimento contro gli austriaci.

Un castellammarese eroe nazionale serbo perché morto nel combattimento contro gli austriaci. Ufficiali dello Stato Maggiore dell’Esercito accompagneranno la troupe televisiva della “Zastava film”, casa di produzione cinematografica del Ministero della Difesa serbo, che lunedì alle ore 10, arriverà a Castellammare del Golfo e sarà accolta dal sindaco Nicolò Coppola.

Il Ministero della Difesa, in accordo con il Governo della Serbia, ha autorizzato, infatti, le riprese dei luoghi dove sono nati e vissuti i sette volontari italiani che nel 1914 si sono recati in Serbia per combattere contro gli austriaci. Caduti in combattimento, i sette italiani sono considerati dai Serbi eroi nazionali.

Uno dei sette volontari italiani era di Castellammare del Golfo: Vincenzo Bucca, nato nel 1895.

L’ufficio storico dello Stato Maggiore dell’esercito ha chiesto al sindaco Nicolò Coppola di accompagnare la troupe televisiva serba nella visita del Comune di Castellammare.

«Proposta che ho accettato ben volentieri incaricando anche i nostri uffici di ricercare più dettagliate informazioni richiesteci sul nostro concittadino -afferma il sindaco Nicolò Coppola-. La troupe televisiva effettuerà le riprese dei luoghi legati alla memoria di Vincenzo Bucca, per ricostruirne la vita a Castellammare prima della partenza per il fronte serbo, possibilmente anche tramite testimonianze».

Portavoce del Sindaco: Annalisa Ferrante”

Sinan il Giudeo quel pirata che a Castellammare lasciò una palla…

Accadde forse nel 1537 ed è, pur nella mancanza di altra documentazione certa circa la verità storica dell’avvenimento, la sola notizia di una incursione da parte dei pirati “turchi” nella terra di Castellammare del Golfo nella quale mi sia mai imbattuto.

Foto - Erasmo Pennolino

La notizia, di per se assai scarna, è contenuta nel libro di Alba Drago Beltrandi “Castelli di Sicilia”: “Del 1537 circa è un importante fatto d’armi verificatosi tra il popolo ed il pirata rais Sinam, chiamato comunemente «il giudeo», il quale terrorizzava tutta la costa depredandola. In un antico scritto si legge che «tra le altre petri di ferro colate» se ne trovava allora nel castello una più grossa «chi tirau lu judeo quanu vinni cun la sua armata in castellu».“.

L’autrice non cita la fonte, ma è verosimile che tale fonte sia da individuare in un qualche inventario dei beni rinvenuti nel castello ed allegato ad un qualche atto di successione o di investitura della baronia di Castellammare.

Non sappiamo quindi se Sinan nella circostanza sia stato ricompensato della perdita della “palla” con la conquista e la razzia della terra di Castellammare, ovvero se il suo assalto sia stato respinto con successo dai “terrazzani”.

Nave-con-cannoni

Ma chi era Sinan il Giudeo, (storpiato spesso in Sinam) detto anche l’”ebreo di Smirne” ?

Sinan era “IL PIRATA” tutto in maiuscolo, perché perfettamente rispondente al modello trasmessoci dalla letteratura e dal cinema. Barbuto, cieco da un occhio, su cui portava una benda nera legata dietro la nuca, rozzo, sanguinario, astuto e scaltro nel preparare insidie ed imboscate per le navi in mare e per la gente in terraferma, si dice fosse in grado di fare il punto in mare servendosi semplicemente d’una balestra e per tale motivo, su di lui aleggiava la fama di essere persona con poteri soprannaturali. La sua data di nascita è ignota ma non quella della morte, il giugno del 1544.

In verità Sinan tuttavia non era propriamente un pirata ma un corsaro, che è cosa differente. Come è noto il corsaro era tale perché aveva ricevuto la “patente di corsa” rilasciata da un qualche governo al contrario del pirata che agiva in proprio al di fuori di qualsiasi autorità istituzionale.
Famosi furono i corsari inglesi (sir) Francis Drake ed Henry Morgan che, rispettivamente, sul finire dei secoli XVI e XVII, assaltavano i porti spagnoli nelle Americhe e attaccavano i galeoni carichi di oro ed argento diretti verso la Spagna.
Corsaro italiano fu, propriamente Giuseppe Bavastro, mentre anche l’ammiraglio Andrea Doria fu considerato tale, e soprannominato appunto “il Corsaro”, esattamente come gli ottomani Khayr al-Din Barbarossa o Kurtoglu Muslihiddin Reis, malgrado fossero diventati regolari ammiragli della marina da guerra d’Istanbul.
Durante la Guerra dei Farrapos anche Giuseppe Garibaldi praticò la “guerra di corsa”, ottenendo regolare “lettera patente di corsa” da parte della Repubblica Riograndense.” [da Wikipedia]

A voler essere ancora più precisi è da dire che Sinan era un “corsaro barbaresco” le cui basi di partenza erano le piazzeforti disseminate lungo le coste del Nordafrica (Tunisi, Tripoli, Algeri, Salé), terre queste che gli europei chiamavano “Barberia” o stati barbareschi.

In verità, in via indiretta per così dire, già nel 1529 Sinan il Giudeo aveva avuto a che fare con Castellammare del Golfo o meglio con i suoi signori di periodi diversi i De Luna ed i Perollo, famiglie nobili sciacchitane e protagoniste del famoso “Caso di Sciacca” (1400-1529).

Dice il Savasta nella sua opera nella quale sono narrati i fatti e le cause degli accadimenti propriamente detti “Primo caso di Sciacca” e “Secondo caso di Sciacca” a proposito di questo episodio, che in qualche modo fece da acceleratore degli accadimenti, del “Secondo caso di Sciacca“:

Mentre il santo zelo dell’ arciprete non desisteva, d’interporre opportunamente gli uffici di cristiana pietà ad effetto di stabilire fra queste due potenze antagoniste una vera e ferma amicizia, accadde, che Sericono [così lo chiama il Savasta, ma un Sericono pirata non è mai esistito – ndr] Bassà [anche per questo secondo termine il Savasta è impreciso, Sinan Pascià o Sinan Bassà è un pirata attivo in epoca immediatamente successiva al nostro Sinan il Giudeo – ndr], famoso corsaro de’ Mori , chiamato il Giudeo [questa definizione e l’epoca dei fatti identifica univocamente il pirata come Sinan il Giudeo – ndr], che con una squadra di ben corredate galeotte infestava le parti meridionali della Sicilia’, avendo di notte tempo fatto sbarco di sua gente nelle spiagge di Solanto, ivi fece suoi prigionieri il barone di Solanto nel giugno del 1529, con altri suoi dieci gentiloomini e persone di servigio che con il detto barone
villeggiavano. Costoro benché tutti impugnassero le armi per la propria difesa, nulladimeno, superati da quella gran ciurmaglia, fìnalmente si arresero in potere dei barbari corsari, con sentimento universale di tutte queste parti del regno, e con pianto inconsolabile di tutti i suoi affezionati vassalli; non mancando bensì persone, che asserivano, fosse stato il barone di Vicari, e non quello di Solanto. Fatta questa famosa preda il Sericono, e costeggiando le riviere di Sciacca, a vista di quella città inalberò bandiera di riscatto, facendo intendere per un suo tamburro, quale fosse il personaggio, che esponeva all’incanto, sicuro che in questa sola città, come piena di numerosa nobiltà, e di moltissime ricchezze, poteva approfittarsi d’un gran guadagno.

II conte Luna avido ed ambizioso di gloria, ammassata una gran somma di danaro, si portò alla Galea dove presidera il Bassà Sericono, e gli espose di voler egli riscattare il barone prigioniero. Il Bassà fece allora ragunare il consiglio dei suoi sobalterni capitani, per concertare il prezzo del riscatto, e posta sul tappelo la somma offerta dal conte, dopo molti pareri, e varie risoluzioni, fu rifiutata, a causa che da quella avarissima ciurmaglia fu giudicata assai scarsa non ostante che fosse una somma molto assai ragionevole. Che però fu forzato il conte a ritornarsene afflittissimo, senza aver potuto conseguire il suo bramato fine.

Tutto il popolo era concorso spettatore sopra le muraglie della città, per godere la vista del trionfo della generosità del conte in così gloriosa impresa. Ma vedutolo ritornare senza gli applausi, ch’eran dovuti a un festivo trionfo, quale aspettava di godere, giudicò infelice la riuscita di questo attentato , onde stupito s’ammutolì. Fra la plebaglia si sentì allora un gran susurro, dicendo alcuni, che il danaro del conte non fosse stato bastante ad appagare l’ingordigia de’ barbari ed altri, che la generosità del conte pur troppo era stata ristretta ne’ limiti.

