Ha origini trapanesi il massimo esperto italiano di parolacce

Si chiama Vito Tartamella, ed è nato a Milano, ma di Trapani erano i genitori. Tartamella è uno psicolinguista, caporedattore della rivista scientifica Focus.
Nel 2006 ha pubblicato un libro dal titolo “Parolacce” – Perché le diciamo, che cosa significano, quali effetti hanno – Dai Babilonesi a Benigni 4.000 anni di imprecazioni, oscenità, insulti – In 43 lingue.

Il libro di Tartamella si sviluppa in dieci densissimi capitoli che affrontano il tema “parolacce” dal punto di vista linguistico, culturale, religioso e psicologico.
In ciascun capitolo l’autore affianca la trattazione scientifica ad esempi che rendono concreta l’idea di cosa si stia parlando.
Nella conclusione, Vito Tartamella individua dieci falsi miti sulle parolacce:

1. Le parolacce non sono un “vero” linguaggio.
2. Il turpiloqui non è essenziale per il linguaggio.
3. Il turpiloquio è brutto ma può essere eliminato.
4. Il turpiloquio è un problema moderno.
5. Bisogna proteggere i bambini dal turpiloquio.
6. Il turpiloquio è un problema degli adolescenti.
7. Il turpiloquio è un’abitudine delle classi basse e maleducate.
8. Si dicono più parolacce oggi che in passato.
9. Il turpiloquio è diffuso perché la gente non sa controllarsi.
10. Il turpiloquio è dovuto a scarso lessico e abilità linguistica.

Quella che segue è una eccellente intervista di Stefano Lorenzetto a Vito Tartamella per “Il Giornale

Il giornalista scientifico che scrive solo parolacce

Laureato alla Cattolica, è il massimo studioso italiano di turpiloquio. Redige la statistica delle imprecazioni più diffuse: “c…” al primo posto

Avvertenza per l’uso: le persone particolarmente sensibili sono invitate ad astenersi dal proseguire nella lettura. Qui, infatti, si narra di Vito Tartamella, 47 anni, compunto giornalista scientifico, caporedattore centrale del mensile Focus, che passa per essere il massimo esperto italiano di turpiloquio.

A porgli sul capo la corona (di spine) è stato il bavarese Reinhold Aman, residente in California, ex docente in scuole e atenei statunitensi, sicuramente l’autorità mondiale riconosciuta in tema di parolacce, avendo fra l’altro fondato Maledicta, rivista accademica dedicata allo studio del linguaggio offensivo, «uno scienziato squisito, mite, simpatico, che mi ha molto aiutato nelle mie ricerche», sparge incenso Tartamella.

I due si sono incontrati come relatori all’Università di Chambéry, in Francia, dove si tiene un convegno biennale per aggiornare la classifica planetaria delle scurrilità.
A tal proposito, premio subito i lettori licenziosi che sono arrivati al secondo capoverso informandoli che «Oh, merda!» , declinata in tutte le lingue, è in assoluto l’espressione rintracciata con più frequenza nelle scatole nere dopo i disastri aerei, mentre «cazzo» resiste al vertice delle preferenze italiche: «Già Italo Calvino aveva osservato che è una parolaccia di espressività straordinaria, senza pari in altri idiomi».

Tartamella ha compilato la statistica raffrontando migliaia di dati, «non posso per il momento rivelare quali, dico solo che non si tratta di citazioni tratte dai giornali o da Internet», e mostra come prova una spanna di tabulati che costituiranno la base del suo prossimo lavoro, dopo il bestseller Parolacce, studio di 380 pagine uscito nel 2006 che spiega perché le diciamo, che cosa significano, quali effetti hanno.

In un Paese dove il capo dello Stato teme che la violenza verbale porti all’eversione, la presidente della Camera ricorre alla polizia per difendersi dalle contumelie via Web e il direttore del Tg La7 chiude il suo account Twitter nauseato dagli improperi, i due tomi dovrebbero essere adottati come libri di testo nelle scuole.

Solo un laureato in filosofia uscito nel 1992 con 110 e lode dall’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, fondata da padre Agostino Gemelli, poteva affrontare con padronanza una materia includente persino le bestemmie. Il titolo della tesi che preparò con lo psicolinguista Ferdinando Dogana, Psicosociologia del cognome, nasceva da uno shock infantile.

«Sono figlio di un maresciallo maggiore della Guardia di finanza e di una maestra elementare originari di Trapani e, benché sia nato a Milano, i miei coetanei hanno sempre giocato sul mio cognome per offendermi in quanto terrone. Mi chiamavano Tarantella, Tartanella, Gargamella e io provavo un fastidio addirittura fisico per questo. Oggi non ci farei più caso. Ho persino ricevuto per posta una pubblicità indirizzata al signor Vino Tavernella».

A spronarlo verso il giornalismo fu il padre Giovanni, che nel 1986 incappò in un annuncio strabiliante – specie se riletto in tempi di crisi dell’editoria – apparso sul Cittadino, bisettimanale cattolico di Monza e Brianza: «Cercansi collaboratori». «Mi presentai al caporedattore. “Che sai fare?”. Studio filosofia. “Uhm. Che altro?”. Suono il pianoforte. “Ottimo. Ti occuperai di musica”. Alla terza stroncatura la mia carriera di recensore era già finita: me l’ero presa con un disco di Scialpi».

