Marco Travaglio su Papania

Visto che in tanti arrivano su questo blog per sapere cosa ha scritto Travaglio su Papania, vi giro l’articolo.

Lo stalliere del Pd di Marco Travaglio

Domenica abbiamo domandato in prima pagina al “nuovo” Pd di Bersani se “discuterà della moralità dei candidati”. Il “nuovo” Pd di Bersani ha subito raccolto l’appello. Infatti, nella “nuova” Direzione, fa il suo trionfale ingresso il senatore Nino Papania da Alcamo (Trapani), ex Margherita. Lo stesso a cui hanno appena arrestato l’autista-giardiniere-factotum per mafia. Lo stesso che nel 2002 ha patteggiato a Palermo 2 mesi e 20 giorni di reclusione per abuso d’ufficio: era indagato per aver sistemato in posti pubblici diversi disoccupati privi dei titoli di legge, in un giro di assunzioni facili per cui sindacalisti senza scrupoli prendevano tangenti. Nel 2008 Dario Franceschini annunciò: “Non presenteremo candidati con procedimenti in corso né con sentenze passate in giudicato”. Strano: Papania fu ricandidato dopo il patteggiamento e rieletto per la terza volta senatore (diversamente da Nando Dalla Chiesa, colpevolmente incensurato). Scelta lungimirante: il 4 novembre la Dda di Palermo ha arrestato il suo braccio destro Filippo Di Maria, considerato l’autista, il cassiere e l’uomo di fiducia del boss di Alcamo, Nicolò Melodia detto “il macellaio”, catturato nel 2007 assieme al capomafia Salvatore Lo Piccolo. Nei giorni pari Di Maria scarrozzava il boss Melodia, in quelli dispari il senatore Papania. Arrotondava. “Emerge – annota la Mobile di Trapani – da numerose conversazioni che Di Maria svolgeva attività di factotum presso la villa di Scopello del predetto Papania, muovendosi incessantemente per procurare posti di lavoro ad amici e conoscenti grazie anche al diretto interessamento di collaboratori e personale di segreteria del senatore”. Ed era attivissimo “in occasione di alcune competizioni elettorali”: come “le primarie 2005 per il candidato premier” e “per il candidato alla presidenza della Regione Sicilia” (contro Rita Borsellino e per Ferdinando Latteri). “Lo staff del sen. Papania – scrive il gip – e altri politici locali contattavano ripetutamente il Di Maria al fine di indurlo a sostenere le iniziative politiche sopra indicate e invitandolo a fare altrettanto con tutte le persone di sua conoscenza”. Il Giornale gongola: “Anche il Pd ha il suo ‘stalliere’ mafioso”. Ma naturalmente chi fosse Di Maria non lo sapeva nessuno. Infatti la nuova Direzione del Pd non ha trovato un posto per due simboli dell’antimafia come Rosario Crocetta e Beppe Lumia (la Borsellino non è iscritta). Ma a Papania sì, in quota Franceschini. E questa sarebbe l’opposizione. Poi c’è il centrodestra, con i suoi Berlusconi, Dell’Utri e Cosentino. E’ la famosa “alternanza”.

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Papania c’è e lotta insieme a noi

Non ha influito ne tanto ne poco, l’operazione “Dioscuri“, sugli sviluppi della carriera politica del senatore alcamese del Pd, Nino Papania, il quale per come previsto già prima dell’operazione della Direzione distrettuale antimafia del 3 novembre scorso è uno degli otto siciliani eletti nella Direzione Nazionale del partito.
Gli otto sono: Angelo Argento, Giuseppe Berretta, Enzo Bianco, Giovanni Burtone, Antonello Cracolici, Francantonio Genovese, Alessandra Siragusa e appunto Antonino Papania.
Gli otto componenti sono stati eletti durante l’Assemblea nazionale del Pd, che si è svolta oggi Roma.
Ora delle due l’una, o della vicenda “Dioscuri” a Roma non sapevano, o se sapevano non riengono rilevante che un senatore del Pd si avvalga dei servigi di un Filippo Di Maria.

A Roma ieri Bersani dichiarava: “Noi il partito dell’alternativa”. Si può dire legittimamente che in Sicilia non l’abbiamo notato ?

