La scoperta del petrolio (e della secessione) di Raffaele Lombardo, alleato di Silvio Berlusconi

In Sicilia tutto ciò ha un nome “opera di pupi“, che sarebbe per i non siculi lo spettacolo offerto dalle marionette del ciclo di Orlando, Rinaldo ecc. in salsa sicula, quale ancora si rappresenta nei rarissimi teatrini ad essi dedicati.

Ora sembra che uno dei “mastri pupari” dell’isola, Raffaele Lombardo, si sia fatto possedere dallo spirito di uno dei personaggi, l’Orlando de “La pazzia di Orlando” di cui lui stesso è stato animatore in quel “teatrino dell’opera dei pupi” che è la politica siciliana ed i suoi personaggi.

E così accade che da una intervista a “Il Giornale” apprendiamo che dopo decenni di attività politica il presidente della Regione Siciliana ha scoperto che tra le risorse che sono state sottratte al popolo siciliano vi sono le royalties sul petrolio

Lombardo: “Ora è la Sicilia che fa la secessione”

di Stefano Lorenzetto

Il presidente della Regione Siciliana: “Bossi ci mandi pure al diavolo. Con i 10 miliardi di tasse della raffinazione del petrolio ci arrangiamo da soli”. E sui vizi del Sud: “Senza una pistola puntata alla tempia non saremo mai virtuosi. Il federalismo non nascerà com’è pensato. E allora che ciascuno vada per la sua strada”

«Ma quale Padania! Ma quale Lega! Sono io, il presiden te della Regione Siciliana, che dice a voi del Nord: basta così, la secessione la facciamo noi. La Trinacria se ne va, è prontis sima ad arrangiarsi da sola». Da un medico nato a Catania ma che di cognome fa Lombar do forse prima o poi bisognava aspettarselo.

Quando un mese fa il mio editore, Marsilio, mi propose per la presentazione di Cuor di veneto una specie di sfida all’O.K. Cor ral con Terroni , il best seller di Pino Aprile, non avrei mai im maginato, accettandola, di met tere seriamente in pericolo l’Unità d’Italia proprio allavigi lia dei festeggiamenti per i suoi 150 anni. E questo nonostante fossimo stati invitati a nomina re due «padrini» che amano parlar chiaro: Raffaele Lom bardo, gover n atore della Si cilia, per i terro ni; il sindaco della mia città, Flavio Tosi, per i polentoni. Certo, l’ora non deponeva a favore, le 17, e neppure l’ubicazione, Verona, per cui apren do le ostilità m’era venuto facile ironizza re su sangue e Arena.

E precisa mente questo, il sangue, s’aspettava di veder scorrere «a las cinco de la tar de » il folto pubblico. Invece ne è nata un’inaspettata Santa Alle anza fra Lombardo e Tosi, che si sono trovati d’accordo pratica mente su tutto, a cominciare dal federalismo. Ma senza esclu dere ( anzi)l’opzione secessioni stica. Col primo che ricordava il suo viaggio di nozze a Venezia, magnificava i libri di Alvise Zor zi sulla Serenissima, proponeva al sindaco leghista il «partito de gli onesti» ed elevava peana «a Roberto Maroni,il ministro del l’Interno che contro i mafiosi sta facendo benissimo». E col se condo che riscriveva la storia del Regno delle Due Sicilie «de predato dai Savoia, tanto da far ipotizzare che il principale obiettivo dell’Unità d’Italia stia stato quello di fregare al Sud le ricchezze e soprattutto il Banco di Napoli, il più florido d’Euro pa », riconosceva al leader del Movimento per le autono mie il merito d’aver finalmente messo sotto controllo le spese paz ze della sanità siciliana e infine di chiarava, infischiandosene delle logiche di schieramento, che «ne gli ultimi sette anni il centrodestra ha governato Palermo da cani e Ca tania forse peggio».

Pino Aprile ce l’ha messa tutta per tirare dalla sua parte la platea, brandendo il meglio dell’arma­mentario storico-ideologico che Terroni squaderna fin dalla pagina 8 : «Non sapevo che il paesaggio del Sud divenne come quello del Koso vo, con fucilazioni in massa, fosse comuni, paesi che bruciavano sul le colline e colonne di decine di mi gliaia di profughi in marcia. Non vo levo credere che i primi campi di concentramento e sterminio in Eu ropa li istituirono gli italiani del Nord, per tormentare e farvi mori re gli italiani del Sud, a migliaia, for se decine di migliaia ( non si sa, per ché li squagliavano nella calce), co me nell’Unione Sovietica di Stalin. Ignoravo che il ministero degli Esteri dell’Italia unita cercò per anni “ una landa desolata”,fra Patago nia, Borneo e altri sperduti lidi, per deportarvi i meridionali e annien tarli lontano da occhi indiscreti. E mai avrei immaginato che i Mille fossero quasi tutti avanzi di galera ».

