Ha origini trapanesi il massimo esperto italiano di parolacce

Si chiama Vito Tartamella, ed è nato a Milano, ma di Trapani erano i genitori. Tartamella è uno psicolinguista, caporedattore della rivista scientifica Focus.
Nel 2006 ha pubblicato un libro dal titolo “Parolacce” – Perché le diciamo, che cosa significano, quali effetti hanno – Dai Babilonesi a Benigni 4.000 anni di imprecazioni, oscenità, insulti – In 43 lingue.

Il libro di Tartamella si sviluppa in dieci densissimi capitoli che affrontano il tema “parolacce” dal punto di vista linguistico, culturale, religioso e psicologico.
In ciascun capitolo l’autore affianca la trattazione scientifica ad esempi che rendono concreta l’idea di cosa si stia parlando.
Nella conclusione, Vito Tartamella individua dieci falsi miti sulle parolacce:

1. Le parolacce non sono un “vero” linguaggio.
2. Il turpiloqui non è essenziale per il linguaggio.
3. Il turpiloquio è brutto ma può essere eliminato.
4. Il turpiloquio è un problema moderno.
5. Bisogna proteggere i bambini dal turpiloquio.
6. Il turpiloquio è un problema degli adolescenti.
7. Il turpiloquio è un’abitudine delle classi basse e maleducate.
8. Si dicono più parolacce oggi che in passato.
9. Il turpiloquio è diffuso perché la gente non sa controllarsi.
10. Il turpiloquio è dovuto a scarso lessico e abilità linguistica.

Quella che segue è una eccellente intervista di Stefano Lorenzetto a Vito Tartamella per “Il Giornale

Il giornalista scientifico che scrive solo parolacce

Laureato alla Cattolica, è il massimo studioso italiano di turpiloquio. Redige la statistica delle imprecazioni più diffuse: “c…” al primo posto

Avvertenza per l’uso: le persone particolarmente sensibili sono invitate ad astenersi dal proseguire nella lettura. Qui, infatti, si narra di Vito Tartamella, 47 anni, compunto giornalista scientifico, caporedattore centrale del mensile Focus, che passa per essere il massimo esperto italiano di turpiloquio.

A porgli sul capo la corona (di spine) è stato il bavarese Reinhold Aman, residente in California, ex docente in scuole e atenei statunitensi, sicuramente l’autorità mondiale riconosciuta in tema di parolacce, avendo fra l’altro fondato Maledicta, rivista accademica dedicata allo studio del linguaggio offensivo, «uno scienziato squisito, mite, simpatico, che mi ha molto aiutato nelle mie ricerche», sparge incenso Tartamella.

I due si sono incontrati come relatori all’Università di Chambéry, in Francia, dove si tiene un convegno biennale per aggiornare la classifica planetaria delle scurrilità.
A tal proposito, premio subito i lettori licenziosi che sono arrivati al secondo capoverso informandoli che «Oh, merda!» , declinata in tutte le lingue, è in assoluto l’espressione rintracciata con più frequenza nelle scatole nere dopo i disastri aerei, mentre «cazzo» resiste al vertice delle preferenze italiche: «Già Italo Calvino aveva osservato che è una parolaccia di espressività straordinaria, senza pari in altri idiomi».

Tartamella ha compilato la statistica raffrontando migliaia di dati, «non posso per il momento rivelare quali, dico solo che non si tratta di citazioni tratte dai giornali o da Internet», e mostra come prova una spanna di tabulati che costituiranno la base del suo prossimo lavoro, dopo il bestseller Parolacce, studio di 380 pagine uscito nel 2006 che spiega perché le diciamo, che cosa significano, quali effetti hanno.

In un Paese dove il capo dello Stato teme che la violenza verbale porti all’eversione, la presidente della Camera ricorre alla polizia per difendersi dalle contumelie via Web e il direttore del Tg La7 chiude il suo account Twitter nauseato dagli improperi, i due tomi dovrebbero essere adottati come libri di testo nelle scuole.

Solo un laureato in filosofia uscito nel 1992 con 110 e lode dall’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, fondata da padre Agostino Gemelli, poteva affrontare con padronanza una materia includente persino le bestemmie. Il titolo della tesi che preparò con lo psicolinguista Ferdinando Dogana, Psicosociologia del cognome, nasceva da uno shock infantile.

«Sono figlio di un maresciallo maggiore della Guardia di finanza e di una maestra elementare originari di Trapani e, benché sia nato a Milano, i miei coetanei hanno sempre giocato sul mio cognome per offendermi in quanto terrone. Mi chiamavano Tarantella, Tartanella, Gargamella e io provavo un fastidio addirittura fisico per questo. Oggi non ci farei più caso. Ho persino ricevuto per posta una pubblicità indirizzata al signor Vino Tavernella».

A spronarlo verso il giornalismo fu il padre Giovanni, che nel 1986 incappò in un annuncio strabiliante – specie se riletto in tempi di crisi dell’editoria – apparso sul Cittadino, bisettimanale cattolico di Monza e Brianza: «Cercansi collaboratori». «Mi presentai al caporedattore. “Che sai fare?”. Studio filosofia. “Uhm. Che altro?”. Suono il pianoforte. “Ottimo. Ti occuperai di musica”. Alla terza stroncatura la mia carriera di recensore era già finita: me l’ero presa con un disco di Scialpi».

Ma Tartamella – oggi sposato con la collega Paola Erba di Rai News e padre di un bimbo di 5 anni – non si diede per vinto. Si buttò sulla cronaca, bianca e nera. Fu reclutato da Brianza Oggi, nuovo quotidiano dell’editore Giuseppe Ciarrapico, che però chiuse dopo un anno. Passò come abusivo al Giorno, infine fu assunto. Quattro anni al Corriere di Como, altri due al service Vespina di Giorgio Dell’Arti, poi l’approdo a Focus.

Come reagì il direttore Sandro Boeri quando gli spiegò che voleva occuparsi di parolacce?
«Mi disse: “Fantastico!”».

Un direttore veneto le avrebbe risposto: «Ma va’ in mona!».
«Era nata come idea per un servizio da affidare a qualche redattore. Alla fine è diventato un libro e un blog, http://www.focus.it/parolacce, che ci ha spalancato prospettive internazionali. La scrittrice americana Dianne Hales mi ha dedicato un capitolo nel suo volume La bella lingua».

Come mi regolo con lettori del Giornale, giustamente assai suscettibili? Metto i puntini di sospensione o no?
«Non saprei».

Ma non fa il caporedattore centrale?
«L’importante è che dal contesto si capisca ciò che dico».

Se scrivo c…o, non si capisce se sta parlando dell’organo davanti o di quello dietro.
«Io eviterei i puntini di sospensione. La censura rende più evidente la parolaccia, insegnava Claude Lévi-Strauss».

Però il lubrico Giacomo Casanova si limitava a nominare il c…o come «l’agente principale dell’umanità».
«Anche François Rabelais e Teofilo Folengo hanno dimostrato una maestria assoluta nell’uso delle parolacce. E tra il poeta settecentesco Giorgio Baffo, veneziano, e I soliti idioti non c’è confronto».

Lei sostiene che il c…o sia diventato nell’odierna civiltà, o inciviltà, una sorta di jolly linguistico.
«È così, ma aveva larga diffusione già nel Seicento, come attesta La rettorica delle puttane di Ferrante Pallavicino, canonico che fu fatto decapitare da Papa Urbano VIII per i suoi libelli irriverenti. Oggi, a seconda delle circostanze, può esprimere sorpresa, cazzo!, offesa, cazzone, elogio, cazzuto, rabbia, incazzato, approssimazione, a cazzo, dissapore, scazzo. Il corrispettivo femminile non gode certo di minore audience. Il professor Alessandro Roccati, egittologo alla Sapienza di Roma, ha raccolto un’antologia di insulti scritti nelle cappelle della necropoli menfita durante l’Antico Regno, in papiri della fine del secondo millennio e nei “testi delle piramidi”. Fra questi, ricorrono spesso vulva, figa fottuta, putrida allargata, detto di Iside, e femmina senza vulva, detto di Nefti. E stiamo parlando della dea della maternità e della dea dell’oltretomba».

In Parolacce ha messo come esergo una frase di Sigmund Freud: «Colui che per la prima volta ha lanciato all’avversario una parola ingiuriosa invece che una freccia è stato il fondatore della civiltà». Ne è convinto?
«Certo, perché ha spostato sul piano simbolico l’aggressione fisica. Benché anche una parolaccia possa essere assai distruttiva. Del resto si tratta di tabù, di parole vietate in quanto evocano emozioni e contenuti potenzialmente pericolosi per un gruppo sociale. Per questo la nostra civiltà ha stabilito che abbiano dei limiti d’uso di diversa gradazione. Ho condotto un sondaggio online su un campione di 2.600 soggetti ed è risultato che l’espressione va’ a cagare ha un impatto assai meno dirompente rispetto a figlio di puttana. Le più offensive sono le bestemmie».

