Sindaco Damiano datti una mossa !

Dopo l’azione di mobilitazione, sensibilizzazione e restituzione alla coscienza dei trapanesi dei propri beni ad opera dell’associazione Trapani Cambia, sulla riqualificazione dei locali del Lazzaretto di Trapani, ora si attende una decisa azione del sindaco di Trapani che ne consenta il recupero e la fruizione.

In questo video una buona ricostruzione della vicenda per capire a che punto siamo.

Avete visitato la Mostra in corso a Trapani su “I grandi capolavori del corallo” ?

Se ancora non l’avete vista, ricordate che avete tempo fino al 30 giugno.

Io ci sono stato oggi e, per quel che vale, vi dico che è una mostra da non perdere.

La mostra è proposta al Museo Pepoli di Trapani e riunisce capolavori assoluti dell’antica arte del corallo sviluppatasi per secoli in Sicilia, ed in particolare a Trapani, luogo dove la realizzazione di manufatti in corallo raggiunse le vette più alte della bellezza e della maestria artistico-artigianale.

I nuclei principali delle opere in mostra testimoniano la ricchezza e la qualità di alcune collezioni fondamentali del settore. Quelle della Banca di Novara, dello stesso Museo Pepoli di Trapani, della Fondazione Whitaker, del Museo Diocesano di Monreale e di altre raccolte pubbliche nonchè pezzi singoli, proprietà di collezionisti privati italiani e stranieri.

Intorno alla pesca del corallo con le “coralline” nei fondali delle Egadi, sul banco skerki e intorno all’isola di Tabarca si sviluppò a Trapani un commercio florido. Si ebbe allora una vera e propria “corsa al corallo” che ha rischiato di far scomparire per sempre le colonie più facilmente raggiungibili.

Nel periodo della floridezza di tale commercio a Trapani sorsero numerose botteghe artigiane che crearono capolavori di grande valore artistico. Gioielli, ma anche calici, ostensori, crocifissi, reliquari, presepi, scrigni, calamai, saliere e soprattutto elementi di raffinato arredo: specchiere, tavoli da gioco, cornici, sino a monumentali trumeaux destinati a case principesche e regge, talvolta utilizzati come doni di Stato.

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Ha origini trapanesi il massimo esperto italiano di parolacce

Si chiama Vito Tartamella, ed è nato a Milano, ma di Trapani erano i genitori. Tartamella è uno psicolinguista, caporedattore della rivista scientifica Focus.
Nel 2006 ha pubblicato un libro dal titolo “Parolacce” – Perché le diciamo, che cosa significano, quali effetti hanno – Dai Babilonesi a Benigni 4.000 anni di imprecazioni, oscenità, insulti – In 43 lingue.

Il libro di Tartamella si sviluppa in dieci densissimi capitoli che affrontano il tema “parolacce” dal punto di vista linguistico, culturale, religioso e psicologico.
In ciascun capitolo l’autore affianca la trattazione scientifica ad esempi che rendono concreta l’idea di cosa si stia parlando.
Nella conclusione, Vito Tartamella individua dieci falsi miti sulle parolacce:

1. Le parolacce non sono un “vero” linguaggio.
2. Il turpiloqui non è essenziale per il linguaggio.
3. Il turpiloquio è brutto ma può essere eliminato.
4. Il turpiloquio è un problema moderno.
5. Bisogna proteggere i bambini dal turpiloquio.
6. Il turpiloquio è un problema degli adolescenti.
7. Il turpiloquio è un’abitudine delle classi basse e maleducate.
8. Si dicono più parolacce oggi che in passato.
9. Il turpiloquio è diffuso perché la gente non sa controllarsi.
10. Il turpiloquio è dovuto a scarso lessico e abilità linguistica.

Quella che segue è una eccellente intervista di Stefano Lorenzetto a Vito Tartamella per “Il Giornale

Il giornalista scientifico che scrive solo parolacce

Laureato alla Cattolica, è il massimo studioso italiano di turpiloquio. Redige la statistica delle imprecazioni più diffuse: “c…” al primo posto

Avvertenza per l’uso: le persone particolarmente sensibili sono invitate ad astenersi dal proseguire nella lettura. Qui, infatti, si narra di Vito Tartamella, 47 anni, compunto giornalista scientifico, caporedattore centrale del mensile Focus, che passa per essere il massimo esperto italiano di turpiloquio.

