E’ morto Francesco Cardella il “guru” di Saman

Francesco Cardella, 71 anni, di origine trapanese, noto al grande pubblico per i suoi legami con Mauro Rostagno e la comunità Saman di Lenzi in provimcia di Trapani, si è spento a Managua in Nicaragua dove risiedeva, stroncato da un infarto.
Ne ha dato notizia da Trapani, la sua famiglia d’origine.
Cardella, ex giornalista, era a Managua dopo che su di lui si erano addensati sospetti – poi rivelatisi non fondati – in relazione all’uccisione di Mauro Rostagno, avvenuta a Valderice il 26 settembre 1988.

Per approfondire la conoscenza di Francesco Cardella e del suo mondo, si riportano qui due interviste, la prima più recente è uno stralcio di una intervista di Maurizio Macaluso dell’aprile 2011 e pubblicata integralmente su il Corriere Trapanese:

“Francesco Cardella parla, per la prima volta, dall’apertura del processo ai presunti assassini del sociologo Mauro Rostagno ”Non ho mai trafficato ne’ con le armi ne’ con la droga. Non sono stato amico con nessun mafioso. Non ho mai rubato ne’ fatto danno, volontariamente, a qualcuno. Ho settantuno anni, faccio l’ambasciatore di questo paese che mi ospita, ho la madre – novantatrè anni, una fortuna! – due sorelle, una moglie, quattro figli, sette nipoti ed alcuni pronipoti. Ho anche alcuni amici che mi vogliono bene e che non mi hanno mai abbandonato”.

Non ho mai provato stima per Francesco Cardella. Se si svolge la mia professione e ci si è occupati delle vicissitudini di Saman non si può non avere riserve. Personaggio enigmatico ed ambiguo, amico dei potenti, nel passato rispettato e riverito, oggi osteggiato e da molti odiato. Se si vuole capire in quale contesto è maturata la morte di Mauro Rostagno, non si può però non ascoltare l’ex guru di Saman. Il suo nome è risuonato spesso nell’aula giudiziaria in cui si celebra il processo ai presunti assassini. Alcuni investigatori hanno avanzato dubbi e sospetti sulla condotta di Francesco Cardella insinuando il sospetto di un suo possibile coinvolgimento nel delitto. Lo abbiamo rintracciato a Managua, in Nicaragua, in cui da alcuni anni svolge l’attività diplomatica.

Signor Cardella, buongiorno, sta seguendo il processo per la morte di Mauro Rostagno? ”Lo sto seguendo attraverso i giornali e qualche conversazione con amici trapanesi. Per quel che riesco a capire – ma la distanza e la frammentarietà delle informazioni certo non aiuta – mi pare che ancora una volta ci sia, sulla vicenda, una certa confusione e qualche ipocrisia. Naturalmente il processo è ancora agli inizi e c’è da sperare che cominci a prendere forma l’accusa formulata contro i due imputati. Dico questo perché fino ad oggi, a mio parere, ci si è limitati a ripercorrere le varie dicerie e suggestioni che già negli anni Novanta allontanarono gli inquirenti dalla pista mafiosa. Un processo serve ad indicare i colpevoli e, di conseguenza, gli innocenti. E questo deve fare senza lasciare ombra a dubbi e senza incertezze. Rostagno è stato assassinato ventidue anni fa. E’ un tempo lungo, molto lungo, per coloro che lo hanno amato in vita. E’ un tempo insopportabile per chi, come me, è stato sfiorato – e pubblicamente – dal sospetto”.

Il suo nome, in realtà, è stato chiamato in causa diverse volte nel corso delle prime udienze del processo. Si è parlato dell’allontanamento di Mauro Rostagno dal Gabbiano, la palazzina in cui risiedevano i dirigenti di Saman. Perché lei diede quell’ordine? Avete davvero litigato a causa dell’intervista rilasciata da Mauro al mensile King? Francamente, si fa fatica a credere che si possa chiudere un’amicizia come la vostra per una banale intervista. La stessa Elisabetta Roveri ha avanzato dei dubbi. ”L’intervista a King fu spiacevole – come lo era stata una precedente rilasciata al Corriere della Sera – ma non chiuse nessuna amicizia. Del resto lo spostamento dal Gabbiano alle Nuove interruppe forse qualcosa? Mi fa specie che la stessa Elisabetta Roveri – che gestì tutta la vicenda – avanzi, come lei mi dice, dei dubbi. Fu Chicca ad indicare a Mauro la sua nuova abitazione. E fu sempre Chicca a dargli un bacio sulla fronte secondo le mie indicazioni. O quello era, secondo lo stile mafioso, il bacio della morte? Signor Maurizio Macaluso la richiamo fortemente al senso della realtà. Alla realtà che si viveva dentro la comunità Saman nel 1988 dove si assistevano tossicodipendenti e dove il simbolismo, che non era quello mafioso, ma quello spirituale e dunque piramidale, aveva le sue regole. Ma quali altri oscuri problemi immaginate ci fossero tra me e Mauro? Ma avete un qualche elemento reale, uno solo, che vi autorizzi ad insistere sulla famosa pista interna? Ho letto, da qualche parte, che il procuratore che rappresenta la pubblica accusa è noto per una sua teoria che sminuisce la ricerca del movente e teorizza la possibilità di ”moventi concorrenti”. In altre parole: un mafioso è incazzato con Mauro perché questi lo tormenta con i suoi servizi televisivi e decide di assassinarlo. Cardella è arrabbiato con Mauro per l’intervista rilasciata a King e…. E lì che vogliamo arrivare? O forse siamo già lì – seduti in questo spazio di una nuova giustizia – e cerchiamo un aggancio, un lapsus, una parolina?”. Mi creda, non ho tesi precostituite. Solo che di mafia al processo fino ad ora non si è parlato.

