Gli intrappolati, il cortocircuito dell’identificazione tra CIE e carcere

L’Italia degli assurdi, della crudeltà e degli sprechi.

Il 60% degli “ospiti” dei Centri di Identificazione ed Espulsione proviene dal carcere e sconta in pratica una pena supplementare che può arrivare fino a 18 mesi, perché l’identificazione di un clandestino finito in carcere comincia solo alla fine della pena, quando è trasferito in un CIE.
Per svuotare i CIE basterebbe applicare una direttiva interministeriale rimasta lettera morta dal 2007, a causa del conflitto tra la polizia penitenziaria e quella ordinaria che ha garantito di fatto il mantenimento dei centri.
Sempre più inutili, costosi e invivibili, i 13 CIE italiani sono spartiti principalmente fra tre grandi gruppi: Croce Rossa, L’Oasi di Siracusa, una grande cooperativa e Connecting People, un consorzio di cooperative di Trapani. A loro è destinata una spesa di 103 milioni di euro nel 2011, 174 nel 2012 e 216 nel 2013.

In tempi di spending review il Governo Monti potrebbe quindi facilmente evitare queste spese. Ma piuttosto che applicare la direttiva Amato-Mastella il Governo ha deciso di privilegiare le ditte che hanno abbassato la retta quotidiana destinata ai reclusi di questi centri portandola da una cifra media di 45 a 30 euro al giorno. Attraverso questa asta al ribasso, ad esempio, la cooperativa L’Oasi si è aggiudicata la gestione dei Cie di Bologna e di Modena per soli 28 euro al giorno a recluso.

Su questo tema Emma Bonino e i Radicali hanno presentato in un recente convegno al Senato, cui hanno partecipato anche il Ministero dell’Interno Anna Maria Cancellieri e il Ministro dell’integrazione Andrea Riccardi, una semplice proposta: l’applicazione della normativa che esiste già dal 2007, ottenendo per ora la formazione di un gruppo di lavoro apposito convocato dal Ministero dell’Interno sulla riforma dei CIE.

Vi proponiamo l’inchiesta audio-video “Gli intrappolati – Il cortocircuito dell’identificazione tra CIE e carcere”, realizzata da Antonio Mangano per FaiNotizia.it con interviste a Giuliano Amato – ex Presidente del Consiglio, Marcella Lucidi – Avvocato, sottosegretario del Governo Prodi, Simona Moscarelli – Avvocato, OIM, Francesca De Masi – Responsabile sportello contro la tratta CIE di Ponte Galeria e Jean Leonard Touadi – deputato PD.

Diocesi di Trapani, Immobiliare SPA

L’articolo di ieri di Rino Giacalone su “La Sicilia” e l’intervista al Vescovo di Trapani Monsignore Francesco Miccichè con i richiami a traffici poco chiari dell’ex arciprete di Alcamo, in relazione alla vendita di alcuni beni della Chiesa, non poteva non riportare alla nostra mente i casi di cessioni immobiliari di beni della Chiesa definibili quantomeno “azzardate”.
In particolare un bene di un qualche rilievo (terreno con progetto approvato) è citato nella recente ordinanza di sequestro dei beni dell’ex deputato regionale Pino Giammarinaro e fu ceduto dall’allora parroco della chiesa di San Giuseppe di Castellammare del Golfo, e nella vicina Calatafimi il farsi “lottizzatori” di parte del clero locale ha portato alla rimozione e trasferimento in altra sede di tutto o in parte il clero locale. Per non citare poi i casi di abusivismo edilizio in cui sono incorsi in anni recenti sempre nel nostro territorio, parroci e gestori di strutture religiose.

Vuoi vedere che la Chiesa trapanese ha cambiato ragione sociale ?

