Trapani: Processo per l’omicidio di Mauro Rostagno, condannati all’ergastolo Vito Mazzara e Vincenzo Virga

Dopo ventisei lunghissimi anni è stata resa giustizia alla memoria di Mauro Rostagno.

La Corte di Assise di Trapani presieduta da Angelo Pellino ha riconosciuto essersi trattato di un omicidio mafioso, emettendo la sentenza nella tarda serata del 15 maggio 2014.
Ergastolo per Vito Mazzara (esecutore dell’omicidio) e per Vincenzo Virga (mandante a capo del mandamento mafioso di Trapani), dopo oltre 50 ore di camera di consiglio e al termine di un processo iniziato il 2 febbraio 2011 e articolatosi in 76 udienze ricche di testimoni, perizie e controperizie.
Accolte infine le richieste della accusa, Pubblici Ministeri Francesco Del Bene e Gaetano Paci, che partivano da una inchiesta riaperta ed avviata in precedenza da Antonino Ingroia.

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Trapani: Processo per l’omicidio di Mauro Rostagno udienza del 26 febbraio 2014

Segna un punto di svolta l’udienza del 26 febbraio 2014 del processo per l’uccisione del sociologo e giornalista Mauro Rostagno avvenuta nel piccolo borgo di Lenzi, in territorio di Valderice la sera del 26 settembre 1988 ed in corso di svolgimento davanti alla Corte d’Assise di Trapani in cui sono alla sbarra il boss mafioso Vincenzo Virga e Vito Mazzara, per l’accusa, rispettivamente, mandante e killer dell’omicidio che sarebbe stato deciso per punire Rostagno per la sua attività giornalistica condotta attraverso l’emittente Rtc ‘Radio Tele Cine’.
Su questa udienza il punto di vista di Adriano Sofri pubblicato su “La Repubblica”:

La verità su Rostagno raccontata dal DNA nel processo al boss

Colpo di scena nell’udienza per l’omicidio del sociologo: il test dimostra che le tracce sull’arma del delitto sono del killer di Cosa nostra alla sbarra. E spazza via 26 anni di dubbi e depistaggi

di Adriano Sofri

Mercoledì 26 febbraio: si tiene in Corte d’assise a Trapani un’udienza (la sessantatreesima in tre anni) del processo per l’assassinio di Mauro Rostagno, ventisei anni dopo. I periti incaricati dalla Corte riferiscono sui risultati dell’esame delle tracce di DNA lasciate sui frammenti lignei del sottocanna del fucile usato per l’omicidio. Hanno individuato, spiegano, una “relazione di verosimiglianza” molto forte tra il DNA dell’imputato dell’esecuzione materiale, Vito Mazzara, e uno dei profili rilevati. Che la compatibilità sia “molto forte” non è un’espressione comune, è la traduzione (very strong) di una scala tecnica che contiene 5 gradi di evidenza dell’attribuzione: “debole”, “moderata”, “forte”, “molto forte”, ed “estrema”. “Molto forte vuol dire che la probabilità che un profilo preso a caso nella popolazione coincida con quello rilevato dell’imputato è di una su cento milioni”. (Nel caso di un’evidenza “estrema”, sarebbe di una su miliardi, ed equivarrebbe “alla certezza che un solo individuo sulla faccia della terra possa aver lasciato quella macchia”). Impressionante com’è, la relazione dei periti riserva un altro formidabile colpo di scena. Nelle tracce rilevate, il profilo di uno sconosciuto particolarmente individuato, siglato come “A 18”, appartiene a un parente (maschio) dell’imputato: “è parente biologico di primo o di secondo grado di Mazzara Vito con una probabilità del 99,9%, e specificamente la parentela più verosimile è quella di secondo grado (che include le coppie zio-nipote, i fratelli unilaterali – di padre o di madre –, i cugini doppi, e altre parentele più complicate)”…
I periti d’ufficio che così asciuttamente riferiscono –Elena Carra, dell’università di Palermo, Paola Di Simone, della polizia scientifica di Palermo, e Silvano Presciuttini, dell’università di Pisa- sono oltretutto ignari della circostanza, riferita a suo tempo dal “pentito” Ciccio Milazzo, secondo cui Vito Mazzara (66 anni, già campione di tiro a volo) si esercitava a sparare con uno zio, Mario Mazzara, nel frattempo deceduto, e con altri due uomini d’onore, Salvatore Barone e Nino Todaro. L’imputato Vito Mazzara, assiduo in aula –dove non ha mai risposto- è detenuto, condannato all’ergastolo per l’omicidio dell’agente penitenziario Giuseppe Montalto, e altri omicidi commessi agli ordini di Cosa Nostra e, per la zona di Trapani, del boss Vincenzo Virga. Virga, 75 anni, anche lui ergastolano detenuto, è imputato come mandante. Per svolgere la perizia assegnata dalla Corte le due biologhe e il docente di biostatistica hanno lavorato sul DNA di 8 “professionisti” di cui era accertato l’intervento sui reperti nel corso delle indagini, in modo da separarne i profili (curiosamente, uno di loro, un ufficiale dei carabinieri, si era tenacemente opposto al prelievo del proprio DNA, nonostante la perizia sia anonima quanto all’attribuzione dei profili rispettivi). E’ risultato così che, oltre agli 8 e all’imputato, sono presenti nei frammenti del fucile calibro 12 tracce genetiche di altri individui non identificati, uno dei quali, quel “A 18”, legato da parentela all’imputato. Si sa che il ricorso più diffuso alla genetica ha a che fare con gli accertamenti di paternità, che hanno superato il proverbiale “mater semper certa, pater autem incertus”, e inciso sulla questione scottante dell’eredità dei patrimoni. Qui, inaspettatamente, l’indagine sulla presenza di un soggetto sull’arma del crimine ha portato a trovarne un secondo a lui affine, raddoppiandone per così dire l’evidenza.
Il colpo di scena mi ha riportato a un classico di Mark Twain, “Wilson lo zuccone” (poi ritradotto come “lo svitato”) che sono corso a rileggere appena uscito dall’aula, nella gloriosa edizione della Bur. Grazie alla mania di raccogliere e studiare le impronte digitali, l’eccentrico Wilson risolve un caso di omicidio complicato dalla sostituzione in culla di due bambini somiglianti come gocce d’acqua. (Tema ripreso nel Principe e il povero). Nel testo di Twain era ancora viva la sensazione suscitata dalla scoperta delle impronte digitali –Wilson chiede a tutti di passarsi le mani nei capelli e poi depositare l’impronta sui suoi vetrini. Le meraviglie dei ghirigori dei polpastrelli culminavano nella singolarità dei gemelli. Il famoso saggio di Carlo Ginzburg sul “paradigma indiziario”, “Spie” (1979) ripercorre la storia dei modi in cui l’individuazione si è venuta svolgendo, nelle attribuzioni artistiche o nelle certificazioni di polizia, fino alle impronte digitali.
Non so se le mirabolanti conseguenze delle analisi del DNA abbiano già suscitato una letteratura romanzesca adeguata, ma assistendo all’udienza trapanese ho avuto l’impressione che la realtà ne stesse scrivendo, pressoché inavvertitamente, un capitolo inedito e spettacoloso. E insieme un amaro risarcimento alle falsificazioni, manipolazioni e sciatterie che hanno oltraggiato per un quarto di secolo l’indagine sull’omicidio di Mauro Rostagno. La fantasia narrativa seguirà, ma qui la perizia scientifica e la strumentazione di laboratorio vengono a capo di una tragedia umana e civile e di una procedura penale, dopo che si è fatto di tutto, in stolidità o complicità, per cancellare, confondere e rimescolare tracce.
La presenza del parente “A 18” sul reperto non dimostra che il non identificato (finora) parente si trovasse sul luogo del delitto, perché avrebbe potuto maneggiare l’arma in circostanze precedenti. Era stata proprio l’indagine sui reperti, bossoli cartucce e parte del fucile, a far riaprire il processo, grazie all’iniziativa del capo della squadra mobile di Trapani, oggi a capo della DIA campana, Giuseppe Linares, dopo che per vent’anni non era stata eseguita nemmeno una perizia balistica. Del resto, durante questo processo, membri dell’Arma hanno dichiarato di non aver mai seguito la pista mafiosa perché nessuno gliel’aveva ordinato, e non ritenevano di farlo di propria iniziativa.
Il prossimo 14 marzo i pubblici ministeri, le parti civili e la difesa discuteranno la relazione dei periti (illustrata in oltre 600 pagine). La difesa di Mazzara ha assunto come consulente l’ex generale dei carabinieri Luciano Garofalo, già capo dei Ris di Parma e star televisiva. Il processo dovrebbe concludersi a maggio. La corte d’assise, che comprende i sei giudici laici, è guidata dal presidente Angelo Pellino (cui si devono le motivazioni delle sentenze nei processi per Mauro De Mauro e Peppino Impastato) e dal giudice a latere Samuele Corso. Dopo la clamorosa udienza di mercoledì, ho aspettato di leggere cronache e commenti. Non sono venute, une e altri. Sembra stridere, questa distrazione di oggi, col fragore delle “piste” lanciate in passato: omicidio fra compagni, questione di amorazzi, fesseria di drogati, scoperte su traffici di armi internazionali… Ma non è così, non stride. Il silenzio di oggi è semplicemente la continuazione di quel frastuono di ieri e dell’altroieri.”

Trapani: Processo per l’omicidio di Mauro Rostagno (24)

Udienza del 29 febbraio 2012 del processo per l’uccisione del sociologo e giornalista Mauro Rostagno avvenuta nel piccolo borgo di Lenzi, in territorio di Valderice la sera del 26 settembre 1988 ed in corso di svolgimento davanti alla Corte d’Assise di Trapani.

