Non è la libertà che manca in Italia. Mancano gli uomini liberi. (2)

Queste alcune delle domande poste da Fancesco Piccinini direttore di Agoravox a Julian Assange di Wikileaks, e che, a chi sa leggere, forniscono la spiegazione del perchè non sia mai nata, e continua a non nascere, in Italia, una vera alternativa a Berlusconi .

Perché non hai mai dato i cables a giornali italiani?
“L’abbiamo fatto. Li abbiamo dati a un grande giornale, ma hanno deciso di non pubblicarli e di lavorarci su attraverso degli articoli”.

A quale giornale li hai dati?
“Erano due. I due più grandi (non ci rivela i nomi, ndr). In precedenza avevamo anche lavorato con uno dei due, ma alla fine non ne hanno fatto nulla. E’ successa la stessa cosa in Giappone, abbiamo dato i cables anche a un loro quotidiano nazionale, il più importante, pensa che hanno 2200 giornalisti, senza contare le altre figure, solo di reporter, praticamente lo stesso numero della Reuters. Hanno rifiutato anche loro e lavorano in una maniera molto metodica, potremmo dire “alla giapponese” (sorride, ndr).

Cosa ne pensi dell’Italia e dell’attuale situazione con Silvio Berlusconi?
“Non mi piace, ma agli italiani sì. Il problema di Berlusconi non è tanto il suo potere politico ed economico, ma come l’abbia usato per fare i propri interessi, corrompendo il sistema”.

Cos’altro emerge sul nostro paese?
“Tra i cables ce ne sono molti che parlano della corruzione in Italia, delle grandi compagnie. Ne sono in arrivo molti sul vostro Paese. Soprattutto sull’Eni che è il grimaldello che l’Italia usa per entrare in vari paesi del mondo. Come per esempio in Kyrgyzstan dove c’è un forte legame basato sulla corruzione tra l’Eni e i politici locali. L’Eni è la vera grande azienda corrotta italiana”.

Perché queste storie non escono sui nostri giornali?
“Il vero problema è che in Italia i grandi giornali non parlano delle storie di corruzione, soprattutto se riguardano le grandi compagnie. Nei cables sono uscite e usciranno molte cose che non useranno. Anche di interazioni delle grandi compagnie pubbliche, come l’Eni, con alcuni paesi stranieri. I giornali italiani si occupano di persone che sono già in carcere o sotto processo, ma non si occuperebbero mai di persone che non sono mai state indagate, anche se citate nei cables”.

Tutta la prima parte dell’intervista qui

La spiegazione della frase del titolo la trovate qui

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Julian Assange libero !

Lo ha deciso la corte di Westminster accogliendo la proposta dei difensori del fondatore di Wikileaks. Il procuratore si era opposto. L’aula era gremita e fuori dal tribunale stazionavano centinaia di giornalisti e fotografi di tutto il mondo in attesa del furgone della polizia con a bordo il fondatore di Wikileaks. Numerosi i sostenitori di Assange che isavano cartelloni con le scritte «Svezia, marionetta degli Usa» e «denunciare reati non è reato».

Assange un traditore, Assange una spia ?

ne l’uno ne l’altro. Ne scrive Paolo Attivissimo sul suo blog :

“La Electronic Frontier Foundation riassume gli attacchi contro Wikileaks e segnala un’analisi (PDF) autorevolissima degli aspetti legali della vicenda, redatta dall’ufficio legale del Congresso degli Stati Uniti (Congressional Research Service), che mette in guardia contro le richieste, fatte da vari politici, di incriminare o addirittura assassinare Julian Assange. Assange non è un traditore (non è cittadino USA) e non è una spia (non ha sottratto lui i documenti riservati).

Inoltre c’è il precedente pesantissimo dei Pentagon Papers: nel 1971 Daniel Ellsberg, un militare americano, rilasciò ai giornali (specificamente al New York Times) 7000 pagine di un resoconto ufficiale segreto del vero andamento (disastroso) della guerra in Vietnam, che portò l’opinione pubblica statunitense ad essere contraria al conflitto. L’allora presidente Nixon fece bloccare la pubblicazione, ma la Corte Suprema gli diede torto. L’amministrazione Nixon fece di tutto per screditare la fonte e inviò anche degli agenti CIA per aggredire o assassinare Ellsberg. Il militare si costituì. Vi ricorda qualcosa? Promemoria per chi sta preparando roghi mediatici: le accuse a Ellsberg furono annullate e Nixon si dimise in seguito allo scandalo Watergate.”

tutto il post qui

Il gioco di WikiLeaks: La prima cyber guerra mondiale è iniziata, arruolamento per gli hacker

Essendo Julian Assange detenuto in isolamento nella prigione di Wandsworth, la comunità degli attivisti hacker presidia i cyber campi di battaglia

E’ una delle più recenti reclute dell’operazione Payback. In una camera di Londra, l’hacker di 24 anni, sta preparando le sue armi per le battaglie di questa settimana nella guerra cibernetica in corso. Lui è un sedicente difensore della libertà di parola, la sua arma è un computer portatile e il suo nemico la società statunitense responsabile degli attacchi al sito di Wikileaks.