”Le credo e comprendo che lei, giustamente, si chiede: in questo processo non si parla di mafia ed invece viene spesso citato il mio nome. Come mai? Non è questa una anomalia grande come una casa che dovrebbe fare riflettere? Ma quando mai si è sentito dire che si fa un processo a due mafiosi accusati di avere ammazzato ventidue anni fa un giornalista divenuto celebre per un suo linguaggio innovatore contro la mafia e la corruzione nella provincia siciliana e non si dice una parola sull’attività del giornalista assassinato? E’ lei che deve riflettere su questa cosa mai vista. E’ lei, se veramente non ha pregiudizi, che deve chiedersi il perché di una grande anomalia e cominciare a darsi risposte”. Non c’erano soltanto le denunce televisive. Un testimone, Sergio Di Cori, sostiene che Mauro Rostagno avrebbe scoperto e filmato un traffico d’armi. La videocassetta sarebbe misteriosamente scomparsa dopo l’omicidio. Lei ha mai visto il filmato? ”Sergio Di Cori mente Sul perché menta ho avuto, nel tempo, interpretazioni differenti. All’inizio, pensai che fosse il solito imbecille attratto dalle luci della ribalta che si ficcava nel pasticcio Rostagno per avere il suo quarto d’ora di celebrità. Nel tempo ho cambiato opinione. C’è qualcosa di oscuro in tutta questa vicenda, qualcosa che comincia pochi minuti dopo la morte di Rostagno. Ho letto, per esempio, che la Roveri non fu interrogata durante le tre ore che trascorse nella stazione dei carabinieri di Napola. Non lo sapevo, Chicca non me ne parlò. Ricordo bene quella notte ed il lungo giro in macchina con la famosa Bentley che facemmo quando uscimmo dalla stazione dei carabinieri. Una pattuglia ci fermò e ci identificò”.

A proposito della Bentley. Diversi testi hanno riferito che lei era l’unico ad utilizzarla e che in sua assenza l’auto restava parcheggiata dentro la comunità. La sera del 26 settembre, quando Mauro Rostagno fu ucciso, lei era a Milano. Quando giunse a Trapani si precipitò alla caserma di Napola a bordo della Bentley. Come ha fatto se l’autovettura di Mauro Rostagno ostruiva l’uscita di Saman? “La Bentley veniva usata tutti i giorni per portare l’immondizia dalla comunità al munnizzaro di Napola. Quanto a quella sera, non saprei dire. Perché non lo chiede alla Roveri?”.

Signor Cardella, ha mai fatto parte dei servizi segreti? ”Io ho fatto molti mestieri nella mia vita ed un giorno, se vuole, ne parleremo. Ma non ho mai lavorato per i servizi segreti”.

La seconda intervista risale al 2003 è ad opera di Claudio Sabelli Fioretti e fu pubblicata sul magazine Sette del Corriere della Sera:

Francesco Cardella molti lo ricordano editore porno, oppure guru arancione, oppure amico di Craxi, oppure sospettato di aver fatto uccidere il suo migliore amico, Mauro Rostagno, oppure organizzatore di falsi corsi di formazione, oppure latitante in Nicaragua dove viveva su un albero e faceva il pittore e il biscazziere. Io ho un ricordo molto vecchio di lui. Nel 1974 venne a trovarmi insieme a sua moglie Raffaella Savinelli, figlia del re delle pipe. Dissi loro di entrare. «Fai entrare anche tuo figlio», dissi. «Non è mio figlio», disse Cardella. «È Bobo». «Fai entrare anche Bobo», insistetti. Si materializzò davanti a me un piccolo scimpanzé, Bobo, vestito di tutto punto, pantaloni e camicia. Andammo a mangiare a Brera, io, Raffaella, Francesco e Bobo. Francesco voleva affidarmi la direzione di Abc, mitico giornale della sinistra radicale, quello delle battaglie del divorzio e dell’aborto. «Quanto guadagni? Ti do il doppio». Roba da telefilm americano. Un milione al mese. Dissi: «Non vorrei cenare con Bobo». Raffaella prese Bobo e se ne andò. Andai ad Abc che portai velocemente alla chiusura. Sono passati trent’anni. Quando ho letto che Francesco era tornato e faceva il pittore (la sua mostra è alla galleria d’Ars di Milano) mi sono precipitato in Sicilia. Raffaella? «Morta tragicamente». Bobo? «Suicida in un fiume africano». Tu? «Eccomi qua». Francesco, hai ammazzato Rostagno? «Piano». Va bene, comincia da quando eri bambino. Ecco l’intervista a Francesco Cardella, interrotta ogni tanto da qualche domanda o simildomanda. Perché Cardella è logorroico.

«Trapani. Padre direttore delle Poste, madre pianista che aveva rinunciato alla carriera per sposarlo. Mio padre era un atleta che aveva il record italiano di salto in lungo. Dovette smettere per andare in guerra. La guerra fu un periodo bellissimo, contornato da donne che si occupavano di me perché gli uomini erano tutti al fronte. La notte cerano le pallottole traccianti, per noi era come vedere i fuochi d’artificio, cerano gli aerei che andavano a bombardare, c’era l’allarme e noi ci ficcavamo sotto i letti. Ci divertivamo tanto. Il mio primo giornale fu Telestar, un giornale di destra, mezzo mafioso. Prima l’università a Roma. Passavo la notte in giro, dolce vita, via Veneto, guadagnai i miei primi soldi quando bruciò l’albergo e la gente si buttava dalle finestre. Ero con un paparazzo, Alexis, fotografammo e vendemmo al Messaggero. Sopravvivevo facendo collaborazioni per Crimen, cronaca nera che parlava solo di delitti, mi davano dei ritagli dei quotidiani locali e io dovevo fingere di essere un inviato, ogni articolo diecimila lire che allora erano soldi. Alla fine andai a lavorare a Playmen, mensile di donne nude inventato da Saro Balsamo. Pagava bene. Ma le riunioni del venerdì sera erano drammatiche per un giovane come me».

Francesco, respira.
«Ero sempre l’ultimo a parlare, il più sfigato perché nessuno produceva idee e tutti mi guardavano speranzosi. Un giorno dissi: “Facciamo un fumetto su Supersex, un extraterrestre superdotato”».