Comprensibile.
«Però in Norvegia o in Svezia la blasfemia non esiste. Al contrario dell’Italia, che ne è la patria mondiale. Questo perché per secoli il concetto di divinità da noi ha coinciso con l’autorità dello Stato Pontificio. Si bestemmiava Dio per ribellione contro il Papa Re che ne incarnava visibilmente il Figlio sulla terra. Non a caso imprecare, nell’etimologia latina, significa pregare contro. Le parolacce sono sempre rapportate a concetti delicatissimi: vita, morte, sesso, malattie, religione, rapporti sociali».

Ma a che servono?
«A esprimere una reazione negativa, a verbalizzare un’emozione forte, spesso al di là delle nostre intenzioni. Mio padre perse per qualche mese la parola a causa di un ictus. Ciononostante quando s’arrabbiava gli usciva spontanea di bocca qualche volgarità. Un fatto ben noto ai neurologi: le parole sono controllate dall’emisfero sinistro, le parolacce da quello destro, che presiede all’emotività. Il danno cerebrale non aveva intaccato il secondo».

Davvero scegliamo le parolacce in base al loro suono?
«Si chiama fonosimbolismo, è una teoria linguistica. Il modo di articolare i fonemi imita la realtà. Prenda mucca: le prime due lettere ricordano il verso dell’animale, muu. Parolacce come cazzo, puttana, baldracca sono composte da consonanti occlusive. L’aria che giunge dalla trachea dapprima è ostacolata da queste lettere che ne aumentano la pressione intraorale, dopodiché viene violentemente espulsa, provocando una sorta di piccola esplosione. Sono le consonanti della forza e della durezza. Disgusto, rifiuto, disprezzo e condanna sono espressi invece con l’espulsione del fiato delle lettere fricative tipo la “f”: fanculo, fanfarone, fetente. Sono i fonemi del rifiuto, come uffa».

Ma perché le parolacce esercitano su di lei questo fascino?
«Potrei spiegarlo con un episodio dell’infanzia. Alle elementari una compagna di classe mi diede sulla testa l’atlante della De Agostini. Avvertii un dolore così forte, con una scossa dal gusto salato in bocca, che le urlai: puttana! Non avevo mai avevo pronunciato quella parola prima d’allora. Per me fu uno shock, ci stetti male tutto il giorno. In realtà, del turpiloquio m’interessa l’aspetto culturale, che coinvolge a 360 gradi storia della letteratura, linguistica, glottologia, psicologia, sociologia, neurologia, giurisprudenza, statistica».

Quanto avrà pesato il Vaffanculo-Day nell’ascesa di Beppe Grillo?
«Lo sdoganamento della parolaccia in politica risale alla notte dei tempi. Benito Mussolini non disdegnava la bestemmia. Suo genero Galeazzo Ciano nel 1939 definì Achille Starace, segretario del partito fascista, “un coglione che fa girare i coglioni” per la sua pedanteria. Bettino Craxi rivolse lo stesso epiteto a Renato Altissimo nel 1986. Nel 1984 il ministro degli Esteri tedesco, Joschka Fischer, disse al capo del Bundestag: “Con rispetto parlando, signor presidente, lei è un buco di culo”.

Umberto Bossi nel 1997 bollò l’ex ideologo leghista Gianfranco Miglio come “una scoreggia nello spazio”. Da lì in poi è stata una sparata continua. Le parolacce interpretano gli umori della piazza, si fanno capire da tutti. Il filosofo Arthur Schopenhauer nel saggio L’arte di insultare scrive che l’insulto è una calunnia abbreviata. Sono però un’arma a doppio taglio: accorciano le distanze a detrimento dell’autorevolezza. Per tornare a Grillo, la volgarità è un vettore che ti porta in orbita. Ma quando sei già arrivato nell’empireo, tanto da crederti il primo partito, non puoi più permettertela: ti danneggia».

Lei ha scovato espressioni forti persino nella Bibbia.
«Nel Libro di Malachia, fra le minacce rivolte ai sacerdoti infedeli, c’è anche quella di smerdarli: “Se non mi ascolterete, dice il Signore, io spezzerò il vostro braccio e spanderò sulla vostra faccia escrementi”».

Sparlano pure i medici.
«Un chirurgo e un anestesista hanno registrato di nascosto le imprecazioni dei colleghi in sala operatoria all’ospedale Berkshire di Reading, nel Regno Unito, assegnando punteggi diversi a bestemmie, riferimenti escrementizi e oscenità. I risultati, riguardanti 100 interventi, sono apparsi sul British medical journal. Su 80 ore e mezzo di attività chirurgica, in media si è totalizzato un punto, cioè una parolaccia, ogni 51,4 minuti. In una giornata di lavoro tipica, otto ore, gli ortopedici hanno totalizzato 16,5 punti, pari a una parolaccia ogni 29 minuti; i chirurghi generali 10,6; i ginecologi 10; gli urologi 3,1; gli otorinolaringoiatri 1».

Perché gli ortopedici sono sboccati?
«Un intervento dell’ortopedico dura in media 51,7 minuti, contro i 34,4 dell’otorinolaringoiatra, richiede grande fatica e l’uso di martelli, seghe e trapani, quindi il turpiloquio tende a uniformarsi a quello degli operai».

Non starà dilagando un’epidemia della sindrome di Tourette, che comporta l’incoercibile pulsione a pronunciare volgarità?
«Quella è frutto di un deficit neurologico. Tuttavia un qualcosa di contagioso il turpiloquio ce l’ha. Corriamo il rischio di un’inflazione della parola e della parolaccia, l’usura dei concetti e delle relazioni».

In Parolacce rivolge un ringraziamento finale alle «molte persone a cui ho rotto le balle». Perché ha scritto balle anziché coglioni?
«Mi rivolgevo anche a mia madre Margherita, che pur odiando le parolacce ha avuto il coraggio di leggere il libro in anteprima. Balle era più bonario da usare con gli amici che mi hanno aiutato. Insomma, spero proprio d’avergli rotto le balle, non i coglioni».”

Sia lode a Vasco Rossi

Vasco Rossi risponde sulla sua pagina di FB a Marcello Veneziani, intellettuale che notoriamente scrive su Il Giornale, e che in un articolo sullo stesso quotidiano dal titolo “Vivere al massimo pur di pensare al minimo“, partendo da una interpretazione superficiale e da imbecille [definizione del redattore di questo post] del titolo dell’ultimo album di Vasco “Vivere o niente“, lo ha definito “uno dei testimonial del nichilismo prati­co in voga” convinto che la vita sia fatta solo di “pul­sioni biologiche e animali”.

Vista la fine che ha fatto l’uomo e l’intellettuale Marcello Veneziani, (scrivere su un foglio di propaganda a sostegno dei peggiori istinti e sub-culture d’Italia, in una redazione di prezzolati impiegati della cosidetta “fabbrica del fango”), la risposta di Vasco Rossi è esemplare per la pacatezza dei toni e gli argomenti usati.

Marcello Veneziani io lo conosco. Filosofo della destra è apparso dopo gli anni ottanta quando la destra conquistò il potere con Berlusconi..da trascinador con un partito e e tre television .. Strano caso di parruccone moderno. Assomiglia fisicamente a un mio amico psichiatra. Fisicamente una figura gradevole di uomo deciso e sicuro. l’aspetto di un uomo serio. non come tutte le facce di quei filosofi di sinistra un po’ trasandati o belli come Bonaga. non pomposo o pedante eppure sempre un po’ pesante . naturalmente molto intelligente e con una logica acuta e stringente affronta solitamente gli argomenti con grande chiarezza. Il problema è che quando questi filosofi o meglio professori di filosofia, parlano di canzoni, non essendo il loro linguaggio non ne capiscono niente e finiscono per dare significati completamente opposti a frasi espressioni e concetti. Arrivando a per prendere veri e propri abbagli. imbarazzanti prese di otto per diciotto.

Stabilendo arbitrariamente che il titolo “Vivere o niente” sia un invito a una vita senza senso e vuota di significato cita subito un titolo di un libro uscito proprio i questi giorni “Vivere non basta” che afferma ben altri concetti e valori positivi

Il fatto è che “Vivere o Niente” non significa affatto quello affermato dal filosofo ma esattamente l’opposto .
qualsiasi ragazzino di vent’anni che lo ha ascoltato oggi glielo potrebbe confermare
Si tratta invece più o meno dello stesso concetto. “Vivere o niente” non significa “niente” o confusione ma è un Out-Out. Significa scegliere e decidere di vivere una vita piena e intensa . VIVERE con passione. altro che vivere non basta…

Vede io non so come lei si ostini a vedere in me un modello negativo un esempio di vita sbagliato. un nichilista. espressione tanto lontana da me. che ho amato la vita vissuta stravissuta, quanto il sole dalla luna. ma mi guardi in faccia. ho 59 anni suonati. le sembro uno che ha buttato via la propria vita bruciandola senza un’ombra di regole in confusione mentale, senza principi o etiche in totale e perenne preda di passioni. Vuole vedere le mie analisi del sangue dove i valori del mio fegato sono quelli di un bambino?

