Gaspare Pinco castellammarese dimenticato

Nel post precedente avevo anticipato che sarei ritornato sulla figura di Gaspare Pinco. La statura del personaggio è stata tale che molto materiale è finito negli archivi di polizia e più volte risulta citato in studi e ricerche sia sull’antifascismo che, negli anni successivi alla liberazione, in relazione a vicende legate alle lotte bracciantili.

Di particolare interesse l’appassionato ritratto che ne fa l’avvocato Nino Marino nel suo “FAME DI TERRA E SETE DI LIBERTA’” (Trapani 2009), ritratto che occupa buona parte del quinto capitolo del volume e che di seguito vi ripropongo integralmente:

Da Tunisi a Ventotene

Era del 1910, di Castellammare del Golfo. Morì a Trapani, vittima di un incidente stradale nel 1978.
Conoscevo un po’ alla larga e comunque non molto direttamente Gaspare Pinco. Sapevo che era un comunista, e lo ritenevo un personaggio minore.
Frequentando anche da giovane le sedi del movimento, s’era tra la fine degli anni cinquanta ed i primi dei sessanta, lo vedevo mi pare all’I.N.C.A., l’Ente di
assistenza della CGIL.
Quando entrai nei Partito, di lui non c’era traccia.
Qualche cosa, di straforo, diceva suo figlio, Carlo Marx appunto. Ma presi quel nome come un omaggio al mito.
Nulla di più. Romanticismo un po’ naif, mi pareva.
Ed invece, non lo sapevo, Gaspare Pinco era un desaparecido. Una vita eroica.
Fu raccogliendo carte per scrivere questo racconto, che ritrovai il manoscritto di Filippo Cilluffo che ho citato.
E lessi che:

nella provincia di Trapani la geografia della lotta ha i suoi centri più vivi a Castelvetrano, a Mazara, a Salemi e
sul Belice; i suoi protagonisti sono da un lato i vari Gaspare Pinco o Ignazio Adamo…

