Trapani: Processo per l’omicidio di Mauro Rostagno (21)

Udienza del 7 dicembre 2011 del processo per l’uccisione del sociologo e giornalista Mauro Rostagno avvenuta nel piccolo borgo di Lenzi, in territorio di Valderice la sera del 26 settembre 1988 ed in corso di svolgimento davanti alla Corte d’Assise di Trapani.

Alla sbarra il boss mafioso Vincenzo Virga e Vito Mazzara, per l’accusa, rispettivamente, mandante e killer dell’omicidio che sarebbe stato deciso per punire Rostagno per la sua attività giornalistica condotta attraverso l’emittente Rtc ‘Radio Tele Cine’.

Durante l’udienza viene esaminato il teste: Vincenzo Sinacori (1955), di Mazara del Vallo testimone assistito (collaboratore di giustizia).

Il collaboratore Vincenzo Sinacori risponde al pm Ingroia.

Il Pm Ingroia chiede al teste Vincenzo Sinacori alcune notizie sulla sua figura.

Sinacori dichiara di essere pentito, e di essersi autoaccusato di tutti i reati mafiosi.
Nell’81 entrò dentro Cosa nostra, prima soldato e nel 91 è stato reggente della famiglia di Mazara.
Fu arrestato nel 1996 e divenne quasi subito collaboratore di giustizia.
Nella seconda metà degli anni 80′ Agate Mariano era il capo della cosca di Mazara, poichè era detenuto lo sostituiva Francesco Messina detto mastro Ciccio.
Capo del mandamento era lo stesso Agate Mariano.
Il mandamento era quello di Mazara, Marsala e Salemi.
La cupola provinciale era guidata da Francesco Messina Denaro.
A Trapani a comandare il mandamento furono Totò Minore, Cola Gucciardi e da ultimo dopo la metà degli anni 80 Vincenzo Virga.
Nell’88 era Virga il capo del mandamento di Trapani.

Conosceva Mauro Rostagno?
“So che era un giornalista”.
“Mentre ero a Castelvetrano con Mastro Ciccio, Messina Denaro Francesco disse in quell’occasione che aveva dato l’incarico ai trapanesi di farsi Rostagno”.
Il “farsi” significava “uccidere” ed i trapanesi significava Vincenzo Virga.

“Non ho mai saputo chi materialmente uccise Rostagno”.
“Io posso fare solo supposizioni su chi poteva essere il braccio armato di Vincenzo Virga”
“Uno di fiducia era Vito Mazzara, quello di maggiore fiducia, poi c’era Pietro Bonanno ed altre persone”.
Il pm legge quindi un verbale nel quale Sinacori a suo tempo fece anche altri nomi come Vito Mazzara, Nino Todaro, Vincenzo Mastrantonio, Salvatore Bica.
Sinacori risponde che comunque si trattava ieri come oggi di supposizioni che questi potevano essere il braccio armato.
“Se a Trapani succedevano omicidi, se non andavamo noi, erano quelli di Trapani a sparare”.

Chi è Vito Mazzara chiede il pm.
“L’ho conosciuto, mi ha aiutato tantissimo durante la latitanza, uomo d’onore e rappresentante di Valderice”
“So che è stato nella squadra nazionale di tiro al piattello o a volo”
“Penso che la sua abilità nelle armi è stata usata da Cosa Nostra”
“Se non ricordo male ha commesso l’omicidio Montalto, l’ho saputo da Virga che era stato Vito a sparare a Montalto, non so se era stato in compagnia di altri”.

“Vincenzo Mastrantonio era impiegato all’Enel e camminava con Virga”
“So che l’hanno trovato morto, ma non so il perchè”

Perchè fu ucciso Rostagno?
“Perchè era uno che tutti i giorni macinava a Rtc sempre contro Cosa nostra, sempre mafia, mafia, mafia, il motivo era questo,
E’ una sua deduzione o che altro ?
“Non c’era bisogno di commentare il delitto si sapeva che il motivo era questo, tutti ci lemanetavamo di Rostagno, tutta la provincia di Trapani si lamentava di Rostagno, era una insofferenza infinita quella nutrita, lui non parlava di mafia, sparlava di mafia, parlava male tutti i giorni della mafia”

Conosceva chi era il proprietario di RTC
Il proprietario di Rtc era Bulgarella, non lo conoscevo, ma sapevo che c’era un Bulgarella che aveva rapporti con Siino e Giovanni Brusca ma non so se era la stessa persona, l’ho sentito dire da Brusca di questo Bulgarella”.

Il pm Ingroia cede il mircrofono per le domande al pm Paci.

Chi era Mastro Ciccio
“Mastro Ciccio era il sottocapo della famiglia di Mazara, l’uomo di fiducia di Riina a Mazara ed aveva rapporti con Virga”.

Ha conosciuto Francesco Milazzo ?
Sinacori afferma di avere conosciuto il boss di Paceco Francesco Milazzo e di averlo visto a Mazara incontrarsi con Mastro Ciccio, Francesco Messina.

Tra il momento in cui sente parlare dell’ordine del delitto ed il momento della esecuzione quando tempo trascorse ?
“Non ricordo ma credo che sia passato un mese, un mese e mezzo”.

Ci furono commenti dopo il delitto?
“Non ricordo”
Viene letto un verbale di sue dichiarazioni rese durante l’istruttoria, in data 7 marzo 1997: “Poi non ho saputo nulla, c’è stato solo quel fatto del fucile che è scoppiato, ma può scoppiare per qualsiasi motivo”.
“Ricordo del particolare del fucile scoppiato, ma non ricordo se l’ho letto sul giornale o me lo disse qualcuno”.
Nel verbale c’è scritto che lui lo apprese dal giornale, ma nello stesso verbale lui dice di avere chiesto a Mastro Ciccio “se lui mi diceva chi era stato, mi disse che se lo erano fatti i trapanesi”.
Sinacori conferma le dichiarazioni.

Il pm Paci chiede ancora se in altre occasioni erano scoppiate armi.
“Non lo ricordo” risponde Sinacori che però in istruttoria ha parlato di un revolver che scoppiò, credo per il delitto di Natale L’Ala (tentato omicidio), era una partita di revolver che erano fasulli.
Il pm fa anche una contestazione a proposito di dichiarazio rese sempre da Sinacori in istruttoria a proposito di un traffico di armi passato per Trapani.
“Io ho saputo che hanno scaricato una volta marsalesi e alcamesi una partita di armi dove c’erano anche questi revolver che non funzionarono.
Sinacori conferma ancora e risponde dicendo di non sapere collocare nel tempo quando avvennero questi traffici di armi, ma “penso – dice – che siamo negli anni 80″.

Il pm Paci torna sul delitto Rostagno. Lo avete commentato?
“Nessuno si lamentò tutti si complimentarono”
Tutti chi erano chiede il pm?
“Non mi ricordo i nomi intendevo dire tutti perchè era risaputo che Rostagno per quello che diceva doveva fare questa fine”.
“Nessuno è venuto a dire come mai, e come non mai, e poi io sapevo che Messina Denaro Francesco davanti a me aveva dato incarico a mastro Ciccio”

E poi su Vito Mazzara a proposito dell’uso di armi.
“Era il numero uno” e aggiunge “per il fatto che faceva parte della nazionale di tiro al volo o tiro al piattello”.

Vito Mazzara anche per commettere gli omicidi era il numero uno?
“Penso di si, per lui è facilissimo colpire l’obiettivo e basta”.

Domande sul delitto Mastrantonio.

Escluso un legame di questo omicidio con il delitto Rostagno
Sinacori ricorda la stretta vicinanza di Mastrantonio con Virga, per lui sicuramente questo Mastrantonio sarebbe impazzito perchè rivelava ciò che non doveva rivelare, nel senso che Virga parlava con lui e lui raccontava queste cose per dire a Mariano Asaro, che non era uomo d’onore, e poi questi le riferiva a Francesco Pace, imprenditore di Paceco. Il Pace che conosceva a mastro Ciccio, riferiva a quest’ultimo, questi discorsi.
Ma: “Mastrantonio è stato dentro Cosa nostra pochissimo, da Natale Santo Stefano, non era un personaggio conosciuto”

A proposito del delitto Rostagno Sinacori rammenta di ricordare di avere appreso dal giornale che il luogo del delitto non era illuminato.
Sinacori a proposito dell’assenza della luce fece il collegamento tra la circostanza ed un possibile coinvolgimento di Mastrantonio, soprannominato Enzo Enel perchè lavorava all’Enel, fece questo collegamento ma come sua supposizione, non glielo riferì nessuno.

Termina il pm Paci, prosegue il pm Francesco Del Bene

Del Bene chiede dei rapporti tra lui e mastro Ciccio.
“Eravamo paesani, appartenevamo tutti e due alla stessa famiglia, ci vedevamo quasi tutti i giorni, era un rapporto tutto mafioso, di Cosa Nostra, le informazioni che ci passavamo come regola dovevano essere vere”.

Il pm chiede dell’incontro con mastro Ciccio dopo il delitto Rostagno.
“Mastro Ciccio mi disse che erano stati i trapanesi”. “Non so cosa intendeva mastro Ciccio per trapanesi, ma per me i trapanesi erano Vincenzo Virga che era il capo mandamento”.

Il pm chiede, l’omicidio in considerazione della qualità del soggetto, chi potesse ordinarlo.
“In quel periodo senza autorizzazione di Riina non si uccideva nessuno, poi si passava per il capo provincia o la provincia, ma sempre col consenso di Riina, capo provincia era Messina Denaro Francesco, il delitto poteva essere demandato ad altri o lo poteva eseguire lui con l’assenso della provincia, la regola di Cosa nostra era che l’omicidio doveva essere autorizzato, a Trapani competente per i delitti era Vincenzo Virga che doveva anche lui autorizzare il delitto se commesso nel suo territorio, nel 1988 Virga era capo del mandamento di Trapani”.

“Qualche trasmissione di Rostagno all’ora di pranzo l’ho vista,lui sparlava di Cosa nostra,io ricordo in generale non di attacchi a soggetti specifici”.

Vincenzo Virga, ricorda Sinacori, faceva il gielliere, aveva imprese edili ma aveva anche interessi nella gestione di rifiuti ospedalieri, le imnprese non erano intestate a lui ma ad altri.

Il pm Del Bene chiede del boss di Campobello Natale L’Ala.
Credo risponde Sinacori era uno messo fuori dalla famiglia di Campobello negli anni 50 o 60, fu ucciso perchè dava fastidio ai campobellesi, assolutamente nel 1988 non contava nulla, non ricordo quando fu ucciso.

Tornando a Rostagno Sinacori dice che in quel periodo (1988) Rostagno ogni giorno parlava male della mafia, dei processi contro i mafiosi, del processo per il delitto del sindaco di Castelvetrano, Lipari. Rostagno andava a questo processo dove era imputato Mariano Agate.
Rostagno, dice Sinacori, parlava del processo Lipari e di tutte le cose che riguardavano Cosa nostra, ma secondo lui con il processo Lipari il delitto Rostagno non c’entra niente.

Sui rapporti tra Bulgarella e Siino Angelo.
“Bulgarella che dico io era un costruttore era uno che lavorava aveva tanti lavori anche a Palermo, non so da cosa nascevano i rapporti tra Bulgarella, Siino e Brusca, ma penso che questi rapporti nascevano dagli appalti”.

Ancora Sinacori espone alla Corte le sue dichiarazioni come supposizioni, e di non avere avuto conoscenze dirette, ma alla luce di altre indagini e processi, come quelle sugli appalti pilotati, o ancora su Virga, queste supposizioni si presentano sempre come verità.

Il pm chiede se altri giornalisti davano fastidio.
“Sicuramente qualche altro c’era, na non ricordo dice Sinacori”.

Intervengono le parti civili.

L’Avvocato Carmelo Miceli chiede se ci sono state ragioni specifiche sul delitto Rostagno.
Sinacori risponde di no.
Il legale legge un verbale del 1997, nel quale Sinacori spiega che Rostagno fu ucciso a Trapani perchè a Trapani all’epoca le forze dell’ordine non avevano contezza dell’organizzazione mafiosa, l’esecuzione del delitto avvenne a Trapani proprio perchè non si conosceva l’essenza mafiosa locale. Sinacori torna a dire di non sapere dell’esistenza di motivi specifici, ma che Rostagno fu ucciso per i suoi interventi televisivi.

Sempre l’avvocato Miceli introduce altri possibili scenari come la gestione dell’appalto per il porto di Mazara ed entra nel processo il nome di Pino Lipari, noto geometra palermitano legato alle famiglie di Palermo per la gestione di appalti.
Il legale Miceli legge ancora il verbale del 1997 nel quale Sinacori parla di rifiuti tossici ospedalieri.

Mafia e massoneria. “Come regola non dovrebbero esserci rapporti”. A lui non risulta che Vincenzo Virga può avere avuto rapporti con massoni” rapporti vietati in Cosa Nostra, pena la morte.

Rispondendo ancora all’avv. Miceli, Sinacori esclude ogni rappoorto tra Cosa Nostra e la comunità Saman.

Altri avvocati di parte civile non hanno domande.

La parola all’avvocato Vito Galluffo, difensore di Vito Mazzara, la domanda è sulle regole dentro Cosa Nostra.
La risposta di Sinacori è che: “La regola era una sola, Riina Salvatore”….Nel senso che si faceva quello che Riina diceva…

L’avv. Galluffo chiede se Rostagno dava fastidio ad Agate.
“Rostagno dava fastidio anche ad Agate ma dava fastidio a tutti.

Ma Agate c’entra col delitto? “No”.

L’avv. Galluffo chiede se durante un delitto un teste vede i killer, quale è la regola ?
“A secondo di chi spara” risponde Sinacori.

L’avvocato Galluffo chiede se può accadere che i testimoni di un delitto di mafia rimangono vivi ?
La risposta è che si può succedere che rimangano vivi

Galluffo chiede se Sinacori sappia se Mastrantonio era anche un killer.
Sinacori rispone che non gli risulta.

Sempre l’avvocato Galluffo chiede se per uccidere il “povero Rostagno” a Trapani i boss potevano usare anche killer di altra zona ?
La risposta è affermativa.

L’avvocato Vezzadini, difensore di Vincenzo Virga, chiede da quanto tempo gli esponenti di Cosa Nostra si lamentavano di Rostagno.
“Non so a quanto tempo prima del delitto risalgono le lamentele, se ne parlava da sempre, non so dire nè se erano anni nè se erano mesi” risponde il Sinacori.
L’avvocato Vezzadini chiede ancora sul coinvolgimento di Riina nel delitto Rostagno.
Risponde il Sinacori: “Il coinvolgimento di Riina è una mia supposizione perchè non si faceva niente senza il consenso di Riina, non so se nel caso Francesco Messina Denaro ha chiesto a Riina, Vincenzo Virga essendo campo mandamento a Trapani, avrebbe avuto l’incarico di organizzare l’omicidio, poi chi l’ha commesso non lo so io”

L’ordine di uccidere Rostagno arrivò da Messina Denaro Francesco, ribadisce Sinacori rispondendo all’avv. Giuseppe Ingrassia difensore di Virga.

L’avvocato Ingrassia chiede se abbia conoscenze dirette sul coinvolgimento di Virga nel delitto.
Sinacori risponde di no e di non non sapere altro.

Il pm Paci finite le domande della difesa riprende la parola e chiede dei rapporti tra la commissione provinciale e Vincenzo Virga.
Sinacori risponde che nel 1996 era latitante a Trapani ed i rapporti erano buoni. Era a Trapani con l’avallo di Vincenzo Virga, ci saranno stati anche dei contrasti ma non ricorda i particolari.

Le domande della Corte.

Sinacori viene invitato a descrivere l’organizzazioine di Cosa Nostra negli anni 80.
Sinacori risponde che c’era un rappresentante provinciale ed i vari mandamenti. Castelvetrano faceva mandamento e provincia.
E sulll’incontro nel corso del quale fu comunicato il delitto ribadisce: “Una mattina con Mastro Ciccio siamo andati a Castelvetrano a parlare con Messina Denaro Francesco, tra una parola e l’altra (parlavamo di discorsi di Cosa nostra) Messina Denaro disse a mastro Ciccio che aveva dato l’incarico a Virga di farsi Rostagno”.
A proposito degli omicidi a cui ha partecipato, il Sinacori non ricorda il suo primo omicidio, ma il primo omicidio a cui ha partecipato è stato l’omicidio di Vito Lipari.
Ogni famiglia di Cosa nostra poteva contare su gruppi di fuoco e accadeva che tra mandamenti ci fossero scambi di favore. C’erano omicidi che paesani dell’uomo da uccidere non avrebbero potuto fare ed allora arrivavano altre persone.
Per l’omicidio dell’agente di custodia Giuseppe Montalto, Sinacori dice, fu Virga a dirgli che a sparare all’agente era stato Vito Mazzara.

La Corte termina le domande

Rispondendo ad una domanda dell’avv. Crescimanno, Sinacori ricorda di avere partecipato all’inizio degli anni 80 all’omicidio del sindaco di Castelvetrano Vito Lipari, con funzioni di autista e con lui c’erano Giovanni Leone e Andrea Gancitano.

La prossima udienza si terrà il 21 dicembre e verranno sentiti i pentiti Vincenzo Calcara e Rosario Spatola. Per gennaio 2012 le udienze si terranno l’11 gennaio e il 25 gennaio, succesiva 1 febbraio.

L’udienza si chiude qui.

Prossima udienza il 21 dicembre, saranno sentiti i collaboratori di giustizia, Vincenzo Calcara e Rosario Spatola.

La precedente udienza del 23/11/2011 la trovate qui

grazie a Radio Radicale

Trapani: Processo per l’omicidio di Mauro Rostagno (20)

Udienza del 23 novembre 2011 del processo per l’uccisione del sociologo e giornalista Mauro Rostagno avvenuta nel piccolo borgo di Lenzi, in territorio di Valderice la sera del 26 settembre 1988 ed in corso di svolgimento davanti alla Corte d’Assise di Trapani.

Alla sbarra il boss mafioso Vincenzo Virga e Vito Mazzara, per l’accusa, rispettivamente, mandante e killer dell’omicidio che sarebbe stato deciso per punire Rostagno per la sua attività giornalistica condotta attraverso l’emittente Rtc ‘Radio Tele Cine’.

Durante l’udienza viene esaminato il teste: Milazzo Francesco del 1948, di Paceco collaboratore di giustizia.

Il collaboratore Milazzo Francesco risponde al pm Gaetano Paci.

Il pm invita il collaboratore a ricostruire la propria storia.

Milazzo ricorda di essere diventato mafioso nel 1973. Appartenente alla famiglia di Paceco, ebbe il dito punciutu il rito si svolse in una proprietà di Mommo Marino uomo d’onore della famiglia di Paceco, vicino il cosidetto Ponte di Salemi, padrino fu Salvatore Giliberti anche lui della famiglia di Paceco.
Era presnete tutta la famiglia di Paceco, i Sugameli, i Marino, i Giliberti, prof. Maiorana, Vito Parisi, i due Coppola.

Fu affiliato quando aveva circa 25 anni e non era incensurato perchè aveva precedenti per furto di agnelli.

Il suo lavoro dapprima era di meccanico, poi coltivatore diretto.

Milazzo si è autoaccusato di alcuni omicidi, quello di Rindinella avvenuto a Guarrato, Di Maggio, Monteleone, dell’agente Montalto, e prima quello di Mancuso. Delitti commessi insieme ad altre persone. Milazzo fa i nomi come suoi complici di: Sugameli, Genova, Alcamo, Vincenzo Mastrantonio, Filippo Coppola, Vito Mazzara, Franco Orlando, Vito Parisi.
Normalmente in questi casi ha sparato ma in alcuni casi ha fatto da autista come nel caso del delitto dell’agente Montalto.
Uno che sparava sempre era Vito Mazzara, Franco Orlando, ex consigliere comunale Psi a Trapani, se c’era bisogno, dice il pentito, sparava anche lui.