Nel frattempo la stampa avversaria, non senza qualche fondamento, si esercità nei parallelismi e nelle analogie tra la vicenda di “Arcamo” e la vicenda di “Arcore”

Lo «stalliere» di Alcamo factotum del senatore e braccio destro del boss

di Gian Marco Chiocci

Anche il Pd ha il suo «stalliere» mafioso (ma non si deve dire). Parlare dello «stalliere di Alcamo», Filippo Di Maria, mafioso fidato di mafiosi, factotum-giardiniere-autista del senatore del Pd, Nino Papania, infastidisce i mafiologi di professione ossessionati dell’antico filone manganiano che porta ad Arcore. Per i magistrati siciliani, però, l’esponente del Pd «poteva non sapere» quello che ad Alcamo sapevano anche i muri. E cioè che il braccio destro del senatore Pd, arrestato nell’operazione «Dioscuri», era autista, cassiere e uomo di fiducia del boss Nicolò Melodia, il quale boss – scrive la Dda citando il pentito Gaspare Pulizzi, reggente della cosca di Carini, arrestato insieme al capomafia Salvatore Lo Piccolo in un casolare a Giardinello – è uomo d’onore e capo mandamento di Alcamo. «Per gli incontri con il Melodia – rivela sempre Pulizzi – Lo Piccolo mi disse che avvenivano attraverso il contatto stabilito da tale Filippo (Di Maria, ndr) che si occupava di rintracciare Melodia ogni qual volta era necessario stabilire un contatto tra noi e la famiglia di Alcamo. Detto “Filippo” si occupava di accompagnare quale autista e uomo di fiducia Melodia Ignazio ai summit di mafia (…). Melodia ebbe a incontrare direttamente i Lo Piccolo, lo aveva accompagnato Ferdinando Gallina, il quale lo aveva prelevato a Balestrate dove a sua volta lo aveva prima lasciato il Filippo». Come se non bastasse, quando il 5 novembre 2007 la polizia irruppe nel casolare dov’era nascosto Lo Piccolo, trovò un pizzino riferito al factotum del senatore Pd in cui tale Vittorio comunicava a Lo Piccolo che era «in attesa di Filippo (Alcamo) per darmi appuntamento con Ignazio».
Leggendo intercettazioni e informative sull’uomo che curava gli interessi domestici del senatore Papania e quelli criminali del boss Melodia – detto «il macellaio» o «il riccio» – salta agli occhi la sua meticolosa professionalità nel gestire il complesso business delle estorsioni con relativa elargizione, ai componenti del clan, degli utili per migliaia di euro. Ma a forza si spulciare le carte della polizia si scopre che Di Maria, quando non prestava servizio a Cosa nostra, intratteneva «legami con alcuni uomini politici locali e con alcuni collaboratori dell’allora deputato regionale, oggi senatore (del Pd, ndr) Papania Antonino. In particolare – annota la Mobile di Trapani – emergeva dall’ascolto di numerose conversazioni che Filippo Di Maria svolgeva attività di factotum presso la villa di Scopello del predetto Papania, muovendosi incessantemente per procurare posti di lavoro a propri amici e conoscenti grazie anche al diretto interessamento di collaboratori e personale di segreteria del senatore», che non ne sapeva niente. Fra le telefonate «politiche» intercettate a Di Maria vi è il riscontro all’iperattivismo del factotum del parlamentare «in occasione di alcune competizioni elettorali e referendarie». Quali? «Nelle “primarie” dell’ottobre 2005 per la individuazione del candidato premier per la coalizione del centrosinistra». Oppure «nella raccolta delle firme a sostegno del referendum per la modifica della legge elettorale». Per non dire «delle primarie del 4 dicembre del 2005 per la individuazione del candidato alla presidenza della Regione Sicilia», ovviamente per il centrosinistra. «In tale contesto – chiosa il gip – emergeva chiaramente che lo staff del senatore Papania ed altri uomini politici locali contattavano ripetutamente, e in diverse occasioni, il Di Maria al fine di indurlo a sostenere le iniziative politiche sopra indicate e invitandolo a fare altrettanto con tutte le persone di sua conoscenza». Tanto basta per sollevare un caso politico? Macché. Per i magistrati «nonostante l’esistenza, certamente notoria in una piccola comunità quale quella alcamese, di uno stretto legame tra Di Maria una famiglia storicamente mafiosa quale quella dei Melodia, da nessuna delle conversazioni intercettate emergeva che gli uomini politici o i loro diretti collaboratori avessero consapevolezza del ruolo mafioso rivestito da Di Maria e che quindi sfruttassero la comprovata capacità dell’associazione mafiosa di condizionare i risultati del voto e delle competizioni elettorali». Solo per la cronaca, in un’intercettazione il fiduciario dei Melodia sprona i suoi per l’imminente battaglia: «Lui mi ha detto, muovetevi, perché siamo in mezzo a una strada», diceva al telefono. Quel «lui», secondo gli inquirenti, potrebbe essere proprio Papania. Che ovviamente smentisce e si dice all’oscuro delle trame del suo «stalliere».