Beh, mi dissi, se un fine e colto intellettuale come Filippo Cilluffo fra i tanti cita solo Pinco, ed assieme ad Ignazio Adamo che, vedremo, fu una figura molto
importante, Pinco qualche cosa di serio sicuramente fece.
E andai dal figlio. Che mi narrò la storia e mi confessò, maledetto lui!, che aveva perso gran parte dell’archivio del padre.
Il quale, ve la dico subito, era stato clandestino a Tunisi, confinato a Ventotene, espatriato a Marsiglia, staffetta in Spagna, la tortura nelle galere tunisine gli rovinò per sempre un’anca.
Fu riconosciuto come “perseguitato politico” e ne ebbe la pensione.
e la racconto con le parole di Carlo Marx.
Gaspare Pinco veniva da una famiglia socialista e fu educato sin da ragazzino alla libertà ed a ribellarsi al sopruso. Ad indignarsi. Che è verbo nobile.
Oltre il padre, ad educarlo a questi valori fu un certo Peppino Stabile, uno dei primi comunisti castellammaresi.
Gaspare Pinco si iscrisse al Partito Comunista e ne costruì e sostenne la rete organizzativa durante la clandestinità.
Per fare le riunioni giravano in lungo per arrivare a qualche casolare di campagna. Una volta dovette seguire un compagno perché il luogo del convegno gli era sconosciuto. Arrivati ed entrati che furono, trovò un tizio con il fez in testa. Si sentì tradito e perduto in quella trappola. Se avesse avuto una pistola gli avrebbe sparato.
Ma il compagno che aveva organizzato la riunione lo tranquillizzò subito: “è un trucco per eludere la polizia, il compagno viene da fuori e in qualche modo per non fare insospettire s’è travestito da fascista…
Naturalmente la Polizia prima o poi lo individuò come comunista e, quando la stretta si fece più forte e capì che sarebbe stato arrestato, Pinco espatriò in
Tunisia, dove operava un centro dell’emigrazione politica clandestina.
Vi trovò, fra gli altri, Pietro Bongiovanni che nell’immediato dopoguerra, sarà il primo Segretario della ricostituita Federazione Comunista trapanese.
Lì c’era un gruppo importante dell’organizzazione del Partito Comunista all’estero: il Centro clandestino vi inviò a dirigerlo di volta in volta Velio Spano, Ambrogio Donini e Giorgio Amendola. Dirigenti stabili ne furono Loris Gallico e Maurizio Valenzi, quello che nel 1975 sarà il primo Sindaco comunista di Napoli.
Oltre a dirigere gli emigrati comunisti italiani ed alla fondazione de “Il Giornale” (ma guarda un po’!) e de “L’Italiano”, pubblicati sotto la copertura della “Lega italiana dei diritti dell’uomo”, lavorarono anche alla costruzione del Partito Comunista tunisino.
Non era cosa da poco, se un Tribunale tunisino/francese condannò a morte, per fortuna in contumacia, Velio Spano.
L’importanza del Centro estero tunisino fu nota anche ai fascisti: nel 1937 la sua sede, che agiva come il “Circolo Popolare Garibaldi” subì un assalto squadristico da parte di “cadetti e marinai fascisti” (c’era anche un’emigrazione legale) che uccisero il comunista Giuseppe Miceli.
A Tunisi Gaspare Pinco cominciò a fare “il rivoluzionario di professione”.
La cosa funzionò finché in Francia, della quale la Tunisia era colonia, ci fu un clima respirabile. Poi le cose si complicarono, e comunque sempre semiclandestini erano. Ad un certo punto fuggì dalla Tunisia. E si recò a Marsiglia.
Lì il Partito lo fece lavorare in un centro, semiclandestino anch’esso, che organizzava il valico in Spagna dei Volontari che arrivavano da tutto il mondo
per andare a combattere per la libertà e contro il fascismo.
I più arrivavano da tutto il mondo a Parigi, al Centro organizzato da Teresa Noce, la compagna di Luigi Longo, il Comandante Gallo, che invece era già in Spagna,
ricevevano un primo inquadramento logistico ed organizzativo e venivano mandati a Marsiglia.
Qui Pinco, assieme ad altri, li organizzava, li forniva del necessario, e li accompagnava in Spagna attraverso le clandestinità delle frontiere.
E come mai non ci restò in Spagna, Gaspare, a sparare ed a rischiare la pelle? Mi chiederete. Beh, una risposta ce l’avrei: per andare in Spagna ci voleva
coraggio, certo. Per organizzare in clandestinità quelli che ci andavano, oltre che il coraggio, occorrevano capacità e soprattutto affidabilità.