Il vescovo: «Ho scoperto gravi illeciti

«Mi sono io rivolto alla magistratura». Il vescovo mons. Francesco Miccichè parla “carte alla mano”. La chiesa trapanese è sotto choc ma lui esterna serenità dopo la decisione arrivata dal Vaticano del «visitatore apostolico», in termini ecclesiastici, una sorta di “ispettore” in termini laici, che dovrà andare a guardare fin dentro le cose più segrete della Diocesi trapanese.
Il vescovo ieri ha portate alcuni incartamenti al magistrato al pm Paolo Di Sciuva che si sta occupando del caso. Ma appunto, quale è intanto il caso aperto? C’è una indagine sulla fusione di due fondazioni, “Campanile” e “Auxilium”, operazione che avrebbe lasciato un buco da un milione di euro? O l’indagine è su altro? Il vescovo Miccichè riosponde: «Io – dice – ho scoperto gravi illeciti amministrativi che mi hanno portato a sospendere a divinis un presbitero (il sacerdote Ninni Treppiedi ndr), mi sono io rivolto alla magistratura, sono stato io a presentare querela per gravi fatti amministrativi». Fatti che non riguardano la fusione delle fondazioni.
Ieri pomeriggio il vescovo Miccichè è stato convocato in Procura come persona informata dei fatti, è stato sentito sulle querele da lui presentate. Giorni addietro in Procura è stato sentito anche l’ex prete Treppiedi. Dagli uffici inquirenti trapela poco, una indagine sulla fusione delle fondazioni però din sicuro non c’è, semmai una attività di “verifica” si, su quello che è successo nella fase di fusione, se davvero sono stati commessi reati (se ne occupa la sezione di pg della Finanza), di indagine si può parlare invece per le “carte” che mons. Miccichè ha portato già ancora prima di ieri in Procura.
Ma che “carte” sono? Ieri mattina alcune mons. Miccichè le teneva sul suo tavolo. «Autorizzazioni – spiega – a stipulare rogiti notarili di vendita dove la mia firma apposta in calce è stata scannerizzata da altri documenti». Accanco alla firma del vescovo quella dell’allora direttore amministrativo della Diocesi, don Ninni Treppiedi. Lei non sapeva nulla di tutto questo? «Assolutamente no».
Qualche rogito è stato già annullato, come quello della vendita della piccola chiesa che si trova nel centro storico, Maria Santissima di Custonaci, diventata atelier di pittura, e che quando il vescovo andò a inaugurare non sapeva che i locali erano diventati luogo per esposizione di quadri.
Ma le ricerche fatte agli atti della Diocesi e presso le chiese dove padre Treppiedi ha servito messa a sentire il vescovo hanno fatto scoprire anche altro. «Assegni movimentati in banca di rilevanti importi – dice – intestati alle chiese che finivano col diventare assegni circolari direttamente intestati al sacerdote, auto di lusso comprata e rivenduta». Qualcuna sarebbe finita in Vaticano a disposizione di alti prelati. E a proposito di soldi è saltato fuori anche un conto tenuto dall’ex sacerdote presso lo Ior di Roma. Tra i documenti una nomina presso un Ipab di Alcamo, che però il vescovo Miccichè non sapeva di avere fatto.
E il milione che manca a proposito della fusione delle due fondazioni? «Sono soldi depositati su un conto della Curia, non sono spariti», dice il vescovo.”

Porto di Castellammare del Golfo, notizie brutte … ma veramente brutte

Su La Sicilia di ieri 8 gennaio 2011 a pagina 31, Rino Giacalone fa il punto sulle indagini relative all’uso di cemento depotenziato nella realizzazione dei lavori di ampliamento e messa in sicurezza del porto di Castellammare del Golfo.
“Oggi dice – il giornalista – c’è di nuovo che il cemento depotenziato non sarebbe stato usato solo per la costruzione dei massi frangiflutti, ma anche nella realizzazione delle banchine.”:

Castellammare. L’indagine sul cemento depotenziato usato per i lavori di trasformazione dell’approdo «Il porto non è in sicurezza»