Il barone Perollo scorgendo, che il conte Luna ritornò senza nulla aver profittato, e che in segno ne dimostrava sul volto una insolita pallidezza, sentendo pure insino all’ intimo del suo cuore l’ affronto d’ una città già impegnata a questa redenzione, spinto dalla sua solita generosità, non ostante che Sericono avesse già levata la bandiera della sicureza, e che, salpate le ancore, stava già per mettersi in cammino, fece con grandissima prestezza caricare diverse barche di molti preziosi rinfreschi consistenti in bestiame, pane, vino, pollame, cose d’ortaggi, neve, e gran copia di finissima pasta, e mandò il tutto al generale Sericono; e dopo, postosi sopra una felluca superbamente addobbata, si portò egli stesso a ritrovarlo, mettendosi al rischio d’esser fatto ancor egli cattivo, e restare insieme col barone dì Solanto misera preda de’ Mori.

A veduta d’una sì nobile intrepidezza non potè far a meno il Bassa Sericono di non restar preso da gran meraviglia, e veduto avvicinarsi la felluca, ove
pei preziosi e superbi addobbi che l’ adornavano, suppose ritrovarsi qualche gran personaggio, (com’era in fatti,) diede ordine, che si arrestassero le galee, per dare a quel gran signore la dovuta udienza, e conoscere insieme la qualità d’ un soggetto così riguardevole. Arrivato Giacomo, andò Sericono ad accoglierlo su la poppa della sua galea con tratti di finissima gentilezza, porgendogli la mano, e lo condusse onorevolmente nella sua camera, ove finiti gli uffici di complimento, il Perollo offerì sé stesso, e tutta la città a quanto gli bisognasse, pregandolo ad accettare per allora quel poco rinfresco, che aveva potuto prontamente mettere in ordine, non lasciando fra questo mentre di porgere nelle mani d’un suo fidato una preziosissima borsa, con dentro una buonissima somma di moneta d’oro, acciocché la distribuisse alle ciurme di quella galea. Dopo questo pregò con tutta espressione il Bassà , che si degnasse di fargli l’ onore delle sue grazie, con liberare quel cavaliere prigioniero, per il dì cui riscatto gli esibiva tutta quella somma h
di danaro che avesse richiesta, oltre all’obbligo eterno, che gliene avria professato.
Restò il Bassà stordito a tanto grande generosità d’animo del Perollo, e mentre attendeva a chiamare ì capitani delle altre galee per tenere consìglio, Giacomo andava girando per quelle, gettandovi quantità di moneta, e facendo gridare dalla comitiva, che l’accompagnava: viva, viva il Bassà Sericono , e tutta la sua famosissima squadra.

Il Bassà, quantunque barbaro di natura, e poco avvezzo allo studio del ceremoniale della civile politica, nulladimeno era capacissimo de’ buoni tratti di cavalleria, e restando assai soddisfatto, non tanto per la splendidezza del donativo, quanto per la grandezza e generosità dell’animo del Perollo, che con tanta fiducia s’era assicuralo nelle sue mani, senza il salvo condotto, argomentò, che il Perollo era un cavaliere di alto concetto, e di grandezza piucchè sovrana. Onde restò cosi avvinto fra’ nodi de’ suoi cortesissimi tratti, che non solo gli concesse il cavaliere già fatto schiavo, ma ancora tutti gli altri dieci, che con esso erano stati ancora fatti schiavi, senza esiggerne alcuno riscatto, stabilendo di più per inviolabile legge, che nei  mari di Sciacca, incominciando da capo dì S. Marco, e terminando a capo bianco, a contemplazione del suo amore, mai avrebbe cattivato persona, né fatto danno veruno e che ognuno, che a caso in avvenire fosse stato preso dalle sue galee, lo avrebbe egli fatto restituire, postagli in fronte l’ insegna del merito del Perollo, affinchè come dalle di lui mani riconoscesse la sua libertà. Ciò detto il Bassa nel separarsi dal Perollo in segno della grande stima che egli di esso faceva, gli regalò un preziosissimo anello , coll’ ingasto d’ un finissimo diamante, incastrato a giro di grossi  smeraldi e rubini. Indi licenziati con mille onori i due baroni di Solanto e Pandolfina e fatto uno sparo festivo di artiglieria, moschetti, ed archibugi, si allontanarono continuando lo sparo da ambe le parti per tutto quel tratto. Arrivato a terra si aggiunsero i mortaretti della città, col Viva di tutto il popolo, in congratulazione della ricuperata libertà dell’amabilissimo barone di Solanto, il quale cattivò l’animo di tutti nel mostrare la sua spiritosa giovanezza imperturbabile a quel fatale accidente della sua cattività. Quindi, dimorato per qualche giorno in trattenimenti di giubilo con tutta la nobiltà di Sciacca, e specialmente col Perollo, a cui restò eternamente obbligato, si partì da Sciacca accompagnato con gran festa, per apportare colla sua presenza il sospirato consuolo a tutta la sua casa.

Singolare la circostanza della morte di Sinan avvenuta, come già detto nel giugno del 1544.
Le fonti dicono che in quell’anno Sinan dimorava a Suez e che il Barbarossa (altro celebre corsaro barbaresco e cognato di Sinan) fosse riuscito nell’opera di liberare il figlio di Sinan fatto schiavo dai cristiani quasi dieci anni prima. Sinan, quando si vide davanti il figlio sembra abbia provato una gioia tale da essere colto da un improvviso malore finendo per morire fra le braccia del figlio.

Lo scorso anno ad opera di Marcello Simoni, scrittore già vincitore del Premio Bancarella nel 2012 con “Il mercante di libri maledetti”, per i tipi della Newton Compton Editore viene pubblicato il romanzoL’isola dei monaci senza nome” che alla vicenda di Sinan e del figlio in qualche modo si ispira:

Il 12 luglio 1544 l’armata del corsaro ottomano Barbarossa mette sotto assedio le coste dell’isola d’Elba. Lo scopo è liberare il figlio ventenne del suo generale delle galee, Sinan il Giudeo, tenuto in ostaggio dal principe di Piombino. Ma il vero interesse del corsaro non è il ragazzo, ma il terribile segreto che egli custodisce. Il figlio di Sinan ha scoperto infatti di essere l’ultimo depositario di un mistero risalente ai tempi di Gesù e in grado di minare, se rivelato, le basi della fede cattolica. Ma il segreto del Rex Deus è stato occultato per oltre due secoli ed entrarne in possesso sarà tutt’altro che semplice. Il giovane dovrà seguire un’antica pista di indizi lasciata da un monaco templare, destreggiandosi tra rivalità di corsari, intrighi di corte e battaglie navali. E dovrà anche sventare il complotto della loggia dei Nascosti, intenzionata a impossessarsi dell’antico segreto.“.

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Quanti fossero interessati trovano qui il libro da comprare e un prequel ed un estratto da scaricare gratuitamente.

Gaspare Pinco castellammarese dimenticato

Nel post precedente avevo anticipato che sarei ritornato sulla figura di Gaspare Pinco. La statura del personaggio è stata tale che molto materiale è finito negli archivi di polizia e più volte risulta citato in studi e ricerche sia sull’antifascismo che, negli anni successivi alla liberazione, in relazione a vicende legate alle lotte bracciantili.

