Avessero dato retta a Herman Sörgel il porto di Castellammare non sarebbe stato più un problema

E’ un fatto che, sul finire di questo piovoso novembre del 2013, di ripresa dei lavori di costruzione del porto di Castellammare del Golfo non c’è ancora traccia.
Anzi in un articolo comparso su Malitalia dal titolo “Trapani appalto ad azienda chiacchierata” si avanzano dei dubbi sulla Ca.Ti.Fra srl di Barcellona Pozzo di Gotto (il cui nome è l’acronimo di Calabrese Tindaro e Francesco, imprenditori originari appunto di Barcellona Pozzo di Gotto), azienda di cui si parla più volte nei carteggi dell’operazione antimafia “Gotha 3” realizzata dai carabinieri del Ros di Messina nel luglio dello scorso anno, (pur non essendo la medesima impresa o i suoi titolari tra gli indagati) e facente parte dell’ATI (associazione temporanea di imprese) costituita da COMES TIGULLIO di Chiavari (Ge), CA.TI.FRA srl di Barcellona Pozzo di Gotto (Me), SEICON srl di Castellammare del Golfo (TP) e CO.GE.TA. srl di Trapani, aggiudicataria dei lavori riguardanti lo stralcio di completamento del porto di Castellammare del Golfo che l’articolo dà, erroneamente, come realizzati.
In precedenza un’altra impresa facente parte dell’ATI, la CO.GE.TA. era stata oggetto di sequestro perchè nella disponibilità di Vito Tarantolo e tramite lui, è convinzione degli inquirenti, in quelle di Matteo Messina Denaro.
Anche la prosecuzione dei lavori del primo stralcio, già oggetto di sequestro e parzialmente dissequestrati, è avvolta nella nebbia.

Ma si diceva di Herman Sörgel. In tanti immagino vi chiederete chi era costui e cosa possa avere a che fare, un architetto tedesco del secolo scorso (perchè tale era), con Castellammare del Golfo ed il suo porto.

Diciamo subito che il tizio era un geniaccio, e come tutti i geniacci un po’ utopista e folle.

Herman Sörgel nacque a Ratisbona il 2 aprile 1885 e fu architetto e filosofo. Sörgel proveniva da una famiglia di tecnici. Il padre fu un pioniere nel campo della costruzione delle centrali idroelettriche in Baviera. Lui in quanto architetto fu parte del movimento espressionista (Bauhaus) e come filosofo si occupò di teoria spaziale e di questioni geopolitiche.

Con tali premesse, nel 1928 Sörgel presentò il progetto di Atlantropa, progetto che prevedeva di isolare il mar Mediterraneo chiudendo gli stretti di Gibilterra, Suez e Dardanelli.
L’evaporazione delle acque così circoscritte, ne avrebbe abbassato il livello al ritmo di circa 1,6 metri annui, processo che il progetto prevedeva fosse velocizzato con l’ausilio di apposite pompe idrauliche.
Altre dighe sarebbero dovute sorgere tra Tunisia, Sicilia e Italia, aree che sarebbero rimaste quasi unite grazie all’abbassamento delle acque. Queste dighe avrebbero diviso il Mediterraneo occidentale da quello orientale; il primo sarebbe stato abbassato di circa 100 metri, il secondo di altri 100 per un totale di 200 metri.

Uno degli effetti che si voleva ottenere era quello di rendere possibile collegare via terra Berlino a Cape Town per il tramite della Sicilia che sarebbe stata collegata alla Tunisia con un ponte e di rendere disponibili nuove terre per una superfice di circa 576.000 km2.

L’insieme delle trasformazioni conseguenti all’attuazione del progetto di Sörgel avrebbe reso Castellammare del Golfo, nel giro di pochi decenni una città di terra, ed il relitto del porto una testimonianza di un passato, non proprio glorioso.

