La realtà attuale non è fatta mai di solo bianco o solo nero

figurarsi il passato !

Interessantissima questa lettera dell’avvocato Antonio Coppola, legale della famiglia Mattarella, per le considerazioni che può indurre (in chi è sufficientemente libero ed onesto intellettualmente) a proposito delle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Di Carlo su Bernardo Mattarella, padre dell’attuale Presidente della Repubblica, Sergio.
La vicenda scaturisce dal fatto che nell’ambito di un processo per diffamazione il Di Carlo è stato chiamato a rafforzare le tesi sostenute dal querelato con ciò venendo elevato al ruolo di “storico” e “quasi” testimone del tempo, del suo e di quello di Bernardo Mattarella, peraltro non perfettamente coincidenti.

Egregio Direttore,
nell’interesse dei familiari dell’on. Bernardo Mattarella, deceduto nel 1971, rappresento quanto segue, in relazione all’articolo a firma Sandra Rizza, pubblicato il 31 marzo 2016.
Con sentenza del 21 giugno1967 il Tribunale di Roma, pronunciandosi su una querela per diffamazione presentata dall’on. Bernardo Mattarella, ha affermato che lo stesso “ha portato a conoscenza del Tribunale, obiettivamente documentandolo, l’atteggiamento di insuperabile contrarietà alla mafia, assunto e mantenuto nel corso di tutta la sua carriera politica“.
Nella stessa sentenza – confermata dalla Corte di Appello di Roma il 7 luglio 1972 e dalla Corte di Cassazione il 26 giugno 1973- si pone in evidenza “la diversità delle sedi, parlamentare, giornalistica, elettorale, in cui il Mattarella ha espresso sempre in modo inequivoco la sua condanna del fenomeno mafioso e la coerenza alla quale sin dall’inizio e poi per tutto l’arco della sua vita politica, ha saputo improntare tale atteggiamento” e si sottolinea che egli non è “mai entrato in contatto con l’ambiente mafioso da lui, invece, apertamente e decisamente osteggiato nel corso di tutta la sua carriera politica”.
L’avv. Repici, difensore del Caruso in questo giudizio, pur di ritardare la conclusione del giudizio, ricorre alle millanterie attribuite al Di Carlo, raccogliendo presunte dichiarazioni in maniera decisamente anomala ed irrituale, sulla base di un processo penale che non esiste, e nonostante il Giudice della causa attualmente in corso avesse già rigettato la richiesta di testimonianza dello stesso Di Carlo.
Abbiamo provveduto a verificare, agli atti non ancora pubblici del giudizio civile, ormai alle conclusioni, l’intera dichiarazione attribuita al Di Carlo e va detto che si tratta di una somma di palesi fandonie, facilmente confutabili, con significative differenze tra il verbale sintetico e il testo integrale delle dichiarazioni. E’, inoltre, davvero significativo che nelle sue affermazioni il Di Carlo citi sempre persone decedute (dato che chi è in vita potrebbe smentire).
Grottesca l’affermazione che un tempo “i migliori entravano in Cosa Nostra, in modo fisiologico, anche da persone per bene”. Questa inverosimile visione buonista della mafia è formulata per consentire di dire che Bernardo Mattarella “persona per bene” si sarebbe avvicinato alla mafia di Castellammare del Golfo in quanto vi svolgeva la professione di avvocato e le persone anche per bene di un certo peso sociale entravano inevitabilmente nell’ambito della mafia. Il Di Carlo ignora evidentemente che Bernardo Mattarella ha svolto la sua professione di avvocato, sin dall’inizio, a Palermo, dove trasferì anche la propria residenza non ancora trentenne.
Ma, va aggiunto, “nei primi anni sessanta” Bernardo Mattarella, nato nel 1905, non era un “giovane avvocato di Castellammare del Golfo”, avendo fatto parte dei primi due Governi del Comitato di Liberazione Nazionale nel 1944-45 ed essendo in Parlamento, sin dalla Consulta Nazionale del 1945 e dall’Assemblea Costituente, e successivamente facendo parte del Governo.
