A proposito del post “Il ramo castellammarese dell’operazione ‘Salus iniqua’”, Nino Ippolito

ci tiene a dire che:

“In riferimento al contenuto dell’articolo dell’opinionista Rino Giacalone, da voi pubblicato e in cui vengo tirato in ballo, chiedo, ai sensi della legge sulla stampa, la pubblicazione della seguente replica:
Sono stato amico di Pino Giammarinaro. E lo sono stato con fierezza, pienamente consapevole delle vicissitudini giudiziarie che lo hanno riguardato. Le responsabilità penali sono personali. E, nonostante la furia forcaiola di certi antimafiosi di mestiere che vivono e si nutrono di sospetti, non si trasmette agli amici. Inoltre la pena nel nostro ordimanento, ha valore rieducativo, non contempla la morte civile di un individuo.
Da tempo, quella con Giammarinaro, è un’amicizia troncata. Per mia scelta. Ed è, come ha ricordato lo stesso Sgarbi, di dominio pubblico. Dei motivi (per principio, perchè le amicizie non si devono giustificare) non debbo darne conto a nessuno, nemmeno a quegli investigatori che si eccitano, con lo stesso spasmo che mostrano le iene di fronte al sangue, quando annunciano che «riecheggieranno le sirene» (così si legge sul profilo Facebook di un investigatore trapanese), men che meno a mediocri giornalisti, e mi riferisco all’imponente (fisicamente) Rino Giacalone, dal quale apprendo che io avrei preso e consegnato «ordini». Circostanza letteralmemnte inventata dal Giacalone perché da nessuna parte è scritta una simile cosa. E’ una sua chiosa da mestatore e suggestionatore. Essere «citati» in una indagine non può diventare, come fa il vigliacco Giacalone, il pretesto per alimentare sospetti o attribuire, arbitrariamente, comportamenti che non non ho mai avuto. Io sono stato ascoltato come «persona informata dei fatti».
In un rapporto di amicizia non si prendono o si danno ordini. Succede nei rapporti di subalternità, come quelli della disciplina militare, che Rino Giacalone, per ragioni non solo professionali, certamente conosce meglio di me.
Il solo ordine che conosco è quello cavalleresco di San Costantino, di cui ho fatto parte parte. Per contrappormi – vanamente – all’affollato e, ahinoi, non riconosciuto, «Ordine Asinino», dove albergano tanti, boriosi e ignoranti giornalisti che coltivano la ripicca e la ritorsione.
Io prendo ordini dalla mia conscienza. Per questo ciò che si è scritto su di me è una infamia da vigliacchi. E poco importa se a scriverlo sia stato un investigatore esaltato, prevenuto o infedele o, come temo, sia piuttosto il premeditato schizzo di fango ispirato da una opinione, una ipotesi, una suggestione.
Circa un anno fa, lo stesso Giacalone, giornalista antimafia «da tavolino», scrisse su di me una serie di fandonie alle quali, non dopo avergli ricordato le ricorrenti castronerie grammaticali e sintattiche di cui é notoriamente infarcita la sua scrittura (disponibile, a richiesta, a stilare l’impietoso cahier de doléances…), replicai chiedendo la pubblicazione di una rettifica nella quale sottolineavo, tra le altre cose, il suo giornalismo «a tesi» e, peggio ancora, l’assenza di riscontro preventivo alle cose pubblicate, così come il riconoscimento del diritto di replica ai soggetti chiamati in causa.
Lui, che rimprovera continuamente ai suoi supposti avversari di utilizzare la querela come strumento intimidatorio, mi denunciò. Il magistrato ha ritenuto pertinenti le mie considerazioni e comunque nell’alveo del «diritto di critica». Giacalone, probabilmente, avrà masticato amaro, anche perchè quelle mie considerazioni contenevano giudizi sulle sue qualità professionali.
Chiedo, come si dice in questi casi – l’onere della prova. Che non è una ipotesi, e nemmeno la ricostruzione fantasiosa e arbitraria di un investigatore che interpreta piuttosto che riportare i «fatti». L’onore della prova, dunque, per capire – qualunque ne sia l’origine – il perché di questa infamia. E così difendermi da questo fango gratuito. Aspettando che l’opinionista Giacalone mi dica chi ha detto o chi ha scritto che io avrei preso «ordini».

Nino Ippolito
Addetto Stampa di Vittorio Sgarbi”

*** Nota di Diarioelettorale

Quanto sopra si pubblica per dovere, con piacere, ed integralmente per rispetto della persona Nino Ippolito e del suo diritto di replica, ove nello scritto di Rino Giacalone precedentemente pubblicato abbia ravvisato giudizi gratuiti ed offensivi sulla sua persona, ovvero il riferire di fatti e circostanze non vere o cosa ancor più grave false.