Atlantropa

Qui la voce di Wikipedia relativa ad Atlantropa che dà conto delle “buone intenzioni” del suo ideatore.

E qui un video che illustra il come ed il perchè del progetto.

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Le mani di Matteo Messina Denaro sul porto di Trapani, il ruolo di Antonio D’Alì

“IL RUOLO DI ANTONIO D’ALÌ, EX PRESIDENTE DELLA PROVINCIA
Trapani e i maxi appalti per la Coppa America
Sequestrata una parte del porto: sarebbe stato costruito da imprenditori legati al boss Matteo Messina Denaro

Una parte del porto di Trapani sarebbe stato costruito da imprenditori legati al boss latitante di Cosa Nostra Matteo Messina Denaro. Per questo il questore ha ottenuto dal tribunale il sequestro di una parte dello scalo marittimo oltre a diverse società che – attraverso prestanome – sarebbero riconducibili al mafioso più ricercato d’Italia. E perché l’appalto da 46 milioni di euro assegnato in vista della regata del 2005 della “America’s cup” sarebbe stato pilotato proprio dalle cosche. Si tratta di un provvedimento giudiziario clamoroso, che non ha precedenti. Al centro delle indagini condotte da Giuseppe Linares ci sono Francesco e Vincenzo Morici, titolari di numerose aziende e risultati in legami strettissimi con Messina Denaro. E nelle carte processuali è ben delineato anche il ruolo di Antonio D’Alì, ex presidente della provincia di Trapani ed ex sottosegretario nel governo Berlusconi, attualmente sotto processo per concorso esterno in associazione mafiosa.
Fiorenza Sarzanini

da Corriere.it

“Mafia, scoperte altre società di Messina Denaro
Scatta un sequestro di beni da 30 milioni di euro
Polizia e Guardia di finanza hanno individuato un reticolo di imprese che sarebbero riconducibili all’ultimo grande latitante di mafia. Gli interessi del padrino trapanese nei lavori all’interno dei porti
di SALVO PALAZZOLO

Dal 1993 sembra imprendibile, ma continua a fare affari in Italia e all’estero. Il superlatitante trapanese Matteo Messina Denaro ha escogitato un nuovo lucroso business, quello dei lavori all’interno dei porti. Ne sono convinti gli investigatori della Divisione Anticrimine della questura di Trapani e i finanzieri del nucleo di polizia tributaria: questa mattina, hanno fatto scattare un sequestro da trenta milioni di euro, che riguarda l’impero di due insospettabili imprenditori edili siciliani, Francesco e Vincenzo Morici, padre e figlio, ufficialmente i titolari di cinque società che gestiscono appalti importanti. L’ultimo, all’interno del porto di Trapani, riguarda una ristrutturazione da 40 milioni di euro, aggiudicata a un’associazione temporanea di imprese di cui fa parte anche la “Società italiana dragaggi spa”, un vero colosso nel settore.

Il provvedimento “di sequestro anticipato ai fini di confisca” firmato dalla sezione Misure di prevenzione di Trapani sostiene adesso che i Morici farebbero parte del “cartello” di imprese legate al latitante Matteo Messina Denaro. Le indagini dicono che i Morici furono utilizzati prima dal vecchio capomafia di Trapani, Vincenzo Virga, poi dopo il suo arresto, dal reggente che lo sostituì, Francesco Pace. Con la benedizione di Messina Denaro, che era interessato al condizionamento degli appalti più importanti della provincia.