Quello che quando raggiungeva l’orgasmo diceva: «Ifis cen cen?».
«Bravo, ti trovo preparato. Con Supersex guadagnai un sacco di soldi. Poi varie vicissitudini. Tipo il giornale porno per intellettuali. A Genova. Si chiamava Executive. Andai da Pasolini. Lui mi presentò la vecchia madre, mi tenne a colazione. E io gli spiegai l’idea di unire donne nude e articoli colti. Lui mi disse: “Bellissimo ma ho un casino di cose da fare”. Fu molto carino, molto pietoso. Invece di mandarmi a quel paese mi mandò da Enzo Siciliano. Che accettò con entusiasmo. Facemmo il primo numero, bellissimo, con scritti di Siciliano, Moravia, Pasolini. Moravia si incazzò a morte. Siciliano, traditore, voltagabbana, disse che non ne sapeva niente. Fine dell’esperimento erotico-intellettuale».

E poi?
«Jet, per l’editore Peruzzo, un giornale di cultura, che pubblicava Bulgakov e Màrquez e testi della sinistra extraparlamentare. Diventai amico di Rostagno, Sofri, Viale. Rostagno in seguito mi disse: “Meno male che non abbiamo vinto. Te lo immagini uno Stato con Sofri presidente del Consiglio?”. Rostagno aveva ragione. Te l’immagini ministro degli Interni Giorgio Pietrostefani, uomo oscuro e profondamente illiberale? E poi Rodeo Far West, una sorta di spettacolo Bernard Cornfeld dietro il quale c’era l’inventore dei fondi comuni d’investimento, un miliardario che aveva fatto società col suo barbiere e il suo violinista personale. Finì in un mare di debiti. Incontrai Antonio Cafieri, tipografo comunista. Facemmo Ora, il quotidiano che non si legge ma si divora. Dopo due mesi, debiti come piovesse. Bisognava rimediare. Con i giornaletti porno, Os, Ov, facemmo un sacco di soldi. A questo punto arrivò sul mercato Abc: 600 milioni. Noi andammo dal nostro distributore, Parrini, e gli chiedemmo 250 milioni. Con i quali demmo la caparra. Due settimane dopo gli dicemmo: “Ti possiamo portare anche Cronaca vera. Ci servono altri 400 milioni”. Parrini ci diede i 400 milioni. Pagammo i 350 che rimanevano e ci rimasero anche i soldi per cominciare a gestire Abc».

Una truffa.
«Certo. Ma i porno vendevano. Lui abbozzò e fu contento».

Come sei entrato nel giro dei socialisti?
«Mi portò Colucci, un deputato socialista. Io dissi a Bettino: “Ho Abc. Trovami un direttore importante”. E lui mi trovò Ruggero Orlando. Mettemmo un televisorino in tutte le edicole, “Buon giorno, vi parla Ruggero Orlando”. Andò bene ma aveva una moglie rompipalle che stava sempre in redazione e un giorno tirò un posacenere in testa al redattore capo. Ruggero Orlando si dimise. Io volevo che Abc entrasse nel mercato di Panorama e dell’Espresso. E chiamai te».

Tralascia. Conflitto di interessi.
«Tu eri troppo moralista. lo prendevo i soldi dalla Montedison e tu attaccavi Cefis. Il giornale perdeva 50 milioni alla settimana».

Tu giravi in Rolls.
«Chiuso Abc, per un anno incassai tantissimo. 50 milioni alla settimana. Poi un giorno me ne andai. Era un brutto periodo. Mia moglie mi aveva lasciato e se ne era andata con Bobo in Africa. In Italia c’erano ammazzamenti e terrorismo. Vedevo Rostagno, frequentavo Macondo, avevo comprato un palazzo nel centro di Milano, stavo con una ragazza comunista di Soccorso Rosso. Spendevo soldi, vivevo bene. Però mi chiedevo: che faccio della mia vita? Me ne andai in India dal Bagwan Rajneesh. Poi venne Rostagno. Per tre anni, dal ’78 all’81, sono stato arancione in India. Scaricavo barbabietole, lavavo i piatti, tagliavo il pane. Tagliare il pane era una cosa sufi, importante, ogni fetta doveva essere di 6 mm. Veniva la gente a vedere come tagliavo bene il pane. Poi un giorno il Maestro se ne andò in America. Io e Mauro tornammo in Italia, e ci dicemmo: “Apriamo un ombrello per tutti gli arancioni che non sanno dove andare. Ne arrivarono centinaia. Vivevamo in una mia grande villa in Sicilia, piscina, orti, alberi, si viveva insieme, si mangiava insieme, si dormiva insieme e poi si facevano tecniche di liberazione del corpo. La meditazione dinamica, immagino che tu la conosca».

Insomma.
«Si fa all’alba: iperventilazione del corpo, espressione della rabbia accumulata, salto lanciando le braccia in alto, e, ricadendo, grosso respiro per abbassare il diaframma. Quando il diaframma è basso è calma dell’anima, lo sai, no?».

Insomma.
«Cominciaî a fare il guru. Predicavo. Poi nacque l’idea di occuparsi dei tossicodipendenti».

Il tuo rapporto con i soldi?
«Da bambino, quattro anni, scoprii che qualcuno vendeva pezzo a pezzo un aereo caduto durante la guerra a un omino che passava con un carretto. Andai anch’io a smontare l’aereo ma gli altri mi cacciarono. Allora mi incazzai. Andai dal tipo del carretto e gli vendetti tutto l’aereo per mille lire».

Morale?
«Morale, io non sono mai stato né ricco né povero. Ma quando ho voluto avere soldi li ho avuti. Rajneesh diceva: “Essere ricchi è meglio che essere poveri”».

Mica male.
«Poi continuava: “Ma non sbattetevi troppo per la ricchezza. Può rubarvi la vita”. Ricordo Bettino che mi prendeva in giro. “Ma come? Io sto cambiando il Paese e tu ti occupi di trenta sfigati?”. Ma io sapevo che dovevo fare la Comunità. E la Comunità, quando hanno ammazzato Rostagno, ha cominciato a produrre un sacco di soldi. Fu un’isteria collettiva. Rostagno diventò un’icona. Io, di riflesso, venni illuminato dalla sua luce. Le donazioni private e le contribuzioni pubbliche cominciarono a piovere. Ci concedevano interi palazzi. Prima non mi filava nessuno. Dopo mi dettero l’Ambrogino d’oro».

