Gaspare Pinco castellammarese dimenticato

Nel post precedente avevo anticipato che sarei ritornato sulla figura di Gaspare Pinco. La statura del personaggio è stata tale che molto materiale è finito negli archivi di polizia e più volte risulta citato in studi e ricerche sia sull’antifascismo che, negli anni successivi alla liberazione, in relazione a vicende legate alle lotte bracciantili.

Di particolare interesse l’appassionato ritratto che ne fa l’avvocato Nino Marino nel suo “FAME DI TERRA E SETE DI LIBERTA’” (Trapani 2009), ritratto che occupa buona parte del quinto capitolo del volume e che di seguito vi ripropongo integralmente:

Da Tunisi a Ventotene

Era del 1910, di Castellammare del Golfo. Morì a Trapani, vittima di un incidente stradale nel 1978.
Conoscevo un po’ alla larga e comunque non molto direttamente Gaspare Pinco. Sapevo che era un comunista, e lo ritenevo un personaggio minore.
Frequentando anche da giovane le sedi del movimento, s’era tra la fine degli anni cinquanta ed i primi dei sessanta, lo vedevo mi pare all’I.N.C.A., l’Ente di
assistenza della CGIL.
Quando entrai nei Partito, di lui non c’era traccia.
Qualche cosa, di straforo, diceva suo figlio, Carlo Marx appunto. Ma presi quel nome come un omaggio al mito.
Nulla di più. Romanticismo un po’ naif, mi pareva.
Ed invece, non lo sapevo, Gaspare Pinco era un desaparecido. Una vita eroica.
Fu raccogliendo carte per scrivere questo racconto, che ritrovai il manoscritto di Filippo Cilluffo che ho citato.
E lessi che:

nella provincia di Trapani la geografia della lotta ha i suoi centri più vivi a Castelvetrano, a Mazara, a Salemi e
sul Belice; i suoi protagonisti sono da un lato i vari Gaspare Pinco o Ignazio Adamo…