Milazzo racconta che Vito Mazzara faceva parte della famiglia mafiosa di Valderice, dipendeva da Vincenzo Virga che era a capo del mandamento di Trapani e che però Milazzo chiama circondario in quanto comprendente Valderice, Erice, Paceco e Trapani .

A detta del Milazzo, Vincenzo Virga divenne capo mafia sul finire dell’85, prima di lui capo era Vito Sugameli della famiglia di Paceco, ma Sugameli sarebbe stato capo “pro forma” in quanto “tutto facevano i Minore” (Calogero, Totò, Giovanni).

Il capo mandamento veniva scelto dal capo della cupola provinciale. Questi sarebbero però discorsi “antichi” negli ultimi tempi le regole erano saltate dice il pentito Milazzo, e si è proseguiti senza regole, secondo Milazzo, dalla metà degli anni 80 (84-85) in poi.
Vincenzo Virga fu nominato dopo essere stata interpellata la famiglia di Paceco, Ciccio Messina “u muraturi” di Mazara, i Messina Denaro, e furono loro che decisero di fare Vincenzo Virga capo del circondario mafioso di Trapani.

Capo della cupola provinciale in quel periodo era Mariano Agate e quando lo arrestarono fu nominato capo della cupola provinciale Francesco Messina Denaro di Castelvetrano.

Virga faceva parte della famiglia di Erice, che un tempo era tutta una famiglia con Valderice.
Dopo la scomparsa di Totò Minore, Trapani doveva unirsi alla famiglia di Paceco, invece si unì a quella di Valderice, e Trapani ed Erice furono accorpate.
Capo della famiglia di Trapani era Vincenzo Virga che poi divenne capo del circondario trapanese.

Il Milazzo dice che con Virga non ha commesso delitti ma insieme fecero due appostamenti per altrettanti delitti eseguiti da altri, quello di Girolamo Marino a Paceco e quello di Pietro Ingoglia a Trapani.

Il primo delitto del quale parla Milazzo è quello Monteleone, un ladruncolo di mezzi agricoli ed industriali, che fu ucciso perchè rubava senza autorizzazione.

L’omicidio avvenne di notte, lui fece da autista, guidava una Fiat Uno bianca che era stata rubata, una macchina che fu portata da Vito Mazzara.
Il delitto avvenne tra Marausa e Salinagrande, lì c’era l’abitazione di Monteleone.
Vito Mazzara e Orlando l’hanno aspettato e quando il Monteleone è arrivato verso mezzanotte gli hanno sparato, il Milazzo sentì i botti e li prelevò.
Nella circostanza fu utilizzato un fucile automatico calibro 12 e Orlando aveva un revolver calibro 38, il fucile lo aveva Vito Mazzara.

Per il delitto Montalto furono usate le stesse armi. Fu usata anche la stessa auto.
Dopo l’omicidio Montalto l’auto fu bruciata vicino il ponte dell’autostrada in località Fontanasalsa.
A uccidere l’agente Montalto a Locogrande o Salinagrande, fu solo Vito Mazzara, Franco Orlando doveva sparare se necessario.
Se Vito Mazzara sparava era difficile che la vittima potesse scamparla. Vito Mazzara di solito oltre al fucile portava anche una calibro 38.
Erano tutte armi che lui teneva dentro un sacco.
Vito Mazzara era un professionista, era molto in gamba nello sparare e faceva anche gare di tiro al piattello.
Mazzara con le armi era capace di fare qualsiasi cosa. Poteva sia sparare che modificare le armi.

Mentre facevano gli appostamenti per Monteleone e Montalto, il Milazzo chiese a Vito Mazzara se quei bossoli che restavano a terra non potevano essere una prova contro di lui. Vito Mazzara gli disse che cambiava di volta in volta un pezzo del fucile in modo tale che l’arma risultasse non riconoscibile.
Per il teste i bossoli li caricava lo stesso Vito Mazzara, ma non lo ha visto mai fare tale operazione.

Le armi si caricavano quando cambiavano la macchina pulita con quella sporca e queste operazioni si facevano all’aperto.

Vincenzo Mastrantonio era uomo d’onore della famiglia di Trapani, stava sempre vicino a Virga e questi aveva totale fiducia in lui.

Mastrantonio aveva partecipato al delitto Di Maggio, (dopo il 1985), commesso nelle campagne sotto Borgo Fazio. Anche questo era un ladruncolo di mezzi meccanici di Paceco. E Virga aveva stabilito che per questo doveva essere ucciso. Spararono tutti i componenti del gruppo di fuoco, composto da 4 persone, compreso il Milazzo ed il Mastrantonio.

Con Vincenzo Mastrantonio, insieme avrebbero dovuto uccidere per ordine di Virga il giudice Giacomelli, fecero i sopralluoghi, gli appostamenti, però Virga voleva che il delitto fosse commesso a Paceco, Milazzo invece gli disse che si poteva fare vicino casa del giudice, nella zona di Erice. Virga non lo interpellò più.
Il delitto Giacomelli fu fatto a Locogrande, più vicino a Paceco come voleva Virga, ma al Milazzo non dissero più nulla.

Vincenzo Mastrantonio aveva con lui ottimi rapporti, lui però non era in condizione di tenere un segreto, era un pericolo.
Mastrantonio lavorava all’Enel come operaio e faceva servizio a Trapani.

Alla famiglia di Valderice appartenevano Vito Mazzara, Nino Todaro, Salvatore Barone e Mario Mazzara, zio del Vito Mazzara.

Il Milazzo nel 1983 era detenuto a Trapani a San Giuliano, poi in seguito anni dopo vi fu di nuovo detenuto una seconda volta assieme a Mariano Agate.
Milazzo ricorda che i telegiornali di Rostagno li vedevano sempre e che c’era un forte malumore nei suoi confronti.

Milazzo dice che gli appartenenti alla famiglia di Mazara li conosceva quasi tutti, Vincenzo Sinacori, Giovanni Leone, l’architetto Bruno Calcedonio, Salvatore Tumbarello, che incontrava spesso essendo più in contatto con i mazaresi che con i trapanesi.

Con i mazaresi non parlò mai di Rostagno, ma non mancavano le battute quando lo vedevano in televisione, lo chiamavo cornuto, perchè lui “istigava”.

Adesso le domande sono poste dal pm Francesco Del Bene.

Del Bene chiede dei commenti contro Rostagno.
Il teste risponde che Rostagno era un farabutto e un cornuto perchè diceva cose brutte contro Cosa Nostra, attaccava tutti quelli che avevano i processi, e li attaccava giornalmente.

Con Mariano Agate gli bastava guardarlo in faccia per capire, Milazzo lo guardava e capivo dalla sua espressione che per Rostagno si avvicinava l’ora della fine. Così come quando essendo in carcere capì che fuori stavano per uccidere Totò Minore.

A proposito del delitto Rostagno Milazzo riferisce che gli chiesero di fare un sopralluogo presso la sede della tv dove lavorava Rostagno, a Rtc a Nubia.
Il sopralluogo glielo fece fare Ciccio Messina di Mazara, dopo qualche giorno lo incontrò e gli disse che tutto era a posto e che lui non doveva più interessarsi della cosa.
Milazzo dice che qualche volta aveva incrociato Rostagno per strada, sempre di giorno, anche molto prima di quel sopralluogo.

Quando gli dissero di fare il sopralluogo capi che per Rostagno era arrivata la fine, che era arrivato il tempo di “scipparici la testa”.

Per MIlazzo Rostagno non è stato ucciso perchè “attaccava tutti noi”, Rostagno sarebbe stato ucciso perchè avrebbe “toccato qualche nominativo che non doveva toccare”, qualche nominativo che apparteneva a Cosa nostra.
A Trapani, Paceco, Erice, quel delitto non interessava, chi era interessato al delitto di Rostagno era fuori dalla provincia di Trapani.

Era un delitto di Cosa nostra certamente ma l’interesse ad ucciderlo non era trapanese.

La mattina dopo il delitto incontrò Mastrantonio il quale gli disse “hai visto cosa c’è successo ai picciotti”. Milazzo del delitto aveva già appreso dal telegiornale.

Secondo Milazzo i “picciotti” erano Vito Mazara, Salvatore Barone e Nino Todaro, tre uomini d’onore di Valderice, così come riferitogli dal Mastrantonio.

Mastrantonio mi disse: “hai visto cosa è successo ai picciotti che gli è scoppiato il fucile in mano ?”.

L’ordine di uccidere Rostagno doveva essere venuto da Francesco Messina Denaro, che era il capo della cupola, appoggiatosi al capo mandamento Vincenzo Virga.

Milazzo riferisce che gli incontri a Mazara avvenivano nei locali della calcestruzzi dei fratelli Agate, Mariano e Giovan Battista.

Mastrantonio aveva un dfetto enorme che parlava troppo e spesso “metteva tragedie” e quindi ed era meglio non ascoltarlo per non essere coinvolti.

Milazzo è stato condannato per i delitti che ha commesso alla pena complessiva di diciassette anni.
Arrestato nel 1997 ha deciso subito di collaborare: “Per lasciare liberi i miei familiari, per lasciarli tranquilli, liberi dal fango cui appartenevo io”.
Milazzo però ricorda che i suoi familiari lo hanno isolato subito, non hanno voluto sapere nulla nè di lui nè di sua moglie.

Torna a fare le domande il pm Paci.

Mastrantonio cosa voleva dire quando le disse hai visto cosa è successo ai picciotti.
Lui, risponde, mi voleva dire del delitto Rostagno e che era scoppiato il fucile. Paci chiede se era la prima volta che l’arma avesse subito un malfunzionamento. Milazzo dice che tanti anni fa un altro fucile era scoppiato perchè le cartucce erano state troppo caricate, ma non ricorda, quando è successo e come l’ha appreso, ma è successo.

Vincenzo Virga aveva deciso l’omicidio Montalto perchè l’agente era rigoroso nel suo lavoro.

Nel periodo in cui erano asieme nel carcere quando Mariano Agate era nervoso e ci si sedeva a tavola mangiava continuamente, mi bastava vedere questo per capire che era nervoso, ed era nervoso quando vedeva le trasmissioni di Rostagno.
Mangiavano tutti assieme, in quel periodo comandavano loro dentro il carcere, Milazzo ricorda che a partecipare ai pranzi erano Peppe Ferro, Vito Parisi, Salvatore Alcamo. E a pranzo o a cena vedevano i telegiornali di Rostagno.

Rispondendo all’avv. Miceli, Milazzo ricorda tra gli altri di avere eseguito un sopralluogo per un delitto che si doveva commettere a Milano, contro un tale Truglio.

Milazzo ricorda che Vincenzo Mastrantonio fu ucciso perchè era un fiume in piena, un pericolo per cosa nostra, ma tale uccisione non ha a che fare con il delitto Rostagno.

Intervengono le difese.

Avv Vito Galluffo, difensore di Vito Mazzara.

Milazzo è attualmente detenuto.
Milazzo rammenta che la famiglia di Paceco era potente, lui era soldato, ma non erano i gradi a comandare. E a proposito dei delitti in genere che la mafia faceva tutto, e che non si faceva niente se la mafia non lo voleva.
Milazzo aggiunge che le istituzioni li informavano su cosa accadeva.

L’avv. Vito Galluffo chiede spiegazione sulla sua affermazione che Mastrantonio era un fiume in piena.
Sul delitto Rostagno Milazzo dice che non gli diede la possibilità di aggiungere altro quando Mastrantonio gli disse se sapeva cosa era successo ai picciotti. Galluffo chiede ancora sui rapporti con la famiglia mafiosa di Mazara. Milazzo conferma che lui e Vito Parisi erano stretti con mastro Ciccio Messina.
Erano vicini ai mazaresi perchè a Trapani c’era disordine.

La mafia trapanese aveva a disposizione diversi sicari oltre a Mazzara, Barone e Todaro e altri due di Trapani.

Galluffo chiede ancora se Mariano Agate aveva interessi sul delitto Rostagno, Milazzo risponde dicendo di non sapere se aveva interessi, ma ha ricordato l’espressione contrariata di Agate quando si parlava di Rostagno.

Vito Mazzara sovraccaricava le cartucce che faceva da se per sicurezza e potenza

E’ il turno adesso dell’avvocato Salvatore Galluffo, altro difensore di Mazzara.

L’avvovato Salvatore Galluffo chiede se c’erano medici a disposizione della mafia, la risposta è che ognuno aveva il suo medico di fiducia.
A proposito di Puccio Bulgarella Milazzo dice che come imprenditore forse era stato avvicinato ma poi per un periodo fu allontanato, ma dice di non sapere perchè. Milazzo dice di non sapere che fosse lui l’editore di Rtc. Molto avvicinabile secondo Milazzo era invece il padre di Puccio Bulgarella.

Non conosce Cardella ne la comunità Saman.

E’ il turno dell’avvocato Vezzadini che chiede delucidazioni sul ruolo attribuito da lui a Virga di capo del mandamento o del circondario come lui chiama il mandamento. Vezzadini ricorda che Milazzo aveva detto che il pacecoto Vito Sugameli era un pro forma e Milazzo conferma che era nelle mani dei Minore.

Milazzo su sollecitazione dell’avvocato Vezzadini ricorda il delitto di Antonino Barbera, un pacecoto il quale aveva bruciato anche la macchina al comandante della stazione dei carabinieri di Paceco e che è stato ucciso perchè la mafia si preoccupava di tenere l’ordine a Paceco.

L’omicidio di Barbera fu deciso dallo stesso Milazzo, Virga ed Alcamo. “Virga era il mandante ma noi eravamo contenti di farlo”, Barbera disturbava a tutti, era un pericolo.

Milazzo a proposito dei contrasti con Virga dice che entrambi all’inizio erano senza soldi, poi un giorno Mastrantonoio gli disse che lui e Virga si erano divisi 10 milioni. Non c’era ordine e per questo si rivolgeva a Mazara. Questo Virga non lo sopportava. Secondo Milazzo Virga si arricchiva e non faceva funzionare la mafia come riteneva dovesse funzionare.

Non ha conosciuto Brusca Giovanni, Sinacori Vincenzo si.

Il presidente della Corte giudice Pellino chiede a Milazzo cosa intende per “tragedie” a proposito di Mastrantonio, il teste risponde che Mastrantonio spesso metteva in cattiva luce le persone.

Milazzo ha detto di avere conosciuto Vincenzo Virga dentro il circolo del Pri che c’era alla periferia di Trapani, al cosidetto “passo dei ladri”, lì aveva anche conosciuto l’imprenditore Francesco Genna.

Milazzo a proposito di Franco Orlando, ex consigliere comunale Psi a Trapani che secondo lui avrebbe partecipato ad alcuni delitti, riferisce che a detta di Virga questi era un uomo d’onore riservato.

Milazzo riferisce dell’esistenza all’epoca di una lista di persone da uccidere, tra gli altri si doveva uccidere il capo della Mobile dottor Linares, ma Virga disse che non era il momento.

L’avv. Lanfranca chiede che Milazzo ricostruisca l’omicidio dell’agente Montalto.
Milazzo ricorda che fu ucciso in auto mentre era con la moglie e la figlia, a sparare fu Vito Mazzara e oltre a Montalto nessuno fu ferito.

L’avvocato Salvatore Galluffo cita una serie di nomi di soggetti accusati da Vincenzo Milazzo di essere autori di omicidi o di avere partecipato alle fasi di preparazione di omicidi per dire che gli stessi sono stati assolti.

L’udienza si chiude qui.

Prossima udienza il 7 dicembre, sarà sentito il collaboratore di giustizia, Vincenzo Sinacori, ex esponente della famiglia mafiosa di Mazara del Vallo.

La precedente udienza del 09/11/2011 la trovate qui

grazie a Radio Radicale

Trapani: Processo per l’omicidio di Mauro Rostagno (19)

Udienza del 9 novembre 2011 del processo per l’uccisione del sociologo e giornalista Mauro Rostagno avvenuta nel piccolo borgo di Lenzi, in territorio di Valderice la sera del 26 settembre 1988 ed in corso di svolgimento davanti alla Corte d’Assise di Trapani.

Alla sbarra il boss mafioso Vincenzo Virga e Vito Mazzara, per l’accusa, rispettivamente, mandante e killer dell’omicidio che sarebbe stato deciso per punire Rostagno per la sua attività giornalistica condotta attraverso l’emittente Rtc ‘Radio Tele Cine’.

Durante l’udienza viene esaminato il teste: colonnello dei carabinieri Giovanni Lombardi.

Il colonnello Giovanni Lombardi redasse una perzizia balistica, dopo l’omicidio di Mauro Rostagno e risponde al pm Francesco del Bene.

Il teste riferisce che nel 1989 furono effettuate ricerche sui residui di un’asta di legno di un fucile semiautomatico, volte alla individuazione di impronte digitali, furono analizzati i reperti costituiti da: un’asta lignea lesionata e frammenti di legno, una metà di un anello bronzina deformato, (da una parte integro e dall’altro frastagliato), due borre in plastica deformate riconducibili a cartucce di fucile del calibro 12, dei frammenti di materiale plastico di colore arancione, riconducibili alla fanaleria di segnalamento di una autovettura, tre bossoli di cartucce calibro 12 con i segni del medesimo percussore, ed i segni dell’estratore che hanno permesso di stabilire essere stati usati da un’arma semiautomatica, due cartucce da caccia calibro 12 sconfezionate marca Superfiocchi allestite per la RC (Romagna Caccia) ed un’altra cartuccia sconfezionata simile alle precedenti.

Con le tecniche di allora non furono rinvenute impronte digitali salvo qualche rara traccia assolutamente non in grado di permettere identificazione.

L’esame dell’asta e dei frammenti lignei ha permesso la loro identicazione come parte di un fucile Breda semiautomatico.

Relativamente alle cause della frammentazione si è stati del parere che la frammentazione sia dovuta ad uno stress di carattere meccanico conseguente all’esplosione, una eccessiva energia nella fase di rinculo, non assorbita dal sistema a molla che ha questa funzione.

La frammentazione lignea ritiene il perito non abbia provocato una lesione allo sparatore.

A proposito dei tre bossoli calibro 12 ritiene il perito che siano stati sparati tutti dalla medesima arma.

A domanda del Pm, il teste risponde che il fucile Breda dovrebbe potere contenere 3+1 (in canna) cartucce, ma con un dispositivo aggiuntivo è possibile che il fucile contenga 6-7 cartucce.

E’ il turno dell’avvocato di parte civile Esposito che chiede delucidazioni sul rinculo, sull’impennamento e sulle fasi tecniche dello sparo.

Chiede quindi a proposito dell’apertura delle cartucce, il teste afferma di non avere aperto cartucce.

La parola all’avvocato Lanfranca a proposito dei frammenti di plastica di cui il teste riferisce non essere stati oggetto di particolari accertamenti.

E’ il turno dell’avvocato Miceli il quale interroga il teste a proposito del peso dei pallettoni delle cartucce.
Le cartucce contenevano rispettivamente 31/32/33 pallettoni. I pallettoni furono pesati e contati per ogni cartuccia.
Un’eccessivo peso della cartuccia potrebbe avere inciso sulla frammentazione e rottura dell’asta lignea.