Alla sbarra il boss mafioso Vincenzo Virga e Vito Mazzara, per l’accusa, rispettivamente, mandante e killer dell’omicidio che sarebbe stato deciso per punire Rostagno per la sua attività giornalistica condotta attraverso l’emittente Rtc ‘Radio Tele Cine’.

Il presidente Pellino informa le parti della nomina del nuovo giudice a latere, dott. Samuele Corso, che sostituisce il giudice Genna trasferito ad altra sede.

Il pm Gaetano Paci annunzia alla Corte di Assise che le parti , accusa, difesa, parti civili, hanno concordato l’acquisizione dei verbali di interrogatorio resi dalla signora Caterina Ingrasciotta Bulgarella, persona informata dei fatti, del 30 settembre 1988, processo verbale di acquisizione materiale, 14 ottobre 1988, processo verbale del 6 luglio 1989, verbale di dichiarazioni del 21 ottobre 2009.

Le parti quindi ascolteranno la signora Caterina Ingrasciotta Bulgarella, vedova dell’editore di Rtc, Puccio Bulgarella, solo per alcune domande aggiuntive.

Caterina Ingrasciotta risponde alle domande del pm Del Bene dopo avere ripetuto la formula di rito.

Lei ha mai conosciuto il signor Angelo Siino ?
“Si”

Quando lo ha conosciuto e per quale ragione ?
“Quando non lo so”, “l’ho visto insieme a mio marito alcune volte”, non mi ricordo il periodo, 25-30 anni fa”.

Il pm Del Bene chiede alla teste rispetto alla data del delitto Rostagno quando sono avvenuti gli incontri.
“Prima e dopo credo”

I rapporti tra il marito e Siino erano originati dal lavoro di imprenditore edile svolto dal marito.
Non sapeva cosa facesse Siino.
La sua presenza agli incontri è stata sempre occasionale, qualche volta a Palermo, una volta a Roma.
Mai si è parlato del delitto di Mauro Rostagno.
Non sa se il marito ha mai parlato con Siino del delitto Rostagno.
Una volta a Roma con Siino c’era un’altra persona, molto tempo dopo ha saputo dai giornali che era Brusca.

Alla signora risulta che al marito fu notitificato disagio da parte di certi ambienti, per gli interventi televisivi di Rostagno.
Rostagno “non denunciava fatti nuovi” ma un costume, delle lamentele informammo Mauro.
Siino parlò di lamentele con il marito per gli interventi tv di Rostagno.
Lei solo questo ha sentito.
Mauro Rostagno “commentava quello che già era cronaca” ma “incideva molto sul costume”.
Conferma che Rostagno seguiva in particolare il processo per l’omicidio del sindaco Lipari, dove imputato era il boss di Agate.
“Mauro sapeva comunicare e quindi la forza della comunicazione era grande”, era un tratto nuovo di fare giornalismo, “difficile da rintracciare in altri”.
Era in quel periodo, nelle intenzioni della emittente di estendere il bacino di utenza, oltre la provincia di Trapani, ma mancavano le forze economiche.
Con il marito di questa vicenda hanno parlato anche in presenza di tanti, “la spiegazione era sempre quella che era stata la mafia a volere morto Rostagno”.
L’origine di questa convinzione scaturiva dall’analisi di tutta la faccenda, intuizioni.

La parola alle parti civili.

Avvocato Esposito per Saman.

L’Ingrasciotta ricorda di essere stata docente di storia e filosofia, che si ocupava della gestione della tv ma non dal punto di vista amministrativo, “una supervisione”.
Esposito chiede se Cardella avesse chiesto al marito di modificare gli interventi di Rostagno.
La risposta della teste è negativa e che ci sono state altre sollecitazioni e che Rostagno ne fu messo a conoscenza.
Dell’incontro tra Cardella ed il marito, non ha ricordo, ma non può escluderlo.

Avvocato Carmelo Miceli

Il messaggio di Mauro era quello di invitare gli altri ad avere consapevolezza del fenomeno cosa nostra, con la forza di Mauro all’interno e all’esterno dell’emittente c’era solo lui a fare il giornalista in quel modo.
Prima di essere ucciso stava preparando un nuovo programma, “Avana”, aveva fatto la sigla, non avevo però mai parlato con lui dei contenuti, sapeva che ci stava lavorando, mi fece vedere la sigla.
Con me non parlò mai di gerarchie mafiose dentro cosa nostra.
Non sa se ne parlò con altri dentro Rtc.
Ha conosciuto Giovanni Falcone e sa che Rostagno doveva incontrarlo e crede che lo abbia incontrato ma non sa i contenuti, “io non chiedevo se non mi si diceva spontaneamente”.
Non ricorda quanto tempo prima rispetto alla morte, forse alcuni mesi prima, “i periodi mi sfuggono”.
Sa di interviste di Mauro a Paolo Borsellino non ricorda con precisione i contenuti ne i temi.
Sulle auto che si davano il cambio davanti la sede di Rtc, la teste dice di ricordare qualcosa del genere, i dati furono comunicati al momento, oggi non ha chiaro il ricordo.

Avvocato Lanfranca

Con l’arrivo di Rostagno a Rtc gli ascolti aumentarono ?
“Gli ascolti sono aumentati moltissimo”, le trasmissioni erano molto seguite, gli editoriali, si percepiva questo parlando con la gente in giro.
A Roma Brusca era con una signora e con Siino.

Avvocato Crescimanno

L’attività di Rostagno era retribuita la teste non ricorda esattamente quanto, mensilmente.
Dopo il delitto ci furono tante discussioni con il marito, con altri, non sa se il marito temeva per la sua incolunmità non parlarono ma rimasero sconvolti dal delitto.
Non ricorda la teste chi fisicamente li invitò a intervenire su Rostagno, c’era un clima pesante ma non può dire questo o quest’altro, “una persona specifica non mi viene, è un’atmosfera”, “ambienti della normale borghesia trapanese”, “ambienti normali”, non ricorda dei nomi particolari.

Il presidente interviene ricordando gli obblighi di testimone, in quanto nel verbale vengono citati pressioni particolari con richiesta di interrompere il rapporto con Rostagno, e non sembra che siano stati sussurri e voci.
La teste afferma che la sua dichiarazione è stata trascritta in un modo non rispondente a quanto voleva dire.
Non c’è stata mai minaccia, forse si è espressa male.
Non voglio nascondere nulla, era allora una intuizione, non è possibile fare nomi, si dispiace che a suo tempo: “non ho capito la gravità della cosa”.

Avvocato Greco

Avevate scambi di opinioni sui servizi televisivi ?
“Qualche volta ci sentivamo niente di particolare”, “l’ultima volta che ci siamo visti mi disse che aveva qualcosa di particolare che non poteva essere detto televisivamente” e questo qualche ora prima del delitto.
“Credo che riguardasse una inchiesta che stava facendo su Marsala”.
“Gli chiesi notizie su Marsala”. Era qualcosa che non poteva essere detta televisivamente, “l’ultima cosa che stava facendo”.
La teste ricorda che dopo il delitto consegnò molto materiale ad una ispettrice di Polizia giunta da Roma, consegnò anche cassette e lettere anonime, trovate in emittente nella stanza di Rostagno.
Mauro “aveva una borsa che portava sempre dietro”.

Avvocato Rando

Molta partecipazione ci fu ai funerali.

Le domande della difesa

Avvocato Vito Galluffo
Gli interventi di Rostagno – dice la teste – erano contro la coruzione, la massoneria, i servizi deviati, i traffici di droga, la criminalità comune.
Mai Rostagno le disse di sue preopccupazioni personali.
L’avv. Galluffo torna a chiedere delle indagini giornalistiche su Marsala.
Il servizio in tv lo fece, parlò di corruzione, tangenti, di politica, “però non ne abbiamo più parlato”.

L’avvocato Vito Galluffo chiede sulla comunicazione giudiziaria relativa al delitto Calabresi.
La teste dice che ne era a conoscenza, Mauro doveva andare a Milano, “aveva stilato un memoriale che portava sempre con se in borsa”.

Avvocato Salvatore Galluffo

Cosa voleva dimostrare Rostagno con quel memoriale ?
“Aveva preparato articolata memoria scritta per dimostrare l’estranietà di Sofri”, questo le disse.
Quell’estate erano venuti fuori degli articoli su questo caso.
Parlando di questi articoli mi disse di questo memoriale.
Il memoriale crede Rostagno lo preparò nello stesso mese di settembre 1988,i primi di settembre.
A questo memoriale pensò molto molto tempo dopo, era una conoscenza che avevo rimosso.

Aldo Ricci lo incontrò dopo il delitto Rostagno. Del delitto si parlava sempre, non ricorda se di fatti balistici del delitto ne parlò con Ricci ed il marito, con amici di Mauro ne parlarono ma non ricorda in che termini, niente di specifico.

Avvocato Vezzadini

Non ricorda le date esatte di quando Rostagno iniziò a collaborare con l’emittente, forse due anni prima, forse in occasione di elezioni politiche.
Inizialmente veniva qualche volta poi partecipava quotidianamente.
Aveva l’emittente un archivio, in cui quasi tutte le registrazioni venivano conservate.
L’emittente era sempre in sofferenza, dal punto di vista renumerativo.
L’emittente cessò di esistere quando fu dichiarata fallita, non ricorda la data.
Non ricorda ora se furono registrate le vetture che stazionavano davanti all’emittente, ma conferma il contenuto del verbale nel quale si sostiene che furono riprese le vetture e che fu notiziata la polizia.

