Umberto Eco da “Il nome della rosa” a “Il nome della via” ci perde

Ma Furio Colombo “mancu cugghiunia” !

Circola da un pò una “bufala” mediatica relativamente a Castellammare del Golfo, alle sue amministrazioni (tutte accomunate in un sol fascio, si può proprio dire in questa circostanza), e di conseguenza ai suoi abitanti, come se questi ultimi di disgrazie già non ne avessero abbastanza tra mafiosi, piromani, e inquinatori di ogni tipo.

Umberto_Eco_01E’ stato lo scrittore di fama internazionale Umberto Eco, per primo, a dare rilievo nazionale alla “bufala” riproponendola nella sua rubrica “La bustina di Minerva”, che Eco cura da anni sul noto settimanale “L’Espresso“, nel numero in edicola venerdì 11 luglio:

Scrive Umberto Eco:

Il fatto che più colpisce è che a Castellammare del Golfo (Trapani) è stata intitolata una via a Telesio Interlandi (tra l’altro, neppure nato da quelle parti). Telesio Interlandi non era uno scienziato altrimenti rispettabile come Pende o un giurista rispettato anche nell’Italia post-bellica come Azzariti, ma uno sporco mascalzone che ha dedicato la vita intera a seminare odio razzista e antisemita con la rivista “La difesa della razza”. Chi sfoglia le annate di questa rivista, o ne legge l’antologia raccolta da Valentina Pisanty (Bompiani), si rende conto che solo un  personaggio in completa e servile malafede poteva pubblicare le menzogne e le assurdità tipiche di quella pubblicazione. Dimenticavo, sempre in quegli anni, Interlandi aveva pubblicato un “Contra judaeos” e anche chi non sa il latino può intuire quale fosse la sua missione”.

colomboPochi giorni dopo, il diciotto, il noto giornalista e già parlamentare Furio Colombo nel corso della trasmissione televisiva di RAI3Linea Notte” ha riproposto nuovamente la “bufala“.

Ma perchè il fatto che a Castellammare del Golfo esista una via dedicata al razzista ed antisemita Telesio Interlandi non è una notizia ed è invece una “bufala” ?

Semplicemente perchè a Castellammare del Golfo non esiste ne mai ci si è sognati di far esistere una via “Telesio Interlandi” ma solo una via “Interlandi” la cui denominazione come tale, senza dubbio alcuno, è precedente alla data di morte dello “sporco mascalzone” Telesio, il quale lasciò questa terra solo il 15 gennaio 1965.
Ora come è noto in Italia non è possibile dedicare vie o piazze a personaggi viventi, anzi sino a qualche decennio fa non era possibile dedicare vie o piazze prima che fossero trascorsi dieci anni dalla morte, ne Castellammare del Golfo è stata mai amministrata da fanatici di destra tali da sfidare la legge pur di intestare una via, ad un razzista.

Tralasciando ogni altra considerazione (cosa che si potrebbe pur fare, ma che non si ha nessuna intenzione di fare qui ed ora) sui possibili perchè questa via abbia tale denominazione, e in onore di chi, resta il fatto che non dico io (relativamente giovane) ma, genitori e nonni viventi di quelli della mia età possono confermare che tale via l’hanno conosciuta sempre e soltanto come via “Interlandi”.

Ed allora, alla Hillary Clinton ci sentiamo scherzosamente di affermare “Shame on you Umberto Eco !” ed anche “Shame on you Furio Colombo !“.

Ma non c’è nessun altro qui tra i locali che si deve vergognare ?

 

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Un cazzaro si aggira per l’Italia

… anzi due !

Il primo (il cazzaro magno) di nome Silvio già lo conoscete e non occorre spendere ulteriori parole per dire che una consistente seppur minoritaria (al contrario di ciò che ritiene lui) parte degli italiani ne è plagiata da un ventennio grazie al potere mediatico, alla sua pervicace e persistente resistenza all’arresto e alla pochezza politica ed umana dei suoi avversari.