L’Avvocato Vito Galluffo difensore di Vito Mazzara chiede di sapere le cause della rottura dell’asta in legno e dell’anello.
La causa probabilmente è da attribuire al cedimento dell’anello e tale cedimento ha determinato il cedimento anche dell’asta.
Le schegge non è escludibile che possano avere determinato lesioni, ma al microscopio non sono state riscontrate tracce di sostanza ematica.
L’avvocato chiede se le tre cartucce sono state sottoposte a ricarica oppure no. Il teste risponde che la chiusura stellare fa ritenere essere le cartucce di produzione industriale e non ricaricate.

Avvocato Salvatore Galluffo difensore di Vito Mazzara ancora sulle cartucce e sulla chiusura stellare.
Il colonnello Lombardo ribadisce che le cartucce in sede di perizia non sono state tagliate. A proposito della lunghezza delle cartucce, rinvia ai riferimenti metrici presenti nelle foto.

Avvocato Ingrassia difensore di Virga ancora a proposito delle cause della frammentazione dell’asta di legno.

L’Avvocato Vezzadini difensore di Vincenzo Virga chiede sulla base di quali elementi si è pervenuti allla conclusione che gli elementi repertati fossero riconducinili ad un semiautomatico della Breda.
I bossoli sono stati esplosi da un’unica arma semiautomatica, i reperti lignei provengono da un fucile Breda. Non si è approfondito invece sull’attribuibilità ad un preciso modello della Breda.

Il pm Francesco Del Bene chiede di sapere il fucile semiautomatico calibro 12 Breda quanti colpi ha esploso.
Il teste risponde che non lo possiamo saper perchè il fucile non è stato mai ritrovato.
Di certo sappiamo che i bossoli sono stati esplosi da un’unica arma semiautomatica, che i reperti lignei provengono da un fucile Breda e abbiamo poi tre cartucce inesplose.

Conclude l’esame del teste il presidente Angelo Pellino il quale chiede dettagli a proposito delle tre cartucce ineplose.
Il teste fa rilevare che le tre cartucce repertate gli sono pervenute disassemblate, aperte ed il piombo e la carica di lancio erano state tirate fuori, le parti erano integre, non tagliate.
Si è proceduto al rilevamento di impronte di caricamento, ma non sono state rilevate impronte di caricamento.

L’udienza si chiude qui.

Annullata la udienza del 16 novembre per sciopero degli avvocati, prossima udienza il 23 novembre e il 30 novembre.
Il 23 novembre sarà sentito il primo dei collaboratori di giustizia, Milazzo Francesco.

La precedente udienza del 19/10/2011 la trovate qui

grazie a Radio Radicale

Processo per l’omicidio di Mauro Rostagno (18)

Udienza del 19 ottobre 2011 del processo per l’uccisione del sociologo e giornalista Mauro Rostagno avvenuta nel piccolo borgo di Lenzi, in territorio di Valderice la sera del 26 settembre 1988 ed in corso di svolgimento davanti alla Corte d’Assise di Trapani.

Alla sbarra il boss mafioso Vincenzo Virga e Vito Mazzara, per l’accusa, rispettivamente, mandante e killer dell’omicidio che sarebbe stato deciso per punire Rostagno per la sua attività giornalistica condotta attraverso l’emittente Rtc ‘Radio Tele Cine’.

Durante l’udienza vengono esaminati i periti: professor Livio Milone e l’ispettore Emanuele Garofalo consulenti tecnici dell’accusa.

Il professore Livio Milone è specialista in medicina legale ed è stato incaricato di accertare ove possibile la dinamica dell’omicidio, risponde al pm Gaetano Paci.

Sono stati esaminati i reperti e le relazioni di perizia autoptica a suo tempo effettuata, le perizie succedutesi (Lombardi e ispettore Manetto) e i verbali delle testimonianze della Serra Monica e della Fonte Silvana. Da una di queste relazioni dei carabinieri risulta il ritrovamento di una borra (lo stoppaccio di materiale feltroso che nelle cartucce si frappone fra la carica esplosiva e la pallottola) di fucile calibro 12 nella Fiat Uno data a fuoco e che sarebbe stata usata dai killer di Rostagno, tuttavia questa borra non e’ potuta essere oggetto di esame perché non più nel possesso della procura di Palermo e non ne è stata possibile la comparazione con quella rinvenuta sul luogo del delitto.

Videoriprese utilizzate sono state la ricostruzione grafica al computer, dalla perizia dell’ispettore Manetto, ed un video che sarebbe stato ripreso la sera stessa dell’omicidio, apocrifo, ma che collima con le foto fornite dai carabinieri.

L’autopsia accertò all’epoca che Mauro Rostagno fu raggiunto da due colpi di arma da fuoco corta alla testa appena sopra (10 cm e 5 cm) il padiglione auricolare sinistro. Uno dei proiettili fu rinvenuto all’interno del cranio, un altro fuoriuscì all’altezza del labbro, proiettili calibro 38 con direzione da sinistra verso destra ed inclinazione dall’alto verso il basso e leggermente dall’indietro in avanti.
Alla regione posteriore del collo sono stati rinvenuti poi i segni di una rosata.
Vengono quindi proiettate alcune foto relative all’originario sopralluogo sul luogo del delitto.
Al momento del rinvenimento la vettura viene ritrovata al termine di un quadrivio (a destra verso la comunità Saman, a centro un baglio, a sinistra una strada che si perde verso la campagna), l’autovettura ferma prospicente un muro in cui è un cartello indicante Saman (integro) ha le ruote allineate in asse rispetto alla vettura, ha la prima inserita luci di posizione accese chiavetta inserita in posizione di marcia e motore spento, non ci sono foto del Rostagno al posto di guida, in cui viene raggiunto dai colpi, in quanto il corpo viene da parte dei carabinieri intervenuti subito avviato all’ospedale dove arriva cadavere.
Intorno all’autovettura, frammenti lignei, cartucce integre calibro 12, bossoli esplosi rinvenuti in posizione posteriore all’autovettura.
L’autovettura presenta il vetro ed il deflettore del sedile posteriore lato guida infranto ed alzato per 2/3.
All’interno dell’autovettura si rinvengono due borre di fucile calibro 12, l’una sul cruscotto e l’altra per terra.
Il secondo proiettile calibro 38 sparato alla testa contro Rostagno e fuoriuscito non risulta repertato nell’originaria relazione balistica e scientifica cioè non si e’ trovato. E’ presumibile che il proiettile sia rimasto dentro la carrozzeria della Duna.

Secondo le risultanze dell’autopsia Rostagno sarebbe stato raggiunto da due colpi di arma da fuoco, pistola calibro 38 e da quattro colpi di fucile calibro 12 per come si ricava dalle rosate riscontrate sul corpo con direzione dall’indietro in avanti, provenienti quindi dal lunotto posteriore dell’autovettura che si è riscontrato infranto.

Rostagno per prima viene colpito dai colpi di fucile esplosi alle spalle in quanto il Rostagno doveva trovarsi al momento del raggiungimento dei colpi assiso al sedile di guida.
Secondo le sue valutazioni il professore Milone ritiene che i colpi di fucile siano stati due o tre e non quattro per come originariamente rilevate e ciò in virtù del tipo di pallini usati per il caricamento dei colpi di calibro 12.
I primi colpi sono quelli esplosi da dietro col fucile, l’auto era verosimilmente ferma in questo momento, Rostagno forse si e’ fermato e in questo istante vengono esplosi i colpi da dietro un altro soggetto spara su Rostagno dal lato con una calibro 38, attraverso la fessura del vetro lato guida, tuttavia il professore Milone non esclude che a sparare possa essere stata una sola persona, prima usando il fucile e poi la pistola, l’uso di fucili calibro 12 e di pistola calibro 38 e’ circostanza storica nei delitti di mafia, il fucile per arrestare, la pistola per dare il colpo di grazia.

Interviene adesso l’ispettore Galofaro del gabinetto di polizia scientifica a proposito dei reperti
Galofaro spiega il lavoro di comparazione svolto tra i reperti dell’omicidio Rostagno ed i reperti di alcuni delitti di mafia compiuti nel trapanese come quello dell agente di custodia Giuseppe Montalto, Pizzardi Gaetano, Sciacca Rosario, Piazza Giuseppe ed altri.
Impronte a freddo significa che sono state provocate non in sede di esplosione dei relativi colpi ma in tempo anteriore all’utilizzo.
Per fare questo esame viene usato un microscopio comparatore.
Le impronte a freddo (microstrie) sui bossoli esplosi (tre cartucce calibro 12) e le due inesplose del caso Rostagno sono state “camerate” da una medesima arma, un fucile Breda modello Antares semiautomatico calibro 12.
Secondo l’ispettore Galofaro le impronte a freddo coincidono per i delitti Rostagno, Pizzardi Gaetano e Sciacca Rosario e Piazza Giuseppe.
La comparazione delle impronte a caldo invece non ha dato esito positivo.

Nel caso Rostagno la perizia Manetto e l’attuale perizia non coincidono. Per Manetto sarebbero stati utilizzati tre fucili calibro 12 dei quali uno sarebbe una doppietta senza espulsione dei bossoli e due semiautomatici dei quali uno sarebbe esploso.

Il Milone propende per la tesi che prima siano stati sparati i colpi di fucile e dopo i colpi di pistola, alla luce anche della testimonianza della Serra, la quale ha riferito di essere stata avvertita del pericolo dal Rostagno.

Il pm Del Bene chiede se e’ possibile che a fronte di una concentrazione di fuoco così ampia la Monica Serra che accompagnava in auto Rostagno sia rimasta incolume, e’ possibile risponde Milone, sottolinea pero che mancano riscontri sullo stato della Serra dopo il delitto, se fosse per esempio sporca di sangue o meno.

Pomeriggio

Garofalo, su richiesta del pm Ingroia, spiega che una cartuccia, è l’intero inesploso, il bossolo è invece ciò che rimane dopo lo sparo.
Quale e’ l utilita’ del cameramento a freddo di una cartuccia ?
Non c e’ una ragione tecnica risponde il perito Garofalo, aggiunge Milone può essere fatto per provare l’arma, senza fare fuoco, oppure procedere a periodici caricamenti e scaricamenti del fucile per testare l’elastica’ della molla interna del serbatoio.
Tali necessita’ sono legate alla circostanza di avere certezza della funzionalità nel momento del suo uso.

La parola alle parti civili.

Avvocato Miceli chiede di una ferita alla mano sinistra di Rostagno, risponde Milone che probabilmente si è trattato di due pallettoni situazione compatibile con la circostanza che i colpi di fucile sono stati esplosi da dietro.

Dalla domanda ancora dell’avvoccato Miceli emerge la circostanza che il pallettone usato nel delitto Rostagno e’ di peso superiore a quello originario dichiarato dalla casa di produzione, quindi si presume che si tratti di armamento “ritoccato”.
Nella prima perizia del colonnello dei carabinieri Lombardi e’ segnato che si tratta di armamenti di produzione artigianale, noi dice Milone non abbiamo rilevato segni di tale artigianalità e la differenza nel numero dei pallini non è segno distintivo essendo in sede industriale verificato il peso, che deve stare dentro un certo range.

L’avvocato Crescimanno a proposito della composizione di una cartuccia.
La base e’ quella più resistente in una cartuccia da caccia lo rivesto con fondelo in ottone alto a secondo del tipo di energia che verra sviluppata, il tubo può essere cartone o plastica, al interno c’e’ polvere da sparo, pistone costituito da borra in materiale tradizionale o anche plastica e la carica di piombo, la borra al momento della deflagrazione serve a dare spinta alla carica esplosiva, al caricamento in piombo. Al momento dello sparo esce borra e piombo.
La domanda e’ indirizzata a comprendere il rinvenimento in distinti punti dell auto dove era Rostagno delle due borre.
Il reperimento della borra una sul cruscotto e l’altra sotto la pedaliera sono del tutto casuali.

Alla domanda dell’ avvocato Crescimanno il prof Milone torna a dire che mancano elementi per stabilire la distanza alla quale si e’ sparato contro Rostagno.

Avvocato Lanfranca sulla inequivocabilità delle impronte a freddo e sulla loro affidabilità.
Inequivoco nel determinare il passaggio di una cartuccia o bossolo da una certa arma, ma non è detto che siano stati utilizzati per l’omicidio Rostagno.

Avvocato Greco sul fucile (tipo di caccia, tiro utile) ecc.

Avvocato Crescimanno sul proiettile di 38 di cui si esclude che abbia attraversato una superfice di vetro.

E’ il turno ora della difesa, avvocato Salvatore Galluffo difesa di Vito Mazzara.

Si chiedono chiarimenti sulle microtracce sul cameramento e sul dente.
La domanda riguarda l’esito dell’esame balistico sulle cartucce a disposizione per la comparazione, e la comparazione tra le cartucce trovate inesplose sulla scena del delitto Rostagno, i periti rispondono ricordando che si tratta di cartucce trovate smontate e non si può dire se erano uguali o meno, i periti hanno esaminato i fondelli delle cartucce, perché ad esaminare queste cartucce fu per primo il colonnello Lombardi e le cartucce sono state aperte con un procedimento di taglio.

Il numero delle cartucce inseribili varia in relazione alla lunghezza ? Si

Il foro nel lunotto posteriore è paracentrale destro

L’ avvocato Galluffo pone domande sulle cartucce inesplose trovate sulla scena del delitto Rostagno, in particolare ipotizza essere scivolate via dal fucile collassato al momento del delitto. Il Milone insiste nel dire che non e possibile dire se queste cartucce erano li dentro, l’assunto da cui parte l’avvocato, in questo caso spiega Milone, e’ quello che nel fucile c’erano sei cartucce, tre esplose e tre inesplose, teoricamente si, ma non ci sono elementi per dirlo.

E’ la volta dell’avvocato Vito Galluffo.

Positiva la comparazione balistica perchè uguale composizione e morfologia delle striature.
Le cartucce erano tagliate e non misurabili e non sono state misurate.
In quel fucile usato nel caso Rostagno quante cartucce di quelle ritrovate inesplose sulla scena del delitto (del tipo Rc4 della Fiocchi) potevano essere contenute ?
Il fucile usato per l’omicidio non l’abbiamo, ma il fucile Breda modello Antares nelle sue diverse configurazioni può contenere da 2+1 a 5+1 cartucce.
In precedenza era stata formulata una domanda sulla possibilità che a sparare possa essere stato un solo soggetto, il Milone conferma che come ipotesi è possibile, tuttavia i periti propendono per due fonti di fuoco.
Le canne possono esplodere ? Si
Visto i tre bossoli reperiti è corretto dire che partirono circa 90-95 pallottoncini ? Si. E dove sarebbero finiti i circa 70 che non sono stati repertati ? Forse nella tappezzeria ma è improbabile che siano finiti fuori.
Non c’erano segni di caricamento domestico nei bossoli ritrovati.
E’ una ipotesi (motivata) quella che i primi colpi siano stati sparati da dietro.
E’ una ipotesi possibile quella che lo sparatore da dietro possa avere sparato con una sola mano.
E’ possibile che esplodendo il fucile chi lo impugna non si faccia male ? Si se indossa un guanto da tiratore.
Non c’è modo di sapere se le inesplose rinvenute siano del medesimo fucile che ha sparato
L’avvocato Vito Galluffo introduce la possibilita’ facendo relativa domanda ai periti che Rostagno possa esse stato attinto non dal finestrino lato guida ma da quello posteriore della Duna, Milone non esclude la possibilita’.

La parola all’avvocato Ingrassia, difensore di Virga.

E’ la volta quindi dell’avvocato Vezzadini che chiede chiarimenti su quali sono gli elementi che incidono sulle microstriature e se incidono i materiali costitutivi del bossolo e/o altri elementi esterni che possono incidere.
La risposta è che non incidono più di tanto i materiali costitutivi.
Le impronte a freddo vengono sempre lasciate ad ogni caricamento.
Sul proiettile non è stata rilevata traccia di vetro.
Alla conclusione che si trattasse di un fucile Breda Antares si è arrivati perchè questo modello presenta la caratteristica di un dente che blocca le cartucce all’interno.

Il presidente Pellino chiede chiarimenti ai testi su alcune didascalie della foto n.25 (frammentp di legno appartenenti alla basculla), la bascula e non basculla è una parte del fucile da caccia, e foto n.32 pezzo di ottone ecc. che sarebbe il freno del fucile.
Altro chiarimento posto che su un bossolo ci sono impronte a freddo che possono derivare anche dal caricamento in un’ arma diversa da quello in cui viene utilizzato le impronte a freddo non subiscono alterazione.
Sono state riscontrate nella comparazione solo impronte a freddo di cameramento ed una impronta a freddo dovuta ad un dente metallico.
La macchina verosimilmente aveva già arrestato la sua corsa al momento dell’esplosione dei colpi.
Il colonnello Lombardi nella sua relazione indica come le cartucce da lui sezionate presentassero 31, 32 e 33 pallettoncini e non indica il peso. Secondo le tabelle della Fiocchi si avrebbero circa 32 pallini in relazione al peso prestabilito.

L’avvocato Salvatore Galluffo chiede se le modalità di inserimento manuale influiscono sulle microstriature. La risposta è no perchè è il passaggio obbligato stesso che le determina.
Le microstrie sono lasciate solo da quell’arma e finiscono per determinare una singolarità d’arma.

L’udienza di chiude qui.

Annullate le udienze del 26 ottobre e del 2 novembre, prossima udienza il 9 novembre seguirà il 16 l’esame del maresciallo Cannas, quindi il 23 e il 30 novembre.
Il 9 novembre saranno sentiti ufficiali ed ispettori impegnati nelle indagini e nelle perizie.

La precedente udienza del 12/10/2011 la trovate qui

grazie a Radio Radicale

Processo per l’omicidio di Mauro Rostagno (17)

Udienza del 12 ottobre 2011 del processo per l’uccisione del sociologo e giornalista Mauro Rostagno avvenuta nel piccolo borgo di Lenzi, in territorio di Valderice la sera del 26 settembre 1988 ed in corso di svolgimento davanti alla Corte d’Assise di Trapani.

Alla sbarra il boss mafioso Vincenzo Virga e Vito Mazzara, per l’accusa, rispettivamente, mandante e killer dell’omicidio che sarebbe stato deciso per punire Rostagno per la sua attività giornalistica condotta attraverso l’emittente Rtc ‘Radio Tele Cine’.

Durante l’udienza vengono esaminati i testi: Giuseppe Linares ex dirigente della squadra Mobile di Trapani e l’ispettore Palumbo.