Sabato 08 Gennaio 2011

Castellammare. Si allarga l’inchiesta sul probabile uso di cemento depotenziato per il nuovo porto di Castellammare del Golfo. E si affaccia sempre più prepotentemente l’ombra della mafia su questi stessi lavori. L’indagine, condotta dalla Finanza e coordinata dalla Procura di Trapani, è datata e portò al sequestro di parte del cantiere. Oggi c’è di nuovo che il cemento depotenziato non sarebbe stato usato solo per la costruzione dei massi frangiflutti, ma anche nella realizzazione delle banchine. Questo sarebbe il risultato dei carotaggi fatti eseguire dalla magistratura, apposta per valutare se si tratta davvero di «cemento depotenziato». E le conferme in questo senso sarebbero arrivate, e non solo per i massi: sembra, che siano stati trovati cubi di cemento composti «a regola d’arte» e che sarebbero serviti all’epoca dei collaudi, per dimostrare che tutto era a posto. E invece non sarebbe proprio così.
L’ipotesi di accusa per gli indagati, titolari delle società appaltatrici, tecnici, è quello di frode nelle pubbliche forniture. L’appalto ammonta a 40 milioni di euro.

A coordinare l’indagine è il pm Anna Trinchillo, ma di porto di Castellammare del Golfo si parla anche nell’indagine antimafia «Cosa Nostra resort», oggi a dibattimento (pm Andrea Tarondo) e nella quale maggiore imputato è l’imprenditore valdericino Tommaso Coppola. Questi durante il dibattimento ha detto che prima del suo arresto, nel novembre 2005, l’imprenditore Ciccio Pace, arrestato con lui, e condannato per essere il «padrino» della mafia trapanese, gli offrì la possibilità di fare forniture per i lavori al porto di Castellammare che all’epoca non erano stati ancora nè banditi nè aggiudicati, ma la «mafia» già era capace ad interessarsene.

Mesi dopo l’appalto fu aggiudicato ad una associazione di imprese costituita dal «Consorzio Veneto Cooperativo» (Co.Ve. Co), di Marghera, dalla Cogem di Alcamo e dalla «Co.Me. Si.» di Palermo. Ancora Coppola durante il processo ebbe a dire di essere stato avvicinato da un tecnico della Comesi, che all’epoca si occupava di lavori pubblici nel centro storico di Trapani, e questi gli disse che già sapeva che lui, Coppola, avrebbe fatto le forniture per i lavori a Castellammare.
Degli stessi lavori ha parlato anche un pentito, l’ex braccio destro dei mafiosi Lo Piccolo di Palermo, Gaspare Pulizzi; ha svelato che la cosca di Alcamo per conto di Matteo Messina Denaro si mosse per far si che le forniture di cemento sarebbero dovute arrivare dall’impresa D’Arrigo di Partinico. All’epoca i mafiosi avrebbero anche parlato del condizionamento dei lavori di recupero della Chiesa dei Gesuiti di Alcamo, condotti dall’impresa Millennium di Monreale.
C’è anche il capitolo «politico». Dal carcere Coppola avrebbe cercato la «politica» per farsi confermare le forniture «promesse» dal capo mafia Ciccio Pace.
R. G.

da “La Sicilia

Per ulteriori informazioni sul porto di Castellammare del Golfo e sulle vicende relative ai lavori di costruzione, cliccate qui, qui, qui, qui, qui, qui, ed anche qui