Il secondo (il cazzaro minore) di nome Beppe ha da qualche tempo messo su la sua money-machine tesa ad integrare i propri guadagni.

In entrambi i casi ruolo politico e azienda si confondono in un tutt’uno, in entrambi i casi sfuggire al confronto democratico è la regola ed il messaggio per entrambi va comunicato in maniera unidirezionale senza confronto, perchè il gioco continui.

Entrambi vi parlano per videomessaggi, comizi, lettere ed interviste preconfezionate.

Dibattiti e confronti reali manco a parlarne.

Alessandro Capriccioli (alias Metilparaben) ha raccolto per l’Espresso in edicola questa settimana lo “Stupidario” (selezionata raccolta di sciocchezze realmente dette e/o scritte da lui medesimo) di Beppe Grillo in un articolo dal titolo “Grillo, razzismo e bufale”.

Stupidario Grillo, razzismo e bufale

di Alessandro Capriccioli

«I calabresi? Abituati al voto di scambio. Gli zingari? Entrano nei nostri sacri confini e sono un pericolo per i nostri anziani. La Levi Montalcini? Una vecchia puttana. Io condannato per omicidio colposo? Non ne parlerò mai più. La cura Di Bella? Sconfiggerà i tumori. L’Aids? Non esiste». Ecco una raccolta quasi completa delle dichiarazioni di un capo popolo che ogni giorno somiglia di più al duo Bossi-Berlusconi(10 maggio 2011)Beppe Grillo non ama molto che gli si ricordino le sue frasi. Come tutti i politici, preferirebbe il diritto all’oblio. Ma qui si sono già raccolti gli stupidari di altri capi partito e quindi ci perdonerà se lo sottoponiamo, per par condicio, allo stesso trattamento.

Dibellerò anch’io il cancro
«Mongolfier aveva scoperto il volo: è stato il primo, Mongolfier. Ha gonfiato un pallone e volare era gonfiare qualche cosa più leggero dell’aria: l’autorità diceva quello! Un giorno arrivanoi fratelli Di Bella (i fratelli Wright) con l’aereo, e han detto: “guardi che anche noi riusciamo a volare”. “Ma non dica cazzate!” “Guardi che voliamo”. “Va bene, facciamo il protocollo”. Han preso l’aereo e han cominciato a gonfiarlo, e han detto: “Ma che cazzo dice, vede che non vola?”
(1998. L’inefficacia della cura Di Bella è stata unanimemente accertata l’anno successivo)

Nobel e Ignobel
«Vecchia puttana».
(2001, a Rita Levi Montalcini, insinuando che la scienziata torinese avesse ottenuto il Nobel grazie a una ditta farmaceutica che materialmente le aveva comprato il premio)

Il nuovo che avanza 1
«E’ quattro anni che mi sono comprato il computer. Clicco, io non sono della società del click, questi lavorano con l’indice, noi apparteniamo alla società del pollice: con gli attrezzi, noi ci siamo separati dall’orango per il pollice, l’orango non riesce a prendere un attrezzo, noi sì».
(2000, spaccando un computer durante il suo spettacolo. Cinque anni dopo aprirà un blog)

Il nuovo che avanza 2
«Un computer pesa quindici chili, per farlo occorrono quindici tonnellate di materiali. Ogni sei mesi lo buttiamo nella spazzatura. E’ la tecnologia più pesante che esista».
(2000, sempre durante la crociata luddista)

Nessuno mi può mai più dire niente
«Io, Beppe Grillo, ne ho piene le tasche di dovermi giustificare. Oggi vi dirò delle cose su di me, sulla mia vita privata, su alcune illazioni. Lo faccio oggi e poi basta. Ho avuto un incidente di macchina nel 1980, guidavo io, mi sono salvato per miracolo, ma sono morte tre persone che erano con me e sono stato condannato per omicidio colposo a un anno e tre mesi».
(2005, sull’incidente di Limone Piemonte)