Giuseppe Linares ex dirigente della squadra Mobile di Trapani, dal settembre 1992 al gennaio 2011, è interrogato dal pm.Gaetano Paci.
La seconda attività della squadra mobile fu avviata nell’ottobre del 2007 dopo che nell’88 la squadra mobile di Trapani se ne era occupata nell’immediatezza del delitto.
Quel materiale era rimasto nella memoria collettiva dell’ufficio ma non si era mai presentata l’occasione di ripoporre alle procure l’utilizzo approfondito di queste indagini.
I nuovi accertamenti disposti nell’autunno del 2007 con nota del 16 ottobre 2007 scattarono da una riflessione dell’ufficio circa il vissuto investigativo sulla presenza della mafia nel trapanese e sulle connessioni.
Da una verifica degli atti del fascicolo M1 in possesso sul caso Rostagno ci accorgemmo che mai era stata effettuata una analisi tecnico balistica da parte della polizia scientifica della Polizia di Stato, così come si evinceva essere stato fatto dall’arma dei carabinieri nell’immediatezza del delitto.
L’idea era quella di acquisire i reperti originali e comparare i reperti disponibili sul delitto Rostagno con i reperti di altri delitti commessi dalla mafia trapanese peraltro la squadra mobile aveva notato che l’esecuzione del delitto Rostagno risultava analoga all’esecuzione di altri delitti, “avevano un modus operandi identico”.
Il “quid novi” era l’assenza della perizia balistica.
Aquisimmo i reperti e successivamente procedemmo ad una ricognizione dei processi in cui erano state impiegate modalità molto simili.
Linsares elenca questi delitti, tra i quali omicidi commessi per la faida di Partanna, Piazza Giuseppe e Sciacca Rosario (condannato il Vito Mazzara) , il delitto dell’agente di custodia Giuseppe Montalto (condannato il Vito Mazzara) soppresso da cosa nostra nel 1995, l’omicidio del pregiudicato Monteleone Antonio (condannato Vito Mazzara) dicembre 1995, per tutti questi casi a unire questi delitti c’è il comune denominatore della disponibilità esclusiva in capo ad uno degli imputati di un calibro 12, un fucile, fucile usato per questi delitti.
Altri delitti probabilmente riconducibili a Vito Mazzara sono quelli di Giovanni Riina a San Vito lo Capo e Gaetano Pizzardi anche se rimasti senza responsi giudiziari.
Linares ribadisce che in questi delitti è costante la presenza di un fucile calibro 12 che giudiziariamente è stato attribuito come possesso e uso per questi delitti a Vito Mazzara e che in qualche occasione avrebbe fatto parte di commandi omicidiari l’attuale latitante Matteo Messina Denaro.
Fatti di sangue che hanno avuto una certa serialità e che sono riconducibili alla stessa organizzazione mafiosa.
Oltreche l’uso del fucile calibro 12, i delitti elencati da Linares hanno presentato anche l’uso di una pistola calibro 38, e l’utilizzo sempre di una auto dello stesso tipo, una fiat Uno.
La Polizia scientifica accertò anche un’altra caratteristica, l’arma usata da Vito Mazzara veniva modificata di volta in volta per alterare le impronte della culatta, circostanza che i pentiti ci avevano riferito. Vito Mazzara ricorreva a questo espediente per rendere difficile una eventuale perizia balistica il tutto in particolare nei delitti Monteleone e Montalto
Nell’omicidio Montalto e Monteleone entrambi vennero uccisi con i killer che fuggirono con la medesima auto, una Fiat Uno, di colore blu, abbandonata dopo il delitto Montalto in contrada Palma sotto un cavalcavia.
Insomma un gruppo di fuoco abitudinario che usa lo stesso tipo di vettura e lo stesso tipo di armi.
Linares riferisce adesso sull’esito di una nuova perizia balistica chiesta al gabinetto di Polizia scientifica della Polizia, con comparazione tra i reperti di questi delitti eseguiti con analogo praticamente sovrapponibile modus operandi.
Linares ha fatto cenno anche al delitto del boss di Campobello Natale L’Ala che presenta similitudini con altri delitti commessi da Vito Mazzara.
Le indagini sul delitto L’Ala fecero parte degli atti del maxi processo Omega del 1995.
Natale L’Ala vecchio uomo d’onore di Campobello che si era messo contro i corleonesi, e stava dalla parte della vecchia mafia di Alcamo rappresentata dai fratelli Rimi e così entrò in contrasto con il boss di Campobello Nunzio Spezia.
A L’Ala vengono prima soppressi i nipoti e dopo essere tornato dall’Inghilterra sarà oggetto di ripetuti tentativi di soppressione. Al terzo tentativo viene soppresso.

Adesso a fare le domande è il pm Francesco Del Bene.
Linares fa la lunga e ricca storia giudiziaria che inizia quando viene arrestato nell’ambito dell’operazione Omega, dell’imputato Vito Mazzara.
Linares prosegue descrivendo come fosse nota investigativamente l’abilità di Mazzara ad usare le auto, come fosse campione di tiro a volo, e particolarmente abile a modificare le stesse armi usate.
Particolare abilità di tiro fu dimostrata quando fu ucciso l’agente Montalto che era in auto con la moglie, il killer sparò con certezza che la rosata di pallini avrebbe colpito la sola vittima e non la moglie.
Di Virga ne indica la propensione a gestire imprese in nome della mafia ma anche la violenza del soggetto nell’imporre voleri ed estorsioni in questo spalleggiato dai figli Franco e Pietro come il padre anche loro condannati per associazione mafiosa, estorsioni ed altro.
Vincenzo Virga è stato anche condannato per delitti tra i quali il delitto dell’agente Montalto, e per i quali sconta ergastoli.
Linares ricorda come premessa che all’epoca del delitto Rostagno sono quasi tutti liberi gli uomini più influenti della mafia trapanese, ed anche i killer.
Linares cita l’indagine cosidetta Rino dove è rivelata la commistione tra mafia, politica e impresa nel trapanese e che in gran parte come realtà descritta è retrodatabile al 1988.
Lungo l’elenco di politici indagati (Canino, Spina), parlamentari, consiglieri comunali, provinciali, fatti spesso che li vedevano chiamati in causa erano di natura edilizia, speculazioni, gestione di aziende.
Rostagno trattava le vicende politiche trapanesi mentre di mafia a Trapani si parlava poco, tentava di risvegliare una città dove pochi anni prima un sindaco (Erasmo Garuccio) si era permesso di dire che la mafia non esisteva.
Questa sua vis non era raccolta da nessuno, mentre in quel periodo si procedeva a processare Mariano Agate boss di Mazara per il delitto del sindaco di Castelvetrano Vito Lipari.
Rostagno di questo processo parlava abbondamente e per quello che abbiamo tratto noi questa circostanza dava fastidio a Cosa nostra.
La mafia non poteva sopportare e i pentiti lo hanno confermato, Mauro Rostagno era circondato dai lupi e i lupi lo hanno azzannato.
Questa è stata la convinzione che ci ha fatto riaprire il caso.
Nel rapporto della Mobile del 1988 vengono citati gli editoriali di Rostagno sui cavalieri del lavoro di Catania peraltro interessati a lavori pubblici eseguiti a Trapani.
Natale L’Ala nel 1988 era libero.

E’ il turno ora della parte civile avvocato Miceli.
Chiede sui riscontri relativi all’uso dello stesso modello di auto per i delitti dei quali è ritenuto colpevole con sentenze passate in giudicato l’imputato Vito Mazzara. Quasi sempre le auto furono bruciate tranne in qualche occasione quale quella di Monteleone e Montalto di cui fu comunque tentata la distruzione con il fuoco.

Parola alla difesa avvocato Vito Galluffo.
Il legale, difensore di Vito Mazzara, pone domande sulle modalità di delitti, poi chiede al teste se è a conoscenza del fatto che l’imputato per le sue abilità di tiro fece parte della nazionale azzurra di tiro a volo.
Continua a fare domande sulla esecuzione di delitti commessi nella provincia di Trapani a proposito dell’uso della Fiat Uno (che era comune e veniva usata anche per rapine) nei delitti di mafia e delle armi usate delitto per delitto.
Negli omicidi per i quali è stato condannato il Mazzara portava sia il fucile calibro 12 ed il revolver 38, ma non sempre furono usate entrambe. In particolare il fucile calibro 12 era sempre il medesimo o no ?
I fucili negli altri casi non furono ritrovati tranne quello del delitto Rostagno. Per gli altri è stato accertato essere il medesimo fucile in virtù dell’impronta di culatta.
L’avv. Galluffo chiede se furono fatte indagini sull’eventuale esistenza di una cassetta di sicurezza nella disponibilità di Rostagno presso un ufficio postale.
Linares risponde che la chiave trovata agli atti, analoga a quelle in uso per aprire cassetta di sicurezza, risultò essere la chiave di una cassaforte presente dentro Saman.
Adesso la domanda è relativa agli editoriale di Rostagno che lasciò nulla di inattaccato.
Linares conferma che gli editoriali più pesanti erano relativi al processo per il delitto Lipari dove erano imputati mafiosi di Mazara e Catania, come Agate e Santapaola.
Quante armi sono state usate? Linares ricorda due fucili di cui uno è quello esploso ed un revolver 38 di cui sono stati trovati reperti.
Quale arma sparò per prima ? Il pm si oppone dicendo che sono domande che vanno fatte all’esperto balistico citato per le prossime udienze.
L’avvocato Vito Galluffo chiede spiegazione sull’affermazione “serialità” usata dal teste Linares.
Il teste ripete la ragione per l’analogia tra diversi delitti emersa dalla lettura di atti giudiziariamente definiti.

L’avvocato Salvatore Galluffo (junior) chiede quindi se era stato preparato un album fotografico per una eventuale ricognizione fotografica relativa all’imputato Vito Mazzara.
Il teste Linares nega la circostanza perché non vi era questa necessità, conferma che di Vito Mazzara sicuramente esistono agli atti foto da foto segnalamento a seguito del suo arresto.
Gli album fotografici si predispongono quando c’è una delega della magistratura che dispone il tentatvo di riconoscimento fotografico, in questo caso non abbiamo avuto alcun teste che poteva riconoscere autori del delitto Rostagno.
L’avv. Salvatore Galluffo introduce il nome delle teste Fonte che sentite a suo dire possono avere avuto sottoposto un album fotografico.
Nessun album fotografico è stato predisposto risponde Linares anche perché le Fonte esordirono dicendo di non ricordare alcun volto e quindi non avevamo ragione di fare riconoscimenti fotografici.
Adesso dopo la querelle, al solito, sulle fotografie, alcune domande sul fucile. L’avvocato Galluffo chiede di sapere se il fucile calibro 12 è un fucile di tipo comune e di cui se ne vendono o se ne rubano molti. Linares risponde affermativamente.
Reperti di fucile esploso furono trovati solo sulla scena del delitto Rostagno, due frammenti, per gli altri delitti solo bossoli.
Sulla scena del delitto Rostagno furono trovati per terra bossoli inesplosi caduti forse nel momento in cui l’arma si scompone i colpi inesplosi vengono fuori.

Sull’album fotografico torna l’avv. Vito Galluffo (senior), che riferisce di precedenti testimonianze di altri ispettori di Polizia che invece dissero che al momento di sentire le sorelle Fonte sul tavolo c’era un album contenente la foto dell’imputato Mazzara.
Quell’album precisa Linares non fa parte del procedimento Rostagno, l’album era stato predisposto in occasione delle indagini per il delitto dell’agente Montalto.
Per il delitto Rostagno non fu fatto album né ricognizione fotografica.

La parola all’avvocato Vezzadini, difensore di Vincenzo Virga.
Chiede se le indagini della Mobile hanno compreso i pronunciamenti giudiziari sul caso Rostagno.
Il teste risponde che si tratta di una conoscenza storica e personale, non facente parte del bagaglio investigativo che ha portato all’attuale dibattimento.
Anzi su alcuni procedimenti Linares dice di sconoscere il contenuto di alcuni atti indicati dal difensore, anche in ordine a Francesco Cardella.
Su Vincenzo Virga Linares ribadisce il ruolo di capo mafia ricoperto dagli anni 80 così come accertato con sentenze a partire dal processo Petrov del 1994,
posto che prima era occupato da Totò Minore ucciso per volere di Riina nel novembre del 1982.

Interviene l’altro difensore di Virga, l’avvocato Giuseppe Ingrassia.
La domande riguarda il rinvenimento dell’auto usata per il delitto.
L’auto fu ritrovata in uno spazio incustodito di località Crocci, in cui in precedenza era stato fatto un sopraluogo e l’auto non era stata rinvenuta, la mattina successiva fu ritrovata.
A proposito dell’audizione delle sorelle Fonte possibili testimoni occulari del delitto, riferisce che non fu fatto riconoscimento fotografico, la signora disse che non si sentiva di fare alcun riconoscimento perché non ricordava nulla.

Torna a porre le domande il pm. Gaetano Paci a proposito del ruolo di Virga.
Linares ribadisce che lo stesso era attivo sul territorio dalla metà degli anni 80, che dal 1988 si occupava di cemento, chiede se Rostagno aveva mai fatto riferimento a Virga e alla Calcestruzzi Ericina, Linares dice che non l’avrebbe potuto fare perché la contezza investigativa su Virga emerse negli anni 90 (1994) considerato che all’epoca investigatori anche di punta andavano cercando il capo mafia Totò Minore che era però già morto e sostituito ma di questo non si aveva contezza all’epoca in cui Rostagno faceva il giornalista.
Anni dopo si scoprì che capo della mafia trapanese dal 1985 in poi era Vincenzo Virga per volere di Messina Denaro e Agate, nomina che venne tenuta riservata.
La prima volta che uscì il nome di Virga fu per un procedimento per estorsioni contro il clan Lipari, in quella occasione si scoprì che uno di questi ubriaco, Angelo Lipari, era entrato nella gioielleria di proprietà di Virga creando il caso, successivamente suo fratello Franco intercettato fu sentito raccontare l’episodio parlando di Virga come colui il quale comandava a Trapani.
I pregiudicati sapevano chi comandava a Trapani e non le forze investigative proprio per come la nomina del Virga era stata tenuta blindata.

Torna a porre le domande il pm. Del Bene sui rapporti tra Agate e Santapaola, Linares evidenzia l’esistenza di rapporti personali tra i due mafiosi coimputati nell’omicidio Lipari. Linares ricorda che il 14 agosto del 1980 i due furono fermati insieme ad un posto di blocco dei carabinieri.

Le domande della Corte e del presidente Pellino vertono all’inizio sull’esistenza di rapporti personali tra Vincenzo Virga e Vito Mazzara.
Linares dice che ci sono episodi riferiti da collaboratori di giustizia e contenute in sentenze di condanna passate in giudicato, relativi ad incontri tra Virga e Mazzara per pianificare omicidi (quello di Ingoglia Pietro,quello di Montalto Giuseppe,per citare alcuni casi) e addirittura la cena cui parteciparono insieme per festeggiare nel Natale 1995, dopo l’omicidio dell’agente di custodia Giuseppe Montalto.
Linares fa cenno poi alle intercettazioni agli atti del progetto Prometeo in cui mafiosi, elementi della famiglia Virga, parlano di Vito Mazzara come un pezzo di storia preoccupati che se dovesse parlare le conseguenze sarebbero state deleterie. Ci sono elementi che indicano familiarità tra Virga e Mazzara, tra le due famiglie, considerato che si possono ascoltare mafiosi del gruppo Virga che si interessavano persino alle frequentazioni e ai fidanzati della figlia di Vito Mazzara su indicazione del Virga Pietro. Si aveva cura di verificare lo stato economico della famiglia, i problemi che il detenuto avesse in carcere, se soffrisse o meno la detenzione e sopratutto chi fosse il fidanzato della figlia. C’era addirittura programmata una spedizione punitiva per un ragazzo che aveva osato avvicinarsi a questa ragazza.
La Fiat Uno di colore bianco agli atti del processo Omega era nella disponibilità del Vito Mazzara all’epoca dei fatti.
A proposito di indagini finalizzate ad una valutazione comparativa di reperti balistici è stata fatta un arassegna di omicidi di stampo mafioso commessi nel trapanese in epoca anteriore all’omicidio Rostagno nei quali pure risultava l’impiego dello stesso tipo di arma nel senso di fucile calibro 12 e revolver 38 ?
Linares risponde che si è stati limitati, dall’inesistenza di una banca dati nazionale delle prove da sparo, e dal fatto che l’archivio della polizia di stato è disgiunto da quello dell’arma dei carabinieri. Il criterio seguito è stato quello delle modalità di sparo e la serialità, in casi con sentenze passate in giudicato. Identità d’armi è stata pure riscontrata nel caso di Riina Giovanni del 1991 e Pizzardi Gaetano a Trapani nel 1995 per i quali però non vi è sentenza passata in giudicato.
L’attività preponderante del Virga era nel settore del calcestruzzo.
Quando La Mobile avviò negli anni 90 le indagini del cosidette progetto Rino-fase3 (1998) furono indagati soggetti che all’epoca in cui Rostagno svolgeva la sua attività direttamente o indirettamente erano oggetto dei suoi interventi giornalistici. Tra questi imprenditori che operavano nel settore edilizio, nel settore del calcestruzzo quali Gentile Giovanni, Tarantola Vito, Sciacca Gioacchino, Di Benedetto Vito, il commercialista trapanese Giuseppe Messina, il commercialista trapanese Giuseppe Marceca,tutti soggetti che hanno reso dichiarazioni nell’ambito dei due procedimenti Rino fase2 e fase3 corroborando le dichiarazioni rese dal collaboratore di giustizia Vincenzo Sinacori ed il collaboratore Francesco Milazzo.
La Promozionale servizi, una società controllata da Virga e che si occupava di rifiuti è emerso che in particolare aveva rapporti con altre società del settore assai più grosse nelle mani di parenti di Bernardo Provenzano e chiaramente controllate dallo stesso Bernardo Provenzano.
Il presidente chiede quindi della carriera criminale del Vito Mazzara. Linares dice che il Mazzara viene attenzionato nei primi anni 90′ già nel processo Petrov come soggetto appartenente alla famiglia mafiosa di Valderice, ma viene indagato per reati di mafia nell’ambito dell’indagine Omega del 1996 procedimento nell’ambito del quale è stato condannato all’ergastolo.
Fino al 1993 la geografia e la composizione dei mandamenti mafiosi della provincia di Trapani era sconosciuta agli inquirenti.

Avvocato Greco, (parte civile Assostampa) a proposito della Promozionale servizi, una società controllata di Virga, che si occupava di rifiuti dal 1988 in poi, e costituita nell’ambito di un comitato di affari, spiega Linares, tra mafia, politica e impresa. La società costituita a Trapani nello studio di via Livio Bassi n°6 nello studio del commercialista Giuseppe Messina poi arrestato nell’ambito dell’operazione Rino-fase1 si occupava di rifiuti ospedalieri, smaltimento ed aveva avuto contatti con l’ASL.

Avvocato Crescimanno, (parte civile) chiede notizie sulla intercettazione in cui mafiosi liberi si preoccupavano delle condizioni di salute e del morale del Mazzara dopo il suo arresto. Uno degli intercettati era Virga Francesco, nipote di Vincenzo Virga, titolare di una macelleria di Crocci (Buseto), il cui scontrino fu trovato nel luogo in cui fu bruciata l’auto usata dai killer del delitto Rostagno.

L’avvocato Galluffo (senior) chiede fino a che data la questura ha rinnovato la licenza al porto di armi a favore di Vito Mazzara, dato documentabile risponde Linares, certamente fino a quando Mazzara restò incensurato.

L’avv. Ingrassia sullo scontrino della macelleria Virga trovato nel luogo dove venne trovata l’autovettura bruciata, in particolare chiede se gli acquirenti furono individuati. Dalla lettura degli atti dice Linares sono stati identificati ma mai indagati.

Viene ora sentito il secondo teste della giornata, l’ispettore Palumbo della Squadra Mobile e si rinuncia all’audizione della Pettorini.

L’ispettore Palumbo risponde a domande del pm. Gaetano Paci.

Viene acquisita una relazione, e viene sentito a proposito di attività di intercettazione video ed ambientale eseguita presso la casa circondariale di Biella dove era recluso Vito Mazzara.
L’ispettore conferma che sono state registrate conversazioni tra Mazzara e i suoi familiari dal 18/12/2007 e prosegita nel 2008.
Indica anche alcune intercettazioni ritenute importanti tra Mazzara, la moglie Culcasi Caterina e la figlia Francesca, il 29 maggio 2008, durante questa conversazione Vito Mazzara fece riferimento ad un nascondiglio esistente presso la sua abitazione perché la figlia andasse a controllare che dentro non vi era nulla di compromettente.
Fu eseguita subito la perquisizione prima che giungesse la figlia, che si trovava presso il carcere di Biella. Fu rinvenuto un nascondiglio del diametro di circa 20 cm e profondo circa un metro, in questo buco c’erano solo contenitori vuoti del tipo usato per la ricotta.
Mazzara nelle intercettazioni si preoccupava delle notizie nel frattempo comparse sui giornali sui risvolti delle indagini in corso per il delitto Rostagno.

