La Cina ci è vicina

Parafrasando banalmente il titolo del film di Bellocchio possiamo dire che dopo la visita della cancelliera tedesca Angela Merkel in Cina dei giorni scorsi, la Cina sia più disponibile ad impegnarsi nell’opera di salvataggio dell’eurozona.

La visita di tre giorni è cominiciata con un incontro con il premier cinese Wen Jiabao, a cui Merkel ha detto che la moneta unica ha reso l’Europa più forte, affermando poi che l’accordo raggiunto all’ultimo vertice di Bruxelles consentirà maggior trasparenza e disciplina di bilancio per tutti gli stati che lo hanno sottoscritto.

La Merkel, soprattutto con il suo omologo cinese, ha chiesto in primo luogo l’impegno della Cina ad aiutare l’Europa a sollevarsi dalla crisi economica. Lo stesso Wen Jiabao ha sottolineato come per l’Europa sia prioritario ed urgente risolvere la crisi e come la Cina stia valutando l’opportunita’ di una sua maggiore partecipazione nel Fondo europeo di stabilita’ finanziaria anche se, ha detto, “la Cina non ha l’intenzione ne la capacita’ di acquistare l’Europa”, in particolare la Cina sta mettendo in conto un possibile coinvolgimento diretto nei due fondi europei di salvataggio, l’EFSF e l’ESM.

Alberto Forchielli, di Osservatorio Asia, in un’intervista a Claudio Landi, per “L’ora di Cindia“, fa notare il rilievo che è stato dato dalla stampa cinese al ruolo esercitato da Mario Monti per rassicurare sulla stabilità dell’Italia e quindi dell’eurozona e quanto questo sia stato determinante per la ripresa dell’apertura del portafoglio cinese verso l’Europa e quindi per il successo della missione della Merkel.

Infine particolarmente interessante per comprendere l’intensità delle relazioni tra Cina e Germania questo pezzo di AGI.News:

FAZ, CINA PRIMO PARTNER COMMERCIALE DELLA GERMANIA
(AGI) – Berlino, 2 feb. – In occasione della visita di Angela Merkel in Cina la ‘Frankfurter Allgemeine Zeitung’ rivela che ormai Pechino e’ diventato il primo partner commerciale della Germania, se si sommano il volume delle importazioni e delle esportazioni. La bilancia commerciale tedesca nei riguardi del Paese piu’ popoloso del pianeta rimane pero’ ancora negativa, con 80 miliardi di euro di importazioni dalla Cina nel 2011 ed esportazioni per 65 miliardi. Da nessun altro Paese al mondo la Germania importa piu’ merci di quelle prodotte nella terra di Confucio, larga parte delle quali e’ costituita ormai da apparecchi elettronici. Nel frattempo anche le esportazioni tedesche stanno crescendo con tassi altissimi, come conferma Jens Nagel, responsabile dell’Associazione delle industrie esportatrici tedesche (Bga), poiche’ “lo scorso anno l’export tedesco verso la Cina e’ aumentato di un quarto, quest’anno ci attendiamo una crescita a due cifre, forse il 15%”. Piu’ di un quarto delle merci tedesche esportate verso Pechino e’ costituito da macchinari e impianti, come rivela Oliver Wack, responsabile dell’Associazione dei produttori del settore (Vdma), poiche’ “da tre anni la Cina e’ diventata il piu’ importante mercato per i macchinari e gli impianti tedeschi”.
Un altro 25% delle esportazioni tedesche va messo sul conto dell’auto, con le case costruttrici germaniche che si sono gia’ assicurati il 20% del mercato cinese, mentre la percentuale e’ considerevolmente piu’ alta per le autovetture di lusso.
“Tre quarti delle macchine di lusso immatricolate nel 2010 in Cina sono di marca tedesca”, dichiara Matthias Wissmann, presidente dell’Associazione delle aziende automobilistiche tedesche. Negli ultimi 15 anni il numero di impianti di produzione di auto tedesche in Cina e’ quasi triplicato, arrivando a 190, mentre anche l’industria chimica germanica e’ presente sul posto con piu’ di 150 filiali produttive. In totale oltre 5mila aziende tedesche con oltre 220mila dipendenti operano ormai in Cina, che e’ diventata il Paese straniero con il maggior volume di investimenti tedeschi, pari a 18 miliardi di dollari all’anno. Nel frattempo un’azienda tedesca su due ha in progetto di costruire impianti produttivi in Cina, che e’ tuttavia attiva anche in senso contrario, poiche’ attualmente sul suolo tedesco ci sono 700 aziende cinesi con 6600 dipendenti. “I cinesi ci vedono come la porta d’ingresso in Europa”, dice Markus Hempel, responsabile per il mercato cinese di Germany Trade and Invest (Gtai), dal momento che “non hanno mai investito tanto in Germania come adesso“.