L’Aids non esiste
«Veltroni va là e scopre i malati di AIDS. Arriva qui e ci ha la soluzione: dice cazzo, l’Aids, bisogna mettere a tutti il preservativo! E lo dice uno che è dieci anni che il preservativo ce l’ha sulla testa e non se ne accorge. Allora, lui non dice che sull’Aids ci sono dei seri sospetti che sia una bufala».
(1998)

Biocarburanti sì, anzi no
«In Italia si preferisce far chiudere chi offre alternative al petrolio. Alternative verdi, meno inquinanti, meno costose. La Alcoplus di Ferrara che produce biocarburanti chiuderà. Società come la Alcoplus che vanno moltiplicate: una, cento, mille Alcoplus»
(2007)
«Il costo del grano, del riso, della soia sta crescendo. Il valore delle azioni delle aziende che producono biocarburanti aumenta. I campi producono etanolo al posto del pane. Il cibo crea energia meccanica, non più umana. Le macchine vengono sfamate, i poveri del mondo tirano la cinghia. Il biocarburante genera un surplus azionario per le aziende dell’energia. L’assenza di cibo crea invece i morti di fame».
(2008)

E’ una palla, compratela
«Io l’ho provata. La mia famiglia usa Biowashball da due mesi e anche le famiglie di alcuni miei amici. Per noi funziona. Prima di dare un giudizio vi consiglio di usarla, magari in prestito da un conoscente. In Rete ci sono centinaia di testimonianze di utenti italiani soddisfatti».
(2008. L’efficacia della “Biowashball” viene successivamente smentita danumerosi studi: la pallina non solo lava come farebbe l’acqua semplice ma potrebbe addirittura provocare un accumulo di muffe e batteri nella lavatrice).

Sono un martire del comunismo
«La Cina ha oscurato la mia immagine. Un cittadino cinese che volesse vedere Beppe Grillo ottiene questo risultato dalla versione cinese di Google. Nel resto del mondo la mia faccia invece si vede ancora». (2006. La notizia si rivela immediatamente una bufala, dovuta ad un errore nel metodo di ricerca su Google adottato dallo stesso Grillo).

Io le uova le cucino così
«Alcuni ricercatori hanno messo un uovo in un portauovo di porcellana tra due cellulari. Quindi li hanno messi in comunicazione tenendoli accesi. Nei primi 15 minuti non è cambiato nulla. Dopo 25 minuti il guscio dell’uovo ha cominciato a scaldarsi. Dopo 40 minuti la parte bianca dell’uovo era solida. Dopo 65 minuti l’uovo era ben cotto. Questo esperimento rivela il vero motivo della decadenza dell’Italia. Il primo Paese al mondo per la diffusione dei telefonini. Le radiazioni ci hanno fuso il cervello».
(2006. Il video era una burla, ma durante un’intervista con Paolo Attivissimo lo stesso Grillo ribadì che lo considerava autentico).

Belin, mi scrive pure il Papa
«Illustre signor Giuseppe Grillo, è per me un piacere poterLe inviare questa lettera sul tema delle energie rinnovabili. I miei pensieri ritornano agli anni in cui iniziai la mia attività di insegnante accademico all’università di Bonn. Era – nel 1959 – ancora il tempo della vecchia università dei professori ordinari. I contatti con gli storici, gli economisti e naturalmente anche con le facoltà teologiche erano molto stretti. Una volta in ogni semestre c’era un cosiddetto dies academicus, in cui professori di tutte le facoltà si presentavano davanti agli studenti dell’intera università, rendendo così possibile una vera esperienza di universitas: il fatto che noi, nonostante tutte le specializzazioni, che a volte ci rendono incapaci di comunicare tra di noi, formiamo un tutto e lavoriamo nel tutto dell’unica ragione con le sue varie dimensioni, stando così insieme anche nella comune responsabilità per il retto uso della ragione – questo fatto diventava esperienza viva. Questa coesione interiore nel cosmo della ragione non venne disturbata neanche quando una volta trapelò la notizia che uno dei colleghi aveva detto che nella nostra università c’era una stranezza: due facoltà che si occupavano di una cosa che non esisteva ancora – delle energie rinnovabili. Che anche di fronte ad uno scetticismo così radicale resti necessario e ragionevole interrogarsi sull’eolico e sul solare per mezzo della ragione e ciò debba essere fatto nel contesto della tradizione della fede cristiana: questo, nell’insieme dell’università, era però una convinzione indiscussa.
(Pubblicata sul blog come se fosse una lettera indirizzata a Beppe Grillo, 2007)