Sennonché il cahier de doléan ces dei veneti, terroni del Nord perseguitati da mille pregiudizi, è risultato speculare a quello di Pi no Aprile: la più longeva repubbli ca mai apparsa sulla faccia della Terra, quella durata 1100 anni e che già nel Duecento possedeva la metà dell’oro di tutta la cristiani tà, umiliata e saccheggiata da Na poleone; 40 milioni di lire oro ru bate dai forzieri della Serenissi ma, 1.033 miliardi di euro di oggi, pari al 56%dell’attuale debito pub blico italiano; i superstiti venezia ni, che prima vantavano un teno re di vita quattro volte superiore alla media europea, costretti a vendere per fame le figlie mino renni a Lord Byron e a Jean Jac ques Rousseau; un plebiscito-truf fa, imbastito nel giro d’una decina di giorni dai Savoia, che il 20 otto bre 1866 consentì l’annessione forzata del Veneto all’Italia con 641.758 sì e appena 69 no e con quasi 2 milioni di cittadini che nemmeno votarono, anche per ché le schede per il sì erano bian che e quelle per il no nere.

La corrispondenza d’amorosi sensi fra terroni e polentoni è con­tinuata durante la cena al ristoran te 12 Apostoli, che ha visto Lom­bardo uniformarsi alla sacralità del luogo con un segno di croce al momento di portare alla bocca la prima cucchiaiata di pasta e fasoi , tradizione quasi scomparsa (il se gno di croce, non la pasta e fagioli) fra le genti venete un tempo devo tissime, e il patron Giorgio Gioco, 86 anni, recitargli a memoria in un impeccabile siciliano la più fa mosa poesia di Ignazio Buttitta: «Un populu / diventa poviru e ser vu / quannu ci arrubbanu a lingua / addutata di patri: / è persu pi sempri». Un popolo diventa pove ro e servo quando gli rubano la lin gua ricevuta dai padri: è perso per sempre. Lì è nata l’intervista che segue.

La Sicilia che si separa dall’Italia mentre il governo Berlusconi vuole costruirvi il ponte sul lo Stretto. Cos’è? Una provoca zione?
«No, dico sul serio. In fin dei conti già nel 1943 la Sicilia vagheggiava di diventare una nazione autono ma e federata degli Stati Uniti d’America. Chiederò al ministro per il Federalismo, Umberto Bossi, che questa secessione la faccia ve ramente una volta per tutte. Ma in Sicilia. Ci mandi pure al diavolo. Sono sicuro che, da indipendenti, ce la caveremo meglio che restan do sotto la tutela di Roma. Voglio no invece costituire le macroregio ni o i cantoni, come li chiamava il professor Gianfranco Miglio, ideo logo della Lega? Affare fatto. A me sta benissimo ugualmente: Pada nia, Centro, Sud. A patto che siano abolite tutte le sperequazioni. Se un milanese può raggiungere Ro ma col pendolino in tre ore, non ve do perché io per recarmi in treno da Catania a Paler mo debba impiegar ci 5 ore a percorrere appena 180 chilo metri ».

Occhio, che poi si ritrova Nichi Ven dola presidente del Sud. «Questo Vendola a me non piace per nulla. Un affabulatore che maschera con gli accenti lirici la debolezza delle sue proposte dema­gogiche. Da mode rato, preferisco di gran lunga un Mas simo D’Alema, o un Pier Luigi Ber sani, o un Walter Veltroni».

I quattrini per l’autonomia do ve andate a prenderli?
«Le sole entrate fiscali derivanti dalla raffinazione del petrolio negli impianti di Gela, Milazzo, Au­gusta, Ragusa, Priolo e Melilli ci bastano e avanzano per essere au tosufficienti insieme con altre regioni. Sa quanto incassa di accise lo Stato italiano sulla nostra pelle? Dieci miliardi di euro. Ci lascino quello che è dei siciliani e noi sia mo a posto».