Beh, mi dissi, se un fine e colto intellettuale come Filippo Cilluffo fra i tanti cita solo Pinco, ed assieme ad Ignazio Adamo che, vedremo, fu una figura molto
importante, Pinco qualche cosa di serio sicuramente fece.
E andai dal figlio. Che mi narrò la storia e mi confessò, maledetto lui!, che aveva perso gran parte dell’archivio del padre.
Il quale, ve la dico subito, era stato clandestino a Tunisi, confinato a Ventotene, espatriato a Marsiglia, staffetta in Spagna, la tortura nelle galere tunisine gli rovinò per sempre un’anca.
Fu riconosciuto come “perseguitato politico” e ne ebbe la pensione.
e la racconto con le parole di Carlo Marx.
Gaspare Pinco veniva da una famiglia socialista e fu educato sin da ragazzino alla libertà ed a ribellarsi al sopruso. Ad indignarsi. Che è verbo nobile.
Oltre il padre, ad educarlo a questi valori fu un certo Peppino Stabile, uno dei primi comunisti castellammaresi.
Gaspare Pinco si iscrisse al Partito Comunista e ne costruì e sostenne la rete organizzativa durante la clandestinità.
Per fare le riunioni giravano in lungo per arrivare a qualche casolare di campagna. Una volta dovette seguire un compagno perché il luogo del convegno gli era sconosciuto. Arrivati ed entrati che furono, trovò un tizio con il fez in testa. Si sentì tradito e perduto in quella trappola. Se avesse avuto una pistola gli avrebbe sparato.
Ma il compagno che aveva organizzato la riunione lo tranquillizzò subito: “è un trucco per eludere la polizia, il compagno viene da fuori e in qualche modo per non fare insospettire s’è travestito da fascista…
Naturalmente la Polizia prima o poi lo individuò come comunista e, quando la stretta si fece più forte e capì che sarebbe stato arrestato, Pinco espatriò in
Tunisia, dove operava un centro dell’emigrazione politica clandestina.
Vi trovò, fra gli altri, Pietro Bongiovanni che nell’immediato dopoguerra, sarà il primo Segretario della ricostituita Federazione Comunista trapanese.
Lì c’era un gruppo importante dell’organizzazione del Partito Comunista all’estero: il Centro clandestino vi inviò a dirigerlo di volta in volta Velio Spano, Ambrogio Donini e Giorgio Amendola. Dirigenti stabili ne furono Loris Gallico e Maurizio Valenzi, quello che nel 1975 sarà il primo Sindaco comunista di Napoli.
Oltre a dirigere gli emigrati comunisti italiani ed alla fondazione de “Il Giornale” (ma guarda un po’!) e de “L’Italiano”, pubblicati sotto la copertura della “Lega italiana dei diritti dell’uomo”, lavorarono anche alla costruzione del Partito Comunista tunisino.
Non era cosa da poco, se un Tribunale tunisino/francese condannò a morte, per fortuna in contumacia, Velio Spano.
L’importanza del Centro estero tunisino fu nota anche ai fascisti: nel 1937 la sua sede, che agiva come il “Circolo Popolare Garibaldi” subì un assalto squadristico da parte di “cadetti e marinai fascisti” (c’era anche un’emigrazione legale) che uccisero il comunista Giuseppe Miceli.
A Tunisi Gaspare Pinco cominciò a fare “il rivoluzionario di professione”.
La cosa funzionò finché in Francia, della quale la Tunisia era colonia, ci fu un clima respirabile. Poi le cose si complicarono, e comunque sempre semiclandestini erano. Ad un certo punto fuggì dalla Tunisia. E si recò a Marsiglia.
Lì il Partito lo fece lavorare in un centro, semiclandestino anch’esso, che organizzava il valico in Spagna dei Volontari che arrivavano da tutto il mondo
per andare a combattere per la libertà e contro il fascismo.
I più arrivavano da tutto il mondo a Parigi, al Centro organizzato da Teresa Noce, la compagna di Luigi Longo, il Comandante Gallo, che invece era già in Spagna,
ricevevano un primo inquadramento logistico ed organizzativo e venivano mandati a Marsiglia.
Qui Pinco, assieme ad altri, li organizzava, li forniva del necessario, e li accompagnava in Spagna attraverso le clandestinità delle frontiere.
E come mai non ci restò in Spagna, Gaspare, a sparare ed a rischiare la pelle? Mi chiederete. Beh, una risposta ce l’avrei: per andare in Spagna ci voleva
coraggio, certo. Per organizzare in clandestinità quelli che ci andavano, oltre che il coraggio, occorrevano capacità e soprattutto affidabilità.
Fu Togliatti stesso, l’Alfredo inviato nel 1937 in Spagna dall’Internazionale Comunista come consigliere del Partito spagnolo, a sollecitare il rafforzamento
dell’invio dei Volontari per le Brigate Garibaldi.
Bene, per quel che ho capito, Gaspare Pinco fu un personaggio verso il quale i capi ebbero estrema fiducia.
Il centro comunista a Marsiglia subì poi l’intervento repressivo della Polizia francese. La “grande democrazia occidentale”, assieme all’Inghilterra, s’era dichiarata neutrale dinanzi alle prove generali del nazifascismo.
Speravano che, dopo la Spagna, toccasse all’URSS.
Gaspare Pinco fu condannato ed espulso.
Di tornare in Italia non se ne parlava. Sarebbe stato arrestato e spedito in galera.
Da Marsiglia s’imbarcò per Tunisi, dove era stato ricostituito il Centro estero, ma non vi poteva sbarcare, perché era stato schedato durante il primo soggiorno.
La nave arrivò ed attraccò, ma Pinco non scendeva: “mio padre stette accucciato sotto una scialuppa da dove poteva vedere la coppia di gendarmi che faceva la guardia: su e giù, giù e su per il molo. Ne contò accuratamente e più volte i passi e capì quando poteva scendere senza essere visto. Così fece e sbarcò per la seconda clandestinità a Tunisi. Sembra un film.
Ed in qualche film, infatti, quelle vite dovrebbero essere raccontate.
Poi fu nuovamente arrestato. Nelle prigioni tunisine fu selvaggiamente picchiato, condannato per la seconda volta ma ora spedito direttamente in Italia, dove
l’aspettava la Polizia fascista: processo, carcere e poi confino.
A Ventotene.
Assieme a Sandro Pertini, Umberto Terracini, Camilla Ravera, Mauro Scoccimarro, Luigi Longo, Altiero Spinelli….(Terracini e Ravera per vero erano tenuti in disparte…), insomma quelli che erano i capi dell’antifascismo, e poi diventeranno i capi della Resistenza e della Repubblica.
Presso l’Archivio Centrale dello Stato storici o giornalisti potrebbero reperire un voluminoso fascicolo intestato a “Pinco Gaspare”, alias “Pucci” nome delle sue battaglie clandestine. Io non ho il tempo, né l’attitudine.
