La Lega e le palle made in China

Fatti in Cina i gadget con marchio Milano

Magliette, cappellini, addobbi per l’albero di Natale: tutti prodotti in estremo Oriente

Il brand Milano è made in China. T-shirt, felpe, cappellini. Perfino le palle per addobbare gli alberi di Natale. Con il logo del Comune ma con marchi di fabbrica sparsi tra Bangladesh, Cambogia e, appunto, Cina. Il made in Italy si salva in parte grazie al panettone. Ma neanche il simbolo di Milano può vantare origine lombarde. È prodotto in Veneto, a Vicenza per la precisione. La scoperta del brand Milano «globalizzato» si deve al consigliere pd Pierfrancesco Maran. «Viene da pensare che la tradizione tessile lombarda non sia in grado di produrre nemmeno una felpa, tra l’altro venduta alla bellezza di 40 euro». «Siamo sicuri – chiede provocatoriamente Maran – che sia un buon modo di promuovere la nostra città vendere ai turisti prodotti realizzati nel sud-est asiatico sbandierandoli per prodotti milanesi?». La richiesta è perentoria: Morelli si dimetta, «di assessore come lui c’è più bisogno in Cambogia che a Milano».

L’assessore leghista però non si scompone: «Sono le leggi di mercato a dire che solo se ti affidi a una grande impresa di distribuzione i tuoi prodotti finiscono in tutto il mondo. Ed è quello che abbiamo fatto. Ci siamo affidati a una società esterna nel rispetto di tre principi fondamentali. La promozione dell’immagine della nostra città, l’alta qualità delle merci, e la loro distribuzione nei circuiti commerciali internazionali». La difesa dell’assessore lumbard si conclude con una stoccata all’ex premier del centrosinistra: «Esistono precise normative comunitarie sul libero mercato varate quando a capo della Commissione europea c’era Prodi. Anzi, in un certo senso possiamo dire di essere vittime di Romano Prodi».

Anche Letizia Moratti «difende» il brand «mondializzato». «Viviamo in un mondo globale – commenta il sindaco in difesa del suo assessore – e ci sono già tante aziende milanesi e lombarde che hanno prodotto e producono i nostri prodotti. Questa credo sia una risposta di attenzione alle nostre imprese in un’ottica globale. Naturalmente possiamo intensificare la possibilità di dare lavoro alle nostre imprese, sempre in un ottica di mercato libero». Matteo Salvini, capogruppo del Carroccio, è però meno conciliante: «Ringraziamo il Pd per l’attenzione alle nostre iniziative. La loro segnalazione non va ignorata. Si tratta ora di richiamare la società licenziataria e di imporre che i gadget siano prodotti in Lombardia».

Andrea Senesi

12 gennaio 2011

da Corriere.it

Chi ha vinto e chi ha perso le regionali

Luigi Crespi, il Frizzy risultato il più bravo nelle recenti corse clandestine, sul suo blog, fa una prima analisi dei flussi elettorali e del come e del perchè di alcuni fenomeni.

Vi ripropongo qui la parte finale.

“…

Vi sono due fenomeni che mi paiono poco compresi: la Lega e i Grillini. La Lega dimostra che la tv e i media non sono fondamentali per vincere le elezioni a patto che ci si occupi del territorio e ha assunto l’abilità tipicamente marxista, della doppia verità: quella che racconta alla gente che incontra per strada, il modello Salvini, secessionista, sprezzante, razzista, capace di sedare le paure, le rabbie di una parte del Nord che si riconosce in questa rappresentazione e dall’altra parte, il modello Bossi/Maroni, il volto di una padre nobile e di buon senso e di un funzionario dello Stato ligio alle leggi, il mix è esplosivo ed il successo garantito.

L’altro movimento sono i Grillini, definiti di sinistra , di protesta e rabbia, istanze che secondo me non rappresentano in modo completo il movimento di Grillo che fonda il proprio indiscusso successo su un programma costruito nel tempo chiaro e dicotomico sul tema dei rifiuti, dell’energia e della giustizia. Non sono di sinistra perché nessuno dei 90mila elettori di Grillo avrebbe votato la Bresso in Piemonte perché in quel caso il fattore distintivo era essere o meno a favore della TAV.

Lungi dall’essere esaustivo su tutti i temi del post-elettorale, solo due elementi legati al futuro: il primo riguarda il Partito del Sud, dove la domanda di una rappresentanza territoriale è diventata forte ed accentuata dal successo della Lega, determinando un vuoto nell’offerta che prima o poi qualcuno dovrà riempire. L’altra è sulla sinistra e centrosinistra, assediata da Di Pietro, dai Grillini e dall’UDC, se sarà tentata dal rimettere in piedi l’Ulivo, inteso come comitato nazionale contro Berlusconi, sarà presa a calci dagli elettori. Ma la vera questione è che oltre a mettere insieme tutti quelli che sono contro, non esistono progetti, idee, percorsi che legittimano la parola “alternativa”, cedendo così lo spazio dell’opposizione alle stesse forze della maggioranza.”

Tutta l’analisi la trovate qui