Ma Tartamella – oggi sposato con la collega Paola Erba di Rai News e padre di un bimbo di 5 anni – non si diede per vinto. Si buttò sulla cronaca, bianca e nera. Fu reclutato da Brianza Oggi, nuovo quotidiano dell’editore Giuseppe Ciarrapico, che però chiuse dopo un anno. Passò come abusivo al Giorno, infine fu assunto. Quattro anni al Corriere di Como, altri due al service Vespina di Giorgio Dell’Arti, poi l’approdo a Focus.

Come reagì il direttore Sandro Boeri quando gli spiegò che voleva occuparsi di parolacce?
«Mi disse: “Fantastico!”».

Un direttore veneto le avrebbe risposto: «Ma va’ in mona!».
«Era nata come idea per un servizio da affidare a qualche redattore. Alla fine è diventato un libro e un blog, http://www.focus.it/parolacce, che ci ha spalancato prospettive internazionali. La scrittrice americana Dianne Hales mi ha dedicato un capitolo nel suo volume La bella lingua».

Come mi regolo con lettori del Giornale, giustamente assai suscettibili? Metto i puntini di sospensione o no?
«Non saprei».

Ma non fa il caporedattore centrale?
«L’importante è che dal contesto si capisca ciò che dico».

Se scrivo c…o, non si capisce se sta parlando dell’organo davanti o di quello dietro.
«Io eviterei i puntini di sospensione. La censura rende più evidente la parolaccia, insegnava Claude Lévi-Strauss».

Però il lubrico Giacomo Casanova si limitava a nominare il c…o come «l’agente principale dell’umanità».
«Anche François Rabelais e Teofilo Folengo hanno dimostrato una maestria assoluta nell’uso delle parolacce. E tra il poeta settecentesco Giorgio Baffo, veneziano, e I soliti idioti non c’è confronto».

Lei sostiene che il c…o sia diventato nell’odierna civiltà, o inciviltà, una sorta di jolly linguistico.
«È così, ma aveva larga diffusione già nel Seicento, come attesta La rettorica delle puttane di Ferrante Pallavicino, canonico che fu fatto decapitare da Papa Urbano VIII per i suoi libelli irriverenti. Oggi, a seconda delle circostanze, può esprimere sorpresa, cazzo!, offesa, cazzone, elogio, cazzuto, rabbia, incazzato, approssimazione, a cazzo, dissapore, scazzo. Il corrispettivo femminile non gode certo di minore audience. Il professor Alessandro Roccati, egittologo alla Sapienza di Roma, ha raccolto un’antologia di insulti scritti nelle cappelle della necropoli menfita durante l’Antico Regno, in papiri della fine del secondo millennio e nei “testi delle piramidi”. Fra questi, ricorrono spesso vulva, figa fottuta, putrida allargata, detto di Iside, e femmina senza vulva, detto di Nefti. E stiamo parlando della dea della maternità e della dea dell’oltretomba».

In Parolacce ha messo come esergo una frase di Sigmund Freud: «Colui che per la prima volta ha lanciato all’avversario una parola ingiuriosa invece che una freccia è stato il fondatore della civiltà». Ne è convinto?
«Certo, perché ha spostato sul piano simbolico l’aggressione fisica. Benché anche una parolaccia possa essere assai distruttiva. Del resto si tratta di tabù, di parole vietate in quanto evocano emozioni e contenuti potenzialmente pericolosi per un gruppo sociale. Per questo la nostra civiltà ha stabilito che abbiano dei limiti d’uso di diversa gradazione. Ho condotto un sondaggio online su un campione di 2.600 soggetti ed è risultato che l’espressione va’ a cagare ha un impatto assai meno dirompente rispetto a figlio di puttana. Le più offensive sono le bestemmie».

Comprensibile.
«Però in Norvegia o in Svezia la blasfemia non esiste. Al contrario dell’Italia, che ne è la patria mondiale. Questo perché per secoli il concetto di divinità da noi ha coinciso con l’autorità dello Stato Pontificio. Si bestemmiava Dio per ribellione contro il Papa Re che ne incarnava visibilmente il Figlio sulla terra. Non a caso imprecare, nell’etimologia latina, significa pregare contro. Le parolacce sono sempre rapportate a concetti delicatissimi: vita, morte, sesso, malattie, religione, rapporti sociali».

Ma a che servono?
«A esprimere una reazione negativa, a verbalizzare un’emozione forte, spesso al di là delle nostre intenzioni. Mio padre perse per qualche mese la parola a causa di un ictus. Ciononostante quando s’arrabbiava gli usciva spontanea di bocca qualche volgarità. Un fatto ben noto ai neurologi: le parole sono controllate dall’emisfero sinistro, le parolacce da quello destro, che presiede all’emotività. Il danno cerebrale non aveva intaccato il secondo».

Davvero scegliamo le parolacce in base al loro suono?
«Si chiama fonosimbolismo, è una teoria linguistica. Il modo di articolare i fonemi imita la realtà. Prenda mucca: le prime due lettere ricordano il verso dell’animale, muu. Parolacce come cazzo, puttana, baldracca sono composte da consonanti occlusive. L’aria che giunge dalla trachea dapprima è ostacolata da queste lettere che ne aumentano la pressione intraorale, dopodiché viene violentemente espulsa, provocando una sorta di piccola esplosione. Sono le consonanti della forza e della durezza. Disgusto, rifiuto, disprezzo e condanna sono espressi invece con l’espulsione del fiato delle lettere fricative tipo la “f”: fanculo, fanfarone, fetente. Sono i fonemi del rifiuto, come uffa».

