Operazione Crimiso: volevano uccidere un giudice ?

Operazione Crimiso. Intercettazione in carcere, giudice sotto tutela

Il giudice per le indagini preliminari Giangaspare Camerini è stato posto sotto tutela per una conversazione intercettata in carcere tra alcuni presunti mafiosi della cosca di Alcamo e Castellammare del Golfo. L’intercettazione non è chiarissima e il senso non è unico ma la preoccupazione è forte. Nella conversazione tra un detenuto e un suo familiare si ricorda che “se il giudice si assentasse il giorno in cui dovrà decidere se rinviare a giudizio gli imputati, gli arrestati tornerebbero liberi”.
Secondo quanto emerso, i due interlocutori facevano inoltre riferimento alla possibilità di un incidente o di qualche evento che potrebbe impedire al giudice Camerini di andare in udienza. Per evitare pericoli, il Comitato per l’Ordine e la Sicurezza ha quindi disposto l’assegnazione di una blindata e di una protezione per il giudice. Sull’episodio ora indaga la Squadra Mobile di Trapani che assieme alla sezione Criminalità Organizzata e ai commissariati di Alcamo e Castellammare, aveva condotto l’inchiesta sulla cosca alcamese. Si tratta dell’operazione Crimiso.
Tra le accuse contestate, associazione mafiosa, incendio, minacce, estorsione, violazione della sorveglianza speciale. L’inchiesta è coordinata dai pm della Dda di Palermo Carlo Marzella, Pierangelo Padova e Paolo Guido e dal procuratore aggiunto Teresa Principato. Il Gup Camerini, titolare di processi di mafia, aveva chiuso nel gennaio scorso un procedimento contro la mafia di Pagliarelli riguardante gli uomini di Gianni Nicchi. Nelle scorse settimane un altro allarme era venuto fuori sempre grazie alla intercettazioni in carcere: il pm Francesco Del Bene era finito al centro di conversazioni tra uomini della Noce. Stesso discorso per il pm Nino Di Matteo, oggetto di ripetute lettere anonime con minacce.

da TeleOccidente

altro sull’Operazione Crimiso qui, qui, qui, ma anche qui e qui

“Operazione Grandi Eventi” di Castellammare del Golfo, ora c’è il video delle intercettazioni

Quando lo spettacolo diventa crimine ed il crimine diventa spettacolo allora è PLAS !

A Castellammare del Golfo il 1415 e 16 settembre ai Quattro Canti “picchi l’hanna a biriri tutti” !

Don Verzè, dal San Raffaele a Don Raffaele

Don Luigi Maria Verzè

Don Luigi Maria Verzè

LE INTERCETTAZIONI
L’aiuto del Sismi e anche un rogo. Una microspia svela i piani di don Verzè
Registrato anche un colloquio con l’ex capo dei Servizi Pollari: «quello non vende, manda la Finanza»

MILANO – È dicembre 2005 e don Luigi Verzè, il gran capo dell’ospedale San Raffaele, ha le microspie nel suo ufficio. Non sa che un’inchiesta della magistratura sta legalmente violando la sua privacy. Non si era mai saputo finora.
Non lo sa mentre parla con Nicolò Pollari, l’allora direttore dei servizi segreti militari (Sismi), delle difficoltà politiche dell’amico comune Silvio Berlusconi, della scalata alla Bnl e dei controlli fatti su Stefano Ricucci a favore di Sergio Billè. È ignaro, don Verzè, che qualcuno lo sta ascoltando quando accoglie Cesare Geronzi per parlare di politica o quando risponde alla telefonata dell’«eminenza» vaticana che gli chiede un favore. Con Mario Cal, il manager suicida, conversa di una «grana» giuridica da sistemare con Roberto Formigoni e la Regione Lombardia. E certo il prete che si ispira a San Matteo apostolo («Guarite gli infermi») non immagina che le cimici elettroniche stiano captando il suo piano diabolico per fiaccare la resistenza di un vicino che non intende liberare un terreno.

I BROGLIACCI SEPOLTI – L’inchiesta in corso dovrebbe essere un rivolo di quella sulla maga Ester Barbaglia per presunto riciclaggio (accusa poi rivelatasi infondata) del denaro del clan calabrese dei Morabito. La Barbaglia alla fine del 2004 aveva creato, nello studio di Enrico Chiodi Daelli, notaio storico del San Raffaele, una Fondazione con un patrimonio di 28 milioni destinato alla Fondazione Monte Tabor di don Verzè. È il nesso, probabilmente, alla base delle intercettazioni. Le indagini, però, hanno subito escluso qualsiasi ipotesi a carico del fondatore del polo sanitario milanese. Tant’è che è rimasto sepolto per anni il fascicolo con centinaia di pagine di brogliaccio, cioè il riassunto di conversazioni captate nell’ufficio di don Verzé tra dicembre 2005 e settembre 2006. Molti i «buchi» per i guasti alle apparecchiature e le difficoltà di ricezione. Alla fine non sono molte le conversazioni «rilevanti».

LA FINANZA AL CAMPO DI CALCETTO – È il 13 gennaio 2006 alle 11,32 del mattino quando nell’ufficio di presidenza del San Raffaele «entra l’ing. Roma (capo dell’ufficio tecnico, ndr) al quale don Verzè – riassume l’operatore delle Fiamme Gialle all’ascolto – anticipa che farà venire la Guardia di Finanza per fare i verbali a coloro che giocano a calcio presso gli impianti sportivi vicini al San Raffaele che lo stesso don Verzè vuole acquisire ma che uno dei titolari, tale Lomazzi, non vuole cedere».
I Lomazzi, secondo le informazioni raccolte dal Corriere , avevano un regolare contratto d’affitto (scadenza 2008) su quei terreni del San Raffaele. Ci avevano investito costruendo campi da tennis, calcio e calcetto, spogliatoi ecc. Nel 2005 e nell’inverno 2006 hanno anche subìto due incendi dolosi con blocco dell’attività e danni notevoli. Sembravano avvertimenti. Carabinieri e polizia fecero indagini, senza risultato.
«L’ing. Roma – prosegue il sunto della conversazione intercettata – dice che i finanzieri dovranno chiedere la ricevuta ai giocatori, ricevuta che non avranno perché pagano tutti in nero e così la Finanza inizierà a fare le multe sia ai giocatori sia a Lomazzi …». Don Verzè non si scompone, tutt’altro, «chiede a che ora dovrebbe mandare la Finanza e l’ing. Roma risponde dalle 21 circa». Non risulta però che un sacerdote abbia titolo per «mandare la Finanza». Dunque?