Avvocato Ingrassia

Conferma che Rostagno dava notizie che erano state già comunicate dalla stampa, ma le trattava in modo diverso.
Le altre emittenti, TeleScirocco, per esempio si occupavano anche esse di fatti di mafia.
La teste si occupava della supervisione dell’emittente.
Il marito non aveva nessun ruolo, ma l’emittente dipendeva dall’aiuto economico del marito.
Rostagno in tv fu invitato dal giornalista Enzo Tartamella come ospite, un po’ per caso.

Presidente Pellino

Era l’agente pubblicitario che portava pubblicità (poca) all’emittente.
Mauro e Di Malta dopo che questi scoprì episodi di spaccio di droga tra chi a Rtc seguiva Rostagno dalla comunità, ebbero un duro scontro, ma anche Rostagno rimase malissimo e non li ha più portati.
I programma erano a volte registrati a volte in diretta.

Qui termina la testimonianza della signora Ingrasciotta

Pausa

E’ il turno ora dell’esame del teste Angelo Siino (collaboratore di giustizia, che sarà ascoltato nella veste di teste assistito.

Tocca al pm Gaetano Paci interrogare il pentito Angelo Siino.

Siino racconta che: “I miei rapporti con l’organizzazione cosa nostra si sono sviluppati nel tempo nella seconda metà degli anni ’80 quando io su precisa istanza di Salvatore Riina mi sono cominciato ad occupare degli appalti prima in sede provinciale di Palermo, poi in sede regionale“, si occupava degli appalti indetti in Sicilia ed anche di interesse nazionale.
Siino dice di non essere appartenuto alla mafia ma alla mafia era vicino e giocavo con l’equivoco facendo ritenere che fosse un mafioso.

Conobbe gli odierni imputati e nell’occasione non è stato presentato ritualmente.
Virga lo conobbe in occasione di un preciso invito da parte sua quando chiese alla famiglia di San Giuseppe Jato di esseregli presentato.
Vito Mazzara lo conobbe al campo di tiro a volo di Palermo.

Non era inserito formalmente in cosa nostra ma ne facevao parte per dimestichezza con l’ambiente, per famiglia, accompagnava uno zio a degli incontri, accompagnavo persone cui andavo solitamente in giro come Giovanni Brusca, lo zio era il capo della famiglia mafiosa di San Cipiriello, e si chiamava Salvatore Celeste.

Riina non voleva che facesse parte di Cosa nostra per non comprometterlo, sennò diceva Riina non possiamo più utilizzarlo, anche lo zio non voleva perchè non voleva che date le sue buone condizioni finanziarie poteva suscitare attenzioni e obblighi morali che lo avrebbero rovinato.

La difesa chiede la sospensione dell’interrogatorio e il rinvio.

Sospensione

Opposizione respinta.

Il processo prosegue.

Siino riprende a rispondere alle domande ricordando di essere stato condannato a 8 anni per associazione mafiosa e per avere pilotato appalti nell’interesse di Cosa nostra.

Referenti per gli appalti dentro Cosa nostra erano personaggi di vertice come i capi mandamento e i capi delle provincie siciliane ed anche le persone che erano più operative sul territorio.
Siino era geometra e imprenditore e aveva una impresa iscritta all’albo che concorreva all’acquisizione dei lavori pubblici.
Siino contattava i politici, gli imprenditori e li metteva in contatto con cosa nostra.
A un certo punto la mafia cominciò a diventare maggiormente prepotente nel senso di volere di più e la cosa cominciò a non andare bene ad imprenditori e politici.

Virga gli fu presentato in un ristorante di Partinico da Salvatore Genovese, consigliere della famiglia di San Giuseppe Iato, all’incontro il Virga sfoggiava una camicia con brillanti cosa che lo portò a guardarlo male.
Il Genovese mi disse di mettermi a disposizione del Virga per quel che riguardava i lavori della provincia di Trapani.

IL Siino, non prese bene la cosa, perchè nel frattempo aveva intrapreso altri tipi di rapporti con membri della Confindustria con consiglieri regionali. Di Trapani, conosceva tutti, conosceva Burgarella, conosceva Sciacca, tutti personaggi confindustriali, che “avevano un certo habitus” evidentemente, non è che non capiva il Siino l’habitus di Virga qual era, lo comprese subito e si mostrò molto rispettoso nei confronti di Virga.

Il Virga nell’occasione mi chiese una cosa che mi fece raggelare il sangue:
Ma lei non è amico di Giuseèppe Maurici, ‘u baruni ?
Si, come no, amico mio Peppe, grande amico mio
Allora, “Conoscevo bene Peppe Maurici, perchè avevamo un hobby in comune, quello delle corse automobilistiche”

E allora Virga mi disse: “iu a chissu l’avissi ammazzari
Ma come, e che ha fato poverino ?
Mi ha mancato di rispetto
Perchè ?
Voleva acquisire un’impresa, anzi l’ha acquisita, e non mi ha passato il permesso
Di questo si tratta

Io incominciai, come in questi casi dovevo fare ad arrampicarmi sugli specchi e tentai di minimizzare e di confermargli che il Maurici aveva tanto rispetto per lui.

Avvisai immediatamente il Maurici per dirgli il pericolo che stava correndo tantè che a un certo punto il Maurici ebbe a non occuparsi più di questa impresa“.

Non c’erano operazioni, riunioni della provincia di Trapani in cui non ero invitato“.

“Virga mi disse che voleva uccidere Maurici alla prima nostra conoscenza” ed io potei notare l’imprudenza che aveva avuto Virga.

Nonostante noi due non ci conoscevamo lui subito mi disse di questa intenzione poteva farlo solo se lui sapeva chi ero io in realtà.

L’episodio risale alla seconda metà degli anni ’80, tra il 1987 e il 1988, l’incontro avvenne in un locale di Partinico che aveva un nome arabo ed era la prima volta che lo incontrava.

Siino precisa che sta parlando di Vincenzo Virga.

In precedenza Siino ricorda di avere avuto rapporti con il boss mafioso di Mazara Francesco Messina detto Ciccio Messina “u muraturi” il quale aveva grandi agganci al ministero di Grazia e Giustizia.
Ha conosciuto Battista Agate fratello di Mariano Agate.
Ha conosciuto un certo Saverio che era vicino a Francesco Messina Denaro.

Francesco Messina Denaro l’ha conosciuto prima di Virga “nella seconda metà degli anni ’80, quando allora Salvatore Riina in persona autorizzò e fui messo a disposizione della famiglia mafiosa della provincia di Trapani per interessarmi di appalti” e far fare alla cosca guadagni illeciti.

Siino spiega quindi cosa era la cosidetta “messa a posto“, “una richiesta di denaro fatta agli imprenditori e in alcuni casi anche ai politici” e lì si è fregato Riina, quando ha chiesto soldi ai politici che era un chiedere soldi sul pizzo che a quest’ultimi veniva pagato.
Era come se andava a chiedere il “pane ai bambini”, dice Siino, per I politici, la tangente era un “diritto acquisito” e quindi “ma come, ma siti pazzi !”.
Chiesero soldi ad un onorevole di Castelvetrano, l’onorevole socialista Leone, Enzo Leone, e lui voleva l’imprimatur mafioso:: “nu zu cicciu c’isti, ci hai parlato ?”.
Di tali episodi ne sono accaduti diversi ed in diverse occasioni.

La messa a posto la pretendeva la famiglia mafiosa locale.
I politici avevano l’interesse di avere garantito da cosa nostra per tramite di Siino, la loro parte, ed era di solito il 3 per cento del valore dell’appalto controllato.
I politici non erano sempre gli stessi, ma cambiavano in relazione alla natura degli appalti.
Siino ricorda che gli imprenditori erano contenti perchè Siino garantivo loro sotto tanti profili, la messa a posto, pagando per esempio, non c’erano obblighi di forniture.
In un primo tempo mi occupavo di chi doveva prendersi l’appalto, le cose cominciarono a complicarsi quando personaggi di Cosa nostra che facevano I vaccari, gli agricoltori, cominciarono ad intromettersi su chi doveva prendersi i lavori, anche lavori di grande importanza come il depuratore di Trapani.
C’erano determinate cose che venivano stabilite in maniera vessatoria anche nei confronti dei politici, non avevano più paura di niente ed ormai si sentivano i padroni.
Siino certi volte abbozzava, altre volte cercavo di mitigare le pretese.

Bulgarella Giuseppe “era una persona molto estrosa a dire poco”, personaggio allegrone e conduceva la sua impresa e la televisione che aveva Rtc, “non aveva timori di sorta nè problemi”, accomodante, facciamo tutto.
L’ho conosciuto nell’ambito della buona società trapanese, lui aveva una barca, anche io, ne avevo una, ci incontravamo a mare, andavamo fuori, e aveva un bel seguito di personaggi interessanti, io ho avuto modo di conoscerlo bene, era figlio di un vecchio imprenditore il padre amico di mio padre, e ho avuto modo di vedere che dal punto di vista imprenditoriale era abbastanza inserito” con conoscenze specifiche tra i politici locali, nella zona del Belice in particolare.

Bulgarella gli disse che aveva avuto problemi con un soggetto di Gibellina un certo Funaro che gli aveva distrutto un impianto di calcestruzzi.

Messina Denaro Francesco “mi disse che Bulgarella non era affidabile dal punto di vista di cosa nostra”.

Con Bulgarella in associazione di impresa presero in appalto la realizzazione dell’area artigianale di Castelvetrano, “nell’88 – 89”.

Era il periodo in cui Siino, riusciva a convogliare un flusso notevole di lavori pubblici in provincia di Trapani.
L’ambiente imprenditoriale-mafioso era accogliente e disponibile anche a mitigare le pretese.