Il federalismo non le basta più?
«Fui il primo presidente di una re gione del Sud a rompere il fronte del “no al federalismo”,quando an cora la Campania, la Calabria e la Sardegna erano governate dal cen trosinistra. Dissi di sì subito. Per ché, vede, senza una pistola punta ta alla tempia che ci costringa a es sere virtuosi, noi i conti della sani tà, del personale, dello smaltimen to dei rifiuti non li metteremo mai a posto. Però io temo che il federali smo non si realizzerà affatto com’è stato pensato. E allora meglio che ciascuno vada per la propria stra da. Si spaccherà il mio movimento su questa scelta? Pazienza. Scappe­ranno coloro che trovano più con veniente tirare a campare, lasciare che le cose restino come sono».

Secondo me lei non dura.
«Poco male. Sto per compiere 60 anni. Potevo gover nare la Sicilia da un attico di Roma. Oppure fare il ministro, come mi era stato offerto. Ho preso sul serio que sto lavoro. Per me essere il presidente della mia Regione rappresenta il top. Entrare nel gover no nazionale sareb be stata una retro cessione. Non ho davvero altro da chiedere alla politi ca ».

Riceve molte mi nacce di morte?
«Tutti i giorni. Lettere minatorie con proiettili, messaggi trasversa li, telefonate. Non ho paura. Non so quanto potrà durare questa esperienza, ma non posso accetta re compromessi. La maggior parte degli assessori della Giunta tecni ca che ho varato è indifferente al bipolarismo. Forse il più a sinistra è il prefetto Giosuè Marino, che era stato nominato commissario anti racket dal ministro Maroni. È un governo formato solo da esperti che cominciano a farmi capire co me stanno le cose in materia finan ziaria. Il primo macigno che mi so no trovato sul tavolo è stato il pia no di rientro del sistema sanitario. Potevo traccheggiare, invocare sconti, piangere il morto affinché Roma chiudesse un occhio. Ho pre f erito invece affidarmi a un assesso re, Massimo Russo, ex magistrato antimafia, che non credo abbia vo tato per me, anzi non so neppure se sia andato a votare. Le aziende sanitarie sono scese da 29 a 17. Ave vamo 1.700 strutture sanitarie pri vate, fra cliniche, laboratori di ana lisi, studi radiologici. Uno scanda lo. È ovvio che se una casa di cura prima costava al sistema sanitario 45 milioni di euro l’anno e oggi ne costa 12-13, questo significa ridur re i margini di profitto per il racket. Abbiamo risparmiato 400 milioni di euro facendo una gara unica per l’approvvigiona mento dei medici nali nelle farmacie ospedaliere e met tendo ordine nelle assicurazioni, che costavano un’enor­mità. Ho una mani f estazione al giorno sotto le mie finestre perché intendo ridi mensionare gli ospedali di Avola e Noto, con 250 posti letto ciascuno e ser vizi raddoppiati. Eb bene, presto avran no una sola cardio logia, una sola oste tricia, un solo pronto soccorso».

Confortante. Ma la Regione Sici liana ha un dipendente ogni 348 abitanti, contro un dipen­dente ogni 1.671 della Regione Veneto.
«Debbo correggerla. È molto peg gio. Non abbiamo un dipendente ogni 348 abitanti: ne abbiamo tre».

In Veneto sono 2.811, in Sicilia 14.395: il 412% in più. «Anche qui debbo correggerla. Di­pendenti ne abbiamo circa 100.000, compresi 28.000 forestali, 22.500 precari pagati da noi nei Co­muni e 10.000 formatori. Ci vorran no 10- 15 anni prima che vadano in pensione. Non li posso licenziare».

Non parliamo dei dirigenti: 225 nella mia regione, 2.150 nella sua. L’855% in più.
«Ho bloccato tutte le assunzioni fin dal maggio 2008».

E i forestali? Uno ogni 7.000 etta ri in Friuli, uno ogni 12 in Sici­lia.
«Guardi, è meglio che non tocchi questo tasto. Di recente sono anda to a trovare a Roma l’ex governato re della sua regione, Giancarlo Ga lan, oggi ministro dell’Agricoltura. Abbiamo fatto insieme quattro conti. Il suo dicastero ha un ente chiamato Agea, Agenzia per le ero gazioni in agricoltura, che ha costi tuito una società a maggioranza pubblica e minoranza privata per organizzare i controlli sul territo rio. I quali controlli sono poi demanda ti a un’altra società, sempre a maggio ra nza pubblica e mi noranza privata, che a sua volta li de lega agli agrotecni ci, nel nostro caso al l’Ordine degli agro nomi di Palermo. Ebbene, allo Stato questi controlli co stano 100 però gli agronomi percepi scono solo 25. Il grosso, 75, finisce nelle tasche dei pri vati che, senza far nulla, detengono il 49% delle socie tà intermedie. A proposito dei gua sti del centralismo…».