Di particolare interesse l’appassionato ritratto che ne fa l’avvocato Nino Marino nel suo “FAME DI TERRA E SETE DI LIBERTA’” (Trapani 2009), ritratto che occupa buona parte del quinto capitolo del volume e che di seguito vi ripropongo integralmente:

Da Tunisi a Ventotene

Era del 1910, di Castellammare del Golfo. Morì a Trapani, vittima di un incidente stradale nel 1978.
Conoscevo un po’ alla larga e comunque non molto direttamente Gaspare Pinco. Sapevo che era un comunista, e lo ritenevo un personaggio minore.
Frequentando anche da giovane le sedi del movimento, s’era tra la fine degli anni cinquanta ed i primi dei sessanta, lo vedevo mi pare all’I.N.C.A., l’Ente di
assistenza della CGIL.
Quando entrai nei Partito, di lui non c’era traccia.
Qualche cosa, di straforo, diceva suo figlio, Carlo Marx appunto. Ma presi quel nome come un omaggio al mito.
Nulla di più. Romanticismo un po’ naif, mi pareva.
Ed invece, non lo sapevo, Gaspare Pinco era un desaparecido. Una vita eroica.
Fu raccogliendo carte per scrivere questo racconto, che ritrovai il manoscritto di Filippo Cilluffo che ho citato.
E lessi che:

nella provincia di Trapani la geografia della lotta ha i suoi centri più vivi a Castelvetrano, a Mazara, a Salemi e
sul Belice; i suoi protagonisti sono da un lato i vari Gaspare Pinco o Ignazio Adamo…

Beh, mi dissi, se un fine e colto intellettuale come Filippo Cilluffo fra i tanti cita solo Pinco, ed assieme ad Ignazio Adamo che, vedremo, fu una figura molto
importante, Pinco qualche cosa di serio sicuramente fece.
E andai dal figlio. Che mi narrò la storia e mi confessò, maledetto lui!, che aveva perso gran parte dell’archivio del padre.
Il quale, ve la dico subito, era stato clandestino a Tunisi, confinato a Ventotene, espatriato a Marsiglia, staffetta in Spagna, la tortura nelle galere tunisine gli rovinò per sempre un’anca.
Fu riconosciuto come “perseguitato politico” e ne ebbe la pensione.
e la racconto con le parole di Carlo Marx.
Gaspare Pinco veniva da una famiglia socialista e fu educato sin da ragazzino alla libertà ed a ribellarsi al sopruso. Ad indignarsi. Che è verbo nobile.
Oltre il padre, ad educarlo a questi valori fu un certo Peppino Stabile, uno dei primi comunisti castellammaresi.
Gaspare Pinco si iscrisse al Partito Comunista e ne costruì e sostenne la rete organizzativa durante la clandestinità.
Per fare le riunioni giravano in lungo per arrivare a qualche casolare di campagna. Una volta dovette seguire un compagno perché il luogo del convegno gli era sconosciuto. Arrivati ed entrati che furono, trovò un tizio con il fez in testa. Si sentì tradito e perduto in quella trappola. Se avesse avuto una pistola gli avrebbe sparato.
Ma il compagno che aveva organizzato la riunione lo tranquillizzò subito: “è un trucco per eludere la polizia, il compagno viene da fuori e in qualche modo per non fare insospettire s’è travestito da fascista…
Naturalmente la Polizia prima o poi lo individuò come comunista e, quando la stretta si fece più forte e capì che sarebbe stato arrestato, Pinco espatriò in
Tunisia, dove operava un centro dell’emigrazione politica clandestina.
Vi trovò, fra gli altri, Pietro Bongiovanni che nell’immediato dopoguerra, sarà il primo Segretario della ricostituita Federazione Comunista trapanese.
Lì c’era un gruppo importante dell’organizzazione del Partito Comunista all’estero: il Centro clandestino vi inviò a dirigerlo di volta in volta Velio Spano, Ambrogio Donini e Giorgio Amendola. Dirigenti stabili ne furono Loris Gallico e Maurizio Valenzi, quello che nel 1975 sarà il primo Sindaco comunista di Napoli.
Oltre a dirigere gli emigrati comunisti italiani ed alla fondazione de “Il Giornale” (ma guarda un po’!) e de “L’Italiano”, pubblicati sotto la copertura della “Lega italiana dei diritti dell’uomo”, lavorarono anche alla costruzione del Partito Comunista tunisino.
Non era cosa da poco, se un Tribunale tunisino/francese condannò a morte, per fortuna in contumacia, Velio Spano.
L’importanza del Centro estero tunisino fu nota anche ai fascisti: nel 1937 la sua sede, che agiva come il “Circolo Popolare Garibaldi” subì un assalto squadristico da parte di “cadetti e marinai fascisti” (c’era anche un’emigrazione legale) che uccisero il comunista Giuseppe Miceli.
A Tunisi Gaspare Pinco cominciò a fare “il rivoluzionario di professione”.
La cosa funzionò finché in Francia, della quale la Tunisia era colonia, ci fu un clima respirabile. Poi le cose si complicarono, e comunque sempre semiclandestini erano. Ad un certo punto fuggì dalla Tunisia. E si recò a Marsiglia.
Lì il Partito lo fece lavorare in un centro, semiclandestino anch’esso, che organizzava il valico in Spagna dei Volontari che arrivavano da tutto il mondo
per andare a combattere per la libertà e contro il fascismo.
I più arrivavano da tutto il mondo a Parigi, al Centro organizzato da Teresa Noce, la compagna di Luigi Longo, il Comandante Gallo, che invece era già in Spagna,
ricevevano un primo inquadramento logistico ed organizzativo e venivano mandati a Marsiglia.
Qui Pinco, assieme ad altri, li organizzava, li forniva del necessario, e li accompagnava in Spagna attraverso le clandestinità delle frontiere.
E come mai non ci restò in Spagna, Gaspare, a sparare ed a rischiare la pelle? Mi chiederete. Beh, una risposta ce l’avrei: per andare in Spagna ci voleva
coraggio, certo. Per organizzare in clandestinità quelli che ci andavano, oltre che il coraggio, occorrevano capacità e soprattutto affidabilità.
Fu Togliatti stesso, l’Alfredo inviato nel 1937 in Spagna dall’Internazionale Comunista come consigliere del Partito spagnolo, a sollecitare il rafforzamento
dell’invio dei Volontari per le Brigate Garibaldi.
Bene, per quel che ho capito, Gaspare Pinco fu un personaggio verso il quale i capi ebbero estrema fiducia.
Il centro comunista a Marsiglia subì poi l’intervento repressivo della Polizia francese. La “grande democrazia occidentale”, assieme all’Inghilterra, s’era dichiarata neutrale dinanzi alle prove generali del nazifascismo.
Speravano che, dopo la Spagna, toccasse all’URSS.
Gaspare Pinco fu condannato ed espulso.
Di tornare in Italia non se ne parlava. Sarebbe stato arrestato e spedito in galera.
Da Marsiglia s’imbarcò per Tunisi, dove era stato ricostituito il Centro estero, ma non vi poteva sbarcare, perché era stato schedato durante il primo soggiorno.
La nave arrivò ed attraccò, ma Pinco non scendeva: “mio padre stette accucciato sotto una scialuppa da dove poteva vedere la coppia di gendarmi che faceva la guardia: su e giù, giù e su per il molo. Ne contò accuratamente e più volte i passi e capì quando poteva scendere senza essere visto. Così fece e sbarcò per la seconda clandestinità a Tunisi. Sembra un film.
Ed in qualche film, infatti, quelle vite dovrebbero essere raccontate.
Poi fu nuovamente arrestato. Nelle prigioni tunisine fu selvaggiamente picchiato, condannato per la seconda volta ma ora spedito direttamente in Italia, dove
l’aspettava la Polizia fascista: processo, carcere e poi confino.
A Ventotene.
Assieme a Sandro Pertini, Umberto Terracini, Camilla Ravera, Mauro Scoccimarro, Luigi Longo, Altiero Spinelli….(Terracini e Ravera per vero erano tenuti in disparte…), insomma quelli che erano i capi dell’antifascismo, e poi diventeranno i capi della Resistenza e della Repubblica.
Presso l’Archivio Centrale dello Stato storici o giornalisti potrebbero reperire un voluminoso fascicolo intestato a “Pinco Gaspare”, alias “Pucci” nome delle sue battaglie clandestine. Io non ho il tempo, né l’attitudine.
Io racconti faccio. Tra un’Udienza ed un’altra…
A causa delle sue condizioni di salute conseguenti alle torture tunisine, a Ventotene fu ricoverato più d’una volta presso infermerie di fortuna. Ottenne di recarsi per un breve periodo di cura a Trapani, dove la moglie faceva la sarta.
Durante il soggiorno trapanese lo colsero lo sbarco degli americani, il 25 Luglio e la caduta –almeno qui- del regime fascista.
Si mise in contatto con quel che c’era del Partito, assieme a Pietro Bongiovanni che abbiamo già visto con lui a Tunisi, e ne divenne uno dei dirigenti.
Scelse, fu scelto per il fronte più caldo e decisivo della battaglia democratica in Sicilia e nella Provincia di Trapani. Fu mandato a dirigere la Federbraccianti. Per capire: numero uno il Segretario della Federazione del Partito, numero due il Segretario Provinciale della CGIL.
Numero due bis il Segretario Provinciale della Federbraccianti, il potente sindacato dei contadini tout court, poveri o meno poveri che fossero, senza o con un piccolo fazzoletto di terra.
Le occupazioni delle terre quindi.
Ancora a diversi e diversi anni di distanza -racconta Carlo Marx Pinco- mio padre era morto da tempo, mi capitava sia a Vita che a Salemi dove andavo per ragioni del mio lavoro, di presentarmi come Pinco appunto, e subito mi si chiedeva se fossi figlio di quel Pinco che ricordavano per averli accompagnati e difesi nell’occupazione di un feudo e nella divisione di un prodotto”.
Fu eletto nel 1952 Consigliere Comunale a Trapani nella lista unitaria di sinistra della “Rinascita”. Aveva da poco fondato nella Trapani più sconosciuta al P.C.I., quella attorno alla Via Fardella, una Sezione intitolata a Santi Milisenna, un comunista ennese, uno dei primi capilega contadini a cadere, nel ’44, sotto le lupare congiunte, quelle vere e quelle metaforiche, di mafiosi ed agrari.
Pinco in quelle elezioni non era nella testa di lista, capeggiata da Simone Gatto e Leonida Mineo, che lascerà il Consiglio nel 1957. E perciò l’elezione dovette
guadagnarsela grazie alla popolarità: va ricordato che Pinco era da appena nove anni a Trapani, che veniva da Castellammare e dalla clandestinità.
Tra gli altri, nella “Rinascita” fu eletto Nicola Badalucco.
Badalucco allora dirigeva la Federazione socialista.
Poi, nel 1958, andò a Roma dove fu redattore dell’“Avanti!”. Approderà quindi al cinema, prima come sceneggiatore di Luchino Visconti e di altri importanti
registi, poi regista egli stesso. Fu tra gli sceneggiatori di Florestano Vancini nel “Bronte: cronaca di un massacro”, il primo ed immediato massacro di contadini nell’Italia appena consegnata ai Savoia. Quest’estate, incontrandolo, e parlandogli di questo mio racconto, sbottò che “Bronte” non solo era stato dimenticato, ma
che non se ne riesce a trovare nemmeno la copia.
La lista della Rinascita in quelle elezioni conquistò la maggioranza relativa con undici seggi. Fu l’ultimo sussulto di una certa Trapani di sinistra e laica. La
formazione cittadina della “Barca a vela” di Paolo D’Antoni, -più in là ne parlerò- che univa pezzi di borghesia laica delle professioni e del commercio, ebbe
sette seggi. Ma la soluzione era già dietro l’angolo: la Democrazia Cristiana nelle stesse elezioni, nonostante i nove seggi del M.S.I., balzò dai precedenti tre a sette consiglieri.
Poi venne il 1956, e Pinco entrò in rotta di collisione con la Federazione.
L’occasione fu l’Ungheria. Mio padre, me mi chiamò Carlo Marx, non Baffone: per quanto strano possa sembrare, Stalin, mi diceva, non l’aveva mai potuto sopportare. Ribelle com’era alla prevaricazione ed al sopruso, quel metro quadrato di medaglie sopra quel petto, gli pareva il massimo, quanto ad arroganza. Ma sull’Ungheria, nella Federazione di Trapani andò oltre la linea.
L’Avvocato Vincenzo Orlando che frequentò da giovanissimo a lungo le stanze della Federazione, con ruoli anche di primo piano, la ricorda così la cosa:
Pinco era un combattente, aveva già una storia. Era uno, come Gaspare Panicola di Campobello di Mazara come Nino Oddo di Erice, dell’ala dell’intransigenza quasi settaria, guardava a Mauro Scoccimarro, detestava Giorgio Amendola…Non parliamo dei mugugni quando cominciò a venir su Enrico Berlinguer…Nel Comitato Federale assumeva le posizioni più dure. Per l’Ungheria non solo solidarizzò con i sovietici, ma quasi aspettava che i carri armati da Budapest facessero qualche migliaio di chilometri più a sudovest…
La cosa probabilmente fu più profonda. Non si trattò solo dell’Ungheria, ma, a guardare anche le altre, contemporanee storie, si trattò anche dei feudi.
Forse non è un caso che Filippo Cilluffo faccia il nome di Pinco assieme a quello di Ignazio Adamo, il capo delle lotte contadine e la caduta più illustre del
cambiamento di linea che vi narrerò più avanti.
Gaspare Pinco venne rimosso dalla Segreteria della Federbraccianti.
Si mise a lavorare al Mercato Ortofrutticolo. Allora non c’era l’antimafia urbana, gli occhi non erano puntati su aste ed astatori, sul meccanismo estorsivo delle
mediazioni tra il contadino -sempre a quel mondo, guarda caso, Pinco rimase legato!- ed il mercatante.
Pinco però capì la cosa. Se ne uscì. Tornò a lavorare per un breve periodo prima presso l’I.N.C.A, quindi all’Alleanza Contadini.
Poi -la testa gli era rimasta là, dove c’era il marcio della sopraffazione mafiosa- poi si dedicò al Mercato Ortofrutticolo democratico, la S.C.O.T. (una struttura di intermediazione a forma cooperativistica) fondato, presieduto ed amministrato da Ignazio Adamo, al cui nome, dopo la morte, fu titolato.
Ma questa –come si dice- è un’altra parte della storia del movimento democratico della provincia di Trapani.
Sconosciuta.
Cosa rimane? Quel poco che sono riuscito a raccogliere, quel meno che sono stato capace di raccontarvi.
Ma rimane un monumento, la gloriosa e mitica “Guzzi 500”, di proprietà della CGIL trapanese, a bordo della quale fra trazzere, imboscate, lupare e manette i
compagni si scatenavano –cioè: “si toglievano le catene”- a tutto gas per raggiungere, organizzare e dirigere i contadini in lotta. Furono tanti, oltre che Gaspare Pinco, a smanettare quella “Guzzi”.
Carlo Marx l’ha comprata, e gli sta costando un occhio della testa, mi dice, di recuperarla e di rimetterla in funzione.”