Le indagini – coordinate da Giuseppe Linares, il dirigente di polizia che per anni ha dato la caccia al superlatitante –
hanno ricostruito il reticolo societario che faceva capo ai Morici: è costituito soprattutto da imprese costituite a Roma. Il sequestro è stato disposto per la “Morici Francesco e c. sas”, la “Morici immobiliare”, la “Coling spa”, l’impresa individuale Morici Vincenzo e l’impresa individuale Morici Francesco. Il provvedimento riguarda anche nove partecipazioni societarie, 142 beni immobili e 36 rapporti bancari.
(09 aprile 2013)

da La Repubblica

09/04/2013 –
Stretta su Matteo Messina Denaro,
sequestro da 30 milioni a due imprenditori

Nel mirino Francesco e Vincenzo Morici, ritenuti legati al boss latitante di Castelvetrano. Oltre a 6 società nel provvedimento anche 142 immobili, 37 beni mobili registrati, 36 conti correnti e rapporti bancari e 9 partecipazioni societarie. Blitz in Sicilia, Roma, Milano, Gorizia e Pordenone. Il procedimento legato al processo a carico del senatore del Pdl Antonio D’Alì

TRAPANI. Sei società degli imprenditori trapanesi Francesco e Vincenzo Morici (padre e figlio), ritenuti legati al boss latitante Matteo Messina Denaro, sono state sottoposte a sequestro anticipato su disposizione della Sezione misure di prevenzione del Tribunale di Trapani e su proposta del questore Carmine Esposito, a conclusione di accertamenti compiuti dalla Divisione anticrimine della Questura e dal Nucleo di polizia tributaria della guardia di finanza.
Il valore dei beni sequestrati ammonta complessivamente ad oltre trenta milioni di euro. Oltre alle 6 società figurano anche 142 immobili, 37 beni mobili registrati, 36 conti correnti e rapporti bancari e 9 partecipazioni societarie. I provvedimenti sono stati eseguiti a Trapani, Roma, Milano, Gorizia e Pordenone.
La proposta del questore (accolta dal Tribunale) si basa sulle carte processuali del procedimento per concorso esterno in associazione mafiosa a carico del senatore del Pdl Antonio D’Alì, in corso di svolgimento dinanzi al gup di Palermo.
In occasione della “Louis Vuitton Cup – Act 8 -9″, il gruppo imprenditoriale dei Morici si sarebbe accordato con Cosa Nostra per aggiudicarsi la gara relativa ai lavori di strutturazione del porto di Trapani (importo a base d’asta: 46 milioni di euro). Dalle intercettazioni e dalle dichiarazioni rese dai vari indagati, sarebbe emersa l’esistenza di intese con il boss mafioso Francesco Pace (capomafia di Trapani), il senatore D’Alì ed imprese partecipanti, per favorire i Morici nell’aggiudicazione e per utilizzare materiali non conformi, tali da alterare la stabilità dell’opera nel tempo.”

da GDS.IT

Perchè la magistratura non dissequestra completamente i lavori per il porto di Castellammare ?

Ecco oggi è arrivata la risposta.

Trapani, sequestro da 25 milioni
‘Patrimonio di Messina Denaro’

Buona parte delle quote delle aziende appartiene a Vito Tarantolo, un imprenditore edile di 66 anni di Erice, vecchia conoscenza delle forze dell’ordine, già arrestato a luglio del 1998 e poi condannato per favoreggiamento ad un anno e mezzo di reclusione. Oltre alle società, sigilli anche a 82 beni immobili, 33 tra auto, furgoni e mezzi meccanici e 37 tra conti correnti e rapporti bancari

di ALESSANDRA ZINITI

E’ una vera e propria holding di imprese, con interessi in tutti settori, dall’edilizia privata a quella pubblica, porti, aeroporti, autostrade, reti idriche e fognarie, alberghi e residence. Valore stimato 25 milioni di euro. La polizia di Trapani ha messo le mani su quella che ritiene essere una sostanziosa fetta del patrimonio occulto dell’ultimo boss superlatitante di Cosa nostra, quel Matteo Messina Denaro al quale polizia e carabinieri danno la caccia da vent’anni.