Lei sa che ho una compagna con cui vivo da venticinque anni e con lei ho costruito una famiglia. Ho un figlio splendido. Sa che mantenere in piedi un rapporto un progetto un matrimonio un patto costa molti sacrifici. Costa ad esempio non permettere di lasciarsi innamorare di un’altra persona. perchè a quindici anni è un conto ma a trenta ti puoi controllare. Sa che pare che questa trattasi invece di “causa” primaria di motivo per separazioni e divorzi se si ascolta cinguettare mature signore la domenica pomeriggio in ogni salotto televisivo. Sostenute da vuote figure di conduttrici le si sente apprezzare giustificare e comprendere questo motivo di separazioni di coppie, senza alcun rispetto per il dolore dei figli i loro problemi completamente ignorati e sacrificati sull’altare del proprio orgoglio e della propria vanita.

Sa che mantengo tre famiglie.
Che la provvidenza mi ha regalato altri due figli nati da precedenti occasionali rapporti. Che regolarmente ed orgogliosamente ho riconosciuto provvedendo ad ogni loro necessità e amandoli.

Sa che pago le tasse e ho mantenuto la mia residenza in Italia quando potevo prenderla a montecarlo o alle bahamas
Sa che a Bologna sono risultando addirittura un anno il maggior contribuente.
Sa che la mia società (che naturalmente ho costituito per evadere le tasse secondo le candide dichiarazioni di un alto funzionario statale che così facendo non ha offeso certo me che non ho alcuna reputazione da difendere ma tutte le aziende italiane che tengono in piedi questo paese) la mia azienda, dicevo, dà lavoro fisso a una decina di dipendenti. senza contare l’indotto di quando faccio concerti nei quali migliaia di persone vengono assunti per lavorare alla realizzazione dei miei concerti

Niente è come sembra. E lei lo dovrebbe sapere.

Pensa che dietro questi capelli spettinati quest’aria da squinternati non ci siano degli artisti seri dei professionisti che svolgono con precisione e attenzione il loro mestiere di creare spettacoli. trascinare e comunicare emozioni. portare gioia per una notte a centinaia di migliaia di ragazzi resi disperati dalla preoccupazione di doversi affacciare in un mondo derubato spogliato disorganizzato e male amministrato da generazioni di corrotti avidi e falsi amministratori che si sono alternati alla guida di un paese e che ricevono oggi titoli altisonanti laute pensioni e privilegi quando secondo la mia elementare logica montanara dovrebbero come minimo essere ritenuti responsabili della situazione di oggi.

Lei è chiaramente ancora vittima di quel pregiudizio demenziale che un mediocre giornalista mi affibbiò cosi a prima vista, quando mi vide apparire a “domenica in” con degli occhiali fumè e mi sentì cantare la dionisiaca voglia di divertirsi di quegli anni…non so se ricorda la milano da bere…
Mi definì Drogato…(le risparmio gli altri insulti gratuiti e offensivi alla mia persona non al mio ruolo badibadi ben.) e quel marchio così spaventoso per le mamme le famiglie che a quei tempi vedevano i figli distruggersi con l’eroina decretò la mia condanna civile- il mio esilio dalle orecchie della gente. Era pericoloso ascoltare le mie canzoni. Inneggiavano alla droga. “Vita spericolata” una canzone che inneggia alla vita vissuta pericolosamente piena di avventure e piena di significato divenne sinonimo di vita drogata.
incredibilmente. nulla in quella canzone ha dei riferimenti alla droga. nemmeno metaforici o figurati.

Per quanto riguarda le mie laurea Honoris Causa e le mie lectio magistralis che sarebbero a suo opinabile parere pagliacciate come un papa ratzinger che canta al palasport
oltre a farle notare che l’ho ricevuta in scienza della comunicazione e se lei non pensa che la meriti venga a milano a vedere san siro per quattro giorni pieno di ragazzi felici ai quali comunico emozioni
mi pregio di farle notare che è proprio di questi giorni la notizia che il papa ratzinger abbia chiesto una molto poco divina richiesta di depositare un Copyright sulla propria voce. Un Diritto di esclusiva. per l’amor di dio. certamente
Se io avessi lo stesso tipo di problemi o di contraddizioni ora starei pensando di stipulare una buona polizza assicurativa sulla vita…..eterna! …magari poi c’è.

Si rilassi legga i suoi libri e non si occupi di canzoni. quelle non vanno lette o interpretate. vanno ascoltate col le orecchie e col cuore. Solo così se ne capisce il senso. ma occorre spegnere il cervello e lasciarsi andare. poi occorre un po’ di sensibilità. quella che forse a lei difetta un po’. Considerato che non le occorre certo per esercitare quella sua lucida, perfetta, affascinante ed implacabile logica.

la ringrazio per l’attenzione e
Le auguro tanta salute

Vasco Rossi “

questa la pagina di Vasco Rossi su FaceBook

Cronache della (dis)informazione italiana: il caso del barboncino soppresso e della signora Iannotta

E’ possibile che in Svizzera se non paghi la tassa sul cane ti sopprimano il cane ?

No, non è possibile, ma per la cosidetta stampa italiana, (il TG1online, l’AGI, il TGcom, La Stampa, Quotidiano italiano, Il Giornale, Radio24, TG2, etc. ) si è possibile.

Ci racconta tutto Paolo Attivissimo che letta e sentita nei telegiornali la notizia ha scritto una mail al segretario comunale di Reconvilier, il piccolo paese del Giura bernese in cui sarebbe accaduto il misfatto.

Il segretario gli ha risposto dicendogli che nessun barboncino era stato abbattuto dagli amministratori locali, non foss’altro perchè dell’esistenza della presunta proprietaria del cane, la Signora Marilena Iannotta, a Reconvilier non si ha notizia .

Ancora una volta si dimostra l’ ampia capacità dei media italiani di pubblicare senza alcun minimo controllo qualsiasi bufala, ed il contrasto molto forte tra titolo e testo dell’articolo.

Per esempio il titolo del pezzo di Enza Cusmai su Il Giornale è “Non paga la tassa comunale: le uccidono il cane”, mentre nel testo dell’articolo si legge una dichiarazione del sindaco del paesino svizzero che dice testualmente “A Reconvilier non è stato ucciso alcun animale”.

Imperdibile questo passaggio: “Lo sa bene la signora Marilena Iannotta, proprietaria di un barboncino di tre anni, che non sa darsi pace per la perdita del suo amico peloso. Lei si era dimenticata di pagare la tassa locale per il possesso del «quattrozampe». ma non c’è stato il tempo di rimediare all’errore perché alcuni agenti municipali si sono presentati alla sua porta (ma perché li ha fatti entrare?) portandosi via il cagnolino mentre Marilena li supplicava di fermarsi. A nulla è valso mostrare loro quei miseri cinquanta franchi che il comune chiedeva in cambio del diritto all’esistenza di un cane. L’offerta è stata fatta fuori tempo massimo e il barboncino è diventata la vittima sacrificale di logiche burocratiche rigide, incomprensibili e inaccettabili.“.

Sembra di assistere alla scena !

La scoperta del petrolio (e della secessione) di Raffaele Lombardo, alleato di Silvio Berlusconi

In Sicilia tutto ciò ha un nome “opera di pupi“, che sarebbe per i non siculi lo spettacolo offerto dalle marionette del ciclo di Orlando, Rinaldo ecc. in salsa sicula, quale ancora si rappresenta nei rarissimi teatrini ad essi dedicati.

Ora sembra che uno dei “mastri pupari” dell’isola, Raffaele Lombardo, si sia fatto possedere dallo spirito di uno dei personaggi, l’Orlando de “La pazzia di Orlando” di cui lui stesso è stato animatore in quel “teatrino dell’opera dei pupi” che è la politica siciliana ed i suoi personaggi.

E così accade che da una intervista a “Il Giornale” apprendiamo che dopo decenni di attività politica il presidente della Regione Siciliana ha scoperto che tra le risorse che sono state sottratte al popolo siciliano vi sono le royalties sul petrolio

Lombardo: “Ora è la Sicilia che fa la secessione”

di Stefano Lorenzetto

Il presidente della Regione Siciliana: “Bossi ci mandi pure al diavolo. Con i 10 miliardi di tasse della raffinazione del petrolio ci arrangiamo da soli”. E sui vizi del Sud: “Senza una pistola puntata alla tempia non saremo mai virtuosi. Il federalismo non nascerà com’è pensato. E allora che ciascuno vada per la sua strada”

«Ma quale Padania! Ma quale Lega! Sono io, il presiden te della Regione Siciliana, che dice a voi del Nord: basta così, la secessione la facciamo noi. La Trinacria se ne va, è prontis sima ad arrangiarsi da sola». Da un medico nato a Catania ma che di cognome fa Lombar do forse prima o poi bisognava aspettarselo.

Quando un mese fa il mio editore, Marsilio, mi propose per la presentazione di Cuor di veneto una specie di sfida all’O.K. Cor ral con Terroni , il best seller di Pino Aprile, non avrei mai im maginato, accettandola, di met tere seriamente in pericolo l’Unità d’Italia proprio allavigi lia dei festeggiamenti per i suoi 150 anni. E questo nonostante fossimo stati invitati a nomina re due «padrini» che amano parlar chiaro: Raffaele Lom bardo, gover n atore della Si cilia, per i terro ni; il sindaco della mia città, Flavio Tosi, per i polentoni. Certo, l’ora non deponeva a favore, le 17, e neppure l’ubicazione, Verona, per cui apren do le ostilità m’era venuto facile ironizza re su sangue e Arena.