Egli ha visto i volantini spuntare sul web a metà settembre. In chat, nei forum di discussione e nelle caselle di posta da Manchester a New York a Sydney, il volto sorridente di una maschera di Guy Fawkes era apparso come una chiamata alle armi. In tutto il mondo un battaglione di hacker era stato arruolato.

“Salve, anonimi colleghi”, si legge sotto il titolo Payback Operation. Accanto vengono mostrati una serie di programmi software definiti “le nostre armi tra cui scelgliere” e un messaggio forte: la gente chiede di dimostrare il proprio “odio”.

Come per la maggior parte dei conflitti internazionali, la guerra su internet nelle scorse settimane è iniziata a bassa intensità, poco più di un battibecco, il picco è atteso in questi giorni in una lotta globale.

Prima di Wikileaks, obiettivo dell’operazione Payback è stata l’industria discografica americana, scelta per le sue azioni penali contro chi scarica file musicali. A partire da quelle umili origini, Payback anti-censura, anti-copyright, il manifesto per la libertà di parola sarebbe diventato virale, generando la settimana scorsa un esercito amorfo di hacker contro il governo degli Stati Uniti e alcune delle più grandi multinazionali mondiali.

Charles Dodd, un consulente di agenzie governative statunitensi per la sicurezza su Internet, ha dichiarato: “[L’hacker] attacca dall’ ombra e non ha alcun timore di ritorsioni non ci sono regole di ingaggio in questo nuovo tipo di guerra ..”

tutto l’articolo su The Guardian [in inglese]

Italia o dell’arretratezza autosufficiente

Sempre in attesa del rilascio di nuovi files da Wikileaks leggete Luca Sofri.
Qui la conclusione di un suo post che condivido.

Da tempo vado formulando un’ipotesi sull’autosufficienza dell’arretratezza italiana: un paese dove le avanguardie di modernità e innovazione invece di trascinare avanti le retroguardie ne vengono trattenute indietro. Un paese in cui la palude si autoalimenta e la mediocrità e l’anacronismo si nutrono di se stessi: si parla di Porta a porta, si va a Porta a porta, la gente guarda Porta a porta e quindi si riparla di Porta a porta. È un sistema chiuso e impermeabile all’intelligenza, alla qualità e al progresso. E non conosce momenti di scardinamento nemmeno quando è costretto ad accogliere elementi del mondo di fuori completamente sovversivi: perché invece li ingloba, li riconduce a se stesso e li fa divenire Porta a porta. E così è stato con la storia Wikileaks, i suoi contenuti e le sue forme: raccontati non per quello che sono ma per quello che è familiare: festini, provincialismo, informazione fatta male.

tutto il post su Wittgenstein.it

WikiLeaks aggiornamento (30/11/2010 – 12,05)

In attesa che siano rilasciati altri files da WikiLeaks (al momento in cui scrivo ne sono stati rilasciati solo 278 su 251.287), vi suggerisco di leggere:

quello che i giornali producono ogni mattina è il risultato di una gigantesca e continua mediazione fra migliaia di cablogrammi, il cui principale gestore è il sistema mediatico stesso che in questo modo sostenta se stesso. Come avviene spesso in questi casi i peggiori hanno molto da perdere, quelli che hanno per anni utilizzato le informazioni come merce di scambio proclamandosi contemporaneamente orgoglioso ingranaggio del sistema democratico

Wikileaks non è un sito pirata, solo l’egocentrismo sfatto di un certo giornalismo può anche solo immaginare una cosa del genere, ma non è nemmeno la soluzione dei nostri problemi informativi. Paradossalmente oggi Wikileaks crea più problemi di quanti non ne risolva, non foss’altro per la protervia con cui procede spedito verso la collisione con un universo organizzato e potentissimo che è quello dei fitti intrecci fra sistema mediatico e politico.

da “Perchè i giornalisti odiano WikiLeaks” di Massimo Mantellini

Il patto fra i partner e Wikileaks prevede di decidere insieme i tempi e i contenuti della pubblicazione, che andrà avanti per giorni. Sylvie Kauffmann, direttrice di «Le Monde», ha rassicurato i francesi sul fatto che le informazioni non sono state pagate e ha garantito che per settimane le redazioni coinvolte si sono consultate per trovare «un accordo sul modo in cui scegliamo di pubblicare le notizie: quando cancelliamo nomi o dati, è per ragioni di sicurezza e a questo criterio ci conformiamo tutti»

Il «Cable-gate» fa così venire al pettine molti nodi dell’informazione «versione 2.0». Wikileaks si è rivolta a istituzioni del giornalismo per ottenere visibilità e far sì che la mole di documenti potesse passare al vaglio di reporter esperti, capaci di dare un senso al loro contenuto. Ma le regole del gioco delle redazioni non sono quelle delle crociate digitali di Assange, ed entrambe le parti coinvolte sono ora sotto attacco.

da “Patti scomodi tra il sito e i media. Lo sgarro del NYTimes” di Marco Bardazzi per La Stampa.It