Sì, però avete oltre un terzo di tutti i funzionari nazionali, si rende conto? Mediamente in Si cilia c’è un capo, strapagato, ogni 7 dipendenti. Non è una pianta organica: è una selva amazzonica.
«Ringrazi lo Stato unitario. Nel Sud è successo semplicemente questo: un patto scellerato fra classi diri genti locali e partiti romani, un’alle anza fondata sull’assistenziali smo, sul clientelismo, sulle assun zioni facili. Qualcuno delle classi dirigenti del Sud è mai stato caccia to per aver consentito queste ab normità? Nessuno. C’è da sempre piena sintonia fra Palermo e Ro ma. E allora di che ci accusate? Per aver fatto questi discorsi nell’Udc sono stato costretto ad andarmene e a fondare un mio movimento. Al la struttura centralistica dello Sta to fa molto comodo che la mia azienda agricola produca arance a 20 centesimi e che quattro anni su cinque sia costretto a venderle a 15, tanto che se non ci fossero le in dennità avrei già dovuto chiuder la; fa molto comodo che le classi di rigenti meridionali spianino la stra da alla grande distribuzione orga­nizzata che importa gli agrumi dal la Tunisia e i carciofi dall’Egitto. Ma se questa colonizzazione fini­sce una volta per tutte, se lo Stato, invece di ripianarci i debiti, se ne va e ci lascia soli, ciascuno di noi dovrà mettersi a fare il proprio com pito, visto che c’è di mezzo il porta foglio di ciascuno. E chi non lo fa sarà preso a calci nel sedere».

Lei non si limita a rivedere i conti: riscrive anche la storia del R sorgimento, come i leghisti.
«L’Unità d’Italia è stata un affare o no per la Sicilia e per il Sud in generale? Prima dell’avvento dello Stato unitario da noi non esisteva l’emigrazione. Quindi no, l’unificazione non è stata un affare né per i veneti né per i siciliani né per nessuno. Certo, voi siete molto bravi, avete raggiunto la ricchezza grazie al sudore della fronte,coltivate l’etica del lavo ro, tenete sempre ben presente la passata povertà, tanto che Luciano Benetton, come ho letto nel suo libro, le ha confidato che ancor oggi sceglie la pasta alla crema più grossa invece di quella più buona, perché è rimasto fermo ai tempi in cui badava a riempirsi la pancia. Noi siciliani ci sentiamo il sale della terra, ma in effetti siamo un po’ fessacchiotti. Queste benedette diversità devono restare. Finiamola di dipendere gli uni dagli altri. Mettiamoci invece a sudare tutti, questo sì».

Insomma, fra qualche mese non la vedremo con lo scapolare tricolore a celebrare il cento cinquantesimo dell’Unità.

«A Grammichele,la cittadina d’origine della mia famiglia, vicino a Caltagirone,c’è una strada intitolata al generale Enrico Cialdini. Per oltre un secolo abbiamo celebrato i genocidi di questo ufficiale savo iardo, poi senatore del Regno d’Italia, responsabile dei massacri di Pontelandolfo e Casalduni com piuti nel 1861. I “liberatori” non lasciarono che pietra su pietra, come ordinato da Cialdini: fucilarono uomini, donne, vecchi, preti e bambi ni. La sedicenne Concettina Biondi fu legata a un palo da dieci bersa glieri che la violentarono a turno sotto gli occhi del padre contadino. Dopo un’ora svenne.Il soldato piemontese che la stava stuprando, indispettito, la uccise. Il papà, che cercava di liberarsi per soccorrere la figlia, fu ammazzato anche lui dai bersaglieri. È questo che dovrei celebrare? Quando sarà riscritta la storia d’Italia, si vedrà che una mano al successo della mafia l’hanno data i garibaldini. Lei mi chiederà: e perché i picciotti avrebbero dovuto aiutare i Mille? Semplice: perché Garibaldi portava in Sicilia un regno la cui capitale era molto lontana. La criminalità organizzata ha bisogno di questo: più distante è il sovrano o il presidente, meglio campa».

da Il Giornale

Sacrifici … no grazie !