E precisa mente questo, il sangue, s’aspettava di veder scorrere «a las cinco de la tar de » il folto pubblico. Invece ne è nata un’inaspettata Santa Alle anza fra Lombardo e Tosi, che si sono trovati d’accordo pratica mente su tutto, a cominciare dal federalismo. Ma senza esclu dere ( anzi)l’opzione secessioni stica. Col primo che ricordava il suo viaggio di nozze a Venezia, magnificava i libri di Alvise Zor zi sulla Serenissima, proponeva al sindaco leghista il «partito de gli onesti» ed elevava peana «a Roberto Maroni,il ministro del l’Interno che contro i mafiosi sta facendo benissimo». E col se condo che riscriveva la storia del Regno delle Due Sicilie «de predato dai Savoia, tanto da far ipotizzare che il principale obiettivo dell’Unità d’Italia stia stato quello di fregare al Sud le ricchezze e soprattutto il Banco di Napoli, il più florido d’Euro pa », riconosceva al leader del Movimento per le autono mie il merito d’aver finalmente messo sotto controllo le spese paz ze della sanità siciliana e infine di chiarava, infischiandosene delle logiche di schieramento, che «ne gli ultimi sette anni il centrodestra ha governato Palermo da cani e Ca tania forse peggio».

Pino Aprile ce l’ha messa tutta per tirare dalla sua parte la platea, brandendo il meglio dell’arma­mentario storico-ideologico che Terroni squaderna fin dalla pagina 8 : «Non sapevo che il paesaggio del Sud divenne come quello del Koso vo, con fucilazioni in massa, fosse comuni, paesi che bruciavano sul le colline e colonne di decine di mi gliaia di profughi in marcia. Non vo levo credere che i primi campi di concentramento e sterminio in Eu ropa li istituirono gli italiani del Nord, per tormentare e farvi mori re gli italiani del Sud, a migliaia, for se decine di migliaia ( non si sa, per ché li squagliavano nella calce), co me nell’Unione Sovietica di Stalin. Ignoravo che il ministero degli Esteri dell’Italia unita cercò per anni “ una landa desolata”,fra Patago nia, Borneo e altri sperduti lidi, per deportarvi i meridionali e annien tarli lontano da occhi indiscreti. E mai avrei immaginato che i Mille fossero quasi tutti avanzi di galera ».

Sennonché il cahier de doléan ces dei veneti, terroni del Nord perseguitati da mille pregiudizi, è risultato speculare a quello di Pi no Aprile: la più longeva repubbli ca mai apparsa sulla faccia della Terra, quella durata 1100 anni e che già nel Duecento possedeva la metà dell’oro di tutta la cristiani tà, umiliata e saccheggiata da Na poleone; 40 milioni di lire oro ru bate dai forzieri della Serenissi ma, 1.033 miliardi di euro di oggi, pari al 56%dell’attuale debito pub blico italiano; i superstiti venezia ni, che prima vantavano un teno re di vita quattro volte superiore alla media europea, costretti a vendere per fame le figlie mino renni a Lord Byron e a Jean Jac ques Rousseau; un plebiscito-truf fa, imbastito nel giro d’una decina di giorni dai Savoia, che il 20 otto bre 1866 consentì l’annessione forzata del Veneto all’Italia con 641.758 sì e appena 69 no e con quasi 2 milioni di cittadini che nemmeno votarono, anche per ché le schede per il sì erano bian che e quelle per il no nere.

La corrispondenza d’amorosi sensi fra terroni e polentoni è con­tinuata durante la cena al ristoran te 12 Apostoli, che ha visto Lom­bardo uniformarsi alla sacralità del luogo con un segno di croce al momento di portare alla bocca la prima cucchiaiata di pasta e fasoi , tradizione quasi scomparsa (il se gno di croce, non la pasta e fagioli) fra le genti venete un tempo devo tissime, e il patron Giorgio Gioco, 86 anni, recitargli a memoria in un impeccabile siciliano la più fa mosa poesia di Ignazio Buttitta: «Un populu / diventa poviru e ser vu / quannu ci arrubbanu a lingua / addutata di patri: / è persu pi sempri». Un popolo diventa pove ro e servo quando gli rubano la lin gua ricevuta dai padri: è perso per sempre. Lì è nata l’intervista che segue.

La Sicilia che si separa dall’Italia mentre il governo Berlusconi vuole costruirvi il ponte sul lo Stretto. Cos’è? Una provoca zione?
«No, dico sul serio. In fin dei conti già nel 1943 la Sicilia vagheggiava di diventare una nazione autono ma e federata degli Stati Uniti d’America. Chiederò al ministro per il Federalismo, Umberto Bossi, che questa secessione la faccia ve ramente una volta per tutte. Ma in Sicilia. Ci mandi pure al diavolo. Sono sicuro che, da indipendenti, ce la caveremo meglio che restan do sotto la tutela di Roma. Voglio no invece costituire le macroregio ni o i cantoni, come li chiamava il professor Gianfranco Miglio, ideo logo della Lega? Affare fatto. A me sta benissimo ugualmente: Pada nia, Centro, Sud. A patto che siano abolite tutte le sperequazioni. Se un milanese può raggiungere Ro ma col pendolino in tre ore, non ve do perché io per recarmi in treno da Catania a Paler mo debba impiegar ci 5 ore a percorrere appena 180 chilo metri ».

Occhio, che poi si ritrova Nichi Ven dola presidente del Sud. «Questo Vendola a me non piace per nulla. Un affabulatore che maschera con gli accenti lirici la debolezza delle sue proposte dema­gogiche. Da mode rato, preferisco di gran lunga un Mas simo D’Alema, o un Pier Luigi Ber sani, o un Walter Veltroni».

I quattrini per l’autonomia do ve andate a prenderli?
«Le sole entrate fiscali derivanti dalla raffinazione del petrolio negli impianti di Gela, Milazzo, Au­gusta, Ragusa, Priolo e Melilli ci bastano e avanzano per essere au tosufficienti insieme con altre regioni. Sa quanto incassa di accise lo Stato italiano sulla nostra pelle? Dieci miliardi di euro. Ci lascino quello che è dei siciliani e noi sia mo a posto».

Il federalismo non le basta più?
«Fui il primo presidente di una re gione del Sud a rompere il fronte del “no al federalismo”,quando an cora la Campania, la Calabria e la Sardegna erano governate dal cen trosinistra. Dissi di sì subito. Per ché, vede, senza una pistola punta ta alla tempia che ci costringa a es sere virtuosi, noi i conti della sani tà, del personale, dello smaltimen to dei rifiuti non li metteremo mai a posto. Però io temo che il federali smo non si realizzerà affatto com’è stato pensato. E allora meglio che ciascuno vada per la propria stra da. Si spaccherà il mio movimento su questa scelta? Pazienza. Scappe­ranno coloro che trovano più con veniente tirare a campare, lasciare che le cose restino come sono».

Secondo me lei non dura.
«Poco male. Sto per compiere 60 anni. Potevo gover nare la Sicilia da un attico di Roma. Oppure fare il ministro, come mi era stato offerto. Ho preso sul serio que sto lavoro. Per me essere il presidente della mia Regione rappresenta il top. Entrare nel gover no nazionale sareb be stata una retro cessione. Non ho davvero altro da chiedere alla politi ca ».

Riceve molte mi nacce di morte?
«Tutti i giorni. Lettere minatorie con proiettili, messaggi trasversa li, telefonate. Non ho paura. Non so quanto potrà durare questa esperienza, ma non posso accetta re compromessi. La maggior parte degli assessori della Giunta tecni ca che ho varato è indifferente al bipolarismo. Forse il più a sinistra è il prefetto Giosuè Marino, che era stato nominato commissario anti racket dal ministro Maroni. È un governo formato solo da esperti che cominciano a farmi capire co me stanno le cose in materia finan ziaria. Il primo macigno che mi so no trovato sul tavolo è stato il pia no di rientro del sistema sanitario. Potevo traccheggiare, invocare sconti, piangere il morto affinché Roma chiudesse un occhio. Ho pre f erito invece affidarmi a un assesso re, Massimo Russo, ex magistrato antimafia, che non credo abbia vo tato per me, anzi non so neppure se sia andato a votare. Le aziende sanitarie sono scese da 29 a 17. Ave vamo 1.700 strutture sanitarie pri vate, fra cliniche, laboratori di ana lisi, studi radiologici. Uno scanda lo. È ovvio che se una casa di cura prima costava al sistema sanitario 45 milioni di euro l’anno e oggi ne costa 12-13, questo significa ridur re i margini di profitto per il racket. Abbiamo risparmiato 400 milioni di euro facendo una gara unica per l’approvvigiona mento dei medici nali nelle farmacie ospedaliere e met tendo ordine nelle assicurazioni, che costavano un’enor­mità. Ho una mani f estazione al giorno sotto le mie finestre perché intendo ridi mensionare gli ospedali di Avola e Noto, con 250 posti letto ciascuno e ser vizi raddoppiati. Eb bene, presto avran no una sola cardio logia, una sola oste tricia, un solo pronto soccorso».