Ma perché le parolacce esercitano su di lei questo fascino?
«Potrei spiegarlo con un episodio dell’infanzia. Alle elementari una compagna di classe mi diede sulla testa l’atlante della De Agostini. Avvertii un dolore così forte, con una scossa dal gusto salato in bocca, che le urlai: puttana! Non avevo mai avevo pronunciato quella parola prima d’allora. Per me fu uno shock, ci stetti male tutto il giorno. In realtà, del turpiloquio m’interessa l’aspetto culturale, che coinvolge a 360 gradi storia della letteratura, linguistica, glottologia, psicologia, sociologia, neurologia, giurisprudenza, statistica».

Quanto avrà pesato il Vaffanculo-Day nell’ascesa di Beppe Grillo?
«Lo sdoganamento della parolaccia in politica risale alla notte dei tempi. Benito Mussolini non disdegnava la bestemmia. Suo genero Galeazzo Ciano nel 1939 definì Achille Starace, segretario del partito fascista, “un coglione che fa girare i coglioni” per la sua pedanteria. Bettino Craxi rivolse lo stesso epiteto a Renato Altissimo nel 1986. Nel 1984 il ministro degli Esteri tedesco, Joschka Fischer, disse al capo del Bundestag: “Con rispetto parlando, signor presidente, lei è un buco di culo”.

Umberto Bossi nel 1997 bollò l’ex ideologo leghista Gianfranco Miglio come “una scoreggia nello spazio”. Da lì in poi è stata una sparata continua. Le parolacce interpretano gli umori della piazza, si fanno capire da tutti. Il filosofo Arthur Schopenhauer nel saggio L’arte di insultare scrive che l’insulto è una calunnia abbreviata. Sono però un’arma a doppio taglio: accorciano le distanze a detrimento dell’autorevolezza. Per tornare a Grillo, la volgarità è un vettore che ti porta in orbita. Ma quando sei già arrivato nell’empireo, tanto da crederti il primo partito, non puoi più permettertela: ti danneggia».

Lei ha scovato espressioni forti persino nella Bibbia.
«Nel Libro di Malachia, fra le minacce rivolte ai sacerdoti infedeli, c’è anche quella di smerdarli: “Se non mi ascolterete, dice il Signore, io spezzerò il vostro braccio e spanderò sulla vostra faccia escrementi”».

Sparlano pure i medici.
«Un chirurgo e un anestesista hanno registrato di nascosto le imprecazioni dei colleghi in sala operatoria all’ospedale Berkshire di Reading, nel Regno Unito, assegnando punteggi diversi a bestemmie, riferimenti escrementizi e oscenità. I risultati, riguardanti 100 interventi, sono apparsi sul British medical journal. Su 80 ore e mezzo di attività chirurgica, in media si è totalizzato un punto, cioè una parolaccia, ogni 51,4 minuti. In una giornata di lavoro tipica, otto ore, gli ortopedici hanno totalizzato 16,5 punti, pari a una parolaccia ogni 29 minuti; i chirurghi generali 10,6; i ginecologi 10; gli urologi 3,1; gli otorinolaringoiatri 1».

Perché gli ortopedici sono sboccati?
«Un intervento dell’ortopedico dura in media 51,7 minuti, contro i 34,4 dell’otorinolaringoiatra, richiede grande fatica e l’uso di martelli, seghe e trapani, quindi il turpiloquio tende a uniformarsi a quello degli operai».

Non starà dilagando un’epidemia della sindrome di Tourette, che comporta l’incoercibile pulsione a pronunciare volgarità?
«Quella è frutto di un deficit neurologico. Tuttavia un qualcosa di contagioso il turpiloquio ce l’ha. Corriamo il rischio di un’inflazione della parola e della parolaccia, l’usura dei concetti e delle relazioni».

In Parolacce rivolge un ringraziamento finale alle «molte persone a cui ho rotto le balle». Perché ha scritto balle anziché coglioni?
«Mi rivolgevo anche a mia madre Margherita, che pur odiando le parolacce ha avuto il coraggio di leggere il libro in anteprima. Balle era più bonario da usare con gli amici che mi hanno aiutato. Insomma, spero proprio d’avergli rotto le balle, non i coglioni».”

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Retata antimafia a Castellammare del Golfo