UN «PIACERINO» DAL SISMI – Passa un’oretta ed «entra in studio tale dott. Pollari». Cioè Nicolò Pollari, generale della Guardia di Finanza, in quel momento anche direttore del Sismi, i servizi segreti militari, finito sotto processo per il sequestro di Abu Omar e attività di «dossieraggio», oggi consigliere di Stato. Da poco Pollari, come ha documentato Il Fatto, aveva acquistato una villa a Roma dal San Raffaele pagandola (500 mila euro) la metà dei soldi sborsati anni prima da don Verzè.
Parlano di politica e a proposito di Berlusconi (in quel momento capo di un governo agli sgoccioli) «Pollari confida a don Verzè che sono momenti difficilissimi», che «lui è preso da molti problemi e la misura della sua buona fede io la valuto … prima di tutto perché gli voglio bene». «Don Verzè dice: “È travolto dal suo entusiasmo … lui adesso purtroppo si è lasciato andare ..un pochettino eh eh … per correttezza morale… però tiene molto alla famiglia”. Pollari: “Sì qualche giro di valzer” …».
La conversazione scivola sulle scalate bancarie, tema caldissimo in quell’inizio 2006. I due parlano di Sergio Billè, ex presidente della Confcommercio. «È un amico – dice il capo del Sismi – sto cercando di difenderlo in tutti i modi … la storia di Ricucci… posso dirti la verità… Billè è stato informato… puntualmente sulla vicenda di Ricucci almeno da un anno e mezzo». Dossier Ricucci pro Billè, par di capire. Mezz’ora di chiacchiere e poi don Verzè va al punto: «Chiede un aiuto a Pollari per mandare la Gdf da Lomazzi in modo che lo stesso Lomazzi possa cedere una parte del terreno per costruire un residence per studenti. Poi si salutano e Pollari dice che si interverrà su Letta per il finanziamento sulla ricerca …».

IL BASTONE E IL VANGELO – Temi alti. Poi terra terra. Il sacerdote nato nel 1920 da un latifondista e da una nobildonna veneta, ex segretario del Santo don Giovani Calabria e prediletto del Beato Cardinale Ildefonso Schuster, vuole cacciare il Lomazzi, quello del centro sportivo. «Don Verzè – rilevano le microspie – dice (all’ingegner Roma, ndr) di fare un sabotaggio e di stare attento ai cavalli e all’asilo», che sono del San Raffaele.
«L’ing. Roma specifica di aver individuato il generatore… sarà sabotato il quadro elettricoquindi i campi non potranno essere illuminati e quando gli amici dell’ing. Roma andranno da Lomazzi a fargli la proposta di acquisto (per conto del San Raffaele) “sarà in ginocchio…“».
Qualche giorno dopo l’ingegner Roma bussa alla presidenza. I microfoni nascosti afferrano la conversazione, così riassunta: «Roma dice a don Verzè che quando lui sarà in Brasile ci sarà del fuoco, facendo riferimento ai fili del quadro elettrico degli impianti sportivi di Lomazzi che verranno liquefatti».
Metodo don Verzè: il bastone e il vangelo.

Mario Gerevini Simona Ravizza
28 novembre 2011 | 15:16

da Corriere.it

Processo per l’omicidio di Mauro Rostagno (17)

Udienza del 12 ottobre 2011 del processo per l’uccisione del sociologo e giornalista Mauro Rostagno avvenuta nel piccolo borgo di Lenzi, in territorio di Valderice la sera del 26 settembre 1988 ed in corso di svolgimento davanti alla Corte d’Assise di Trapani.

Alla sbarra il boss mafioso Vincenzo Virga e Vito Mazzara, per l’accusa, rispettivamente, mandante e killer dell’omicidio che sarebbe stato deciso per punire Rostagno per la sua attività giornalistica condotta attraverso l’emittente Rtc ‘Radio Tele Cine’.

Durante l’udienza vengono esaminati i testi: Giuseppe Linares ex dirigente della squadra Mobile di Trapani e l’ispettore Palumbo.

