Una nota sui “briganti” contraffatti di Castellammare

Nel corso dei recenti festeggiamenti per i 150 anni dell’Unità d’Italia la sera del 16 marzo nell’Aula Consiliare, nel corso di una macchiettistica rievocazione svoltasi (si veda locandina), tra l’altro, sotto il patrocinio del Comune di Castellammare del Golfo, Provincia di Trapani, Regione Siciliana e Comitato per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia, il coro “Nostra Principalissima Patrona” ha eseguito come secondo pezzo l'”Inno dei Briganti” (per come si legge nel foglio/programma della serata) o più esattamente “Brigante se more“, scritta da Eugenio Bennato e Carlo D’Angiò nel marzo 1979.

Come è nato Brigante se more ?

Estratto dal capitolo 5 del libro di Eugenio Bennato Brigante se more – viaggio nella musica del Sud, Coniglio editore, 2010

“A un certo punto della lavorazione il regista Majano ci chiese di pensare alla musica più importante dello sceneggiato, il canto dei cosiddetti titoli di testa. Io e Carlo D’Angiò lavoravamo insieme e una sera Carlo se ne venne con una romantica ballata dalla musica molto dolce e dal testo tenue e sfumato.

La musicalità era straordinaria e, per quanto riguarda il testo, Carlo si dimostrava convinto (e lo è ancora oggi) che la trovata del melograno che, essendo spuntato ad agosto, cioè fuori stagione, recava un terribile messaggio di morte era qualcosa di forte che sarebbe piaciuta ad Anton Giulio Majano.

Ma quando io andai da solo a farla ascoltare al regista, questi risposte con un ruggito e una serie di esternazioni che al momento mi parvero esagerate. […]

“A Bennà ma nun aj capito niente, a me me serve un canto de battajia, questi briganti devono canta’ tutti in coro, capito!? e tutti quelli che sentono ‘sto coro non se lo devono scorda’, me so’ spiegato?” e si mise a sbraitare ripetendo le note che aveva appena ascoltato con i toni violacei di un coro di avvinazzati.

[…]

Tornai a casa, raccontai il tutto a Carlo. Ci guardammo in faccia perplessi e sdegnati, poi sorridemmo e pensammo: Majano vole la guerra? E guerra sia!

Il giorno dopo andai alla Rai, fui ricevuto da Majano. Presi la chitarra e gli cantai […]

Majano mi guardava assorto, alla fine mi venne incontro e ruvidamente mi abbracciò. […] L’esperienza del vecchio Anton Giulio Majano aveva avuto ragione della nostra esuberanza e sana arroganza giovanile.

Era il marzo del 1979, ed era nato uno dei canti più popolari degli ultimi decenni della musica italiana.”

Vi è chi ha voluto sostenere in seguito sull’onda della nascita in parallelo all’affermarsi della Lega al Nord dei cosidetti movimenti neo-borbonici di una preesistenza del canto, e quindi dell’esistenza di un “Inno dei briganti”, tuttavia mai è stato prodotto anche solo uno straccio di prova.

Quello che segue invece, estratto dal capitolo 6 del libro  da conto della falsificazione di cui è stato oggetto il pezzo.

“A un certo punto della sua storia, Brigante se more ha subito una violenza, una contraffazione.
Un anonimo si è preso la briga di alterarla, seppur di poco, e di cambiare due versi, uno nella seconda, uno nell’ultima strofa, e allora il nostro canto ha subito un danno dal punto di vista stilistico: la versione che ne viene fuori ha peggiorato la composizione originale.
Il problema è che, per di più, la manipolazione del testo originale è avvenuta per mani inesperte e maldestre: vi assicuro che scrivere versi di carattere popolare non è un’impresa facile.

