Sinan il Giudeo quel pirata che a Castellammare lasciò una palla…

Accadde forse nel 1537 ed è, pur nella mancanza di altra documentazione certa circa la verità storica dell’avvenimento, la sola notizia di una incursione da parte dei pirati “turchi” nella terra di Castellammare del Golfo nella quale mi sia mai imbattuto.

Foto - Erasmo Pennolino

La notizia, di per se assai scarna, è contenuta nel libro di Alba Drago Beltrandi “Castelli di Sicilia”: “Del 1537 circa è un importante fatto d’armi verificatosi tra il popolo ed il pirata rais Sinam, chiamato comunemente «il giudeo», il quale terrorizzava tutta la costa depredandola. In un antico scritto si legge che «tra le altre petri di ferro colate» se ne trovava allora nel castello una più grossa «chi tirau lu judeo quanu vinni cun la sua armata in castellu».“.

L’autrice non cita la fonte, ma è verosimile che tale fonte sia da individuare in un qualche inventario dei beni rinvenuti nel castello ed allegato ad un qualche atto di successione o di investitura della baronia di Castellammare.

Non sappiamo quindi se Sinan nella circostanza sia stato ricompensato della perdita della “palla” con la conquista e la razzia della terra di Castellammare, ovvero se il suo assalto sia stato respinto con successo dai “terrazzani”.

Nave-con-cannoni

Ma chi era Sinan il Giudeo, (storpiato spesso in Sinam) detto anche l’”ebreo di Smirne” ?

Sinan era “IL PIRATA” tutto in maiuscolo, perché perfettamente rispondente al modello trasmessoci dalla letteratura e dal cinema. Barbuto, cieco da un occhio, su cui portava una benda nera legata dietro la nuca, rozzo, sanguinario, astuto e scaltro nel preparare insidie ed imboscate per le navi in mare e per la gente in terraferma, si dice fosse in grado di fare il punto in mare servendosi semplicemente d’una balestra e per tale motivo, su di lui aleggiava la fama di essere persona con poteri soprannaturali. La sua data di nascita è ignota ma non quella della morte, il giugno del 1544.

In verità Sinan tuttavia non era propriamente un pirata ma un corsaro, che è cosa differente. Come è noto il corsaro era tale perché aveva ricevuto la “patente di corsa” rilasciata da un qualche governo al contrario del pirata che agiva in proprio al di fuori di qualsiasi autorità istituzionale.
Famosi furono i corsari inglesi (sir) Francis Drake ed Henry Morgan che, rispettivamente, sul finire dei secoli XVI e XVII, assaltavano i porti spagnoli nelle Americhe e attaccavano i galeoni carichi di oro ed argento diretti verso la Spagna.
Corsaro italiano fu, propriamente Giuseppe Bavastro, mentre anche l’ammiraglio Andrea Doria fu considerato tale, e soprannominato appunto “il Corsaro”, esattamente come gli ottomani Khayr al-Din Barbarossa o Kurtoglu Muslihiddin Reis, malgrado fossero diventati regolari ammiragli della marina da guerra d’Istanbul.
Durante la Guerra dei Farrapos anche Giuseppe Garibaldi praticò la “guerra di corsa”, ottenendo regolare “lettera patente di corsa” da parte della Repubblica Riograndense.” [da Wikipedia]

A voler essere ancora più precisi è da dire che Sinan era un “corsaro barbaresco” le cui basi di partenza erano le piazzeforti disseminate lungo le coste del Nordafrica (Tunisi, Tripoli, Algeri, Salé), terre queste che gli europei chiamavano “Barberia” o stati barbareschi.

In verità, in via indiretta per così dire, già nel 1529 Sinan il Giudeo aveva avuto a che fare con Castellammare del Golfo o meglio con i suoi signori di periodi diversi i De Luna ed i Perollo, famiglie nobili sciacchitane e protagoniste del famoso “Caso di Sciacca” (1400-1529).

Dice il Savasta nella sua opera nella quale sono narrati i fatti e le cause degli accadimenti propriamente detti “Primo caso di Sciacca” e “Secondo caso di Sciacca” a proposito di questo episodio, che in qualche modo fece da acceleratore degli accadimenti, del “Secondo caso di Sciacca“:

Mentre il santo zelo dell’ arciprete non desisteva, d’interporre opportunamente gli uffici di cristiana pietà ad effetto di stabilire fra queste due potenze antagoniste una vera e ferma amicizia, accadde, che Sericono [così lo chiama il Savasta, ma un Sericono pirata non è mai esistito – ndr] Bassà [anche per questo secondo termine il Savasta è impreciso, Sinan Pascià o Sinan Bassà è un pirata attivo in epoca immediatamente successiva al nostro Sinan il Giudeo – ndr], famoso corsaro de’ Mori , chiamato il Giudeo [questa definizione e l’epoca dei fatti identifica univocamente il pirata come Sinan il Giudeo – ndr], che con una squadra di ben corredate galeotte infestava le parti meridionali della Sicilia’, avendo di notte tempo fatto sbarco di sua gente nelle spiagge di Solanto, ivi fece suoi prigionieri il barone di Solanto nel giugno del 1529, con altri suoi dieci gentiloomini e persone di servigio che con il detto barone
villeggiavano. Costoro benché tutti impugnassero le armi per la propria difesa, nulladimeno, superati da quella gran ciurmaglia, fìnalmente si arresero in potere dei barbari corsari, con sentimento universale di tutte queste parti del regno, e con pianto inconsolabile di tutti i suoi affezionati vassalli; non mancando bensì persone, che asserivano, fosse stato il barone di Vicari, e non quello di Solanto. Fatta questa famosa preda il Sericono, e costeggiando le riviere di Sciacca, a vista di quella città inalberò bandiera di riscatto, facendo intendere per un suo tamburro, quale fosse il personaggio, che esponeva all’incanto, sicuro che in questa sola città, come piena di numerosa nobiltà, e di moltissime ricchezze, poteva approfittarsi d’un gran guadagno.

II conte Luna avido ed ambizioso di gloria, ammassata una gran somma di danaro, si portò alla Galea dove presidera il Bassà Sericono, e gli espose di voler egli riscattare il barone prigioniero. Il Bassà fece allora ragunare il consiglio dei suoi sobalterni capitani, per concertare il prezzo del riscatto, e posta sul tappelo la somma offerta dal conte, dopo molti pareri, e varie risoluzioni, fu rifiutata, a causa che da quella avarissima ciurmaglia fu giudicata assai scarsa non ostante che fosse una somma molto assai ragionevole. Che però fu forzato il conte a ritornarsene afflittissimo, senza aver potuto conseguire il suo bramato fine.

Tutto il popolo era concorso spettatore sopra le muraglie della città, per godere la vista del trionfo della generosità del conte in così gloriosa impresa. Ma vedutolo ritornare senza gli applausi, ch’eran dovuti a un festivo trionfo, quale aspettava di godere, giudicò infelice la riuscita di questo attentato , onde stupito s’ammutolì. Fra la plebaglia si sentì allora un gran susurro, dicendo alcuni, che il danaro del conte non fosse stato bastante ad appagare l’ingordigia de’ barbari ed altri, che la generosità del conte pur troppo era stata ristretta ne’ limiti.

Il barone Perollo scorgendo, che il conte Luna ritornò senza nulla aver profittato, e che in segno ne dimostrava sul volto una insolita pallidezza, sentendo pure insino all’ intimo del suo cuore l’ affronto d’ una città già impegnata a questa redenzione, spinto dalla sua solita generosità, non ostante che Sericono avesse già levata la bandiera della sicureza, e che, salpate le ancore, stava già per mettersi in cammino, fece con grandissima prestezza caricare diverse barche di molti preziosi rinfreschi consistenti in bestiame, pane, vino, pollame, cose d’ortaggi, neve, e gran copia di finissima pasta, e mandò il tutto al generale Sericono; e dopo, postosi sopra una felluca superbamente addobbata, si portò egli stesso a ritrovarlo, mettendosi al rischio d’esser fatto ancor egli cattivo, e restare insieme col barone dì Solanto misera preda de’ Mori.

A veduta d’una sì nobile intrepidezza non potè far a meno il Bassa Sericono di non restar preso da gran meraviglia, e veduto avvicinarsi la felluca, ove
pei preziosi e superbi addobbi che l’ adornavano, suppose ritrovarsi qualche gran personaggio, (com’era in fatti,) diede ordine, che si arrestassero le galee, per dare a quel gran signore la dovuta udienza, e conoscere insieme la qualità d’ un soggetto così riguardevole. Arrivato Giacomo, andò Sericono ad accoglierlo su la poppa della sua galea con tratti di finissima gentilezza, porgendogli la mano, e lo condusse onorevolmente nella sua camera, ove finiti gli uffici di complimento, il Perollo offerì sé stesso, e tutta la città a quanto gli bisognasse, pregandolo ad accettare per allora quel poco rinfresco, che aveva potuto prontamente mettere in ordine, non lasciando fra questo mentre di porgere nelle mani d’un suo fidato una preziosissima borsa, con dentro una buonissima somma di moneta d’oro, acciocché la distribuisse alle ciurme di quella galea. Dopo questo pregò con tutta espressione il Bassà , che si degnasse di fargli l’ onore delle sue grazie, con liberare quel cavaliere prigioniero, per il dì cui riscatto gli esibiva tutta quella somma h
di danaro che avesse richiesta, oltre all’obbligo eterno, che gliene avria professato.
Restò il Bassà stordito a tanto grande generosità d’animo del Perollo, e mentre attendeva a chiamare ì capitani delle altre galee per tenere consìglio, Giacomo andava girando per quelle, gettandovi quantità di moneta, e facendo gridare dalla comitiva, che l’accompagnava: viva, viva il Bassà Sericono , e tutta la sua famosissima squadra.