In conclusione non si può non rilevare il notevole titolo di “Libero“: “La culona è volata in Cina ma in Europa è ormai sola“… contenti loro !

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La crisi del debito nell’eurozona sta tutta qui

Basta confrontare questi due grafici tratti da un articolo di Business Insider che si riferiscono al rendimento a 5 anni dei titoli di stato Svedesi e Finlandesi.

Come potete notare il rendimento di quello Svedese è in continua discesa.

Rendimento titolo di stato svedese quinquennale

Quello Finlandese invece.

Rendimento titolo di stato finlandese quinquennale

I due grafici hanno un andamento identico fino a novembre mese in cui interviene la brusca variazione tra gli andamenti registrata nei due grafici.

L’unica differenza evidente tra i due stati e le loro economie è che la Finlandia fa parte della zona euro, il che significa che non è gli è possibile stampare la propria moneta. La Svezia invece non fa parte dell’euro.

La medesima considerazione può farsi a proposito dei titoli del debito inglesi e tedeschi. Quelli del Regno Unito sono stati scambiati la scorsa settimana con una minore resa che le obbligazioni tedesche.
Anche qui vale la medesima considerazione, nel Regno Unito il governo può stampare moneta. In Germania, non può.

In questo momento, questo è ciò che gli investitori richiedono, e se non si ha una propria banca centrale in grado di pagare i propri debiti si è nei guai.

Hat Tip Phastidio.net

Crisi, ora tocca alla Francia

Spread, ora trema la Francia

Parigi – Sale la tensione sul debito della Francia, con una contrazione del Pil nel secondo trimestre e uno spread che supera la soglia record dei 190 punti, segno che il Paese non gioca più nella prima divisione della zona euro. Tanto che un numero sempre maggiore di osservatori comincia a chiedersi se Parigi meriti davvero la tripla A, la massima votazione delle agenzie di rating, normalmente attibuita ai primi della classe.
Giorno dopo giorno, il timore che la Francia sia la prossima nella lista dopo Grecia, Italia, Spagna, Portogallo, si fa più concreto. Nonostante l’Insee, l’istituto nazionale di statistica, abbia annunciato oggi una crescita del +0,4% (invece del 0,3% previsto) nel terzo trimestre 2011, ha dovuto rivedere al ribasso di 0,1 punti il secondo trimestre. Un dato inquietante, visto che è la prima volta, dal 2009, che il Pil della Francia diminuisce. Mentre lo spread, vale a dire il differenziale tra i Btp decennali francesi e il Bund tedesco, ha superato oggi i 190 punti (1,90%), una situazione inimmaginabile appena qualche mese fa, la scorsa primavera, quando era al di sotto dei 40 punti.

La situazione economica della Francia è «difficilmente compatibile» con la tripla A, sottolinea oggi uno studio presentato a Bruxelles dalla banca tedesca Berenberg e dal think tank europeo `The Lisbon Council´, che pubblica un barometro intitolato Euro Plus Monitor. Secondo il rapporto – che analizza crescita, competitivita e sostenibilità del debito – la salute generale della Francia si piazza al 13/esimo posto, tra la Spagna (12/esima) e l’Italia (14/esima), che sono attualmente nel mirino dei mercati e delle agenzie di rating. «Per la Francia bisognerebbe tirare il campanello d’allarme», avverte ancora lo studio, aggiungendo: «Tra i sei Paesi che godono della tripla A nella zona euro, la Francia ha ottenuto il peggior voto». E ancora: «I risultati sono troppo mediocri per un Paese che vuole rimanere in testa». Non è d’accordo il ministro francese agli affari europei, Jean Leonetti, che sempre da Bruxelles ha detto che la Francia «non è la Germania» ma «resta credibile».

«Per il mercato è fatta. La Francia merita al massimo una doppia A», sottolinea invece Frederik Ducrozet, economista di Credit Agricole. Da parte loro, le agenzie di rating mantengono la tripla A ma a metà ottobre Moody’s si è riservata tre mesi di tempo per rivalutare la situazione. E l’errore dell’agenzia di rating Standard & Poor’s, che giovedì scorso ha abbassato «per errore» il rating della Francia, non ha certo contribuito a rassicurare i mercati.