[…]

Nella seconda strofa io scrissi:

E mo cantammo ‘sta nova canzone
tutta la gente se l’adda ‘mpara’
nun ce ne fotte d’o rre Burbone
ma a terra è a nostra e nun s’adda tucca’

Lo sconosciuto manipolatore, a cui evidentemente dava fastidio il verso “nun ce ne fotte…” […] ha preso l’iniziativa di scrivere:

nuje combattimmo p’o Rre Burbone
a terra è a nostra e nun s’adda tucca’

L’intento è pedissequamente filoborbonico, ma il risultato è patetico e poeticamente insostenibile, e infrange la logica stilistica e l’equilibrio che avevo immesso in quella composizione (e che è sicuramente uno dei motivi del suo successo); se uno urla “Noi combattiamo per il Borbone”, come gli viene in mente di urlare immediatamente dopo “la terra è la nostra e non si deve toccare”?
Un guaio serio, devo dire.

Se qualcuno si fosse rivolto direttamente a me dicendomi che gli dava fastidio l’espressione “nun ce ne fotte d’o rre Burbone”, che gli sembrava irriverente per la Dinastia e se mi avesse chiesto o costretto con preghiere o con minacce a cambiare l’originale “nun ce ne fotte” con “nuje combattimmo”, gli avrei fatto notare, da addetto ai lavori, che conveniva a quel punto andare fino in fondo e cambiare anche la frase successiva. Gli avrei suggerito un’altra soluzione (la prima che mi viene in mente, ma sicuramente migliore della sua e non ci vuole molto).
Gli avrei proposto, a titolo di esempio

nuje combattimmo p’o Rre Burbone
e dammo a vita pe’ sta fedeltà

Ecco serviti gli esuberanti e animosi neo-borbonici che al tempo che scrissi Brigante se more non esistevano, che allora forse non sapevano neanche dell’esistenza dl brigantaggio post-unitario. […]

L’accostamento che si legge nella versione alterata è davvero inopportuno e ridicolo, e immagino che avrebbe imbarazzato e irritato lo stesso Re Francesco II se dal suo esilio avesse mai potuto fare in tempo ad ascoltarlo (cioè se io e il mio falsificatore fossimo nati almeno cent’anni prima).

[…]

La questione riguardante l’altro verso, quello dell’ultima strofa, è decisamente più inquietante, e la contraffazione apportata è ancora più sgrammaticata, stupida e insostenibile.
L’ultima strofa, la più bella, quella decisiva dice:

Ommo se nasce brigante se more
ma fino all’ultimo avimma sparà
e si murimmo menàte nu fiore
e na bestemmia pe sta libertà

Nella manipolazione (sarà stato lo stesso insulso autore del pasticcio della seconda strofa) la parola “bestemmia” viene censurata e cambiata con “preghiera”.
L’intento, che puzza di sacrestia, è di evitare che un brigante, che si è appena dichiarato brigante e pronto a morire pronunci il termine “bestemmia”, che per i bigotti difensori del nulla è qualcosa che sarebbe in contraddizione con l’indole cristiana del brigante stesso (!).

Il risultato è infernale. Quando scrissi l’ultima strofa pensai alle foto dei briganti uccisi e abbandonati sul ciglio della strada e a un passante o, meglio, a una passante, donna del Sud che lancia un fiore e maledice la “libertà” imposta dai piemontesi.

[…] E questo sconosciuto moralista cancella “bestemmia” e scrive “preghiera”, per cui risulterebbe: “se moriamo, menate un fiore, e (menate) una preghiera per questa libertà”.

A parte il fatto che “menare una preghiera” è qualcosa di semanticamente abominevole, una vera barzelletta, in ogni caso la preghiera sarebbe “menata”, penso, per ottenere per misericordia, per vie pie e mistiche la libertà. Quindi un fiero canto di battaglia, il mio popolare canto di guerra, subisce a questo punto un attentato devastante: […] il brigante in assetto di guerra diventa un pastorello rassegnato, un timido prete di campagna che, nel caso fosse ucciso, invita i posteri alla moderazione e all’astensione da ogni sentimento di rivendicazione o vendetta.