Il Bassà, quantunque barbaro di natura, e poco avvezzo allo studio del ceremoniale della civile politica, nulladimeno era capacissimo de’ buoni tratti di cavalleria, e restando assai soddisfatto, non tanto per la splendidezza del donativo, quanto per la grandezza e generosità dell’animo del Perollo, che con tanta fiducia s’era assicuralo nelle sue mani, senza il salvo condotto, argomentò, che il Perollo era un cavaliere di alto concetto, e di grandezza piucchè sovrana. Onde restò cosi avvinto fra’ nodi de’ suoi cortesissimi tratti, che non solo gli concesse il cavaliere già fatto schiavo, ma ancora tutti gli altri dieci, che con esso erano stati ancora fatti schiavi, senza esiggerne alcuno riscatto, stabilendo di più per inviolabile legge, che nei  mari di Sciacca, incominciando da capo dì S. Marco, e terminando a capo bianco, a contemplazione del suo amore, mai avrebbe cattivato persona, né fatto danno veruno e che ognuno, che a caso in avvenire fosse stato preso dalle sue galee, lo avrebbe egli fatto restituire, postagli in fronte l’ insegna del merito del Perollo, affinchè come dalle di lui mani riconoscesse la sua libertà. Ciò detto il Bassa nel separarsi dal Perollo in segno della grande stima che egli di esso faceva, gli regalò un preziosissimo anello , coll’ ingasto d’ un finissimo diamante, incastrato a giro di grossi  smeraldi e rubini. Indi licenziati con mille onori i due baroni di Solanto e Pandolfina e fatto uno sparo festivo di artiglieria, moschetti, ed archibugi, si allontanarono continuando lo sparo da ambe le parti per tutto quel tratto. Arrivato a terra si aggiunsero i mortaretti della città, col Viva di tutto il popolo, in congratulazione della ricuperata libertà dell’amabilissimo barone di Solanto, il quale cattivò l’animo di tutti nel mostrare la sua spiritosa giovanezza imperturbabile a quel fatale accidente della sua cattività. Quindi, dimorato per qualche giorno in trattenimenti di giubilo con tutta la nobiltà di Sciacca, e specialmente col Perollo, a cui restò eternamente obbligato, si partì da Sciacca accompagnato con gran festa, per apportare colla sua presenza il sospirato consuolo a tutta la sua casa.

Singolare la circostanza della morte di Sinan avvenuta, come già detto nel giugno del 1544.
Le fonti dicono che in quell’anno Sinan dimorava a Suez e che il Barbarossa (altro celebre corsaro barbaresco e cognato di Sinan) fosse riuscito nell’opera di liberare il figlio di Sinan fatto schiavo dai cristiani quasi dieci anni prima. Sinan, quando si vide davanti il figlio sembra abbia provato una gioia tale da essere colto da un improvviso malore finendo per morire fra le braccia del figlio.

Lo scorso anno ad opera di Marcello Simoni, scrittore già vincitore del Premio Bancarella nel 2012 con “Il mercante di libri maledetti”, per i tipi della Newton Compton Editore viene pubblicato il romanzoL’isola dei monaci senza nome” che alla vicenda di Sinan e del figlio in qualche modo si ispira:

Il 12 luglio 1544 l’armata del corsaro ottomano Barbarossa mette sotto assedio le coste dell’isola d’Elba. Lo scopo è liberare il figlio ventenne del suo generale delle galee, Sinan il Giudeo, tenuto in ostaggio dal principe di Piombino. Ma il vero interesse del corsaro non è il ragazzo, ma il terribile segreto che egli custodisce. Il figlio di Sinan ha scoperto infatti di essere l’ultimo depositario di un mistero risalente ai tempi di Gesù e in grado di minare, se rivelato, le basi della fede cattolica. Ma il segreto del Rex Deus è stato occultato per oltre due secoli ed entrarne in possesso sarà tutt’altro che semplice. Il giovane dovrà seguire un’antica pista di indizi lasciata da un monaco templare, destreggiandosi tra rivalità di corsari, intrighi di corte e battaglie navali. E dovrà anche sventare il complotto della loggia dei Nascosti, intenzionata a impossessarsi dell’antico segreto.“.

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Quanti fossero interessati trovano qui il libro da comprare e un prequel ed un estratto da scaricare gratuitamente.

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