Francesco Messina Denaro gli diede il permesso di prendere quei lavori, “il permesso di ordine mafioso, il permesso di ordine politico lo avevo avuto dall’on. Leone che allora era sindaco”.
Per questo appalto Siino e Bulgarella pagarono “il 2 per cento” alla famiglia mafiosa locale, e “il 5 per cento ai politici”.

A proposito dell’attentato subito da Bulgarella a Gibellina Siino si interessò per cercare di “avere una certa pax” perchè “meno si agitava il territorio meno si agitavano i carabinieri” e si rivolse a Francesco Messina Denaro per non avere più attentati.
Gli attentati cessarono anche perchè Siino consigliò a Bulgarella di pagare quello che gli avevano richiesto e Burgarella pagò.

Non c’erano rapporti diretti tra Bulgarella e Francesco Messina Denaro, Messina Denaro diceva che Bulgarella era un “pezzo di sbirro”, “persona poco seria”, poi era uno che avendo la televisione aveva a che fare “con fimmini” e non bisognava “andarci appresso”.

Messina Denaro diceva che Puccio Burgarella era un “pezzo di sbirro”, “sopratutto facendo riferimento ad una persona un giornalista che conduceva una rubrica su questa televisione, e praticacamente che era ‘uno terribile, quello che ci scappa dalla bocca’”, “io cominciai ad avere paura”.
“Il suo nome era il personaggio che poi fu barbaramente ucciso, e che era… Mauro Rostagno”.

Messina Denaro “cominciò anche in quel momento a farmi delle indiscrezioni su Rtc una specie di gossip” su Puccio Bulgarella a Siino non interessava e tagliò corto.

Messina Denaro gli disse “ave a uno che ci fa u giornalista si tu lo senti parlare t’arrizzano i carni”, “è un cornuto”,”al povero Rostagno lo faceva diventare una cosa”, ipotizzava rapporti dentro la televisione tra Rostagno e non sa chi,”parlava a mezze parole perchè vedeva che io ero evidentemente infastidito“.

Messina Denaro per attirare l’ attenzione di Siino contro Rostagno gli disse che dalla televisione parlava degli appalti, che gli appalti erano truccati, e Siino intervenne.
Parlò con Puccio Bulgarella e gli disse: “senti Puccio, tu mi vuoi mettere nei guai a me, e allora digli a questo che la smetta, che stia zitto, o vedi che devi fare”.
Una prima volta lo scopo fu raggiunto per qualche giorno, qualche settimana, ma poi subito dopo Rostagno si scatenò di nuovo.

Messina Denaro non voleva toccati gli appalti perchè per lui era un buon business.
E fece capire a Siino che c’erano minacce e serie nei confronti di Rostagno se non interveniva presso Bulgarella.

Con Messina Denaro si vedevano spesso in una casa di proprietà della figlia, quella sposata con Filippo Guttadauro, fratello di Guttadauro capo della famiglia mafiosa di Roccella, Peppino Guttadauro, il medico.

Siino partecipò ad un incontro con Messina Denaro su precisa richiesta di Messina Denaro, assieme a Balduccio di Maggio reggente della famiglia mafiosa di San Giuseppe Jato, c’era anche Biagio Montalbano capo della famiglia mafiosa di Camporeale.

“Si parlò di Bulgarella” in quella occasione Messina Denaro nei confronti di Rostagno disse “gli romperemo le corna”, “è un disonesto, un disonorato”.
Siino, disse a Bulgarella il pericolo che correva “non solo lui ma sopratutto il giornalista”.

Dissi immediatamente a Bulgarella che la minaccia era seria tanto che gli dissi che veniva da una persona importante, non gli dissi che era Francesco Messina Denaro.

Subito dopo l’omicidio Rostagno Siino era a Roma con Giovanni Brusca e Bulgarella e accennò all’omicidio Rostagno, e “Bulgarella mi disse di non parlarne in presenza della moglie”,”non ne parlare davanti a mia moglie perchè sennò siamo consumati”.

Bulgarella parlando con Siino gli disse che Rostagno era “un cane sciolto”.
Tale colloquio avviene tre o quattro mesi prima dell’omicidio.

A Roma si trovò con Bulgarella qualche tempo dopo l’omicidio forse settimane, un mese, e registrò la reazione di Puccio che gli diceva di non parlarne, gli disse “ci metti nei guai”, sua moglie era rimasta colpita dal fatto e mai avrebbe approvato quel delitto.

A Roma alloggiava all’Ambasciatori, Bulgarella era al Carlton Regina di via Veneto, nello stesso albergo c’era Giovanni Brusca che era con la figlia di Giacomo Badalamenti che veniva dall’America, erano fidanzati non ufficialmente, Bulgarella si occupò di farlo alloggiare lì.

Del delitto Rostagno parlò dopo, Siino, con esponenti della famiglia mafiosa di Mazara. Con Ciccio Messina “u muraturi” e con Battista Agate, nella calcestruzzi di Agate, a Mazara del Vallo.
Dovevano vedersi per parlare di appalti, Battista Agate gli fece notare che qualunque cosa poteva essere fatta a qualsiasi persona che risultava dannosa agli interessi della famiglia, a proposito dell’omicidio Rostagno gli disse “sa pi chi fu'”, e gli fece notare che era stata usata una “scupittazza vecchia”, (un vecchio fucile, tantè che era esplosa).
Questo “me lo disse per calmarmi”.
“Tentavano tutti di calmarmi perchè vedevano che un poco io ero agitato e sinceramente dispiaciuto non perchè Rostagno mi facesse particolare simpatia”.

“In effetti a me sembrò strano che usassero una ‘scupittazza vecchia’ per fare un omicidio di tale rilevanza”.

In quella occasione mentre Agate tendeva ad escludere colpe della mafia, “mastro Ciccio fece un gesto esplicativo quasi a contraddire l’Agate”.
Siino sull’atteggiamento di Agate spiega che sempre un omicidio era per cui bisognava sempre stare attenti quando se ne parlava, e lui “ero un borghese in mezzo a mafiosi di rango”.
Per cui secondo questo ragionamento lui non poteva conoscere tutto e certamente non poteva apprendere responsabilità mafiose così nette.

Tamburello era uno che si occupava della perforazione di pali di consolidamento, personaggio tenuto in grande considerazione.

Bulgarella al Gourmands a Palermo gli presentò un giornalista forse toscano e Puccio gli disse che quello era il nuovo direttore di Rtc dopo la morte di Rostagno.
Il giornalista fece cenno che il delitto Rostagno poteva essere maturato dentro Saman, Bulgarella si infastidì, Siino cercò di mostrare disinteresse al discorso.

Bulgarella gli fece conoscere Francesco Cardella ma Siino lo tenevo a distaza ritenendolo un imbroglione.
Non risultano a Siino rapporti di Cardella con esponenti dell’organizzazione mafiosa.
Bulgarella gli disse che Cardella voleva fare a Trapani un villaggio assieme a padre Eligio.
Il villaggio doveva sorgere sull’isola di Formica, per ospitare una comunità di ex tossicodipendenti.

Non esclude di avere incontrato Bulgarella in autostrada assieme a Giovanni Brusca, in quanto “Bulgarella conosceva benissimo Giovanni Brusca mio tramite“, ma non ricorda l’episodio.

Siino è collaboratore di giustizia ma non ha avuto sconti di pena.
Anzi quando ha chiesto dei benefici durante la detenzione gli fu detto che aveva parlato troppo nel processo Andreotti.

Il pm Paci torna a fare domande sulla conoscenza con l’imputato Vito Mazzara al campo di tiro a volo di Palermo.
Vedevo che c’era questo “Mazzara che si agitava” il Siino già godeva di una certa nomea, ed anche il Mazzara.
Qualcuno gli chiese se lo voleva conoscere.
Il presidente chiede: “Si agitava o si annacava ?
“No, no si annacava”
Questo avviene prima della chiusura del campo di tiro a volo, intorno agli anni ’80, perche a un certo punto il questore fece chiudere il campo perchè mal frequentato.

Siino viene arrestato la prima volta nel luglio del ’91.

Vito Mazzara non gli fu presentato ritualmente, forse glielo presentò Alessandro San Vincenzo, poi lo incontrò alla Trapani – Erice, non era una persona cui attribuiva rilievo.

Come mi ha fatto notare il Signor presidente Vito Mazzara si annacava”,
che è un modo di dire, per indicare il modo di incedere particolare che hanno queste persone “in una determinata maniera che era tipico delle persone ntise”.

Prosegue il dottor Del Bene

Genovese gli presenta il Virga nel ristorante di Partinico e lo mette a disposizione dello stesso in quanto rappresentante della mafia trapanese.
Tale ruolo di Virga su Trapani subito dopo gli fu confermato da Baldassare di Maggio che di li a poco gli riferì che nella gestione degli appalti in provincia di Trapani avrebbe dovuto preferire Messina Denaro “u muraturi”, perchè Virga era molto più vicino a Provenzano che a Riina.

Riina si recava talvolta in provincia di Trapani, Mazara, un luogo in cui aveva dei rifugi.

Ha conosciuto Pietro Spina un imprenditore di San Giuseppe Iato, ma non sa se avesse rapporti con Puccio Burgarella, ma non lo esclude e lo ritiene possibile, anzi certo.

Parti civili

Per primo l’avvocato Elio Esposito che chiede di nuovo delle sue preoccupazioni intorno all’omicidio Rostagno e alle simpatie di Francesco Messina Denaro per Burgarella.

Domande dell’avvocato Carmelo Miceli.