Per gli analisti, Parigi soffre prima di tutto dei timori di contagio della crisi dei Paesi più indebitati. «Per finanziare le perdite su Spagna e Italia, alcuni investitori di lungo termine riducono la loro esposizione sulla Francia», osserva Axel Botte, specialista del mercato obbligazionario da Natixis AM. «Forse c’è incertezza sulla volontà e la capacità del governo francese di imporre le misure annunciate», spiega Jean-Louis Mourier, economista ad Aurel BGC. Soprattutto, il Paese entra in un periodo pre-elettorale, difficile da gestire dal punto di vista delle finanze. «Se perdo la tripla A sono morto», ha detto qualche tempo fa il presidente francese Nicolas Sarkozy, confidandosi con alcuni fedelissimi, in vista delle presidenziali del 2012.

da IL SECOLO XIX

Crisi, la Francia punta sulla Bce. Merkel: «Cambiamo i trattati»

Roma – La pressione si fa sempre più intensa perché sia la Banca centrale europea, alla fine, a risolvere la crisi del debito mettendosi a stampare moneta.
A muoversi oggi è Parigi, il cui spread è ormai a livelli di guardia. Dal cancelliere tedesco Angela Merkel arriva un’apertura a rivedere i trattati e cedere poteri di bilancio all’Unione europea: una riforma che renderebbe l’Europa federale come gli Stati Uniti dove la Fed, appunto, da tre anni acquista titoli di Stato con moneta fresca. «Confidiamo che la Bce prenderà le misure necessarie per assicurare la stabilità finanziaria in Europa», ha detto oggi il ministro del Bilancio Valerie Pecresse. Sono in molti a chiedere che la Bce, alla fine, tiri fuori il `bazooka´ del `quantitative easing´, facendosi prestatore di ultima istanza, come la Fed.

La scorsa settimana lo aveva auspicato l’allora premier italiano Silvio Berlusconi, oggi è tornato a chiederlo Enda Kenny, primo ministro irlandese. Un’offensiva che continua a scontrarsi con la granitica opposizione della Bce e, in particolare, della potente Bundesbank tedesca: togliere dai guai Atene, Roma e forse domani anche Parigi creerebbe un incentivo a indebitarsi ancor di più. La responsabilità primaria a risolvere la crisi – ha ribadito il presidente della Bce Mario Draghi – è dei governi.

Ma qualcosa comincia a muoversi nel senso di una soluzione europea alla crisi che vada oltre il fondo salva-Stati (`Efsf´), un’arma spuntata, e l’idea degli eurobond, oggi nuovamente bocciati da Berlino e sempre meno allettanti visto che anche la Francia rischia ormai il suo rating `AAA´. Oggi la Merkel ha fatto un’apertura senza precedenti a una riforma dei trattati europei, dicendo che per difendere l’euro i tedeschi sono pronti «a cedere parte della loro sovranita»`. Per Berlino il sentiero e´ strettissimo (deve fare i conti con un’opinione pubblica sempre più ostile all’Europa e con la Bundesbank). Ma il tentativo è chiaro: spingere verso una sorveglianza europea rafforzata sui bilanci nazionali per evitare il ripetersi del dissesto del debito attuale. Arrivando persino a un bilancio federale Ue che includa prerogative finora nazionali. Una novità che toglierebbe molti argomenti a chi si oppone a un definitivo salvataggio europeo dei Paesi iper-indebitati.

Che la soluzione, poi, possa arrivare dalla Bce è tutta da vedere: occorrerebbe una riforma dei trattati. Ma è proprio su una riforma dei trattati che insiste la Merkel: i trattati «non permettono alla Banca Centrale Europa di poter risolvere i problemi dell’eurozona», ha detto oggi il cancelliere.

Di certo l’intensificarsi della crisi, che dopo l’Italia sembra voler contagiare la Francia e molti Paesi a `tripla A´, sta facendo sorgere un dibattito anche in Germania. Giusto ieri Peter Bofinger, uno degli economisti consiglieri della Merkel, ha ammesso che alla fine potrebbe toccare alla Bce fare da «argine finale» alla peggior crisi dal dopoguerra.

da IL SECOLO XIX

Come la pensa Mario Monti sull’euro e sulla crisi

L’EURO, LA CRISI E IL NOSTRO PAESE

Lettera al premier

Signor presidente del Consiglio,mi permetto di richiamare la Sua attenzione su alcuni aspetti delle Sue dichiarazioni di venerdì sull’euro.

