Castellammare, affidiamoci a Magritte

Proviamoci con Magritte

Proviamoci con Magritte

In fondo, anche in questo caso è stato il “noir” ad ispirare l’opera.
Fu infatti un celebre racconto “noir” di Anne Radcliffe, scrittrice attratta dal soprannaturale, amante di rovine e fantasmi, ad ispirare il titolo del dipinto.
E non sono forse le rovine esse stesse della medesima natura dell’incompiuto, di quell’eterno incompiuto che è il porto di Castellammare ?
Ed ancora non è forse anche qui il pensiero corrente rappresentato dal castello, fondato (la roccia) sulll’infondabile (il cielo) quale metafora delle scelte compiute, in nome della cultura corrente, in questo mare dalla grande onda in movimento, cangiante, fluida, e metafora di un continuo divenire non risolto ?
E poi tutto l’insieme, bloccato in una sorta di istantanea di una realtà tanto immobile quanto irreale, ditemi, se non è il ritratto di Castellammare e dei suoi abitanti.
Si. Si può fare !

Le chateau des Pyrénées (Il castello dei Pirenei)
René Magritte – Olio su tela del 1961 (200,3 x 145 cm) -Israel Museum di Gerusalemme

Committente dell’opera fu il celebre avvocato internazionale newyorchese Harry Torczyner, colto amatore d’arte, che fu per dieci anni un amico sincero e costante per l’artista, al quale richiese, appunto, nell’ottobre 1957 un suo dipinto per nascondere nel proprio ufficio un angolo. Scartata l’idea del ritratto della moglie, Torczyner scelse uno dei tre schizzi inviatigli dal pittore, quello con un castello di pietra su una pietra nella notte, aggiungendo che le proprie preferenze sarebbero andate al vederlo aleggiare al di sopra di un mare tempestoso, cupo come il Mare del Nord della propria gioventù, ma in un cielo chiaro come il cielo de ‘L’impero delle luci’, perché dal cupo oceano sorgesse la roccia come speranza coronata dal castello.

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Porto di Castellammare del Golfo, notizie brutte … ma veramente brutte

Su La Sicilia di ieri 8 gennaio 2011 a pagina 31, Rino Giacalone fa il punto sulle indagini relative all’uso di cemento depotenziato nella realizzazione dei lavori di ampliamento e messa in sicurezza del porto di Castellammare del Golfo.
“Oggi dice – il giornalista – c’è di nuovo che il cemento depotenziato non sarebbe stato usato solo per la costruzione dei massi frangiflutti, ma anche nella realizzazione delle banchine.”:

Castellammare. L’indagine sul cemento depotenziato usato per i lavori di trasformazione dell’approdo «Il porto non è in sicurezza»

Sabato 08 Gennaio 2011

Castellammare. Si allarga l’inchiesta sul probabile uso di cemento depotenziato per il nuovo porto di Castellammare del Golfo. E si affaccia sempre più prepotentemente l’ombra della mafia su questi stessi lavori. L’indagine, condotta dalla Finanza e coordinata dalla Procura di Trapani, è datata e portò al sequestro di parte del cantiere. Oggi c’è di nuovo che il cemento depotenziato non sarebbe stato usato solo per la costruzione dei massi frangiflutti, ma anche nella realizzazione delle banchine. Questo sarebbe il risultato dei carotaggi fatti eseguire dalla magistratura, apposta per valutare se si tratta davvero di «cemento depotenziato». E le conferme in questo senso sarebbero arrivate, e non solo per i massi: sembra, che siano stati trovati cubi di cemento composti «a regola d’arte» e che sarebbero serviti all’epoca dei collaudi, per dimostrare che tutto era a posto. E invece non sarebbe proprio così.
L’ipotesi di accusa per gli indagati, titolari delle società appaltatrici, tecnici, è quello di frode nelle pubbliche forniture. L’appalto ammonta a 40 milioni di euro.

A coordinare l’indagine è il pm Anna Trinchillo, ma di porto di Castellammare del Golfo si parla anche nell’indagine antimafia «Cosa Nostra resort», oggi a dibattimento (pm Andrea Tarondo) e nella quale maggiore imputato è l’imprenditore valdericino Tommaso Coppola. Questi durante il dibattimento ha detto che prima del suo arresto, nel novembre 2005, l’imprenditore Ciccio Pace, arrestato con lui, e condannato per essere il «padrino» della mafia trapanese, gli offrì la possibilità di fare forniture per i lavori al porto di Castellammare che all’epoca non erano stati ancora nè banditi nè aggiudicati, ma la «mafia» già era capace ad interessarsene.

Mesi dopo l’appalto fu aggiudicato ad una associazione di imprese costituita dal «Consorzio Veneto Cooperativo» (Co.Ve. Co), di Marghera, dalla Cogem di Alcamo e dalla «Co.Me. Si.» di Palermo. Ancora Coppola durante il processo ebbe a dire di essere stato avvicinato da un tecnico della Comesi, che all’epoca si occupava di lavori pubblici nel centro storico di Trapani, e questi gli disse che già sapeva che lui, Coppola, avrebbe fatto le forniture per i lavori a Castellammare.
Degli stessi lavori ha parlato anche un pentito, l’ex braccio destro dei mafiosi Lo Piccolo di Palermo, Gaspare Pulizzi; ha svelato che la cosca di Alcamo per conto di Matteo Messina Denaro si mosse per far si che le forniture di cemento sarebbero dovute arrivare dall’impresa D’Arrigo di Partinico. All’epoca i mafiosi avrebbero anche parlato del condizionamento dei lavori di recupero della Chiesa dei Gesuiti di Alcamo, condotti dall’impresa Millennium di Monreale.
C’è anche il capitolo «politico». Dal carcere Coppola avrebbe cercato la «politica» per farsi confermare le forniture «promesse» dal capo mafia Ciccio Pace.
R. G.

da “La Sicilia

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