Messina Denaro gli faceva capire che Rostagno poteva dare fastidio al business degli appalti.
L’avvocato Miceli chiede di Rendo, Costanzo, Graci: “li conoscevo benissimo”, negli anni ’80, a Trapani hanno avuto come riferimento.
Messina Denaro Francesco non vedeva bene Vincenzo Virga “lo trovava un personaggio ‘clamoroso’ c’era sempre la questione dei bottoncini” e perchè questo era molto amico di Provenzano, mentre Francesco Messina Denaro era più amico di Riina.
C’era un rapporto di subordinazione del Virga nei confronti di Francesco Messina Denaro.
E, chiede l’avvocato, Virga si sarebbe potuto sottrarre ad un ordine impartito da Francesco Messina Denaro ?
“Assolutamente no” è la risposta di Siino.

Domande dell’Avvocato Lanfranca

A Trapani qualche volta ho avuto frequentazioni con ambienti della massoneria – dice Siino rispondendo ad una domanda – io stesso ero massone.
A Trapani non c’erano mafiosi e massoni assieme, altrove si, a Roma, Milano, nel catanese.
Non ha conosciuto Natale L’Ala boss di Campobello di Mazara.

Sa se Licio Gelli ha avuto rapporti con appartenenti a cosa nostra del trapanese?
Licio Gelli, quando ci fu il finto sequestro Sindona venne a Palermo e a un certo punto sparì per un giorno dalla circolazione, e il prof. Barresi mi disse che era andato a Trapani per cercare appoggi a questo presunto golpe che doveva esserci da li a poco tra i fratelli locali, di Trapani“.

Il tutto accade nel ’79

Avvocato Crescimanno

I nomi delle persone che erano vicine a Burgarella, erano di nessun conto.

Parola alla difesa.

Avvocato Vito Galluffo

Chiede come sapeva chi fossero gli imputati del processo.
Dai giornali, dall’impatto mediatico, nell’atto di citazione sono indicati.
A Trapani “venivo spesso al circolo dei nobili, ero buon amico della Trapani bene”.

A domanda dell’avv. Vito Galluffo, Siino precisa che ha avuto per la sua collaborazione lo sconto di pena, non ha usufruito invece della scarcerazione anticipata.

Avvocato Vezzadini, difensore di Virga

Siino dice che spesso si incontrava con Virga, tante volte a San Vito Lo Capo dove Virga si incontrava con un altro pro console di Castelvetrano, Pino Lipari.

Mariano Agate non vedeva molto bene il fratello Battista.

Avvocato Giuseppe Ingrassia, difensore di Virga.

Il golpe che voleva fare Gelli erano in tanti a volerlo fare, il dott. Miceli di Salemi, gli americani, “per me in realtà era un finto golpe che era stato messo in atto per cercare di depistare la vera cosa che l’obiettivo era quella di ricattare Andreotti”.

Domande del presidente Pellino

Burgarella si arruffianava a Brusca perchè sapeva che si occupava anche lui di appalti“.
Virga, dice Siino, aveva una impresa vicina, quella di Spezia Nino che aveva diversi lavori a Pantelleria, Virga mi diceva di fargli prendere tanti lavori, faceva anche lavori stradali.
Un’altra volta mi raccomandò un certo Coppola.

Siino a proposito del campo di tiro a volo dove conobbe Vito Mazzara ricorda che fu chiuso una prima volta dopo le confessioni di un pentito che poi fu detto che era un pazzo e quando uscì dal carcere fu ucciso.
Morì quando tutti gli davano del pazzo, ma non era pazzo, fece anche il suo nome.

Il tiro al volo era uno sport molto dispendioso.

Vito Mazzara era uno bravo a sparare,”avvezzo al coito”, il campo di tiro a volo era all’Addaura, dopo esere stato trasferito dalla taverna del Basile, campo di tiro al volo notissimo in tutto il mondo, poi i Verdi hanno deciso che era uno sport crudele, uno dei soci era Michele Greco, il papa della mafia.

Ancora domande dell’avv. Vito Galluffo

L’avvocato chiede dove lui incontro Francesco Messina Denaro quando questi gli parlò male di Rostagno, Siino risponde ancora una volta che era in una casa di Castelvetrano, in campagna, di proprietà di Filippo Guattadauro, dove c’era un bellissimo odore di aranci.

Avvocato Carmelo Miceli

Chiede se quello della “scupittazza vecchia” è lo stesso Battista Agate il quale il fratello Mariano Agate non vedeva tanto bene e di cui Siino dubita fosse inserito organicamente in cosa nostra.
La risposta di Siino è “Si”.

Avvocato Ingrassia, difensore di Virga

Sa quali fossero le attività economiche del Virga nella seconda metà degli anni 80′.
Siino risponde di sapere solo della gioielleria.
L’avvocato chiede se ha assistito personalmente ad omicidi.
La risposta è “No”.

L’udienza è chiusa. Prossima udienza il 14 marzo, (e il 28) verranno sentiti i collaboratori di giustizia Marino Mannoia in videoconferenza e in aula Francesco Di Carlo entrambi testi assistiti.

La precedente udienza del 29/02/2012 la trovate qui

grazie a Radio Radicale

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E’ morto Francesco Cardella il “guru” di Saman

Francesco Cardella, 71 anni, di origine trapanese, noto al grande pubblico per i suoi legami con Mauro Rostagno e la comunità Saman di Lenzi in provimcia di Trapani, si è spento a Managua in Nicaragua dove risiedeva, stroncato da un infarto.
Ne ha dato notizia da Trapani, la sua famiglia d’origine.
Cardella, ex giornalista, era a Managua dopo che su di lui si erano addensati sospetti – poi rivelatisi non fondati – in relazione all’uccisione di Mauro Rostagno, avvenuta a Valderice il 26 settembre 1988.

Per approfondire la conoscenza di Francesco Cardella e del suo mondo, si riportano qui due interviste, la prima più recente è uno stralcio di una intervista di Maurizio Macaluso dell’aprile 2011 e pubblicata integralmente su il Corriere Trapanese:

“Francesco Cardella parla, per la prima volta, dall’apertura del processo ai presunti assassini del sociologo Mauro Rostagno ”Non ho mai trafficato ne’ con le armi ne’ con la droga. Non sono stato amico con nessun mafioso. Non ho mai rubato ne’ fatto danno, volontariamente, a qualcuno. Ho settantuno anni, faccio l’ambasciatore di questo paese che mi ospita, ho la madre – novantatrè anni, una fortuna! – due sorelle, una moglie, quattro figli, sette nipoti ed alcuni pronipoti. Ho anche alcuni amici che mi vogliono bene e che non mi hanno mai abbandonato”.

Non ho mai provato stima per Francesco Cardella. Se si svolge la mia professione e ci si è occupati delle vicissitudini di Saman non si può non avere riserve. Personaggio enigmatico ed ambiguo, amico dei potenti, nel passato rispettato e riverito, oggi osteggiato e da molti odiato. Se si vuole capire in quale contesto è maturata la morte di Mauro Rostagno, non si può però non ascoltare l’ex guru di Saman. Il suo nome è risuonato spesso nell’aula giudiziaria in cui si celebra il processo ai presunti assassini. Alcuni investigatori hanno avanzato dubbi e sospetti sulla condotta di Francesco Cardella insinuando il sospetto di un suo possibile coinvolgimento nel delitto. Lo abbiamo rintracciato a Managua, in Nicaragua, in cui da alcuni anni svolge l’attività diplomatica.

Signor Cardella, buongiorno, sta seguendo il processo per la morte di Mauro Rostagno? ”Lo sto seguendo attraverso i giornali e qualche conversazione con amici trapanesi. Per quel che riesco a capire – ma la distanza e la frammentarietà delle informazioni certo non aiuta – mi pare che ancora una volta ci sia, sulla vicenda, una certa confusione e qualche ipocrisia. Naturalmente il processo è ancora agli inizi e c’è da sperare che cominci a prendere forma l’accusa formulata contro i due imputati. Dico questo perché fino ad oggi, a mio parere, ci si è limitati a ripercorrere le varie dicerie e suggestioni che già negli anni Novanta allontanarono gli inquirenti dalla pista mafiosa. Un processo serve ad indicare i colpevoli e, di conseguenza, gli innocenti. E questo deve fare senza lasciare ombra a dubbi e senza incertezze. Rostagno è stato assassinato ventidue anni fa. E’ un tempo lungo, molto lungo, per coloro che lo hanno amato in vita. E’ un tempo insopportabile per chi, come me, è stato sfiorato – e pubblicamente – dal sospetto”.

Il suo nome, in realtà, è stato chiamato in causa diverse volte nel corso delle prime udienze del processo. Si è parlato dell’allontanamento di Mauro Rostagno dal Gabbiano, la palazzina in cui risiedevano i dirigenti di Saman. Perché lei diede quell’ordine? Avete davvero litigato a causa dell’intervista rilasciata da Mauro al mensile King? Francamente, si fa fatica a credere che si possa chiudere un’amicizia come la vostra per una banale intervista. La stessa Elisabetta Roveri ha avanzato dei dubbi. ”L’intervista a King fu spiacevole – come lo era stata una precedente rilasciata al Corriere della Sera – ma non chiuse nessuna amicizia. Del resto lo spostamento dal Gabbiano alle Nuove interruppe forse qualcosa? Mi fa specie che la stessa Elisabetta Roveri – che gestì tutta la vicenda – avanzi, come lei mi dice, dei dubbi. Fu Chicca ad indicare a Mauro la sua nuova abitazione. E fu sempre Chicca a dargli un bacio sulla fronte secondo le mie indicazioni. O quello era, secondo lo stile mafioso, il bacio della morte? Signor Maurizio Macaluso la richiamo fortemente al senso della realtà. Alla realtà che si viveva dentro la comunità Saman nel 1988 dove si assistevano tossicodipendenti e dove il simbolismo, che non era quello mafioso, ma quello spirituale e dunque piramidale, aveva le sue regole. Ma quali altri oscuri problemi immaginate ci fossero tra me e Mauro? Ma avete un qualche elemento reale, uno solo, che vi autorizzi ad insistere sulla famosa pista interna? Ho letto, da qualche parte, che il procuratore che rappresenta la pubblica accusa è noto per una sua teoria che sminuisce la ricerca del movente e teorizza la possibilità di ”moventi concorrenti”. In altre parole: un mafioso è incazzato con Mauro perché questi lo tormenta con i suoi servizi televisivi e decide di assassinarlo. Cardella è arrabbiato con Mauro per l’intervista rilasciata a King e…. E lì che vogliamo arrivare? O forse siamo già lì – seduti in questo spazio di una nuova giustizia – e cerchiamo un aggancio, un lapsus, una parolina?”. Mi creda, non ho tesi precostituite. Solo che di mafia al processo fino ad ora non si è parlato.