Castellammare del Golfo: quei “ribelli” rimossi

Mi ha sempre incuriosito la storia, fosse essa la grande o la micro storia, in particolare mi appassiona quest’ultima, quella fatta da personaggi secondari, più o meno misconosciuti ai posteri, e che tuttavia, sono stati testimoni del tempo e in qualche modo nel loro piccolo hanno contribuito a segnare e rivelare le differenze. Anche solo per questo quindi tali personalità son degne di essere ricordate a coloro che, in ogni epoca, son lì a sostenere (a giustificazione del loro conservatorismo, mediocrità e volontà di quieto vivere) che “tanto sono tutti uguali”, che tanto “niente cambia”.

E no, non è vero ! In ogni epoca ci sono stati e ci stanno quelli che non sono affatto uguali agli altri sul piano del conformismo, dell’accettazione delle convenzioni, siano esse sociali, politiche, religiose o morali.

Ci sono sempre stati quelli che non si sono limitati a mormorare il loro dissenso, ma son stati capaci di gridare, di lottare, di ribellarsi, da soli o assieme ad altri.
Sono costoro quelli del “Pantheon dei dimenticati”, quelli che non andavano bene al “potere” (inteso come insieme delle istituzioni, economia e cultura corrente) nel tempo in cui sono vissuti, ma che anche dopo, al nuovo “potere”, che ha sostituito il precedente,  appaiono ostili, perchè anche solo la memoria delle vite di quegli uomini, ne mette in discussione la legittimità morale.

Scatta così la rimozione, la “damnatio memoriae” del non allineato, del diverso, del ribelle, dell’eversivo.

Ma chi ha operato nella storia lascia comunque traccia di se e del suo fare ed allora può accadere, accade, che siano gli archivi, i documenti, i libri, a rendere giustizia ai “ribelli”.

Nella ricerca di fatti, personaggi e notizie sul periodo meno conosciuto della storia castellammarese, quello che va dai primi del 900′ alla fine del fascismo, la mia attenzione si era concentrata sugli antifascisti, su chi, quanti, e quale ruolo avessero avuto, e in che misura fossero stati riconosciuti pericolosi dal fascismo e pertanto perseguitati come ed in che misura.

La tradizione orale mi aveva permesso di apprendere dell’esistenza di noti antifascisti quali Tano Pirrello e Castrenze Navarra e degli aneddoti legati alle loro insofferenze al fascismo e delle persecuzioni in loro danno.

