Sacrifici … no grazie !

La favoletta dei sacrifici che “vengono chiesti a tutti“, si rivela ogni giorno sempre più tale, cioè una favola per poter tenere i cittadini di questo paese fermi ed immobili a farsi spennare da “lor signori” per come avrebbe detto in altri tempi “Fortebraccio“.

Avevo già detto in passato della situazione anomala quanto a royalties petrolifere in Sicilia.

Un articolo su Greenpeace Italy, rivela ora che, se la Sicilia è la quintessenza dell’anomalia, l’Italia intera tuttavia non scherza, e che i petrolieri evidentemente hanno tanti, ma tanti amici tra chi ci governa, e questi ultimi non si sognano nemmeno alla lontana di chiedere loro dei sacrifici, tal quale come ai banchieri del resto.

TRIVELLARE I NOSTRI MARI COSTA MENO

03 Giugno 2010

ROMA, Italia — Mentre negli Usa, dopo il disastro della Deepwater Horizon, è cresciuta la preoccupazione per le esplorazioni petrolifere offshore, in Italia questi permessi continuano a essere rilasciati senza alcun ripensamento apparente. Anzi aumentano e sappiamo il perchè: nel nostro paese le royalties da pagare allo Stato per le trivellazioni sono del 4 per cento e non del 30-50 per cento come per altri Paesi.

Al momento, oltre alle 66 concessioni di estrazione petrolifera offshore con pozzi già attivi, sono in vigore 24 permessi di esplorazione offshore, soprattutto nel medio e basso Adriatico (Abruzzo, Marche, Puglia) e nel Canale di Sicilia. L’area delle esplorazioni supera gli 11.000 kmq, una superficie assai maggiore di quella che attualmente ospita pozzi operativi (poco meno di 9.000 kmq).

Ci sono poi moltissime altre aree in cui si richiede l’autorizzazione per esplorazioni petrolifere: le mappe del Ministero dello Sviluppo Economico dimostrano un’esplosione di richieste di trivellazioni esplorative soprattutto al largo di Abruzzo, Marche, Puglia, Calabria (versante ionico) e nel Canale di Sicilia. La superficie complessiva non è nota, ma si può stimare che sia almeno il doppio di quella in cui le ricerche sono già state autorizzate.

In Italia, inoltre, oltre a royalties molto più basse, non si paga alcuna imposta per i primi 300.000 barili di petrolio all’anno: oltre 800 barili (o 50.000 litri) di petrolio gratis al giorno.

Le attività esplorative sono effettuate o richieste da imprese ben note, come ENI, EDISON e SHELL, ma anche da imprese minuscole, anche con soli 10.000 euro di capitale sociale: in caso di incidente non potrebbero noleggiare nessun mezzo idoneo a raccogliere il petrolio!”

Vale sempre quindi la lezione de “Ho visto un re”

Sicilia, oro nero ? Ma quando mai !

Dopo avere scritto qui dei rischi per l’ambiente che potrebbero derivare dalle attività estrattive nel Canale di Sicilia credo sia giusto chiedersi se,  e in che misura, vi siano comunque dei vantaggi economici per la nostra isola, tali per cui come si suole dire, il gioco valga la candela.

Una ottima fonte d’informazione in proposito sono una serie di articoli pubblicati, anche nella versione online, dal Quotidiano di Sicilia, quotidiano regionale di economia, istituzioni ed ambiente.