”Le credo e comprendo che lei, giustamente, si chiede: in questo processo non si parla di mafia ed invece viene spesso citato il mio nome. Come mai? Non è questa una anomalia grande come una casa che dovrebbe fare riflettere? Ma quando mai si è sentito dire che si fa un processo a due mafiosi accusati di avere ammazzato ventidue anni fa un giornalista divenuto celebre per un suo linguaggio innovatore contro la mafia e la corruzione nella provincia siciliana e non si dice una parola sull’attività del giornalista assassinato? E’ lei che deve riflettere su questa cosa mai vista. E’ lei, se veramente non ha pregiudizi, che deve chiedersi il perché di una grande anomalia e cominciare a darsi risposte”. Non c’erano soltanto le denunce televisive. Un testimone, Sergio Di Cori, sostiene che Mauro Rostagno avrebbe scoperto e filmato un traffico d’armi. La videocassetta sarebbe misteriosamente scomparsa dopo l’omicidio. Lei ha mai visto il filmato? ”Sergio Di Cori mente Sul perché menta ho avuto, nel tempo, interpretazioni differenti. All’inizio, pensai che fosse il solito imbecille attratto dalle luci della ribalta che si ficcava nel pasticcio Rostagno per avere il suo quarto d’ora di celebrità. Nel tempo ho cambiato opinione. C’è qualcosa di oscuro in tutta questa vicenda, qualcosa che comincia pochi minuti dopo la morte di Rostagno. Ho letto, per esempio, che la Roveri non fu interrogata durante le tre ore che trascorse nella stazione dei carabinieri di Napola. Non lo sapevo, Chicca non me ne parlò. Ricordo bene quella notte ed il lungo giro in macchina con la famosa Bentley che facemmo quando uscimmo dalla stazione dei carabinieri. Una pattuglia ci fermò e ci identificò”.

A proposito della Bentley. Diversi testi hanno riferito che lei era l’unico ad utilizzarla e che in sua assenza l’auto restava parcheggiata dentro la comunità. La sera del 26 settembre, quando Mauro Rostagno fu ucciso, lei era a Milano. Quando giunse a Trapani si precipitò alla caserma di Napola a bordo della Bentley. Come ha fatto se l’autovettura di Mauro Rostagno ostruiva l’uscita di Saman? “La Bentley veniva usata tutti i giorni per portare l’immondizia dalla comunità al munnizzaro di Napola. Quanto a quella sera, non saprei dire. Perché non lo chiede alla Roveri?”.

Signor Cardella, ha mai fatto parte dei servizi segreti? ”Io ho fatto molti mestieri nella mia vita ed un giorno, se vuole, ne parleremo. Ma non ho mai lavorato per i servizi segreti”.

La seconda intervista risale al 2003 è ad opera di Claudio Sabelli Fioretti e fu pubblicata sul magazine Sette del Corriere della Sera:

Francesco Cardella molti lo ricordano editore porno, oppure guru arancione, oppure amico di Craxi, oppure sospettato di aver fatto uccidere il suo migliore amico, Mauro Rostagno, oppure organizzatore di falsi corsi di formazione, oppure latitante in Nicaragua dove viveva su un albero e faceva il pittore e il biscazziere. Io ho un ricordo molto vecchio di lui. Nel 1974 venne a trovarmi insieme a sua moglie Raffaella Savinelli, figlia del re delle pipe. Dissi loro di entrare. «Fai entrare anche tuo figlio», dissi. «Non è mio figlio», disse Cardella. «È Bobo». «Fai entrare anche Bobo», insistetti. Si materializzò davanti a me un piccolo scimpanzé, Bobo, vestito di tutto punto, pantaloni e camicia. Andammo a mangiare a Brera, io, Raffaella, Francesco e Bobo. Francesco voleva affidarmi la direzione di Abc, mitico giornale della sinistra radicale, quello delle battaglie del divorzio e dell’aborto. «Quanto guadagni? Ti do il doppio». Roba da telefilm americano. Un milione al mese. Dissi: «Non vorrei cenare con Bobo». Raffaella prese Bobo e se ne andò. Andai ad Abc che portai velocemente alla chiusura. Sono passati trent’anni. Quando ho letto che Francesco era tornato e faceva il pittore (la sua mostra è alla galleria d’Ars di Milano) mi sono precipitato in Sicilia. Raffaella? «Morta tragicamente». Bobo? «Suicida in un fiume africano». Tu? «Eccomi qua». Francesco, hai ammazzato Rostagno? «Piano». Va bene, comincia da quando eri bambino. Ecco l’intervista a Francesco Cardella, interrotta ogni tanto da qualche domanda o simildomanda. Perché Cardella è logorroico.

«Trapani. Padre direttore delle Poste, madre pianista che aveva rinunciato alla carriera per sposarlo. Mio padre era un atleta che aveva il record italiano di salto in lungo. Dovette smettere per andare in guerra. La guerra fu un periodo bellissimo, contornato da donne che si occupavano di me perché gli uomini erano tutti al fronte. La notte cerano le pallottole traccianti, per noi era come vedere i fuochi d’artificio, cerano gli aerei che andavano a bombardare, c’era l’allarme e noi ci ficcavamo sotto i letti. Ci divertivamo tanto. Il mio primo giornale fu Telestar, un giornale di destra, mezzo mafioso. Prima l’università a Roma. Passavo la notte in giro, dolce vita, via Veneto, guadagnai i miei primi soldi quando bruciò l’albergo e la gente si buttava dalle finestre. Ero con un paparazzo, Alexis, fotografammo e vendemmo al Messaggero. Sopravvivevo facendo collaborazioni per Crimen, cronaca nera che parlava solo di delitti, mi davano dei ritagli dei quotidiani locali e io dovevo fingere di essere un inviato, ogni articolo diecimila lire che allora erano soldi. Alla fine andai a lavorare a Playmen, mensile di donne nude inventato da Saro Balsamo. Pagava bene. Ma le riunioni del venerdì sera erano drammatiche per un giovane come me».

Francesco, respira.
«Ero sempre l’ultimo a parlare, il più sfigato perché nessuno produceva idee e tutti mi guardavano speranzosi. Un giorno dissi: “Facciamo un fumetto su Supersex, un extraterrestre superdotato”».

Quello che quando raggiungeva l’orgasmo diceva: «Ifis cen cen?».
«Bravo, ti trovo preparato. Con Supersex guadagnai un sacco di soldi. Poi varie vicissitudini. Tipo il giornale porno per intellettuali. A Genova. Si chiamava Executive. Andai da Pasolini. Lui mi presentò la vecchia madre, mi tenne a colazione. E io gli spiegai l’idea di unire donne nude e articoli colti. Lui mi disse: “Bellissimo ma ho un casino di cose da fare”. Fu molto carino, molto pietoso. Invece di mandarmi a quel paese mi mandò da Enzo Siciliano. Che accettò con entusiasmo. Facemmo il primo numero, bellissimo, con scritti di Siciliano, Moravia, Pasolini. Moravia si incazzò a morte. Siciliano, traditore, voltagabbana, disse che non ne sapeva niente. Fine dell’esperimento erotico-intellettuale».

E poi?
«Jet, per l’editore Peruzzo, un giornale di cultura, che pubblicava Bulgakov e Màrquez e testi della sinistra extraparlamentare. Diventai amico di Rostagno, Sofri, Viale. Rostagno in seguito mi disse: “Meno male che non abbiamo vinto. Te lo immagini uno Stato con Sofri presidente del Consiglio?”. Rostagno aveva ragione. Te l’immagini ministro degli Interni Giorgio Pietrostefani, uomo oscuro e profondamente illiberale? E poi Rodeo Far West, una sorta di spettacolo Bernard Cornfeld dietro il quale c’era l’inventore dei fondi comuni d’investimento, un miliardario che aveva fatto società col suo barbiere e il suo violinista personale. Finì in un mare di debiti. Incontrai Antonio Cafieri, tipografo comunista. Facemmo Ora, il quotidiano che non si legge ma si divora. Dopo due mesi, debiti come piovesse. Bisognava rimediare. Con i giornaletti porno, Os, Ov, facemmo un sacco di soldi. A questo punto arrivò sul mercato Abc: 600 milioni. Noi andammo dal nostro distributore, Parrini, e gli chiedemmo 250 milioni. Con i quali demmo la caparra. Due settimane dopo gli dicemmo: “Ti possiamo portare anche Cronaca vera. Ci servono altri 400 milioni”. Parrini ci diede i 400 milioni. Pagammo i 350 che rimanevano e ci rimasero anche i soldi per cominciare a gestire Abc».

Una truffa.
«Certo. Ma i porno vendevano. Lui abbozzò e fu contento».