Fonti letterarie e documentali, in precedenza, mi hanno consentito di venire a conoscenza di Don Giuseppe Ancona e di un giovane Bernardo Mattarella segretario del Partito Popolare all’atto del suo scioglimento da parte del fascismo, impegnato poi nelle organizzazioni cattoliche, sotto l’ala protettrice della Curia palermitana durante il fascismo e componente del CLN a Palermo nel periodo della liberazione.

Altri erano solo dei nomi con assai vaghe ed in alcuni casi contradditorie indicazioni sulle loro azioni e sul loro riconoscimento dello status di “avversari” da parte del regime.

Poichè le vie della verità sono infinite è stata per prima una pubblicazione, sul fascismo trapanese, (GINO SOLITRO – IL FASCISMO TRAPANESE E LA RESITENZA ALL’INVASIONE AMERICANA – Edito dal Centro Studi “Giulio Pastore”) a permettermi di venire a conoscenza di:

Gaspare PINCO (Castellammare del Golfo), di anni 29, muratore, antifascista, confinato per un anno e mesi dieci a Ventotene “per aver svolto attività antinazionale a Tunisi”. Filippo PIAZZA (Castellammare del Golfo), di anni 29, coniugato,autista, antifascista, arrestato il 16 marzo 1941, “per aver pronunciato parole offensive nei riguardi del Duce in locale pubblico alla presenza di militari”, non venne inviato al confino perché precettato dal 12° Reggimento del Genio.

ed ancora:

Francesco SAMMARTANO (di Castellammare del Golfo), anni 71, fabbro, anarchico, arrestato nell’aprile 1941 “per aver pronunciato frasi offensive nei
riguardi del viceré d’Etiopia, del Duce e del Fuhrer commentando sfavorevolmente la condotta delle operazioni militari in AOI”. Per l’età avanzata gli fu risparmiato il confino ed ebbe l’ammonimento.

Antifascisti vengono condotti al confino.Il documento fa una sintesi ed una classificazione delle condanne inflitte dalla CP (Commissione Provinciale). Il confino, ad infliggerlo era la C.P. presieduta dal prefetto e composta dal procuratore del Re, dal comandante del gruppo dei Carabinieri. dal questore, dal console della Milizia, da un commissario di PS che fungeva da segretario. La CP esaminava le proposte avanzate, non come comunemente si crede dall’OVRA che, si dice, non avesse agenti a Trapani, ma dall’UPI (ufficio politico investigativo) incorporato nella 174a legione della MVSN:

In tutto il ventennio fascista, la CP di Trapani, emise ordinanze di confino per sessantaquattro cittadini:
21 residenti nel capoluogo; 9 a Mazara del Vallo; 5 a Marsala; 5 a Pantelleria; 5 a Paceco; 5 a Castellammare del Golfo; 5 a Salemi; 2 a Vita; 1 a Partanna; 1 a Salaparuta; 1 a Castelvetrano; 1 a Calatafimi, 1 ad Alcamo.
I confinati politicamente non incasellati, chiamati APOLITICI, erano 15, di cui 10 a Trapani: Michele Aleci, Pietro Bruno, Rosario Burzilleri, Vito Caito, Paolo Carrara, Giuseppa Giacalone, Giuseppe Grimaldi, Francesco Salvatore, La Porta, Salvatore Mocata; 1 a Marsala: Francesco Parrinello; 2 a Pantelleria:
Amedeo Stuppa, Mario Valenza; 1 a Salemi: Luigi Ferro; 1 a Salaparuta.
17 gli ANTIFASCISTI, per cosi dire generici, di cui 5 a Trapani: Paolo Bonomo, Antonino Cavallaro, Filippo Cizio, Gino De Nobili, Salvatore Rizzo; 3 a Mazara del Vallo: Salvatore di Franco, Vincenzo Giametta, Salvatore Reitano; 3 a Pantelleria: Maria Bonomo, Salvatore Catalano, Gregorio Franco; 3 a
Castellammare del Golfo: Giacoma Fiorello, Filippo Piazza, Gaspare Pinco; 1 a Vita: Melchiorre Buffa; 1 a Calatafimi: Stefano Vivona.
13 COMUNISTI, di cui 2 a Trapani: Antonio Graffeo, studente universitario, Romano Malusà, marittimo, nato a Rovigno d’Istria, residente a Trapani; 6 a Mazara del Vallo: Matteo Asaro, Antonino Catalano, Antonio Di Gaetano, Vincenzo Vito Marzo, Nicolò Modesto, Francesco Russo; 2 a Narsala: Salvatore
Bilardello, Francesco Pipitone; 3 a Salemi: Giuseppe Costa, Stefano la Grassa, Salvatore Lampasona.
9 FASCISTI di cui, 3 a Trapani: G.Battista Mulè, Giuseppe Palermo, Antonio Domenico Vento; 2 a Marsala: Domenico Bonfanti, Vito Giacalone; 2 a Paceco: Giovanni Blunda e Francesco Cavarretta; 1 a Vita: Salvatore Buffa; 1 ad Alcamo; Andrea Pipitone.
4 SOCIALISTI, di cui 1 a Trapani: Annibale Francolini ( personaggio popolare, irreprensibile conduttore dei tram. In piena epoca fascista, da fierissimo socialista festeggiava il primo maggio mostrando un garofano rosso all’occhiello della giacca. Pur avendo patito il confino, non esitò un istante ad accettare
la nomina di segretario del sindacato provinciale fascista ferrotranvieri propostagli da Gionfrida); 3 a Paceco: Giuseppe Basiricò, Salvatore Basiricò e Pietro Grammatico (ammonito nel 1926 ,radiato dall’elenco dei sovversivi nel 1934 ,nel 1953 fu eletto senatore della Repubblica nella lista del PSI)
2 ANARCHICI, di cui 1 a Salemi: Gaetano Marino e 1 a Castelvetrano: Francesco Sammartano.“.

Questo brano del documento che indica in cinque le ordinanze di confino relative a Castellammare del Golfo, nel seguito indica solo tre Castellammaresi tra gli antifascisti generici: Giacoma Fiorello, Filippo Piazza e il già citato Gaspare Pinco, smentendo di fatto, che il Sammartano Francesco, anarchico sia di Castellammare del Golfo, indicandolo qui come abitante a Castelvetrano.

Ed in effetti quest’ultima sembra essere proprio la verità sul Sammartano sancita anche da un lavoro di ricerca del 1989 di Salvatore Carbone e Laura Grimaldi su “Il popolo al confino – La persecuzione fascista in Sicilia”, pubblicazione dell’Archivio Centrale dello Stato, lavoro che, che come detto da Sandro Pertini nella prefazione:Se di consenso, si è parlato a proposito del fascismo, questo lavoro testimonia in maniera inequivocabile il dissenso, degli umili.“.

Verbale

L’ autorevole pubblicazione contiene brevi biografie dei perseguitati e diverse classificazioni utili per le comparazioni storiche. L’indice per luogo di nascita da sei nomi per:

Castellammare del Golfo (TP)

antifascisti
Ancona Giuseppe, sacerdote;
Fiorello Giacoma, casalinga;
Piazza Filippo, autista;
Pinco Gaspare, muratore;

comunista
Arena Antonio Andrea, muratore;

socialista
Galante Gaspare, fotografo;

L’indice per residenza da anche esso sei nome ma in parte diversi dai precedenti:

Castellammare del Golfo (TP)

antifascisti
Fiorello Giacoma, casalinga;
Piazza Filippo, autista;
Pinco Gaspare, muratore;

repubblicani
De Simone Antonio, impiegato;
Saccomanno Calogero (I), elettricista;

socialista
Galante Gaspare, fotografo;

Queste le brevi biografie di ciascuno così come sono stati ricavati dai fascicoli personali.

ANCONA don Giuseppe *

di Stefano e di Tartamella Gaetana, n.a Castellammare del Golfo (TP) 1’8 gennaio 1875, res. a Balestrate (PA), parroco, antifascista.

Arrestato dalla PS di Castellammare del Golfo 11 novembre 1938 per aver dato prova di incomprensione politica e per offese alla memoria di un legionario in Spagna.

Assegnato al confino per anni uno dalla CP di Palermo con ord. del 12 novembre 1938. Sede di confino: Gimigliano. Liberato il 24 dicembre 1938 condizionalmente in occasione delle feste natalizie. Periodo trascorso in carcere e al confino: mesi uno, giorni 24.