Io racconti faccio. Tra un’Udienza ed un’altra…
A causa delle sue condizioni di salute conseguenti alle torture tunisine, a Ventotene fu ricoverato più d’una volta presso infermerie di fortuna. Ottenne di recarsi per un breve periodo di cura a Trapani, dove la moglie faceva la sarta.
Durante il soggiorno trapanese lo colsero lo sbarco degli americani, il 25 Luglio e la caduta –almeno qui- del regime fascista.
Si mise in contatto con quel che c’era del Partito, assieme a Pietro Bongiovanni che abbiamo già visto con lui a Tunisi, e ne divenne uno dei dirigenti.
Scelse, fu scelto per il fronte più caldo e decisivo della battaglia democratica in Sicilia e nella Provincia di Trapani. Fu mandato a dirigere la Federbraccianti. Per capire: numero uno il Segretario della Federazione del Partito, numero due il Segretario Provinciale della CGIL.
Numero due bis il Segretario Provinciale della Federbraccianti, il potente sindacato dei contadini tout court, poveri o meno poveri che fossero, senza o con un piccolo fazzoletto di terra.
Le occupazioni delle terre quindi.
Ancora a diversi e diversi anni di distanza -racconta Carlo Marx Pinco- mio padre era morto da tempo, mi capitava sia a Vita che a Salemi dove andavo per ragioni del mio lavoro, di presentarmi come Pinco appunto, e subito mi si chiedeva se fossi figlio di quel Pinco che ricordavano per averli accompagnati e difesi nell’occupazione di un feudo e nella divisione di un prodotto”.
Fu eletto nel 1952 Consigliere Comunale a Trapani nella lista unitaria di sinistra della “Rinascita”. Aveva da poco fondato nella Trapani più sconosciuta al P.C.I., quella attorno alla Via Fardella, una Sezione intitolata a Santi Milisenna, un comunista ennese, uno dei primi capilega contadini a cadere, nel ’44, sotto le lupare congiunte, quelle vere e quelle metaforiche, di mafiosi ed agrari.
Pinco in quelle elezioni non era nella testa di lista, capeggiata da Simone Gatto e Leonida Mineo, che lascerà il Consiglio nel 1957. E perciò l’elezione dovette
guadagnarsela grazie alla popolarità: va ricordato che Pinco era da appena nove anni a Trapani, che veniva da Castellammare e dalla clandestinità.
Tra gli altri, nella “Rinascita” fu eletto Nicola Badalucco.
Badalucco allora dirigeva la Federazione socialista.
Poi, nel 1958, andò a Roma dove fu redattore dell’“Avanti!”. Approderà quindi al cinema, prima come sceneggiatore di Luchino Visconti e di altri importanti
registi, poi regista egli stesso. Fu tra gli sceneggiatori di Florestano Vancini nel “Bronte: cronaca di un massacro”, il primo ed immediato massacro di contadini nell’Italia appena consegnata ai Savoia. Quest’estate, incontrandolo, e parlandogli di questo mio racconto, sbottò che “Bronte” non solo era stato dimenticato, ma
che non se ne riesce a trovare nemmeno la copia.
La lista della Rinascita in quelle elezioni conquistò la maggioranza relativa con undici seggi. Fu l’ultimo sussulto di una certa Trapani di sinistra e laica. La
formazione cittadina della “Barca a vela” di Paolo D’Antoni, -più in là ne parlerò- che univa pezzi di borghesia laica delle professioni e del commercio, ebbe
sette seggi. Ma la soluzione era già dietro l’angolo: la Democrazia Cristiana nelle stesse elezioni, nonostante i nove seggi del M.S.I., balzò dai precedenti tre a sette consiglieri.
Poi venne il 1956, e Pinco entrò in rotta di collisione con la Federazione.
L’occasione fu l’Ungheria. Mio padre, me mi chiamò Carlo Marx, non Baffone: per quanto strano possa sembrare, Stalin, mi diceva, non l’aveva mai potuto sopportare. Ribelle com’era alla prevaricazione ed al sopruso, quel metro quadrato di medaglie sopra quel petto, gli pareva il massimo, quanto ad arroganza. Ma sull’Ungheria, nella Federazione di Trapani andò oltre la linea.
L’Avvocato Vincenzo Orlando che frequentò da giovanissimo a lungo le stanze della Federazione, con ruoli anche di primo piano, la ricorda così la cosa:
Pinco era un combattente, aveva già una storia. Era uno, come Gaspare Panicola di Campobello di Mazara come Nino Oddo di Erice, dell’ala dell’intransigenza quasi settaria, guardava a Mauro Scoccimarro, detestava Giorgio Amendola…Non parliamo dei mugugni quando cominciò a venir su Enrico Berlinguer…Nel Comitato Federale assumeva le posizioni più dure. Per l’Ungheria non solo solidarizzò con i sovietici, ma quasi aspettava che i carri armati da Budapest facessero qualche migliaio di chilometri più a sudovest…
La cosa probabilmente fu più profonda. Non si trattò solo dell’Ungheria, ma, a guardare anche le altre, contemporanee storie, si trattò anche dei feudi.
Forse non è un caso che Filippo Cilluffo faccia il nome di Pinco assieme a quello di Ignazio Adamo, il capo delle lotte contadine e la caduta più illustre del
cambiamento di linea che vi narrerò più avanti.
Gaspare Pinco venne rimosso dalla Segreteria della Federbraccianti.
Si mise a lavorare al Mercato Ortofrutticolo. Allora non c’era l’antimafia urbana, gli occhi non erano puntati su aste ed astatori, sul meccanismo estorsivo delle
mediazioni tra il contadino -sempre a quel mondo, guarda caso, Pinco rimase legato!- ed il mercatante.
Pinco però capì la cosa. Se ne uscì. Tornò a lavorare per un breve periodo prima presso l’I.N.C.A, quindi all’Alleanza Contadini.
Poi -la testa gli era rimasta là, dove c’era il marcio della sopraffazione mafiosa- poi si dedicò al Mercato Ortofrutticolo democratico, la S.C.O.T. (una struttura di intermediazione a forma cooperativistica) fondato, presieduto ed amministrato da Ignazio Adamo, al cui nome, dopo la morte, fu titolato.
Ma questa –come si dice- è un’altra parte della storia del movimento democratico della provincia di Trapani.
Sconosciuta.
Cosa rimane? Quel poco che sono riuscito a raccogliere, quel meno che sono stato capace di raccontarvi.
Ma rimane un monumento, la gloriosa e mitica “Guzzi 500”, di proprietà della CGIL trapanese, a bordo della quale fra trazzere, imboscate, lupare e manette i
compagni si scatenavano –cioè: “si toglievano le catene”- a tutto gas per raggiungere, organizzare e dirigere i contadini in lotta. Furono tanti, oltre che Gaspare Pinco, a smanettare quella “Guzzi”.
Carlo Marx l’ha comprata, e gli sta costando un occhio della testa, mi dice, di recuperarla e di rimetterla in funzione.”