E’ per me un momento emozionante trovarmi ancora una volta nell’università e una volta ancora poter tenere una lezione. I miei pensieri, contemporaneamente, ritornano a quegli anni in cui, dopo un bel periodo presso l’Istituto superiore di Freising, iniziai la mia attività di insegnante accademico all’università di Bonn. Era – nel 1959 – ancora il tempo della vecchia università dei professori ordinari. Per le singole cattedre non esistevano né assistenti né dattilografi, ma in compenso c’era un contatto molto diretto con gli studenti e soprattutto anche tra i professori. Ci si incontrava prima e dopo la lezione nelle stanze dei docenti. I contatti con gli storici, i filosofi, i filologi e naturalmente anche tra le due facoltà teologiche erano molto stretti. Una volta in ogni semestre c’era un cosiddetto dies academicus, in cui professori di tutte le facoltà si presentavano davanti agli studenti dell’intera università, rendendo così possibile un’esperienza di universitas – una cosa a cui anche Lei, Magnifico Rettore, ha accennato poco fa – l’esperienza, cioè del fatto che noi, nonostante tutte le specializzazioni, che a volte ci rendono incapaci di comunicare tra di noi, formiamo un tutto e lavoriamo nel tutto dell’unica ragione con le sue varie dimensioni, stando così insieme anche nella comune responsabilità per il retto uso della ragione – questo fatto diventava esperienza viva. L’università, senza dubbio, era fiera anche delle sue due facoltà teologiche. Era chiaro che anch’esse, interrogandosi sulla ragionevolezza della fede, svolgono un lavoro che necessariamente fa parte del “tutto” dell’universitas scientiarum, anche se non tutti potevano condividere la fede, per la cui correlazione con la ragione comune si impegnano i teologi. Questa coesione interiore nel cosmo della ragione non venne disturbata neanche quando una volta trapelò la notizia che uno dei colleghi aveva detto che nella nostra università c’era una stranezza: due facoltà che si occupavano di una cosa che non esisteva – di Dio. Che anche di fronte ad uno scetticismo così radicale resti necessario e ragionevole interrogarsi su Dio per mezzo della ragione e ciò debba essere fatto nel contesto della tradizione della fede cristiana: questo, nell’insieme dell’università, era una convinzione indiscussa.

(Lectio Magistralis di Joseph Ratzinger a Ratisbona, 12 settembre 2006)

I sacri confini minacciati dagli zingari
«Un Paese non può scaricare sui suoi cittadini i problemi causati da decine di migliaia di rom della Romania che arrivano in Italia. E’ un vulcano, una bomba a tempo. Va disinnescata. Un governo che non garantisce la sicurezza dei suoi cittadini a cosa serve, cosa governa? Chi paga per questa insicurezza sono i più deboli, gli anziani, chi vive nelle periferie, nelle case popolari. Una volta i confini della Patria erano sacri, i politici li hanno sconsacrati».
(2007)

Come si dice ‘fora di ball’ in genovese?
«L’Italia dell’imbonitore Berlusconi, che promise casa e lavoro per gli immigrati alla televisione tunisina, ha il 20 per cento di disoccupazione e almeno 100 mila extracomunitari disoccupati che diventeranno il doppio dopo il crollo ampiamente previsto del mercato immobiliare. Dove li mettiamo? Con che risorse li gestiamo? Gli daremo una casa, un lavoro? Li ospiterà D’Alema sul suo Ikarus o faranno compagnia ai nostri “ultimi”, pensionati e disoccupati delle periferie?»
(2011)