Vi contestarono la bella vita, i due yacht, il Povero vecchio e l’Hallo Beta?
«Ci andavo con i tossicodipendenti. Perché non ci andavano loro, brutti figli di puttana, che se vedevano un tossico da lontano vomitavano? Tutto questo finì quando mi arrestarono per i corsi di formazione».

Inventati.
«Ma stiamo parlando di tossici, vi rendete conto? Nelle comunità c’era gente che curava gli orti. Allora ci inventavamo un progetto che diceva: “Il pomodoro stupendo, corso di formazione per imparare a coltivare i pomodori”. Dopo sette anni mi contestarono che la documentazione non era corretta. Una vergogna. Ho dovuto patteggiare per uscire di galera. Poi è partita l’indagine sul peculato. E poi mi hanno appioppato l’omicidio di Mauro, il mio più caro amico».

Tu hai ammazzato Rostagno?
«Io non sono uno che ammazza gli amici».

Chi ha ammazzato Rostagno?
«L’ho detto subito: la mafia. Rostagno cercava la morte eroica, aveva avuto gli avvertimenti. Anche altri ex di Lotta Continua cercavano la morte eroica. Come Sofri».

Sofri cercava la morte eroica?
«L’ho incontrato a Sarajevo. Faceva interposizione dove sparavano i cecchini. Gli dissi: “Stai cercando di farti ammazzare”».

Che cosa diceva Bettino del processo Calabresi, dell’accusa a quelli di Lotta Continua?
«Diceva: “Sono amici di Martelli”. Diceva anche: “Calabresi era un socialista”».

Perché sei scappato?
«Che dovevo fare? Volevano arrestarmi di nuovo. Guardami: sono in Italia. Libero. Hanno archiviato. Sono innocente. Perché dovevo fare della galera ingiusta? Quando il mio avvocato, Grazia Volo, mi invitò a presentarmi, io dissi che l’avrei fatto. E lei mi disse: “Grazie, grazie”. Erano anni strani in Italia, anni di collaborazione tra avvocati e Procure. A quel punto capii che era meglio andarmene. Avevo 10 mila dollari, e me ne andai in Nicaragua».

È poco credibile che non avessi una lira.
«Non pensavo che sarei dovuto andar via. Avevo intestato tutto alla Comunità».

Vivevi alla grande.
«Facevo una buona vita. Ma quando è finita non ne ho sofferto. Niente aereo privato? Pazienza».

A proposito di aereo.
«Il fantastico aereo con il quale spupazzavo Craxi aiutandolo a eludere le difficoltà dell’esilio».

Più esattamente: latitanza.
«È vero che Craxi ha viaggiato su questo aereo. Ma prima dell’esilio, quando era deputato».

Sei andato a trovarlo ad Hammamet durante la latitanza?
«Mia madre ha 85 anni. Ci davamo appuntamento a casa di Craxi, in Tunisia».
Eravamo rimasti in Nicaragua. «Mi sono messo a dipingere. Andavo a pescare, facevo il bagno, elaboravo il mio lutto».

Ti sei costruito una casa su un albero.
«Avevo un terreno con un bellissimo albero. Ho chiamato due o tre amici e abbiamo fatto la casa sopra l’albero, come quelle dei bambini. Ma la mia ha tre piani, l’acqua, la luce, il telefono, la parabola satellitare».

A Managua attaccano l’energia elettrica a un albero?
«Certo. Tutto regolare».

Lavoravi?
«Ho lavorato in una agenzia di pubblicità con Gabriele Pillitteri, fratello dell’ex sindaco di Milano. Poi abbiamo portato in Nicaragua degli aliscafi russi. Flop tutti e due. Alla fine ho comprato un po’ di terra che ho rivenduto. È andata meglio. E sono diventato biscazziere. Ho il 50 per cento di un piccolo casinò».

Sei tornato a fare soldi.
«La mia parte oscilla da 5 mila a 20 mila dollari al mese».

Giravi con un giaguaro al guinzaglio.
«Balle».

Hai comprato la cittadinanza in Belize.
«Mi è costata 20 mila dollari».

Hai comprato un passaporto falso.
«Sono stato assolto da questa accusa».

Perché sei tornato?
«Per mia madre e per riconquistare l’onore perduto».

Oggi politicamente che cosa sei?
«Vedo un Paese impegolato in una deriva autoritaria, dove, con le migliori intenzioni, Berlusconi realizza la sua visione del mondo».

Deriva autoritaria? Intendi dire regime?
«Ci sono i presupposti. E più insistono, più si crea il regime».

Insistono, chi?
«La sinistra. I giudici».

Se potessi votare?
«Io sono un uomo di sinistra, ma oggi mi sento più garantito da Berlusconi che da Rutelli».

Tu avevi la sensazione che il Psi di Bettino esagerasse?
«L’arroganza del potere c’era nei socialisti. Ma Bettino non era come i suoi colonnelli. I camerieri filippini in guanti bianchi, in ville lussuose con quadri antichi alle pareti pagate dal partito erano una scena più ridicola e farlocchia che arrogante».

Che mi dici del famigerato «tesoro» di Bettino?
«Dico che Raggio ha restituito un po’ di soldi, ma non tutti. Un dato: per tenere in piedi il partito erano necessari 80 miliardi all’anno.

Craxi era circondato da adulatori.
«ll più grande era Giuliano Amato. Voltagabbana istituzionale. Non sapeva da dove venivano i soldi? Come diceva Bettino: “Mente per la gola”. Di lui mi è rimasta impressa un’immagine. Seduti sui gradini dell’università di Palermo aspettiamo Bettino. Si sente un rumore di macchina, lui fa un balzo, si mette a correre, apre la portiera, si inchina: “Ah, caro Bettino!”. Ma anche Martelli non scherzava. Lo ha mollato facendo il patto con i magistrati. Ai funerali di Bettino l’ho incontrato: “Ah, caro Francesco”. “Ma quale caro Francesco, quando mi hanno arrestato hai detto che non mi conoscevi”. Attorno a Bettino c’era una corte di nani e ballerine. Caduto Craxi si sono squagliati».

Anche tu facevi parte dei nani e delle ballerine.
«No. Bettino mi ha sempre protetto da queste cose. Lui i nani e le ballerine li disprezzava».

Chi ricordi?
«Alda D’Eusanio. Era una pasionaria. Era anche muccioliniana».