Avendo presentato la nota di rimborso spese per una messa affidata il 15 maggio 1938 in suffragio del trigesimo della morte di Faro Ruffino, legionario caduto in Spagna, alle osservazioni del segretario politico del PNF di Balestrate che la messa era stata celebrata in onore di un caduto per la causa fascista, il parroco replicò che «il decesso non era un fatto di causa italiana, ma un infortunio, come potrebbe accadere ad ognuno che va in cerca di lavoro in imprese difficili e di libera scelta».

(b. 25, cc. 25, 1938).

ARENA Antonio Andrea*

di Giuseppe e di Scudera Giuseppa, n. a Castellammare del Golfo (TP) li 9 agosto 1913, res. a Costantina, Marsiglia, celibe, muratore, comunista.

Arrestato il 22 giugno 1936 per attività comunista e propaganda antifascista svolta all’estero. Assegnato al confino per anni cinque dalla CP di Trapani con ord. del 9 luglio 1936. La C di A con ord. del 12 novembre 1936 respinse il ricorso. Sedi di confino: Ventotene, Lampedusa, Tremiti, Ponza, Pisticci.
Liberato dall’internamento il 19 agosto 1943. Periodo trascorso in carcere, al confino e in internamento: anni sette, mesi uno, giorni 29.

Fu iscritto fin da ragazzo al circolo giovanile cattolico di Castellammare del Golfo.
Nel febbraio 1931 emigrò con regolare passaporto in Marocco e svolse colà ed in Algeria, dove si era trasferito, propaganda sovversiva.
Nel dicembre 1935 venne arrestato insieme ad altri dalla polizia di Costantina perché trovato in possesso di armi, documenti falsificati e materiale di propaganda comunista, che aveva ricevuto dalla Concentrazione antifascista di Parigi a mezzo di intermediari residenti ad Algeri e Orano.
Condannato ad un mese di prigione, durante la detenzione fu sussidiato dal soccorso rosso internazionale.
Espulso dall’Algeria si recò a Marsiglia, donde fu rimpatriato nel febbraio 1936 perché sprovvisto di lavoro; a marzo fu fermato alla frontiera italiana di Ventimiglia e tradotto a Palermo quale renitente alla leva.
Essendo stato, però, da quella capitaneria di porto rinviato a nuova chiamata alle armi, fu proposto per il confino in data 4 luglio 1936.
Dal 6 settembre 1936 al 19 aprile 1937 prestò servizio militare.
Da Ventotene fu trasferito a Lampedusa per aver tentato di sobillare i suoi compagni a richiedere un aumento di sussidio giornaliero in seguito al rincaro dei viveri; inoltre in considerazione della sua persistente cattiva condotta fu proposto per il trattamento economico e discplinare riservato ai confinati comuni, invece di mantenere quello stabilito per i politici.
Durante il confino fu arrestato varie volte per contravvenzione agli obblighi e per rifiuto del saluto romano.
Il 21 giugno 1941,a fine periodo,venne internato nel campo di concentramento di S. Domino di Tremiti perché ritenuto elemento politica­mente pericoloso in tempo di guerra.
Dopo la liberazione per motivi di lavoro ritornò a Pisticci, dove venne diffidato il 24 agosto 1945 perché ritenuto elemento pericoloso per l’ordine pubblico.
Elenco di altri confinati oriconfinati originari della Tunisia proposti per il trasferi­mento da Lampedusa.
Elenco di confinati comunisti, anarchici e appartenenti al gruppo «Giu­stizia e Libertà».

(b. 36, cc. 200, 1936-1941, 1946, 1958).

DE SIMONE Antonio *

di Antonino e di Salvo Sofia, n. a Palermo il 29 maggio 1905, res. ad Alcamo-Castel­lammare del Golfo (TP), celibe, istruzione superiore, impiegato privato, repubblicano.
Arrestato il 1° febbraio 1931 per propaganda ed attività antinazionale a mezzo di riunioni e conferenze che teneva ad accoliti e simpatizzanti.
Assegnato al confino per anni cinque dalla C P di Trapani con ord. del 21 marzo 1931. Sedi di confino : Ponza, Ventotene, Ponza. Liberato · il 1° ottobre 1936 per fine periodo. Periodo trascorso in carcere e al confino: anni cinque, mesi otto, giorni 1.

Allontanatosi da Palermo, si domiciliò ad Alcamo, dove· nel 1926 fu assunto come scrivano presso la locale Società elettrica. Ad Alcamo e Calatafimi fu notato in compagnia di elementi sovversivi del luogo e fondò pure una sezione del partito repubblicano dipendente da Palermo.

Nel 1927 passò a prestare servizio alle dipendenze della Società elettro­tecnica palermitana, nella sede di Castellammare del Golfo.
Assiduo lavoratore, non ricoprì cariche amministrative e politiche. A Castellammare svolse attività antinazionale e antifascista mediante riunioni e conferenze che teneva a casa sua, dove convenivano accoliti e simpatizzanti.
In seguito ad una perquisizione effettuata nella sua abitazione nella notte del 31 gennaio 1931, fu trovato in compagnia dell’impiegato Francesco Buffa di Alcamo, di Calogero Saccomanno, Edoardo Tancredi di anni 18 e Ugo Tellini di anni 17, tutti e tre di Palermo e dipendenti della Società elettrica. Nel corso della perquisizione furono rinvenute 58 copie dattiloscritte di una circolare sovversiva di propaganda antifascista e antimonarchica e la macchina da scrivere che era stata imprestata al De Simone da Damiano Tesoriere per la copiatura della circolare ; una copia del giornale « La Libertà »
del 1° gennaio 1931, edito a Parigi, organo della Concentrazione antifasci­sta; corrispondenza varia; un catalogo generale del 1928 ; cartoline con foto­grafie di Garibaldi, Verdi; Bianzon ; cartoline postali del prof. Vito Vasile e di Domenico Mancuso ; un biglietto da visita di Giulio Giambartolomeo ; un quadro con la fotografia di Mazzini ; ritratti fotografici del defunto Giacomo De Simone, di Giuseppina Romano, di Gaetano Fundarò; due agende, una del 1927 e l’altra del 1930; otto caricatori completi per carabina austriaca e nascosto nel solaio un moschetto Steyr e due cartucce per fucile dietro­ carica.
Furono inoltre rinvenuti i volumi : Lo Stato democratico dopo la guerra, L’ombra di Andighiero di Saverio Minucci, Sulla origine della Specie, I dolori del giovane Werther, Il dottor Antonio, Pegaso, Stradivario, Camicia rossa, Aurora Boreale, Il pensiero religioso di lviazzini, Tommaso Moro Gran Cancelliere d’In­ghilterra.
Tra le fotografie fu identificata quella riproducente Saverio Minucci, di anni 44, già candidato politico del partito repubblicano, che nel 1925 aveva costituito a Campobello di Mazara il Circolo giovanile di cultura maz­ziniana.
Dopo il fermo delle cinque persone, il De Simone si addossò tutte le responsabilità. Però a seguito di accertamenti risultò che il Saccomanno era
stato sorpreso, nel maggio 1923, a Palermo mentre distribuiva manifestini sovversivi e che insieme al De Simone avevano iniziato uria campagna di pro­paganda tra la classe operaia mediante distribuzione delle copie della circolare che spedivano anche all’estero a fuoriusciti con i quali mantenevano re­lazioni: due copie della circolare erano state inviate a Francesco Proia, resi­dente a Tunisi, che in cambio aveva spedito il numero del giornale « La Li­bertà » sequestrato.
Accertate le responsabilità, De Simone e Saccomanno fu rono denunziati al Tribunale speciale, mentre gli altri tre furono rilasciati. L’11 ottobre 1932 il De Simone fu arrestato e denunziato all’autorità giudiziaria per contravven­zione agli obblighi, venendo assolto con sentenza del 17 dicembre successivo
per insufficienza di prove. Fu perciò tradotto nuovamente al confino di Ventotene.
Arrestato e denunziato una seconda volta il 25 gennaio 1934 per minacce e oltraggio, fu di nuovo assolto con sentenza dell’8 marzo dal pretore di Ponza
perché il fatto non costituiva reato.
Il 24 febbraio 1935 fu denunziato in stato di arresto alla procura di Napoli per avere partecipato ad una protesta collettiva a Ponza, rendendosi responsabile di contravvenzione agli obblighi. Il tribunale di Napoli con sentenza del 7 maggio lo condannò a otto mesi di arresto, pena confermata in appello con sentenza del 20 luglio.
Il 26 ottobre, espiata la pena nelle carceri giudiziarie di Napoli, fu ritradotto a Ponza.
Gli fu concesso di mantenere corrispondenza con il fratello Giovanni, antifascista, residente a Tunisi; gli fu invece rifiutata la corrispondenza con l’antifascista ex confinato Stefano Vivona di Calatafimi.
Il 1° ottobre 1936 lasciò la colonia di Ponza, avendo ultimato il giorno prima di scontare il periodo di confino.
Ad Alcamo continuò a risiedere in piazza Vespri 4, continuamente vigi­lato, ma non diede più luogo a rilievi d’indole politica, anche se conservò tenacemente e pubblicamente le sue idee, senza segno alcuno di ravvedimento.
Per quanto disponibile ad adattarsi a qualsiasi tipo di lavoro pesante, bracciantile o di manovalanza, non gli riuscì di fa re una sola giornata di lavoro,
restando completamente emarginato. Così scrive a Umberto Pagani di Parma, suo compagno di confino a Ponza ; infine trovò lavoro vendendo vino con un
suo parente, mentre la sua vita trascorreva ” inoperosa “.