Da un articolo a firma di Rosario Battiato dal titolo “Dentro e intorno l’Isola la mappa dei titoli mineraria“, apprendiamo che gli operatori che hanno o vogliono mettere le mani sul petrolio e sul gas siciliano sono: “l’Eni Mediterranea Idrocarburi S.p.A. e poi a seguire la Shell, l’Edison, sede legale a Milano, (lavora in joint-ventures, tra gli altri, con Eni e Adriatica Idrocarburi), e altri ancora come la Panther Eureka (titolo minerario del Fiume Tellaro), la Edison, l’Irmio spa, sede legale a Palermo.” e che “Nel mare circostante la Sicilia ci sono permessi di ricerca in a iosa“, in particolare “due al largo delle coste ragusane di 620,31 Kmq e 637,18 Kmq alla Northern Petroleum Limited; un altro sempre nei pressi delle coste ragusane di 336,98 Kmq alla Vega Oil; due al largo delle coste agrigentine di 423 Kmq e 408,78 Kmq all’Eni (60%) e all’Edison (40%), uno al largo di Pantelleria 657,19 Kmq all’Audax Energy che ha sede legale a Roma, 5 al largo della costa trapanese di 708,62 Kmq, 736,88 Kmq, 709,61 Kmq, 743,81 Kmq e 742,70 Kmq alla Northern Petroleum Limited (45%) e Shell Italia & p. (55%) società che operano rispettivamente in joint ventures l’una con Avobone Italy e Shell e l’altra con Edison, Eni, Esso Italiana, Total E&P Italia, e uno al largo delle coste marsalesi di 726,90 Kmq alla Northern Petroleum Limited (30%) e Shell Italia & p. (70%)” ed infine “Altri sei permessi di ricerca sono concessi per la terraferma, tra cui il famigerato Fiume Tellaro, area di 740 Kmq compresa tra Ragusa, Siracusa e Catania e che ricade all’interno del Val di Noto, patrimonio dell’Unesco“.

Evidentemente sono in molti, ora che il “petrolio facile” scarseggia, a considerare appetibile nell’immediato futuro anche quello “meno facile”, vuoi perchè di minore qualità o perche di più difficile estrazione.

Si va bene ma alla Sicilia questo “business” quanto rende ?

Il buon Rosario Battiato si è fatto carico di rispondere anche a questo quesito con un articolo dal titolo “Energia per un piatto di lenticchie“, nel quale è detto: “Secondo i dati comunicati dalla Regione al ministero dello Sviluppo Economico – dipartimento per l’energia direzione generale per le risorse minerarie ed energetiche – aggiornati al 12 aprile del 2010, la Sicilia ha prodotto nel 2009 qualcosa come 325.180.295 Smc di gas e 556.084.000 Kg di olio greggio, che sono pari rispettivamente al 3,6% della produzione nazionale di gas (totale di 9.070.428 migliaia di Smc) e al 10,65% della produzione nazionale di greggio (totale di 5.219.752 tonnellate).“.

Si ma quanto rende ?

Il gettito delle royalties è interamente versato alla Regione Siciliana dalla Eni Mediterranea Idrocarburi per una cifra pari a 420.099,82 euro. Un ammontare che ha il gusto amaro dell’elemosina se confrontato con quanto ricavano altre regioni a partire dalla Basilicata (3.155.531.469 Kg di produzione di olio greggio e 913.990.141 di Smc) che nel 2009 ha ricevuto qualcosa come 114.334.043,07 euro, sebbene i dati risalgano alla data del 30 giugno 2009, in quanto ulteriori proventi sono attesi dalla vendita delle aliquote di gas dovute alla Regione Basilicata al mercato regolamentato delle capacità e del gas. Il confronto si fa impietoso se paragonato con la produzione dell’Emilia Romagna che, pur essendo decisamente inferiore al contributo isolano, 28.869.969 kg di produzione di olio greggio e 157.829.126 Smc di gas, riesce ad intascarsi qualcosa come 13.895.143,19 euro.
Insomma, facendo due conti appare incomprensibile che una regione come l’Emilia produca il 19% di greggio rispetto il totale siciliano, ma intaschi il 33 volte di più.
“.

Avete letto bene, nel dato relativo alla Sicilia non manca qualche zero, si tratta proprio di 420 mila euro, come dire un quarto circa del costo intero della casa di Scajola o due terzi circa di quanto lo stesso Scajola l’ha pagata.

E nel dato relativo alla Basilicata si tratta proprio di 114 milioni di euro, così come in quello relativo all’Emilia Romagna si tratta di 13 milioni di euro.

Certo che in quanto a classe politica in Sicilia siamo veramente messi male.