Giuseppe Linares ex dirigente della squadra Mobile di Trapani, dal settembre 1992 al gennaio 2011, è interrogato dal pm.Gaetano Paci.
La seconda attività della squadra mobile fu avviata nell’ottobre del 2007 dopo che nell’88 la squadra mobile di Trapani se ne era occupata nell’immediatezza del delitto.
Quel materiale era rimasto nella memoria collettiva dell’ufficio ma non si era mai presentata l’occasione di ripoporre alle procure l’utilizzo approfondito di queste indagini.
I nuovi accertamenti disposti nell’autunno del 2007 con nota del 16 ottobre 2007 scattarono da una riflessione dell’ufficio circa il vissuto investigativo sulla presenza della mafia nel trapanese e sulle connessioni.
Da una verifica degli atti del fascicolo M1 in possesso sul caso Rostagno ci accorgemmo che mai era stata effettuata una analisi tecnico balistica da parte della polizia scientifica della Polizia di Stato, così come si evinceva essere stato fatto dall’arma dei carabinieri nell’immediatezza del delitto.
L’idea era quella di acquisire i reperti originali e comparare i reperti disponibili sul delitto Rostagno con i reperti di altri delitti commessi dalla mafia trapanese peraltro la squadra mobile aveva notato che l’esecuzione del delitto Rostagno risultava analoga all’esecuzione di altri delitti, “avevano un modus operandi identico”.
Il “quid novi” era l’assenza della perizia balistica.
Aquisimmo i reperti e successivamente procedemmo ad una ricognizione dei processi in cui erano state impiegate modalità molto simili.
Linsares elenca questi delitti, tra i quali omicidi commessi per la faida di Partanna, Piazza Giuseppe e Sciacca Rosario (condannato il Vito Mazzara) , il delitto dell’agente di custodia Giuseppe Montalto (condannato il Vito Mazzara) soppresso da cosa nostra nel 1995, l’omicidio del pregiudicato Monteleone Antonio (condannato Vito Mazzara) dicembre 1995, per tutti questi casi a unire questi delitti c’è il comune denominatore della disponibilità esclusiva in capo ad uno degli imputati di un calibro 12, un fucile, fucile usato per questi delitti.
Altri delitti probabilmente riconducibili a Vito Mazzara sono quelli di Giovanni Riina a San Vito lo Capo e Gaetano Pizzardi anche se rimasti senza responsi giudiziari.
Linares ribadisce che in questi delitti è costante la presenza di un fucile calibro 12 che giudiziariamente è stato attribuito come possesso e uso per questi delitti a Vito Mazzara e che in qualche occasione avrebbe fatto parte di commandi omicidiari l’attuale latitante Matteo Messina Denaro.
Fatti di sangue che hanno avuto una certa serialità e che sono riconducibili alla stessa organizzazione mafiosa.
Oltreche l’uso del fucile calibro 12, i delitti elencati da Linares hanno presentato anche l’uso di una pistola calibro 38, e l’utilizzo sempre di una auto dello stesso tipo, una fiat Uno.
La Polizia scientifica accertò anche un’altra caratteristica, l’arma usata da Vito Mazzara veniva modificata di volta in volta per alterare le impronte della culatta, circostanza che i pentiti ci avevano riferito. Vito Mazzara ricorreva a questo espediente per rendere difficile una eventuale perizia balistica il tutto in particolare nei delitti Monteleone e Montalto
Nell’omicidio Montalto e Monteleone entrambi vennero uccisi con i killer che fuggirono con la medesima auto, una Fiat Uno, di colore blu, abbandonata dopo il delitto Montalto in contrada Palma sotto un cavalcavia.
Insomma un gruppo di fuoco abitudinario che usa lo stesso tipo di vettura e lo stesso tipo di armi.
Linares riferisce adesso sull’esito di una nuova perizia balistica chiesta al gabinetto di Polizia scientifica della Polizia, con comparazione tra i reperti di questi delitti eseguiti con analogo praticamente sovrapponibile modus operandi.
Linares ha fatto cenno anche al delitto del boss di Campobello Natale L’Ala che presenta similitudini con altri delitti commessi da Vito Mazzara.
Le indagini sul delitto L’Ala fecero parte degli atti del maxi processo Omega del 1995.
Natale L’Ala vecchio uomo d’onore di Campobello che si era messo contro i corleonesi, e stava dalla parte della vecchia mafia di Alcamo rappresentata dai fratelli Rimi e così entrò in contrasto con il boss di Campobello Nunzio Spezia.
A L’Ala vengono prima soppressi i nipoti e dopo essere tornato dall’Inghilterra sarà oggetto di ripetuti tentativi di soppressione. Al terzo tentativo viene soppresso.

Adesso a fare le domande è il pm Francesco Del Bene.
Linares fa la lunga e ricca storia giudiziaria che inizia quando viene arrestato nell’ambito dell’operazione Omega, dell’imputato Vito Mazzara.
Linares prosegue descrivendo come fosse nota investigativamente l’abilità di Mazzara ad usare le auto, come fosse campione di tiro a volo, e particolarmente abile a modificare le stesse armi usate.
Particolare abilità di tiro fu dimostrata quando fu ucciso l’agente Montalto che era in auto con la moglie, il killer sparò con certezza che la rosata di pallini avrebbe colpito la sola vittima e non la moglie.
Di Virga ne indica la propensione a gestire imprese in nome della mafia ma anche la violenza del soggetto nell’imporre voleri ed estorsioni in questo spalleggiato dai figli Franco e Pietro come il padre anche loro condannati per associazione mafiosa, estorsioni ed altro.
Vincenzo Virga è stato anche condannato per delitti tra i quali il delitto dell’agente Montalto, e per i quali sconta ergastoli.
Linares ricorda come premessa che all’epoca del delitto Rostagno sono quasi tutti liberi gli uomini più influenti della mafia trapanese, ed anche i killer.
Linares cita l’indagine cosidetta Rino dove è rivelata la commistione tra mafia, politica e impresa nel trapanese e che in gran parte come realtà descritta è retrodatabile al 1988.
Lungo l’elenco di politici indagati (Canino, Spina), parlamentari, consiglieri comunali, provinciali, fatti spesso che li vedevano chiamati in causa erano di natura edilizia, speculazioni, gestione di aziende.
Rostagno trattava le vicende politiche trapanesi mentre di mafia a Trapani si parlava poco, tentava di risvegliare una città dove pochi anni prima un sindaco (Erasmo Garuccio) si era permesso di dire che la mafia non esisteva.
Questa sua vis non era raccolta da nessuno, mentre in quel periodo si procedeva a processare Mariano Agate boss di Mazara per il delitto del sindaco di Castelvetrano Vito Lipari.
Rostagno di questo processo parlava abbondamente e per quello che abbiamo tratto noi questa circostanza dava fastidio a Cosa nostra.
La mafia non poteva sopportare e i pentiti lo hanno confermato, Mauro Rostagno era circondato dai lupi e i lupi lo hanno azzannato.
Questa è stata la convinzione che ci ha fatto riaprire il caso.
Nel rapporto della Mobile del 1988 vengono citati gli editoriali di Rostagno sui cavalieri del lavoro di Catania peraltro interessati a lavori pubblici eseguiti a Trapani.
Natale L’Ala nel 1988 era libero.