Lei ha affermato: «L’euro non ha convinto nessuno. È una moneta strana, attaccabile dalla speculazione internazionale, perché non è di un solo Paese ma di tanti che però non hanno un governo unitario né una banca di riferimento e delle garanzie. L’euro è un fenomeno mai visto, ecco perché c’è un attacco della speculazione ed inoltre risulta anche problematico collocare i titoli del debito pubblico».

Di fronte alle vivaci reazioni suscitate, Lei ha in seguito precisato: «L’euro è la nostra moneta, la nostra bandiera. È proprio per difendere l’euro dall’attacco speculativo che l’Italia sta facendo pesanti sacrifici. Il problema è che l’euro è l’unica moneta al mondo senza un governo comune, senza uno Stato, senza una banca di ultima istanza. Per queste ragioni è una moneta che può essere oggetto di attacchi speculativi».

Sono dichiarazioni che meritano un’analisi a freddo, al di fuori di ogni visione di parte. A mio parere, esse contengono alcune affermazioni fondate e altre infondate. Nell’insieme, fanno sorgere, accanto ad una remota speranza, serie preoccupazioni. Mi auguro che, con le parole e ancor più con i fatti, Lei riesca a rafforzare quella speranza e a sgombrare il campo dalle preoccupazioni, così vive in Italia e in Europa. Non solo – La prego di credermi – presso i suoi «nemici».

È certamente vero che l’euro è «una moneta strana», «un fenomeno mai visto». È anche fondata, e condivisa dagli osservatori più seri, la Sua diagnosi: il principale problema dell’euro consiste nell’essere una moneta «senza un governo, senza uno Stato, senza una banca di ultima istanza». C’è sì la Banca Centrale Europea ma, come credo Lei voglia dire giustamente, essa non dà garanzia di intervento illimitato in caso di difficoltà.

Qui mi permetto di suggerirLe una considerazione. Se la condivide, potrebbe forse riprenderla in uno dei Suoi interventi. L’euro può soffrire della mancanza di un vero Stato alle sue spalle. Ma avere un vero Stato alle proprie spalle non porta necessariamente una moneta ad essere solida. La lira non era una moneta «strana». Ma era, il più delle volte, una moneta debole, proprio perché rifletteva le caratteristiche dello Stato italiano, dei governi e della Banca d’Italia (sempre autorevole ma, per lunghi periodi, arrendevole) che l’avevano generata. A parte un certo rialzo dei prezzi al momento della sua introduzione, la strana moneta euro, rispetto alla nostrana lira, ci ha portato negli ultimi 12 anni un’inflazione ben più bassa.

Se la Sua diagnosi coglie bene una gracilità di fondo dell’adolescente euro, mi sembra però che Lei la applichi a malanni che, in questo momento, il nostro adolescente non ha. Lei rappresenta un euro in crisi, a seguito di attacchi speculativi e aggiunge: «È proprio per difendere l’euro dall’attacco speculativo che l’Italia sta facendo pesanti sacrifici». Questo no, signor presidente.

L’euro non è in crisi. In questi 12 anni, e ancora attualmente, l’euro non manifesta nessuno dei due sintomi di debolezza di una moneta. È stabile in termini di beni e servizi (bassa inflazione) ed è stabile (qualcuno direbbe, anzi, troppo forte) in termini di cambio con il dollaro. Gli attacchi speculativi ci sono, spesso violenti. Ma non sono attacchi contro l’euro. E non è vero che «risulta problematico collocare i titoli del debito pubblico». Gli attacchi si dirigono contro i titoli di Stato di quei Paesi appartenenti alla zona euro che sono gravati da alto debito pubblico e che hanno seri problemi per quanto riguarda il controllo del disavanzo pubblico o l’incapacità di crescere (e di rendere così sostenibile la loro finanza pubblica) perché non hanno fatto le necessarie riforme strutturali.

È questo il caso dell’Italia, dopo che in prima linea si erano trovati la Grecia e altri Paesi. Per questo, da qualche tempo, è diventato problematico collocare i titoli del debito pubblico italiano. E di una cosa, signor presidente, può essere certo: se l’Italia non fosse nella zona euro, emettere titoli italiani in lire sarebbe un’impresa ancora più ardua. Che l’Italia stia facendo pesanti sacrifici, è vero. Essi sono più pesanti di come sarebbero stati se si fosse ammesso per tempo il problema di una crescita inadeguata. Ma non posso credere che Lei pensi davvero che l’Italia faccia questi sacrifici non per rimettersi in carreggiata e ridare un minimo di speranza ai nostri giovani, ma «per difendere l’euro dall’attacco speculativo». Mentre è vero se mai che la Bce, con risorse comuni, interviene a sostegno dei titoli italiani.

