Per Piero Fassino la “relazione pericolosa” tra Di Maria e Papania è un “no problem”

Il senatore alcamese Antonino Papania, unico rappresentante della provincia di Trapani chiamato a far parte della direzione del Pd, evidentemente ci tiene a far sapere di non avere perso la stima l’affetto e la fiducia del torinese onorevole Piero Fassino, già segretario dei Ds e ministro del commercio estero del governo D’Alema, e a tal fine ha diffuso ieri una nota nella quale Fassino gli scrive:

“Al termine del lungo percorso congressuale desidero esprimerti, come coordinatore nazionale della mozione, i più cari e sinceri sentimenti di gratitudine per la generosità e la passione da te profusa in questi mesi a sostegno di Dario Franceschini e della sua proposta politica”.
“Insieme a Dario e agli altri esponenti nazionali della mozione intendiamo dare continuità al nostro impegno comune, costituendo una “Area Democratica”, con l’obiettivo di affermare il carattere plurale, aperto ed innovativo del PD.
Sono certo che in questo nuovo cammino ritroveremo la tua passione, la tua generosità e la tua intelligenza politica”.

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Primarie del PD, sondaggio online de La Stampa

Anche per La “La Stampa.it“, come per il “Corriere.it“, ad essere in testa nel sondaggio online sulle primarie del PD di domenica prossima è Ignazio Marino, dato qui al 40%,  segue Pierluigi Bersani con il 30% e ultimo Dario Franceschini con il 29%.

Qui il campione è ancora assai limitato, 4.000 votanti al momento, contro gli oltre 45.000 che si sono espressi nel sondaggio del Corriere.

Valgono sempre in ogni caso e comunque le considerazioni esposte qui a proposito di tali sondaggi.

Pippo Civati o Ignazio Marino: “lenta matura la candidatura”

Dopo la riproposizione a Segretario del Pd di Dario Franceschini, nel segno della continuità (ed aggiornamento) dell’esperienza Walter Veltroni, nonchè di Pierluigi Bersani, nel segno della continuità Pci, Pds, Ds, Pd (insomma Massimo D’Alema), saltate nel frattempo le candidature, per rinuncia, di Debora Serracchiani e del sindaco di Torino Sergio Chiamparino, Pippo Civati, giovane (34 anni) di belle speranze (non sto scherzando) consigliere regionale lombardo del Partito democratico, di sicuro “appeal”, e tra i principali organizzatori del recente incontro dei cosidetti ‘piombini’ al Lingotto di Torino, si prepara a proporre la sua candidatura per la sfida di ottobre.

“Dal lingotto abbiamo avuto l’indicazione che e’ preferibile un terzo candidato, ce lo hanno chiesto tutti. Stiamo lavorando e ragionando su una terza candidatura. In tanti ci chiedono un impegno diretto e personale alla sfida congressuale. Siamo molto in difficolta’ rispetto alle due candidature gia’ scese in campo. Se ci fosse da parte del Lingotto una indicazione esplicita nei miei confronti non avrei problemi a dire di si.”

“Franceschini e Bersani mi sembravano entrambi molto nervosi al Lingotto – ha continuato Civati – li definirei in rodaggio, altri sono stati piu’ applauditi di loro. Hanno detto poco, e’ stata, la loro, una presenza preoccupata, difficile giudicarli solo da questo. Certo va detto che da parte di Franceschini c’e’ da tempo la ricerca di un dialogo nei nostri confronti. Per due anni ci hanno preso in giro: hanno parlato di partito federale e non abbiamo visto niente di tutto questo, hanno parlato di risorse da destinare alla base, ma c’e’ un rimborso elettorale multimilionario che non si capisce come venga speso, e questo partito ha tutte le tessere in provincia di Napoli, tessere fatte al telefono e vorrei capire come questo sia stato possibile – ha concluso il leader dei piombini -, il regolamento poi e’ una vergogna: un accrocchio inverosimile tra congresso e primarie, che terra’ aperta una discussione per quattro mesi.”

Ma tra i non soddisfatti per ciò che significano le candidature Franceschini – Bersani vi è anche Ignazio Marino, dice l’Unità:

“In queste ore Marino è molto preoccupato dalla notizia, anticipata ieri nella rubrica «Il congiurato» de l’Unità, del patto stretto da Gianni Letta con le gerarchie vaticane: un patto che anticipa la discussione sul testamento biologico da ottobre a luglio in modo tale da far passare quel «progetto dissennato» nel silenzio e col favore dell’estate. Sarebbe questa, si dice a Palazzo, la prima moneta di scambio che il clero ha preteso dal governo come condizione per ricucire con il Berlusconi degli scandali sessuali e del Bari-gate. «Ecco che di nuovo si fa un gioco di potere e di interessi sulla pelle dei cittadini. E l’opposizione? Lo denuncia, si prepara alle barricate? Non mi pare».