E’ il turno ora della parte civile avvocato Miceli.
Chiede sui riscontri relativi all’uso dello stesso modello di auto per i delitti dei quali è ritenuto colpevole con sentenze passate in giudicato l’imputato Vito Mazzara. Quasi sempre le auto furono bruciate tranne in qualche occasione quale quella di Monteleone e Montalto di cui fu comunque tentata la distruzione con il fuoco.

Parola alla difesa avvocato Vito Galluffo.
Il legale, difensore di Vito Mazzara, pone domande sulle modalità di delitti, poi chiede al teste se è a conoscenza del fatto che l’imputato per le sue abilità di tiro fece parte della nazionale azzurra di tiro a volo.
Continua a fare domande sulla esecuzione di delitti commessi nella provincia di Trapani a proposito dell’uso della Fiat Uno (che era comune e veniva usata anche per rapine) nei delitti di mafia e delle armi usate delitto per delitto.
Negli omicidi per i quali è stato condannato il Mazzara portava sia il fucile calibro 12 ed il revolver 38, ma non sempre furono usate entrambe. In particolare il fucile calibro 12 era sempre il medesimo o no ?
I fucili negli altri casi non furono ritrovati tranne quello del delitto Rostagno. Per gli altri è stato accertato essere il medesimo fucile in virtù dell’impronta di culatta.
L’avv. Galluffo chiede se furono fatte indagini sull’eventuale esistenza di una cassetta di sicurezza nella disponibilità di Rostagno presso un ufficio postale.
Linares risponde che la chiave trovata agli atti, analoga a quelle in uso per aprire cassetta di sicurezza, risultò essere la chiave di una cassaforte presente dentro Saman.
Adesso la domanda è relativa agli editoriale di Rostagno che lasciò nulla di inattaccato.
Linares conferma che gli editoriali più pesanti erano relativi al processo per il delitto Lipari dove erano imputati mafiosi di Mazara e Catania, come Agate e Santapaola.
Quante armi sono state usate? Linares ricorda due fucili di cui uno è quello esploso ed un revolver 38 di cui sono stati trovati reperti.
Quale arma sparò per prima ? Il pm si oppone dicendo che sono domande che vanno fatte all’esperto balistico citato per le prossime udienze.
L’avvocato Vito Galluffo chiede spiegazione sull’affermazione “serialità” usata dal teste Linares.
Il teste ripete la ragione per l’analogia tra diversi delitti emersa dalla lettura di atti giudiziariamente definiti.

L’avvocato Salvatore Galluffo (junior) chiede quindi se era stato preparato un album fotografico per una eventuale ricognizione fotografica relativa all’imputato Vito Mazzara.
Il teste Linares nega la circostanza perché non vi era questa necessità, conferma che di Vito Mazzara sicuramente esistono agli atti foto da foto segnalamento a seguito del suo arresto.
Gli album fotografici si predispongono quando c’è una delega della magistratura che dispone il tentatvo di riconoscimento fotografico, in questo caso non abbiamo avuto alcun teste che poteva riconoscere autori del delitto Rostagno.
L’avv. Salvatore Galluffo introduce il nome delle teste Fonte che sentite a suo dire possono avere avuto sottoposto un album fotografico.
Nessun album fotografico è stato predisposto risponde Linares anche perché le Fonte esordirono dicendo di non ricordare alcun volto e quindi non avevamo ragione di fare riconoscimenti fotografici.
Adesso dopo la querelle, al solito, sulle fotografie, alcune domande sul fucile. L’avvocato Galluffo chiede di sapere se il fucile calibro 12 è un fucile di tipo comune e di cui se ne vendono o se ne rubano molti. Linares risponde affermativamente.
Reperti di fucile esploso furono trovati solo sulla scena del delitto Rostagno, due frammenti, per gli altri delitti solo bossoli.
Sulla scena del delitto Rostagno furono trovati per terra bossoli inesplosi caduti forse nel momento in cui l’arma si scompone i colpi inesplosi vengono fuori.

Sull’album fotografico torna l’avv. Vito Galluffo (senior), che riferisce di precedenti testimonianze di altri ispettori di Polizia che invece dissero che al momento di sentire le sorelle Fonte sul tavolo c’era un album contenente la foto dell’imputato Mazzara.
Quell’album precisa Linares non fa parte del procedimento Rostagno, l’album era stato predisposto in occasione delle indagini per il delitto dell’agente Montalto.
Per il delitto Rostagno non fu fatto album né ricognizione fotografica.

La parola all’avvocato Vezzadini, difensore di Vincenzo Virga.
Chiede se le indagini della Mobile hanno compreso i pronunciamenti giudiziari sul caso Rostagno.
Il teste risponde che si tratta di una conoscenza storica e personale, non facente parte del bagaglio investigativo che ha portato all’attuale dibattimento.
Anzi su alcuni procedimenti Linares dice di sconoscere il contenuto di alcuni atti indicati dal difensore, anche in ordine a Francesco Cardella.
Su Vincenzo Virga Linares ribadisce il ruolo di capo mafia ricoperto dagli anni 80 così come accertato con sentenze a partire dal processo Petrov del 1994,
posto che prima era occupato da Totò Minore ucciso per volere di Riina nel novembre del 1982.

Interviene l’altro difensore di Virga, l’avvocato Giuseppe Ingrassia.
La domande riguarda il rinvenimento dell’auto usata per il delitto.
L’auto fu ritrovata in uno spazio incustodito di località Crocci, in cui in precedenza era stato fatto un sopraluogo e l’auto non era stata rinvenuta, la mattina successiva fu ritrovata.
A proposito dell’audizione delle sorelle Fonte possibili testimoni occulari del delitto, riferisce che non fu fatto riconoscimento fotografico, la signora disse che non si sentiva di fare alcun riconoscimento perché non ricordava nulla.