Non siamo noi in condizione di stabilire se sia scritto da qualche parte che Nino Ippolito abbia preso e consegnato ordini da e del Giammarinaro, non siamo giornalisti. Di ciò si assume la responsabilità “il giornalista” Rino Giacalone, essendo stato pubblicato il pezzo integrale, da noi solo parzialmente citato, su testata giornalistica autorevole e con ben altra diffusione di quella che può vantare un blog di provincia.

Resta il fatto che qui, nella replica da parte di Nino Ippolito si esprimono giudizi su Rino Giacalone che francamente appaiono gratuiti, non suffragati da dimostrazione di alcun tipo e che quindi vengono pubblicati integralmente solo per completezza dell’informazione, secondo il principio del “chi ha detto cosa” fermo restando la totale assunzione di responsabilità in ogni sede da parte dello stesso Nino Ippolito.

Annunci

Da Barack Obama a Bartolo Pellegrino ?

L’apertura della prima pagina di oggi 2 gennaio 2010 de “Il Fatto Quotidiano” è di un articolo di Sandra Amurri e Rino Giacalone sull’asse Trapani – Arcore, un pezzo dal titolo:

L’onorevole Sorvegliato speciale in udienza da Berlusconi“.

Questo il pezzo:

Bartolo Pellegrino, dopo una sentenza di assoluzione e prescrizione, è tenuto alla firma obbligatoria. Ma da Trapani si trasferisce per un giorno a Arcore: “Ero lì per gli auguri”.

Durante la convalescenza – coincisa con le feste natalizie – Berlusconi nella sua villa di Arcore ha ricevuto, ovviamente, molte visite. Compresa quella di un “sorvergliato speciale”, cioè di un soggetto ritenuto dal Tribunale per le misure di prevenzione socialmente pericoloso a causa delle sue relazioni con una serie di soggetti mafiosi.

Trattasi dell’onorevole Bartolo Pellegrino di Trapani, ex vicepresidente della Regione Sicilia ai tempi di Totò Cuffaro, ed ex assessore al Territorio, agli arresti domiciliari per 20 mesi, prosciolto dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa in quanto gli elementi a suo carico non sono stati ritenuti sufficienti, mentre l’accusa di corruzione aggravata per mafia è caduta in prescrizione, da non confondere con un’assoluzione. Ad attestare la sua visita al premier è la carta di permanenza dove vengono registrati i suoi spostamenti di cui vengono muniti i sorvegliati speciali, e dove tutte le sere entro le 21 i carabinieri appongono il bollino di avvenuto controllo. Pellegrino, infatti, è obbligato a recarsi alla stazione dei carabinieri del luogo dove si trova per comunicare i suoi spostamenti e l’indirizzo di dove dormirà in quanto deve essere rintracciabile in ogni momento.

Ma il 29 dicembre scorso, l’ex deputato regionale, preso da un moto di orgoglio politico, ha fornito alla compagnia dei Carabinieri di Arcore anche la ragione per cui si trovava lì: gli auguri natalizi al presidente Berlusconi. Atto che è stato trasmesso per competenza al Tribunale delle misure di prevenzione attraverso la Questura della città dove il sorvegliato risiede, cioè Trapani. Mentre il 30 dicembre ha firmato presso una stazione dei carabinieri di Roma – dove tra l’altro ha denunciato lo smarrimento della carta di permanenza – mentre la sera di San Silvestro è andato a controllarlo la Polizia in un albergo di Livorno. Il solo fastidio è che l’on. Pellegrino ha dovuto salutare il premier, diversamente da Cenerentola, molto prima della mezzanotte, per andare a firmare dai carabinieri e ritirarsi nel luogo dove alloggiava entro le 21.

Disguidi dei tempi moderni in cui un presidente del Consiglio riceve a casa sua anche politici con obbligo di firma. Persone come Pellegrino che nel 2000, quando occupava la seconda poltrona di Palazzo d’Orleans e quella di assessore al Territorio, fu costretto a dimettersi perché definì “sbirri” i poliziotti. La nobile espressione venne carpita da un’intercettazione telefonica nell’ambito dell’inchiesta sulla “famiglia” mafiosa di Monreale che portò all’arresto di una decina di persone. Il suo nome emerse in una conversazione in cui si faceva riferimento ad un incontro con un indiziato mafioso in cui l’allora vicepresidente regionale definì, appunto, “sbirri” gli investigatori. Durante l’interrogatorio di fronte al pm Salvo De Luca, Pellegrino confermò di aver partecipato a un pranzo nelle campagne di Monreale a cui sarebbe stato presente anche Benedetto Bongusto – un meccanico poi arrestato per associazione mafiosa – ritenuto vicino al boss latitante Giuseppe Balsano spiegando di aver accettato l’invito in quanto amico del padrone di casa, Salvatore Sciortino: “Sciortino lo conoscevo da quando era assessore comunale nella giunta di centrosinistra guidata da Salvino Pantuso” aggiungendo che “sbirro ha un significato positivo, sta ad indicare la devozione con cui i carabinieri onorano la loro divisa”.