Poi parlò Regina

Francesca «un’onesta professionista». Il Salaria Sport Village «un club per fare sport e fare feste non ‘ripassatine». Lei «solo una persona che gestisce modelle e hostess». A parlare è Regina Profeta, ex soubrette brasiliana con un passato di apparizioni tv e ora responsabile dell’eventistica danzante del club romano, collega e amica di Francesca, la massaggiatrice del club romano nota perchè in un’intercettazione Guido Bertolaso associa ad «una ripassatina». «Lasciatela stare -dice Regina, 46 anni- è ricoverata da 15 giorni in un ospedale romano e forse dovrà essere operata». Per Regina Bertolaso è una vittima come Marrazzo. L’ex soubrette difende la massaggiatrice del Salaria Sport Village. «Ha già i suoi problemi di salute – dice – Francesca è una professionista, fa la massaggiatrice, la fisioterapista e la estetista. Si guadagna da vivere onestamente». «Non è una donna vistosa, ha 40 anni, di media statura, con i capelli rossicci. È una donna normale», aggiunge. Regina compare nelle intercettazioni allegate all’ordinanza del gip di Firenze Rosario Lupo indicata come la donna che avrebbe fatto da tramite tra Monica, probabilmente una prostituta, e Bertolaso. Da alcune conversazioni intercettate, il gestore del Village, Simome Rossetti, su richiesta di Diego Anemone, imprenditore romano arrestato e proprietario del club, «la sera del 14 dicembre 2008 farà giungere presso il Salaria Sport Village (nell’occasione chiuso al pubblico) una donna di nazionalità brasiliana, di nome Monica (con ogni verosimiglianza una prostituta, gestita da tale Regina), che intratterrà il Bertolaso». Amica di gente dello spettacolo, «ho lavorato venti anni alla Rai», ma anche di politici, è stata candidata nel 2001 al XVI municipio di Roma per la Margherita e anche nella Civica per Roma con Rutelli alle comunali del 1997, Regina ora lavora per il club romano. Difende la collega Francesca ma anche Guido Bertolaso che però dice di non conoscere. «È tutta una montatura. Bertolaso è una vittima come Piero Marrazzo, in Italia vi piace fare solo gossip -spiega- si rovina la vita della gente inventando le cose». Poi però difende anche se stessa. «Io ho molti contatti e procuro modelle brasiliane per le serate del venerdì al Salaria Sport Village e in estate per eventi di moda ma non si tratta di prostitute bensì di professioniste oneste», precisa. «Io sono sicuramente la Regina citata nelle intercettazioni ma non procuro prostitute a nessuno. Quelle frasi sono state fraintese, io sono una persona onesta», aggiunge. «Ogni venerdì organizzo feste nel club con brasiliane e cubane, modelle oneste -spiega- Sfilate a bordo piscina riservate a soci e a esterni». Se gli si chiede però se alle feste vengono vip o politici Regina replica secca: «dovete chiedere al responsabile del club». «Lì dentro però non ho mai visto cose strane, qui vengono anche famiglie -aggiunge- certo facciamo feste megagalattiche con 500 persone che ballano la salsa, all’una poi c’è l’animazione. Il mio nome è uscito solo perchè io chiamo le ragazze, ma ripeto sono modelle e hostess. Niente di più».

da Leggonline.it

Breve considerazione personale, ma chiedere a Regina Profeta chi fosse Monica, chi fosse Francesca ed eventuali riscontri, prima di emanare l’ordinanza nella quale si definisce lei una “tale Regina“, la Monica  “con ogni verosimiglianza una prostituta”, e si da ad intendere che anche Francesca non sia una massagiatrice, ma una prostituta, non era proprio possibile ?

Bertolaso tutto qui ? Cose che solo in Italia

Mi ero ripromesso di non parlare di questa vicenda che riempie le prime pagine dei giornali degli ultimi giorni e che annovera, tra i personaggi di spicco coinvolti, il capo della Protezione Civile Guido Bertolaso, accusato di corruzione.

Leggendo, rileggendo e confrontando sono andato alla ricerca di quegli indizi e/o prove di colpevolezza che il mio senso comune di cittadino qualsiasi, (per niente soddisfatto dell’andazzo delle cose correnti e perennemente indignato per il cinismo e la volgarità imperante), mi fanno ritenere imprescindibili per l’avvio di ogni e qualsiasi azione giudiziaria che possa determinare anche solo il minimo sospetto sull’onorabilità di un qualsiasi cittadino di una stato democratico.

Ebbene non disponendo io dell’ordinanza a cui hanno potuto attingere i giornalisti che ne hanno parlato e commentato, mi sono valso della consultazione delle cronache che le diverse testate ne hanno fatto. Delle due l’una: o sono troppi i giornalisti che dovrebbero tornare a scuola, in quanto non in grado di separare la chiacchera dagli elementi rilevanti dell’inchiesta, o questi elementi rilevanti, e sia chiaro solo relativamente a Guido Bertolaso, nell’ordinanza proprio non ci stanno.