MAFIA: TRA ALCAMO, CASTELLAMMARE E CALATAFIMI LA RETE DEL RACKET DI COSA NOSTRA

19 giugno 2012 · by Rino Giacalone · in Notizie dall’Italia

Avevano riorganizzato le cosche mafiose tra Alcamo, Castellammare del Golfo e Calatafimi, le 12 persone arrestate la scorsa notte dalla Polizia nell’ambito del blitz denominato Crimiso. Tra gli arrestati volti noti, dal pedigree mafioso accertato, come i boss Nino Bonura, Nino Bosco, Michele Sottile, il giovane Diego Rugeri, ma anche soggetti nuovi. A capo delle “famiglie” storiche come quelle di Alcamo e Calatafimi vi sarebbero soggetti fino ad ora scon osciuti, un procacciatore di affari, Vincenzo Campo, e un operaio della Forestale, Nicolò Pidone. A incastrarli un summit che i poliziotti sono riusciti ad intercettare per intero e che si è svolto nelle campagne di monte Inici, appena sopra il golfo di Castellammare. Quel summit si era reso necessario perché erano insorti dei litigi e quindi dall’alto, dal vertice mafioso per eccellenza, dagli uomini più vicini al latitante Matteo Messina Denaro, era arrivato un boss, Tommaso Leo, anche lui arrestato la scorsa notte. La mafia sommersa non vuole avere a che fare con le armi, e le lotte intestine che una volta venivano affrontate con le faide e le armi, oggi vengono risolte con i “commissariamenti”. Proprio così. Un “commissario”, il boss di Vita Tommaso Leo, il cui nome per la prima volta venne fuori nell’ambito dell’operazione antimafia e antidroga internazionale denominata Igres, si è occupato di mettere pace a Castellammare del Golfo.

girolamo-genna-ls-ca-coDa Vita si è trasferito a Castellammare, ha rimesso in riga tutti. Ascoltando quella riunione i poliziotti hanno ricostruito la rete mafiosa dedita al racket. Oltre agli arresti anche 15 avvisi di garanzia: uno di questi ha raggiunto il consigliere comunale di Castellammare del Golfo Girolamo Genna, appartenente al Fli; avrebbe messo a disposizione il suo ufficio per alcuni incontri riservati. Tra i risvolti dell’operazione ancora dalle intercettazioni è emerso il nervosismo dei mafiosi verso la politica, anche i boss a proposito di antipolitica la pensano come i comuni cittadini. I reati contestati sono associazione a delinquere di stampo mafioso, estorsione aggravata, incendio aggravato, violazione di domicilio e violazione della sorveglianza speciale. Gli arresti sono scattati all’alba di oggi, poliziotti dello Sco, della Squadra Mobile di Trapani, e dei Commissariati di Alcamo e Castellammare del Golfo, hanno dato esecuzione ad un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal gip di Palermo Luigi Petrucci su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo (indagini coordinate dal procuratore aggiunto Principato, e dai pm Guido, Marzella e Padova). I destinatari dell’ordinanza sono stati:

BONURA Antonino, imprenditore alcamese del 1963 residente a Sesto San Giovanni (MI), pregiudicato per mafia, già Sorvegliato Speciale di P.S.;
BOSCO Antonino, pregiudicato mafioso di Castellammare del Golfo del 1955, in atto detenuto all’ergastolo.
BOSCO Vincenzo, operaio castellammarese del 1963;
BUSSA Sebastiano, pregiudicato castellammarese del 1975 già Sorvegliato Speciale della P.S;
CAMPO Vincenzo, procacciatore d’affari pregiudicato di Alcamo del 1968;
GIORDANO Salvatore, imprenditore pregiudicato di Ravanusa (AG) del 1959 residente a Milano;
LEO Rosario Tommaso, imprenditore agricolo pregiudicato di Vita (TP) del 1969;
MERCADANTE Salvatore, allevatore di Castellammare del Golfo del 1985;
PIDONE Nicolò, dipendente stagionale del Corpo Forestale di Calatafimi del 1962;
RUGERI Diego, detto “Diego u’ nicu” pregiudicato e Sorvegliato Speciale di P.S. di Castellammare del Golfo del 1980;
SANFILIPPO Giuseppe operaio pregiudicato di Castellammare del Golfo del 1983;
SOTTILE Michele, pregiudicato di Castellammare del Golfo del 1962 già sorvegliato speciale di P.S.;

L’indagine ha consentito di ricostruire l’organigramma dei vertici di tale propaggine di Cosa Nostra trapanese oltre che una serie di condotte delittuose commesse dagli indagati.

da Malitalia

Mafia, dodici arresti tra Sicilia e Lombardia indagato anche un consigliere comunale

Gli arrestati secondo la Procura di Palermo sarebbero organici ai clan trapanesi. Perquisizioni a carico di altri 15 indagati, tra cui un consigliere comunale di Castellammare del Golfo

Dodici persone sono state arrestate dalla polizia nell’operazione antimafia ”Crimiso” con l’accusa di far parte dei clan mafiosi della provincia di Trapani. I provvedimenti, emessi dal Gip di Palermo Luigi Petrucci, su richiesta del procuratore aggiunto della Dda, Maria Teresa Principato, e dei sostituti Paolo Guido, Carlo Marzella e Pierangelo Padova, sono stati eseguiti dalla squadra mobile di Trapani e della sezione Criminalità organizzata, in Sicilia a Castellammare del Golfo, Alcamo, Calatafimi e Vita, e in Lombardia a Milano e Sesto San Giovanni.

Associazione mafiosa, estorsione, incendio, violazione di domicilio e violazione delle prescrizione della sorveglianza speciale le accuse contestate a vario titolo. Sono state effettuate perquisizioni domiciliari a carico degli arrestati e di altri 15 indagati in stato di libertà cui è stata notificata l’informazione di garanzia. Tra questi, un immobiliarista e il titolare di uno studio di progettazione, che è anche consigliere comunale di Castellammare del Golfo. I due avrebbero consentito delle riunioni dei mafiosi presso i loro esercizi.