Confortante. Ma la Regione Sici liana ha un dipendente ogni 348 abitanti, contro un dipen­dente ogni 1.671 della Regione Veneto.
«Debbo correggerla. È molto peg gio. Non abbiamo un dipendente ogni 348 abitanti: ne abbiamo tre».

In Veneto sono 2.811, in Sicilia 14.395: il 412% in più. «Anche qui debbo correggerla. Di­pendenti ne abbiamo circa 100.000, compresi 28.000 forestali, 22.500 precari pagati da noi nei Co­muni e 10.000 formatori. Ci vorran no 10- 15 anni prima che vadano in pensione. Non li posso licenziare».

Non parliamo dei dirigenti: 225 nella mia regione, 2.150 nella sua. L’855% in più.
«Ho bloccato tutte le assunzioni fin dal maggio 2008».

E i forestali? Uno ogni 7.000 etta ri in Friuli, uno ogni 12 in Sici­lia.
«Guardi, è meglio che non tocchi questo tasto. Di recente sono anda to a trovare a Roma l’ex governato re della sua regione, Giancarlo Ga lan, oggi ministro dell’Agricoltura. Abbiamo fatto insieme quattro conti. Il suo dicastero ha un ente chiamato Agea, Agenzia per le ero gazioni in agricoltura, che ha costi tuito una società a maggioranza pubblica e minoranza privata per organizzare i controlli sul territo rio. I quali controlli sono poi demanda ti a un’altra società, sempre a maggio ra nza pubblica e mi noranza privata, che a sua volta li de lega agli agrotecni ci, nel nostro caso al l’Ordine degli agro nomi di Palermo. Ebbene, allo Stato questi controlli co stano 100 però gli agronomi percepi scono solo 25. Il grosso, 75, finisce nelle tasche dei pri vati che, senza far nulla, detengono il 49% delle socie tà intermedie. A proposito dei gua sti del centralismo…».

Sì, però avete oltre un terzo di tutti i funzionari nazionali, si rende conto? Mediamente in Si cilia c’è un capo, strapagato, ogni 7 dipendenti. Non è una pianta organica: è una selva amazzonica.
«Ringrazi lo Stato unitario. Nel Sud è successo semplicemente questo: un patto scellerato fra classi diri genti locali e partiti romani, un’alle anza fondata sull’assistenziali smo, sul clientelismo, sulle assun zioni facili. Qualcuno delle classi dirigenti del Sud è mai stato caccia to per aver consentito queste ab normità? Nessuno. C’è da sempre piena sintonia fra Palermo e Ro ma. E allora di che ci accusate? Per aver fatto questi discorsi nell’Udc sono stato costretto ad andarmene e a fondare un mio movimento. Al la struttura centralistica dello Sta to fa molto comodo che la mia azienda agricola produca arance a 20 centesimi e che quattro anni su cinque sia costretto a venderle a 15, tanto che se non ci fossero le in dennità avrei già dovuto chiuder la; fa molto comodo che le classi di rigenti meridionali spianino la stra da alla grande distribuzione orga­nizzata che importa gli agrumi dal la Tunisia e i carciofi dall’Egitto. Ma se questa colonizzazione fini­sce una volta per tutte, se lo Stato, invece di ripianarci i debiti, se ne va e ci lascia soli, ciascuno di noi dovrà mettersi a fare il proprio com pito, visto che c’è di mezzo il porta foglio di ciascuno. E chi non lo fa sarà preso a calci nel sedere».

Lei non si limita a rivedere i conti: riscrive anche la storia del R sorgimento, come i leghisti.
«L’Unità d’Italia è stata un affare o no per la Sicilia e per il Sud in generale? Prima dell’avvento dello Stato unitario da noi non esisteva l’emigrazione. Quindi no, l’unificazione non è stata un affare né per i veneti né per i siciliani né per nessuno. Certo, voi siete molto bravi, avete raggiunto la ricchezza grazie al sudore della fronte,coltivate l’etica del lavo ro, tenete sempre ben presente la passata povertà, tanto che Luciano Benetton, come ho letto nel suo libro, le ha confidato che ancor oggi sceglie la pasta alla crema più grossa invece di quella più buona, perché è rimasto fermo ai tempi in cui badava a riempirsi la pancia. Noi siciliani ci sentiamo il sale della terra, ma in effetti siamo un po’ fessacchiotti. Queste benedette diversità devono restare. Finiamola di dipendere gli uni dagli altri. Mettiamoci invece a sudare tutti, questo sì».

Insomma, fra qualche mese non la vedremo con lo scapolare tricolore a celebrare il cento cinquantesimo dell’Unità.

«A Grammichele,la cittadina d’origine della mia famiglia, vicino a Caltagirone,c’è una strada intitolata al generale Enrico Cialdini. Per oltre un secolo abbiamo celebrato i genocidi di questo ufficiale savo iardo, poi senatore del Regno d’Italia, responsabile dei massacri di Pontelandolfo e Casalduni com piuti nel 1861. I “liberatori” non lasciarono che pietra su pietra, come ordinato da Cialdini: fucilarono uomini, donne, vecchi, preti e bambi ni. La sedicenne Concettina Biondi fu legata a un palo da dieci bersa glieri che la violentarono a turno sotto gli occhi del padre contadino. Dopo un’ora svenne.Il soldato piemontese che la stava stuprando, indispettito, la uccise. Il papà, che cercava di liberarsi per soccorrere la figlia, fu ammazzato anche lui dai bersaglieri. È questo che dovrei celebrare? Quando sarà riscritta la storia d’Italia, si vedrà che una mano al successo della mafia l’hanno data i garibaldini. Lei mi chiederà: e perché i picciotti avrebbero dovuto aiutare i Mille? Semplice: perché Garibaldi portava in Sicilia un regno la cui capitale era molto lontana. La criminalità organizzata ha bisogno di questo: più distante è il sovrano o il presidente, meglio campa».

da Il Giornale

IL Giornale, questo sì che è giornalismo !

Titolo: “Il giudice che escluse gli azzurri tiene in ufficio il ritratto del Che

Nel corpo dell’articolo si parla di un servizio del TG3 sul giudice ed in riferimento alla frase che fa da titolo e che dovrebbe riassumere lo “scoop” si dice:

“Il servizio del Tg3 mostra il giudice, una distinta signora dal caschetto biondo, che s’infila la toga nel suo ufficio. Parte la voce della giornalista che racconta. Dopo pochi secondi, il servizio ha un’impennata di interesse. Il fermo immagine è nitido, nonostante l’oggetto particolare sia poggiato contro il muro, in un angolo, capovolto. Quest’oggetto è un ritratto in bianco e nero di Ernesto Che Guevara che fuma il suo sigaro, in una delle espressioni più affascinanti del suo repertorio iconografico. Non è specificato se la stanza mostrata sia quella personale del giudice, comunque il comandante è lì, nell’ufficio del Tribunale di Roma, pronto per essere portato via, spostato, o appeso. Incorniciato con cura, il guerrigliero argentino.”

tutto l’articolo qui

Papania c’è e lotta insieme a noi

Non ha influito ne tanto ne poco, l’operazione “Dioscuri“, sugli sviluppi della carriera politica del senatore alcamese del Pd, Nino Papania, il quale per come previsto già prima dell’operazione della Direzione distrettuale antimafia del 3 novembre scorso è uno degli otto siciliani eletti nella Direzione Nazionale del partito.
Gli otto sono: Angelo Argento, Giuseppe Berretta, Enzo Bianco, Giovanni Burtone, Antonello Cracolici, Francantonio Genovese, Alessandra Siragusa e appunto Antonino Papania.
Gli otto componenti sono stati eletti durante l’Assemblea nazionale del Pd, che si è svolta oggi Roma.
Ora delle due l’una, o della vicenda “Dioscuri” a Roma non sapevano, o se sapevano non riengono rilevante che un senatore del Pd si avvalga dei servigi di un Filippo Di Maria.

A Roma ieri Bersani dichiarava: “Noi il partito dell’alternativa”. Si può dire legittimamente che in Sicilia non l’abbiamo notato ?

