Anche il Consiglio di Stato dice no alla lista Pdl a Roma

La quinta sezione del consiglio di Stato ha respinto il ricorso d’appello presentato dal Pdl contro la decisione del Tar del Lazio di mercoledi’ scorso che aveva respinto la richiesta di sospendere il provvedimento di mancata ammissione della lista del Pdl per la circoscrizione provinciale di Roma.
Dunque, con la decisione di oggi del consiglio di Stato la lista del Pdl resta fuori dalla competizione elettorale.
Nel frattempo la Regione Lazio ha detto no al cambio di data per le consultazioni.

Forza sette

Il Tar del Lazio ha respinto di nuovo la richiesta del Pdl di ammettere la sua listaper la Provincia di Roma, presentata l’8 marzo dopo il decreto legge cosidetto  “salva liste”,  alle prossime elezioni regionali.

Chi sa contare dice che sarebbe il settimo giudizio negativo emesso da un qualche tribunale dello stato italiano relativamente alla faccenda. Sarebbero sei infatti le bocciature consecutive precedenti.

Con l’ordinanza di ieri sera i giudici amministrativi della Sezione Seconda bis, presieduta da Eduardo Pugliese, hanno ribadito quello che avevano già affermato con il provvedimento di lunedì 8 marzo: il decreto salva-liste non si può applicare e, in ogni caso, non ci sono “elementi precisi e concordanti” che dimostrino che i delegati del Pdl fossero alle 12 del 27 febbraio nell’ufficio elettorale del Tribunale con la prescritta documentazione.

I legali del Pdl hanno annunciato, subito dopo aver ascoltato il testo dell’ordinanza, un nuovo ricorso al Consiglio di Stato.

Sabato scorso i magistrati di Palazzo Spada hanno dichiarato il primo ricorso del Pdl “improcedibile”, perchè la richiesta era quella di poter presentare la lista, possibilità che era già stata accordata grazie al decreto salva-liste.

Il Consiglio di Stato non ha espresso alcuna valutazione sulla legittimità o sull’applicabilità del decreto salva-liste, prendendo solo atto che per il momento era già stato applicato.

Proprio sulla legittimità costituzionale del decreto si dovrà esprimere oggi la Consulta, chiamata in causa da due ricorsi, uno della Regione Lazio e l’altro della Regione Piemonte, che contestano al governo di aver invaso la propria competenza legislativa.

La Corte costituzionale con tutta probabilità emetterà un provvedimento cautelare provvisorio, riservandosi di adottare una sentenza definitiva più avanti, presumibilmente dopo il voto delle regionali. Della sua valutazione, però, dovrà comunque tenere conto il Consiglio di Stato nella sua prossima decisione.

Lombardia le motivazioni dei giudici

La Corte d’Appello ha tagliato la testa al toro, infatti secondo la Corte di Appello non può essere accettato il ricorso della lista di Formigoni nella parte in cui si parla di “interesse pubblico” alla presentazione delle liste e che l’eventuale rigetto sarebbe stato contrario all’interesse pubblico, per i giudici infatti, (e per come è ovvio), “l’esercizio di tale diritto non può che svolgersi nel rispetto dei limiti e delle forme previste dalla legge“.

Quanto all‘istanza di remissione dei termini, secondo il collegio presieduto da Domenico Bonaretti “non puo’ essere accolta perche’ i termini per la presentazione delle liste previsti dal legislatore sono all’evidenza perentori, mentre la natura specifica dell’atto di autenticazione preclude qualsiasi intervento successivo sul contenuto del medesimo”.

La corte ha registrato un numero di firme valide inferiori al minimo previsto. Una situazione non semplice anche in vista dell’annunciato ricorso al Tar. Perché se pur aggiungendo quelle senza il “timbro tondo” (che sono 136) la lista non arriva a 3500 firme valide, allora è difficile che possa essere ammessa.
L’ufficio centrale regionale della Corte d’Appello di Milano, infatti, ha ridotto il numero delle firme valide presentate dalla lista Formigoni, sceso dal numero globale di 3.935 a 3.628. Da questo numero, è scritto nel dispositivo della Corte d’Appello, “debbono essere detratte le firme le cui autentiche sono giá state ritenute non valide da questo ufficio e che i ricorrenti hanno chiesto di riconsiderare”. Queste firme sono 514. Pertanto se anche fossero accettate le sentenze del Consiglio di Stato sulla autenticate da consiglieri comunali ma senza il “timbro tondo”, le firme valide sarebbero 3.628 meno le 514 già “bocciate”, più eventualmente le 136 firme mancanti del timbro. In totale la lista “Per la Lombardia” di Formigoni, ovvero il cosiddetto “listino” del candidato presidente, avrebbe un totale di 3.250 firme, cioè 250 meno del numero minimo richiesto dalla legge.