Fu Togliatti stesso, l’Alfredo inviato nel 1937 in Spagna dall’Internazionale Comunista come consigliere del Partito spagnolo, a sollecitare il rafforzamento
dell’invio dei Volontari per le Brigate Garibaldi.
Bene, per quel che ho capito, Gaspare Pinco fu un personaggio verso il quale i capi ebbero estrema fiducia.
Il centro comunista a Marsiglia subì poi l’intervento repressivo della Polizia francese. La “grande democrazia occidentale”, assieme all’Inghilterra, s’era dichiarata neutrale dinanzi alle prove generali del nazifascismo.
Speravano che, dopo la Spagna, toccasse all’URSS.
Gaspare Pinco fu condannato ed espulso.
Di tornare in Italia non se ne parlava. Sarebbe stato arrestato e spedito in galera.
Da Marsiglia s’imbarcò per Tunisi, dove era stato ricostituito il Centro estero, ma non vi poteva sbarcare, perché era stato schedato durante il primo soggiorno.
La nave arrivò ed attraccò, ma Pinco non scendeva: “mio padre stette accucciato sotto una scialuppa da dove poteva vedere la coppia di gendarmi che faceva la guardia: su e giù, giù e su per il molo. Ne contò accuratamente e più volte i passi e capì quando poteva scendere senza essere visto. Così fece e sbarcò per la seconda clandestinità a Tunisi. Sembra un film.
Ed in qualche film, infatti, quelle vite dovrebbero essere raccontate.
Poi fu nuovamente arrestato. Nelle prigioni tunisine fu selvaggiamente picchiato, condannato per la seconda volta ma ora spedito direttamente in Italia, dove
l’aspettava la Polizia fascista: processo, carcere e poi confino.
A Ventotene.
Assieme a Sandro Pertini, Umberto Terracini, Camilla Ravera, Mauro Scoccimarro, Luigi Longo, Altiero Spinelli….(Terracini e Ravera per vero erano tenuti in disparte…), insomma quelli che erano i capi dell’antifascismo, e poi diventeranno i capi della Resistenza e della Repubblica.
Presso l’Archivio Centrale dello Stato storici o giornalisti potrebbero reperire un voluminoso fascicolo intestato a “Pinco Gaspare”, alias “Pucci” nome delle sue battaglie clandestine. Io non ho il tempo, né l’attitudine.
Io racconti faccio. Tra un’Udienza ed un’altra…
A causa delle sue condizioni di salute conseguenti alle torture tunisine, a Ventotene fu ricoverato più d’una volta presso infermerie di fortuna. Ottenne di recarsi per un breve periodo di cura a Trapani, dove la moglie faceva la sarta.
Durante il soggiorno trapanese lo colsero lo sbarco degli americani, il 25 Luglio e la caduta –almeno qui- del regime fascista.
Si mise in contatto con quel che c’era del Partito, assieme a Pietro Bongiovanni che abbiamo già visto con lui a Tunisi, e ne divenne uno dei dirigenti.
Scelse, fu scelto per il fronte più caldo e decisivo della battaglia democratica in Sicilia e nella Provincia di Trapani. Fu mandato a dirigere la Federbraccianti. Per capire: numero uno il Segretario della Federazione del Partito, numero due il Segretario Provinciale della CGIL.
Numero due bis il Segretario Provinciale della Federbraccianti, il potente sindacato dei contadini tout court, poveri o meno poveri che fossero, senza o con un piccolo fazzoletto di terra.
Le occupazioni delle terre quindi.
Ancora a diversi e diversi anni di distanza -racconta Carlo Marx Pinco- mio padre era morto da tempo, mi capitava sia a Vita che a Salemi dove andavo per ragioni del mio lavoro, di presentarmi come Pinco appunto, e subito mi si chiedeva se fossi figlio di quel Pinco che ricordavano per averli accompagnati e difesi nell’occupazione di un feudo e nella divisione di un prodotto”.
Fu eletto nel 1952 Consigliere Comunale a Trapani nella lista unitaria di sinistra della “Rinascita”. Aveva da poco fondato nella Trapani più sconosciuta al P.C.I., quella attorno alla Via Fardella, una Sezione intitolata a Santi Milisenna, un comunista ennese, uno dei primi capilega contadini a cadere, nel ’44, sotto le lupare congiunte, quelle vere e quelle metaforiche, di mafiosi ed agrari.
Pinco in quelle elezioni non era nella testa di lista, capeggiata da Simone Gatto e Leonida Mineo, che lascerà il Consiglio nel 1957. E perciò l’elezione dovette
guadagnarsela grazie alla popolarità: va ricordato che Pinco era da appena nove anni a Trapani, che veniva da Castellammare e dalla clandestinità.