Nel frattempo la stampa avversaria, non senza qualche fondamento, si esercità nei parallelismi e nelle analogie tra la vicenda di “Arcamo” e la vicenda di “Arcore”

Lo «stalliere» di Alcamo factotum del senatore e braccio destro del boss

di Gian Marco Chiocci

Anche il Pd ha il suo «stalliere» mafioso (ma non si deve dire). Parlare dello «stalliere di Alcamo», Filippo Di Maria, mafioso fidato di mafiosi, factotum-giardiniere-autista del senatore del Pd, Nino Papania, infastidisce i mafiologi di professione ossessionati dell’antico filone manganiano che porta ad Arcore. Per i magistrati siciliani, però, l’esponente del Pd «poteva non sapere» quello che ad Alcamo sapevano anche i muri. E cioè che il braccio destro del senatore Pd, arrestato nell’operazione «Dioscuri», era autista, cassiere e uomo di fiducia del boss Nicolò Melodia, il quale boss – scrive la Dda citando il pentito Gaspare Pulizzi, reggente della cosca di Carini, arrestato insieme al capomafia Salvatore Lo Piccolo in un casolare a Giardinello – è uomo d’onore e capo mandamento di Alcamo. «Per gli incontri con il Melodia – rivela sempre Pulizzi – Lo Piccolo mi disse che avvenivano attraverso il contatto stabilito da tale Filippo (Di Maria, ndr) che si occupava di rintracciare Melodia ogni qual volta era necessario stabilire un contatto tra noi e la famiglia di Alcamo. Detto “Filippo” si occupava di accompagnare quale autista e uomo di fiducia Melodia Ignazio ai summit di mafia (…). Melodia ebbe a incontrare direttamente i Lo Piccolo, lo aveva accompagnato Ferdinando Gallina, il quale lo aveva prelevato a Balestrate dove a sua volta lo aveva prima lasciato il Filippo». Come se non bastasse, quando il 5 novembre 2007 la polizia irruppe nel casolare dov’era nascosto Lo Piccolo, trovò un pizzino riferito al factotum del senatore Pd in cui tale Vittorio comunicava a Lo Piccolo che era «in attesa di Filippo (Alcamo) per darmi appuntamento con Ignazio».
Leggendo intercettazioni e informative sull’uomo che curava gli interessi domestici del senatore Papania e quelli criminali del boss Melodia – detto «il macellaio» o «il riccio» – salta agli occhi la sua meticolosa professionalità nel gestire il complesso business delle estorsioni con relativa elargizione, ai componenti del clan, degli utili per migliaia di euro. Ma a forza si spulciare le carte della polizia si scopre che Di Maria, quando non prestava servizio a Cosa nostra, intratteneva «legami con alcuni uomini politici locali e con alcuni collaboratori dell’allora deputato regionale, oggi senatore (del Pd, ndr) Papania Antonino. In particolare – annota la Mobile di Trapani – emergeva dall’ascolto di numerose conversazioni che Filippo Di Maria svolgeva attività di factotum presso la villa di Scopello del predetto Papania, muovendosi incessantemente per procurare posti di lavoro a propri amici e conoscenti grazie anche al diretto interessamento di collaboratori e personale di segreteria del senatore», che non ne sapeva niente. Fra le telefonate «politiche» intercettate a Di Maria vi è il riscontro all’iperattivismo del factotum del parlamentare «in occasione di alcune competizioni elettorali e referendarie». Quali? «Nelle “primarie” dell’ottobre 2005 per la individuazione del candidato premier per la coalizione del centrosinistra». Oppure «nella raccolta delle firme a sostegno del referendum per la modifica della legge elettorale». Per non dire «delle primarie del 4 dicembre del 2005 per la individuazione del candidato alla presidenza della Regione Sicilia», ovviamente per il centrosinistra. «In tale contesto – chiosa il gip – emergeva chiaramente che lo staff del senatore Papania ed altri uomini politici locali contattavano ripetutamente, e in diverse occasioni, il Di Maria al fine di indurlo a sostenere le iniziative politiche sopra indicate e invitandolo a fare altrettanto con tutte le persone di sua conoscenza». Tanto basta per sollevare un caso politico? Macché. Per i magistrati «nonostante l’esistenza, certamente notoria in una piccola comunità quale quella alcamese, di uno stretto legame tra Di Maria una famiglia storicamente mafiosa quale quella dei Melodia, da nessuna delle conversazioni intercettate emergeva che gli uomini politici o i loro diretti collaboratori avessero consapevolezza del ruolo mafioso rivestito da Di Maria e che quindi sfruttassero la comprovata capacità dell’associazione mafiosa di condizionare i risultati del voto e delle competizioni elettorali». Solo per la cronaca, in un’intercettazione il fiduciario dei Melodia sprona i suoi per l’imminente battaglia: «Lui mi ha detto, muovetevi, perché siamo in mezzo a una strada», diceva al telefono. Quel «lui», secondo gli inquirenti, potrebbe essere proprio Papania. Che ovviamente smentisce e si dice all’oscuro delle trame del suo «stalliere».

da IL GIORNALE

E’ L’Italia bruttezza !

Grazie alla rete la mia frequentazione de “Il Giornale“, così come per un certo numero di testate al di fuori di quella che continuo a comprare e leggere più per inspiegabili ragioni affettive che per condivisione della linea editoriale e stima dei singoli giornalisti che vi collaborano, è quotidiana. Tuttavia non avevo letto mai niente di Steno Solinas il quale, in questo pezzo “Il Bel Paese imbruttito, passato dalla vita dolce a quella (troppo) bassa“, mi ha riportato all’Arbasino dei tempi d’oro su “La Repubblica”.

Ve lo ripropongo come lettura di un qualche interesse, con le mie sottolineature in neretto:

“La vita bassa, il tanga, l’infradito, le sneakers, il leopardato, il loft, il cool, il web, il mansardato, il Democrat, la Governance, l’Enforcement, il Welfare, la Privacy, il Red, Competition is Competition, oh yes, we can…

Da dove cominciamo, dove siamo andati a finire? L’Italia è questa cosa qui, di cui fatichiamo a definire i contorni, da cui fatichiamo a mantenere le distanze, un concentrato di stereotipi e di parole d’ordine a braccetto con le mises più improbabili. Politici che vestono come gangster, gangster che vestono come collegiali, collegiali che vestono come mignotte… Aveva intuito tutto Longanesi mezzo secolo fa: «Una società, la nostra, in cui ogni cosa assomiglia a un’altra diversa. Palazzi che sembrano navi; negozi che sembrano cliniche; chiese che sembrano garages; scuole che sembrano prigioni. Il revolver soltanto sembra un revolver. Ci deve essere una ragione». Allora era l’alba di una mutazione architettonica, la babele degli stili avendo perso una coerenza stilistica, oggi è la grande mutazione antropologica e linguistica. Guardiamo i nostri figli e non li riconosciamo. Parliamo e non ci rendiamo nemmeno conto di cosa stiamo dicendo.

Va di moda il linguaggio prêt-à porter. «Benigni ha avvicinato i giovani alla Divina Commedia» diciamo ispirati. Ovvero, «Pavarotti ha avvicinato i giovani alla lirica». Ma anche: «Con la caduta del Muro di Berlino si è chiusa un’epoca», «Con l’11 settembre si è chiusa un’epoca», «Con l’elezione di Barak Obama si è chiusa un’epoca…». Resta solo qualche perplessità. «Mas cchessomài sti zingari rummeni? Sso bullgari?».

Va di moda l’abbigliamento prêt-à-porter, di cui Alberto Arbasino dà conto, fra l’altro, in un libretto non a caso intitolato La vita bassa (Adelphi editore). «I giovani in magliette luride e jeans cenciosi oppure in completini neri da ufficio con camicie bianche e scarpette cacchina, innumerevoli vecchi più o meno canuti e tinti, ma generalmente furibondi, ragazze con fuori tutte le cicce, ragazzi con fuori altre cicce sopra la vita bassa».
Va di moda l’alimentazione prêt-à-porter. Il brunch, il lunch, il light-lunch, l’after hour, l’happy hour, il fusion nei lounge-bar, a braccetto con «gli antichi sapori» e lo slow food: l’aceto balsamico, la trattoria della Sora Lella, la coratella, la stracciatella, la panzanella… È come un diluvio che tutto lava e sommerge, servito su piatti triangolari, rettangolari, ottagonali. Tanto poi c’è il fitness, il pilati, lo spinning, il body contact, il body language, il body massage…

«La vita bassa» di Arbasino è un po’ la metafora di ciò che siamo, un Paese che si è messo i pantaloni sotto le chiappe e se li tira su ogni volta che fa un passo. Dalla vita in su è la fiera dello stracafonal made Roberto D’Agostino, il compendio di tic, desideri, ossessioni di un popolo che ha fatto della bruttezza la propria bellezza, un esercito di tronisti e di veline, postini dell’amore e del dolore, teorici dell’effimero e sacerdoti del rito presenzialista: «Appaio, dunque sono». Persi in un modello di sviluppo di cui ci sfuggono i contorni e non sono più così certi i fini ultimi, gravati da una crisi del Politico che sotto una contrapposizione fittizia destra-sinistra nasconde la medesima difficoltà a dar risposte adeguate, preoccupati da un orizzonte economico sempre più fosco, siamo un Paese che ha rinunciato a essere e si accontenta di esistere. Come tarantolati, affidiamo le nostre chances di riuscita individuale al nostro non saper fare nulla, motivo d’orgoglio e non di vergogna, visto che anche se si sapesse far qualcosa, sarebbe comunque inutile. La Casa, l’Isola, il Condominio, la Talpa, la Biscia, la Zoccola (nomi veri e nomi falsi, è lo stesso) raccontano l’invasione della mediocrità che vuole diventare famosa proprio perché mediocre, che reclama il successo come le fosse dovuto. «Anche noi» dicono i suoi rappresentanti, «perché noi no?» protestano.

«È la stampa, bruttezza» dice Arbasino. Come definire altrimenti le rockettate del Primo maggio 2008 sui teleschermi dove le celebrazioni delle morti bianche sul lavoro torinese sono affidate a «smandrappati e sgallettate punk funk, afrocult, tribal fuck, stereopissed, videoshit»?.. «È la stampa, bruttezza», diciamo noi con lui di fronte al trend antipopulista che oppone alla volgarità, berlusconiana, of course, «il proprio status di miliardari esemplari, sempre benpensanti nel senso giusto e mai populisti nell’accezione pecoreccia, con dietro tutto un salottismo illuminato, e fior di pranzi placés col fior fiore degli ex capi del Pci d’antan e delle Rifondazioni di nicchie anche se tardive e depennate nel mix effimero del “verismo” clientelare e carrieristico».