Della presunta corruzione, non un solo elemento di prova sembra sia contenuto nell’ordinanza, la quale si limita a tracciare solo uno scenario possibile.

Scrive il giudice: «Dalle operazioni di monitoraggio telefonico è emerso che Guido Bertolaso risulta essersi incontrato assai frequentemente con Diego Anemone e almeno uno di questi incontri è stato preceduto da frenetici dialoghi telefonici dell’Anemone tesi, con ogni evidenza, al rapido procacciamento di una consistente somma di denaro.

Inoltre Anemone in varie occasioni si è premurato di informare preventivamente di questi incontri Angelo Balducci e Mauro Della Giovampaola contattandoli al termine degli incontri medesimi per riferirne cripticamente l’esito a conferma della loro attinenza con le cointeressenze di natura illecita che il gruppo Anemone coltiva con i pubblici ufficiali.

L’episodio cui si fa riferimento risale al 21 settembre 2008, alle 10.30 Anemone deve incontrare Bertolaso. Un’ora prima telefona a don Evaldo, sacerdote per conto del quale sta eseguendo lavori edili.

Anemone: Senti don Eva’, scusa se ti scoccio… stamattina devo vedere una persona verso le 10.30-11.00, tu come stai messo?
Don Evaldo: Di soldi? Qui ad Albano ce n’ho 10 soltanto. Giù a Roma potrei darteli… Debbo poi portarli in Africa… mercoledì vediamo un po’…

Secondo gli inquirenti “i due si accordano per l’indomani”.

Anemone: Eh ma oggi non ce la facciamo eh? Domani… domani. mattina faccio un salto caso mai.

In una telefonata di due giorni dopo, sottolinea il giudice, “Anemone sembra quantificare in 50.000 euro la somma di denaro richiesta e ottenuta da don Evaldo”.

Questo episodio così viene commentato nell’ordinanza: “Guido Bertolaso intrattiene rapporti diretti con l’imprenditore Diego Anemone con il quale spesso si incontra di persona. In previsione di taluni incontri Anemone si è attivato alla ricerca di denaro contante, tanto che gli investigatori ritengono abbia una certa fondatezza ritenere che detti incontri siano stati finalizzati alla consegna di somme di denaro a Bertolaso”.

Gli investigatori ritengono abbia una certa fondatezza ?

Il sospetto è ancora solo un sospetto ed i fatti sono tutti da accertare ma si ritiene di aprire comunque un procedimento giudiziario in presenza di una pura e semplce, al momento, elucubrazione mentale. Ma dico, siamo matti !

Le parole dei giudici infatti delineano in assenza di riscontri fattuali solo un quadro di sospetti e tali restano in assenza di dati numeri, circostanze documentate. Restano parole, affermazioni pesanti quanto vuote di riscontri che non dimostrino alcunchè e tanto meno un qualsiasi ruolo da corrotto dello stesso Guido Bertolaso.

Altro è il discorso sulle eventuali responsabilità politiche del Bertolaso e sui doverosi controlli e provvedimenti che deve predisporre chi sta in alto nella scala gerarchica a garanzia della correttezza dei suoi sottoposti e per i quali nel caso di quanto emerge già nell’ordinanza non può esimersi dal pagare politicamente.

Per questa responsabilità politica, e non per essere indagato in questo modo, Guido Bertolaso aveva fatto bene a presentare doverose dimissioni.

E’ stato un errore imperdonabile l’averle ritirate.

Come si è detto sono le intercettazioni telefoniche a rivelare come Anemone si preoccupasse di compiacere Bertolaso anche nei momenti liberi.
Il tenore dei dialoghi intercettati induce il giudice a ritenere che Bertolaso abbia usufruito presso il centro, all’uopo chiuso al pubblico, di prestazioni di natura sessuale e che a tale specifico fine il Rossetti abbia ingaggiato una donna che si è intrattenuta con Bertolaso.