Muccioli era un concorrente per te?
«Teorizzava l’opposto di quello che facevamo noi. Certo che all’inizio aveva fatto troppo il santone. Un giorno io e Rostagno gli dicemmo: “Tu avevi le stimmate, che facevi, ti tagliavi?”. E lui disse: “Che dovevo fare?”».

Ipotesi: se sulla torre ci fossero Berlusconi e Craxi, chi butteresti?
«Facile, salvo Bettino. Dopo Mussolini, è stato l’uomo politico italiano più importante del XX secolo secondo me. Ma Berlusconi non è antipatico».

Lo conosci?
«Qualche cena insieme a Bettino. Una volta, nel solito ristorante sui Navigli, Berlusconi mi guardò e disse: “Ma lei lo sa caro Cardella che sembra proprio un profugo polacco che beve il caffellatte?”. Silenzio. Tutti imbarazzati. E io gli risposi: “Silvio ti sbagli. Io non sembro, io sono un profugo”».”

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Massimo Bordin vi spiega il metodo Ingroia

Un lunghissimo articolo di Massimo Bordin, tra i massimi esperti di cronaca giudiziaria redattore e già direttore di Radio Radicale, per spiegare, a partire dai due processi in corso sull’omicidio di Mauro De Mauro e sull’omicidio di Mauro Rostagno il “metodo Ingroia” dal nome del giudice Antonio Ingroia che come dice lo stesso Bordin è: “procuratore aggiunto a Palermo, non a Bolzano o in una tranquilla provincia del centro Italia. E sicuramente non è un inquisitore poco attivo nei confronti della mafia” e, è sempre Bordin che parla “in parole povere rischia la pelle per garantire la legalità” e se “tutto ciò merita rispetto e gratitudine” tuttavia non deve impedire di criticarne, se del caso, l’operato.

Naturalmente se ne sconsiglia la lettura ai “tifosi”, a coloro cio’è che ritengono di dovere necessariamente per ragioni “altre” da quelle dalla comprensione delle dinamiche politico-giudiziarie di fare il tifo pro o contro il giudice Ingroia.

Ingroia visto in aula è peggio che ai comizi

di Massimo Bordin

ANTONIO INGROIA. Per i suoi detrattori è una toga che ama troppo comiziare. Per i molti fan è un uomo tutto d’un pezzo che non rinuncia alla sua libertà d’espressione. Di sicuro, rischia la pelle per garantire la legalità e merita rispetto. Ma, ben più che le sue idee, è il suo metodo a suscitare perplessità. Nessuno racconta infatti cosa sta accadendo in due processi in cui il procuratore aggiunto di Palermo ha avuto un ruolo centrale, quelli sugli omicidi di Mauro De Mauro e Mauro Rostagno. Ecco come, per arrivare a una verità giudiziaria su due storici casi insoluti, si spostano date, si moltiplicano i moventi, si inverte l’onere della prova.