da IL GIORNALE

Calma e gesso

Dall’ordinanza dell’operazione “Dioscuri” di Alcamo

In tale contesto, emergeva chiaramente che lo staff del Senatore Papania ed altri uomini politici locali contattavano ripetutamente, e in diverse occasioni, il Di Maria al fine di indurlo a sostenere le iniziative politiche sopra indicate ed invitandolo a fare altrettanto con tutte le persone di sua conoscenza. A tal proposito deve evidenziarsi che nonostante l’esistenza, certamente notoria all’interno di una piccola comunità quale quella alcamese, di uno stretto legame tra Filippo Di Maria e una famiglia storicamente mafiosa quale quella dei Melodia, da nessuna delle conversazioni intercettate emergeva che gli uomini politici o i loro diretti collaboratori avessero consapevolezza del ruolo mafioso rivestito da Di Maria e che quindi sfruttassero la comprovata capacità dell’associazione mafiosa di condizionare i risultati del voto e delle competizioni elettorali

come le saggie scimmie dello Shogun:

Le tre scimmie sagge sono rappresentate in una cornice di legno nel santuario di Toshogu a Nikko. Le tre scimmiette si tappano con le mani rispettivamente gli occhi, le orecchie e la bocca. I loro nomi sono “mizaru”, “kikazaru” e “iwazaru” e significano rispettivamente “non vedere il male”, “non sentire il male” e “non parlare del male”. Le tre scimmie erano le tre guardiane simboliche del mausoleo dello Shogun Tokugawa Ieyasu a Nikko.

da “Wikipedia

Filippo Di Maria curava la casa di Scopello del senatore Antonino Papania

Da “La Repubblica” online

Esattore del pizzo e factotum del senatore

Filippo Di Maria arrestato perché ritenuto uno dei fidati del boss di Alcamo Nicola Melodia. Curava la casa di Scopello del senatore Antonino Papania. Le intercettazioni della squadra mobile l’hanno sorpreso mentre fa campagna elettorale per il senatore Pd e organizza incontri con la sua segreteria politica per l’assunzione di persone di alcune cooperative sociali di Alcamo

di Salvo Palazzolo

Filippo Di Maria, uno degli arrestati del blitz antimafia di questa notte, si divideva fra gli affari del clan e il giardino del senatore del Pd Antonino Papania, eletto nel 2006 con la lista della Margherita. Le indagini della squadra mobile di Trapani hanno appurato che Di Maria era uno dei factotum dell’uomo politico: fra un’estorsione e una riunione di mafia, il boss correva a Scopello, per sistemare la villa o l’auto di Papania.

Il senatore non risulta indagato, anche perché fino a ieri Di Maria era un pefetto incensurato. E pure lui si dedicava alla politica: le intercettazioni disposte dalla Direzione distrettuale antimafia di Palermo l’hanno sorpreso mentre fa campagna elettorale per Papania e procura a un collaboratore del senatore (l’assessore comunale di Alcamo Giuseppe Scibilia) elenchi di nomi da inserire come votanti alle primarie in cui il Pd sceglieva nel 2005 il candidato alla presidenza della Regione. Tutti voti che finirono sul candidato Ferdinando Latteri.

Ma poi, a spuntarla fu Rita Borsellino. Restò il successo personale di Papania, che in provincia di Trapani fece ottenere a Latteri il record regionale del 45,3 per cento delle preferenze.

Di Maria era un gran procacciatore di voti, ma anche di posti di lavoro. Ancora le intercettazioni della squadra mobile di Trapani l’hanno sorpreso mentre organizza con la segreteria politica di Papania incontri finalizzati ad alcune assunzioni nelle cooperative sociali di Alcamo.

L’ultima indagine dei pm Paolo Guido e Carlo Marzella offre uno spaccato inquietante delle infiltrazioni di Cosa nostra all’interno della politica. I boss di Alcamo, quelli più vicini al superlatitante Matteo Messina Denaro, sarebbero stati mobilitati anche per il referendum elettorale che nel 2005 vide impegnati diversi esponenti del centrosinistra e del centrodestra contro il quorum del 5 per cento. Di Maria e il suo serbatoio di voti si muoveva dove c’era bisogno, dove veniva chiesto: “Lui mi ha detto, muovetevi, perché siamo in mezzo a una strada”, così il boss redarguiva per telefono i suoi. “Lui”, secondo la Procura, era Antonino Papania.