La favoletta dei sacrifici che “vengono chiesti a tutti“, si rivela ogni giorno sempre più tale, cioè una favola per poter tenere i cittadini di questo paese fermi ed immobili a farsi spennare da “lor signori” per come avrebbe detto in altri tempi “Fortebraccio“.

Avevo già detto in passato della situazione anomala quanto a royalties petrolifere in Sicilia.

Un articolo su Greenpeace Italy, rivela ora che, se la Sicilia è la quintessenza dell’anomalia, l’Italia intera tuttavia non scherza, e che i petrolieri evidentemente hanno tanti, ma tanti amici tra chi ci governa, e questi ultimi non si sognano nemmeno alla lontana di chiedere loro dei sacrifici, tal quale come ai banchieri del resto.

TRIVELLARE I NOSTRI MARI COSTA MENO

03 Giugno 2010

ROMA, Italia — Mentre negli Usa, dopo il disastro della Deepwater Horizon, è cresciuta la preoccupazione per le esplorazioni petrolifere offshore, in Italia questi permessi continuano a essere rilasciati senza alcun ripensamento apparente. Anzi aumentano e sappiamo il perchè: nel nostro paese le royalties da pagare allo Stato per le trivellazioni sono del 4 per cento e non del 30-50 per cento come per altri Paesi.

Al momento, oltre alle 66 concessioni di estrazione petrolifera offshore con pozzi già attivi, sono in vigore 24 permessi di esplorazione offshore, soprattutto nel medio e basso Adriatico (Abruzzo, Marche, Puglia) e nel Canale di Sicilia. L’area delle esplorazioni supera gli 11.000 kmq, una superficie assai maggiore di quella che attualmente ospita pozzi operativi (poco meno di 9.000 kmq).

Ci sono poi moltissime altre aree in cui si richiede l’autorizzazione per esplorazioni petrolifere: le mappe del Ministero dello Sviluppo Economico dimostrano un’esplosione di richieste di trivellazioni esplorative soprattutto al largo di Abruzzo, Marche, Puglia, Calabria (versante ionico) e nel Canale di Sicilia. La superficie complessiva non è nota, ma si può stimare che sia almeno il doppio di quella in cui le ricerche sono già state autorizzate.

In Italia, inoltre, oltre a royalties molto più basse, non si paga alcuna imposta per i primi 300.000 barili di petrolio all’anno: oltre 800 barili (o 50.000 litri) di petrolio gratis al giorno.

Le attività esplorative sono effettuate o richieste da imprese ben note, come ENI, EDISON e SHELL, ma anche da imprese minuscole, anche con soli 10.000 euro di capitale sociale: in caso di incidente non potrebbero noleggiare nessun mezzo idoneo a raccogliere il petrolio!”

Vale sempre quindi la lezione de “Ho visto un re”

Fosse stato alle Egadi sarebbe … (2)

Quella cosa scura che vedete, parte in mare e parte sulla terraferma, è sempre la “macchia” di petrolio al largo della Louisiana di cui a questo post ma il giorno 13 maggio, sovrapposta alla Sicilia alla medesima scala sempre grazie all’applicazione sviluppata da Paul Rademacher

Fosse stato alle Egadi sarebbe …

Se la chiazza di petrolio della Louisiana fosse il risultato della fuoriuscita del petrolio da uno dei prossimi pozzi off-shore (si perchè prima o poi il pozzo lo fanno !) in programma al largo delle isole Egadi, sapresti rappresentare quanto sarebbe grande questa distesa di petrolio rispetto alla Sicilia ?

Ed ancora sapresti calcolare (in euro o in dollari, scegli tu) quanto sarebbe il danno ? E sapresti calcolare quanti anni occorrerebbero per rimediare al danno ?

Scommetto che ben pochi sapreste rispondere e sopratutto ben pochi vi siete fatti un’idea di quanto accaduto.

Quella cosa scura che vedete, parte in mare e parte sulla terraferma, è la “macchia” di petrolio al largo della Louisiana il giorno 6 maggio, sovrapposta alla Sicilia alla medesima scala grazie all’applicazione sviluppata da Paul Rademacher

grazie a Il post

Sicilia, oro nero ? Ma quando mai !