Il procuratore aggiunto Antonio Ingroia è un magistrato mediaticamente molto noto e politicamente molto controverso. L’ultima volta che gli è capitato di raccogliere consensi entusiastici e critiche inferocite è stata quando è intervenuto con un appassionato discorso ad una grande manifestazione romana contro il governo e in particolare la riforma della giustizia annunciata da Berlusconi. È innegabile che qualche ragione i suoi accaniti detrattori l’avessero pure. Un comizio non si addice a un magistrato, l’immagine di imparzialità ne soffre. È pur vero che immaginarsi i magistrati come persone che vivono in una bolla di vetro è un’utopia.
È ancor più vero che i suoi sostenitori possono con qualche efficacia rintuzzare le critiche sostenendo che uno che lealmente espone le sue idee in una pubblica riunione è sempre meglio di un magistrato che intrattiene cordiali rapporti telefonici con intrallazzatori dai quali per di più si fa familiarmente chiamare Fofò.
E poi la questione della liceità del comizio di Ingroia al fondo delle cose tocca la questione della libertà di espressione che è sempre sgradevole limitare. In ogni caso è decisivo andare a vedere come Ingroia esercita la sua attività di magistrato inquirente, al di là delle sue opinioni sia pure espresse sotto forma di comizio.
Prima però è assolutamente necessaria una premessa. Ingroia è procuratore aggiunto a Palermo, non a Bolzano o in una tranquilla provincia del centro Italia. E sicuramente non è un inquisitore poco attivo nei confronti della mafia. In parole povere rischia la pelle per garantire la legalità. Tutto ciò merita rispetto e gratitudine. Ma non impedisce di criticarne, se del caso, l’operato.
Prendiamo una recente intervista televisiva rilasciata dal procuratore aggiunto ad Antonello Piroso. Il discorso cade sulla cosiddetta trattativa fra stato e mafia su cui la Procura di Palermo sta indagando. Il pubblico ministero evoca il ruolo del generale Mori nella mancata perquisizione del covo di Riina subito dopo la sua cattura. Il giornalista obietta che per quella vicenda il generale è stato processato e assolto. La replica di Ingroia, davvero singolare, è che «sì, certo che è stato assolto ma bisogna avere l’attenzione di leggere la motivazione: “il fatto non costituisce reato”. Dunque la sentenza non dice che Mori non ha fatto il favoreggiamento a vantaggio di Riina, dice anzi che l’ha fatto ma non costituisce reato». Che il favoreggiamento verso il capo della mafia possa tecnicamente non essere un reato è una possibilità che appare lunare anche a chi non è un docente di diritto penale. E infatti la sentenza sostiene un’altra cosa e cioè che l’aver aspettato a perquisire la casa di Riina non ha intenzionalmente danneggiato le indagini né favorito i mafiosi.
Non resta che chiedersi cosa abbia spinto il magistrato a sostenere una tesi così disinvolta, sia pure in uno studio televisivo e non in un’aula di giustizia, dove sicuramente avrebbe scelto parole diverse. E una spiegazione possibile sta nell’ennesimo procedimento aperto a Palermo contro il generale Mori, stavolta per “concorso esterno”. Per aprire l’istruttoria la procura ha elencato gli indizi a carico dell’indagato, fra essi… la mancata perquisizione del covo di Riina. Evidentemente non basta essere assolti con formula piena. . Del resto, su questa faccenda della perquisizione tardiva sono fiorite sulla stampa leggende a tutto vantaggio dell’ipotesi accusatoria.
La più suggestiva è stato possibile leggerla su diversi giornali e libri in cui si è raccontato che i mafiosi avevano avuto il tempo di portare via tutto a cominciare da una cassaforte, dove Riina nascondeva i suoi segreti, che fu divelta addirittura dal muro e così furono portati via anche i mobili e i quadri la cui sagoma era distinguibile sulle pareti, oltre al buco lasciato dalla cassaforte, nel momento in cui finalmente arrivarono i carabinieri. Alcuni hanno anche scritto che per cancellare ogni traccia erano stati usati potenti aspiratori e le pareti erano state addirittura riverniciate, il che non va d’accordo con la storia delle sagome dei quadri mancanti. Ma poteva sempre essere che la squadra di imbianchini mafiosi si fosse limitata solo ad alcune stanze. Tutto può essere. Solo che se si legge il verbale della perquisizione si scopre che i mobili c’erano e c’erano perfino degli oggetti personali, altro che aspirapolveri giganti. Naturalmente c’era anche la cassaforte, visto che i mafiosi sono dei criminali ma non dei cretini e si erano limitati a svuotarla del contenuto appena saputa la notizia dell’arresto di Riina, divulgata quasi subito e comunque prima che i carabinieri di Mori potessero individuare il villino da dove era uscito il capomafia.
Questa storia, pur mettendo in conto la sempre possibile fantasia sbrigliata di qualche giornalista, fa comunque pensare che un uso disinvolto della comunicazione sia stato tollerato se non addirittura promosso dagli inquirenti. Ma è il momento di osservare il procuratore aggiunto nelle aule di giustizia.
Due processi, trascurati dalla grande stampa, possono essere utili a capire. In essi il procuratore aggiunto Ingroia ha il ruolo chiave nella gestione della pubblica accusa in dibattimento anche se si avvale, come è ormai uso, della collaborazione di alcuni sostituti. Il primo processo è quello per il rapimento e l’uccisione di Mauro De Mauro, giornalista del quotidiano palermitano L’ora. Il fatto risale al settembre del 1970, più di 40 anni fa. Il dibattimento è iniziato nell’aprile 2006 ed è durato 5 anni. Ora siamo alla fase finale, si tirano le somme. Giusto un mese fa il procuratore aggiunto ha iniziato la requisitoria, che poi ha continuato a svolgere un sostituto. Quella di Ingroia è stata una premessa metodologica, per certi versi sorprendente. Va notato che si tratta di un processo assolutamente singolare. Il tempo trascorso fa sì che molti testimoni della vicenda non siano più al mondo. Due personaggi diversamente significativi di quell’epoca come Graziano Verzotto e Mimì La Cavera hanno fatto in tempo a rendere la loro testimonianza ma non ad ascoltare l’inizio della requisitoria.
I cinque anni di dibattimento sono serviti a scandagliare non solo la vicenda umana e professionale di De Mauro ma hanno fornito uno spaccato di grande interesse sulla storia siciliana dal dopoguerra fino agli anni 80. Di grande interesse per gli storici. Dal punto di vista strettamente processuale l’oggetto della decisione della corte è molto ristretto. Sul banco degli imputati c’è una sola persona, il solito Totò Riina. È imputato come mandante, ma più per il ruolo già allora da lui rivestito che per un suo specifico interesse. L’assunto accusatorio, suffragato da alcuni pentiti è che il delitto sia stato ideato ed eseguito da Cosa Nostra. L’ipotesi è ragionevole, naturalmente. Solo che nessuno degli esecutori materiali del sequestro e dell’omicidio siede sul banco degli imputati. Sono tutti morti, la gran parte di morte violenta, dopo 40 anni e due guerre di mafia.