Gli arrestati sono Antonino Bonura, imprenditore alcamese 49 anni residente a Sesto San Giovanni (Milano), pregiudicato per mafia, Antonino Bosco, pregiudicato mafioso di Castellammare del Golfo, 58 anni, detenuto all’ergastolo, Vincenzo Bosco, operaio di 49 anni, Sebastiano Bussa, pregiudicato di 38 anni,Vincenzo Campo, procacciatore d’affari pregiudicato di 45 anni, Salvatore Giordano, 54 anni, imprenditore pregiudicato di Ravanusa (Agrigento) e residente a Milano, Rosario Tommaso Leo, 44 a nni, imprenditore agricolo pregiudicato, Salvatore Mercadante, 28 anni, allevatore, Nicolo’ Pidone, 50 anni, dipendente stagionale del Corpo Forestale di Calatafimi, Diego Rugeri, 33 anni, pregiudicato, Giuseppe Sanfilippo, 30 anni, operaio pregiudicato, Michele Sottile, 50 anni, pregiudicato. L’indagine ha fatto luce su una spaccatura apertasi all’interno della famiglia mafiosa di Castellammare del Golfo dopo gli arresti dei vertici alcuni anni fa nelle operazioni Tempesta I e II. Una spaccatura che secondo li inquirenti poteva portare ad una vera e propria faida interna alle cosche di Alcamo e Castellammare. Un gruppo legato a Diego Rugeri, rampollo di una famiglia mafiosa, sotto l’egida del piu’ autorevole Antonino Bonura, ”reggente” del clan di Alcamo, aveva intrapreso alcune estorsioni ai danni di operatori economici castellammaresi senza il consenso di Michele Sottile, uomo d’onore di Castellammare che, per ”anzianita”’ anagrafica, riteneva di dover capeggiare la cosca locale.

Gli attriti tra i due, sostiene la polizia, potevano sfociare in una vera e propria ”faida”. Per appianare le divergenze, Bonura, assieme a Rosario Leo, affiliato alla famiglia mafiosa di Vita, aveva convocato un summit dei clan di Alcamo, di Castellammare e di Calatafimi in aperta campagna per appianare le divergenze. Questa riunione e’ stata intercettata dagli investigatori, che hanno cosi’ compreso quel che si muoveva nel contesto mafioso provinciale. E’ stata anche riscontrata la presenza di un’ulteriore ”ala autonomista” all’interno della famiglia mafiosa di Castellammare: i boss infatti accusavano Sebastiano Bussa (non presente al vertice di aver richiesto, senza l’autorizzazione della ”famiglia” il pagamento di un’estorsione ad un’impresa edile che stava svolgendo lavori pubblici nel centro della cittadina del golfo. Le indagini hanno fatto chiarezza anche su una serie di estorsioni e incendi ai danni del ristorante ”Egesta Mare” e dei bar ”Vogue” e ”La Sorgente” di Castellammare del Golfo, di vari imprenditori, di un dentista, delle ditte ”Prom.Edil” e ”F.lli Tamburello G. & c. s.n.c.”, esecutrici dei lavori appaltati dal Comune di Castellammare del Golfo per la riqualificazione urbana e il ripristino dell’antica pavimentazione del centro storico. Otre al regolare pagamento di somme di danaro, alle vittime veniva imposto di assumere parenti degli indagati, o di fornire prestazioni professionali gratis. Quest’ultimo e’ il caso del dentista.”

da la Repubblica

RETATA NEL TRAPANESE

Mafia, dodici arresti. Strappata la rete del pizzo
Martedì 19 Giugno 2012 07:23 di Riccardo Lo Verso

Retata nella zona di Trapani. Smagliata la rete del racket e decapitate le cosche. Dodici arresti.
Azzerati i vertici delle famiglie mafiose di Alcamo, Castellammare del Golfo e Calatafimi. In dodici sono stati raggiunti da un’ordinanza di custodia cautelare in carcere. Si tratta di Antonino Bonura, imprenditore alcamese e già sorvegliato speciale; Antonino Bosco, pregiudicato mafioso di Castellammare del Golfo, detenuto all’ergastolo; Vincenzo Bosco, operaio castellammarese; Sebastiano Bussa, anche lui pregiudicato di Castellammare; Vincenzo Campo, procacciatore d’affari di Alcamo; Salvatore Giordano, imprenditore pregiudicato di Ravanusa (Ag), Rosario Tommaso Leo, imprenditore agricolo e pregiudicato di Vita (Tp), Salvatore Mercadante, allevatore di Castellammare del Golfo, Nicolò Pidone, operaio della forestale di Calatafimi, Diego Rugeri, sorvegliato speciale di Castellammare, Giuseppe Sanfilippo, operaio e pregiudicato anche lui di Castellammare, così come Michele Sottile, ennesimo volto noto alle forze dell’ordine coinvolto nell’inchiesta della sezione Criminalità organizzata della squadra mobile di Trapani. Le indagini sono coordinate dal procuratore aggiunto della Direzione distrettuale antimafia di Palermo, Maria Teresa Principato, e dai sostituti Polo Guido, Carlo Marzella e Piero Padova. I reati contestati sono associazione a delinquere di stampo mafioso, estorsione aggravata, incendio aggravato, violazione di domicilio e violazione della sorveglianza speciale.