Magari è «il Nuovo che avanza» sotto il profilo estetico-sociologico e bisogna farsene una ragione. Ma non vi suona strano che per offendere qualcuno da noi gli si dia del «signore»? «Il signor Berlusconi non sa», «Il signor Veltroni ignora»… Così, con sprezzo, così, con disprezzo… Non vi suona strano ritrovarsi come dandies manager dalle babbucce rosse firmate, giornalisti cataloghi ambulanti dell’ovvio di lusso, politici che sono il re dell’accessorio, i cantori del rigatino di velluto e delle clarks anche d’estate? Gente che per confermare la propria eleganza fa il nome del cravattaio alla moda da cui si serve, del sarto di grido presso cui si veste, della spa dove, gratis, va in vacanza per ritemprarsi? Ma, una volta, non li si sarebbe definiti parvenus?

Magari è «il Nuovo che avanza» nel campo della politica, e anche qui bisogna farsene una ragione. E certo, suona irreale il Luigi Einaudi (una bella mostra lo ricorda ora a Milano) del racconto di Ennio Flaiano. Un pranzo al Quirinale, lui, Gorresio, un altro collega e l’allora presidente della Repubblica, un vassoio di pere portato dal cameriere, Einaudi che ne prende una e dice ai suoi commensali: «C’è qualcuno che vuole spartirla con me?». «Era il tempo delle pere spartite» commenta Flaiano. «Poi venne quello della spartizione delle pere. E dell’Italia»… Eppure, e senza nostalgie, «ricordanze,… Rimembranze… Remember… September…» come dice Arbasino, cosa dobbiamo dire di questo diluvio di dichiarazioni, controdichiarazioni, smentite, soliloqui, turpiloqui, cachinni, sberleffi? Uno dice «la ricreazione è finita» e intanto dalle proteste vien giù il mondo della scuola, un altro difende con fierezza l’istruzione pubblica, ma intanto manda i figli negli istituti privati, c’è chi dà del terrorista al nuovo presidente degli Stati Uniti e si ritrova come un terrorista sui manifesti dell’opposizione, c’è chi si lamenta perché la politica gli ha impedito di vincere un Premio Nobel e non c’è nessuno che lo interni… Il tutto, naturalmente, in un’euforia di Governance, Politica del Territorio, Valori Identitari, Rappresentatività, Serietà, nel contesto, nel digesto, nel regesto, nella misura in cui
No, non è questione di guardarsi indietro, il «torniamo al passato, sarà una novità» del povero Giuseppe Verdi (a proposito, chi era? Un cantante rock, un regista pulp, un attore hard, boh.. Urge una Giornata della Memoria, Per Non Dimenticare, Per Ricordare…). Però, se intanto ci tirassimo su la vita dei pantaloni? Non per altro, per non inciampare proprio sul traguardo…”

da Il Giornale grazie a Dagospia

Vittorio Sgarbi e Marta Bravi – Clausura a Milano e non solo. Da suor Letizia a Salemi

Uscirà il 12 novembre per I tipi della Bompiani “Clausura a Milano e non solo. Da suor Letizia a Salemi” il libro scritto da Vittorio Sgarbi con Marta Bravi de “Il Giornale”, racconto dei due anni alla guida dell’assessorato alla Cultura di Milano del sindaco di Salemi e rivendicazione delle ragioni della libertà della cultura nei confronti della politica.

Nel libro ci sono suor Letizia (la Moratti) e fra Clemente (Mastella), Paolo Glisenti e l’Expo, l’Ara Pacis, le pale eoliche, la valle del Belice, tutti insieme per sostenere la tesi che la “clausura”, vale a dire interessi e perbenismo, è in espansione su tutta la Penisola.

Vittorio Sgarbi tra sfide alla camorra e a Matteo Messina Denaro

Gli ultimi giorni della scorsa settimana sono stati, di tutta evidenza, per Vittorio Sgarbi, densi di riflessioni su camorra, e mafia.

Lo abbiamo sentito una sera, intervistato da Enzo Tartamella per l’emittente televisiva “Telesud” di Trapani, argomentare sullo stato attuale dell’organizzazione mafiosa, sulla sua non percezione di pressioni mafiose nella veste di amministratore locale siciliano ed infine apppellarsi a Matteo Mesina Denaro perchè si manifesti, “ovunque tu sia prova a determinare un condizionamento” lo ha sfidato Sgarbi.   

Poi domenica 19 ottobre su “Il Giornale” un articolo in cui il sindaco di Salemi dopo aver premesso che prediligele cause difficili e le pareti dialettiche impervie“, consapevole di determinareprevedibili indignazioni” riferendosi al caso dello scrittore Roberto Saviano sostiene trattarsi di “una tempesta mediatica in un bicchier d’acqua“.
Dice Sgarbi: “La camorra non cerca consenso e la disapprovazione di cui gode è la stessa che le viene dai libri di Saviano, come di tanti bravi giornalisti antimafia. Ma la camorra non ha paura delle parole, bensì delle azioni dei magistrati, degli ergastoli e delle leggi che ne hanno stroncato le attività criminose. E, come non teme le parole, non le usa: non annuncia di uccidere Saviano, lo uccide. Rischio che da oggi, e anche da prima, Saviano non corre. Ora tutti si sono stretti a lui, con sincera preoccupazione. Ma dovremo, per difenderlo, inviare l’esercito? La mafia non si cura degli scrittori e non li legge. Non cerca né amici né consenso. Non hanno corso il pericolo di essere uccisi Sciascia, D’Avanzo, Camilleri. Non lo corre Travaglio, né Feltri, né La Licata, né Bolzoni, né Lodato, giornalisti e scrittori non meno coraggiosi di lui.

Ed infine: “per essere coerente, propongo alla camorra uno scambio: lasciate perdere Saviano; ormai l’obbiettivo è mancato; non fatelo andare all’estero, non fate scomodare, come uomini di scorta, Napolitano e Berlusconi anziani e inermi. Prendete me, uccidete me, che non ho scorta e sto a Salemi; e sfido ogni giorno la mafia, ostinandomi a negarla, a ignorarla, a insultarla. La vera antimafia è fare, comportarsi non come vittime, di minacce inesistenti (la mafia non minaccia, spara; e poi nega anche l’evidenza), ma con assoluta normalità. Vivendo e scrivendo e confidando nella forza dello Stato. Perché lo Stato è più forte della mafia.

Che abbia ragione ?

Se la memoria non mi inganna, Mauro de Mauro era giornalista come Mario Francese, Giuseppe Fava , Beppe AlfanoGiancarlo Siani e Peppino Impastato, il quale pur non essendo publicista, svolgeva comunque con “Radio Aut” un’attività legata all’informazione.

No credo proprio che Sgarbi non abbia affatto ragione.

Sgarbi, Gheddafi e l’annesione della Sicilia: interpretazione autentica

Su “IL GIORNALE” di oggi un lunghissimo articolo di Vittorio Sgarbi, ricostruisce l’antefatto e fa la cronaca dell’incontro avuto dallo stesso Vittorio Sgarbi a Tripoli, in occasione della consegna della grande onorificenza del Grande El-Fatah, con il dittatore libico colonnello Gheddafi.

Discordante la versioni sul come e sui perchè e come realmente andarono le cose in occasione della incursione a Tripoli del 1998 da quella che conoscevamo. I più curiosi la diversa versione dei fatti la trovano qui.

La mia richiesta a Gheddafi: la Libia si annetta la Sicilia

di Vittorio Sgarbi

Tutto comincia (o ricomincia) una decina di giorni fa. Il mio compagno di avventura e attuale assessore alla Cultura e all’Agricoltura del Comune di Salemi, Peter Glidewell, quasi distrattamente, mi trasmette un invito. Viene dall’ufficio popolare della Gran Jamahiria araba libica popolare socialista. Leggo: «Illustrissimo onorevole Vittorio Sgarbi, è con grande gioia e onore che mi pregio di allegare alla presente l’invito a lei rivolto da parte del segretariato del congresso generale del popolo a partecipare alla festa del “Giorno della lealtà” che sarà celebrato il prossimo 7 ottobre e in occasione della quale lei verrà insignito della grande onorificenza del Grande El-Fatah…». La lettera è firmata Hafed Gaddur, l’ambasciatore libico in Italia. Dagli allegati leggo che nella giornata della lealtà si onorano – ovunque si trovino – i pionieri, gli ideatori, gli amanti della libertà, nonché i sostenitori dei diritti dell’uomo.