Ciò paradossalmente risolve un problema per l’accusa. Infatti i pentiti hanno fornito tutti nomi diversi sugli esecutori materiali e perfino sul luogo dell’omicidio e della sepoltura del povero De Mauro, il cui corpo non è mai stato trovato. Le contraddizioni sull’esecuzione del crimine sono praticamente indistricabili. Resta la responsabilità comunque ascrivibile a Cosa Nostra, organizzazione centralizzata e verticistica.
All’epoca il vertice mafioso era composto da un triumvirato, come raccontò a Falcone Tommaso Buscetta, che peraltro sull’omicidio De Mauro parlò in termini molto vaghi. Sul triumvirato invece c’è assoluta certezza: era composto da Stefano Bontate, Gaetano Badalamenti e Luciano Liggio. Solo che il primo è stato ucciso nel 1980, gli altri due sono morti in tempi relativamente più recenti in carcere, Badalamenti negli USA, Liggio in Sardegna. E che c’entra Riina? Faceva il triumviro supplente, dicono alcuni pentiti. La tesi si presta a controversie. Riina, raccontò Buscetta, sostituì sicuramente Liggio nel vertice mafioso quando quest’ultimo fu arrestato. Solo che il sequestro De Mauro è nel 1970 e Liggio venne arrestato nel 1974 a Milano.
Alcuni pentiti sostengono però che Liggio da latitante, e per di più al nord, non poteva più ricoprire quel ruolo di vertice e appunto per questo Riina lo sostituì. Per la verità Buscetta ammise un incontro con Liggio a Catania nell’estate 1970. Dunque a poche settimane dal sequestro De Mauro, Liggio era in Sicilia ed esercitava a pieno il suo ruolo di gran capo, tanto è vero che prese a male parole Buscetta che era andato a proporgli a nome di Bontate nientemeno che la partecipazione della mafia al golpe Borghese, un tema che, come vedremo fra un attimo, ha la sua importanza proprio nel caso De Mauro. Prima però non si può non osservare che la retrodatazione al 1970 della supplenza di Riina è comunque provvidenziale per la tenuta stessa del processo che in caso contrario, andati all’altro mondo tutti i possibili imputati, non sarebbe potuto nemmeno iniziare.
In parole povere tutta l’impalcatura di un laboriosissimo dibattimento durato cinque anni si regge su questa non solidissima base. Niente esecutori materiali, niente basisti, complici o favoreggiatori, solo un mandante. Sia pure. Ma almeno un movente deve esserci.
Ecco, il movente. È stato da subito il problema principale del caso De Mauro. Che sia stata la mafia è subito apparso altamente probabile, praticamente certo. Ma perché? Ed eventualmente, per favorire chi? Leonardo Sciascia, all’epoca dei fatti, formulò una ipotesi con la sua consueta lucidità: «De Mauro deve aver detto la cosa giusta alla persona sbagliata o la cosa sbagliata alla persona giusta». È una trama altamente verosimile. Ma una corte d’assise non può accontentarsene. De Mauro aveva scoperto qualcosa di importante. Nei suoi ultimi giorni se ne vantò, ma nessuno seppe da lui di che si trattasse. Tranne uno, la “persona giusta” appunto o, se si vuole, quella “sbagliata”. È la stessa cosa, e la stessa persona. Ma non si sa chi fosse, né in cosa consistesse la scoperta di De Mauro. Quaranta anni di indagini e cinque di dibattimento non sono riusciti a fare luce. Resta il dubbio fra due possibili ipotesi: la morte di Enrico Mattei o il golpe Borghese, programmato per il dicembre 1970. De Mauro aveva passato la sua ultima estate a lavorare per il regista Francesco Rosi e il suo film su Mattei. Ricostruì le ultime 48 ore del presidente dell’Eni, prima che ripartisse da Catania per morire nel cielo sopra Milano.
Scoprì qualcosa? La sua famiglia se ne è sempre mostrata convinta, ma in famiglia non ne parlò o se lo fece non fu capito. E la mafia che c’entra? È probabile che se vi fu un sabotaggio fu fatto mentre l’aereo era parcheggiato all’aeroporto di Catania. Quasi impossibile che la mafia non ne sapesse nulla. Necessariamente però i mafiosi avrebbero dovuto agire, o lasciare agire, per conto di qualcuno. Che poteva importargli di uccidere il presidente dell’ Eni? E poi c’è un ostacolo praticamente invalicabile. Dal punto di vista giudiziario non c’è alcuna sentenza che parli del disastro aereo come di un delitto dovuto a un attentato. Si cimentò sul tema un collega monzese di Ingroia qualche anno fa. La sua lunga inchiesta finì nel nulla, alla fine, dopo accurate perizie effettuate a mezzo secolo dall’evento, il magistrato concluse che l’ipotesi dell’attentato era possibile ma non sicuramente dimostrabile.
Dunque per il movente Eni è necessario dimostrare che Mattei è stato ucciso e fornire un movente e un mandante anche per questo omicidio. Diciamo che non è semplice. L’ipotesi di un collegamento fra il rapimento e il golpe Borghese è apparentemente più possibile. È giudiziariamente acclarato dal confronto fra Liggio e Buscetta che la mafia fu interpellata e tentata dall’aderire. È altrettanto pacifico che da giovane De Mauro militò nella X Mas. Per questo nell’immediato dopoguerra dovette rifugiarsi sotto falso nome a Palermo, dove abbandonò l’ambiente fascista e addirittura approdò a un giornale del Pci come L’ora. Mantenne però una qualche ammirazione per il comandante Borghese. È ben possibile che avesse saputo del golpe in preparazione da qualche antico commilitone e che avesse saputo anche dell’idea di coinvolgere la mafia.
Il rischio che svelasse in anticipo la trama golpista (era questa la grande scoperta?) e ancor più che svelasse la tentazione di aderirvi da parte dei mafiosi palermitani ne avrebbe potuto fare una vittima assolutamente necessaria per i fascisti e ancor più per i mafiosi che ben volentieri avrebbero cavato di impaccio i seguaci del principe nero per evitare che venisse a galla il veto di Liggio alle velleità golpiste di alcuni di loro. Il ragionamento fila ed è questo in fondo il movente che sembra più convincere il procuratore aggiunto.
Ma dal dibattimento non è emerso molto dai testimoni. I dubbi restano, certezze non ce ne sono. E così siamo al momento in cui un mese fa Ingroia propone la sua premessa sul metodo prima che un suo sostituto inizi a svolgere la requisitoria. Non ha esecutori materiali né intermediari, ha solo un mandante la cui posizione si regge con gli spilli e non ha un movente sicuro, ovvero ne ha troppi che è come non averne. A questo punto Ingroia elabora la teoria dei “moventi convergenti” o “movente composito”. Tenta all’inizio del suo ragionamento di convincere la corte che in fondo il codice non ritiene essenziale l’individuazione del movente purché ci siano prove inoppugnabili sul comportamento dell’imputato.