Torna a porre le domande il pm. Gaetano Paci a proposito del ruolo di Virga.
Linares ribadisce che lo stesso era attivo sul territorio dalla metà degli anni 80, che dal 1988 si occupava di cemento, chiede se Rostagno aveva mai fatto riferimento a Virga e alla Calcestruzzi Ericina, Linares dice che non l’avrebbe potuto fare perché la contezza investigativa su Virga emerse negli anni 90 (1994) considerato che all’epoca investigatori anche di punta andavano cercando il capo mafia Totò Minore che era però già morto e sostituito ma di questo non si aveva contezza all’epoca in cui Rostagno faceva il giornalista.
Anni dopo si scoprì che capo della mafia trapanese dal 1985 in poi era Vincenzo Virga per volere di Messina Denaro e Agate, nomina che venne tenuta riservata.
La prima volta che uscì il nome di Virga fu per un procedimento per estorsioni contro il clan Lipari, in quella occasione si scoprì che uno di questi ubriaco, Angelo Lipari, era entrato nella gioielleria di proprietà di Virga creando il caso, successivamente suo fratello Franco intercettato fu sentito raccontare l’episodio parlando di Virga come colui il quale comandava a Trapani.
I pregiudicati sapevano chi comandava a Trapani e non le forze investigative proprio per come la nomina del Virga era stata tenuta blindata.

Torna a porre le domande il pm. Del Bene sui rapporti tra Agate e Santapaola, Linares evidenzia l’esistenza di rapporti personali tra i due mafiosi coimputati nell’omicidio Lipari. Linares ricorda che il 14 agosto del 1980 i due furono fermati insieme ad un posto di blocco dei carabinieri.

Le domande della Corte e del presidente Pellino vertono all’inizio sull’esistenza di rapporti personali tra Vincenzo Virga e Vito Mazzara.
Linares dice che ci sono episodi riferiti da collaboratori di giustizia e contenute in sentenze di condanna passate in giudicato, relativi ad incontri tra Virga e Mazzara per pianificare omicidi (quello di Ingoglia Pietro,quello di Montalto Giuseppe,per citare alcuni casi) e addirittura la cena cui parteciparono insieme per festeggiare nel Natale 1995, dopo l’omicidio dell’agente di custodia Giuseppe Montalto.
Linares fa cenno poi alle intercettazioni agli atti del progetto Prometeo in cui mafiosi, elementi della famiglia Virga, parlano di Vito Mazzara come un pezzo di storia preoccupati che se dovesse parlare le conseguenze sarebbero state deleterie. Ci sono elementi che indicano familiarità tra Virga e Mazzara, tra le due famiglie, considerato che si possono ascoltare mafiosi del gruppo Virga che si interessavano persino alle frequentazioni e ai fidanzati della figlia di Vito Mazzara su indicazione del Virga Pietro. Si aveva cura di verificare lo stato economico della famiglia, i problemi che il detenuto avesse in carcere, se soffrisse o meno la detenzione e sopratutto chi fosse il fidanzato della figlia. C’era addirittura programmata una spedizione punitiva per un ragazzo che aveva osato avvicinarsi a questa ragazza.
La Fiat Uno di colore bianco agli atti del processo Omega era nella disponibilità del Vito Mazzara all’epoca dei fatti.
A proposito di indagini finalizzate ad una valutazione comparativa di reperti balistici è stata fatta un arassegna di omicidi di stampo mafioso commessi nel trapanese in epoca anteriore all’omicidio Rostagno nei quali pure risultava l’impiego dello stesso tipo di arma nel senso di fucile calibro 12 e revolver 38 ?
Linares risponde che si è stati limitati, dall’inesistenza di una banca dati nazionale delle prove da sparo, e dal fatto che l’archivio della polizia di stato è disgiunto da quello dell’arma dei carabinieri. Il criterio seguito è stato quello delle modalità di sparo e la serialità, in casi con sentenze passate in giudicato. Identità d’armi è stata pure riscontrata nel caso di Riina Giovanni del 1991 e Pizzardi Gaetano a Trapani nel 1995 per i quali però non vi è sentenza passata in giudicato.
L’attività preponderante del Virga era nel settore del calcestruzzo.
Quando La Mobile avviò negli anni 90 le indagini del cosidette progetto Rino-fase3 (1998) furono indagati soggetti che all’epoca in cui Rostagno svolgeva la sua attività direttamente o indirettamente erano oggetto dei suoi interventi giornalistici. Tra questi imprenditori che operavano nel settore edilizio, nel settore del calcestruzzo quali Gentile Giovanni, Tarantola Vito, Sciacca Gioacchino, Di Benedetto Vito, il commercialista trapanese Giuseppe Messina, il commercialista trapanese Giuseppe Marceca,tutti soggetti che hanno reso dichiarazioni nell’ambito dei due procedimenti Rino fase2 e fase3 corroborando le dichiarazioni rese dal collaboratore di giustizia Vincenzo Sinacori ed il collaboratore Francesco Milazzo.
La Promozionale servizi, una società controllata da Virga e che si occupava di rifiuti è emerso che in particolare aveva rapporti con altre società del settore assai più grosse nelle mani di parenti di Bernardo Provenzano e chiaramente controllate dallo stesso Bernardo Provenzano.
Il presidente chiede quindi della carriera criminale del Vito Mazzara. Linares dice che il Mazzara viene attenzionato nei primi anni 90′ già nel processo Petrov come soggetto appartenente alla famiglia mafiosa di Valderice, ma viene indagato per reati di mafia nell’ambito dell’indagine Omega del 1996 procedimento nell’ambito del quale è stato condannato all’ergastolo.
Fino al 1993 la geografia e la composizione dei mandamenti mafiosi della provincia di Trapani era sconosciuta agli inquirenti.

Avvocato Greco, (parte civile Assostampa) a proposito della Promozionale servizi, una società controllata di Virga, che si occupava di rifiuti dal 1988 in poi, e costituita nell’ambito di un comitato di affari, spiega Linares, tra mafia, politica e impresa. La società costituita a Trapani nello studio di via Livio Bassi n°6 nello studio del commercialista Giuseppe Messina poi arrestato nell’ambito dell’operazione Rino-fase1 si occupava di rifiuti ospedalieri, smaltimento ed aveva avuto contatti con l’ASL.