A gestire in maniera più o meno occulta le 14 aziende delle quali il questore di Trapani Carmine Esposito ha ottenuto dal tribunale sezione misure di prevenzione il sequestro di buona parte delle quote era Vito Tarantolo, un imprenditore edile di 66 anni di Erice, vecchia conoscenza delle forze dell’ordine, già arrestato a luglio del 1998 e poi condannato per favoreggiamento ad un anno e mezzo di reclusione. Condanna che non lo ha mai allontanato dai vertici di Cosa nostra trapanese, prima il vecchio boss Vincenzo Virga, poi Francesco Pace, ora Matteo Messina Denaro. Una contiguità di cui negli anni hanno parlato collaboratori di giustizia attendibili, da Giovanni Brusca a Vincenzo Sinacori ad Angelo Siino.

Secondo il certosino lavoro della Divisione anticrimine della questura di Trapani guidata da Giuseppe Linares e del nucleo di polizia tributaria della Guardia di finanza di Trapani, le aziende delle quali Tarantolo era amministratore di fatto si sono aggiudicate negli anni appalti per decine e decine di milioni di euro. Su tutte la Co.ge.ta alla quale dal 2003 al 2006 sono andati i lavori di recinzione dell’aeroporto di Punta Raisi per 2 milioni e 600 mila euro. Un appalto per il quale i boss palermitani chiesero a Tarantolo il pizzo, richiesta alla quale l’imprenditore rispose coinvolgendo i boss trapanesi.

Formidabile riscontro è stato trovato nei “pizzini” sequestrati al boss Salvatore Lo Piccolo nel covo di Giardinello al momento del suo arresto. In tre di quei pizzini la cui paternità è stata attribuita al boss Messina Denaro, a Lo Piccolo veniva posta la questione del pizzo alla Co. ge. ta controllata da Tarantolo. E un intervento analogo sarebbe stato operato dal capomafia trapanese nei confronti della famiglia mafiosa di Mazara del Vallo che avrebbero ugualmente chiesto all’imprenditore una tangente per lavori svolti nel suo territorio per il rifacimento del depuratore.

Complessivamente, negli ultimi dieci anni la holding di Tarantolo si sarebbe aggiudicata appalti per più di 50 milioni di euro. Tra gli appalti ricostruiti dalla polizia la sistemazione delle banchine del porto di Trapani e il rifacimento di quello di Castellammare, ma anche l’appalto Anas per le barriere di sicurezza della tangenziale di Parma. E ancora i lavori per la rete fognante di Erice, ponti e strade.

La sezione misure di prevenzione del tribunale ha disposto il sequestro anche di 82 beni immobili, 33 tra auto, furgoni e mezzi meccanici, 37 tra conti correnti e rapporti bancari e due società già sottoposte ad amministrazione giudiziaria.
(27 settembre 2012)”

da La Repubblica

Video

Ora e sempre ipocrisia

Caravà e l’antimafia di cartone

di Giuseppe Pipitone

Ciro Caravà esultava gongolante il giorno della sua rielezione a sindaco di Campobello di Mazara, piccola cittadina da dieci mila abitanti in provincia di Trapani. Caravà dipingeva i suoi avversari -travolti dal 54 per cento di voti – come “signori venuti da altri territori” e senza “nessuna affidabilità“. Si presentava ai giornali come “il sindaco della legalità e dell’antimafia”. In questa veste organizzava fiaccolate in ricordo delle vittime della mafia, presenziava a tutte le manifestazioni in ricordo della strage di Pizzolungo, e non mancava mai di far costituire il suo comune come parte civile nei processi contro il boss di Castelvetrano Matteo Messina Denaro, ultima primula rossa di Cosa Nostra.