In particolare nel documento viene citato un episodio che risale al 14 dicembre 2008 quando “viene fatta giungere una donna di nazionalità brasiliana, di nome Monica (con ogni verosimiglianza una prostituta gestita da tale Regina), che intratterrà Bertolaso”.

Ma mancano i riscontri relativamente all’incontro della donna con il Bertolaso.

E poi si sottolinea come il capo della Protezione civile “si è recato più volte presso il centro usufruendo delle prestazioni di tale Francesca” almeno dodici volte tra il 2008 e il 2009, che sono state annotate nelle loro informative dai carabinieri del Ros.

Ma sulla “tale Francesca” niente sappiamo dagli atti dell’inchiesta.

Stralci dell’inchiesta:

È il 21 novembre 2008.
Bertolaso: sono Guido buongiorno
Rossetti: buongiorno, tutto bene?
Bertolaso: Sono atterrato in questo istante dagli Stati Uniti… se oggi pomeriggio Francesca potesse… io verrei volentieri… una ripassata.

Sei mesi dopo, l’11 marzo 2009, Bertolaso chiama Rossetti e lo avverte che «stanno venendo i miei due ragazzi che avevano una cosa per Francesca che gli dovevo mandare da tanto tempo».

Il 21 settembre 2008, annota il gip nella sua ordinanza, “l’Anemone, unitamente al Rossetti (Simone Rossetti, indagato, gestore del Salaria sport village – ndr)”, si attiva per organizzare la “cosa megagalattica”.

Rossetti: …capo
Anemone: …eccomi R.:…allora domenica prossima alle 8
A.: …di quello che parlavamo prima…?
R.: … si si… cosa megagalattica
A.: …ma li da voi?
R.: …chiudo il circolo due ore prima…festa al Centro Benessere
A.: …benissimo okay
R.: … (inc)… con lui
A.: …eh?
R.: …tre persone con lui (…)
A.: …grazie… quindi l’ora a che ora è?
R.:…io direi per le 8 così ci organizziamo.. un po’ di frutta prima… champagne… frutta … un po’ di colori fuori… cose

Il 23 settembre altra conversazione intercettata tra i due.

Anemone: …2 cose… la prima al 99% domenica va bene
Rossetti: …okay… perfetto
A.: …me lo conferma sabato… però m’ha detto che al 99%… si
R.: … okay… sicuramente ci costerà qualche soldino
A.: non mi frega un c. Simò
R.: …no, no, io ’ste cose A.:…sì, sì, però mi raccomando…la riservatezza tua e basta…Simò
R.: … ah…Diè…tranquillo proprio…

I due parlano ancora della festa il 25 settembre.

Rossetti: …senti quante situazioni devo creare?…una…due
Anemone: ….io penso due… lui si diverte… due
R.: …tre?…che ne so!
A.: …eh la Madonna!
R.: …(ride) va bene… a posto
A.: …di qualità!
R.: …assolutamente

Bertolaso, in una telefonata ad Anemone del 27 settembre, spiega però di non poter essere a Roma la sera dopo, domenica.

Anemone: …quindi non ci sei domani sera
Bertolaso: …no domani sera… ahimè non ci sono
A.: … ho capito…
B.: …però conto che l’offerta possa essere ripetuta ovviamente in un’altra occasione (…)
A.: …come no! come no!…grazie…ci sentiamo in settimana.

Raffaele Lombardo aveva esagerato

Un articolo a firma di Emanuele Lauria su la Repubblica di oggi, ci informa che a seguito dell’apertura di un’inchiesta della Procura regionale della Corte dei conti sulle spese sostenute dalla Regione Sicilia lo scorso Natale (2008) per i regali a deputati, dirigenti regionali e giornalisti, lo stesso Raffaele Lombardo ha deciso di rimborsare la cifra illegittimamente spesa per l’acquisto dei cadeaux, circa 300 mila euro.