In effetti c’è uno strano silenzio attorno all’ufficio del senatore a Sant’Ivo alla Sapienza. I notabili di partito sono molto, molto intimoriti da una sua eventuale decisione. La notizia, filtrata sui giornali in queste ore, di una possibile alleanza fra Marino e la generazione dei quarantenni (Pippo Civati e gli altri del Lingotto) nel nome del cambiamento e contro l’eterno conflitto fra Ds e Margherita, fra Ds e Ds, la possibilità che chi non ha conti personali da saldare possa unirsi in una campagna comune cresce nel tam tam delle stanze di chi prepara il congresso. Marino è molto tentato, moltissimo. «Giorni fa fuori dalla sala operatoria mi sono messo a scrivere un testo, una sorta di indice delle questioni sulle quali mi piacerebbe che il congresso discutesse».

Il Pd, dice Marino, non è il fine, ma lo strumento: il fine è il bene del Paese. Dunque si candiderà? Il senatore sorride, chiede ancora qualche ora di tempo: «Vorrei fare qualcosa di utile per tutti, portare il mio contributo fuori dalle logiche di potere. I meccanismi congressuali blindano i movimenti di chi non sia già irregimentato. Però forse qualcosa si può fare. Mi lasci ancora un paio di giorni, ho una paziente che aspetta un trapianto: vado, torno e poi ne parliamo».

Qui l’intervento di Pippo Civati al Lingotto lo scorso 27 giugno:

Debora Serracchiani, la delusione del Lingotto

La più grande delusione venuta fuori dalla riunione al Lingotto di Torino del gruppo di 30-40 enni del Pd raccolti nell’area gia de i Mille, diventati poi Piombini, ha un nome e cognome e si chiama Debora Serracchiani.

Dal Nord al Sud del paese la Serracchiani aveva acceso speranze concrete di rinnovamento in quanti, insodisfatti del “vecchiume” di ex qualcosa, in senso anagrafico e di idee politiche, che si raccoglie intorno al Pd, ritenevano di avere trovato la personalità politica ideale intorno a cui raccogliersi per avviare la necessaria opera di rinnovamento.

Donna, relativamente giovane, ma con esperienza politica alle spalle, dotata di capacità di comunicazione, e con una tale proiezione esterna da permetterle di conseguire un successo esaltante alle recenti elezioni europee, poteva aspirare ad essere per l’Italia ciò che Obama è stato per gli USA.

Poteva, ma così non è stato.

La potenziale Obama italiana ha già, (proprio come ha fatto in passato la vecchia classe dirigente), ceduto il passo alla Clinton – Franceschini all’avvio delle primarie, ed attende con tutto il gruppo (o quasi) di essere cooptato, da quel capo di cui dice (assai retoricamente) di non avere bisogno.

Per il resto è stupefacente che possano aspirare alla leadership del maggiore partito dello schieramento di centrosinistra, e per rinnovare il paese, due candidati alla segreteria, dei quali si può solo dire che l’uno, corresponsabile sul piano sia politico che di gestione del disastro attuale del Pd e del centro sinistra, appare come or ora disceso dal pero e l’altro una versione 2009 del Ferrini di “quelli della notte”.

Particolarmente apprezzato è stato l’intervento di Ignazio Marino, ma anche quelli di Gozi, Concia, Alicata, Majorino ed altri non sono stati da meno.

Peccato.

Referendum elettorale, un post-it

Dicono, i bene informati, che l’unico modo possibile per realizzare il quorum, nel referendum sui quesiti elettorali del 21 giugno,  sarebbe di portare le urne in spiaggia.

Pertanto non raggiungendo il quorum, i promotori dei quesiti referendari, non conseguiranno l’obiettivo di far votare in futuro gli italiani per il parlamento italiano con l’equivalente della Legge Acerbo, che consegnò l’Italia a Mussolini, ma in versione peggiorata. Quella infatti prevedeva per l’attribuzione del premio di maggioranza il raggiungimento di almeno il 25% dei voti.

Non centreranno neppure l’obiettivo di regalare al Pdl di Berlusconi la maggioranza assoluta dei seggi del prossimo parlamento a prescindere dal conseguimento della maggioranza dei voti nel paese, il tutto chiaramente in attesa che anche il Pd possa in futuro fare altrettanto.

Non raggiungeranno l’obiettivo di mettere in discussione il cosidetto “porcellum” di Calderoli, il quale anzi dal fallimento della prova referendaria acquisirà nuova legittimazione, anche per le parti più palesementi aberranti, quali le “nomine” dei deputati al posto della “scelta” da parte degli elettori.

Il fatto che, come dice Franceschini, nella direzione del PD ci siano stati 100 voti a favore del Sì e 5 conferma la realizzata, nei fatti, selezione al peggio della dirigenza di quel partito.

Ma gli strateghi che in questi ultimi anni si sono esercitati intorno a questo capolavoro di risultato politico, siamo sicuri che non necessitassero già da tempo di un salutare TSO ?