Ieri mattina all’alba Caravà è finito in manette in un’operazione antimafia che ha dato l’ennesima stretta proprio a Messina Denaro. Insieme al sindaco (ormai ex) di Campobello sono finiti in cella diversi boss vicinissimi al capomafia di Castelvetrano. La richiesta d’arresto è emblematica: per gli inquirenti Caravà era a totale disposizione della locale famiglia mafiosa. Il sindaco del Partito Democratico pagava costantemente i biglietti aerei per consentire ai familiari dei mafiosi di recarsi in visita nelle carceri, puniva i vigili che osavano multare le auto dei boss, e con Cosa Nostra discuteva di appalti e della gestione del Comune. Dopo il suo arresto i dirigenti del Pd si sono limitati a dire semplicemente che non era iscritto al partito. Una scusa ridicola aggravata dal fatto che a Caravà era stato concesso addirittura di candidarsi alle elezioni regionali nella lista di Anna Finocchiaro.

Caravà però è un esempio, atroce ed emblematico al tempo stesso, di cosa avvenga oggi nei territori ad alta densità mafiosa. Sparita quasi totalmente l’antimafia civile, quella di cartone è l’unico tipo che spesso si trova in circolazione. Ecco dunque che in territori difficili come Trapani l’antimafia cartonata è diventata una sorta di mantello, uno schermo per proteggere le malefatte compiute nelle segrete stanze. Una situazione gattopardesca che vede nei suoi strati più profondi il continuo proliferare di uomini con una sola grande attitudine: diventare amici dei morti, meglio se ammazzati da Cosa Nostra. La provincia di Trapani vive da sempre una situazione di contrasto: un chiaro scuro che non permette di guardare la realtà dritta negli occhi. Per i meno pratici i soggetti come Caravà, antimafiosi di giorno e mafiosi di notte, possono essere un problema. Distraggono, sfuggono, e a volte disorientano.

Insieme ai Caravà ci sono poi i simil – Caravà: giornalisti, imprenditori, a volte anche poliziotti e magistrati (tra gli arrestati di ieri c’era anche un ex poliziotto). Tutta gente che ha un passato, spesso oscuro e losco, e che ha deciso di crearsi un presente, giocando al militante antimafioso e ingannando gli osservatori dalla vera essenza del loro operato. A volte – come succede per Caravà – vengono beccati subito. In altri casi si mimetizzano bene e continuano a dettare legge per anni, additando (con un indice lunghissimo) i loro simili meno intelligenti beccati con le mani nel sacco. E a ben pensarci è mafia anche questa.

da Il Fatto Quotidiano

Maria Antonietta Aula, gia in D’Alì vs. Sandra Amurri e tante voci dal sen fuggite

L’antefatto (troppo facile l’incipit) è questo, il fatto (arridaie) è questo, una intervista della ex moglie del senatore trapanese Antonio D’Alì alla giornalista Sandra Amurri, per “Il Fatto quotidiano” e diventato un articolo dal titolo “La politica nella terra di Cosa nostra, parla Maria Antonietta Aula, ex moglie di Antonio D’Alì“.

Le affermazioni della signora Aula (già D’Alì), così come riferite dalla Amurri non sono di poco conto e chiamano in causa frequentazioni del senatore D’Alì, seppure antiche, con boss di spicco quali: Francesco Messina Denaro, capomafia di Castelvetrano, trovato morto nel ‘98 durante la latitanza e padfre di quel Francesco Messina Denaro, ritenuto a capo della mafia siciliana, o ancora Franco Virga, figlio di Vincenzo Virga, capomafia di Trapani, arrestato dopo anni di latitanza.

La signora dopo avere approvato al telefono il contenuto dell’intervista, prima che il pezzo fosse pubblicato ha inviato alla giornalista una email chiedendo che il tutto non si pubblicasse.

La giornalista ha ritenuto suo dovere pubblicare comunque l’intervista.

Se la signora Aula oltre che fare delle affermazioni ha fornito anche un minimo di prove di quanto affermato, qui non si può che essere d’accordo con la giornalista.

Ma che c’è in questa intervista ?