Come sei entrato nel giro dei socialisti?
«Mi portò Colucci, un deputato socialista. Io dissi a Bettino: “Ho Abc. Trovami un direttore importante”. E lui mi trovò Ruggero Orlando. Mettemmo un televisorino in tutte le edicole, “Buon giorno, vi parla Ruggero Orlando”. Andò bene ma aveva una moglie rompipalle che stava sempre in redazione e un giorno tirò un posacenere in testa al redattore capo. Ruggero Orlando si dimise. Io volevo che Abc entrasse nel mercato di Panorama e dell’Espresso. E chiamai te».

Tralascia. Conflitto di interessi.
«Tu eri troppo moralista. lo prendevo i soldi dalla Montedison e tu attaccavi Cefis. Il giornale perdeva 50 milioni alla settimana».

Tu giravi in Rolls.
«Chiuso Abc, per un anno incassai tantissimo. 50 milioni alla settimana. Poi un giorno me ne andai. Era un brutto periodo. Mia moglie mi aveva lasciato e se ne era andata con Bobo in Africa. In Italia c’erano ammazzamenti e terrorismo. Vedevo Rostagno, frequentavo Macondo, avevo comprato un palazzo nel centro di Milano, stavo con una ragazza comunista di Soccorso Rosso. Spendevo soldi, vivevo bene. Però mi chiedevo: che faccio della mia vita? Me ne andai in India dal Bagwan Rajneesh. Poi venne Rostagno. Per tre anni, dal ’78 all’81, sono stato arancione in India. Scaricavo barbabietole, lavavo i piatti, tagliavo il pane. Tagliare il pane era una cosa sufi, importante, ogni fetta doveva essere di 6 mm. Veniva la gente a vedere come tagliavo bene il pane. Poi un giorno il Maestro se ne andò in America. Io e Mauro tornammo in Italia, e ci dicemmo: “Apriamo un ombrello per tutti gli arancioni che non sanno dove andare. Ne arrivarono centinaia. Vivevamo in una mia grande villa in Sicilia, piscina, orti, alberi, si viveva insieme, si mangiava insieme, si dormiva insieme e poi si facevano tecniche di liberazione del corpo. La meditazione dinamica, immagino che tu la conosca».

Insomma.
«Si fa all’alba: iperventilazione del corpo, espressione della rabbia accumulata, salto lanciando le braccia in alto, e, ricadendo, grosso respiro per abbassare il diaframma. Quando il diaframma è basso è calma dell’anima, lo sai, no?».

Insomma.
«Cominciaî a fare il guru. Predicavo. Poi nacque l’idea di occuparsi dei tossicodipendenti».

Il tuo rapporto con i soldi?
«Da bambino, quattro anni, scoprii che qualcuno vendeva pezzo a pezzo un aereo caduto durante la guerra a un omino che passava con un carretto. Andai anch’io a smontare l’aereo ma gli altri mi cacciarono. Allora mi incazzai. Andai dal tipo del carretto e gli vendetti tutto l’aereo per mille lire».

Morale?
«Morale, io non sono mai stato né ricco né povero. Ma quando ho voluto avere soldi li ho avuti. Rajneesh diceva: “Essere ricchi è meglio che essere poveri”».

Mica male.
«Poi continuava: “Ma non sbattetevi troppo per la ricchezza. Può rubarvi la vita”. Ricordo Bettino che mi prendeva in giro. “Ma come? Io sto cambiando il Paese e tu ti occupi di trenta sfigati?”. Ma io sapevo che dovevo fare la Comunità. E la Comunità, quando hanno ammazzato Rostagno, ha cominciato a produrre un sacco di soldi. Fu un’isteria collettiva. Rostagno diventò un’icona. Io, di riflesso, venni illuminato dalla sua luce. Le donazioni private e le contribuzioni pubbliche cominciarono a piovere. Ci concedevano interi palazzi. Prima non mi filava nessuno. Dopo mi dettero l’Ambrogino d’oro».

Vi contestarono la bella vita, i due yacht, il Povero vecchio e l’Hallo Beta?
«Ci andavo con i tossicodipendenti. Perché non ci andavano loro, brutti figli di puttana, che se vedevano un tossico da lontano vomitavano? Tutto questo finì quando mi arrestarono per i corsi di formazione».

Inventati.
«Ma stiamo parlando di tossici, vi rendete conto? Nelle comunità c’era gente che curava gli orti. Allora ci inventavamo un progetto che diceva: “Il pomodoro stupendo, corso di formazione per imparare a coltivare i pomodori”. Dopo sette anni mi contestarono che la documentazione non era corretta. Una vergogna. Ho dovuto patteggiare per uscire di galera. Poi è partita l’indagine sul peculato. E poi mi hanno appioppato l’omicidio di Mauro, il mio più caro amico».

Tu hai ammazzato Rostagno?
«Io non sono uno che ammazza gli amici».

Chi ha ammazzato Rostagno?
«L’ho detto subito: la mafia. Rostagno cercava la morte eroica, aveva avuto gli avvertimenti. Anche altri ex di Lotta Continua cercavano la morte eroica. Come Sofri».

Sofri cercava la morte eroica?
«L’ho incontrato a Sarajevo. Faceva interposizione dove sparavano i cecchini. Gli dissi: “Stai cercando di farti ammazzare”».

Che cosa diceva Bettino del processo Calabresi, dell’accusa a quelli di Lotta Continua?
«Diceva: “Sono amici di Martelli”. Diceva anche: “Calabresi era un socialista”».

Perché sei scappato?
«Che dovevo fare? Volevano arrestarmi di nuovo. Guardami: sono in Italia. Libero. Hanno archiviato. Sono innocente. Perché dovevo fare della galera ingiusta? Quando il mio avvocato, Grazia Volo, mi invitò a presentarmi, io dissi che l’avrei fatto. E lei mi disse: “Grazie, grazie”. Erano anni strani in Italia, anni di collaborazione tra avvocati e Procure. A quel punto capii che era meglio andarmene. Avevo 10 mila dollari, e me ne andai in Nicaragua».

È poco credibile che non avessi una lira.
«Non pensavo che sarei dovuto andar via. Avevo intestato tutto alla Comunità».

Vivevi alla grande.
«Facevo una buona vita. Ma quando è finita non ne ho sofferto. Niente aereo privato? Pazienza».

A proposito di aereo.
«Il fantastico aereo con il quale spupazzavo Craxi aiutandolo a eludere le difficoltà dell’esilio».

Più esattamente: latitanza.
«È vero che Craxi ha viaggiato su questo aereo. Ma prima dell’esilio, quando era deputato».

Sei andato a trovarlo ad Hammamet durante la latitanza?
«Mia madre ha 85 anni. Ci davamo appuntamento a casa di Craxi, in Tunisia».
Eravamo rimasti in Nicaragua. «Mi sono messo a dipingere. Andavo a pescare, facevo il bagno, elaboravo il mio lutto».

Ti sei costruito una casa su un albero.
«Avevo un terreno con un bellissimo albero. Ho chiamato due o tre amici e abbiamo fatto la casa sopra l’albero, come quelle dei bambini. Ma la mia ha tre piani, l’acqua, la luce, il telefono, la parabola satellitare».

A Managua attaccano l’energia elettrica a un albero?
«Certo. Tutto regolare».

Lavoravi?
«Ho lavorato in una agenzia di pubblicità con Gabriele Pillitteri, fratello dell’ex sindaco di Milano. Poi abbiamo portato in Nicaragua degli aliscafi russi. Flop tutti e due. Alla fine ho comprato un po’ di terra che ho rivenduto. È andata meglio. E sono diventato biscazziere. Ho il 50 per cento di un piccolo casinò».

Sei tornato a fare soldi.
«La mia parte oscilla da 5 mila a 20 mila dollari al mese».

Giravi con un giaguaro al guinzaglio.
«Balle».

Hai comprato la cittadinanza in Belize.
«Mi è costata 20 mila dollari».

Hai comprato un passaporto falso.
«Sono stato assolto da questa accusa».

Perché sei tornato?
«Per mia madre e per riconquistare l’onore perduto».

Oggi politicamente che cosa sei?
«Vedo un Paese impegolato in una deriva autoritaria, dove, con le migliori intenzioni, Berlusconi realizza la sua visione del mondo».

Deriva autoritaria? Intendi dire regime?
«Ci sono i presupposti. E più insistono, più si crea il regime».

Insistono, chi?
«La sinistra. I giudici».

Se potessi votare?
«Io sono un uomo di sinistra, ma oggi mi sento più garantito da Berlusconi che da Rutelli».

Tu avevi la sensazione che il Psi di Bettino esagerasse?
«L’arroganza del potere c’era nei socialisti. Ma Bettino non era come i suoi colonnelli. I camerieri filippini in guanti bianchi, in ville lussuose con quadri antichi alle pareti pagate dal partito erano una scena più ridicola e farlocchia che arrogante».

Che mi dici del famigerato «tesoro» di Bettino?
«Dico che Raggio ha restituito un po’ di soldi, ma non tutti. Un dato: per tenere in piedi il partito erano necessari 80 miliardi all’anno.

Craxi era circondato da adulatori.
«ll più grande era Giuliano Amato. Voltagabbana istituzionale. Non sapeva da dove venivano i soldi? Come diceva Bettino: “Mente per la gola”. Di lui mi è rimasta impressa un’immagine. Seduti sui gradini dell’università di Palermo aspettiamo Bettino. Si sente un rumore di macchina, lui fa un balzo, si mette a correre, apre la portiera, si inchina: “Ah, caro Bettino!”. Ma anche Martelli non scherzava. Lo ha mollato facendo il patto con i magistrati. Ai funerali di Bettino l’ho incontrato: “Ah, caro Francesco”. “Ma quale caro Francesco, quando mi hanno arrestato hai detto che non mi conoscevi”. Attorno a Bettino c’era una corte di nani e ballerine. Caduto Craxi si sono squagliati».