[…]

Ma quando io scrivo “bestemmia pe’ sta libertà” a quale libertà mi riferisco? A “sta” libertà, a “questa” libertà che ci sbandierano e ci impongono i vincitori, a “questa” falsa libertà promessa da Garibaldi, Cavour e dai Savoia , a questa libertà da maledire, nel cui nome si mascherano altri disegni e si consuma il genocidio. E quando qualcuno prende l’iniziativa di scrivere “preghiera pe’ sta libertà” a quale libertà può riferirsi, a quale libertà una preghiera può essere rivolta? Evidentemente alla libertà vera, quella autentica, quella che non ha bisogno di aggettivi dimostrativi, che non è “questa” o “quella”, è “la” libertà punto e basta. Avrebbe dovuto scrivere semplicemente “preghiera p’a libertà”. Ma ha scritto impropriamente “preghiera pe’ sta libertà” per quadrare la metrica, che è la tipica ingenuità dei dilettanti.

[…]

Il fatto che si accenda un dibattito su queste due maldestre contraffazioni e che non sia evidente a tutti l’assurdità della questione è un segno chiarissimo che Brigante se more ha provocato un trauma nelle coscienze (questo era il mio intento) e ha sollevato un caso che desta grandissima emotività e che fa perdere a molti la più basilare lucidità. È un elemento che lascio all’indagine di psicologi ed esperti in sociologia della comunicazione.

Ma vi prego di non toccare le immagini che mi sono care, di non toccare il debito poetico e umano che ho con gli artisti maledetti che mi hanno affascinato; di non toccare la mia libertà e di prendervi quei versi e quelle parole così come le ho scritte.
Nessun brigante storico le ha mai pronunciate […] ma io certo le ho rubate a qualche istante o qualche lampo della mia vita e le ho nascoste nella mia anima. Non toccate la mia fedeltà a Fabrizio De André che non ebbe esitazioni nello scrivere:

Tutti morimmo a stento
ingoiando l’ultima voce
tirando calci al vento
vedemmo sfumare la luce.

L’urlo travolse il sole
l’aria divenne stretta
cristalli di parole
l’ultima bestemmia detta.

Naturalmente (che ve lo dico a fare) a Castellammare del Golfo è stata eseguita la versione fasulla e neo-borbonica, proprio come è stato fatto per i lavori di costruzione del porto (a detta degli inquirenti, ed è per tale ragione che i lavori si sono bloccati) eseguiti adoperando materiali fasulli, e con la stessa leggerezza ed amore per la menzogna e la stessa facilità a cadere nella disonestà, in questo caso solo intellettuale, per fortuna.

Questa la versione originale non taroccata.

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Non è la libertà che manca in Italia. Mancano gli uomini liberi. (2)

Queste alcune delle domande poste da Fancesco Piccinini direttore di Agoravox a Julian Assange di Wikileaks, e che, a chi sa leggere, forniscono la spiegazione del perchè non sia mai nata, e continua a non nascere, in Italia, una vera alternativa a Berlusconi .

Perché non hai mai dato i cables a giornali italiani?
“L’abbiamo fatto. Li abbiamo dati a un grande giornale, ma hanno deciso di non pubblicarli e di lavorarci su attraverso degli articoli”.

A quale giornale li hai dati?
“Erano due. I due più grandi (non ci rivela i nomi, ndr). In precedenza avevamo anche lavorato con uno dei due, ma alla fine non ne hanno fatto nulla. E’ successa la stessa cosa in Giappone, abbiamo dato i cables anche a un loro quotidiano nazionale, il più importante, pensa che hanno 2200 giornalisti, senza contare le altre figure, solo di reporter, praticamente lo stesso numero della Reuters. Hanno rifiutato anche loro e lavorano in una maniera molto metodica, potremmo dire “alla giapponese” (sorride, ndr).