Gaddur è un vecchio amico, e so bene perché mi è destinata questa onorificenza. Dieci anni fa, riunendoci a casa mia a Roma come carbonari, decidemmo un’impresa che ha del temerario e, per il popolo libico, dell’eroico. La seconda categoria oggidì assai rara è, nella mia intenzione, conseguenza di uno spirito libertario: la violazione dell’embargo imposto dall’Onu, su richiesta degli americani, alla Libia. L’embargo, sanzione applicata a Paesi che abbiano avuto intelligenza con il terrorismo e con l’eversione (con la Libia, l’Irak di Saddam Hussein e Cuba), è una misura odiosa che reca disagio e danno ai cittadini e non ai governi che si intendono punire. Di più, nella mia considerazione di viaggiatore, che pur con i privilegi del protocollo, via terra impiegò quindici ore per arrivare a Tripoli, e di lì alle mirabili città antiche di Leptis Magna e di Sabratha, l’interdizione al mondo di siti sublimi di interesse universale e appartenenti alla memoria dell’umanità, come anche la greca Cirene, è un vero crimine e una sottrazione inaccettabile.

Con quest’animo dunque partii da Lampedusa su due piccoli aerei con l’editore Grauso, con il regista Filippo Martinez, con il già ricordato Peter Glidewell e con il giornalista Francesco Battistini. Fu un’avventura straordinaria: e, all’arrivo a Tripoli, accolti da membri del governo e cittadini festanti, andammo in corteo alla sede del Congresso generale per essere ringraziati di un gesto che la guida della rivoluzione (così egli vuol essere chiamato) Gheddafi ricordò essere particolarmente ammirevole, oltre che insolito, perché compiuto da cristiani e non da fratelli musulmani in nome della libertà e dei diritti umani. Dopo dieci anni il riconoscimento mi sembrava un segno di civiltà e di immutata riconoscenza.

Decidendo dunque di partire, per quest’occasione meno pericolosa, dopo i recenti accordi bilaterali con l’Italia, Gaddur mi informa che saranno con noi Andreotti, Dini, Pisanu, Latorre e altri italiani che hanno dimostrato amicizia nei confronti del popolo libico. Per parte mia informo il Tg5 e, inevitabilmente, un giornalista del Corriere, che è quel Battistini che fu con noi nella storica occasione. Arrivati a Ciampino all’1.58 del 7 ottobre vedo il comodo aereo della Blue Lines inviato dal governo libico e osservo che fra ospiti e amici ci sono anche numerosi esponenti della stampa. Trovo il deputato filo-arabo Folloni, l’ex direttore del manifesto Valentino Parlato, nato a Tripoli da genitori siciliani, il figlio di Rino Nicolosi già presidente della Regione Sicilia, Maria Cuffaro del Tg3, Guido Ruotolo della Stampa, Vincenzo Nigro de La Repubblica, Piero Cascio del Giornale di Sicilia. La comitiva è allegra e incuriosita e lungo il viaggio si ricordano storie, incontri, occasioni.

Arrivati a Tripoli i giornalisti vengono separati, senza motivate ragioni, dai premiati e dagli ospiti e si attende, come consuetudine in Libia, che la cerimonia abbia inizio. Come sempre è amabile la conversazione con Andreotti e fra gli altri si distingue, per avere pubblicato gli atti del processo di Al-Mukhtar, l’eroe della resistenza condannato a morte dagli italiani (ci sono anche i parenti dell’avvocato italiano che coraggiosamente lo difese), Romain Rainero, professore alla facoltà di Scienze politiche di Milano.

Finalmente si arriva alla premiazione. Molti discorsi (in arabo), uno in serbo dell’ex presidente della Jugoslavia; infine uno (in italiano) poco seguito dell’ex ministro Dini. A questo punto i giornalisti sono sconcertati. Non c’è molto da raccontare; e, fatte alcune interviste televisive, gli inviati della stampa si appartano a scrivere. Peccato, perché quando il bello comincia, usciti dal Palazzo del Congresso con un carosello di automobili che si fanno largo nelle strade di Tripoli per arrivare all’accampamento nel deserto con le tende del colonnello Gheddafi, loro non ci sono.

Sono infatti le nove e mezza quando siamo ammessi alla tenda principale dove ci attende un Gheddafi allegro e spiritoso. Si accomodano Andreotti, Dini e Pisanu, scambiando convenevoli che commemorano gli antichi rapporti personali di amicizia e plaudono all’attuale posizione del governo Berlusconi, anche dopo le apertura di D’Alema e di Prodi. I tre antichi colleghi sembrano intimiditi, preoccupati di disturbare. I giornalisti sono lontani.

A quel punto, forte del mio credito di «eroe libico», comincio una conversazione con Gheddafi fuori dalle righe che qui, a memoria, riporto: «Credo che sarebbe una buona cosa che lei venisse in Sicilia, e non soltanto a Salemi, ma anche a Gibellina, di cui è presente lo storico sindaco Ludovico Corrao che nel corso degli anni ha coltivato rapporti e costituito un museo con testimonianze arabe e libiche significative. Dalla Sicilia è venuto anche il figlio di un presidente della Regione con cui lei ha avuto rapporti». Gheddafi, in arabo, sentita la traduzione, risponde con manifestazioni di simpatia e di affetto, che non ci vengono tradotte, nei confronti di Corrao; abbraccia e sorride al giovane Nicolosi. Io lo incalzo: «La Sicilia aspira all’autonomia dall’Italia. Potrebbe approfittarne per annetterla alla Libia» (sorrisi di compiacimento, i colleghi italiani visibilmente imbarazzati). Aggiungo: «Proprio la città di Salemi, di cui sono sindaco, ha tre quartieri importanti: uno cristiano, uno ebraico e uno arabo, detto “Rabato”. Potrebbe essere l’occasione per una conferenza, un incontro, un dialogo fra le religioni». Gheddafi conviene e conferma che verrà in Sicilia. Accetta l’invito a Salemi e Gibellina. Insisto, nel crescente sconcerto di Andreotti, Dini e Pisanu: «L’onorificenza che ci avete dato come tutti i vessilli e i simboli della Jamahiria libica sono verdi, lo stesso colore prediletto da Bossi cui lei vagamente assomiglia». Folloni, vagamente imbarazzato, sottolinea che si tratta di due verdi diversi.

Gheddafi ride. Ma fra me e lui s’è stabilita un’intesa. Fin dal saluto, avendogli Hafed ricordato la violazione dell’embargo, mi aveva sollevato la mano in segno di intesa e di vittoria. Gli chiedo, ancora: «È mai stato in Italia?». Gheddafi risponde «no, ma adesso non ci sono più difficoltà per venire. Verrò». Insisto sulla Sicilia e a quel punto Dini precisa: «Ma in Italia ci sono anche Roma, Firenze, Milano». Conveniamo sull’opportunità di questo viaggio in Italia. Andreotti, sulle uova, conclude: «Si è fatto tardi. Forse è bene che togliamo il disturbo». Come a una visita di parenti a un funerale. Non mi do per vinto. Faccio alcune osservazioni sull’Italia di oggi accostando Gheddafi a Bossi e a Berlusconi. Gheddafi sorride. Si arriva ai congedi. Arrivano, troppo tardi, i giornalisti per alcune fotografie di rito e io, salutando Gheddafi che mi alza di nuovo la mano in segno di intesa e di vittoria, gli dico: «Potrebbe venire a candidarsi in Italia, alle prossime elezioni, naturalmente contro Berlusconi. Sarebbe un buon confronto». Gheddafi sorride ancora. Non credo che si sia imbarazzato. Certamente si è divertito a sentire un italiano che non si è perduto in convenevoli. Alla fine sembra in realtà dispiaciuto che noi ce ne andiamo. E mentre veniamo giornalisti e ospiti, respinti e sospinti verso l’uscita, rimane in piedi, solo, al centro della tenda ammantato nella sua tunica marrone (djellabah), senza scorta e senza amici. Incito la giornalista del Tg5 e Maria Cuffaro a intervistarlo, ma non sanno in che lingua parlargli. E nessuno si offre di tradurre in e dall’arabo. Si allontanano sconsolate mentre Hafed promette un altro incontro per ricche interviste. Intanto le uniche parole di simpatia e di apertura verso il popolo italiano che egli ha pronunciato le ho registrate io. E, da premiato, mi son fatto cronista. Tripoli, deserto, 7 ottobre 2008, ore 21,43.”

fin qui l’articolo su “IL GIORNALE

Nel frattempo sempre oggi un barcone con alcune centinaia di migranti è stato intercettato tre miglia a sud ovest di Lampedusa dalla guardia costiera.

L’imbarcazione, lunga circa 15 metri, ha il motore in avaria  e sul posto stanno operano tre motovedette della guardia costiera.

Ieri erano sbarcati a Lampedusa oltre 400 migranti; altri 81, a causa delle condizioni del mare che non rendevano possibile il trasferimento a terra, erano rimasti a bordo della nave Sirio della marina militare il cui arrivo è previsto per oggi nella base di Augusta.

Da dove partono questi poveri cristi ?

Dai porti della Libia.

Partono di nascosto dal governo libico ?

E’ da presumere di no essendo notoriamente il governo libico una dittatura, ed in quanto tale fornito, per ovvii motivi di autoconservazione, di un apparato poliziesco a cui l’organizzazione di quotidiani e plurimi imbarchi non potrebbe essere nascosta.

Naturalmente ne Vittorio Sgarbi ne gli altri “amanti della libertà” e “sostenitori dei diritti dell’uomo” si sono sentiti in dovere di chiedere alcunchè su questo aspetto dell’ “amicizia italo-libica“.