Nessuno mi può contraddire
«Ho accettato di intervenire a Exit dalle 21.35 alle 22. E così ho fatto, forse ho sforato anche di qualche minuto. Nessuno mi ha pagato per la mia presenza. Ho chiesto solo di non proporre la pubblicità prima del collegamento. Ma così non è stato. Non ho promesso a nessuno di fermarmi per un contraddittorio. La dissociata D’Amico ha preso la pippite da Baudo che si scusò con Craxi. Ha imitato lo stuoino Fabio Fazio che si umiliò in diretta con Schifani dopo l’intervista a Travaglio».
(2009)

Nessuno mi può domandare
«Io sono un monologhista. Invece dell’intervista scrivo un pezzo io e voi lo pubblicate»
(2008, risposta a una richiesta di intervista de ‘L’Espresso’)

Quell’omertoso di Saviano
«Signori! Italiani! Aprite gli occhi: ‘Vieni via con me’ lo produce Endemol, e chi è Endemol? E’ Berlusconi. Il programma fa ascolti altissimi: quindi Berlusconi guadagna un sacco di soldi. Se aggiungiamo che Saviano non fa i nomi dei politici collusi, né in Lombardia né in Parlamento, è chiaro che poi il nano gode come un riccio».
(2010)

Terroni che non siete altro…
«Il Movimento Cinque Stelle è arrivato molto poco dalla Calabria. Abbiamo sempre riscontrato difficoltà a fare rete al Sud, al contrario di quello che invece avviene nelle regioni del Nord. Da cosa dipenderà? Forse è questione di carattere, ma può anche darsi che là siete più abituati al voto di scambio».
(2011)

…e froci che non siete altro
«Vendola è un buco senza ciambella»
(2 marzo 2011, comizio a Bologna)

«At salut, buson»
(8 maggio 2011, frase conclusiva del comizio nella piazza di Bologna dove poco dopo avrebbe parlato Nichi Vendola).

Ricordando Enzo Tortora

da “L’Espresso” di questa settimana

“Chiedo scusa, profondamente scusa, ai familiari di Enzo Tortora. Mi rivolgo soprattutto alle figlie Gaia e Silvia, che hanno patito l’inferno per colpa mia. È difficile che accettino di perdonarmi, lo so, ma sento il dovere di contribuire con la massima onestà a questa storia. Voglio dichiarare una volta per tutte che il presentatore Tortora era innocente.

Che non c’entrava con la camorra, la droga o qualsiasi forma di malavita organizzata. Tortora è stato una vittima, e come tale va onorato. Lo ribadisco ora che sono uscito dal carcere e riassaporo la libertà: vorrei fosse vivo, Tortora, per inginocchiarmi davanti a lui. Una persona perbene, finita nel tritacarne delle menzogne».

A parlare è Gianni Melluso, negli anni Ottanta noto come Gianni il bello. L’ex mafioso uscito il 3 giugno 2009 dal carcere di Catania dopo avere scontato trent’anni per rapine e altri reati commessi anche durante la detenzione. Oggi, quest’uomo di 53 anni in perfetta forma, si rivolge da Sciacca (la cittadina siciliana dove vive) alla famiglia Tortora per offrire quella che definisce la sua «verità definitiva».

L’ennesimo capitolo di una storia partita la notte del 17 giugno 1983, quando Tortora viene arrestato con l’accusa di associazione camorristica finalizzata allo spaccio, lanciata dai boss Giovanni Pandico e Pasquale Barra. Melluso entra in scena dopo, nel febbraio 1984, raccontando ai magistrati napoletani di avere fornito a Tortora cocaina da smerciare nel mondo dello spettacolo.

Una versione che modifica due volte. La prima nel 1995, scagionando il conduttore e accusando i magistrati a capo dell’indagine, rei a suo dire di aver assecondato apposta le falsità contro Tortora. Dopodiché, con una capriola, Melluso ammette di avere dichiarato il falso per screditare gli inquirenti.