Nell’elenco dei doni natalizi figuravano 90 paia di gemelli con lo stemma dell’autonomia, omaggiati a deputati e assessori del costo di 358 euro a pezzo, 70 palmari Blackberry (390,83 euro più Iva) per i giornalisti, 39 cravatte e cinque sciarpe di seta per i dirigenti regionali (da 50 a 84 euro), ed ancora due teste in ceramica dei discendenti della famiglia reale Borbone (115 euro l´una), tre cupole sempre in ceramica (308 euro l’una), e ancora bottiglie di vino, cestini natalizi e confezioni di prodotti tipici.

Il consigliere della Corte dei conti Tommaso Brancato, aveva mosso due rilievi: l’incongruità della spesa, che in questi casi dovrebbe essere di «modica entità», e la violazione del concetto di rappresentanza.

L’attività di rappresentanza, in particolare, deve essere rivolta all’esterno dell’amministrazione. Che senso ha promuovere, con fondi pubblici, l’immagine della Regione nei confronti di organismi interni all’ente quali assessori e burocrati?

Brancato, dopo aver chiesto chiarimenti a Palazzo d’Orleans, ha portato avanti l’indagine fino alla soglia degli inviti a dedurre, che nella giustizia contabile equivalgono agli avvisi di garanzia.

Alla fine il governatore si è deciso a collaborare, dicendosi disponibile, in una missiva inviata alla Corte, a restituire le somme prelevate, per i regali dello scorso Natale, dai bilanci della presidenza della Regione.

Ora tocca alla Corte dei conti indicare quali, fra le spese affrontate, sono state illegittime. Complessivamente, secondo Palazzo d’Orleans, la cifra stanziata per i doni natalizi del 2008 è stata pari a 300 mila euro, ma il governatore potrebbe «cavarsela» con un assegno da qualche decina di migliaia di euro.

Un sacrificio personale che eviterà al presidente di finire al centro di un processo della magistratura contabile che non gioverebbe alla sua immagine.

La “figuraccia” comunque resta.

Camillo Iovino e Giacomo Scala, sindaci nella tempesta

A Valderice

il Sindaco Camillo Iovino (centrodestra) ha avuto notificato un avviso di garanzia per favoreggiamento a seguito delle indagini sulla inchiesta antimafia “Cosa Nostra Resort”.
Il Sindaco Camillo Iovino è indagato per favoreggiamento, con l’aggravante di avere favorito l’associazione mafiosa.
Iovino, che era stato ascoltato dopo l’operazione antimafia, nella quale venne arrestato e succesivamente scarcerato, il suo  vicesindaco Francesco Maggio, si era dichiarato estraneo a qualsiasi coinvolgimento, ma ora viene tirato dentro l’operazione che ha in Masino Coppola, imprenditore edile e del turismo, il principale indagato.

Ad Alcamo

il Sindaco Giacomo Scala (centrosinistra )ha avuto notificato un divieto di dimora per 15 giorni dal giudice per le indagini preliminari di Trapani, Massimo Corleo.
Il divieto di dimora avrebbe portato il Sindaco Scala a pernottare a Castellammare del Golfo.
Il grave provvedimento giudiziario è stato emesso a conclusione della indagine avviata dalla magistratura e relativa alla nomina di tre consulenti esterni al Comune.
Il provvedimento sarebbe limitato all’incidente probatorio che dovrà accertare le eventuali responsabilità nel contenzioso aperto tra il primo cittadino ed i consulenti che hanno poi lasciato il loro incarico. Scala sarebbe riunito con i suoi legali per verificare le carte e per comprendere il provvedimento del giudice per le indagini preliminari Massimo Corleo.
Giacomo Scala, 45 anni, dipendente dell’agenzia regionale del Lavoro, è al suo secondo mandato come primo cittadino alla guida di una giunta di centrosinistra eletta nel maggio del 2007.
Lo stesso sindaco, nei mesi scorsi, aveva ricevuto un avviso di garanzia per il reato di abuso d’ufficio.
Le nomine in discussione sono quelle di Antonio Fundarò, Liborio Ciacio e Giuseppe Pipitone.
Con lui è indagato anche il segretario comunale Cristoforo Recupati.