Cosa ne pensi dell’Italia e dell’attuale situazione con Silvio Berlusconi?
“Non mi piace, ma agli italiani sì. Il problema di Berlusconi non è tanto il suo potere politico ed economico, ma come l’abbia usato per fare i propri interessi, corrompendo il sistema”.

Cos’altro emerge sul nostro paese?
“Tra i cables ce ne sono molti che parlano della corruzione in Italia, delle grandi compagnie. Ne sono in arrivo molti sul vostro Paese. Soprattutto sull’Eni che è il grimaldello che l’Italia usa per entrare in vari paesi del mondo. Come per esempio in Kyrgyzstan dove c’è un forte legame basato sulla corruzione tra l’Eni e i politici locali. L’Eni è la vera grande azienda corrotta italiana”.

Perché queste storie non escono sui nostri giornali?
“Il vero problema è che in Italia i grandi giornali non parlano delle storie di corruzione, soprattutto se riguardano le grandi compagnie. Nei cables sono uscite e usciranno molte cose che non useranno. Anche di interazioni delle grandi compagnie pubbliche, come l’Eni, con alcuni paesi stranieri. I giornali italiani si occupano di persone che sono già in carcere o sotto processo, ma non si occuperebbero mai di persone che non sono mai state indagate, anche se citate nei cables”.

Tutta la prima parte dell’intervista qui

La spiegazione della frase del titolo la trovate qui

Michele Santoro sa far di conto … e come !

SANTORO E L’ADDIO ALL’AZIENDA
Michele, dalla trincea all’incasso. Lo fece una prima volta passando dalla Rai a Mediaset, una seconda ritornando in Rai. Siamo alla terza

di ALDO GRASSO

Ancora una volta Michele Santoro abbandona la trincea e passa all’incasso. Lo aveva fatto una prima volta passando dalla Rai a Mediaset, una seconda passando da Mediaset alla Rai (con la garanzia di mantenere il suo gruppo di lavoro) e ora siamo alla terza: il dg Mauro Masi gli ha proposto un accordo quadro per la risoluzione consensuale del rapporto di lavoro dipendente.
Pare che la buonuscita sia tra 2,5 e 2,7 milioni di euro. Santoro ha detto di sì. La Rai continuerà ad avvalersi della collaborazione di Santoro che «in questo modo, avrà la possibilità di sperimentare nuovi generi televisivi attraverso un ulteriore sviluppo del proprio percorso professionale». Tradotta in cifre, e lasciando perdere la ridicolaggine dei «nuovi generi televisivi» e del «percorso professionale», la collaborazione è valutata intorno ai sette milioni di euro, in cambio di sette docu-fiction o roba simile.

Ovviamente ognuno è libero di fare le trattative che vuole e a noi non resta che rosicare per come i conduttori di sinistra sanno far di conto. La Rai è servizio pubblico solo quando deve garantire un posto in palinsesto; nelle trattative private la nozione di mercato pare più consona. Campione assoluto del ribellismo plebeo e dello show militante, Santoro ha sempre ottenuto buoni ascolti, da grande professionista della demagogia mediatica.

Anche Bruno Vespa, anni fa, ha fatto qualcosa di simile: si è licenziato dalla Rai e, in cambio, ha ottenuto un sostanzioso contratto di collaborazione, quasi a vita. Ma almeno Vespa non ha mai fatto il barricadero, non ha mai vissuto il giornalismo come vocazione rivoluzionaria, non ha mai preteso di ergersi a paladino delle schiene dritte, non si è fatto eleggere al Parlamento europeo. Santoro no, da sempre è in missione per conto del suo Ego: vuole raddrizzare il mondo attraverso la tv. Fin dai tempi di «Samarcanda» quando dichiarava: «Noi di Samarcanda siamo così: facciamo le file, abbiamo macchine sfigate, andiamo a far la spesa nei supermercati, prendiamo la metropolitana. Gli altri però non capiscono che siamo come loro». Fagliela capire adesso, con quella buonuscita. E i Travaglio, i Vauro, i Ruotolo, le Innocenzi che fine faranno? Saranno condannati anche loro a sperimentare nuovi generi televisivi?

da Corriere.It

*** – Il grassetto è di Diarioelettorale

Non è la libertà che manca in Italia. Mancano gli uomini liberi.