A porgli sul capo la corona (di spine) è stato il bavarese Reinhold Aman, residente in California, ex docente in scuole e atenei statunitensi, sicuramente l’autorità mondiale riconosciuta in tema di parolacce, avendo fra l’altro fondato Maledicta, rivista accademica dedicata allo studio del linguaggio offensivo, «uno scienziato squisito, mite, simpatico, che mi ha molto aiutato nelle mie ricerche», sparge incenso Tartamella.

I due si sono incontrati come relatori all’Università di Chambéry, in Francia, dove si tiene un convegno biennale per aggiornare la classifica planetaria delle scurrilità.
A tal proposito, premio subito i lettori licenziosi che sono arrivati al secondo capoverso informandoli che «Oh, merda!» , declinata in tutte le lingue, è in assoluto l’espressione rintracciata con più frequenza nelle scatole nere dopo i disastri aerei, mentre «cazzo» resiste al vertice delle preferenze italiche: «Già Italo Calvino aveva osservato che è una parolaccia di espressività straordinaria, senza pari in altri idiomi».

Tartamella ha compilato la statistica raffrontando migliaia di dati, «non posso per il momento rivelare quali, dico solo che non si tratta di citazioni tratte dai giornali o da Internet», e mostra come prova una spanna di tabulati che costituiranno la base del suo prossimo lavoro, dopo il bestseller Parolacce, studio di 380 pagine uscito nel 2006 che spiega perché le diciamo, che cosa significano, quali effetti hanno.

In un Paese dove il capo dello Stato teme che la violenza verbale porti all’eversione, la presidente della Camera ricorre alla polizia per difendersi dalle contumelie via Web e il direttore del Tg La7 chiude il suo account Twitter nauseato dagli improperi, i due tomi dovrebbero essere adottati come libri di testo nelle scuole.

Solo un laureato in filosofia uscito nel 1992 con 110 e lode dall’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, fondata da padre Agostino Gemelli, poteva affrontare con padronanza una materia includente persino le bestemmie. Il titolo della tesi che preparò con lo psicolinguista Ferdinando Dogana, Psicosociologia del cognome, nasceva da uno shock infantile.

«Sono figlio di un maresciallo maggiore della Guardia di finanza e di una maestra elementare originari di Trapani e, benché sia nato a Milano, i miei coetanei hanno sempre giocato sul mio cognome per offendermi in quanto terrone. Mi chiamavano Tarantella, Tartanella, Gargamella e io provavo un fastidio addirittura fisico per questo. Oggi non ci farei più caso. Ho persino ricevuto per posta una pubblicità indirizzata al signor Vino Tavernella».

A spronarlo verso il giornalismo fu il padre Giovanni, che nel 1986 incappò in un annuncio strabiliante – specie se riletto in tempi di crisi dell’editoria – apparso sul Cittadino, bisettimanale cattolico di Monza e Brianza: «Cercansi collaboratori». «Mi presentai al caporedattore. “Che sai fare?”. Studio filosofia. “Uhm. Che altro?”. Suono il pianoforte. “Ottimo. Ti occuperai di musica”. Alla terza stroncatura la mia carriera di recensore era già finita: me l’ero presa con un disco di Scialpi».

Ma Tartamella – oggi sposato con la collega Paola Erba di Rai News e padre di un bimbo di 5 anni – non si diede per vinto. Si buttò sulla cronaca, bianca e nera. Fu reclutato da Brianza Oggi, nuovo quotidiano dell’editore Giuseppe Ciarrapico, che però chiuse dopo un anno. Passò come abusivo al Giorno, infine fu assunto. Quattro anni al Corriere di Como, altri due al service Vespina di Giorgio Dell’Arti, poi l’approdo a Focus.

Come reagì il direttore Sandro Boeri quando gli spiegò che voleva occuparsi di parolacce?
«Mi disse: “Fantastico!”».

Un direttore veneto le avrebbe risposto: «Ma va’ in mona!».
«Era nata come idea per un servizio da affidare a qualche redattore. Alla fine è diventato un libro e un blog, http://www.focus.it/parolacce, che ci ha spalancato prospettive internazionali. La scrittrice americana Dianne Hales mi ha dedicato un capitolo nel suo volume La bella lingua».