Tra gli altri, nella “Rinascita” fu eletto Nicola Badalucco.
Badalucco allora dirigeva la Federazione socialista.
Poi, nel 1958, andò a Roma dove fu redattore dell’“Avanti!”. Approderà quindi al cinema, prima come sceneggiatore di Luchino Visconti e di altri importanti
registi, poi regista egli stesso. Fu tra gli sceneggiatori di Florestano Vancini nel “Bronte: cronaca di un massacro”, il primo ed immediato massacro di contadini nell’Italia appena consegnata ai Savoia. Quest’estate, incontrandolo, e parlandogli di questo mio racconto, sbottò che “Bronte” non solo era stato dimenticato, ma
che non se ne riesce a trovare nemmeno la copia.
La lista della Rinascita in quelle elezioni conquistò la maggioranza relativa con undici seggi. Fu l’ultimo sussulto di una certa Trapani di sinistra e laica. La
formazione cittadina della “Barca a vela” di Paolo D’Antoni, -più in là ne parlerò- che univa pezzi di borghesia laica delle professioni e del commercio, ebbe
sette seggi. Ma la soluzione era già dietro l’angolo: la Democrazia Cristiana nelle stesse elezioni, nonostante i nove seggi del M.S.I., balzò dai precedenti tre a sette consiglieri.
Poi venne il 1956, e Pinco entrò in rotta di collisione con la Federazione.
L’occasione fu l’Ungheria. Mio padre, me mi chiamò Carlo Marx, non Baffone: per quanto strano possa sembrare, Stalin, mi diceva, non l’aveva mai potuto sopportare. Ribelle com’era alla prevaricazione ed al sopruso, quel metro quadrato di medaglie sopra quel petto, gli pareva il massimo, quanto ad arroganza. Ma sull’Ungheria, nella Federazione di Trapani andò oltre la linea.
L’Avvocato Vincenzo Orlando che frequentò da giovanissimo a lungo le stanze della Federazione, con ruoli anche di primo piano, la ricorda così la cosa:
Pinco era un combattente, aveva già una storia. Era uno, come Gaspare Panicola di Campobello di Mazara come Nino Oddo di Erice, dell’ala dell’intransigenza quasi settaria, guardava a Mauro Scoccimarro, detestava Giorgio Amendola…Non parliamo dei mugugni quando cominciò a venir su Enrico Berlinguer…Nel Comitato Federale assumeva le posizioni più dure. Per l’Ungheria non solo solidarizzò con i sovietici, ma quasi aspettava che i carri armati da Budapest facessero qualche migliaio di chilometri più a sudovest…
La cosa probabilmente fu più profonda. Non si trattò solo dell’Ungheria, ma, a guardare anche le altre, contemporanee storie, si trattò anche dei feudi.
Forse non è un caso che Filippo Cilluffo faccia il nome di Pinco assieme a quello di Ignazio Adamo, il capo delle lotte contadine e la caduta più illustre del
cambiamento di linea che vi narrerò più avanti.
Gaspare Pinco venne rimosso dalla Segreteria della Federbraccianti.
Si mise a lavorare al Mercato Ortofrutticolo. Allora non c’era l’antimafia urbana, gli occhi non erano puntati su aste ed astatori, sul meccanismo estorsivo delle
mediazioni tra il contadino -sempre a quel mondo, guarda caso, Pinco rimase legato!- ed il mercatante.
Pinco però capì la cosa. Se ne uscì. Tornò a lavorare per un breve periodo prima presso l’I.N.C.A, quindi all’Alleanza Contadini.
Poi -la testa gli era rimasta là, dove c’era il marcio della sopraffazione mafiosa- poi si dedicò al Mercato Ortofrutticolo democratico, la S.C.O.T. (una struttura di intermediazione a forma cooperativistica) fondato, presieduto ed amministrato da Ignazio Adamo, al cui nome, dopo la morte, fu titolato.
Ma questa –come si dice- è un’altra parte della storia del movimento democratico della provincia di Trapani.
Sconosciuta.
Cosa rimane? Quel poco che sono riuscito a raccogliere, quel meno che sono stato capace di raccontarvi.
Ma rimane un monumento, la gloriosa e mitica “Guzzi 500”, di proprietà della CGIL trapanese, a bordo della quale fra trazzere, imboscate, lupare e manette i
compagni si scatenavano –cioè: “si toglievano le catene”- a tutto gas per raggiungere, organizzare e dirigere i contadini in lotta. Furono tanti, oltre che Gaspare Pinco, a smanettare quella “Guzzi”.
Carlo Marx l’ha comprata, e gli sta costando un occhio della testa, mi dice, di recuperarla e di rimetterla in funzione.”