Ma non è questo il suo caso e dunque ammette subito dopo che avendo portato ai giudici solo un mandante, un movente ci vuole. «Benissimo – è il passaggio successivo – io il movente ve lo porto. Anzi ve ne porto tanti, perché non sono riuscito a scegliere quello giusto. Ma chi l’ha detto che deve esserci un solo movente? Intanto ce ne sono almeno due che sono i più plausibili». Dice proprio così, «plausibili». «La morte di Mattei e il golpe Borghese. Si delinea uno scenario ampio che coinvolge altre organizzazioni criminali, destra eversiva e golpista, massoneria deviata, ambienti politici, eccetera. Volete un riscontro? Lo dice anche Massimo Ciancimino in un suo recente verbale dove parla di “amici romani” responsabili dell’uccisione di De Mauro insieme ai “compaesani” ovvero i corleonesi. Che si chiede di più? È possibile che De Mauro abbia saputo del golpe, anche se nel processo non abbiamo acquisito questa certezza. Anzi per dirla tutta, processualmente parlando non siamo nemmeno certi che De Mauro avesse davvero trovato una notizia così clamorosa come andava dicendo. Ma non fa nulla, possono sempre averlo ucciso convinti che sapesse qualcosa che in realtà non sapeva. Il golpe è l’ipotesi più probabile. Il guaio è che i familiari insistono sulla pista Mattei. E va bene, anche questo è un movente plausibile. Un movente “concorrente”. E per dirla tutta non si può scartare l’ipotesi di una complicità ambientale anche al giornale L’ora, coraggioso ma non privo di ambiguità. Come si può escludere che De Mauro sia stato tradito dal suo stesso ambiente?».
E con questa clamorosa inversione dell’onere della prova Ingroia fa i conti anche con la cosiddetta “pista interna”. Quel che conta nel metodo Ingroia è uno schema fisso che il procuratore aggiunto espone ai giudici del processo De Mauro facendolo precedere da una un po’ goffa giustificazione: «Questo schema non è una scorciatoia, una facile via d’uscita. Anzi è la spiegazione del ruolo predominante di Cosa Nostra che non è una semplice organizzazione criminale ma molto di più. È un vero e proprio sistema di poteri criminali che interagisce con gli altri poteri in funzione sempre sovraordinata».
I moventi convergenti sono la manifestazione di una serie di problemi che vanno a formare un unico nodo. Quando l’accumulo dei problemi supera una certa soglia interviene Cosa Nostra e decide di tagliare il nodo. Lo schema è suggestivo e non è nuovo. In fondo l’avevano applicato per primi Rulli e Petraglia, gli sceneggiatori della fiction “la Piovra” e per una ’fiction’ di denuncia civile va benissimo. Per un processo un po’ meno, perchè consente di saltare faticose ricerche di prova limitandosi alla plausibilità dell’intreccio. In parole povere, il metodo Ingroia consente una volta incriminati uno o più mafiosi per un delitto con risvolti politico-sociali di evitare di scegliere un movente preciso. Basta recuperare tutte le ipotesi politiche e giornalistiche formulate in merito e perfino le indagini finite nel nulla. L’essenziale è che rispondano al molto soggettivo criterio di plausibilità o, altrimenti detto, che il ’plot’ funzioni. Si procede per accumulo con la teoria dei moventi convergenti e si costruiscono così per via giudiziaria i tasselli della “vera storia d’Italia”. L’unico inconveniente è che se si esagera si corre il rischio che il processo si concluda con una assoluzione. È capitato.
Se il processo De Mauro è alle ultime battute, quello per l’omicidio di Mauro Rostagno è da poco iniziato. Punti di contatto fra due storie così diverse ce ne sono. Il tempo trascorso, intanto. Il delitto Rostagno avvenne nel settembre 1988, ventidue anni fa e diciotto anni dopo il delitto De Mauro. Giornalisti anomali entrambi pur se diversissimi, con trascorsi giovanili agli antipodi, uno repubblichino l’altro dirigente di Lotta Continua. Non hanno fatto in tempo a incrociarsi. Rostagno arrivò a Palermo tre anni dopo la scomparsa di De Mauro. Che Rostagno fosse stato ucciso dalla mafia trapanese, che denunciava instancabilmente dagli schermi della tv locale dove lavorava, apparve chiaro subito a tutte le persone di buon senso.
Carabinieri e magistrati però percorsero una pista alternativa e arrestarono la compagna del giornalista ucciso e alcuni ospiti della comunità di recupero per tossicodipendenti dove Rostagno lavorava per disintossicarli. L’iniziativa giudiziaria parve alle esterrefatte persone di buon senso una riedizione fuori tempo massimo di un copione logoro. «Ma quale delitto di mafia,una storia di corna fu». Il remake cercò comunque di stare al passo coi tempi. Il capo della comunità di recupero era grande amico di Craxi, girava per Trapani in Bentley e naturalmente la sua amministrazione lasciava molto a desiderare. La pista politica si saldava a quella interna agli intrecci della comunità. Finì con un buco nell’acqua e la scarcerazione degli indagati.
Ci fu allora chi propose un collegamento con l’indagine sul delitto Calabresi partita proprio quell’estate con l’arresto di Sofri e un avviso di garanzia allo stesso Rostagno. Non potevano mancare poi i servizi deviati e proprio vicino Trapani c’era una base della mitica “Gladio” gestita dal Sismi. Con un misterioso aeroporto, forse vettore di un traffico d’armi o forse di rifiuti tossici diretti in Somalia. Rostagno aveva scoperto qualcosa? Insomma, un profluvio di moventi più o meno plausibili. Tutti con un punto in comune. La mafia finisce sullo sfondo. Ingroia ha rimesso le cose a posto. Disponendo una semplice perizia balistica sulle pallottole che hanno ucciso Rostagno, cosa che nessuno in dieci anni aveva pensato di fare, ha portato sul banco degli imputati un killer della mafia trapanese e il suo capofamiglia come mandante.
I compagni e gli amici di Mauro Rostagno hanno giustamente plaudito, le persone di buon senso si sono sentite rassicurate. Nelle prime udienze del processo, per la verità, i testi chiamati dalla Procura hanno parlato più delle piste alternative che di quella mafiosa, ma occorre aspettare per capire come intende muoversi l’accusa. Un segnale però è arrivato. Sui “Quaderni dell’Ora” Rizza e Lo Bianco in un articolo che apre un numero monografico dedicato al processo Rostagno – significativamente intitolato “Pista Continua” – avvertono il lettore che «la pista mafiosa non è probabilmente la soluzione finale del caso Rostagno» e che quella pista mafiosa era piaciuta «così subito, così tanto, a così tante persone che non si può non provare perplessità davanti a un consenso così aprioristicamente generalizzato su un esito così “scontato”». Nel corpo dell’articolo è poi riportato fra virgolette l’opinione dei pm Ingroia e Paci che spiegano che «quello che si celebra in aula è solo il processo a un segmento della vicenda Rostagno, quello relativo all’esecuzione del delitto».
Un dettaglio marginale, par di capire. «Un segmento – continuano i pm – per nulla incompatibile con le ipotesi sui mandanti occulti formulate e in passato archiviate per insufficienza di prove, né con le altre ipotesi via via emerse nel corso degli ultimi anni». Non si butta niente. La teoria dei moventi convergenti e il metodo Ingroia promettono ben altro, per sfuggire alla scontatezza di un banale delitto di mafia. E il “quaderno” ha una sua autorevolezza, nel comitato dei garanti non c’è solo Marco Travaglio. C’è anche il procuratore aggiunto Ingroia.
Io, se fossi stato un amico di Rostagno, o fossi un ex di Lotta Continua, sospenderei gli applausi e comincerei a insospettirmi.

martedì, 5 aprile 2011

da Il Riformista

Ps – il grassetto è mio