Finì con un’archiviazione, giuridicamente parlando, mentre il senso oltraggioso di quell’espressione e la sua grave valenza politica conservano tutto il loro peso, non sufficiente per non essere ammessi alla Villa di Arcore abituata a ben altri “eroici” servitori delle stalle.

Quando l’on. Pellegrino venne arrestato era il 2007. Accusato di corruzione aggravata dalla mafia e concorso esterno in associazione mafiosa. A dicembre scorso è stato assolto per il primo “reato”. La corruzione, senza l’aggravante mafiosa (i giudici hanno ritenuto “non provato il fatto che aveva coscienza di aver appoggiato gli interessi di Cosa Nostra trapanese”) è stata prescritta. Mentre per lo stesso reato, consumatosi in una speculazione edilizia – come ha raccontato il collaboratore di giustizia Nino Brrittella e altri quattro tra cui l’ex sindaco di Trapani, l’architetto Mario Buscaino – sono stati condannati a 5 anni il boss Francesco Pace e l’ing. Leonardo Barbara. “Alice nel Paese delle meraviglie” lo ha definito il pm Andrea Tarondo durante la requisitoria per i suoi contatti con il boss Francesco Pace, con Francesco Orlando e con Mimmetto Coppola che hanno fatto parte della sua segreteria politica, il primo condannato per mafia, il secondo fratello di Filippo, condannato definitivamente per associazione mafiosa. Ma anche per i rapporti con l’imprenditore Tommaso Coppola, condannato in Appello per mafia in quanto regista degli appalti pilotati e rinviato a giudizio per “intestazione fittizia dei beni” perché dal carcere continuava ad occuparsi di lavori pubblici e a tessere rapporti con la politica.

Dalle intercettazioni emergono sollecitazioni di Coppola ad un suo nipote affinchè contatti il senatore del Pdl, Antonio D’Alì e un esponente di FI Camillo Iovino (ora sindaco di Valderice) perché si occupino della sorte delle sue imprese. Impianto accusatorio, quello a carico dell’on. Pellegrino non ritenuto sufficiente per supportare una condanna, ma che avanza, o meglio dovrebbe avanzare, per emettere un giudizio politico. Invece, dopo l’assoluzione e la prescrizione, come svela egli stesso, all’emittente Canale 2, è pronto per tornare nell’agone politico con tante idee per la fondazione di un nuovo partito che dovrebbe nascere dalla fusione di Nuova Sicilia e Democrazia Cristiana per le Autonomie, del Ministro per l’attuazione del Programma Rotondi, con uno sguardo interessato a Bossi, definito da Pellegrino “un politico sensitivo” che in fusione con il mago di Arcore darà vita ad una nuova pozione miracolosa per l’Italia e utile per opporsi al governo Lombardo.

Argomento di punta della conversazione natalizia con Berlusconi con cui l’on. Pellegrino si era già incontrato nel 2001 quando gli portò in dono il “ribaltone” alla Regione Sicilia. Pellegrino, ex socialista, ai tempi assessore con casacca “diniana” della Giunta del diessino Angelo Capodicasa, concordò con FI la fine di quel governo, ritrovandosi, al termine della cena a Palazzo Grazioli, vice presidente nel governo Cuffaro.

Al pezzo di Amurri e Giacalone è seguita la smentita di Palazzo Chigi di cui dà conto il medesimo giornale nella sua versione Online

Palazzo Chigi: “Pellegrino è venuto ad Arcore, ma Berlusconi non lo ha ricevuto”

Con un breve comunicato la Presidenza del consiglio ha smentito che il premier si sia incontrato con il sorvegliato speciale Bartolo Pellegrino. L’ufficio stampa di Palazzo Chigi scrive: “Ancora oggi sui giornali e in particolar modo su Il Fatto quotidiano, si leggono notizie prive di fondamento. Non e’ assolutamente vero che il presidente Berlusconi abbia ricevuto l’onorevole Bartolo Pellegrino”. E poi prosegue: “Pellegrino si e’ recato ad Arcore, ha chiesto di incontrare il presidente Berlusconi, ma il presidente era impegnato e non lo ha ricevuto. Pellegrino non e’ nemmeno entrato nella residenza”.