Avvocato Crescimanno, (parte civile) chiede notizie sulla intercettazione in cui mafiosi liberi si preoccupavano delle condizioni di salute e del morale del Mazzara dopo il suo arresto. Uno degli intercettati era Virga Francesco, nipote di Vincenzo Virga, titolare di una macelleria di Crocci (Buseto), il cui scontrino fu trovato nel luogo in cui fu bruciata l’auto usata dai killer del delitto Rostagno.

L’avvocato Galluffo (senior) chiede fino a che data la questura ha rinnovato la licenza al porto di armi a favore di Vito Mazzara, dato documentabile risponde Linares, certamente fino a quando Mazzara restò incensurato.

L’avv. Ingrassia sullo scontrino della macelleria Virga trovato nel luogo dove venne trovata l’autovettura bruciata, in particolare chiede se gli acquirenti furono individuati. Dalla lettura degli atti dice Linares sono stati identificati ma mai indagati.

Viene ora sentito il secondo teste della giornata, l’ispettore Palumbo della Squadra Mobile e si rinuncia all’audizione della Pettorini.

L’ispettore Palumbo risponde a domande del pm. Gaetano Paci.

Viene acquisita una relazione, e viene sentito a proposito di attività di intercettazione video ed ambientale eseguita presso la casa circondariale di Biella dove era recluso Vito Mazzara.
L’ispettore conferma che sono state registrate conversazioni tra Mazzara e i suoi familiari dal 18/12/2007 e prosegita nel 2008.
Indica anche alcune intercettazioni ritenute importanti tra Mazzara, la moglie Culcasi Caterina e la figlia Francesca, il 29 maggio 2008, durante questa conversazione Vito Mazzara fece riferimento ad un nascondiglio esistente presso la sua abitazione perché la figlia andasse a controllare che dentro non vi era nulla di compromettente.
Fu eseguita subito la perquisizione prima che giungesse la figlia, che si trovava presso il carcere di Biella. Fu rinvenuto un nascondiglio del diametro di circa 20 cm e profondo circa un metro, in questo buco c’erano solo contenitori vuoti del tipo usato per la ricotta.
Mazzara nelle intercettazioni si preoccupava delle notizie nel frattempo comparse sui giornali sui risvolti delle indagini in corso per il delitto Rostagno.

Qui la testimonianza termina.

La prossima udienza è fissata al 19 ottobre e successive il 26, in programma l’audizione dei consulenti dei Pm Milone e Garofalo

La precedente udienza del 28/09/2011 la trovate qui

grazie a Radio Radicale

E alla fine arriva Monica … ma non era già arrivata ?

Se la fisioterapista Francesca ha confermato agli inquirenti di avergli fatto “solo regolari massaggismentendo quindi l’ipotesi degli inquirenti, Monica invece … , “Non conosco questa signora, né ci sono stati mai con lei appuntamenti di qualsiasi genere”, ha detto Bertolaso.

E’ stata una due giorni di rivelazioni e smentite, ma alla fine sappiamo qualcosa di più su Monica.

Non sai chi è Monica ?

Ma Monica no, la giovane brasiliana, alta e bionda, quella dell’incontro mercenario “documentato” al centro benessere con Guido Bertolaso.

Dopo le anticipazioni di ieri sui maggiori quotidiani nazionali, i quali facevano intendere che Monica fosse già stata interrogata dagli inquirenti ed avrebbe confermato l’incontro, oggi invece un articolo sul “Corriere della Sera” ed un’altro su “La Repubblica” a firma di Carlo Bonini ci danno conto del materiale probatorio, si presume, in possesso degli inquirenti.

Sul “Corriere” e anche su “La Repubblica“, vengono pubblicate le trascrizioni di conversazioni telefoniche del 14 dicembre 2008, tra Guido Bertolaso e il gestore del Salaria Sport Village Rossetti, e tra quest’ultimo e Regina Profeta:

dal “Corriere della Sera”:

“Il pomeriggio del 14 dicembre Guido Bertolaso chiama il gestore del centro benessere Simone Rossetti e gli chiede un appuntamento per la serata. Rossetti avverte l’imprenditore Diego Anemone. Poi, alle 18.22, «una donna di nome Regina dal forte accento brasiliano, successivamente identificata in Regina Profeta, chiede a Rossetti di avvicinarsi al Centro benessere perché gli deve far conoscere una ragazza bionda». Dalle successive conversazioni intercettate si avrà modo di rilevare che questa ragazza bionda, brasiliana e di nome Monica, è stata prescelta per intrattenere, di lì a poco, il dottor Bertolaso. Al circolo fervono i preparativi. Alle 19.09 Rossetti chiama Stefano, il factotum: «Senti hanno lasciato acceso il benessere… c’hai fatto caso ? Perfetto, verifica che sono andati via tutti quelli del centro estetico. Senti mi verifichi un attimo se c’abbiamo un bikini tipo brasiliano un po’ stretto… per questa? Lì al magazzino ».

Bertolaso e la scorta

Alle 19.56 chiama Bertolaso e, annota il giudice, «fa capire che ha la scorta».

Bertolaso: «Sono Guido…».

Rossetti: «Sì, Guido… allora guarda tutto a posto… tu quando vuoi vieni qui da me, è tutto quanto chiuso e dopo ci sono io… tu parcheggia con la macchina tranquillamente in fondo dove sta la scalinata che ti porta direttamente nel Centro benessere oppure parcheggia al solito posto come vuoi te».

Bertolaso: «Eh no io sono al solito posto perché non sono da solo… ovviamente ».

Poco dopo Rossetti fornisce a Regina le ultime istruzioni prima che arrivi il dottor Bertolaso. Poi le riferisce che provvederà lui a riaccompagnare e a pagare la ragazza: «Sì, sì dopo l’accompagno io così dopo gli do i soldini e dopo, dopo noi ci mettiamo d’accordo dai… ci vediamo un attimo». Poi parla con Erica, un’altra dipendente «raccomandando la massima riservatezza», le riferisce che Bertolaso sta per arrivare e le chiede le istruzioni per come attivare la sauna e l’impianto musicale.