Qui la testimonianza termina.

La prossima udienza è fissata al 19 ottobre e successive il 26, in programma l’audizione dei consulenti dei Pm Milone e Garofalo

La precedente udienza del 28/09/2011 la trovate qui

grazie a Radio Radicale

Trapani: Processo per l’omicidio di Mauro Rostagno (16)

Udienza del 28 settembre 2011 (la prima dopo la pausa estiva) del processo per l’uccisione del sociologo e giornalista Mauro Rostagno avvenuta nel piccolo borgo di Lenzi, in territorio di Valderice la sera del 26 settembre 1988 ed in corso di svolgimento davanti alla Corte d’Assise di Trapani.

Alla sbarra il boss mafioso Vincenzo Virga e Vito Mazzara, per l’accusa, rispettivamente, mandante e killer dell’omicidio che sarebbe stato deciso per punire Rostagno per la sua attività giornalistica condotta attraverso l’emittente Rtc ‘Radio Tele Cine’.

Durante l’udienza viene esaminata la teste: Carla Rostagno.

Wilma De Federicis che avrebbe dovuto essere la prima teste risiede all’estero e non è presente.

Il secondo teste Ambrosino Lucio Carmine è deceduto e si decide di acquisirne i verbali.

Carla Rostagno, è esaminata dal Pm Francesco Del Bene, ricorda che Mauro si trovava a Trapani dal 1981, quale responsabile con Francesco Cardella e Chicca Roveri della comunità Saman.

Rostagno e Cardella dice la teste erano due intelligenze che si incontravano e si divertivano a inventare determinate cose. I rapporti tra i due sono stati buoni.
Cardella era una persona decisamente affascinante.
Mauro [di Cardella] non parlava in modo ossequioso, la prima volta che ne parlò a lei fu in modo divertito, con tono divertito, non ossequioso, al massimo paritario.

Buono anche il rapporto tra la Chicca Roveri e Mauro.
Quando Mauro tornò dall’India lei lo reincontrò per la prima volta nell’estate del 1981. Lei era in vacanza a San Vito e andò a Lenzi, vi tornò nel 1983 e poi nel 1985, in seguito non ebbe più occasione di tornare se non il 27 settembre del 1988, l’indomani dell’omicidio.

Non c’era tensione dentro la comunità, dapprima nell’ 81′ era una comunita dei cosidetti “arancioni”, poi nell’ 83′ era già una comunità di recupero per i tossicodipendenti.
L’impegno contro la droga Mauro se lo portava appresso da anni. Non era un proibizionista, anche se con lei non ha mai sviluppato questo argomento più di tanto tuttavia riteneva che: “la droga può essere leggera ma la storia è sempre pesante”.

Carla Rostagno risponde quindi alle domande sul lavoro di Mauro a Rtc.
L’editore era Puccio Bulgarella ma della tv se ne occupava la moglie Caterina Ingrasciotta.
Inizialmente Mauro si occupava di redazionali poi via via cominciò a interessarsi della quotidianità, dei problemi politici cittadini, la sporcizia che c’era in città, cercava di ridare una coscienza civica ai cittadini,mettendo insieme una mappa della criminalità locale, di capire come funzionavano gli amministratori pubblici, si interessava a capire che vento tirava e ne parlava in tv.
Di questa terra si era innamorato e combatteva con le armi che aveva, ossia con la parola.
Credo che non sapesse il pericolo che correva, non aveva forse la percezione.
Io cominciai ad avere una certa sensazione di paura quando ricordo che il figlio di una mia amica di origine trapanese che stava a Torino, venne a Trapani (forse luglio-agosto del 88′ per una quindicina di giorni), e quando tornò gli chiesi se aveva visto Mauro in televisione, mi disse, “parla troppo liberamente” raccogliendo evidentemente delle parole dette da altri.

Per quello che ho saputo dopo, le trasmissioni di mio fratello erano molto seguite.

Mi hanno detto, dice Carla Rostagno, che Rtc era l’unica tv che faceva una forte attività di denuncia.
Mauro era più avvincente, più chiaro, tra virgolette, più divertente e ironico.
So che Mauro si occupò del processo per il delitto del sindaco Vito Lipari, dove era imputato il capo mafia Mariano Agate, della Loggia Scontrino e quindi delle logge massoniche coperte, di una indagine sul bilancio parallelo occulto al comune di Trapani, su uno scandalo a Marsala dell’ente teatro mediterraneo.

Sono informazioni che non ho avuto subito dopo il delitto di Mauro, ma dall’anno successivo quando ho voluto cercare di capire di cosa si occupava Mauro a Trapani. Parlai con i ragazzi della tv, con il maresciallo Beniamino Cannas, con Gianni Di Malta, con gli avvocati Nino Marino e Salvatore Cusenza.

Beniamino Cannas era all’epoca maresciallo dei carabinieri a Trapani, Chicca le riferì di avere appreso da Mauro la famosa frase. La frase che le riferì Chicca fu che Mauro le avesse detto a metà agosto: “mi hanno regalato un mese di vita“.

Ne chiesi ulteriori spiegazioni a Cannas il quale mi raccontò di quello che aveva fatto dopo il delitto: di avere ricostruito la dinamica dell’omicidio dal suo punto di vista, che aveva fatto un’immediata ispezione nella camera di Mauro, di avere fatto un guanto di paraffina a un certo Pasquale [Salvatore] Barbera che era stato indagato per l’omicidio di Salvatore Cusumano (vicenda della quale Rostagno aveva parlato in tv), ma poi a quanto pare non era vero, mi disse che quella frase non era in quei termini, e l’aggiustò in modo diverso, fu molto fumoso nel colloquio, anzi mi disse che aveva capito male, mi ha negato la frase detta in quei termini.

Nello specifico so che fece un verbale su questo incontro con me, ma io da parte mia scrissi degli appunti sulle cose che lui aveva detto a me.

Mi disse che poco prima che Mauro morisse incontrò Natale L’Ala,(boss di Campobello di Mazara, ucciso negli anni 80) e che da quell’incontro uscì sconvolto.
Riferendo di quell’incontro in relazione all’interesse di Mauro per la loggia segreta Iside 2.
Il pm chiede se Cannas le parlò di interessi di Mauro per fatti di mafia.
La risposta di Carla Rostagno è un non ricordo, ma fa riferimento ai suoi appunti che potrebbero contenere qualcosa.
Non mi indicò alcuna pista seguita in particolare dai carabinieri.

Carla Rostagno viene autorizzata a leggere gli appunti di quell’incontro che sarebbe avvenuto nel 92′.
I quali vengono rapidamente letti e su cui forse sarebbero state opportune delle domande di approfondimento, sia da parte dei Pm che da parte delle difese e delle parti civili che però non ci sono state.
A proposito della Iside 2 Mauro aveva incontrato Natale L’Ala e da quell’incontro uscì sconvolto convinto che c’era un grosso giro di miliardi.
Cannas le disse inoltre che Cardella aveva una carta speciale che gli permetteva di salire in aereo senza prenotazioni.

Carla Rostagno riassume la ricerca che fece delle cassette contenenti le registrazioni degli interventi di Rostagno.

Ai primi di settembre del 1988 ascoltò per telefono il fratello, dopo che era uscita la notizia dell’indagine che riguardava anche lui per il delitto Calabresi. Non lo sentì come le altre volte, era un po’ sottotono, triste, gli chiese se c’era qualcosa che non andava, il senso della risposta fu che c’è sempre qualcosa che non va.
Seppe dopo che Mauro aveva contattato l’avvocato Canestrini e l’avvocato Giuliano Pisapia perché presto venisse sentito dal giudice Lombardi che lo aveva indagato per il delitto Calabresi.
Voleva capire perché era stato tirato per i capelli in quella storia.

Carla Rostagno riferisce che incontrò il giudice Lombardi che indagò Rostagno e ricorda di essere stata molto sgarbata.
Incontro sgarbato perché riteneva quella indagine sul fratello qualcosa di violento e ingiustificato, poi seppe dallo stesso Lombardi che la posizione di Mauro sarebbe stata archiviata, perché il pentito Marino non parlava di lui, ma tutto nasceva da una supposizione del pm Pomarici, che quella comunicazione giudiziaria doveva rimanere riservata e che invece divenne pubblica dopo una conferenza stampa di Boato.
Più persone mi hanno detto che Mauro era amareggiato per quella comunicazione giudiziaria, tra quelli che me ne parlarono Massimo Coen e Salvatore Cusenza.
Carla Rostagno riferisce di un incontro tra l’avv Giuliano Pisapia e il giudice Lombardi proprio per sollecitare che Mauro venisse sentito.
Ma Mauro non fu mai sentito.

Mauro a Rtc cominciò a lavorare forse perchè fu Francesco Cardella a proporlo a Bulgarella, qualcun invece racconta che fu Bulgarella a chiamarlo direttamente. Bulgarella e Cardella si dovevano conoscere già da ragazzi.

Bulgarella era soddisfatto del lavoro di Mauro, in particolare ricorda un articolo scritto subito dopo la morte di Mauro da Puccio Bulgarella e dedicato a Mauro, con espressioni che non si possono scrivere se non si sentono.

Parlando con Alessandro Riccomini, dice Carla Rostagno, questi le disse che all’epoca in cui Mauro lavorava a Rtc, c’era una qualche intenzione di estendere il bacino di Rtc a Palermo e Agrigento e di fare una sorta di gemellaggio con Tele Lombardia quella di Ligresti all’epoca.

Seguono tutta una serie di domande riguardanti la gestione della Comunità Saman.

Continua l’esame quindi il Pm Antonio Ingroia.

Chiede che tipo di frequenza di contatti aveva con suo fratello, se il fratello era riservato e quando seppe della cacciata di Mauro dal Gabbiano.

Carla Rostagno ripete che i contatti non erano frequenti e che suo fratello non era riservato.
Quando arriva a Saman il 27 settembre del 1988, incontra Maddalena e Chicca forse dopo i funerali, e le chiede di potere andare nella camera di Mauro. Questa le indicò dove era la stanza di Mauro e così seppe che non era nella struttura del Gabbiano riservata ai dirigenti della comunità.
Cercò, tempo dopo, di capire cosa era successo nell’ultima parte di vita di Mauro, e cominciò ad occuparsi del delitto del fratello.
Seppe della ragione dell’uscita di Mauro dal Gabbiamo sentendo così diverse persone, seppe della litigata tra Rostagno e Cardella e che Mauro era uscito dal Gabbiano, pare per una intervista al giornale King.
Ma secondo altri le ragioni potevano essere anche altre, come il fatto che Rostagno volesse accogliere Curcio in comunità, e Cardella non l’avesse presa bene.
Seppe così che c’erano stati degli scontri.
Lo sentì tra fine di agosto e i primi di settembre 1988, lo senti sotto tono, non era il solito, gli chiese se c’era qualcosa che non andava, e lui restò vago.
Crede che a quel tempo c’era stata già una sorta di sganciamento da Cardella sia in senso sociologico che economico,
Mauro a quanto pare voleva andare ad abitare altrove, fuori da Saman.
Chicca Roveri, riferisce Carla Rostagno, le disse che origine della lotte era l’intervista a King di Claudio Fava.

Carla Rostagno ricorda il fax inviato da Cardella a sua fratello e le circostanze del suo ritrovamento che riassume così: andando a vedere (primavera 91′ o 92′) a Saman il luogo dove abitavano Chicca e Mauro, dentro un armadio c’era una cassetta fatta a forziere che aveva sempre avuto un difetto, la parte sotto si staccava, così nel prenderlo in mano, si è staccata la parte sotto sono caduti dei fogli e in mezzo a quei fogli c’era il famoso fax che iniziava con quattro aggettivi criptici: “sostanzialmente falso, ingeneroso, inopportuno e pericoloso, per questo ti invito a lasciare il gabbiano e a sistemarti dove Chicca riterrà più opportuno ti auguro maggiore serenità, Francesco”.

Sui rapporti tra Chicca Roveri e Cardella crede che siano rimasti buoni, fino all’88 e per un certo periodo sono rimasti buoni fino a quando sono subentrate vicende economiche, Cardella se ne è andato, gli arresti, e crede da quel momento in poi Chicca si sia sentita scaricata.

Carla Rostagno riferisce, su sollecitazione del Pm Ingroia, dei colloqui con Monica Serra la quale la sera del 26 settembre 1988 era in auto con Mauro quando fu ucciso.
La prima volta si parlarono nell’ottobre del 91′ Monica mi disse che il sabato precedente con Di Malta (cameraman di Rtc) erano stati a Marsala e di un colloquio di Mauro con Canino (deputato regionale Dc) e Santoro (sindacalista Cisl), che sulla scrivania di Mauro fu messa una comunicazione giudiziaria, a Pizzo e a Canino, con sopra scritto “prova a dire un po’ anche questo”, che mi parlò di una cassettina chiusa di cartone, la videocassetta con su scritto “non toccare” che sono sparite e la frase che secondo lei qualcuno avvisò della loro partenza da Rtc: “perchè se no come fece la macchina degli assassini ad arrivare poco prima di noi ?“.
Mi disse però di non avere visto nessuno, non ha visto macchine davanti e dietro, ma non mi ha spiegato perché Mauro si fermò.
Mi disse che erano dei professionisti e che quel pezzo di fucile trovato sul luogo del delitto era stato lasciato apposta per depistare.
Mi consigliò di informarmi sul nome del montatore degli ultimi filmati di Mauro mai andati in onda e forse fatti sparire. Mi informai ed il soggetto si chiamava Rocco Messina il quale non ha mai risposto al numero di telefono che mi ha dato.
Che da qualche tempo c’era una macchina che seguiva Mauro, che lui aveva capito il pericolo ma che andava avanti lo stesso.
La sua attenzione [di Mauro] negli ultimi tempi si era spostata su Marsala.
Mi disse che Mauro era una variabile impazzita, non so riusciva più a controllare de sue dichiarazioni e le sue posizioni erano in netto contrasto con Francesco Cardella sia per la gestione della comunità che per la posizione da assumere sulla nuova legge sulla droga.
Poi mi disse una frase sibillina: “smetti di guardare la cornice e guarda al quadro”.
Su Saman mi disse che era una bel paravento e dietro c’era un grande giro di soldi.
Poi la incontrai nell’aprile del 95‘, sapeva degli arresti di Chicca e Francesco e mi ripete che “i tipi” erano già li ma non ricorda nessuna macchina parcheggiata e che non erano seguiti da nessuna altra macchina.
Disse che Mauro negli ultimi tempi era teso e nervoso, riferisce Carla Rostagno sempre leggendo gli appunti presi dopo i colloqui con Monica Serra.

Riferisce poi di un suo colloquio con Alessandra Faconti ex ospite della comunità, che aveva completato il percorso terapeutico, e che le disse pur tra tante esitazioni e paure di un incontro tra Mauro e il giudice Falcone, di documenti che andò a prendere al centro Impastato.
La Faconti le disse che non sapeva del perché Rostagno voleva incontrare Falcone, e non era per una intervista, ma perché Mauro voleva dire qualcosa a Falcone, ma Mauro sarebbe uscito deluso da quell’incontro con Falcone.
Carla Rostagno dice tuttavia di non avere mai avuto conferma diretta dell’incontro tra Mauro e Falcone se non dagli atti del processo.
Umberto Santino del centro Impastato mi disse che Mauro voleva ricostruire i delitti eccellenti in Sicilia, i traffici di droga, altre persone come Salvatore Cusenza mi disse che Mauro voleva ricostruire una mappa della criminalità trapanese.

Mauro si interessò ai lavori per gli aeroporti di Pantelleria e Birgi, dei lavori eseguiti dalle imprese dei cavalieri catanesi, e questo lo seppi dai fogli che mi diede l’avv. Nino Marino e dagli appunti di Mauro.

Su richiesta di Ingroia, racconta quindi dell’incontro con Sergio Di Cori (settembre del 96′)il quale aveva contattato una giornalista, forse Valeria Gandus, che aveva avvisato i magistrati che arrivava dagli Stati Uniti per deporre sul delitto di Mauro, ed era disposto a rilasciare una esclusiva a La Repubblica, al giornalista Giuseppe D’Avanzo,.
Lo incontrai con Chicca Roveri in una saletta dell’aeroporto, Chicca le chiede come mai sapeva di cose che lei non sapeva, le rispose dicendo che Mauro non si fidava o non la voleva mettere in pericolo, non anticipò il contenuto.
Quando andammo a cena dopo, dopo che lui era stato sentito dai magistrati, e c’era Giuseppe D’Avanzo, era un torrente in piena, poi mi disse che questa storia, svilupperà la vanità di magistrati e giornalisti e metterà tranquilla lei e lei, indicando me e Chicca Roveri.
Nessuno ha mai confermato o mi ha detto della conoscenza tra Mauro e Di Cori e nemmeno la Roveri.
Una volta lui [il Di Cori] mi chiamò anche per chiedermi dei soldi, mi disse che aveva difficoltà economiche.
Il Pm chiede quindi dell’esclusiva dell’intervista a Repubblica. Carla Rostagno dice di non sapere se è mai uscita.

L’interrogatori viene ripreso dal pm Del Bene.

Chiede della scoperta del giro di droga tra ospiti della Saman.
Di una visita di Mauro presso un luogo di Villa Rosina di proprietà dei fratelli Mione dove sarebbero avvenuti i passaggi di sostanza stupefacente.

L’interrogatorio adesso è dell’avv. Lanfranca, parte civile.

Il 26 settembre del 1988 Carla Rostagno ricorda che quasi subì una sciabolata, non c’era più lui, non c’erano più radici, il fatto di dovere accettare quell’idea drammatica era un fatto pesante.
Ricorda che lavorava in una azienda dell’indotto Fiat.
Dopo il delitto di Mauro ho continuato a lavorare per un anno e mezzo, nel 90 si è licenziata perché volevo capire perché il fratello era stato ucciso, ha cercato di ricostruire quello che era successo, chi era stato che aveva deciso che lui non doveva più vivere.

Ricorda di un colloquio telefonico con una certa Rita Lipari e questa le disse che il suo compagno era uno degli angeli della notte a Saman, Mauro Moioli, mi disse che Mauro fece segnali con i fari dell’auto per avere alzata la sbarra d’ingresso a Saman.

Lanfranca chiede nuovamente dell’incontro con il maresciallo Cannas.

L’avv. Marino mi parlò che Mauro aveva anche contatti con due finanzieri, il capitano Borgia era uno di questi.

L’avvocato Galluffo chiede se la teste sapesse chi dormiva nel Gabbiano.
Cardella, Chicca e Mauro risponde Carla erano i fondatori della comunità. Negli altri locali c’erano i tossicodipendenti.

L’avvocato Galluffo chiede dell’uscita di Mauro dal Gabbiano.
Prima me ne parlò Chicca, ma, precisa, non era questo a crearmi problemi esistenziali. Chicca per quello che è il ricordo mi disse semplicemente che Mauro non dormiva più lì, la cosa mi colpì perché mi sembrò strana, ma al momento non era la domanda principe della mia vita, lei non mi disse altro, perchè io non le chiesi nulla.
Galluffo contesta alla teste un verbale a sua firma dove la ricostruzione dei fatti è diversa, come se Chicca aveva avuto imbarazzo a dirle dell’uscita di Mauro dal Gabbiano. Carla Rostagno ritiene che il verbale così come viene esposto cambia il senso delle cose da lei dette.
In quel periodo volevo capire perché era morto suo fratello non le interessava perché dormiva fuori dal Gabbiano.