E’ stata ricostruita la spaccatura all’interno della famiglia mafiosa di Castellammare del Golfo. Il gruppo legato a Diego Rugeri, sotto l’egida di Antonino Bonura, reggente di Alcamo, aveva iniziato a imporre il pizzo senza chiedere il permesso a Michele Sottile. All’orizzonte si profilava una faida evitata nel corso di una riunione. I due gruppi si compattarono per fronteggiare l’avanzata di un’altra fazione, quella di Bussa e dei Bosco. Lungo l’elenco delle vittime del racket: dai titolari del ristorante Egesta Mare di Castellammare del Golfo all’imprenditore Salvatore Buscemi; dai proprietari del bar Vogue al dentista Salvatore Magaddino, sempre di Castellammare del Golfo agli imprenditori della Prom.Edil. e della Fratelli Tamburello di Partanna, vincitrici della gara per la riqualificazione del centro storico di Castellammare. Per finire con il titolare del noto bar La sorgente di Castellammare del Golfo e con gli imprenditori Giuseppe Blunda e Luigi Impastato. Tra gli indagati a piede libero ci sono anche un immobiliarista e il titolare di uno studio di progettazione di Castellammare con un passato da consigliere comunale che avrebbero ospitato delle riunioni di mafia.”

da Live Sicilia

“Mafia: 12 arresti nel trapanese, in carcere consigliere comunale

ultimo aggiornamento: 19 giugno, ore 08:38

Palermo, 19 giu.- (Adnkronos) – E’ in corso una vasta operazione antimafia nel trapanese eseguita dalla Squadra mobile che ha arrestato dodici persone. I provvedimenti sono stati emessi dal Gip di Palermo Luigi Petrucci, che ha accolto le richieste del Procuratore aggiunto di Palermo, Maria Teresa Principato e dei pm Paolo Guido, Carlo Marzella e Pierangelo Padova. In carcere anche un consigliere comunale di Castallemmare del Golfo. Gli arresti sono stati eseguiti tra la Sicilia e la Lombardia, da Castellammare del Golfo, Alcamo, Calatafimi e Vita, e in Lombardia a Milano e Sesto San Giovanni.”

IGN

Castellammare news dal porto delle nebbie

Ieri un incontro con gli operai ed i rappresentanti sindacali, venerdì 3 giugno, un tavolo tecnico convocato nel pomeriggio al Comune: il sindaco Marzio Bresciani chiede un’immediata ripresa dei lavori di messa in sicurezza del porto di Castellammare.

Il Coveco, consorzio veneto che si è aggiudicato i lavori, ha comunicato al sindaco che la ripresa dei lavori sarebbe avvenuta il 23 maggio, ma il cantiere rimane fermo. Stamattina il sindaco Marzio Bresciani, con il vicesindaco ed assessore ai Lavori Pubblici, Carlo Navarra, ha incontrato al porto i 40 operai che lavoravano nel cantiere, il segretario generale della Fillea-Cigl Franco Tarantino ed il segretario provinciale Enzo Palmeri. «Già da tempo ci era stata annunciata la ripresa dei lavori da parte della consorziata società cooperativa At.la.n.te, “proseguendo le lavorazioni ad oggi eseguibili, stante il perdurare del sequestro parziale del cantiere”. Ma così non è stato. Ho continuato a monitorare e seguire la vicenda con ripetuti incontri -spiega il sindaco Marzio Bresciani- ma le notizie che arrivano dalla Regione non sono affatto rassicuranti. Sembra che ci sia la volontà, da parte della Regione, di revocare il contratto alla ditta appaltante, fatto che non farebbe altro che comprometterebbe la ripresa dei lavori. Ricordo, infatti, che i lavori sono stati appaltati all’unica ditta che ha partecipato al bando di gara. Chiediamo a gran voce, e continueremo a farlo con tutti i mezzi e modi a nostra disposizione, che i lavori riprendano immediatamente, al fine di non compromettere irrimediabilmente l’economia di Castellammare ma anche delle zone limitrofe». «Denunciamo una situazione anomala ed inaccettabile – dice il rappresentante trapanese della Fillea-Cigl, Enzo Palmeri, presente stamattina all’incontro- in provincia di Trapani sono già venuti a mancare tremila posti di lavoro nel settore delle costruzioni. E’ impensabile, come nel caso di Castellammare, dove 80 persone, compreso l’indotto, potrebbero lavorare nel cantiere per il porto, che invece si voglia tenere bloccata l’economia.

Per il cantiere c’è il finanziamento, c’è la possibilità di riprendere i lavori, ma tutto rimane fermo. Per ora, fatto già gravissimo, ci troviamo davanti a quaranta operai disoccupati, ma non vorremmo assolutamente che la revoca del contratto alla ditta appaltante da parte della Regione, cosa di cui abbiamo avuto sentore, faccia del porto di Castellammare l’ennesima incompiuta trapanese».

Quelli che fanno politica in Sicilia: Miccichè ed Oddo, il nuovo che avanza

Gianfranco Miccichè, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, forzitaliota della prima ora, fedelissimo di Silvio Berlusconi e in viaggio, da tempo, verso la costituzione di un fantomatico partito del Sud:

“Non stiamo facendo un governo col Pd. Stiamo mettendo su un governo di minoranza che, con le forze migliori dell’Assemblea, possa realizzare le riforme necessarie alla Sicilia. Mettiamola cosi’: e’ il governo dei migliori” ed ancora “al punto in cui eravamo arrivati, o si faceva un governo di minoranza o si andava a nuove elezioni che, dopo l’anno di stop in seguito alla vicenda Cuffaro, significavano una sciagura”.