Alle 21.19 squilla il telefono.

Rossetti: «Sì Guido, sono Simone… sei arrivato?».

Bertolaso: «Sì»

Rossetti: «Okay arrivo subito».

Neanche un’ora dopo avvisa Anemone: «L’ho messo a suo agio, l’appuntamento sta andando bene». Poi Anemone richiama per essere aggiornato e quando scopre che ancora non è uscito esclama: «È come se avessimo guadagnato 500 punti». Alle 23.04 Bertolaso chiama Rossetti e chiede come fa a uscire. Lui gli spiega il funzionamento della porta. Due minuti dopo «contatta Regina e la rassicura che è tutto finito e quindi provvederà a fare sì che la ragazza (Monica) chiami casa: “A posto e… tutto bene… mo’ la faccio chiamare a casa”. Regina è preoccupata perché la ragazza ha lasciato il suo telefono a casa dicendo che andava al centro benessere a fare dei massaggi ».

«Togli lo champagne»

Alle ore 23.14 Rossetti chiama Stefano che è ancora al circolo: «Allora bisogna andare a sistemare il centro benessere, che ci sta lo spumante in giro e tutto quanto e questa è già pronta che deve andare via… intanto leva quello lì… e giusto la bottiglia, il doppio calice. Butta tutto. Fra quanto lo posso mandare giù quello della sicurezza?». Poi richiama Anemone: «È andato via. È rimasto più che contento, contentissimo».

Alle 23.49 è Stefano a contattarlo.

Stefano: «Oh… un’altra cosa. Io ho cercato tracce di preservativi… ma non l’ho visti…».

Rossetti: «Ma sai dove ha fatto il massaggio?… L’ha fatto alla prima sala a destra dello Scen Tao… capito?… Come esci dal centro estetico… prima sala a destra… ».

Stefano: «Okay, oramai io sono fuori ».

Rossetti: «Va beh… non fa niente dai, ho dato tutto alla sicurezza».

Stefano: «Quindi al limite se ci vuoi fare te un sopralluogo… però io ho cercato, niente. Ma lei che ti ha detto?… E dove li ha messi?».

Rossetti: «Eh… che ne so!».”

Ecco ed è qui il punto, nei preservativi scomparsi.

Se volessimo scherzare su questo punto potremmo chiederci:

E’ possibile che il capo della protezione civile sia stato con una prostituta senza protezione ?

E se diamo per scontato che si sia protetto (se no che capo della protezione civile sarebbe) perchè non furono trovati nell’immediatezza dell’evento i preservativi fumanti ?

Dovremo attendere che la mamma di Monica tiri fuori il vestito con le macchie da cui ricavare il DNA, come nel caso di quell’altra universalmente nota Monica ?

Se poi invece non vogliamo scherzare possiamo affermare che le intercettazioni di cui sopra indicano ciò che già emerge anche da altre intercettazioni, la volontà di compiacere chi sta più su da parte di un gruppo di lestofanti, ma non provano ancora che chi stà più su abbia accettato “con grato animo” l’offerta.

Così, tanto per essere precisi.

Alla prossima, che se vi applicate magari ci riuscite.

Caso Valderice, potevamo restarne fuori ?

Su La Sicilia.it c’è una anticipazione sull’operazione che ha portato all’arresto di 9 persone, tra le quali il vice sindaco di Valderice, Francesco Maggio, e al sequestro di 8 società per un valore complessivo di circa 30 milioni di euro.

Ricordando a me stesso, prima ancora che a chi legge, che Valderice è andata al rinnovo dell’amministrazione locale, come Castellammare del Golfo, nello scorso giugno,  che “sponsor” di entrambe le sindacature è stato il medesimo “politico nazionale“, e che di Tommaso Coppola ci eravamo occupati qui , nel rinviarvi a “La Sicilia. it” per l’intero articolo e ad acquistare domani “La Sicilia” per gli approfondimenti, vi ripropongo a titolo di anticipazione, la conclusione del pezzo:

L’imprenditore Tommaso Coppola, già condannato per mafia, tramite il suo referente locale inviava dal carcere “sollecitazioni” nei confronti di un esponente politico nazionale di Trapani. Le richieste di Coppola riguardavano, in particolare, la gestione della Calcestruzzi ericina, sequestrata al boss Vincenzo Virga.

L’imprenditore chiedeva al politico di intervenire sul prefetto di Trapani affinchè sollecitasse gli amministratori giudiziari a garantire la prosecuzione della fornitura di materiali all’azienda confiscata. Dalle intercettazioni emerge che era stata data assicurazione da parte del politico nazionale che sarebbe intervenuto sul Prefetto pro tempore, per la fornitura relativa ai lavori del porto di Castellammare del Golfo, secondo le richieste di Coppola.

Aggiornamento (1)

Il Messaggero.it sull’argomento aggiunge nuovi elementi vi ripropongo le parti più interessanti:

Boss in carcere chiede intervento politici. L’imprenditore Tommaso Coppola, ritenuto vicino al capomafia latitante Matteo Messina Denaro, avrebbe ordinato dal carcere le variazioni di intestazione dei beni per evitarne il sequestro e avrebbe indicato i politici da contattare per ottenere «favori». Gli investigatori hanno accertato che Coppola, con la complicità di consulenti, come Francesco Mineo (anche lui arrestato stamani), ha occultato i propri beni, tentando di condizionare settori politici e istituzionali, al livello locale, regionale e nazionale, su strategie imprenditoriali.

L’imprenditore chiedeva ai suoi complici di contattare il senatore del Pdl Antonio D’Alì, all’epoca sottosegretario all’Interno, per farlo intervenire in favore di un’impresa, oggi sequestrata. Dalle intercettazioni emerge che Coppola ordina al geometra Vito Virgilio e all’ex vice sindaco di Valderice, Camillo Iovino (ora sindaco), di contattare il senatore D’Alì «affinché perorassero la Siciliana inerti e bituminosi srl per una fornitura di inerti per i lavori del porto di Castellammare del Golfo». Proprio sulle forniture della Siciliana inerti bituminosi si apprende dalle intercettazioni che Coppola avrebbe sempre fatto riferimento, attraverso altre persone, all’ex sottosegretario all’Interno, per farlo intervenire anche sul prefetto di Trapani affinché un’azienda sequestrata alla mafia continuasse a servirsi del materiale fornito dalla società dell’imprenditore arrestato.