La frase del titolo non è stata scritta oggi, ma diversi anni fa. L’autore, non è più fra noi essendo passato a miglior vita il 27 settembre del 1957. Si chiamava Leo Longanesi ed era nato a Bagnacavallo il 30 agosto del 1905.

Attraversò il ventennio mussoliniano, da fascista anomalo, da intellettuale non prono e non allineato. Fu giornalista, fondatore e direttore di giornali e riviste, ma anche disegnatore ed illustratore.

Vittima della censura sotto il fascismo, nel 1939 il settimanale di grande successo che si occupava di letteratura e politica, da lui fondato, “Omnibus” dovette cessare le pubblicazioni, Leo Longanesi aveva forti riserve anche sulla democrazia che aveva sostituito il fascismo.

Nel 1949 inventò Il Borghese, rivista culturale che si occupava soprattutto del costume dell’Italia intellettuale. Etichettato come “nostalgico” e “passatista”, in realtà Longanesi, con Il Borghese tentò di dar seguito al suo progetto di sempre: utilizzare la stampa per descrivere vizi e virtù degli italiani.

Celebri sono le frasi e gli aforismi di Leo Longanesi, i quali seppure meno citati di quelli di Flaiano, non meritano certo di cadere nel dimenticatoio.

Quando morì, nel suo ufficio a Milano, colto da un infarto cardiaco. Prima di perdere conoscenza, ebbe il tempo di mormorare: “Ecco, proprio come avevo sempre sperato: alla svelta, e fra i miei aggeggi“.

E al cimitero riferisce Indro Montanelli: “ci si ritrovò in una decina di persone, non di più. Non ci furono cerimonie né discorsi. Solo la piccola Virginia, che avrà avuto quattordici anni, mentre la bara di suo padre calava nella tomba, mormorò: «E dire che gli orfani mi sono sempre stati così antipatici…» Una frase che sarebbe piaciuta moltissimo a Leo”.

– Tutte le rivoluzioni cominciano per strada e finiscono a tavola.

– Non sono le idee che mi spaventano, ma le facce che rappresentano queste idee.

– La nostra bandiera nazionale dovrebbe recare una grande scritta: Ho famiglia.

– Quando suona il campanello della loro coscienza, fingono di non essere in casa.

– In Italia, tutti sono estremisti per prudenza.

– I buoni sentimenti promuovono sempre ottimi affari.

– Buoni a nulla, ma capaci di tutto.

– Non datemi consigli! So sbagliare da solo.

– Il paradosso è il lusso delle persone di spirito, la verità è il luogo comune dei mediocri.

– Il sogno degli Italiani, è di fare la rivoluzione d’accordo con i carabinieri.

D’Alema, “lo statista” dixit: “Marino? Un mio collaboratore che si è preso la libertà di candidarsi”

Dice il vocabolario alla voce “spòcchia“: Alterezza, Boria, Gonfiezza rusticana; Vezzo di millantare e di fare il grande; Vana mostra.

Un “vedi D’Alema” sembra sarà aggiunto nella prossima edizione.

Ma si può essere più spocchiosi di questo “residuo” qui ?

*** – Dice il realizzatore del video:

“Il MINIMO COMUNE DALEMATORE tra arroganza e volgarità.
Una oscenità proferita ieri sera 21 ottobre 2009 da D’Alema durante un incontro organizzato a Barletta da “La Buona Politica” un’associazione che sostiene Bersani.
Un buon modo per dimostrare che, dando sfogo alla propria arroganza, si possono raggiungere abissi di volgarità.”