Pagine di storia: Don Giuseppe Ancona (1875 – 1951)

Giuseppe Ancona, Sacerdote, educatore, perseguitato politico“, così il compianto amico Padre Gaspare Bosco sintetizzava la figura di questo singolare sacerdote castellammarese.

In “Bernardo Mattarella: biografia politica di un cattolico siciliano” di Giovanni Bolignani si legge: “... figlio di contadini, da ragazzo aiutava il padre a coltivare la terra e le sue umili origini gli permettevano di penetrare l’animo dei giovani agricoltori ed operai che, insieme ai giovani studenti, si raccoglievano attorno al Circolo “San Paolo”, di cui don Giuseppe era assistente ecclesiastico. L’importanza che la figura di questo sacerdote assume nella formazione di Bernardo Mattarella è testimoniata dalle parole con le quali egli lo ricorda:
Non v’è dubbio che la nostra generazione deve a Lui moltissimo della sua formazione spirituale e dei suoi orientamenti civili. Gli deve molto perchè qui Egli fu per lungo tempo l’animatore di ogni attività religiosa e culturale dei giovani, […] l’amico e il confidente di ciascuno di noi, che a Lui affidavamo nel riserbo e nell’amicizia i nostri sentimenti anhe più intimi, conquistati come fummo, sin dai primi mesi dalla saggezza, forte e cordiale insieme, con cui si esplicava la sua virtù di educatore, di consigliere, di direttore spirituale.”
“, ed ancora “A rendere ancor più incisivo l’insegnamento di don Giuseppe Ancona è l’esempio della sua povertà di vita: Visse tra privazioni costanti, talvolta in una vera indigenza, ma dava sempre tutto quel poco di cui poteva disporre per la vita dell’associazione“.
Ed infine, sempre Bernardo Mattarella dice di lui: “Mite ma forte, visse con intrepida fede e coraggiosa coerenza cristiana i problemi del nostro tempo, aperto come era agli insegnamenti della scuola sociale cristiana, della quale fu a noi Maestro.

La città lo ricorda con il nome di una via.

Per comprendere meglio la personalità e la passione civile di Don Giuseppe Ancona niente di meglo di questo articolo di Mario Genco, pubblicato sul Giornale di Sicilia il 26 settembre del 1996.

Quel prete contro il regime che fu spedito al confino

Fu l’unico prelato tra i 684 siciliani a subire il provvedimento: parroco a Balestrate, don Giuseppe Ancona chiese il rimborso per una Messa di suffragio in memoria di un Caduto di Spagna

L’anno della storia che stiamo per affidare alla vostra pazienza è il 1938.

Il luogo è Balestrate, grosso paese vinicolo ad una quarantina di chilometri ad ovest di Palermo: più di settemila abitanti allora, quattromila e rotti oggi.

All’arciprete parroco Don Giuseppe Ancona, sessantatre anni piuttosto malconci, non piacevano i fascisti del paese ed egli non piaceva a loro.

Forse non è il caso di generalizzare: le carte ufficiali di cui disponiamo – e che, come tutti i “documenti”, vanno maneggiate con cautela – testimoniano solo che l’arciprete, che di suo doveva ssere un tipo un pò bizzoso, era inviso al segretario del Fascio, capomanipolo delle camicie nere dottor Faro Ruffino. Inviso al segretario del Fascio, a quei tempi, si diceva “ritenuto di continuo pericolo per il mantenimento dell’ordine pubblico”. Ma la polemica si svolgeva, diciamo così, per linee interne: il segretario ogni tanto faceva raccogliere un pò di firme contro il sacerdote e spediva le lagnanze all’arcivescovo di Monreale, al quale arrivavano anche le proteste del sacerdote, e al comando della Milizia. Entrambe le “superiori gerarchie” prendevano atto. E non accadeva nulla. Mai nelle puntigliose “relazioni mensili sull’attività del clero e dell’azione cattolica”, che la questura tramite prefettura spediva al ministero dell’Interno, il nome dell’arciprete e le sue pericolose attività erano state giudicate degne di menzione. Il parroco rimaneva al suo posto.

Come mai quindi, don Giuseppe Ancona fu l’unico prete fra i seicentottantaquattro siciliani mandati al confino dal regime fascista per motivi politici ?