Tanto, tanto, ma qui riporto solo una frase: “Certo, avrei potuto chiedere un accertamento patrimoniale per sapere dove fossero finiti i 7 miliardi incassati dalla vendita della Banca Sicula, di cui possedevo azioni, avrei potuto chiedere spiegazioni sui conti a Montecarlo e se ricordo bene in Lichtenstein, ma non l’ho fatto anche per rispetto di mio figlio. Ma da quel giorno è come se fossi diventata trasparente. Il vescovo, che conoscevo bene essendo presidente dell’Unitalsi, andava a cena con lui e con quella che allora era la sua amante”. E la città guardava. “Ora che, invece, è la moglie – racconta la signora Picci – ci va a Lourdes con il cardinale Ruini a bordo dell’aereo del Vaticano”.

Vi basta ?

Operazione Dioscuri, dieci arresti ad Alcamo

Provvedimento anche per due donne

03 novembre, 07:36

TRAPANI – Agenti della Squadra Mobile di Trapani e del commissariato di Alcamo hanno arrestato dieci persone accusate di associazione mafiosa, estorsione, incendio, danneggiamento, detenzione illegale di armi ed esplosivi e ricettazione. L’indagine, coordinata dal procuratore aggiunto di Palermo Teresa Principato e dai pm della dda Paolo Guido e Carlo Marzella, ha ricostruito gli assetti del mandamento mafioso di Alcamo, controllato dalla storica famiglia mafiosa dei Melodia, strettamente legata al boss latitante Matteo Messina Denaro. Al capomafia ricercato i Melodia, da anni ai vertici del mandamento, avrebbero fatto riferimento in caso di dissidi con “famiglie” di altre zone. Tra gli arrestati anche due donne: Anna Maria Accurso, moglie del capo mandamento detenuto Antonino Melodia, e Anna Greco, figlia di uno degli arrestati. Accurso veniva impiegata per ricevere e conservare i soldi incassati dalle estorsioni. Greco, invece, era incaricata di recapitare le lettere con le richieste di pizzo e riscuotere il denaro dalle vittime del racket.

In carcere, in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip di Palermo Antonella Consiglio, sono finiti Anna Maria Accurso, 46 anni, Filippo Di Maria, 46 anni; Lorenzo Greco, 77 anni; Diego Melodia, 74 anni; Nicolò Melodia, 85 anni; Stefano Regina, 45 anni; Gaetano Scarpulla, 40 anni; Felice Vallone, 41 anni; Tommaso Vilardi, 66 anni e Anna Greco, 49 anni. A Lorenzo Greco, Stefano Regina e Felice Vallone, già detenuti, la misura cautelare è stata notificata in carcere.

Per anni hanno combattuto una lotta fratricida per il controllo del mandamento: Diego e Nicolò Melodia, esponenti storici della mafia di Alcamo, si sono contesi i guadagni del racket delle estorsioni e la gestione degli affari illeciti della zona. E’ uno dei particolari emersi dall’operazione antimafia denominata Dioscuri proprio in riferimento al rapporto di parentela tra i due arrestati. I moderni Castore e Polluce avrebbero dato vita a due opposte fazioni reclutando, ciascuno, i propri fedelissimi. E imprenditori e commercianti sarebbero stati costretti a far fronte alle richieste di pizzo dell’una e dell’altra cosca. Secondo gli inquirenti, Nicola Melodia, dopo l’arresto dei due figli Antonino e Ignazio, ha assunto il ruolo di capo della famiglia di Alcamo. Il fratello Diego ha tentato di scalzarlo accaparrandosi il controllo del racket grazie a Lorenzo Greco, già condannato per favoreggiamento mafioso e detenzione di armi, e Felice Vallone, da poco scarcerato dopo una condanna per mafia. Dell’esercito di Nicolò Melodia, invece, avrebbe fatto parte, tra gli altri, Filippo Di Maria che, secondo gli inquirenti, avrebbe riscosso il pizzo e intrattenuto rapporti con politici locali per conto della cosca. Numerosi i danneggiamenti e le estorsioni scoperte dalla polizia: ai taglieggiamenti, spesso doppi, venivano sottoposti concessionarie di auto e imprese. Le somme chieste andavano dai 10mila euro fino ai 200mila imposti ad un imprenditore alcamese.