Le domande dell’avv. Galluffo insistono su questo aspetto e le risposte della teste sono sempre le medesime.

In seguito parlando venne fuori che c’era stata una litigata che aveva fatto uscire Mauro dal Gabbiano.
Sui rapporti tra Cardella a Mauro, la teste ritiene che i rapporti si incrinarono dopo che era stata pubblicizzata la corrispondeza tra Mauro e Curcio e sulla intenzione di Mauro di fare venire a Saman Renato Curcio. Si tratta però sempre di vicende riferite a lei dopo il delitto.
La litigata con Cardella non è temporalmente collocabile secondo Carla Rostagno, secondo Riccomini a fine luglio, qualcun altro a settembre, la famosa intervista su King invece uscì ad agosto.

L’avv. Galluffo difensore di Vito Mazzara continua le domande chiedendo del fax.

Carla Rostagno rispondendo dice che un anno dopo il delitto trovò nascosto nell’armadio nella stanza di Mauro il famoso fax inviato da Cardella, era un originale, feci una fotocopia.

L’avv. Galluffo chiede se le pagine del fax erano una o due. Lei dice che la sorprese solo che quel fax cominciava con quei quattro aggettivi. Mi pare, dice, che era scritto a mano. Non ho avuto dubbi che fosse stato scritto da Cardella anche per la qualità delle parole usate, ma non l’ho ricondotto a Cardella per la grafia perché non conoscevo il suo stile di scrittura.

La difesa fa ancora contestazioni rispetto a verbali di interrogatrorio resi dalla teste, Carla Rostagno risponde negando il contenuto di quei verbali, di una ricostruzione di fatti non corretta.
Non nega comunque che l’uscita di Mauro dal Gabbiano lei stessa l’aveva letta come una punizione, lui, Mauro, credo che non l’abbia preso bene, ma se ne è fatto una ragione.

Sulla frase di Monica Serra, “smetti di guardare la cornice e guarda il quadro”, non capii cosa voleva dire, le chiesi di essere più chiara, ma non mi disse altro. Non legai questa frase alla dinamica del delitto.

L’avv. Galluffo fa ancora contestazioni per dichiarazioni di vecchi interrogatori.

Carla Rostagno ribadisce che era disorientata dalle parole dette dalla Serra, e che messa alle strette la Serra ad un certo punto le disse “guarda Luky” (Luciano Marrocco, uomo della comunità).

Carla Rostagno a domanda ancora dell’avv. Galluffo ricorda un incontro con Massimo Coen.

Nel verbale Carla Rostagno avrebbe detto che Coen era stato consigliato da Cardella e Roveri a non mettere in cattiva luce la Saman.
Oggi risponde dicendo che probabilmente quell’invito era rivolto all’indagine sullo spaccio di droga scoperto dentro la comunità.

Di Luciano Marrocco ne parlò anche Alessandra Faconti (ora deceduta) dicendo che questi aveva avuto pagate costose cure in Brasile e che era stato dopo ai Caraibi, sempre grazie a soldi resi da Roveri e Cardella.

La difesa si sposta sui rapporti tra Mauro Rostagno e Chicca Roveri. Se c’erano liti. Carla Rostagno ammette che un ospite di Saman le disse che Roveri era schierata con Cardella e per questo litigava con Mauro.

E’ il turno dell’avvocato Salvatore Galluffo difensore di Mazzara.

Le domande continuano a vertere sui rapporti tra Cardella e Mauro Rostagno e sulle liti dentro la comunità.

Carla Rostagno espone poi la sua convinzione relativamente al possesso di Mauro di cassette particolari contenenti immagini importanti le quali dovrebbero essere almeno due, una u-matic ed una vhs, se una se la portava appresso, un’altra sarà stata tenuta in un posto segreto.
Dice di sapere che fu trovata una chiave di una cassetta di sicurezza, ma quando fu fatto l’accertamento erano passati tanti anni, se qualcosa doveva sparire era stata fatto sparire. La chiave era relativa ad una cassaforte dentro Saman e la chiave era quindi nella disponibilità di chi si occupava di Saman.
Di Malta le disse che nessuno aveva mai aperto quella cassaforte.

L’avvocato Galluffo chiede poi relativamente ad una vicenda che vede protagonista il defunto Bettino Craxi che all’epoca in cui era presidente del Consiglio presso le autorità elvetiche avrebbe coperto un soggetto (mai condannato) per traffico di armi.
La figlia di questo soggetto anni dopo fu avvocato della Saman di Milano.

Anche l’avvocato Mezzadini, difensore di Vincenzo Virga, chiede dei contrasti tra suo fratello, Cardella ed altri esponenti della comunità.
Tra le altre cose Carla Rostagno riferisce che Massimo Coen avrebbe detto che Mauro era odiato dentro la comunità Saman.
Giovan Battista Genovese lo avrebbe apostrofato con minacce, perché allontanato dal ruolo di ‘angelo della notte’ dopo la scoperta del giro di droga dentro la comunità. “Te la farò pagare brutto bastardo, ti ammazzo” a cui Rostagno avrebbe risposto “Vedremo”.
Probabilmente a parlagliene, di questa circostanza, saranno state la Serra o la Faconti.

Carla Rostagno viene sollecitata quindi a riferire ancora del suo incontro con Monica Serra, questa le disse che l’auto dei killer arrivò “poco prima di noi”, allora, dice, le chiesi come facesse a sapere che quella macchina era arrivata poco prima.
Ora dice io non so se questo me lo dice, e siamo nel 1991, perché all’epoca si conoscevano alcune cose, io fino allo spasimo ho cercato di farmi spiegare questa cosa ma non mi disse nulla. La Serra le manifestò la convinzione che qualcuno da Rtc avrebbe avvertito i killer della partenza dell’auto con lei e Rostagno.

Anche l’avvocato Ingrassia, (difensore di Vincenzo Virga) pone domande sul colloquio del 1991 tra lei e Monica Serra. L’avvocato chiede se ci sono stati altri incontri, si, risponde Carla Rostagno, lei ha ripetuto sempre le stesse cose, che non c’era nessuna macchina che la seguiva, non so come faccia a dire che da Rtc partì una telefonata. E’ rimasta irrisolta la mia domanda come lei faceva a sapere che i killer erano arrivati poco prima al bivio di Lenzi dove fu commesso il delitto. Non escludo che lei potesse dire queste cose per conoscenza che aveva degli atti.

L’avv. Ingrassia sollecita la teste a ricordare il contrasto tra lui e Cardella sulla nuova legge sulla droga.
Niente di specifico viene riferito da Carla Rostagno, ma solo impressioni personali.

L’avv. Ingrassia riferisce di una dichiarazione di Massimo Coen, circa una colpa di Mauro che era quella di rovinare i rapporti tra Cardella e il partito socialista. La Rostagno conferma che questi rapporti col Psi c’erano, con Craxi in particolare, probabilmente i contrasti cui fa riferimento Coen si riferiscono a problematiche del Psi trapanese.

Relativamente ai rapporti tra il Genovese ed il Cardella la Rostagno aveva riferito che il Genovese rubò i soldi alla cassa della comunità per pagare la droga ad Oldrini.

Il presidente Pellino chiede notizie sul rinvenimento del famoso fax inviato da Cardella contro Rostagno.

Il presidente mostra la fotocopia del fax, lei conferma che è questo, i segni, le sotto,lineature non esclude che può averli messi lei dopo, il foglio non fu trovato in un sottofondo ma in fondo a quel forziere, l’originale fu rimesso al suo posto. Ho fatto solo una fotocopia.

Il presidente chiede se suo fratello condivideva le frequentazioni politiche di Cardella. Lei esclude che Mauro avesse le frequentazioni politiche come quelle di Cardella. A livello locale la sorella ricorda un rapporto intimo con l’allora consigliere provinciale Enzo Mauro che qualche giorno prima della uccisione di Mauro lo andò a trovare in comunità e gli disse: “abbracciamoci fin che siamo in tempo”.
Ricorda poi un brigadiere dei carabinieri che chiese a Mauro come va, e lui gli rispose “fin che ci lasciano vivere viviamo”. Carla Rostagno dice che ci sono alcuni segnali che si muovono attorno a Mauro e quello di pericoloso che è accaduto è certamente successo negli ultimi tempi ed è lì che io, dice, ho cercato di guardare.

Il presidente Pellino ricorda che in possesso di Mauro al momento del suo delitto c’era un libro, il principe di Macchiavelli con la dedica di Bettino Craxi, ma Carla Rostagno esclude che tra i due potevano esserci rapporti.

Mauro, secondo Carla Rostagno, una video camera amatoriale certamente sapeva usarla.

A proposito di Massimo Coen il presidente chiede quante volte lo incontrò. Una sola volta nel 1993 nel quale le disse di essere stato nella stanza di Mauro subito dopo l’omicidio, di prima non sa e non le parlò di riprese televisive.

Il Presidente chiede se ha mai sentito parlare di un certo Michele Monreale. La teste risponde affermativamente e che si trattava di uno che lavorava ad Rtc.

Il presidente chiede ancora del suo incontro con Cannas e dei temi affrontati. L’incontro di Mauro con il boss Natale L’Ala, me lo disse incidentalmente, dice Carla Rostagno. Quando andai a parlare con Paolo Borsellino, sapevo che la moglie di questi, nel frattempo ucciso, collaborava e chiesi a Borsellino di chiedere a questa Giacoma Filippello se sapeva qualcosa dell’incontro di mio fratello con suo marito. Conferma che Cannas le collegò l’incontro tra Mauro Rostagno e il boss mafioso alla vicenda della loggia segerta della massoneria Iside 2.

E riparlando del lavoro giornalistico del fratello, avendo visto i filmati che era riuscita a recuperare. Non era retorico, non aveva riguardi, scuoteva le coscienze, la colpì il modo con il quale li raccontava.

L’avvocato Greco (associazione della stampa), pone una domanda sul colloquio con Cannas, la teste conferma che il brigadiere le disse dell’incontro tra suo fratello e il boss mafioso e glielo disse in fondo al colloquio, come se non fosse importante.

L’avvocato Lanfranca (parte civile familiari Rostagno), sull’incontro con Enzo Mauro precisa che probabilmente poteva riferirsi al fatto che Mauro Rostagno voleva disegnare una mappa della mafia trapanese.

Controesame della difesa, avvocato Galluffo. Chiede notizie su questo Mauro politico trapanese il quale era Enzo Mauro, esponente del Psi, consigliere provinciale, genero del senatore del Psi, Francesco De Nicola, deceduto sembra per un tumore.

Qui la testimonianza termina.

La prossima udienza è fissata al 12 ottobre e successive il 19 e 26, in programma l’audizione dei testi: Linares e degli ispettori Palumbo e Pettorini.

La precedente udienza del 13/07/2011 la trovate qui

grazie a Radio Radicale

Processo per l’omicidio di Mauro Rostagno (15)

Udienza del 13 luglio 2011 del processo per l’uccisione del sociologo e giornalista Mauro Rostagno avvenuta nel piccolo borgo di Lenzi, in territorio di Valderice la sera del 26 settembre 1988 ed in corso di svolgimento davanti alla Corte d’Assise di Trapani.

Alla sbarra il boss mafioso Vincenzo Virga e Vito Mazzara, per l’accusa, rispettivamente, mandante e killer dell’omicidio che sarebbe stato deciso per punire Rostagno per la sua attività giornalistica condotta attraverso l’emittente Rtc ‘Radio Tele Cine’.

Durante l’udienza vengono esaminati i testi: Nino Marino e Aldo Ricci.

In apertura di udienza vengono acquisiti i verbali di dichiarazioni rese durante l’istruttoria dall’editore di Rtc, Giuseppe Bulgarella, perché deceduto.

Primo teste è l’avv. Nino Marino il quale negli anni 80 svolgeva attività forense ed era dirigente del Pci, all’epoca del delitto era segretario provinciale del PCI, dirigente regionale ed era nella commissione antimafia presieduta dall’on. Violante all’interno della direzione nazionale del partito.

Mauro Rostagno, lo conobbe intorno alla mettà dell’86′, dice Marino, era un giornalista puntuale, accreditato e ascoltato, la frequenza con lui fu molto intensa e col tempo si stabilì un rapporto di interlocuzione che andò al di là del semplice dato politico. Dopo la morte di Mauro Rostagno tutti sono diventati suoi amici.

Quel 1988 fu un anno particolarmente intenso, terribile, perchè scandito da una serie di arresti di assessori e consiglieri comunali per tangenti, la scoperta della loggia Scontrino, ci colpì che questa cosa nascesse a Trapani, quasi in coincidenza, e si pensava anche da parte di Rostagno, in sostituzione di Castiglion Fibocchi (P2), erano gli anni in cui scende in Sicilia la struttura segreta Scorpio di Gladio, a Trapani c’erano 5 centri, è l’anno in cui si celebra il processo per l’omicidio di Vito Lipari.
Un anno in cui molto fattori si addensavano e che davano il segno di un cambiamento nei rapporti tra affari e malaffari, mafia e politica, e per questo il contatto con Rostagno era quasi quotidiano.

Rostagno stava facendo e stava preparando inchieste giornalistiche su questi temi. Fu pubblico il suo interesse nel seguire il processo per l’omicidio di Vito Lipari. Rostagno concordò e approfondì un nostro giudizio che l’omicidio Lipari (1980) segnava una rottura.
Vito Lipari era uomo dei cugini Salvo era il numero uno dell’espressione politica dell’influenza politica dei Salvpo, non si uccideva Vito Lipari se non per dare un colpo ai Salvo, poco tempo prima (1975) c’era stato il sequestro Corleo.

Rostagno iscrisse il delitto Lipari in questo quadro e ragionò che se questo fu deciso con il coinvolgimento di Santaparola, se questo era avvenuto ed avvenne a Trapani quello che si profilava come un nuovo potere all’interno della mafia a Trapani doveva essere molto forte.
Allora si pensava che capo mafia a Trapani era Minore, ed invece a quell’epoca capo mafia era già l’attuale imputato Vincenzo Virga, un passaggio che doveva restare segreto. Rostagno per questo ricevette minacce seguendo questa linea di intepretazione.

Rostagno esordisce sulla Iside 2 della quale subito si intuisce la pericolosità e la rilevanza, per i nomi che c’erano dentro Iside 2, nomi di mafiosi riconosciuti, credo anche ufficialmente tra i quali Mariano Asaro, Natale Lala, Agate, ed altri cle aleggiavano, tra i quali il commercialista Mandalari.
Rostagno esordisce su questa vicenda con un editoriale incredibile, per chi non lo conosceva, un editoriale di apparente sottovalutazione, nel quale si dicevano cose come: “si tratta di una manovra di Sergio Mattarella per colpire”, ecc., “io capii subito che era un depistaggio”, non poteva corrispondere al pensiero di Rostagno le banalità che disse in televisione, gli chiesi cosa c’era dietro, mi rispose debbo depistare, debbo fare finta che è una cosa stupida, voglio indagare ancora, non voglio essere scoperto per potere ricevere così notizie.
Qualche giorno dopo venne convocato dai carabinieri, i quali gli chiesero notizie dell’editoriale. Rostagno me ne parlò. Ricordo che mi diede questa immagine della biglia che viene sballottata nel flipper per via di quell’editoriale.
Io gli procurai un formale incontro con il giudice istruttore Nunzio Trovato, debbo dire leggendo quel verbale che Rostagno ricevette massima comprensione dal giudice.

Lui racconta al dott. Trovato che andò a fare una visita alla sede del circolo Scontrino per rendersi conto della Loggia, e lì in qualche modo, non so fino a che punto fu prudente, racconta al giudice che egli ebbe notizia della venuta qui in provincia di Trapani a Mazara la prima e Campobello la seconda di Licio Gelli ospite di Mariano Agate. Opinione di Rostagno era che Gelli venne per decidere qualche cosa, tornò per verificare.
I magistrati gli chiesero come lui lo aveva saputo, Rostagno rispose di non ricordarselo.
La convocazione dei carabinieri era sembrata anomala a Rostagno e una forma di intervento sul suo lavoro.

Io ricordo una preoccupazione visibile da parte di Mauro Rostagno, quando fu ucciso e trovato morto sulla piazza di Paceco un ragazzino, e fu arrestato un tale pacecoto. Il fatto destò allora impressione e Rostagno ne fece un pezzo di costume e una serie di servizi additando questo Barbera come autore dell’omicidio, se non chè questi fu scarcerato perché riconosciuto estraneo.
E Rostagno cominciò a ricevere una serie di lettere anonime e che lui attribuiva a questo presunto autore del delitto, per questa vicenda lo vidi colpito e preoccupato.

Poi lo vidi umiliato, da lontano, lui era già a Trento, per la vicenda Calabresi.

Con Cardella vi sono rapporti di conoscenza giovanile, continuati poi anche in età adulta. Difensore in processo che lo ha riguardato (truffa Saman) poi da allora non l’ho più visto.
La preminenza di Cardella su Rostagno era evidente, assieme li ho visti poche volte.
Cardella faceva delle feste di compleanno nella sua casa, io non andai mai, mi chiese perché non andavo, non sapevo cosa potesse significare questa comunità, il sospetto mio era quello che lui potesse essere in rapporti con servizi segreti anche stranieri.

All’inizio a Lenzi era una comunità di arancioni, era una cosa strana, c’erano sensazioni in giro per quegli anni che la Sicilia stesse diventando terra di ”attenzioni” internazionali.

Con Rostagno non parlai mai di Cardella, alcune vicende le appresi dopo da Carla Rostagno.

L’esame dell’avv. Marino prosegue a proposito del faldone di documenti, appena dallo stesso riconsegnati, all’avvocato di parte civile di Chicca Roveri.
Chicca me la diede il giorno di Natale del 1988, io la visionai, la conservai con cura, appunti manoscritti di Rostagno, ritagli di giornali, quotidiani, settimanali, sottolineature che rigurdavano i famosi cavalieri di Catania, i Salvo, qualche cosa credo che rigurdi l’on. Giunnella, in genere sulle vicende della mafia, oltre a questo c’era la fotocopia di una lettera che mi colpì, fotocopia di una lettera inviata presuntivamente da Rirì Gerbino, giramondo di Calatafimi, e negli anni ottanta ritornato anche lui in Sicilia, questa lettera ha una cosa strana che tiene timbro di entrata del 26 settembre 1988 (giorno dell’omicidio) ed era già aperta.
Il materiale sembra fosse stato raccolto dallo stesso Rostagno. La Roveri era commossa ma anche preoccupata in quel Natale del 1988. Chicca per il suo impegno nella ricerca della verità, era un possibile obiettivo di intimidazioni ed era preoccupata per la figlia.

Relativamente all’indagine sul delitto Calabresi Rostagno ne attribuiva l’origine ad una manovra dell’arma dei carabinieri nei confronti di Lotta Continua: “non ci hanno sciolti quando eravamo organizzati e ci vogliono sciogliere ora a distanza di 10 anni”
Non so se conosceva particolari specifici, non me ne disse.
Che la riteneva una manovra di destabilizzazione per operare una ricostruzione diversa della storia d’Italia degli anni 70′ questo lo percepii.

Le trasmissioni di Rostagno su Rtc erano seguite e molto popolari nella società trapanese.