Come mi regolo con lettori del Giornale, giustamente assai suscettibili? Metto i puntini di sospensione o no?
«Non saprei».

Ma non fa il caporedattore centrale?
«L’importante è che dal contesto si capisca ciò che dico».

Se scrivo c…o, non si capisce se sta parlando dell’organo davanti o di quello dietro.
«Io eviterei i puntini di sospensione. La censura rende più evidente la parolaccia, insegnava Claude Lévi-Strauss».

Però il lubrico Giacomo Casanova si limitava a nominare il c…o come «l’agente principale dell’umanità».
«Anche François Rabelais e Teofilo Folengo hanno dimostrato una maestria assoluta nell’uso delle parolacce. E tra il poeta settecentesco Giorgio Baffo, veneziano, e I soliti idioti non c’è confronto».

Lei sostiene che il c…o sia diventato nell’odierna civiltà, o inciviltà, una sorta di jolly linguistico.
«È così, ma aveva larga diffusione già nel Seicento, come attesta La rettorica delle puttane di Ferrante Pallavicino, canonico che fu fatto decapitare da Papa Urbano VIII per i suoi libelli irriverenti. Oggi, a seconda delle circostanze, può esprimere sorpresa, cazzo!, offesa, cazzone, elogio, cazzuto, rabbia, incazzato, approssimazione, a cazzo, dissapore, scazzo. Il corrispettivo femminile non gode certo di minore audience. Il professor Alessandro Roccati, egittologo alla Sapienza di Roma, ha raccolto un’antologia di insulti scritti nelle cappelle della necropoli menfita durante l’Antico Regno, in papiri della fine del secondo millennio e nei “testi delle piramidi”. Fra questi, ricorrono spesso vulva, figa fottuta, putrida allargata, detto di Iside, e femmina senza vulva, detto di Nefti. E stiamo parlando della dea della maternità e della dea dell’oltretomba».

In Parolacce ha messo come esergo una frase di Sigmund Freud: «Colui che per la prima volta ha lanciato all’avversario una parola ingiuriosa invece che una freccia è stato il fondatore della civiltà». Ne è convinto?
«Certo, perché ha spostato sul piano simbolico l’aggressione fisica. Benché anche una parolaccia possa essere assai distruttiva. Del resto si tratta di tabù, di parole vietate in quanto evocano emozioni e contenuti potenzialmente pericolosi per un gruppo sociale. Per questo la nostra civiltà ha stabilito che abbiano dei limiti d’uso di diversa gradazione. Ho condotto un sondaggio online su un campione di 2.600 soggetti ed è risultato che l’espressione va’ a cagare ha un impatto assai meno dirompente rispetto a figlio di puttana. Le più offensive sono le bestemmie».

Comprensibile.
«Però in Norvegia o in Svezia la blasfemia non esiste. Al contrario dell’Italia, che ne è la patria mondiale. Questo perché per secoli il concetto di divinità da noi ha coinciso con l’autorità dello Stato Pontificio. Si bestemmiava Dio per ribellione contro il Papa Re che ne incarnava visibilmente il Figlio sulla terra. Non a caso imprecare, nell’etimologia latina, significa pregare contro. Le parolacce sono sempre rapportate a concetti delicatissimi: vita, morte, sesso, malattie, religione, rapporti sociali».

Ma a che servono?
«A esprimere una reazione negativa, a verbalizzare un’emozione forte, spesso al di là delle nostre intenzioni. Mio padre perse per qualche mese la parola a causa di un ictus. Ciononostante quando s’arrabbiava gli usciva spontanea di bocca qualche volgarità. Un fatto ben noto ai neurologi: le parole sono controllate dall’emisfero sinistro, le parolacce da quello destro, che presiede all’emotività. Il danno cerebrale non aveva intaccato il secondo».

Davvero scegliamo le parolacce in base al loro suono?
«Si chiama fonosimbolismo, è una teoria linguistica. Il modo di articolare i fonemi imita la realtà. Prenda mucca: le prime due lettere ricordano il verso dell’animale, muu. Parolacce come cazzo, puttana, baldracca sono composte da consonanti occlusive. L’aria che giunge dalla trachea dapprima è ostacolata da queste lettere che ne aumentano la pressione intraorale, dopodiché viene violentemente espulsa, provocando una sorta di piccola esplosione. Sono le consonanti della forza e della durezza. Disgusto, rifiuto, disprezzo e condanna sono espressi invece con l’espulsione del fiato delle lettere fricative tipo la “f”: fanculo, fanfarone, fetente. Sono i fonemi del rifiuto, come uffa».