Dunque Pellegrino avrebbe lasciato Paceco, il paese siciliano dove risiede, e si è presentato ai carabinieri di Arcore annunciando che avrebbe visto il premier, senza prima aver concordato un appuntamento con lui. Oppure il faccia a faccia all’ultimo momento è saltato? Palazzo Chigi non lo spiega. Ma come sono andate realmente le cose, in questa pochade poltico-giudiziaria in salsa sicula, lo scoprirete domani leggendo le pagine del nostro giornale. I cronisti de Il Fatto Quotidiano sono come sempre al lavoro.

Su Facebook intanto dalla sua bacheca un noto giornalista trapanese ha aperto il dibattito pubblicando questa nota “Sempre piu’ frequentemente, gli organi d’informazione – purtroppo anche quelli che apprezzo – enfatizzano e sbattono in prima pagina notizie che, francamente, per la loro reale valenza, valgono una ”breve” in cronaca. L’esasperazione dei toni non rende un servizio a nessuno, produce effetti boomerang e spinge anche chi non è un moderato a diventarlo.“.

Sono seguite repliche favorevoli e contrarie alla nota. Sandra Amurri intervenuta anch’essa nel dibattito ha commentato: “Lungi da me fare lezioni di giornalismo, ma mi chiedo e ti chiedo: è divenuo tutto così normale da non stupirsi più di nulla?“.

E voi che ne pensate ?

Ancora su “Della cosa loro di Sicilia e della cosa nostra di Salemi”

Torno sull’argomento per segnalare altri elementi di conoscenza ed approfondimento, relativi alle due vicende segnalate nel post precedente.

Il primo elemento è che la figlia dell’assessore regionale Giovanni Ilarda, Giuliana, aveva già lavorato presso un assessorato regionale, quello retto allora dalla ex magistrata, (anche lei come il padre, e poi dici la casta), Agata Consoli, nel suo ufficio di gabinetto e con il precedente governo.
Per cui oggi vi è chi si chiede: “Viene tuttavia trascurato il fatto che Giuliana Ilarda avesse già lavorato, legittimamente, in un ufficio di gabinetto alle dipendenze di un assessore-magistrato, Agata Consoli. Non era certo l’unico congiunto di personaggi influenti. Gli uffici di gabinetto sono ospitali e generosi. E affidare a personale esterno incarichi a tempo determinato che potrebbero essere espletati da dirigenti regionali in servizio non è una consuetudine recente. Ma nessuno ha sollevato la questione in passato. Chissà per quale ragione ?“.

Il secondo elemento di riflessione lo trovate integralmente qui ed è la risposta del Presidente di Sos Italia Libera, Nino Ippolito, al giornalista Rino Giacalone, nel quale Nino Ippolito a parte le ovvie espressioni polemiche sul “giornalismo a tesi“, sulla “vigliacca considerazione fondata sul nulla“, sul “cronista saldamente incollato alla sua scrivania” e infine sulla “supponente ed imbarazzante aurea mediocritas“, contesta le affermazioni non dimostrate di Rino Giacalone:

“Spacciando per veri pressuposti completamente inventati, il cronista fa discernere una serie di considerazioni fuorvianti e volutamente ambigue. L’associazione regionale contro il racket e l’usura “Sos Italia Italia Libera”, costituita a Salemi circa un mese e mezzo fa, non ha mai chiesto l’utilizzo o l’assegnazione di terreni o immobili confiscati alla mafia, men che meno i terreni confiscati al mafioso Salvatore Miceli. Né, del resto, l’associazione ha manifestato l’intenzione di farlo, per il semplice fatto che non è tra i suoi compiti la gestione di terreni o l’esercizio di attività di natura economica.

Se solo Giacalone avesse esercitato il più elementare dovere del lavoro giornalistico, e cioè la verifica e il riscontro delle notizie, avrebbe appreso che i terreni da lui falsamente trasformati in oggetto di interesse da parte dell’associazione, sono stati ufficialmente chiesti in assegnazione dalla “Fondazione Slow Food per la Biodiversità Onlus” presieduta da Piero Sardo (che sui terreni ha peraltro già fatto un sopralluogo) con sedi a Firenze e Bra, che intende impiantarvi dei campi sperimentali, e che il Comune di Salemi, già un mese fa, ha scritto alla Prefettura di Trapani manifestando l’intenzione di assegnarli proprio a questa prestigiosa istituzione.”