Anche con Giuseppe Burgarella una antica frequentazione giovanile da parte di Nino Marino.
Burgarella era l’editore di Rtc, ma non sottovaluta la funzione che ebbe Caterina Ingrasciotta la moglie, era lei l’editrice di Rtc materialmente.
Puccio esercitava un peso e con la moglie aveva una buona interlocuzione, con Rostagno Bulgarella non aveva un ruolo censorio.
Secondo Marino, Bulgarella commise un errore di sottovalutazione, aveva ottimi rapporti con Claudio Martelli e con Ludovico Corrao e tramite Caterina Ingrasciotta pure con Giovanni Falcone, Bulgarella non aveva precisa contezza della mafia e della mafiosità.

Nel 90′ in Consiglio comunale vengono eletti al consiglio comunale di Trapani soggetti particolari tra i quali, Franco Orlando, arrestato, in Consiglio provinciale il consuocero di Messina Denaro, nelle liste del Psi a Castelvetrano viene eletto e nominato assessore uno dei generi di Messina Denaro.

Cambia la morfologia dei gruppi politici e dei gruppi criminali.

Continue erano le denuncie di Rostagno usando la cultura e l’arma del giornalismo sulle cose che non andavano nella città e sul perchè su queste cose c’era l’interesse della mafia, per esempio, l’invasione della monnezza della città.
Lui ebbe rapporti con altri due uomini politici di limpida cristallinità e di schieramenti diversi, con Michele Rallo e con un socialista Vincenzo Genna, più volte sindaco di Marsala, che fu il tramite che mise in contatto Rostagno con Paolo Borsellino.
Rostagno delle cose di mafia trapanese ne parlava con una certa cognizione essendo stato in precedenza in Sicilia, e a Palermo, da dirigente di Lotta Continua.

Secondo l’avv. Marino era forte l’interesse di Rostagno per Marsala, accenna allo scandalo che restò non chiarito del cosidetto Ente Teatro del Mediterraneo, Marino accenna ad un incontro tra Rostagno e Borsellino, fu sicuramente poco prima dell’estate del 1988 promosso da Vincenzo Genna, non conosco però i contenuti dell’incontro.
La provincia di Trapani era esposta e sospettata di essere luogo di sbarchi con una forte presenza navale in grado di camuffare determinati movimenti di armi e droga. In particolare Marino mostrò a Rostagno un articolo di Federico Rampini pubblicato su Rinascita, nel quale si ricostruiva l’intreccio tra servizi e traffici di armi e droga ed il coinvolgimento della mafia.
Rostagno all’epoca associava punti di contatto poi risultati provati tra Iside 2, Mazara del Vallo, traffico d’armi, porto.

Alla Provincia Regionale di Trapani Rostagno, aveva buoni rapporti con due presidenti democristiani: Gioacchino Aldo Ruggeri e Mario Barbara.
Relativamente alla provincia in quanto ente, Rostagno si occupò di una indagine di mafia su Mariano Agate che coinvolse un consigliere provinciale del Pri di Mazara, Girolamo Pipitone (poi prosciolto) il quale si dimise per intervento del presidente Ruggeri.

Cardella e il senatore Pizzo non si potevano vedere. Cardella era nel cerchio ristretto degli amici di Bettino Craxi.

Fin qui le risposte di Marino ai Pm e alle parti civili.

Tocca ora alla difesa.

L’avvocato Vezzadini chiede delle minacce che Rostagno avrebbe ricevuto da tale Barbera di Paceco intorno alla primavera 88′.
Probabilmente mi accennò anche a qualche telefonata di minaccia
La domanda successiva riguarda il faldone di documenti consegnati oggi alla Corte e che lui aveva avuto consegnati da Chicca Roveri per sapere se fosse stata consegnata copia anche ai carabinieri.

L’avvocato Ingrassia la prende molto alla lontana a partire dalla posizione di Rostagno intorno alle droghe, di Telescirocco e di Peppe Bologna, di missili a Comiso per continuare con la fonte delle visite di Licio Gelli a Trapani.
La pista di Gladio e dei servizi segreti deviati interessa il difensore di Virga, le domande poste portano a parlare di una presenza di Gladio a Santa Ninfa e di un possibile referente della struttura nell’allora comandante della stazione dei carabinieri Guazzelli, ucciso anni dopo ad Agrigento.
A Trapani in Via Virgilio, Pantelleria, Santa Ninfa ed altri due erano sedi di Scorpio struttura segreta interna alla struttura segreta Gladio.

Rispondendo all’avvocato Salvatore Galluffo, Nino Marino riferisce di avere appreso da Francesco Cardella che lo stesso Cardella viaggiando in aereo da Milano verso Trapani, la sera delll’omicidio Rostagno, l’onorevole Pellegrino, che viaggiava con lui, gli avrebbe detto che a suo parere quel delitto era cosa di servizi segreti.

E’ il turno del teste Aldo Ricci.

Aldo Ricci fiorentino pubblicista e scrittore liberal era amico di Francesco Cardella e Mauro Rostagno che aveva conosciuto già dal 1966 a Sociologia a Trento e che diresse Rtc per un mese dopo l’omicidio di Mauro Rostagno
Non ebbe conoscenza diretta di un litigio tra i due, ma lo apprese dopo l’omicidio e gli vennero fatte delle ipotesi assai diverse.

Ricci ha poi confermato nella sostanza se non nella forma il verbale del 1993.
Tra vuoti di memoria e difficoltà a mettere a posto le date infine Ricci ha dichiarato che: “Se continuano a rompermi i coglioni io dirò chi ha ammazzato Calabresi” (ucciso il 17 maggio 1972 a Milano), sarebbe una frase dettagli da Mauro Rostagno a Milano nel 1978, affermazione detta dieci anni prima della comunicazione giudiziaria, in un momento in cui Rostagno era, deriso per la gestione del locale Macondo, mi disse che se lo continuavano a deridere (dall’ambiente degli ex gruppuscoli dell’estrema sinistra) avrebbe raccontato quello che sapeva sul delitto Calabresi.
L’ostracismo in quel periodo nei confronti di Rostagno a Milano era palpabile.
Ricci ha riferito che Rostagno (vestito di arancione) venne a Firenze, forse nel 1977, in una intervista registrata su nastro e di cui dovrebbero esistere i nastri nel suo archivio e di cui alcuni stralci vennero pubblicati ne “I giovani non sono piante”, gli disse che non intendeva fare più politica, che aveva rotto ogni rapporto con gli ex compagni di Lotta Continua in particolare aveva rapporti tesi con Giorgio Pietrostefani.
In seguitò accettò l’offerta di Francesco Cardella rappresentante in Italia del movimento arancione e poi si recò a Puna.

Il giornalista Sergio Di Cori lo conobbe leggendo un pezzo di D’Avanzo su La Repubblica e ci trova nel pezzo l’agente Pampillonia che lo avrebbe portato dal Procuratore della Repubblica per fare dichiarazioni che sarebbero state secretate, una storia stranissima, a cui La Repubblica dopo pochi giorni si sottrasse.

Io lo avvicinai, per sapere i retroscena di cui lui avrebbe potuto essere a conoscenza, ma non si cavò un ragno dal buco.
Dopo di che il Di Cori si attaccò a lui e raccontò di essere un collaboratore dell’FBI, ma già al secondo incontro capii che era un mitomane pur se intelligente e spiritoso.
In seguito il Di Cori si mise con l’ex moglie di Aldo Ricci portandola sul lastrico.
La credibilità di Di Cori per Aldo Ricci è pari a zero.

Tra le persone vicine politicamente a Mauro Rostagno vi era sicuramente Marco Boato, non vi era Curcio con il quale vi era amicizia.

Rostagno non era un bacchettone come altri personaggi di Lotta Continua, come per esempio Marco Boato.
Rostagno aveva un modo di comportarsi e di vestirsi che non andava bene a quelli di Lotta Continua, mi pare che metteva un ombretto sugli occhi, portava braccialetti, andava vestito in modo vistoso.
Quelli di Lotta Continua non potevano essere dalla sua parte, perché i comportamenti erano diversi, Rostagno gli disse: “Per punizione Pietrostefani mi ha mandato in Sicilia, dove sono stato benissimo“.

Rostagno seguì la filosofia del santone indiano.

A proposito di Francesco Cardella, (un tipo geniale) con cui ci si vedeva in Via Plinio a Milano, nei quali aveva a disposizione due piani, una delle sue idee era di “vendere Dio attraverso pillole arancioni da distribuire in edicola in dispense settimanali“, in favore della Foundation del santone indiano, una sorta di multinazionale religiosa con sedi in diversi paesi.
Il responsabile e massima autorità morale e spirituale della Foundation in Italia era Cardella che veniva riconosciuto come tale anche da Rostagno.
Duro e sprezzante però il giudizio di Ricci su Francesco Cardella, definito gangster e pornografo in quanto aveva le rotative ad Opera, a Milano, in cui si stampava pornografia e aveva una spregiudicatezza assoluta.
Rostagno versava alla comunità il modesto stipendio che percepiva Rtc, a fronte di un Cardella che era un miliardiario con aereo, auto di lusso barche e traffici forse poco leciti, senza contare il Cammisa come guardia del corpo, un assaggiatore di droga della mafia.

Su Puccio Bulgarella, “una persona molto simpatica, con lui parlai del delitto Rostagno, io arrivai uno o due giorni dopo il funerale, non volli venire prima perché avrei incontrato Martelli, Boato, quelli di Lotta Continua, arrivai apposta due giorni dopo il funerale”, “Cardella mi portò a Rtc”, “dopo avere conosciuto Caterina Ingrasciotta che era la moglie e Bulgarella, andammo tutti in barca” e durante questa giornata Bulgarella mi disse che io mi dovevo togliere dalla testa che questo era un delitto mafioso, per delle caratteristiche balistiche, e la stranezza di una testimone che esce dalla macchina senza riportare una macchia, e che se fosse stata la mafia lui sarebbe venuto a saperlo, Bulgarella ripeteva questa cosa in modo categorico, ossessivo, per un mese mi disse questo.

Questo fino a quando all’arrivo di Martelli, loro (Burgarella, Cardella, la Roveri, Ricci viene escluso) si riuniscono a Lenzi, dopo un’ora viene fuori Bulgarella e mi dice che Martelli gli ha promesso un miliardo di pubblicità, abbiamo parlato del delitto, “non è stata la mafia con la ‘m’ maiuscola”, ma “una mafia, una mafietta, con la ‘m’ minuscola, qualche balordo“, io a quel punto me ne andai tre quattro giorni prima della scadenza del contratto.

La prossima udienza è fissata al 28 settembre, prima udienza dopo la sospensione estiva, in programma l’audizione dei testi: Rostagno Carla, l’Avvocato Lucio Ambrosino e Wilma De Federicis.

La precedente udienza del 13/07/2011 la trovate qui

grazie a Radio Radicale

Processo per l’omicidio di Mauro Rostagno (14)

Udienza del 29 giugno 2011 del processo per l’uccisione del sociologo e giornalista Mauro Rostagno avvenuta nel piccolo borgo di Lenzi, in territorio di Valderice la sera del 26 settembre 1988 ed in corso di svolgimento davanti alla Corte d’Assise di Trapani.

Alla sbarra il boss mafioso Vincenzo Virga e Vito Mazzara, per l’accusa, rispettivamente, mandante e killer dell’omicidio che sarebbe stato deciso per punire Rostagno per la sua attività giornalistica condotta attraverso l’emittente Rtc ‘Radio Tele Cine’.

Durante l’udienza vengono esaminati i testi: Umberto Santino, Simona Pettorini e Angelo Palumbo.

In apertura di udienza il pm Del Bene ha prodotto un certificato di morte della teste Faconti Alessandra, che risulta deceduta il 4 ottobre del 2007.
Alessandra Faconti era un ex ospite di Saman. Palermitana, in alcune occasioni Mauro Rostagno le chiese collaborazione per ricerche sul territorio. Per cui transitano nel processo i verbali di dichiarazioni rese dalla Faconti all’autorità giudiziaria nel corso delle indagini.

Transitano anche i verbali sulla testimonianza di Antonello Marini che fu agente di scorta del giudice Falcone, a proposito di un incontro che Rostagno avrebbe avuto col magistrato a Palermo e che confermano la visita di Rostagno, accompagnato dalla Faconti, al giudice Giovanni Falcone.
Le parti concordano anche di acquisire i verbali delle testimonianze di Umberto Santino, presidente del centro di documentazione Peppino Impastato.

Poichè Umberto Santino è presente in aula le parti decidono di sentirlo ad integrazione delle testimonianze rese.

Umberto Santino riferisce dei contatti avuti con la Faconti incaricata da Mauro Rostagno,  al centro di documentazione Giuseppe Impastato. Mauro Rostagno era da lui conosciuto già dagli anni 70′ quando Rostagno dirigeva Lotta Continua a Palermo, e con lui era tornato a incontrarsi il 3 maggio dell’88′.
In quella occasione Rostagno gli fece una lunga intervista (circa cento domande) per uno speciale televisivo per RTC sul traffico internazionale di droga, ma che non sa se fu mai trasmessa.

Quando morì Rostagno si recò alla Saman e chiese se quella intervista fosse mai andata in onda, ma non seppe nulla, lo colpì la circostanza che in comunità nessuno sapeva della attività giornalistica di Rostagno e ne dedusse che lo stesso, in quel contesto, dovesse essere molto isolato.

In quell’incontro parlarono anche dell’editore di RTC di cui sapeva la famiglia essere coinvolta, per notizie di stampa, in fatti giudiziari, ma Rostagno gli rispose che era molto libero e non subiva pressioni.

Dell’attività giornalistica, svolta in una città dormiente ed assopita, lo colpì la volontà di Rostagno di fare controinfomazione, nel senso che egli non cercava le consuete fonti, ma come Impastato andava a cercare notizie tra gli stessi soggetti che potevano avere interessi rispetto alle cose delle quali si interessava. In proposito gli disse che tale approccio si poteva prestare a strumentalizzazioni, nel senso che a lui potevano riferire solo una parte delle cose o solo le cose che faceva comodo fare sapere.

Certamente il suo interesse era riservato alla folta presenza di sportelli bancari a Trapani, così come ai traffici di droga e di armi, a mafia e massoneria.

Nel corso della testimonianza Santino ha riferito dell’eccezionalità del personaggio Rostagno, grande uomo di cultura, capace di parlare con la gente e che in quel periodo non esisteva un giornalismo analogo a quello da lui condotto.

Nella comunità Saman non si sapeva nulla di Peppino Impastato. Il giorno dei funerali a cui intervennero tra gli altri Marco Boato e Claudio Martelli il Santino, avevo chiesto di potere parlare avendo conosciuto Rostagno ma non gli consentito.

Tempo dopo scrisse su un mensile dal titolo “Grande W”, a proposito della presenza di Claudio Martelli, che in quel funerale era stato compiuto un tentativo di “appropriazione indebita di cadavere”.

Santino produce quindi due comunicati stampa del centro Impastato risalenti al 1995 relativi ai rapporti tra mafia e massoneria a Trapani, prodotti a seguito della nomina ad assessore regionale dell’onorevole Francesco Canino e nei quali si richiama un articolo del Giornale di Sicilia del 1993 nel quale Canino diceva che non sapeva della presenze delle logge massoniche segrete a Trapani dietro le quinte del Centro Scontrino, di esserci andato una volta e in quella occasione di avere appreso della massoneria.

In quell’articolo, racconta Santino alla corte, Canino riferì della sua iniziazione, fatta con il rito del dito punto, questa dice Santino alla corte mi sembrò più una affiliazione mafiosa che massonica.

Tempo dopo l’omicidio, a seguito di una richiesta di Francesco Cardella se volessimo fare come Centro Impastato, qualcosa di simile a quello che avevamo fatto per Peppino Impastato risposi a Francesco Cardella che non ero un investigatore. La matrice mafiosa dell’omicidio di Mauro Rostagno, inoltre, era chiara sin dall’inizio e a quella data non mi sembrò evidente che si fosse messa in moto una macchina del depistaggio.

Santino ricorda che lui da Rostagno doveva essere intervistato altre due volte, dopo quella sul traffico internazionale di droga, doveva essere fatta una intervista sulla mafia omicida e un’altra sulla mafia finanziaria.

E’ il turno dell’ispettrice della Squadra Mobile Simona Pettorini che su delega del suo dirigente dottor Linares, su richiesta della procura, ha effettuato indagini, nel 2008, relative all’omicidio Rostagno, in particolare su: deposito di reperti, attività di intercettazione, escussione di testi e relativamente alle sorelle Fonte per sapere se avessero ricordo delle persone viste quel 26 settembre 1988.

Le sorelle Fonte in aula in precedenza avevano detto che interrogate alla Squadra Mobile nel 2008 o 2007 qualcuno fece loro vedere una foto.
La circostanza della esibizione della foto è negata dall’ispettore Pettorini che riferisce invece che le testi negarono di avere ricordo e quindi non fu aperto alcun verbale nè furono mostrate foto.

L’udienza si sospende alcuni minuti dopo un intervento dell’avv. Galluffo che contesta la presenza appena fuori della porta dell’aula dell’altro teste che deve essere sentito e che quindi avrebbe avuto maniera di ascoltare il contenuto della testimonianza in corso.

Il presidente Pellino chiama l’ufficiale giudiziario che riferisce di essere stato fuori dall’aula proprio per accertare che l’altro teste stesse a distanza dall’aula, assicura la corte che il teste non ha avuto modo di ascoltare la testimonianza, da fuori è impossibile ascoltare anche per il vociare che c’è nell’atrio.

La testimonianza dell’ispettrice Simona Pettorini resta concentrata su sollecitazione delle domande delle difese Galluffo e Ingrassia sulle modalità di riconoscimento fotografico. L’ispettrice continua a sostenere che avendo negato di essere in grado di riconoscere e di fornire una descrizione fisica le sorelle Fonte, risultava impossibile sottoporre alle testi degli album e che quindi non furono mostrati album ne foto singole.

E’ il turno della testimonianza dell’ispettore capo della Squadra Mobile Angelo Palumbo che nel 2008 con l’ispettrice Pettorini interrogò informalmente le sorelle Fonte allo scopo di capire se era possibile approfondire le loro pregresse testimonianze.
La delega della procura era di verificare se in relazione alle loro precedenti dichiarazioni erano in grado di dare ulteriori particolari interessanti per l’individuazione dei soggetti da loro visti nel settembre del 1988.

Le sorelle Fonte però non furono in grado di dare ulteriori elementi utili ma si limitarono a confermare i loro precedenti verbali.
Siccome l’incontro sotto l’aspetto investigativo fu inutile non fu scritto alcun verbale.
Anche l’ispettore Palumbo ha confermato che non furono mostrati album di fotografie.

Quando l’udienza sta per finire, l’avv. Carmelo Miceli (parti civili Elisabetta Roveri e Maddalena Rostagno) riferisce che in mattinata ha ricevuto dall’avv Nino Marino (già segretario della federazione del PCI di Trapani all’epoca dell’omicidio Rostagno) un voluminoso plico di atti relativi all’attività di Mauro Rostagno, l’avv.to Marino ha pregato l’avv. Miceli di consegnare quei documenti a Chicca Roveri che a suo tempo glieli aveva forniti, trattandosi di documenti personalmente redatti da Rostagno e considerata la possibile rilevanza dei documenti ne chiede l’acquisizione.

La prossima udienza è fissata al 13 luglio, ultima udienza prima della sospensione estiva, in programma l’audizione dei testi: Aldo Ricci, Rocco Messina, l’avv. Nino Marino e Piacenza Ignazio.

La precedente udienza del 15/06/2011 la trovate qui

grazie a Radio Radicale

Un “uno due” per il senatore d’Alì

Tempi duri per il senatore trapanese del Pdl Antonio D’Alì, coordinatore del partito di Berlusconi in provincia di Trapani, ex sottosegretario all’Interno e oggi presidente della commissione Ambiente del Senato.