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Se invece di chiamarsi Jobs si fosse chiamato Lavori …

e fosse nato a Napoli, per Antonio Menna, forse sarebbe andata così:

“Steve Jobs è cresciuto a Mountain View, nella contea di Santa Clara, in California. Qui, con il suo amico Steve Wozniak, fonda la Apple Computer, il primo aprile del 1976. Per finanziarsi, Jobs vende il suo pulmino Volkswagen, e Wozniak la propria calcolatrice. La prima sede della nuova società fu il garage dei genitori: qui lavorarono al loro primo computer, l’Apple I. Ne vendono qualcuno, sulla carta, solo sulla base dell’idea, ai membri dell’Homebrew Computer Club. Con l’impegno d’acquisto, ottengono credito dai fornitori e assemblano i computer, che consegnano in tempo. Successivamente portano l’idea ad un industriale, Mike Markkula, che versa, senza garanzie, nelle casse della società la somma di 250.000 dollari, ottenendo in cambio un terzo di Apple. Con quei soldi Jobs e Wozniak lanciano il prodotto. Le vendite toccano il milione di dollari. Quattro anni dopo, la Apple si quota in Borsa.

Mettiamo che Steve Jobs sia nato in provincia di Napoli. Si chiama Stefano Lavori. Non va all’università, è uno smanettone. Ha un amico che si chiama Stefano Vozzini. Sono due appassionati di tecnologia, qualcuno li chiama ricchioni perchè stanno sempre insieme. I due hanno una idea. Un computer innovativo. Ma non hanno i soldi per comprare i pezzi e assemblarlo. Si mettono nel garage e pensano a come fare. Stefano Lavori dice: proviamo a venderli senza averli ancora prodotti. Con quegli ordini compriamo i pezzi.

Mettono un annuncio, attaccano i volantini, cercano acquirenti. Nessuno si fa vivo. Bussano alle imprese: “volete sperimentare un nuovo computer?”. Qualcuno è interessato: “portamelo, ti pago a novanta giorni”. “Veramente non ce l’abbiamo ancora, avremmo bisogno di un vostro ordine scritto”. Gli fanno un ordine su carta non intestata. Non si può mai sapere. Con quell’ordine, i due vanno a comprare i pezzi, voglio darli come garanzia per avere credito. I negozianti li buttano fuori. “Senza soldi non si cantano messe”. Che fare? Vendiamoci il motorino. Con quei soldi riescono ad assemblare il primo computer, fanno una sola consegna, guadagnano qualcosa. Ne fanno un altro. La cosa sembra andare.

Ma per decollare ci vuole un capitale maggiore. “Chiediamo un prestito”. Vanno in banca. “Mandatemi i vostri genitori, non facciamo credito a chi non ha niente”, gli dice il direttore della filiale. I due tornano nel garage. Come fare? Mentre ci pensano bussano alla porta. Sono i vigili urbani. “Ci hanno detto che qui state facendo un’attività commerciale. Possiamo vedere i documenti?”. “Che documenti? Stiamo solo sperimentando”. “Ci risulta che avete venduto dei computer”.