(b. 348, cc. 135, 1931-1936; CPC, b. 1008, fa se. 89792, cc. 70, 1931-1942) .

FIORELLO Giacoma *

fu Vito e fu Palazzolo Maria; n. a Castellammare del Golfo (TP) il 7 gennaio 1888,
res. a Castellammare del Golfo, vedova con due figli, casalinga, antifascista.
Arrestata i1 14 novembre 1934 per avere sobillato più volte la popolazione contro l’applicazione delle imposte comunali.
Assegnata al confino per anni uno dalla CP di Trapani con ord. del 7 dicembre 1934.
Sede di confino : Ardore. Liberata il 15 novembre 1935 per fine periodo.
Periodo trascorso in carcere e al confino: anni uno, giorni 2.
Nel l921 allorchè l’amministrazione comunale era diretta dai socialisti, la Fiorello si dimostrò convinta fiancheggiatrice dell’amministrazione partec1pando a comizi e dimostrazioni

(b.416,cc.43,1934-1935).

GALANTE Gaspare *

fu Domenico o Damiano e di Gioia Antonina, n. a Castellammare del Golfo (TP)
i1 13 luglio 1888, res. a Castellammare del Golfo, celibe, frequenza classi elementari,
fotografo, ex combattente, socialista.

Ammonito dalla CP di Trapani con ord. del 1° aprile 1927 perché il 10 gennaio aveva tentato di espatriare clandestinamente.

L’ammonizione fu sospesa con ord. della CP di Trapani in data 18 gennaio 1928.
Nei documenti del fascicolo del CPC il nome del padre appare al­l’inizio come Damiano e poi Domenico sino al 1942.
(b. 444, cc. 3, 1927; CPC, b. 2228, fa se. 3121, cc. 45, 1927-1942).

PIAZZA Filippo *

di Salvatore e di Ciaravino Teresa, n. a Castellammare del Golfo (TP) 1’8 aprile
1912, res. a Castellammare del Golfo, coniugato, autista, antifascista.

Arrestato i1 16 marzo 1941 per aver pronunciato parole offensive nei riguardi
del duce in un esercizio pubblico alla presenza di militari .

La sua assegnazione al confino fu disposta con telegramma ministeriale
del 2 aprile 1941 diretto al prefetto di Trapani. Questi il 15 giugno successivo
informava il ministero dell’Interno che il detenuto confinando Filippo Piazza,
già in licenza straordinaria illimitata, era stato precettato dal comando del
12o reggimento del Genio per cui il provvedimento era stato sospeso e il
Piazza rimesso il libertà e avviato al reparto. Il ministero ordinò allora la
sospensione del provvedimento.

(b . 790, cc. 4, 1941 ; CPC, b. 3934, fa se. 77006, cc. 5, 1941).

PINCO Gaspare *

di Carlo e di Colombo Teresa, n. a Castellammare del Golfo (TP) 1’11 settembre
1910, res. a Castellammare del Golfo, celibe, muratore, antifascista.

Arrestato il 24 dicembre 1939 per avere svolto attività antifascista e antinazionale a Tunisi.
Assegnato al confino per anni cinque dalla CP di Trapani con ord. del 15 marzo 1940.
La C di A con ord. del 2 novembre 1941 commutò in ammonizione.
Sede di confino: Ventotene. Liberato il 3 novembre 1941 per commutazione in ammonizione.
Periodo trascorso in carcere e al confino: anni uno, mesi dieci, giorni 11.

Nel 1932, trasferitosi a Tunisi per motivi di lavoro, iniziò un’attivissima propaganda antinazionale.
Nel 1935 si trasferl a Costantina dove entrò nelle file della nota organizzazione antifascista «Unione popolare italiana », occupandosi in particolare del pagamento dei sussidi alle famiglie dei volontari arruolati nelle milizie rosse spagnole.
Arrestato per traffico d’armi e di documenti falsi, nella perquisizione operata in tale circostanza dalla polizia furono rinvenuti numerosi opuscoli di propaganda antifascista e comunista e copioso materiale di propaganda contro la guerra itala-etiopica.
Condannato ad un mese di prigionia e colpito da decreto di espulsione, dopo essere stato dimesso dal carcere vagò per vari villaggi periferici nei dintorni di Tunisi, evitando le città per timore di essere arrestato per contravvenzione al decreto di espulsione.
Nel 1937 si trasferì a Marsiglia dove si dedicò all’arruolamento di volon­tari per la Spagna rossa e fece anche parte di un comitato regionale dell’ « Unio­ne popolare italiana ».
Colpito da decreto di espulsione dalle autorità francesi, contravvenne all’ordinanza e pertanto, arrestato nell’agosto del 1939, fu condannato a
otto mesi di prigione.
Dimesso dal carcere, si recò nuovamente in Tunisia, ma il 23 dicembre 1939 venrie rimpatriato con foglio di via obbligatorio dal consolato italiano.
Arrestato a Trapani il 24 dicembre dalle autorità italiane, fu deferito alla competente CP per avere svolto attività sovversiva all’estero.
Durante il periodo del confino nel luglio del 1940 fu ricoverato all’ospedale «Pace » di Napoli perché affetto da tubercolosi e 15 giorni dopo alla « Salus »; ricoverato ancora nell’agosto nel sanatorio « Serraino Vulpitta » di Trapani, il 3 novembre fu dimesso e gli fu commutato in ammonizione il residuale periodo di confino.
Il 30 ottobre gli fu condonata l’ammonizione.
La questura di Trapani il 27 novembre 1956, nel riferire quanto era agli atti di quell’ufficio, faceva presente al ministero che il Pinco era anche allora attivista del PCI ed era iscritto al Casellario politico centrale per « normale » vigilanza.

(b. 798, cc. 149, 1940-1941, 1956).

SACCOMANNO Calogero*

di Diego e di Amari Rosalia, n. a Palermo il 27 luglio 1905, res. a Castellammare del Golfo
(TP), celibe, elettricista, repubblicano.

Arrestato il 1° febbraio 1931 per avere svolto propaganda sovversiva insieme ad altri operai della Società generale elettrica per la Sicilia.
Assegnato al confino per anni cinque dalla CP di Trapani con ord. del 21 marzo 1931. La C di A con ord. del 23 aprile 1932 ridusse a due anni.
Sede di confino: Lipari.
Liberato il 15 novembre 1932 condizionalmente nella ricorrenza del decennale.
Periodo trascorso in carcere e al confino: anni uno, mesi nove, giorni 15.
Il primo maggio 1923 era stato sorpreso a Palermo mentre distribuiva manifestini sovversivi.
Nella notte tra il 31 gennaio e il 1° febbraio 1931, in seguito a segnalazione alla questura di Trapani, fu perquisita l’abitazione di Antonio De Simone:
sul luogo oltre al Saccomanno si trovavano gli operai Francesco Buffa, Edoar­do Tancredi e Ugo Tellini, tutti dipendenti della Società generale elettrica per la Sicilia. Vennero rinvenuti, tra l’altro, cinquantotto copie dattiloscritte di una circolare sovversiva di propaganda antifascista e antimonarchica, una copia del giornale «La Libertà» edito a Parigi, organo della concentrazione anti­fascista, datato 1° gennaio 1931, un volume dell’opera Il pensiero
religioso di Mazzini, un quadro di Giuseppe Mazzini, tre cartoline illustrate riproducenti l’arresto di Garibaldi, otto caricatori completi per carabina austriaca e una carabina tipo Stey.
Sequestrati gli oggetti, si procedette al fermo dei presenti.