Prima nei giorni scorsi la chiamata a deporre il prossimo l’11 luglio, nell’ambito del processo a carico dell’imprenditore Tommaso Coppola e di altre 9 persone coinvolte nell’operazione «Cosa Nostra Resort» su richiesta del Pm Tarondo il quale intende approfondire alcuni aspetti relativi alla posizione del sindaco di Valderice Camillo Iovino, chiamato a rispondere dell’accusa di favoreggiamento.
Infatti Onofrio Fiordimondo, nipote dell’imprenditore Tommaso Coppola aveva riferito di essere stato incaricato dallo zio di contattare Camillo Iovino, sindaco di Valderice, affinché parlasse con il senatore Antonio D’Alì.
Il Coppola, che all’epoca si trovava già in carcere, intendeva ottenere garanzie in relazione alla fornitura di materiale, da parte di una sua azienda, per alcuni lavori al porto di Castellammare del Golfo.
La polizia, nel corso delle indagini, ha sequestrato una lettera inviata alla nipote, Caterina Fiordimondo, con cui l’imprenditore incaricava il nipote di contattare Iovino affinché parlasse con il senatore.
Se La donna ha confermato la circostanza smentendo qualunque contatto, e la circostanza è stata negata anche dal sindaco, così non ha fatto Onofrio Fiordimondo il quale ha dichiarato di avere contattato Iovino e di avere poi ricevuto rassicurazioni.
Per i giudici chi può chiarire la vicenda è proprio il Senatore D’Alì.

Poi ieri la notifica della Procura antimafia di Palermo dell’avviso di chiusura delle indagini il quale potrebbe preludere ad un rinvio a giudizio per concorso esterno in associazione mafiosa.
D’Alì avrà ora 20 giorni di tempo per produrre eventuali prove difensive, chiedere altre indagini o chiedere di essere sentito dal magistrato.
In precedenza per ben due volte i pm avevano chiesto l’archiviazione, sempre respinta dal gip che aveva chiesto ulteriori accertamenti.

Tra gli elementi acquisiti dalla Procura distrettuale antimafia vi sono le dichiarazioni dell’ex prefetto di Trapani, Fulvio Sodano, trasferito ad Agrigento, essendo D’Alì sottosegretario all’Interno e dopo che il Prefetto aveva scoperto e sventato il tentativo di Cosa Nostra di ritornare in possesso di un’azienda ch’era stata sequestrata al boss Vincenzo Virga.
Sodano indicò in D’Alì il promotore del suo trasferimento e per tali affermazioni è stato querelato dallo stesso D’Alì.
Nelle indagini sembra confluiscano anche le dichiarazioni del pentito Francesco Geraci (il tesoriere di Messina Denaro), che ha raccontato la vicenda del passaggio di un terreno dei D’Alì a Castelvetrano, Vincenzo Sinacori, e le dichiarazioni dell’imprenditore Nino Birrittella.

In una nota su Facebook Samdra Amurri e Rino Giacalone riassumono la vicenda così:

“Le indagini per sostenere il reato di concorso esterno in associazione mafiosa a carico del senatore del Pdl, ex sottosegretario all’Interno e attuale presidente della Commissione Ambiente, Antonio D’Alì, sono arrivate a conclusione. Entro venti giorni il senatore potrà chiedere di essere interrogato dai pm della Dda palermitana Andrea Tarondo e Paolo Guido così come potrà depositare memorie, poi i magistrati decideranno se chiedere il rinvio a giudizio. Ipotesi, vista la mole di prove fornite dalla pubblica accusa, alquanto credibile. Un anno fa il Gip Antonella Consiglio aveva rigettato la richiesta di archiviazione ordinando ulteriori indagini che hanno prodotto nuove prove a carico di D’Alì. Soprattutto in merito ai rapporti del parlamentare del Pdl con la famiglia di Matteo Messina Denaro. Neppure un mafioso qualsiasi, che già desterebbe qualche perplessità, ma addirittura l’attuale capo di Cosa Nostra.

IL BOSS È STATO campiere dei D’Alì fino alle stragi del ’93 quando si diede a una latitanza che prosegue indisturbata anche grazie alle protezioni politiche di cui gode esattamente come risulta dal pagamento da parte dei D’Alì al boss così come pattuito dal contratto di lavoro. Poi c’è la storia della vendita a Messina Denaro del terreno in contrada Zangara di proprietà dei D’Alì. Contorni svelati anni dopo dal collaboratore di giustizia Francesco Geraci prestanome di Totò Riina.Geraci racconta che si trattò di una vendita fittizia e che fu proprio lui a riavere indietro i soldi “pagati”, andando a prenderli presso la sede della banca Sicula di Trapani. Geraci ha detto che D’Alì, all’epoca non ancora senatore, era presente alla stipula dell’atto e che il fratello Pietro, anche lui dirigente della banca, provvedeva alla restituzione del denaro della vendita. Bene, questa verità oggi trova riscontro anche nella testimonianza del fratello di Francesco Geraci. Ma c’è anche un altro capitolo interessante ed è quello relativo ai lavori nel porto di Trapani per le gare della Coppa America del 2005. Cento milioni di euro spesi in un battibaleno tra gennaio e settembre del 2005. Un meccanismo che secondo l’accusa richiamerebbe alla memoria il metodo della famosa “cricca”, in quanto a mettere il cappello sulle operazioni sarebbe stato l’ex capo della Protezione civile Guido Bertolaso, uomo molto vicino al senatore D’Alì. Sempre secondo le ipotesi accusatorie la mafia riuscì ad infiltrarsi indisturbata, grazie ad appoggi garantiti dall’ex sottosegretario all’Interno D’Alì e da imprenditori di suo riferimento come quel Francesco Morici che si è aggiudicato i lavori più importanti e più cospicui nel trapanese, dalla costruzione della Funivia per Erice, al recupero delle mura di Tramontana; dalla realizzazione delle nuove fognature sino alla costruzione (interrotta) delle nuove banchine del porto. Morici oggi risulta indagato per presunti appalti truccati.

MOLTI FATTI sono stati raccontati dall’imprenditore Nino Birrittella ex patron del Trapani Calcio, che arrestato nel 2005 ha ammesso le sue responsabilità e ha deciso di svelarne delle altre ai magistrati della Dda di Palermo. L’indagine su D’Alì è l’ultimo dei capitoli aperti, quello dei rapporti tra mafia e politica. Nel nuovo troncone di indagini sono stati sentiti i collaboratori di giustizia Vincenzo Sinacori, Francesco Geraci, ex braccio destro del boss belicino Matteo Messina Denaro, e ancora Francesco Campanella, ex presidente del consiglio comunale di Villabate. Molta la carne al fuoco. Come quell’improvviso trasferimento da Trapani – siamo nel 2003 – del prefetto Fulvio Sodano, dopo che questo da autentico servitore dello Stato aveva impedito che Cosa Nostra – anche grazie all’aiuto di un funzionario del Demanio, Francesco Nasca, poi condannato a sette anni – si riappropriasse della Calcestruzzi Ericina, azienda confiscata al capo mafia Vincenzo Virga, Nasca al processo raccontò di aver scritto una proposta di modifica della legge sui beni confiscati e di averla consegnata proprio al senatore D’Alì. Necessità di modifica della legge e trasferimento del Prefetto Sodano di cui, casualmente, discutevano i mafiosi intercettati. E ancora la vendita della banca Sicula di proprietà della famiglia D’Alì alla Comit.

STORIA DI CUI il primo ad occuparsene fu quel capo della squadra mobile oggi questore di Piacenza Calogero Germanà che un commando di Cosa Nostra di cui facevano parte Leoluca Bagarella, Giuseppe Graviano e Matteo Messina Denaro, nel settembre del ’92 tentò di eliminare sul lungomare di Mazara del Vallo. Infine la Procura di Trapani ha acquisito l’intervista alla signora Maria Antonietta Aula, ex moglie del senatore D’Alì pubblicata dal nostro giornale, e in parte da questa smentita, avendo raccolto riscontri significativi agli episodi raccontati da Il Fatto. Tra non molto, insomma, sapremo se il senatore Antonio D’Alì sarà processato per concorso esterno in associazione mafiosa.

Processo per l’omicidio di Mauro Rostagno (13)

Udienza del 15 giugno 2011 del processo per l’uccisione del sociologo e giornalista Mauro Rostagno avvenuta nel piccolo borgo di Lenzi, in territorio di Valderice la sera del 26 settembre 1988 ed in corso di svolgimento davanti alla Corte d’Assise di Trapani.

Alla sbarra il boss mafioso Vincenzo Virga e Vito Mazzara, per l’accusa, rispettivamente, mandante e killer dell’omicidio che sarebbe stato deciso per punire Rostagno per la sua attività giornalistica condotta attraverso l’emittente Rtc ‘Radio Tele Cine’.

Durante l’udienza vengono esaminati i testi: Generale Nazareno Montanti, Luogotenente Beniamino Cannas, e Aiello.

Il Generale Montanti era a Trapani il Comandante del reparto operativo e viene interrogato in apertura d’udienza dal Pm Del Bene sul Centro Studi Scontrino, copertura di una loggia massonica (la Iside 2) un comitato d’affari nel quale si decidevano le carriere, grazie alla raccomandazioni, si organizavano corsi fantasma e nella quale erano aderenti: dirigenti, politici,ed anche pregiudicati tra i quali Mariano Agate.
L’attività del suo gruppo sarebbe stata quella di identificazione dei soggetti, a partire dalle agende sequestrate dopo alcune perquisizioni della Squadra Mobile e della Guardia di Finanza, in seguito ad una irruzione della Squadra Mobile (aprile 86) partita a detta del Montanti da un esposto anonimo.
Nella ricostruzione il Montanti è particolarmente impreciso lacunoso e vago.
Agate Mariano, Agate Giovan Battista, Fundarò Pietro di Alcamo, Lala Natale pregiudicato di Castelvetrano, Monticciolo Antonino, Mandalari Pino, Bastone Giovanni, erano tra i pregiudicati mafiosi componenti del Centro Scontrino.
Nelle agende furono rinvenuti anche appunti diversi quali il numero di telefono di Carlo Vizzini, e l’indicazione dei nomi dell’Onorevole Ravidà Nicola, di Mattarella Sergio deputato dc dell’onorevole Canino Francesco ex Sindaco di Trapani e di Calogero Mannino tra gli altri.
Tra i componenti, appartenenti ad esercito, forze dell’ordine ecc. tra i quali l’ex comadante del 60° fanteria, il comandante e vice comandante della polizia municipale di Trapani ed ancora magistrati e relativi parenti, imprenditori.
Mauro Rostagno si era occupato del Centro Scontrino, la cui vicenda con i suoi intrecci affaristico-mafiosi aveva fatto molto scalpore a Trapani, ma i carabinieri trascurarono la pista mafiosa quale reazione della mafia all’attività giornalistica del Rostagno, essa “non fu presa in considerazione”.
Nell’agenda del 1981 sequestrata al Centro Scontrino non mancano riferimenti ad importanti incontri anche fuori Trapani per pratiche burocratiche e di finanziamenti, anche con Licio Gelli il capo della P2 che sarebbe stato ospitato a Trapani in una villa di massoni.

Il Pm Gaetano Paci parte il suo esame del teste Montanti da una contraddizione tra i contenuti di un verbale e la sua precedente audizione relativamente all’attività giornalistica di Mauro Rostagno.
Alla domanda del Pm su una nota informativa a firma del luogotenente Beniamino Cannas, quale risultato di una audizione di Mauro Rostagno a proposito del Centro Scontrino, e trasmessa all’autorità giudiziaria, il generale ha riconfermato ripetutamente di non esserne stato a conoscenza.
Nel precedente interrogatorio il generale aveva affermato che Mauro Rostagno svolgeva una attività informativa come altri svolgevano e “che anche i locali vedevano molto poco” e che quindi non poteva essere questa la causa del suo omicidio.
Il rapporto preliminare inviato all’autorità giudiziaria non conteneva tutti gli elementi di cui disponeva il medesimo gruppo operativo, ma il comandante oggi generale (in pensione) si tira fuori attribuendo la responsabilità degli atti ai suoi sottoposti definendosi solo un passacarte, un “passacarte di lusso”.
Risponde il Montanti quindi a proposito del giudice Carmelo Lombardo e degli insegnanti dei corsi citando tra gli altri la moglie del giudice Massimo Palmeri quale insegnante in uno di questi corsi e quindi risponde sugli incontri tra il Grimaldi e Licio Gelli.

Torna quindi a fare domande il Pm Del Bene sui rapporti con istituzioni ecclesiastiche ed internazionali.

E’ il turno poi dell’avvocato Vito Galluffo (difesa di Vito Mazzara), il quale chiede se i nomi citati erano iscritti al Circolo Scontrino o erano semplici nomi segnati nell’agendina sequestrata. Il generale risponde che si trattava di nomi segnati nell’agendina.

L’avvocato Ingrassia (difesa di Vincenzo Virga) chiede quando scoppia il caso Scontrino, quando viene portato all’attenzione dei media, la risposta è che orientativamente avvenne nel periodo 86-87 e che se ne parlò anche su La Sicilia di Catania e forse su testate nazionali.

Calò Pietro viene richiamato alla memoria del Montanti dal Pm Del Bene (il Calò Pietro era assistente Sip nato a San Giuseppe Iato responsabile delle intercettazioni alla centrale di Alcamo).

Tocca quindi al presidente Pellino che tende a fare il punto sulla data di inizio delle indagini sulla Scontrino e sui soggetti destinatari di provvedimenti cautelari tra i quali vui sarebbero stati un alto funzionario di prefettura, un alto funzionario di Ps, funzionari del comune di Trapani, funzionari della provincia, appartenenti al corpo dei vigili urbani, direttori di Banca, ed imprenditori.

L’avvocato Crescimanno chiede del Torregrossa Natale, geometra titolare di un’agenzia di viaggi, e di un documento contenente un elenco di 34 nomi degli indagati relativamente alla vicenda Scontrino.

E’ la volta ora del teste (richiamato anche lui come Montanti) Luogotenente Beniamino Cannas comandante attualmente la stazione di Buseto Palazzolo ed interrogato dal Pm Gaetano Paci a proposito di un rapporto del 22 giugno 1987, relativo agli illeciti commessi della massoneria trapanese in seno alla pubblica amministrazione che faceva seguito ad un precedente rapporto della squadra mobile.
Si parla quindi di una intervista ad un tale Scontrino Paolo ripreso di spalle ed in forma anonima, trasmessa da Tele Scirocco sulla massoneria di cui parlò in un suo redazionale Mauro Rostagno e nel corso del quale lo stesso Rostagno affermò a proposito dell’Onorevole Francesco Canino che in massoneria sarebbe stato occasionale, sarebbe stato poco e che non era più massone.
Di questo redazionale definito “un redazionale chirurgico” dal Cannas e che nell’occasione fece apparire al Cannas “ambiguo” il Rostagno, il Cannas ne parlò con il Rostagno su input dell’autorità giudiziaria, per sapere sulla base di quali informazioni avesse affermato le cose dette in precedenza a proposito dell’onorevole Francesco Canino. Le fonti del Rostagno sarebbero state Torregrossa Natale (vice di Giovanni Grimaudo grado 33 della massoneria e capo di tutta la massoneria trapanese), il suo (del Grimaudo) avvocato Guido Sandoz ed una terza persona. Dopo cinque giorni fu informata l’autorità giudiziaria.

Il Cannas sostiene che il rapporto preliminare subito dopo l’omicidio non lo curò lui ma Santomauro e lo firmò Montanti, e che non sa perchè alcuni elementi rilevanti ed utili per l’inquadramento dell’omicidio Rostagno quale conseguenza della sua attività giornalistica in un’area interessata così pesantemente da relazioni tra mafia e massoneria, non confluirono nel rapporto preliminare sull’omicidio, pur appartenendo al patrimonio conoscitivo dei carabinieri e suo in particolare, e lavorando nella medesima struttura, gomito a gomito con l’estensore del rapporto.

Quanto al presunto rapporto di amicizia con Mauro Rostagno, il Cannas tiene a sottolineare che più che un rapporto di amicizia sarebbe da definire un rapporto di empatia, visto che per amicizia intende altro.

A proposito di un incontro tra il procuratore Coci e la signora Roveri ed a cui lui a detta della Roveri sarebbe stato presente, premette che i rapporti con il procuratore Coci non erano buoni a causa di alcuni fermi di polizia giudiziaria, e di strascichi anche presso il CSM ed esclude fermamente di potere essere stato presente.

Cannas riferisce che furono violati i sigilli all’interno dell’ufficio corpi di reato, e furono aperti dei plichi in cui c’erano documenti relativi al Circolo Scontrino.

Non ha ricordo di un incontro del 1993 tra il procuratore Lari e Chicca Roveri, ma non lo esclude.

Si procede quindi al confronto tra il luogotenente Cannas e Chicca Roveri per verificare la vicenda relativa all’incontro tra il procuratore Coci e la stessa Roveri cinque o sei mesi dopo la morte di Mauro Rostagno e nel corso del quale il procuratore le disse di mantenere il riserbo perchè “poteva esere pericoloso sia per lei che per lui”. Nel corso dell’incontro il Procuratore gli avrebbe chiesto se avesse ricevuto delle minacce e all’incontro sarebbe stato presente il Cannas.

In seguito sempre a detta della Roveri, ma in questo caso sembra vi sia qualcosa di verbalizzato, nel 1993 avrebbe incontrato il procuratore Lari sempre alla presenza di Cannas.

La Roveri riferisce di avere incontrato il Cannas quindici giorni dopo la morte di Mauro Rostagno e che questi tra le altre cose le riferì di una affermazione di Mauro Rostagno a proposito di un incontro avvenuto in agosto e nel quale Rostagno avrebbe detto: “mi hanno allungato la vita di un mese”.

Quanto alla definizione “ambiguo” che si riscontra negli atti riferita a Mauro Rostagno a proposito della posizione su Francesco Canino, la Roveri afferma che in seguito la posizione di Mauro Rostagno su Canino nei suoi editoriali cambiò e che negli atti il cambiamento non fu rilevato.

La Roveri riferisce quindi dell’incontro con Coci circa cinque mesi dopo l’omicidio per essere sentita sul fondo Auteri di Bonagia, il procuratore non le diede la mano, adducendo un qualche raffreddore.

La Roveri ricorda quasi certamente un Cannas in divisa all’incontro con Coci, il Cannas riferisce invece di avere indossato la divisa a partire dal 1996 e che Coci di lui non si fidava.

Viene sentito quindi il teste Aiello a proposito di una conversazione del 1988 in un ristorante il Gurdmans di Via Libertà a Palermo tra il proprietario di Rtc Puccio Bulgarella e un tale ingegnere Lodato nel corso della quale si parlò di Mauro Rostagno.

L’ingegnere Lodato chiese se avevano a che fare con un uomo o con un “pisciteddu i cannuzza”, con riferimento alla vicenda di Rostagno, Burgarella rispose che “già una volta ero riuscito a salvarlo, questa volta ero fuori, non ci sono riuscito” e per questo “da un mese non saluto questa persona” accennando all’onorevole Francesco Canino che seduto in un tavolo accanto si stava alzando.

Prossima udienza prevista il 29 giugno alle ore 9,30, in programma l’audizione dei testi Giovanni Leuci, capo della Mobile di Trapani, e gli ispettori Angelo Palumbo e Simona Pettorini.

La precedente udienza del 01/06/2011 la trovate qui

grazie a Radio Radicale