Don Giuseppe Ancona scrisse una lettera …

Era, s’è detto, l’anno 1938. Il mese di maggio del 1938. In Spagna, l’esercito ribelle del generale Franco era all’offensiva contro le forze del legittimo governo repubblicano e le sorti della guerra civile, cominciata il 17 luglio del 1936 e che sarebbe durata ancora poco meno di un anno, apparivano decise. Con Franco combatteva una armata fascista: trentacinquemila uomini all’inizio, diventarono presto sessantamila. Erano definiti tutti “volontari”, dal comandante in capo all’ultima camicia nera: l’unica differenza con i reparti delle forze armate regolari era che gli “spagnoli” non portavano le stellette. La contabilità generale del massacro avrebbe calcolato, alla fine, quattromila morti e circa undicimila feriti tra gli italiani.
Uno di questi poveri morti, detti “gloriosi caduti”, era stato il legionario camicia nera Faro Ruffino, cugino omonimo del segretario del Fascio di Balestrate. Il quale, per onorare il “sacrificio della vita offerta in nome di un alto ideale di Patria e di Civiltà Fascista”, volle far celebrare una messa di suffraggio alla scadenza del trigesimo. Così, il 15 maggio del 1938, tutte le “Organizzazioni del Partito e i cittadini di Balestrate” assistettero alla messa officiata dall’arciprete Ancona. Finita la messa gabbato lo prete ? dovette chiedersi l’arciprete quando, dopo i “doverosi ringraziamenti”, segretario del Fascio e commissario prefettizio del Comune andarono via senza mettere mano al portafoglio.

Don Ancona si sedette alla macchina da scrivere e spedì il conto della funzione alla sede del Fascio.
“Dopo tre giorni il suddetto parroco fece pervenire al Capo Manipolo Ruffino – denunciò il Capo Manipolo Ruffino al comando della Milizia, parlando di sè in terza persona – la nota delle spese ammontante a L.60; il Ruffino sorpreso della richiesta, in quanto la messa era stata celebrata per un Caduto di Spagna, fece le sue lagnanze al parroco, il quale rispose con la lettera che si acclude in copia…”.
La lettera aveva scandalizzato il capo manipolo Ruffino, e certamente non per la cifra richiesta (sessanta lire del 38 equivalgono a meno di settantamilalire di oggi) e minuziosamente dettagliata: diritti del parroco più venti lire per il sagrestano e gli altri servizi, cinque centesimi (cinquanta lire …)per le sedie che “la cittadinanza si rifiutava di pagare col pretesto che erano invitati. Altro che carattere cittadino !”
Il tono della lettera era tutto ostile ma un afrase era sembrata di gravità inaudita e inaccettabile a faro Ruffino; e certo, dal suo punto di vista, lo era.
In una vertigine di verità liberatoria, come definirla altrimenti, don Giuseppe Ancona aveva motivato la sua parcella così: “… tanto più che il decesso non era un fatto di causa italiana, ma un infortunio come potrebbe accadere ad ognuno che va in cerca di lavoro in imprese difficili e di libera scelta”.
Difficile definire con più spietata esattezza il senso e il carattere che quella guerra aveva per la massa dei “volontari” arroluatisi sotto i gagliardetti neri, e specialmente per quelli meridionali: una variante cruenta dell’emigrazione e la morte messa nel conto come incidente sul lavoro, si deve pur vivere …

La lettera del parroco percorse a velocità vertiginosa le gerarchie fasciste. Da Roma chiesero perentoriamente al prefetto di Palermo provvedimenti severi: “E’ bene che facciate comprendere all’Arcivescovo, tuttavia riluttante ad allontanarlo dal beneficio parrocchiale, che il carattere e le circostanze del caso esigono una pronta riparazione…”.
Il prefetto scrisse all’arcivescovo di Monreale, monsignor Ernesto Filippi.

L’eccellenza Filippi era in ottimi rapporti con i fascisti, forse aveva sperato di mettere a tacere anche cquesto spiacevole screzio.
Ma screzio non era, perchè nel frattempo i rapporti fra il Fascismo e il Vaticano s’erano andati deteriorando: Mussolini cominciava a far trapelare, sempre più decisamente, le inclinazioni razziste del regime e il Papa severamente ammoniva sulla stoltezza di quelle idee. Bisognava mostrare intransigenza, dura.

L’arcivescovo, per mostrare contegno, fece passare un mese prima di rispondere al prefetto. Nel frattempo s’era sbarazzato del suo scomodo arciprete. Lo comunicò al prefetto con una lettera dove, formalmente difendendo il parroco “signum ad sagittas” da parte di “qualche suo parrocchiano in auctoritate constitutus“, assicurava: Ha rassegnato dietro mio invito le dimissioni dall’ufficio e dal beneficio”.