Anche tu facevi parte dei nani e delle ballerine.
«No. Bettino mi ha sempre protetto da queste cose. Lui i nani e le ballerine li disprezzava».

Chi ricordi?
«Alda D’Eusanio. Era una pasionaria. Era anche muccioliniana».

Muccioli era un concorrente per te?
«Teorizzava l’opposto di quello che facevamo noi. Certo che all’inizio aveva fatto troppo il santone. Un giorno io e Rostagno gli dicemmo: “Tu avevi le stimmate, che facevi, ti tagliavi?”. E lui disse: “Che dovevo fare?”».

Ipotesi: se sulla torre ci fossero Berlusconi e Craxi, chi butteresti?
«Facile, salvo Bettino. Dopo Mussolini, è stato l’uomo politico italiano più importante del XX secolo secondo me. Ma Berlusconi non è antipatico».

Lo conosci?
«Qualche cena insieme a Bettino. Una volta, nel solito ristorante sui Navigli, Berlusconi mi guardò e disse: “Ma lei lo sa caro Cardella che sembra proprio un profugo polacco che beve il caffellatte?”. Silenzio. Tutti imbarazzati. E io gli risposi: “Silvio ti sbagli. Io non sembro, io sono un profugo”».”

Erice, rassegna del cinema breve dedicata a Mauro Rostagno

“Ciao Mauro”, l’associazione intitolata al giornalista e sociologo Mauro Rostagno, assassinato il 26 settembre 1988, ha promosso una tre giorni di rassegna del cinema breve.
L’appuntamento è per oggi 4 aettembre nel pomeriggio alle ore 17,00 al teatro Gebel Hamed di Erice.
“La scelta di organizzare una rassegna di cinema non è casuale – afferma una nota dell’associazione – da tanti anni mettiamo in scena la Trapani migliore, quella che a noi piace di più. Quella delle ragazze e dei ragazzi, quella dei cittadini che si dedicano al volontariato, all’associazionismo, allo scoutismo, agli sport, quelli che fanno danza, musica, teatro, poesia”.
Ciao Mauro 2009
Incorto…Rassegna del Cinema breve
Erice 4, 5 e 6 settembre 2009
Campi da tennis
Teatro Gebel Hamed
Venerdì 4 settembre
ore 17,00 – Teatro Gebel Hamed
Documentaria
Sezione dedicata al documentario.
Vita e morte di Mauro Rostagno.
Luci ed ombre di Gianni Lo Scalzo (1993)
In viaggio con i pupi. (Una famiglia di pupari: i
Cuticchio) di Maurizio Sciarra (2008)
ore 19,15 – Teatro Gebel Hamed (saletta laterale)
Volti e luoghi di Erice
Inaugurazione mostra fotografica
di Stanislao Savalli
ore 21,00 – Campi da tennis
Sonorizzazioni
Improvvisazioni musicali di film muti delle origini del
cinema eseguite dalle musiciste Liliana Scuderi
e Teremoana Wilson.
Proiezioni e incontri con gli autori
Solitudini
Regia: Guglielmo Lentini,
Sceneggiatura: Guglielmo Lentini e Giacomo Solazzo
Produzione: Associazione Amici del Terzo Mondo
Destini incrociati di solitudine nella Sicilia di oggi.
I Protagonisti
Regia:Turi Migliore
Dialoghi/Script: Turi Migliore
Attore Principale: Turi Migliore
Riprese: Massimo Mantia
Musiche: Waines (gruppo palermitano)
In 8 minuti e mezzo, il regista affronta la contestazione
politica degli anni ‘70 in Sicilia, la lotta sociale, gli ideali
e la realtà delle emittenti radiofoniche indipendenti.
Turi Migliore (il protagonista) era uno dei rappresentati
della Fred “Federazione radio emittenti democratiche”
alle quali aderiva anche Radio Out la radio fondata da
Peppino Impastato ucciso il 9 maggio del 1978, riconosciuto
omicidio di mafia 25 anni dopo.
La pedina
Regia: Salvatore Buongiorno
Soggetto/Sceneggiatura: Salvatore Bongiorno
Breve lavoro di denuncia dove l’essenzialità visiva dà
spazio ad un testo di notevole forza critica ed evocativa.
Piro
Regia: Francesco Siro Brigiano
Soggetto/ Sceneggiatura: Francesco Siro Brigiano
Modellazione/ Grafica 3d: Francesco Ciulla
Animazione: Francesco Ciulla
Episodio pilota di un progetto di animazione 3D. Piro
è un personaggio eternamente malinconico ed ipersensibile
alla vita, privo di iniziativa, si trascina verso
le situazioni più surreali. Interessante partecipazione
del famoso doppiatore Carlo Valli.
Alla luce
Regia: Francesco Siro Brigiano
Soggetto/Fotografia: Francesco Siro Brigiano
Animazione 3D: Francesco Ciulla
Attore principale: Dario Ilari
Fiaba prenatale che attraverso immagini surreali, caratterizzate
da riferimenti medievali, cerca di esprimere
le fasi di adattamento affrontate dalle mente di
un bambino, alla nascita.
Dirt and desire
Regia: Diane Busuttil
Riprese e Montaggio: Rosario Riginella
e Salvatore Scirè
Un particolare e surreale racconto di un invito a cena
tra una ragazza perbene e un giovane e attraente
uomo.
Dalla Filmoteca Regionale Siciliana
Tonnara Panaria Film (1947)
I Cacciatori sottomarini Panaria Film (1946)
In caso di maltempo le proiezioni serali si terranno al Teatro Gebel Hamed.

Ciao Mauro“, l’associazione intitolata al giornalista e sociologo Mauro Rostagno, assassinato il 26 settembre 1988, ha promosso una tre giorni di rassegna del cinema breve.

L’appuntamento è per oggi 4 settembre nel pomeriggio alle ore 17,00 al teatro Gebel Hamed di Erice.

“La scelta di organizzare una rassegna di cinema non è casuale – afferma una nota dell’associazione – da tanti anni mettiamo in scena la Trapani migliore, quella che a noi piace di più. Quella delle ragazze e dei ragazzi, quella dei cittadini che si dedicano al volontariato, all’associazionismo, allo scoutismo, agli sport, quelli che fanno danza, musica, teatro, poesia”.

Ciao Mauro 2009 – Incorto…Rassegna del Cinema breve

Erice 4, 5 e 6 settembre 2009 – Campi da tennis – Teatro Gebel Hamed

Programma

Venerdì 4 settembre

ore 17,00 – Teatro Gebel Hamed

Documentaria – Sezione dedicata al documentario.

Vita e morte di Mauro Rostagno.

Luci ed ombre di Gianni Lo Scalzo (1993)

In viaggio con i pupi. (Una famiglia di pupari: i Cuticchio) di Maurizio Sciarra (2008)

ore 19,15 – Teatro Gebel Hamed (saletta laterale)

Volti e luoghi di Erice – Inaugurazione mostra fotografica di Stanislao Savalli

ore 21,00 – Campi da tennis

Sonorizzazioni

Improvvisazioni musicali di film muti delle origini del cinema eseguite dalle musiciste Liliana Scuderi e Teremoana Wilson.

Proiezioni e incontri con gli autori

Solitudini

Regia: Guglielmo Lentini,

Sceneggiatura: Guglielmo Lentini e Giacomo Solazzo

Produzione: Associazione Amici del Terzo Mondo

Destini incrociati di solitudine nella Sicilia di oggi.

I Protagonisti

Regia:Turi Migliore

Dialoghi/Script: Turi Migliore

Attore Principale: Turi Migliore

Riprese: Massimo Mantia

Musiche: Waines (gruppo palermitano)

In 8 minuti e mezzo, il regista affronta la contestazione politica degli anni ‘70 in Sicilia, la lotta sociale, gli ideali e la realtà delle emittenti radiofoniche indipendenti.

Turi Migliore (il protagonista) era uno dei rappresentanti della Fred “Federazione radio emittenti democratiche” alle quali aderiva anche Radio Out la radio fondata da Peppino Impastato ucciso il 9 maggio del 1978, riconosciuto omicidio di mafia 25 anni dopo.

La pedina

Regia: Salvatore Buongiorno

Soggetto/Sceneggiatura: Salvatore Bongiorno

Breve lavoro di denuncia dove l’essenzialità visiva dà spazio ad un testo di notevole forza critica ed evocativa.

Piro

Regia: Francesco Siro Brigiano

Soggetto/ Sceneggiatura: Francesco Siro Brigiano

Modellazione/ Grafica 3d: Francesco Ciulla

Animazione: Francesco Ciulla

Episodio pilota di un progetto di animazione 3D.  Piro è un personaggio eternamente malinconico ed ipersensibile alla vita, privo di iniziativa, si trascina verso le situazioni più surreali. Interessante partecipazione del famoso doppiatore Carlo Valli.

Alla luce

Regia: Francesco Siro Brigiano

Soggetto/Fotografia: Francesco Siro Brigiano

Animazione 3D: Francesco Ciulla

Attore principale: Dario Ilari

Fiaba prenatale che attraverso immagini surreali, caratterizzate da riferimenti medievali, cerca di esprimere le fasi di adattamento affrontate dalle mente di un bambino, alla nascita.

Dirt and desire

Regia: Diane Busuttil

Riprese e Montaggio: Rosario Riginella

e Salvatore Scirè

Un particolare e surreale racconto di un invito a cena tra una ragazza perbene e un giovane e attraente uomo.

Dalla Filmoteca Regionale Siciliana

Tonnara Panaria Film (1947)

I Cacciatori sottomarini Panaria Film (1946)

In caso di maltempo le proiezioni serali si terranno al Teatro Gebel Hamed.