L’approdo dell’inquieto esponente del Pdl, dice senza tentennamenti, sara’ “nel Partito del Sud, con Lombardo e con quanti, a destra e a sinistra, credono che solo l’autonomia dei territori puo’ garantire sviluppo” quelli che restano nel Pdl sono quelli che “Hanno approfittato del fatto che Berlusconi si occupa meno dell’Isola per imporre una bieca logica di corrente nella gestione del partito in Sicilia. Con la colpevole complicita’ del coordinamento nazionale. Per me il Pdl nella regione andava commissariato da parecchio: ora siamo fuori tempo massimo”.

Camillo Oddo, deputato regionale del Pd eletto in provincia di Trapani ex PCI, Pds e Ds, vicepresidente dell’Ars, uno che “viene da molto lontano” come diceva quel tale, e che è presumibile non andrà molto lontano:

“Nel Pd ci sono dirigenti siciliani che, da Roma, guardano ciò che sta accadendo nell’Isola attraverso le rigide lenti della vecchia politica: sono talmente concentrati nel denunciare presunti pasticci, che hanno perso di vista le sfide che abbiamo di fronte”.

“Valutare quello che sta accadendo in Sicilia invocando una rigida coerenza nelle alleanze, dalla Capitale al più piccolo comune siciliano, significa non cogliere la profonda crisi in atto alla Regione”.

“La Sicilia ha bisogno di riforme importanti che non possono più essere rinviate, e noi abbiamo due scelte: passare i prossimi anni a guardare i danni prodotti da altri mentre noi, immobili, ci arrocchiamo sul fronte del no, oppure metterci in gioco, consapevoli della complessità di questa scelta, per far sì che le riforme rispondano davvero alle esigenze di questa terra.”

Monsignor Domenico Mogavero vs. Antonio D’Alì

Il Fatto Quotidiano“, è ritornato ad occuparsi ieri 28/11/2009 con un articolo di Sandra Amurri del senatore Antonio D’Alì, delle sue relazioni pericolose e del suo rapporto con la chiesa.
L’articolo ha per titolo “Il senatore D’Alì? Davanti a certi documenti resto sgomento” e per sottotitolo “Mons. Mogavero, Vescovo di Mazzara del Vallo: I nostri valori non coincidono con quelli dei boss“.
Nella circostanza, lo spunto per l’articolo infatti è un’intervista a Monsignor Domenico Mogavero, Vescovo di Mazara del Vallo, già sottosegretario della Cei, e presidente del consiglio Cei per gli Affari giuridici.

A proposito delle relazioni “pericolose” del senatore del Pdl D’Alì e del suo rapporto con la Chiesa Monsignor Mogavero dice:

“Lo conosco. Non ho letto l’articolo, lo farò attentamente, ma di fronte a documenti, a elementi probanti resto sgomento. Gli esprimerò il mio disappunto” E aggiunge: “Essere contro la mafia non significa che gli altri debbono essere contro la mafia. Nessuno può dire di non sapere chi sono certe persone. Un politico è un uomo pubblico che non può limitarsi ad affermazioni di solo valore teorico. Le sue parole chiedono l’avallo della concretezza nella coerenza. Non ci si sporca certamente nell’attraversare la strada con un mafioso ma condividere la strada con i mafiosi vuol dire essere compagni di viaggio per mantenersi a galla e questo non è ammissibile”. Se ricevessi un regalo, o un biglietto d’auguri da un mafioso ? “Lo rimanderei indietro e lo direi. L’ambiguità è una posizione di comodo per restare rintanato senza correre rischi. Ci vuole massimo rigore, la mafia sfrutta chi sta al potere, indirizza per avere accesso al potere.”
E al vescovo di Trapani consiglia di “parlare con il senatore D’Alì affinché chiarisca augurandosi che lo faccia “soprattutto perché il senatore D’Alì si sente un uomo di Chiesa visto che pur di ricevere per la seconda volta il sacramento del matrimonio, come racconta la sua ex moglie, ha chiesto l’annullamento. Il senatore frequenta i nostri ambienti, le nostre chiese. Ma bisogna vedere cosa si intende per essere un uomo di chiesa. La verità è una, non è bifronte. E’ la pratica dei valori che ci qualifica non la loro pronuncia
“.

Michele Placido vs. Silvio Berlusconi per “La Piovra”

Roma, 28 nov. (Adnkronos) – “Berlusconi si dovrebbe autostrozzare perchè ‘Il Capo dei capi’ e’ un prodotto di Canale 5. Firmato: il Commissario Cattani”. E’ un Michele Placido ironico quello che con l’ADNKRONOS commenta le dichiarazioni del premier Silvio Berlusconi che, intervenendo ad Olbia ad un convegno organizzato dall’Enac ha affermato: “Se trovo chi ha girato nove serie della ‘Piovra’ e scritto libri sulla mafia facendoci fare brutta figura nel mondo, giuro che lo strozzo“.

“Ha ragione Berlusconi – ironizza lo storico protagonista delle prime quattro serie della ‘Piovra’ – la mafia non esiste, gli attentati a Falcone e Borsellino, a Firenze, Milano e Torino erano solo riprese cinematografiche dirette da Damiano Damiani, Florestano Vancini e Luigi Perelli (alcuni tra i registi della ‘Piovra’ ndr)”.