I vigili sono stati chiamati da un negozio che sta di fronte. I ragazzi non hanno documenti, il garage non è a norma, non c’è impianto elettrico salvavita, non ci sono bagni, l’attività non ha partita Iva. Il verbale è salato. Ma se tirano fuori qualche soldo di mazzetta, si appara tutto. Gli danno il primo guadagno e apparano.

Ma il giorno dopo arriva la Finanza. Devono apparare pure la Finanza. E poi l’ispettorato del Lavoro. E l’ufficio Igiene. Il gruzzolo iniziale è volato via. Se ne sono andati i primi guadagni. Intanto l’idea sta lì. I primi acquirenti chiamano entusiasti, il computer va alla grande. Bisogna farne altri, a qualunque costo. Ma dove prendere i soldi?

Ci sono i fondi europei, gli incentivi all’autoimpresa. C’è un commercialista a Napoli che sa fare benissimo queste pratiche. “State a posto, avete una idea bellissima. Sicuro possiamo avere un finanziamento a fondo perduto almeno di 100mila euro”. I due ragazzi pensano che è fatta. “Ma i soldi vi arrivano a rendicontazione, dovete prima sostenere le spese. Attrezzate il laboratorio, partire con le attività, e poi avrete i rimborsi. E comunque solo per fare la domanda dobbiamo aprire la partita Iva, registrare lo statuto dal notaio, aprire le posizioni previdenziali, aprire una pratica dal fiscalista, i libri contabili da vidimare, un conto corrente bancario, che a voi non aprono, lo dovete intestare a un vostro genitore. Mettetelo in società con voi. Poi qualcosa per la pratica, il mio onorario. E poi ci vuole qualcosa di soldi per oliare il meccanismo alla regione. C’è un amico a cui dobbiamo fare un regalo sennò il finanziamento ve lo scordate”. “Ma noi questi soldi non ce li abbiamo”. “Nemmeno qualcosa per la pratica? E dove vi avviate?”.

I due ragazzi decidono di chiedere aiuto ai genitori. Vendono l’altro motorino, una collezione di fumetti. Mettono insieme qualcosa. Fanno i documenti, hanno partita iva, posizione Inps, libri contabili, conto corrente bancario. Sono una società. Hanno costi fissi. Il commercialista da pagare. La sede sociale è nel garage, non è a norma, se arrivano di nuovo i vigili, o la finanza, o l’Inps, o l’ispettorato del lavoro, o l’ufficio tecnico del Comune, o i vigili sanitari, sono altri soldi. Evitano di mettere l’insegna fuori della porta per non dare nell’occhio. All’interno del garage lavorano duro: assemblano i computer con pezzi di fortuna, un po’ comprati usati un po’ a credito. Fanno dieci computer nuovi, riescono a venderli. La cosa sembra poter andare.

Ma un giorno bussano al garage. E’ la camorra. Sappiamo che state guadagnando, dovete fare un regalo ai ragazzi che stanno in galera. “Come sarebbe?”. “Pagate, è meglio per voi”.

Se pagano, finiscono i soldi e chiudono. Se non pagano, gli fanno saltare in aria il garage. Se vanno alla polizia e li denunciano, se ne devono solo andare perchè hanno finito di campare. Se non li denunciano e scoprono la cosa, vanno in galera pure loro.

Pagano. Ma non hanno più i soldi per continuare le attività. Il finanziamento dalla Regione non arriva, i libri contabili costano, bisogna versare l’Iva, pagare le tasse su quello che hanno venduto, il commercialista preme, i pezzi sono finiti, assemblare computer in questo modo diventa impossibile, il padre di Stefano Lavori lo prende da parte e gli dice “guagliò, libera questo garage, ci fittiamo i posti auto, che è meglio”.

I due ragazzi si guardano e decidono di chiudere il loro sogno nel cassetto. Diventano garagisti.

La Apple in provincia di Napoli non sarebbe nata, perchè saremo pure affamati e folli, ma se nasci nel posto sbagliato rimani con la fame e la pazzia, e niente più.”

Allegoria dell’Italia

Jan Bruegel il vecchio – La parabola dei ciechi (1568)

Allegoria dell'Italia

Allegoria dell'Italia

Jan Bruegel il Vecchio, «La parabola dei ciechi» (Napoli, Museo di Capodimonte).
Tempera su tela di cui esistono numerose copie dovute a Pieter Bruegel il Giovane, ispirata al tema evangelico del «cieco che guida un altro cieco» e della loro caduta nel fosso (Matteo 15, 14; Luca 6, 39).
Critici come Grossmann hanno visto nel dipinto «la terribile verità dei poveracci».