Dalle indagini risultò che il Saccomanno e il De Simone avevano iniziato una campagna di propaganda distribuendo copie della circolare sovversiva tra gli operai e inviandole anche all’estero a sovversivi con i quali si mante­nevano in relazione.
Il Saccomanno e gli altri possedevano strumenti di penetrazione nel­l’ambiente operaio perché potevano disporre della rete telefonica della società elettrica nonché dei servizi di illuminazione nei comuni di Alcamo, Calatafimi e Castellammare del Golfo.
Il 15 giugno 1931 la PS informava che i due detenuti, Calogero Saccomanno e Antonio De Simone, assegnati al confino e in attesa di destinazione, avevano iniziato lo sciopero della fame per protesta allo scopo di affrettare la loro traduzione in colonia.

(b. ?99, fase. I, cc. 38, 1931-1932).

Come si vede si tratta di personalità le più diverse.
Singolari ed eccezionali per quegli anni e per la Sicilia le due figure di Don Giuseppe Ancona, di cui avevo già scritto in passato, e di Giacoma Fiorello, testimonianza di una sorprendente Castellammare del Golfo pre-fascista che ancora resiste ad essere scoperta.
Militanti dalla vita degna di una sceneggiatura cinematografica e dai risvolti internazionali i due comunisti Antonino Arena e Gaspare Pinco, figure ascrivibili alla categoria degli “umili”, di quelle persone che durante e dopo il fasci­smo non hanno avuto la fortuna politica che avrebbero meritato e che ci appaiono nella loro militanza ed azione antifascista animati da un rigore ideologico che non può che essere apprezzato se espresso in tali frangenti.
Su Gaspare Pinco in particolare, di cui mi auguro si sarà notato che nel 1956 nell’Italia liberata e democratica la questura di Trapani, nel riferire al Ministero quanto era agli atti di quell’ufficio, faceva presente che “il Pinco era anche allora attivista del PCI ed era iscritto al Casellario politico centrale per «normale» vigilanza”, mi riprometto di ritornare con altro materiale documentario in un prossimo post.

Da dove venite ? Dalla Sicilia !

Il cammino della speranza” è un film di Pietro Germi del 1950.
Il film si ricorda per diverse cose, una di queste è la presenza come colonna sonora della canzone “Vitti na crozza” composta dal maestro Franco Li Causi ed eseguita alla chitarra dal maestro Salvatore Li Causi e di cui qualcosa avevo già detto qui.
La seconda è per la scena nel film di un duello rusticano tra la neve delle Alpi.

Raf Vallone - Franco Navarra

Raf Vallone – Franco Navarra

La terza perchè protagonisti del duello rusticano erano da un lato il protagonista del film l’attore Raf Vallone e dall’altro lo sfortunato attore castellammarese Franco Navarra il quale compare nei titoli di testa.

Il film ci ricorda che anche gli italiani sono stati emigranti, e che quello che compiono oggi i disgraziati che arrivano in Italia con mezzi di fortuna (e di sfortuna), affidandosi a scafisti o mediatori cui consegnano tutti i loro averi è un altro “cammino della speranza” che troppo spesso si trasforma in un cammino di disperazione.
Il film racconta delle disgrazie e della povertà di un gruppo di minatori siciliani di un paesino del nisseno, del loro tragico esodo verso la Francia e rispecchia drammaticamente la realtà di molte famiglie dell’entroterra siciliano nell’immediato dopoguerra.
A firmare sceneggiatura e soggetto ci sono lo stesso Germi e nomi come Federico Fellini e Tullio Pinelli.
Nelle intenzioni di Germi sembra avrebbe dovuto intitolarsi Terroni, e questa è la trama:

La chiusura di una zolfara lascia senza lavoro tutti i minatori del piccolo paese.
Il film inizia con le scene della lotta dei minatori che, disperati, occupano la miniera.
Tra di loro c’è anche Saro Cammarata (Raf Vallone).
I minatori comunque devono arrendersi e la miniera chiude gettando sul lastrico intere famiglie.
Ma ecco che in paese arriva un tale, un certo Ciccio Ingaggiatore (Saro Urzì) che li esorta a partire, ad andare in Francia, dove il lavoro c’è per tutti, è ben pagato e dove volendo potranno anche diventare benestanti.
La disperazione rende deboli e molti ascoltano la proposta di Ingaggiatore che promette, dietro adeguato compenso, di farli emigrare clandestinamente.
Prima in corriera e poi in treno comincia così il lungo e fortunoso viaggio del gruppo attraverso l’Italia.
Tra gli emigranti ci sono Saro (Raf Vallone) che, vedovo, parte con i suoi tre bambini che non sa a chi lasciare e Barbara (Elena Varzi), legata al pregiudicato Vanni (Franco Navarra), il quale all’ultimo momento si unisce al gruppo.
C’è anche il vecchio ragioniere con il suo cagnolino che lavorava negli uffici della miniera, rovinato anche lui dalla chiusura della miniera.
Ci sono vecchi, donne anziane e bambini.
Durante una lunga sosta alla Stazione Termini di Roma Ingaggiatore si rivela per quello che è: un imbroglione che cerca di fuggire lasciando i poveri disoccupati in balia di se stessi, ma viene fermato da Vanni (Franco Navarro), il violento del gruppo.
Ingaggiatore però riesce egualmente a sparire e gli emigranti, scoperti dalla polizia, vengono rispediti al loro paese in Sicilia con foglio di via obbligatorio.
La disperazione però è tale che decidono di sfidare la legge e di continuare con ogni mezzo di fortuna il viaggio verso la Francia.
In Emilia vengono ingaggiati per il raccolto in una masseria.
Il fattore è gentile con loro, la paga promessa è buona.
Non sanno però che è in corso uno sciopero generale, che il fattore ha assunto loro al posto degli scioperanti e quando i braccianti del luogo vengono a saperlo li aggrediscono urlando “crumiri!” e quando Saro cerca di spiegare che loro non sapevano nulla, che sono “forestieri”, zolfatari che vengono dalla Sicilia la gente li apostrofa con ancora maggiore veemenza.
“Tornate al vostro paese! Tornatevene da dove siete venuti, andate in Sicilia!”
La situazione precipita, c’è un vero e proprio scontro che nemmeno la polizia riesce a sedare.
Michelina, la figlia di Saro viene ferita alla testa da un sasso.
Insomma, uno degli innumerevoli esempi di guerra tra poveri.
Costretti a partire dal precipitare degli eventi, si allontanano lasciando Saro con la figlia inferma e con Barbara.
Dopo una serie di traversie, il gruppo riesce a ricomporsi alla frontiera, dove però giunge anche Vanni che, geloso del legame nato tra Barbara e Saro, affronta il rivale in un duello rusticano sulla neve.
Scampati ad una terribile tempesta di neve gli emigranti riescono a superare la frontiera.
Sono stremati, ma adesso la giornata è bellissima e il sole splende.
E soprattutto… sono in Francia! Finalmente!
Qui però vengono fermati dai finanzieri francesi e dagli Alpini italiani.

E qui il quarto motivo per ricordare il film, questa scena finale da vedere per il dialogo di sguardi che segue a questo dialogo verbale:

Da dove venite?
Dalla Sicilia !
Dalla Sicilia ?

Una lunga scena in cui tutti sono immobili ed in silenzio.
Finanzieri ed emigranti i quali si fronteggiano, ben consapevoli che da quei momenti dipende il futuro di quegli uomini, donne, bambini e il vanificarsi di tutti i sacrifici, di tutte le sofferenze sopportate per arrivare fin lì.
E sono proprio i bambini, con la loro presenza ed i loro sguardi a determinare la svolta, quell'”Allons !” finale.

Il nostro attore castellammarese non è citato invece nei titoli ma è possibile rintracciarne il nome (Francesco Navarra) tra gli interpreti nelle diverse schede sul film presenti in rete, per la interpretazione del personaggio di Vanni Vetriolo ne “Il Nome della Legge”, altro film di Germi del 1948.
Un film che all’interno dell’attribuzzione di una nebbiosa e a tratti romantica aura di “onorata società” alla mafia, tratta dell’impegno e della tenacia di un giovane magistrato nella lotta alla criminalità organizzata che fossilizza e avvelena la vita sociale ed economica di una piccola ed arretrata comunità dell’entroterra siciliano.

In nome della Legge (Pietro Germi,1948)

Le foto che seguono ritraggono Franco Navarra in alcune scene de “In nome della legge”, nel quale interpreta Vanni Vetriolo.