«È una sequenza ingiustificabile», riconosce Melluso, «ma non voglio essere ricordato solo come un accusatore fasullo. Sento il bisogno di liberarmi la coscienza, e per farlo devo cominciare proprio dal febbraio 1984, quando Tortora era già in prigione per le accuse di Barra e Pandico.

In quel momento, mi trovavo nel carcere di Pianosa con i più spietati criminali del dopoguerra italiano: da Raffaele Cutolo e Leoluca Bagarella, miei compagni di cella, a Graziano Mesina e Renato Vallanzasca. Stavo scontando dal 1978 varie condanne, e non potevo immaginare cosa sarebbe successo». Una mattina, dice, «vennero a prelevarmi i carabinieri. Non capivo quale fosse il problema, ma poi mi hanno accusato di spacciare cocaina, per conto del boss Francis Turatello, agli artisti che frequentavo».

Tutto vero, riconosce Melluso: «In effetti vendevo droga, ed è innegabile che conoscessi i cosiddetti vip, come testimoniano le foto con dedica che mi furono sequestrate, dov’ero assieme a Walter Chiari, Amanda Lear e Barbara D’Urso («Non miei clienti», afferma, ma all’epoca accusò ingiustamente Chiari di comprare droga da lui e spacciarla, ndr.)».

Tortora invece non lo conosceva, assicura Melluso. Lo aveva seguito in televisione, come milioni di italiani. «È stato un mio ex amico, il boss Andrea Villa, a sostenere di avermi visto per locali con Tortora e belle donne. E sempre Villa ha accusato il presentatore di essere un pusher cocainomane legato a Turatello».

Calunnie, commenta oggi Melluso: «Uno schifo», ripete a voce bassa. Resta il fatto che nel 1984 la sua linea è diversa: anzi, diametralmente opposta. «Dichiarai ai magistrati di avere consegnato a Tortora droga in quattro occasioni. Confermai l’attività di spacciatore che Tortora avrebbe svolto nello showbiz».

Insomma: Melluso avalla la linea Pandico-Barra-Villa: «In parte perché speravo, grazie a queste menzogne, di uscire prima dal carcere. Ma anche per una ragione che non ho mai rivelato. In quel periodo, mi avvicinarono nella caserma Pastrengo di Napoli Barra e Pandico, che stavano collaborando con la giustizia. Mi dissero: “Caro Gianni, Tortora è già in galera. Lo abbiamo punito perché non ci ha trattato con rispetto (si parlò di una folle vendetta di Pandico, risentito perché Tortora non aveva mostrato nel programma Rai “Portobello” i centrini ricamati in carcere da un amico, ndr.). Segui la nostra versione, che ti conviene…”».

Il tutto con un tono che non prevedeva repliche. «Era un ordine», racconta Melluso: «Barra e Pandico rappresentavano i vertici della nuova camorra, ordinavano gli omicidi in carcere: dovevi obbedire. E così ho fatto, mi sono inventato episodi da propinare ai magistrati…».

Ancora adesso, racconta Melluso, ripensa ai suoi confronti con Tortora davanti agli inquirenti. «Si difendeva a denti stretti, con gli occhi disperati, come soltanto gli innocenti riescono a fare. Mi urlava in faccia: “Chi ti conosce, Melluso?”. E io, per tutta risposta, lo chiamavo Enzino coprendolo di fango. Anche se molti non ci crederanno, l’ho distrutto a malincuore, ma era l’unica soluzione per accontentare i boss e salvarmi la pelle».

Il tutto, va aggiunto, mentre la vicenda del presentatore assume toni tragici. Accusato anche da altri pentiti, attirati dalla pubblicità che il caso garantisce, Tortora resta sette mesi in carcere. Poi gli vengono concessi gli arresti domiciliari. Poi ancora, nel settembre 1985, viene condannato a dieci anni per associazione di stampo camorristico e spaccio. «Come da copione», afferma Melluso. Soltanto l’anno seguente la Corte d’appello lo riconosce innocente, e lo stesso fa la Cassazione nel 1987.