America’s Cup di vela: a Napoli ci credono

Se il Corriere del Mezzogiorno, dopo avere titolato: “America’s Cup più vicina a Napoli senza l’esclusiva italiana“, subito si affretta a sottotitolare con un “Società Usa lascia aperta la porta a Venezia e Trapani“, tuttavia, stante i silenzi che continuano ad arrivare dalle stanza dei “potenti”, si fa per dire, della politica trapanese, appare legittimo l’ottimismo, pur ansioso e dubitativo, che sembra di cogliere sulle pagine e negli articoli della stampa napoletana.

Il massimo del dubbio e dello scetticismo si esprime sul blog di Marco De Marco, giornalista del Corriere del Mezzogiorno, a partire da un post dal titolo: “Informazioni e trasparenza sulla Vuitton Cup? Si naviga a vista“. Il post è una critica alla (non) comunicazione messa in atto dalle istituzioni che si stanno muovendo per portare l’evento a Napoli. Ancor più interessante il dibattito innescatosi nei commenti, tra i quali può leggersene uno che potrebbe essere stato fatto anche se la vicenda avesse riguardato Trapani, e che vale la pena di riproporvi:

“Caro Direttore, alle sue considerazioni non può che rispondersi con una esclamazione secca: “elementare Watson!”. Eppure, qualcosa ancora sfugge. Le nostre istituzioni, strette tra l’esigenza di una normalità amministrativa (e di governo) e la ricerca dell’evento risolutivo per ridare credibilità al ruolo di questo territorio, sembrerebbero annaspare. E’ proprio così? Oppure, al vecchio sistema pattizio, dei cosiddetti “rapporti istituzionali”, se ne sta sostituendo un altro di competizione nella corresponsabilità, o, mutatis mutandis, di “divergenze parallele” tra la Regione, il Comune e, buona ultima, la Provincia? In ogni caso, quale che sia la risposta, dobbiamo augurarci tutti, che, nonostante le palesi approssimazioni, l’evento sia confermato e una qualche macchina “moltiplicatrice” si metta in moto. Anche in tempi di default. Un cordiale saluto, dal caldo-umido della città.”

L’edizione napoletana de “La Repubblica” in un pezzo di Carlo Franco dal titolo “Chiudere presto la trattativa che disastro una bocciatura” da voce a Sergio Maione, patron degli alberghi Vesuvio ed Excelsior, il quale particolarmente preoccupato, che la trattativa possa non andare in porto, afferma: “Per carità, fate presto a chiudere, non credo che gli americani siano disposti ad aspettare più di tanto i nostri comodi – ed ancora – il passaggio del circo mondiale della vela porta una forte ricaduta economica e turistica, ma, soprattutto, di immagine e Napoli dopo tanta munnezza ha bisogno di rientrare nel grande giro. Per assecondare la ripresa che si intravede”.

Nel campo degli ottimisti si schiera “Il Mattino” che titola: “Coppa America, pronti per la firma“, pur riferendo di un pressing degli americani per affrettare la firma: “NAPOLI – Pressing degli americani su Comune e Regione per definire il contratto e portare a Napoli l’America’s Cup. Da San Francisco arriva infatti la richiesta di fissare tempi certi per la firma anche perché sono tanti gli interventi da mettere in campo in vista delle World Series 2012-2013. “.

Ma sempre sull’onda dell’ottimismo “Il Mattino” conclude:

Una volta definiti gli aspetti contrattuali, il primo passo sarà la costituzione di una società di scopo a maggioranza pubblica che vedrà la partecipazione di Regione, Comune, Autorità portuale, Bagnolifutura e Unione Industriali (con una quota di garanzia). È probabile che nella partita possa entrare anche la Provincia: il presidente Luigi Cesaro si è infatti detto disponibile a collaborare, se necessario stanziando una quota di fondi.

Il compito della società sarà la gestione della kermesse dal punto di vista tecnico mentre per gli interventi urbanistici si seguiranno le indicazioni del Prg. Le regate si terranno nello specchio d’acqua tra Bagnoli e Pozzuoli fino alle isole del Golfo, Ischia e Capri: la colmata a mare sarà la piattaforma logistica da cui partiranno i catamarani da 22 metri con un’ala rigida. Il villaggio delle imbarcazioni sarà allestito in loco.

Tutte le opere saranno smontabili e rimovibili: l’evento non pregiudicherà, dunque, le scelte urbanistiche di Bagnoli, dov’è prevista la rimozione della colmata e il ripristino della linea originaria di costa. Per sfruttare l’effetto Coppa America, la Regione è pronta a varare un «piano Marshall» con l’obiettivo di cambiare radicalmente il volto di Napoli.