Dopo avere scritto qui dei rischi per l’ambiente che potrebbero derivare dalle attività estrattive nel Canale di Sicilia credo sia giusto chiedersi se,  e in che misura, vi siano comunque dei vantaggi economici per la nostra isola, tali per cui come si suole dire, il gioco valga la candela.

Una ottima fonte d’informazione in proposito sono una serie di articoli pubblicati, anche nella versione online, dal Quotidiano di Sicilia, quotidiano regionale di economia, istituzioni ed ambiente.

Da un articolo a firma di Rosario Battiato dal titolo “Dentro e intorno l’Isola la mappa dei titoli mineraria“, apprendiamo che gli operatori che hanno o vogliono mettere le mani sul petrolio e sul gas siciliano sono: “l’Eni Mediterranea Idrocarburi S.p.A. e poi a seguire la Shell, l’Edison, sede legale a Milano, (lavora in joint-ventures, tra gli altri, con Eni e Adriatica Idrocarburi), e altri ancora come la Panther Eureka (titolo minerario del Fiume Tellaro), la Edison, l’Irmio spa, sede legale a Palermo.” e che “Nel mare circostante la Sicilia ci sono permessi di ricerca in a iosa“, in particolare “due al largo delle coste ragusane di 620,31 Kmq e 637,18 Kmq alla Northern Petroleum Limited; un altro sempre nei pressi delle coste ragusane di 336,98 Kmq alla Vega Oil; due al largo delle coste agrigentine di 423 Kmq e 408,78 Kmq all’Eni (60%) e all’Edison (40%), uno al largo di Pantelleria 657,19 Kmq all’Audax Energy che ha sede legale a Roma, 5 al largo della costa trapanese di 708,62 Kmq, 736,88 Kmq, 709,61 Kmq, 743,81 Kmq e 742,70 Kmq alla Northern Petroleum Limited (45%) e Shell Italia & p. (55%) società che operano rispettivamente in joint ventures l’una con Avobone Italy e Shell e l’altra con Edison, Eni, Esso Italiana, Total E&P Italia, e uno al largo delle coste marsalesi di 726,90 Kmq alla Northern Petroleum Limited (30%) e Shell Italia & p. (70%)” ed infine “Altri sei permessi di ricerca sono concessi per la terraferma, tra cui il famigerato Fiume Tellaro, area di 740 Kmq compresa tra Ragusa, Siracusa e Catania e che ricade all’interno del Val di Noto, patrimonio dell’Unesco“.

Evidentemente sono in molti, ora che il “petrolio facile” scarseggia, a considerare appetibile nell’immediato futuro anche quello “meno facile”, vuoi perchè di minore qualità o perche di più difficile estrazione.

Si va bene ma alla Sicilia questo “business” quanto rende ?

Il buon Rosario Battiato si è fatto carico di rispondere anche a questo quesito con un articolo dal titolo “Energia per un piatto di lenticchie“, nel quale è detto: “Secondo i dati comunicati dalla Regione al ministero dello Sviluppo Economico – dipartimento per l’energia direzione generale per le risorse minerarie ed energetiche – aggiornati al 12 aprile del 2010, la Sicilia ha prodotto nel 2009 qualcosa come 325.180.295 Smc di gas e 556.084.000 Kg di olio greggio, che sono pari rispettivamente al 3,6% della produzione nazionale di gas (totale di 9.070.428 migliaia di Smc) e al 10,65% della produzione nazionale di greggio (totale di 5.219.752 tonnellate).“.

Si ma quanto rende ?

Il gettito delle royalties è interamente versato alla Regione Siciliana dalla Eni Mediterranea Idrocarburi per una cifra pari a 420.099,82 euro. Un ammontare che ha il gusto amaro dell’elemosina se confrontato con quanto ricavano altre regioni a partire dalla Basilicata (3.155.531.469 Kg di produzione di olio greggio e 913.990.141 di Smc) che nel 2009 ha ricevuto qualcosa come 114.334.043,07 euro, sebbene i dati risalgano alla data del 30 giugno 2009, in quanto ulteriori proventi sono attesi dalla vendita delle aliquote di gas dovute alla Regione Basilicata al mercato regolamentato delle capacità e del gas. Il confronto si fa impietoso se paragonato con la produzione dell’Emilia Romagna che, pur essendo decisamente inferiore al contributo isolano, 28.869.969 kg di produzione di olio greggio e 157.829.126 Smc di gas, riesce ad intascarsi qualcosa come 13.895.143,19 euro.
Insomma, facendo due conti appare incomprensibile che una regione come l’Emilia produca il 19% di greggio rispetto il totale siciliano, ma intaschi il 33 volte di più.
“.