Ma perché le parolacce esercitano su di lei questo fascino?
«Potrei spiegarlo con un episodio dell’infanzia. Alle elementari una compagna di classe mi diede sulla testa l’atlante della De Agostini. Avvertii un dolore così forte, con una scossa dal gusto salato in bocca, che le urlai: puttana! Non avevo mai avevo pronunciato quella parola prima d’allora. Per me fu uno shock, ci stetti male tutto il giorno. In realtà, del turpiloquio m’interessa l’aspetto culturale, che coinvolge a 360 gradi storia della letteratura, linguistica, glottologia, psicologia, sociologia, neurologia, giurisprudenza, statistica».

Quanto avrà pesato il Vaffanculo-Day nell’ascesa di Beppe Grillo?
«Lo sdoganamento della parolaccia in politica risale alla notte dei tempi. Benito Mussolini non disdegnava la bestemmia. Suo genero Galeazzo Ciano nel 1939 definì Achille Starace, segretario del partito fascista, “un coglione che fa girare i coglioni” per la sua pedanteria. Bettino Craxi rivolse lo stesso epiteto a Renato Altissimo nel 1986. Nel 1984 il ministro degli Esteri tedesco, Joschka Fischer, disse al capo del Bundestag: “Con rispetto parlando, signor presidente, lei è un buco di culo”.

Umberto Bossi nel 1997 bollò l’ex ideologo leghista Gianfranco Miglio come “una scoreggia nello spazio”. Da lì in poi è stata una sparata continua. Le parolacce interpretano gli umori della piazza, si fanno capire da tutti. Il filosofo Arthur Schopenhauer nel saggio L’arte di insultare scrive che l’insulto è una calunnia abbreviata. Sono però un’arma a doppio taglio: accorciano le distanze a detrimento dell’autorevolezza. Per tornare a Grillo, la volgarità è un vettore che ti porta in orbita. Ma quando sei già arrivato nell’empireo, tanto da crederti il primo partito, non puoi più permettertela: ti danneggia».

Lei ha scovato espressioni forti persino nella Bibbia.
«Nel Libro di Malachia, fra le minacce rivolte ai sacerdoti infedeli, c’è anche quella di smerdarli: “Se non mi ascolterete, dice il Signore, io spezzerò il vostro braccio e spanderò sulla vostra faccia escrementi”».

Sparlano pure i medici.
«Un chirurgo e un anestesista hanno registrato di nascosto le imprecazioni dei colleghi in sala operatoria all’ospedale Berkshire di Reading, nel Regno Unito, assegnando punteggi diversi a bestemmie, riferimenti escrementizi e oscenità. I risultati, riguardanti 100 interventi, sono apparsi sul British medical journal. Su 80 ore e mezzo di attività chirurgica, in media si è totalizzato un punto, cioè una parolaccia, ogni 51,4 minuti. In una giornata di lavoro tipica, otto ore, gli ortopedici hanno totalizzato 16,5 punti, pari a una parolaccia ogni 29 minuti; i chirurghi generali 10,6; i ginecologi 10; gli urologi 3,1; gli otorinolaringoiatri 1».

Perché gli ortopedici sono sboccati?
«Un intervento dell’ortopedico dura in media 51,7 minuti, contro i 34,4 dell’otorinolaringoiatra, richiede grande fatica e l’uso di martelli, seghe e trapani, quindi il turpiloquio tende a uniformarsi a quello degli operai».

Non starà dilagando un’epidemia della sindrome di Tourette, che comporta l’incoercibile pulsione a pronunciare volgarità?
«Quella è frutto di un deficit neurologico. Tuttavia un qualcosa di contagioso il turpiloquio ce l’ha. Corriamo il rischio di un’inflazione della parola e della parolaccia, l’usura dei concetti e delle relazioni».

In Parolacce rivolge un ringraziamento finale alle «molte persone a cui ho rotto le balle». Perché ha scritto balle anziché coglioni?
«Mi rivolgevo anche a mia madre Margherita, che pur odiando le parolacce ha avuto il coraggio di leggere il libro in anteprima. Balle era più bonario da usare con gli amici che mi hanno aiutato. Insomma, spero proprio d’avergli rotto le balle, non i coglioni».”