Il programma prevede investimenti pubblico-privati per oltre 3 miliardi di euro: accanto alla riqualificazione di Bagnoli si prevedono la riconversione di Napoli Est, il restyling del centro storico, il polo fieristico con la Mostra d’Oltremare, la valorizzazione del sito di Pompei e dell’Albergo dei Poveri, il completamento della metropolitana, le bonifiche ambientali e il rilancio del teatro San Carlo che potrà contare sulla collaborazione con il maestro Riccardo Muti.

Nel 2013, infine, il capoluogo partenopeo ospiterà il Forum delle Culture, che metterà in moto altri investimenti richiamando a Napoli 2 milioni di turisti provenienti da 100 città del mondo. “.

Trapani e quelli che non osano

C’è poca Italia nell’America’s Cup

eppure c’è questa nota congiunta (redatta da un qualche addetto stampa dalla dubbia competenza) di Luigi De Magistris il magistrato sindaco di Napoli di (Italia dei Valori), che è riuscito nell’impresa di ripulire la sua città dai rifiuti (anche se nessuno ne parla), di Stefano Caldoro Presidente della Regione Campania del Pdl, del presidente dell´Unione Industriali della Provincia di Napoli Paolo Graziano e del presidente di BagnoliFutura Spa Riccardo Marone:

In merito alle notizie apparse oggi sulla stampa, ribadiamo la volontà che Napoli sia designata come città ospitante della fase preliminare della American´s Cup.

Tutte le istituzioni coinvolte e tutti i soggetti interessati stanno lavorando a questo obiettivo che rappresenta una grande occasione per la nostra città.

Nei prossimi giorni, una volta verificati i dettagli, si procederà alla firma del contratto per rendere operativa questa opportunità, perciò è importante continuare a lavorare in piena collaborazione con serietà e responsabilità istituzionale come la città merita“.

da demagistris.it

Come dire che a Napoli c’è uno schieramento politicamente trasversale di forze che vogliono sfruttare l’America’s Cup, per veicolare turismo e pubblicità positiva verso il loro territorio.

E l’edizione napoletana de “La Repubblica” ci informava già il 6 agosto che Napoli è ad un passo dalla designazione e che Bagnoli sarebbe la più quotata tra 176 location e che la kermesse porterebbe un giro d’affari tra 150 e 250 milioni di euro.

Tiene le dita incrociate Paolo Graziano, presidente dell’Unione industriali di Napoli, che per primo ha aperto il colloquio con i tecnici americani. Si deve a lui lo slittamento della proposta delle candidature dal 15 al 30 giugno, mossa che ha agevolato l’ingresso di Napoli nella lista delle città adatte al trofeo, grazie alla collaborazione con Comune, Regione, Autorità portuale e Bagnolifutura. Nessuno lo dice con chiarezza ma quel che si sa è che Napoli è in cima alla lista delle sedi giudicate adatte alla competizione internazionale. Scelta tra 176 location, dopo essere rimasta sul podio con Venezia e Trapani, è Napoli adesso la città con le migliori quotazioni, quella che ha le carte giuste per vincere. Non si sbilancia ma un moderato entusiasmo arriva dallo stesso Graziano: «La sinergia con Comune e Regione ci consente di competere con buone chance di successo per l’aggiudicazione delle World Series 2012 e 2013. Aspettiamo solo di concludere gli ultimi passaggi contrattuali».”

La competizione mondiale fa gola, muove interessi di marketing e un giro d’affari milionario. Si valuta un business tra i 150 e i 250 milioni di euro a tappa, sono 630 le persone che si muovono al seguito del trofeo. Numeri importanti, a cui va aggiunto un pubblico che si aggira intorno a 150-250 mila persone e 500-600 tra barche e megayacht.

Tuttavia a molti non sfugge che sarebbe Trapani la città che avrebbe più carte da giocare per questa candidatura.

La conclusione infatti di un articolo di ieri, 17 agosto a firma di Giulia Crivelli su “Il Sole 24ore era:

Poca, Italia, dunque, ma solo a un primo sguardo. Perché a ben vedere dietro ai successi di New Zealand c’è proprio un italiano, Matteo De Nora, imprenditore e manager che da anni si muove tra Nuova Zelanda, Svizzera e Italia e che, mosso soprattutto da passione per la vela e amore per il paese dei kiwi, ha fatto da deus ex machina per organizzare la sfida e trovare gli sponsor.

A Cascais si muoveva felice tra i suoi “ragazzi” e pronosticava fin dai primi giorni i loro successi. Augurandosi allo stesso tempo, a sua volta, l’arrivo di team a tutti gli effetti italiani. O magari una tappa in Italia delle World Series iniziate in Portogallo: le candidate sono Napoli e Venezia, anche se tutti sperano in Trapani, che Troublè ricorda come una delle città più ospitali delle regate di avvicinamento alla 32esima edizione. Il problema ancora una volta sono i costi: Cascais ha sborsato ad Acea 500mila euro (benché la richiesta iniziale fosse almeno il doppio): in tempi di tagli agli enti locali sembrano cifre inarrivabili.“.