Avete letto bene, nel dato relativo alla Sicilia non manca qualche zero, si tratta proprio di 420 mila euro, come dire un quarto circa del costo intero della casa di Scajola o due terzi circa di quanto lo stesso Scajola l’ha pagata.

E nel dato relativo alla Basilicata si tratta proprio di 114 milioni di euro, così come in quello relativo all’Emilia Romagna si tratta di 13 milioni di euro.

Certo che in quanto a classe politica in Sicilia siamo veramente messi male.

Petrolio, dalla Louisiana alle Egadi ?

Accade che il petrolio sta per distruggere le coste della Louisiana. Il mandante è la BP, il sicario la piattaforma Deepwater Horizon, l’arma una chiazza nera di 200 chilometri. La BP ha nascosto l’entità della catastrofe con false comunicazioni.
5.000 barili al giorno in mare, fino ad oggi 5,6 milioni di litri. Si può quasi fare il pieno della macchina direttamente dalla spiaggia.
La petroliera Exxon Valdes, in Alaska, riversò in mare “solo” 41 milioni di litri. L’ecosistema costiero della Florida rischia di scomparire insieme ai gamberi e a ogni specie animale per una generazione.
a BP sosterrà i costi, così ha detto, ma quali costi? Quanto vale la distruzione della Terra? Uno dei più grandi disastri ecologici della Storia? Cento BP, mille BP? Chi deciderà il valore? La Borsa di Wall Street?

Secondo il Washington Post, il disastro del Golfo del Messico potrebbe ripercuotersi sul piano nazionale di perforazioni off shore che l’amministrazione Obama aveva lanciato poche settimane fa.

E da noi ?

Di seguito due post di Peppe Croce per Ecoblog.it fanno il punto su quanto detto precedentemente in questo post a proposito delle esplorazioni alla ricerca del petrolio off shore nel canale di Sicilia

Petrolio off shore: continuano le esplorazioni a largo di Pantelleria 13/aprile

Non c’è solo la britannica Northern Petroleum tra le aziende che stanno scandagliando il Canale di Sicilia in cerca di petrolio e gas naturale. In queste settimane anche l’australiana AuDax sta effettuando esplorazioni sismiche tridimensionali per capire se c’è, e quanto, petrolio sotto i fondali a largo di Pantelleria.

E, a quanto pare, di petrolio ce n’è abbastanza da far gola anche ad altre società internazionali: la stessa AuDax, infatti, comunica che ha appena ceduto il 10% dei diritti di estrazione che possiede nell’area del permesso G.R15.PU a Bombora Energy Pty Ltd. Bombora, in cambio, pagherà il 15% dei costi di esplorazione e cederà ad AuDax le sue quote di un altro pozzo petrolifero.

Sembrerebbe, quindi, che dalle esplorazioni si debba passare a breve alle perforazioni vere e proprie. Sembrerebbe anche, di conseguenza, che le preoccupazioni già espresse in occasione delle esplorazioni di Northern Petroleum da parte del sindaco di Favignana e del senatore D’Alì siano fondate.

Nel frattempo, tra l’altro, le trivelle proseguono la propria marcia in Sicilia anche in terra ferma, come dimostra il recente caso di Eni che, nel bel mezzo della campagna ragusana, sta costruendo delle cisterne e, molto probabilmente, si prepara a perforare un nuovo pozzo.

In Sicilia, negli ultimi dieci anni, sono state estratte milioni di tonnellate di petrolio: secondo i dati forniti dalla Regione il picco si è avuto nel 2003 con 735.907 tonnellate, per poi scendere fino alle 531.094 del 2008. Il gas naturale estratto, invece, si è sempre aggirato, nello stesso periodo, sulle 330.000 migliaia di metri cubi l’anno. Tutti numeri che, da qui a poco, potrebbero tornare a salire.

da Ecoblog.it

Petrolio off shore: Northern Petroleum scandaglia il Canale di Sicilia 22/marzo

Northern Petroleum, azienda inglese con sede a Londra specializzata nella ricerca di idrocarburi liquidi e gassosi, ha annunciato la fine delle operazioni di esplorazione sismica tridimensionale della parte occidentale del Canale di Sicilia. Tali operazioni, effettuate tramite alcune navi appositamente attrezzate, servono ad identificare le zone con il sottosuolo potenzialmente più ricco di petrolio o gas naturale e, in seguito, metterle in produzione.