Don Ancona se ne tornò degradato e impoverito – arciprete senza parrochia – a Castellammare del Golfo, dov’era nato. Prima di partire aveva scritto alla Eccellenza Reverendissima: ” … Vado come un reo e non ho offeso nessuno … Io ringrazio ancora una volta l’Ecc. Vostra Rev/ma e spero che ancora una volta vorrà benedirmi e fiducioso ritorno ai patrii lidi con quegli onori che Balestrate ha saputo tributare a sacerdoti. Auguro sorte migliore al mio successore.” Se un prete ringrazia un altro prete per le benedizioni ricevute, si può sospettare che avrebbe sperato da quello ben altro aiuto …

A Castellammare non rimase molto, i fascisti non s’erano scordati lui: il primo di novembre andarono ad arrestarlo e dopo dodici giorni di carcere partì per il confino. Gli avevano assegnato un anno, da trascorrere in un paesino della provincia di Catanzaro, Gimigliano. Non infierirono, lo mandarono libero la vigilia di Naale, dopo un mese e ventiquattro giorni.

Mentre l’arciprete aspettava che la vendetta fascista facesse il suo corso, a settembre monsignor Filippi era stato proposto dal prefetto di Palermo, Benigni per la nomina, ottenuta, a Grande Ufficiale della Corona d’Italia: “… Durante il periodo delle sanzioni fu l’iniziatore della raccolta dell’oro offerto dalle Chiese e nel 1938 pubblicò una magnifica lettera pastorale sulla missione dell’Italia in Africa Orientale e sull’Impero Italiano. Lo scorso anno, in occasione della inaugurazione della cappella alle case cantoniere di Bellolampo, alla presenza del Duce, per la sua intonazione di colore prettamente patriottico e fascista.”

La proposta prefettizia ha la data del 23 settembre 1938: era già stato pubblicato il “manifesto degli scienziati razzisti” e il governo aveva approvato i primi decreti contro gli ebrei stranieri residenti in Italia.

La guerra civile spagnola aveva provocato in Sicilia almeno un altro perseguitato, forse fu il primo, e con lui il fascismo fu molto più severo. Era un sarto nato a Bronte, abitava a Palermo: Matteo Ferlita, 35 anni quando lo arrestarono a casa sua l’8 settembre del 1936. Gli trovarono, scrisse la polizia politica, una lettera diretta al capo del governo repubblicano spagnolo, in cui chiedeva l’autorizzazione “di organizzare una legione di giovani coraggiosi ed animati dallo stesso grande amore per la libertà, allo scopo di contribuire a battere i ribelli”.

Lui disse che quella lettera non l’aveva mai spedita e, “opportunamente interrogato”, ammise di aver chiesto di essere arruolato nell’esercito dei volontari antifranchisti.

Lo mandarono alle isole tremiti con cinque anni di confino: ci rimase per tre anni, tre mesi e quindici giorni.

Fonti e bibliografia

I documenti citati nell’articolo, da cui sono tratte le frasi tra virgolette, si trovano all’Archivio di Stato di Palermo fondo Prefettura/gab. anni 1935-1940, nelle buste 556 e 623. Le notizie sui confinati durante il periodo fascista i Sicilia, sia quelle generali che quelle relative ad Ancona e Ferlita, sono tratte da un volume, molto grosso pubblicato dall’Archivio Centrale dello Stato, “Il popolo al confino. La persecuzione fascista in Sicilia“.
Chi volesse saperne di più sulla guerra di Spagna, può leggere la classica “Storia della guerra civile spagnola” di H Thomas. Un intenso e bel racconto sulla partecipazione dei siciliani a quella guerra è “L’antimonio” nel libro “Gli zii di Sicilia” di Leonardo Sciascia. I dati sulla conversione delle lire del 1938 in lire attuali sono tratti da una tabella pubblicata dal “Sole/24 Ore“: i pratica, una lira del 1938 equivale a mille lire odierne”