ANSA.IT

Vittorio Sgarbi e il manierismo dell’antimafia

In attesa della conferenza stampa di oggi a Palermo, in cui con l’assessore regionale ai Beni Culturali Antonello Antinoro, presenterà alla stampa l’esposizione a Salemi, dal 31 dicembre 2008 al 18 gennaio 2009, de “L’adorazione dei pastori“, celebre dipinto di Pieter Paul Rubens, il sindaco di Salemi Vittorio Sgarbi con una intervista rilasciata a “IL Giornale” rinnova la polemica sui “professionisti dell’antimafia” sollevatasi a seguito della sua decisione di concedere la cittadinanza onoraria alla signora Agnese Leto Borsellino, vedova del giudice Paolo Borsellino.

I soliti professionisti dell’antimafia

Vittorio Sgarbi è come sempre un fiume in piena. Ma stavolta è anche terribilmente serio. «Questa è una intimidazione gravissima, contro una signora che spontaneamente e nobilmente ha manifestato il suo affetto di fronte a una città che rinasce». Una piccola città, Salemi, che ieri era per tutti la patria dei cugini Salvo, il feudo di Matteo Messina Denaro. E oggi è diventata il laboratorio creativo del sindaco «alieno», dove le case storiche si vendono a un euro, ma chi compra deve ristrutturarle. «Lo sa che la settimana scorsa è venuto a trovarci un inviato di Le Monde? Ha scritto un reportage bellissimo su Salemi».

E ora anche l’«endorsement» della vedova Borsellino.

Perché i fratelli del magistrato ce l’hanno con lei?

«Perché sono dei professionisti dell’antimafia, come quelli denunciati da Sciascia tanti anni fa. La Sicilia oggi sta cambiando: in giro non si sente più quella retorica, quel vittimismo che per troppo tempo ha bloccato lo sviluppo di questa terra magnifica e ricchissima. Evidentemente a qualcuno questo non fa comodo».

Forse la mafia non esiste più?

«Cito il procuratore Piero Grasso, cito l’ultimo libro di Ayala: la mafia c’è ancora, ma oggi lo Stato è più forte. Quindici anni fa la mafia in Sicilia era il potere, oggi no. Mi chiedo se i fratelli di Paolo Borsellino siano contenti o in fondo abbiano un po’ di nostalgia».
Se la mafia ha perso il potere, il merito è proprio dello Stato.

Si è pentito dei suoi attacchi ai magistrati?

«Negli ultimi anni le Procure hanno ottenuto ottimi risultati, spesso sospendendo le garanzie: giustissimo. Ma sono state condotte anche azioni contro innocenti, come Musotto e Calogero Mannino, e io sono fiero delle mie battaglie garantiste. Un magistrato che mette in carcere un innocente compie un crimine peggiore di un sequestro di persona. E questo tema in Italia è ancora molto attuale».

Come lo è la memoria di Borsellino.

«Per questo sono orgoglioso della cittadinanza onoraria a sua moglie. Da assessore a Milano, una delle mie ultime decisioni era stata quella di costruire due obelischi in memoria di Falcone e Borsellino. Spero che Rita Borsellino ora non ordini di bloccare tutto».

*** – Il manierismo del titolo fa riferimento, per essere in tema con la figura di Vittorio Sgarbi critico d’arte, alla corrente artistica detta “manierista”, una corrente, soprattutto pittorica, del XVI secolo che si ispira alla maniera, cioè lo stile, dei grandi artisti che operarono a Roma negli anni precedenti.
Il gusto manierista, sempre più raffinato, autoreferenziale e decorativo, si consumerà alla fine in imprese di estremo virtuosismo per una fruizione sempre più privata ed estremamente elitaria.