Adesso, dopo gli arresti, i magistrati vogliono approfondire le relazioni pericolose della politica trapanese, presto potrebbe partire una sfilata di audizioni.
(03 novembre 2009)

da la Republica.it

Intervistato dai giornalisti il senatore avrebbe detto di sentirsi “profondamente deluso per quanto si è appreso su Di Maria” e sottolinea: “Di Maria veniva sì nella mia segreteria, ma come tanta altra gente. Non era cioè un mio collaboratore politico. Curava solo il mio piccolo orto a Scopello.Non ho mai sospettato di lui. Se i magistrati vorranno sentirmi sono pronto ad andare“.

A quel paese ?

Operazione Dioscuri, dieci arresti ad Alcamo

Provvedimento anche per due donne

03 novembre, 07:36

TRAPANI – Agenti della Squadra Mobile di Trapani e del commissariato di Alcamo hanno arrestato dieci persone accusate di associazione mafiosa, estorsione, incendio, danneggiamento, detenzione illegale di armi ed esplosivi e ricettazione. L’indagine, coordinata dal procuratore aggiunto di Palermo Teresa Principato e dai pm della dda Paolo Guido e Carlo Marzella, ha ricostruito gli assetti del mandamento mafioso di Alcamo, controllato dalla storica famiglia mafiosa dei Melodia, strettamente legata al boss latitante Matteo Messina Denaro. Al capomafia ricercato i Melodia, da anni ai vertici del mandamento, avrebbero fatto riferimento in caso di dissidi con “famiglie” di altre zone. Tra gli arrestati anche due donne: Anna Maria Accurso, moglie del capo mandamento detenuto Antonino Melodia, e Anna Greco, figlia di uno degli arrestati. Accurso veniva impiegata per ricevere e conservare i soldi incassati dalle estorsioni. Greco, invece, era incaricata di recapitare le lettere con le richieste di pizzo e riscuotere il denaro dalle vittime del racket.

In carcere, in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip di Palermo Antonella Consiglio, sono finiti Anna Maria Accurso, 46 anni, Filippo Di Maria, 46 anni; Lorenzo Greco, 77 anni; Diego Melodia, 74 anni; Nicolò Melodia, 85 anni; Stefano Regina, 45 anni; Gaetano Scarpulla, 40 anni; Felice Vallone, 41 anni; Tommaso Vilardi, 66 anni e Anna Greco, 49 anni. A Lorenzo Greco, Stefano Regina e Felice Vallone, già detenuti, la misura cautelare è stata notificata in carcere.

Per anni hanno combattuto una lotta fratricida per il controllo del mandamento: Diego e Nicolò Melodia, esponenti storici della mafia di Alcamo, si sono contesi i guadagni del racket delle estorsioni e la gestione degli affari illeciti della zona. E’ uno dei particolari emersi dall’operazione antimafia denominata Dioscuri proprio in riferimento al rapporto di parentela tra i due arrestati. I moderni Castore e Polluce avrebbero dato vita a due opposte fazioni reclutando, ciascuno, i propri fedelissimi. E imprenditori e commercianti sarebbero stati costretti a far fronte alle richieste di pizzo dell’una e dell’altra cosca. Secondo gli inquirenti, Nicola Melodia, dopo l’arresto dei due figli Antonino e Ignazio, ha assunto il ruolo di capo della famiglia di Alcamo. Il fratello Diego ha tentato di scalzarlo accaparrandosi il controllo del racket grazie a Lorenzo Greco, già condannato per favoreggiamento mafioso e detenzione di armi, e Felice Vallone, da poco scarcerato dopo una condanna per mafia. Dell’esercito di Nicolò Melodia, invece, avrebbe fatto parte, tra gli altri, Filippo Di Maria che, secondo gli inquirenti, avrebbe riscosso il pizzo e intrattenuto rapporti con politici locali per conto della cosca. Numerosi i danneggiamenti e le estorsioni scoperte dalla polizia: ai taglieggiamenti, spesso doppi, venivano sottoposti concessionarie di auto e imprese. Le somme chieste andavano dai 10mila euro fino ai 200mila imposti ad un imprenditore alcamese.

ANSA.IT