Castellammare del Golfo, verso le elezioni amministrative (16): Ma è tutta una partita tra UDC “veri” ed UDC “falsi” ?

Dopo le dichiarazioni di Giulia Adamo e di Gianni Pompeo non poteva mancare la replica di Mimmo Turano. Il parlamentare regionale e già Presidente della Provincia Regionale di Trapani risponde con durezza ai suoi compagni di partito che contestano la scelta dell’UDC per le amministrative di Castellammare del Golfo di schierarsi con il PDL di D’Alì e La Destra di Musumeci a sostegno della candidatura Russo.

Stanno commettendo sempre lo stesso errore. Alle Regionali quando hanno visto che ero irrangiungibile hanno cercato di far saltare il seggio e di negare un parlamentare all’Udc trapanese. Prima ancora avevano tentato di fare fallire il Pd ad Alcamo e mi hanno costretto a candidarmi a sindaco“, e Turano non esita a definire il “feeling” tra i due (Adamo e Pompeo) “un ritorno di fiamma di un’alleanza fallita“.
Infine Turano si rivolge a Pompeo: “Concordo con lui, le scelte devono essere fatte dalla base ed infatti a Castellammare ha scelto la base. Io in quella città ho preso 800 voti, Pompeo e l’Adamo, assieme sono arrivati a 300 voti. Ecco la base“. Ed infine la stoccata finale: “Io ho sempre lavorato nell’interesse dell’Udc“.

Castellammare del Golfo, verso le elezioni amministrative (15): Anche Gianni Pompeo dell’UDC sta con Nicola Coppola

Gianni Pompeo, presidente provinciale dell’UDC, si è dimesso dal suo incarico. La scelta sarebbe conseguenza di quanto verificatosi a Castellammare del Golfo relativamente all’utilizzo del simbolo dell’UDC per le candidature alle amministrative.
Il direttivo locale del partito aveva stabilito l’alleanza col Pd e, invece, il simbolo è comparso nella coalizione col Pdl e l’Mpa per volontà dell’onorevole Mimmo Turano che ha trovato nei quadri dirigenti del partito il bene stare“.

Pompeo si dice “rammaricato” di quanto accaduto e chiede ai vertici del partito “urgente chiarezza su quanto avvenuto“.
Vogliamo sapere se nel partito contano le regole democratiche che tengano conto delle scelte degli organi anche locali oppure le cortesie personali a questo o quell’onorevole. Quello che si è verificato a Castellammare del Golfo è un atto che sfiducia chi crede nei valori e nelle regole democratiche. In quel centro era naturale che il partito avrebbe dovuto sostenere il candidato sindaco Nicolò Coppola, seguendo le direttive degli organi locali. E, invece, nel totale silenzio, gli organi nazionali e regionali del partito hanno consentito che il simbolo, su richiesta dell’onorevole Turano, finisse nella coalizione di centro destra a sostegno del candidato Piero Russo“.

Castellammare del Golfo, verso le elezioni amministrative (14): Giulia Adamo sta con Nicola Coppola

In merito alle prossime Elezioni Amministrative di Castellammare del Golfo, l’on. Giulia Adamo – sindaco di Marsala – ha rilasciato la seguente dichiarazione:

È con profondo stupore che ho appreso l’assegnazione del simbolo dell’UDC ad un candidato sindaco di Castellammare del Golfo proposto dal PDL e dall’MPA, a differenza di quanto stabilito dal direttivo comunale che riproponeva l’alleanza con il PD. In contrasto quindi con un progetto politico che – a diversi livelli di amministrazione – ha visto crescere i consensi all’UDC, di pari passo agli impegni assunti nei confronti dei cittadini. Ancor più grave è il fatto che tutto questo sia avvenuto in un territorio che ha necessità di scelte di legalità, di lotta contro il malaffare e il sistema clientelare. Rinnovo, pertanto, la mia fiducia a Peppe Ancona e Gaspare Canzoneri, confermando il mio sostegno al candidato sindaco Nicola Coppola. Mi auguro che i castellammaresi sappiano cogliere l’importanza di tale scelta che è a favore dello sviluppo della città e a beneficio
del territorio, contro una politica arrogante e lontana dall’interesse generale“.