Aggiunge il Di Carlo che i mafiosi di Castellammare del Golfo avrebbero considerato “successivamente contrario a loro” Bernardo Mattarella (in realtà da sempre: già alle elezioni comunali di quella cittadina, nel 1946 e quindi nel 1958-59, quegli ambienti mafiosi avevano promosso liste civiche e alleanze con gli altri partiti contro la Democrazia Cristiana di Bernardo Mattarella). Questi, secondo la narrazione del Di Carlo –di provincia diversa da quella di Castellammare- si sarebbe allontanato da quegli ambienti a seguito del rapimento del proprio figlioccio Caruso (Antonio), figlio dell’industriale del marmo. Ebbene, il dott. Antonio Caruso, come accertato dalla sentenza del Tribunale di Palermo del 3 ottobre 2013 n. 4089/2013, e come testimoniato dallo stesso in quel giudizio, non era affatto figlioccio di Bernardo Mattarella ed il suo rapimento avvenne pochissimi giorni prima della morte di Bernardo Mattarella, che si trovava ricoverato in clinica, a Roma, per la seconda volta a causa della sua malattia.
Va sottolineato anche che il Di Carlo afferma di avere incontrato, nel ’63-’64, quando aveva poco più di venti anni, l’on. Bernardo Mattarella nell’abitazione di questi a Palermo in piazza “Isidoro” Siculo o in piazza Virgilio, recapiti dove questi non ha mai abitato. Peraltro, dal 1948, Bernardo Mattarella viveva a Roma.
Afferma il Di Carlo, in maniera confusa, approssimativa e contraddittoria, che la famiglia della moglie di Bernardo Mattarella, chiamandosi Buccellato – pur essendo molte le famiglie con questo cognome, con magistrati, insegnanti, professionisti, e così via – siccome esisteva in quella cittadina anche un mafioso con questo cognome, doveva necessariamente avere con costui un collegamento. In realtà il cognome Buccellato è tra i più diffusi dell’intera provincia di Trapani, con nuclei familiari senza alcun rapporto di parentela e che nulla hanno a che vedere fra di loro.
Come si vede il Di Carlo non sa nulla della vita di Bernardo Mattarella.
Afferma, inoltre, il Di Carlo di aver incontrato Piersanti Mattarella “da ragazzo” e che lo incontrava anche “all’epoca dell’Università, in occasione di feste di ambiente universitario”. Ebbene, Piersanti Mattarella dal 1948 viveva ed ha studiato (ginnasio, liceo e università) a Roma, dove si è laureato: è quindi impossibile che il Di Carlo peraltro di sei anni più giovane, possa averlo conosciuto allora.
Aggiunge il Di Carlo che incontrava Piersanti Mattarella ogni anno alla festa che la Principessa di Ganci organizzava nel castello di Solunto e cui avrebbero sempre partecipato prefetti e questori. Anche qui tocca il ridicolo: Piersanti Mattarella si è recato nel castello di S. Nicola l’Arena (e non di Solunto) una sola volta, con i suoi familiari, in occasione di un famoso concerto di Fred Bongusto, come molti altri spettatori paganti. Va aggiunto che la Principessa di Ganci era morta da molti anni!
Ma anche nell’altro articolo della stessa pagina del vostro giornale vi è un’ennesima prova dell’inattendibilità del Di Carlo: affermare, come questi fa, che a provocare involontariamente l’assassinio di Piersanti Mattarella sarebbe stata una presunta confidenza fatta dal Procuratore Pajno per notizie ricevute nella sua qualità di Procuratore della Repubblica di Palermo, si scontra con la realtà. Come è scritto nel vostro stesso articolo, il dott. Pajno ha ricoperto quel ruolo “dalla fine del ‘80 al ‘87” e Piersanti Mattarella, com’è ampiamente noto, è stato assassinato il 6 gennaio 1980, quando Procuratore della Repubblica di Palermo era Gaetano Costa, anch’egli successivamente assassinato.
Davvero singolare questo cosiddetto collaboratore di giustizia che, con tanta disinvoltura, maltratta persino il calendario su tanti punti di queste sue presunte dichiarazioni, fantasiose e – si ripete – incerte e contraddittorie.
Per tutte queste ragioni i familiari dell’On.le Bernardo Mattarella mi hanno conferito l’incarico di tutelare in sede giudiziaria la memoria del loro congiunto, nei confronti di tutti i soggetti coinvolti, in relazione all’articolo apparso questa mattina sul giornale da lei diretto.
Distinti saluti.

Antonio Coppola
Legale famiglia Mattarella

Il seguito con le precisazioni ed i link correlati sta su ANTIMAFIA Duemila

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