Inoltre avrebbe ordinato di contattare il responsabile della Comesi, l’impresa aggiudicataria per la realizzazione del porto di Castellammare del Golfo in merito a una commessa da realizzare.

per il resto leggete l’articolo su “Il Messaggero.it

Aggiornamento (2)

Su Articolo 21.info un lungo pezzo di Rino Giacalone, vi ripropongo la parte relativa al porto di Castellammare del Golfo:

Appalti per la Litoranea di Trapani e il porto di Castellammare del Golfo e la Calcestruzzi Ericina.
Coppola è in carcere perchè ha fatto da «regista» all’aggiudicazione di una serie di appalti per conto di Cosa Nostra, si è anche occupato di una sorta di «tangentopoli», per ripagare funzionari pubblici che si prestavano ai suoi voleri, e il «regista» lo avrebbe fatto anche dopo il suo arresto del 2005 dal carcere, imponendo che le sue aziende ed i suoi mezzi continuassero a lavorare in importanti lavori pubblici, come quelli della «litoranea nord» di Trapani (e in questo caso l’escamotage era quello di applicare sui mezzi adesivi che ne attribuivano la proprietà ad altre imprese, pensava in questo modo che non venissero individuati come propri) o ancora che la sua società di produzione inerti anche con lui in manette continuasse a rifornire il cantiere dei lavori del porto di Castellammare del Golfo (appalto affidato alla ditta Comesi) e la Calcestruzzi Ericina, l’impresa confiscata che i mafiosi avevano cercato di far fallire e con la quale poi volevano fare affari almeno all’esito di questo nuovo capitolo di indagine: «Parla con Camillo e parla col senatore» era la frase che Coppola ripeteva per ogni questione al nipote Salvatore Fiordimondo ad ogni colloquio in carcere che a loro insaputa veniva video registrato dagli investigatori.

Le «sollecitazioni» che secondo “Masino” Coppola erano da rivolgere a un esponente politico nazionale, per il tramite di un suo referente locale, si dovevano muovere su un duplice binario: il primo consisteva nell’intervenire sul prefetto dell’epoca (Giovanni Finazzo) perché questi, rivolgendosi agli amministratori giudiziari della Calcestruzzi Ericina, doveva far si che proseguisse la fornitura di materiali all’azienda confiscata. Il secondo tentativo era finalizzato ad ottenere il rispetto di impegni precedentemente assunti per la fornitura dei materiali necessari per i lavori di ristrutturazione del porto di Castellammare del Golfo (materiali inerti per la produzione di calcestruzzo e pietrame). Le «intercettazioni» hanno svelato che a Coppola dai suoi congiunti è stata data assicurazione in merito all’intervento dell’indicato esponente politico nazionale, sia nei confronti del prefetto, sia per la fornitura relativa ai lavori del porto di Castellammare del Golfo: durante quel colloquio però Salvatore Fiordimondo faceva presente allo zio che «era il caso di attendere ancora che si fossero “calmate le acque” prima di intervenire». Nipote intraprendente, che fuori andava sostenendo che «lui con lo zio non c’entrava nulla» e che dalle società «Tommaso Coppola era stato estromesso». Solo che alcuni soci sono risultati economicamente «incapaci» ad acquistare quella «mole di quote».

il resto lo trovate qui

Aggiornamento (3)

Interessante la dichiarazione del Procuratore Aggiunto di Trapani Roberto Scarpinato rilasciata all’agenzia ASCA:

L’economia meridionale non e’ zavorrata, come molti pensano, dall’imposizione del pizzo ma da una classe dirigente che, invece di utilizzare i soldi pubblici per dare lavoro, li usa per attivita’ illecite.“.

Aggiornamento (4)

Assai completo l’articolo del “Il Sole24ore” di cui vi fornisco alcuni stralci:

Nessun nome è stato fatto in conferenza stampa oggi a Trapani, «posizioni da approfondire» ha detto il procuratore aggiunto Roberto Scarpinato, ma nell’ordinanza i nomi ci sono e sono quelli del senatore Antonio D’Alì, dell’odierno sindaco di Valderice Camillo Iovino (in manette è finito il suo vice Francesco Maggio che faceva da prestanome a Coppola) e del prefetto, oggi di Catania Giovanni Finazzo. C’è anche la testimonianza di un amministratore giudiziario della Calcestruzzi Ericina, Luigi Miserendino, convocato da Finazzo proprio per valutare se mantenere quella fornitura. I magistrati a proposito del prefetto però annotano che il suo non è stato «un intervento perentorio».

Coppola è riuscito a ottenere un finanziamento da oltre 2 milioni per un residence da ampliare, un altro finanziamento da oltre un milione lo stava ottenendo per fare costruire un nuovo residence. Il tutto veicolato da due patti territoriali. Anche in questo caso di mezzo c’era la politica, due amministratori, oggi non più in carica di Erice, l’ex sindaco Ignazio Sanges e l’ex suo vice sindaco l’avvocato Leonardo Mione. Al primo Coppola avrebbe chiesto di parlare con Silvio Cuffaro, fratello dell’allora Governatore Totò Cuffaro. Silvio Cuffaro, commercialista, era revisore dei conti al Comune di Erice. «Allo stato nessun politico è stato raggiunto da informazione di garanzia e non posso dire se ci sono indagini o meno» ha detto ancora Scarpinato.

Tra gli episodi particolari quello per la costruzione (20 milioni di euro) del nuovo porto di Castellammare del Golfo. Anche lì Coppola voleva fare assicurarsi le forniture di calcestruzzo.

L’intero articolo qui