Le esplorazioni di Northern Petroleum (per un totale di 1520 Km quadrati di fondali scandagliati) sono state eseguite per conto di Shell che è proprietaria di diverse concessioni per lo sfruttamento di idrocarburi in Sicilia, sia a terra che off shore che a breve diverranno altrettanti pozzi trivellati.

Le attività esplorative di Shell-NP hanno suscitato più di una critica. Tra i più preoccupati c’è il sindaco di Favignana e persino il Senatore D’Alì, presidente della Commissione Ambiente al Senato, già noto per le sue posizioni anti-Kyoto e per una controversa proposta di riforma del sistema dei parchi naturali. D’Alì, non molto tempo fa, ha persino presentato un’interrogazione ai ministri dell’Ambiente Prestigiacomo, degli Esteri Frattini e dello Sviluppo Economico Scajola per sapere cosa (e come) esattamente stesse cercando l’azienda londinese.

Gli ha risposto il sottosegretario all’Ambiente Roberto Menia, noto per le sue posizioni favorevoli al rigassificatore, a terra e non nel golfo, di Trieste e al ritorno al nucleare. Menia, ovviamente, ha escluso ogni rischio per l’ambiente perché esplorare non vuol dire per forza trivellare:

E’ da precisare, comunque, che la società Northern Petroleum non può procedere alla perforazione di un pozzo, né all’allestimento di un qualunque impianto di estrazione, visto che l’esecuzione di tali operazioni è possibile solo dopo aver ottenuto, da parte dei competenti uffici periferici della Direzione generale per le risorse minerarie ed energetiche del Ministero dello sviluppo economico e da parte del Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare e delle altre amministrazioni statali interessate, l’ulteriore verifica di compatibilità ambientale e le ulteriori autorizzazioni specifiche

Resta da capire, invece, quale multinazionale del petrolio si metterebbe a spendere soldi per scandagliare un fondale che poi non può trivellare. Tanto che non l’ha bevuta nemmeno D’Alì che a Menia ha risposto:

Appare necessario fermare in partenza le attività di esplorazione tanto più quando le si vorrebbe svolgere nelle vicinanze delle aree marine protette; è auspicabile, pertanto, che il Ministero dell’ambiente sia maggiormente prudente nel dare il concerto per l’autorizzazione di tali attività.

da Ecoblog.it

Caccia all’Atlantic Explorer che cerca il petrolio tra le Isole Egadi e Pantelleria

La Shell esplora i fondali per verificare la presenza di giacimenti petroliferi., cerca petrolio in un’area di 4.300 chilometri quadrati contigua alle Isole Egadi ed a Pantelleria ed interessata dall’istituzione di un Parco nazionale.

L’allarme arriva dal senatore del Pdl Antonio D’Alì. Il parlamentare nazionale e presidente della Commissione Ambiente del Senato, ha chiamato in causa il governo con una interrogazione diretta ai ministri Prestigiacomo (Ambiente), Frattini (Esteri) e Scajola (Sviluppo Economico). D’Alì chiede se hanno notizie della nave laboratorio “Atlantic Explorer” che lavora per nome e per conto della Shell.

Per il senatore ci sono rischi concreti perchà la già l’attività di ricerca può essere considerata “invasiva dei fondali e degli ambienti marini”. D’Alì non ha dubbi: “L’area individuata comprende superfici marine ad altissima concentrazione naturalistica e vi è compresa l’Area Marina protetta delle Isole Egadi, la più grande del Mediterraneo, nonchè una zona di cautela marina particolare quale dell’isola di Pantelleria. Le attività di esplorazione potrebbero dare seguito a tentativi di perforazione per l’attivazione di pozzi estrattivi sperimentali”.

Lo stesso D’Alì fa presente che ci si trova di fronte a due aree che sono interessate dall’istituzione di un Parco nazionale. Il senatore ha le idee chiare in proposito e chiede “l’immediata sospensione di tutte le attività che stanno suscitando vivissima preoccupazione nelle comunità locali.

D’Alì è ancora alla ricerca dell’autorizzazione che ha permesso alla Shell di avviare le ricerche con la nave laboratorio. La risposta è affidata ai tre ministri ma anche alla Regione siciliana.