Ora, non è che qui a Trapani tutti dormano, ma non osano e ripiegano su competizioni minori quali la “Extreme Sailing Series” il cui Act 6 sarà a Trapani prossimamente. Tre giorni di regate in “stile stadio” dal 16 al 18 settembre, precedute da due giorni di regate in mare aperto il 14 e il 15 settembre.

Peccato !

Trapani – Erice: gli incerti confini ed i diritti di riscossione

Questa faccenda:

Comune di Erice installa parcheggi a pagamento nel territorio di Trapani
Trapani – Il comune di Erice ha installato insegne che indicano l’istituzione di parcheggi a pagamento e divieti di sosta, in alcune zone che però ricadono nel territorio di Trapani. L’errore dipende dal fatto che alcune arterie ricadono nei due comuni. Il sindaco di Trapani, Girolamo Fazio, ha scritto al collega di Erice, Giacomo Tranchida, per invitare l’amministrazione ericina a rimuovere pali e cartelli dai marciapiedi di Trapani, nonché la ditta che ha eseguito i lavori a ripristinare gli stessi marciapiedi danneggiati.
(Ansa)

Il sindaco Mimmo Fazio usa parole durissime: “Ho avuto la possibilità di constatare che il Comune di Erice si è impadronito del territorio comunale di Trapani, installandovi parcheggi a pagamento. Sui marciapiedi, ricadenti nel territorio di Trapani, da via Villa Rosina ad oltre fino all’uscita dalla città, sono stati collocati pali con le insegne per i parcheggi a pagamento. Se non ricordo male, il confine territoriale nelle zone indicate è costituito dalla mezzeria della strada”. Fazio ha scritto al collega Giacomo Tranchida sollecitandolo a rimuovere pali e cartelli e la ditta che ha eseguito i lavori a ripristinare gli stessi marciapiedi danneggiati. (Trapani OK)

chissà come chissà perchè mi ha ricordato una questione di confini e di diritti alla riscossione descritta da Luciano De Crescenzo in “Così parlò Bellavista”, film di e con Luciano de Crescenzo del 1984.

D’altra parte non siamo forse in entrambi i casi nell’ex Regno delle due Sicilie ?

Ho visto un re, no anzi un “imperatore”, no anzi un “papi”

Dice l’ultima moglie, del nostro senza alcun dubbio religiosissimo ed osservante dei dettami della chiesa in materia di morale e famiglia nonchè eccellentissimo Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, l’ex attrice Veronica Lario che le giovani e belle donne promosse a candidate per le prossime elezioni europee nelle liste del Pdl per la loro avvenenza e per le loro relazioni sociali, sonoil divertimento dell’imperatore“, ed anche “ciarpame senza pudore“.

Molti in queste ore si sono posti il problema del significato della parola “ciarpame“, la spiegazione dicono sia questa: un insieme di ciarpe, dove ciarpa è un oggetto vecchio, che non serve più a nulla.

Veronica Lario poi si dice “sorpresa” della partecipazione del marito ad una festa domenica notte a Napoli per i 18 anni di una ragazza: «La cosa mi ha molto sorpreso, anche perchè non è mai venuto a nessun diciottesimo compleanno dei suoi figli pur essendo stato invitato».

Da parte sua Noemi, la festeggiata,  che è alta alta, bionda bionda e ha il viso di bambina chiama “papi” Silvio Berlusconi, e dice che “un regalo più bello papi non poteva farmelo. Quando l’ho visto non riuscivo a crederci, sono stata troppo felice“.

Anche la mamma di Noemi, che si chiama Anna e pure lei è bionda e pure lei è stata molto felice della visita, quando parla di Berlusconi dice “papi”.

E aggiunge che “le malignità le dicano pure se vogliono, tanto noi siamo molto religiosi e ci affidiamo al Signore”.

Le affermazioni della Lario, per qualcuno  sembrano confermare le deduzioni dell’ex Fi, senatore e giornalista Paolo Guzzanti il quale gia in passato a seguito di alcune nomine ministeriali parlò di “mignottocrazia”.

La candidatura di quelle che la stampa inglese chiama “le ragazze di Silvio” esce in tal modo dal folklore politico per diventare sostanza della “res publica”.

La questione, non riguarda più solo una coppia famosa, una moglie, una madre, una donna, e un suo marito Presidente del Consiglio esuberante e disinvolto nelle relazioni interpersonali.

La questione che Veronica Lario pone a tutti è “se il 7 giugno gli italiani troveranno in lista le ragazze di Silvio”, voteranno o no per assicurare “il divertimento dell’imperatore”, o si renderanno artefici della sua tristezza, con possibile grave nocumento per le sorti del paese ?