Ma è una soddisfazione tanto grande quanto breve, perché il 18 maggio 1988 il presentatore muore per tumore. «Un finale che non mi sono mai scrollato di dosso», dice Melluso: «Nel 1994, il tribunale di sorveglianza di Perugia mi ha fatto uscire dal carcere affidandomi ai servizi sociali. Avrei dovuto essere felice, ma ho continuato a provare rimorso per il male fatto a Tortora». Tantopiù «che Barra e Pandico mi ripetevano quant’ero stato leale con loro. Complimenti che da un lato mi tranquillizzavano, dall’altro mi facevano sentire un vile».

Da qui, dice, decolla definitivamente la volontà di denunciare il complotto contro Enzo Tortora: «Dalla nausea che provavo verso me stesso e l’ambiente che frequentavo». Tornato a fine ’94 in carcere, per una rapina in provincia di Perugia, Melluso parla con i magistrati: «Dissi che avevo mentito, che i boss volevano vendicarsi con Tortora per un presunto sgarro».

Decisione non facile, sostiene l’ex mafioso, perché in cella gli arrivano le pesanti ambasciate di Barra e Pandico: «Mi mandavano a dire che volevano uccidermi. E anche i giudici napoletani ce l’avevano con me, perché avevo sostenuto che si erano mossi in cattiva fede».

L’unica colpa di quei magistrati, afferma oggi Melluso, è «essere caduti nella trappola di Barra e Pandico». E per rinforzare il concetto, racconta dell’incontro avvenuto tra lui e Barra a inizio anni Duemila, quando s’incrociano dentro al carcere di Palermo: «Ci siamo parlati durante l’ora d’aria. Ricordo quanto il boss fosse furibondo con me. “Ma che sei andato a dire ai giudici?”, mi urlò. “Perché insisti a cacciarti nei guai per difendere Tortora? Che te ne frega, Gianni? Pensa alla tua pelle, prima che a lui…”».

Spiega, Melluso, di avere provato a rispondergli calmo. «Ho detto a Barra che non volevo passare alla storia come il principale accusatore di Tortora. Ma visto che non mi ascoltava, ho urlato anch’io come un pazzo: “Avete sparato troppe cazzate, tu, Pandico e i cretini che vi hanno seguito… Non voglio rimetterci per colpe vostre!”. Al che Barra mi ha sorriso: “Saranno pure cazzate, ma i magistrati se le sono bevute per un pezzo. Diciamo che quattro guai seri li abbiamo fatti passare, a Tortora…”».

Quello che esaltava Barra, a sentire Melluso, «è essere riuscito a rovinare fino all’ultimo la vita del presentatore». E anche questo ricordo, dice, lo spinge a chiedere perdono: «A volte», spiega accendendo l’ennesima sigaretta, «ripenso alla pazienza con cui i magistrati mi hanno interrogato per mesi, mentre io cercavo di depistarli. Rivedo anche la grinta di Tortora nel cercare di liberarsi dalle mie falsità…». E tutto questo dolore, questo inganno che ha provocato danni irreparabili, «mi fa sentire in dovere di esibire la mia vergogna in pubblico».

Gianni Melluso non ha accusato soltanto Enzo Tortora e Walter Chiari di essere spacciatori di droga. Ha puntato il dito anche contro il cantautore Franco Califano, condannato negli anni Ottanta a quattro anni e mezzo di carcere, e poi assolto in via definitiva.

«Devo chiedergli perdono», dichiara oggi Melluso, «perché oltre a essere innocente, è stato al mio fianco in serate indimenticabili alle quali partecipava il boss Francis Turatello. Califano è padrino di battesimo di suo figlio». Il cantante, conclude Melluso, «consumava cocaina, amava fare la bella vita e si circondava di donne, ma non è mai stato uno spacciatore: soltanto un grande artista che la camorra mi aveva chiesto di screditare».

Riccardo Bocca per “l’Espresso