Alla vita televisiva, Corrado Cattani il commissario protagonista de “La Piovra” nacque l’11 marzo del 1984. L’audience fu subito elevatissima: otto milioni di spettatori la prima puntata quindici milioni alla sesta. Lo sceneggiato venne venduto in quasi tutto il mondo e ne furono ricavate ben nove serie.

La Piovra 1 del 1984, miniserie in sei episodi, ebbe la regia di Damiano Damiani e fu in gran parte un prodotto confezionato con ingredienti trapanesi DOC.

Aveva vissuto infatti a Trapani la sua giovinezza l’ottimo sceneggiatore Nicola Badalucco, nato a Milano nel 1929 e che al nord era ritornato nel 1954 dopo la laurea per dedicarsi al giornalismo. Sceneggiatore di films quali tra gli altri: Morte a Venezia, Bronte: cronaca di un massacro, L’Agnese va a morire, Un uomo in ginocchio, e ad un passo dall’Oscar nel 1969 avendo ottenuto la nomination “per la migliore sceneggiatura originale” per “La caduta degli dei” di Luchino Visconti.

Riconoscibilmente trapanese il contesto politico-sociale descritto nella prima serie.

Trapanese lo sfondo di quasi tutte le scene girate tra le strade e gli ambienti della città di Trapani.

Nella prima puntata, il Commissario Cattani (Michele Placido) e il suo vice Leo De Maria (Massimo Bonetti) si imbattono in un importante funerale, al quale sono presenti (quasi) tutti i principali personaggi della serie …

Update (1)

Contrariamente a quanto riportato da Wikipedia (capita), tutte o quasi le altre fonti attribuiscono a Nicola Badalucco non la sceneggiatura, ma il soggetto originale de “La Piovra 1”, per come riportato peraltro nei titoli di testa di questo video relativo all’inizio della prima puntata della prima serie, nel quale la sceneggiatura è attribuita a Ennio De Concini.

Per la biografia di Nicola Badalucco, la fonte più completa di informazioni è questa da integrare eventualmente con questa

La grande Trapani: dalla scissione dell’atomo alla pace in medioriente, dalla zona franca, alla visita di Schifani e Bondi. Non sarà troppo ?

La scissione dell’atomo

Fuga da Rifondazione Comunista quella trapanese.
Sono andati via in 20 pechè : “Questo partito è diventato oggi irriconoscibile, rivolto all’indietro, in preda ad una sorta di stalinismo di ritorno, disinteressato ad approfondire il tema delle alleanze sociali e politiche, mira soltanto ad un ruolo marginale di pura testimonianza ed al mantenimento fideistico di simboli ed identità ormai inefficaci ed inadeguate “. La fuga ha un nuovo punto di riferimento è il Movimento per la Sinistra di Nichi Vendola.

La pace in Medioriente

Berlusconi alla conferenza internazionale di Sharm Sheikh ha riproposto ancora una volta Erice , facendosi carico dei costi logistici delle delegazioni di tutti gli stati, per la Conferenza di Pace tra israeliani e palestinesi.
Già due anni fa Erice era stata presa in considerazione per i requisiti di sicurezza che può offrire, ma anche per la tradizione di pace e di dialogo tra i popoli avviata dal Centro Ettore Majorana.

D’Alì, il senatore, ha avuto così occasione di commentare: “La proposta del Governo Italiano di mettere a disposizione la sede di Erice per i negoziati di pace tra israeliani e palestinesi ci riempie di orgoglio e responsabilità, a nostro avviso non può esserci sede migliore di Erice, crocevia della pace del Mediterraneo”.

Già due anni fa Erice era stata presa in considerazione per i requisiti di sicurezza che può offrire, ma anche per la tradizione di pace e di dialogo tra i popoli avviata dal Centro Ettore Majorana.

La zona franca urbana, nelle mani di Miccichè

Molti sono i dubbi e poche le certezze sulla realizzazione della zona franche urbana ad Erice.
Erice “premiata” con altre 21 realtà italiane, è in attesa di risposte certe dal governo Berlusconi ed in particolare del Comitato Interministeriale per la Programmazione economica. Il CIPE è nelle mani del sottosegretario alla presidenza Gianfranco Miccichè ed il sindaco Tranchida sente puzza di bruciato.
Così il sindaco ha scritto a Miccichè chiedendogli notizie più precise “sul quadro delle risorse finanziarie complessivamente a disposizione”.
Il primo cittadino non si fida e chiede “stabilità per gli stanziamenti”.
Forse è’presto per dirlo ma il rischio dell’ennesima fregatura è nell’aria.

Il Presidente del Senato Renato Schifani ed il ministro dei Beni Culturali Sandro Bondi a Trapani il 6 marzo

Il presidente del Senato, Renato Schifani, ed il ministro dei Beni e della attività culturali, Sandro Bondi, saranno in città il 6 marzo. Schifani e Bondi alle 15.30 visiteranno la passeggiata delle Mura di Tramontana, alle 16.30 saranno a Palazzo Cavarretta per partecipare ad una seduta straordinaria del Consiglio e alle 17.30, si sposteranno nella Chiesa di Sant’Agostino per l’inaugurazione della mostra «Fulget Crucis Mysterium» con l’esposizione del Crocifisso ligneo attribuito a Michelangelo, organizzata dalla Diocesi.