Giulia Adamo

Castellammare del Golfo, verso le elezioni amministrative (9): Facciamo il punto

Le ufficializzazioni delle due ultime candidature, Piero Russo e Nicola Coppola, che si vanno ad aggiungere a quelle di Salvatore Fundarò e di Maria Tesè, ed in attesa della candidatura espressione di un M5s, che appare al momento diviso ed incerto intorno alla candidatura di Domenico Barone, rendono sempre più chiaro il quadro dei candidati a Sindaco e degli schieramenti in campo alle amministrative 2013 del 9 e 10 giugno di Castellammare del Golfo.

Annunciata ieri, con un comunicato ufficiale, la candidatura di Piero Russo, già consigliere comunale ed assessore democristiano, poi berlusconiano, ed in ultimo capogruppo del Popolo della Libertà al Consiglio Provinciale, è ormai ufficiale.
A designarlo è stato un tavolo del centrodestra e di forze civiche attorno al quale si sono ritrovati oltre al PDL, la destra di Musumeci, L’UDC che fa riferimento all’On. Turano, il PDS dell’On. Giovanni Lo Sciuto ed esponenti della lista civica Castellammare Si.

Il senatore Antonio D’Alì, che lo sostiene, e in precedenza sostenitore del sindaco uscente Marzio Bresciani, come Piero Russo del resto, dice: “Sono molto lieto che attorno alla figura nota e stimata di Piero Russo, da sempre alfiere del Popolo della Libertà a Castellammare del Golfo, si sia coagulata una tensione politica e programmatica giovane, entusiasta e positiva, come si conviene in una fase di forte rinascita del rapporto tra cittadini e loro rappresentanti. Sono certo che Piero Russo e la sua squadra di assessori e consiglieri sapranno dare ai cittadini di Castellammare del Golfo le risposte importanti per il loro progredire economico e sociale”.

Prevista per domenica l’apertura della campagna elettorale. Bisognerà attendere i prossimi giorni per rendersi conto della forza di quest’area, in relazione alle liste ed al quadro delle candidature che riuscirà a mettere in campo.

In precedenza Nicola Coppola più volte assessore e sindaco democristiano di Castellammare del Golfo negli anni 80′ e 90′ e tra gli artefici del successo del sindaco Marzio Bresciani alle precedente elezioni amministrative aveva annunciato la propria candidatura sancita ufficialmente da un un documento firmato dai rappresentanti delle liste civiche a suo sostegno: Mimmo Bucca, Gaspare Canzoneri, Franco Galante e Salvo Bologna già candidato a sindaco per il Pd alle scorse amministrative.

Nicola Coppola sarà infatti sostenuto da cinque liste civiche: “Lavoro e Sviluppo”, “SiAmo Castellammare” “Udc-Castellammare democratica Unita”, “Turismo Castellammare” e Partito Democratico, una ampia coalizione che dovrebbe raccogliere, fra gli altri, i nove consiglieri comunali uscenti di Fli e Pdl.

Si fa sempre più stretto lo spazio per Maria Tesè e per la sua coalizione costituita dal vivace movimento locale “Cambiamenti” e da “Il Megafono” che fa riferimento al presidente della Regione Rosario Crocetta.

In frantumi un po’ tutti i partiti.

Il Pd, dalla pur limitata consistenza si divide in mille rivoli, in considerazione che anche il quarto candidato il medico Salvatore Fundarò, sostenuto da “Con Noi per Castellammare” e “Volare” vanta una certa vicinanza al Partito Democratico, e che anche “Il Megafono”, che sostiene Maria Tesè, è emanazione del Pd.

Il Pdl vede gran parte del suo ex gruppo consiliare schierato a sostegno di Nicola Coppola invece che a sostegno di Piero Russo.

L’area che un tempo faceva riferimento all’UDC è oggi divisa in tre tronconi a sostegno rispettivamente di Nicola Coppola, Piero Russo e Salvatore Fundarò.

Infine l’ultimo arrivato il Movimento Cinque Stelle, forte di una clamorosa affermazione alle ultime politiche in cui è risultato il primo partito con ben 2.783 voti, si dice abbia smarrito (o gli è stata rubata ?) la schedina e non sembra proprio possa passare all’incasso il 10 giugno.

*** Update

Si dice sia ufficiale che la candidata a Sindaco del M5S sarà Valentina Mattarella.