In Europa e nei mercati, affermazioni di questo tipo accrescono i dubbi sulla convinzione e la determinazione del governo italiano. Già due giorni dopo le decisioni di Bruxelles, i titoli italiani hanno fatto fatica a trovare collocamento. Ad ogni rialzo dei tassi, dovuto a scarsa fiducia nell’Italia, Lei finisce per imporre sacrifici ancora maggiori agli italiani. Anche le parole non sorvegliate hanno un costo. Ma ho una preoccupazione ancora maggiore.

Dopo le Sue dichiarazioni sull’euro, Fedele Confalonieri, Suo storico collaboratore, personalità rispettata nel mondo economico, se ne rallegra. Affermando che «l’euro è una moneta strana, che non ha convinto nessuno, Berlusconi ha detto una cosa che pensano tutti; solo che lui lo dice, perché non è ipocrita. E non c’è dubbio che il premier con questa battuta abbia toccato le corde di chi, dai tempi del cambio della lira, ha sempre storto il naso». Questo, secondo vari osservatori, fa ritenere che nella prossima stagione pre-elettorale, ormai non lontana, il tema in questione potrebbe diventare un Suo cavallo di battaglia.

Se questa fosse la prospettiva, e non voglio crederlo, ci avvieremmo ad una fase nella quale i severi provvedimenti che Lei si è impegnato a introdurre non potrebbero essere presentati in modo convincente ai cittadini, né potrebbero essere accettati con maturità, perché sarebbero accompagnati da scetticismo, se non recriminazioni, verso l’Europa. L’Italia non farebbe i passi avanti che le sono indispensabili e potrebbe rivelarsi il ventre molle dell’eurozona, con gravi fratture per l’Europa. Parlavo, però, di una remota speranza. La Sua diagnosi — la moneta è incompiuta e «strana» senza un governo dell’economia e passi verso l’unione politica — è in linea con la migliore tradizione dell’europeismo italiano. Come Lei, forse con qualche turbamento, ha visto a Bruxelles alcuni giorni fa, il governo economico si sta creando.

Ma sarebbe più ordinato, più equilibrato e più orientato alla crescita economica se potesse formarsi con un’Italia che con gli altri, Germania e Francia in primo luogo, concorresse attivamente a plasmarlo. Anziché, come sta avvenendo, con un’Italia costretta ad accettare passivamente forme di governo dell’economia che vengono improvvisate soprattutto allo scopo di «disciplinare» il nostro Paese. Confido, signor presidente, che prevalga in Lei l’ambizione di riportare l’Italia nel ruolo che le appartiene in Europa, accelerando in silenzio il risanamento, rispetto a quella di un successo elettorale a tutti i costi per la Sua parte politica, ma in un Paese sempre più populista, distaccato dall’Europa e magari visto come responsabile di un fallimento dell’integrazione europea.

Mario Monti

da Corriere.it

Nb. – Il neretto è di Diarioelettorale

La Cina rallenta

L’economia cinese è cresciuta del 9,1 per cento nel terzo trimestre 2011 rispetto a un anno prima secondo i dati pubblicati dall’ufficio statistiche cinese.
L’incremento è inferiore alla stima media del 9,3 per cento di un recente sondaggio Bloomberg News tra 22 economisti e segue ad un aumento del 9,5 per cento nei tre mesi precedenti.
Si tratta del dato più basso dal 2009, che aggiunge preoccupazione per la ripresa globale e che in Europa aumentino debito e crisi.
La crescita della Cina è stata limitata dalla stretta del credito e da una più debole domanda da parte dell’Europa.

Yao Wei, un economista, che aveva correttamente previsto le dimensioni della crescita, tuttavia non è pessimista: “Questo non è un brutto dato, ed i mercati peccano di eccesso di sensibilità”.

La produzione industriale infatti è aumentata del 13,8 per cento a settembre rispetto all’anno precedente, rispetto alla stima del 13,4 per cento in un sondaggio Bloomberg e ad un guadagno del 13,5 per cento del mese precedente.
In crescita anche gli investimenti fissi, saliti al 24,9 per cento nei primi nove mesi, rispetto al 24,8 per cento stimato dagli economisti e le vendite al dettaglio al 17,7 per cento dopo un aumento del 17 per cento in agosto.

Aziende come BASF SE, la più grande azienda chimica del mondo, si stanno espandendo in Cina portando con se aumento dei salari e aumento della domanda di consumi.

I politici asiatici si trovano tuttavia a governare delicati equilibri dovendo combattere con l’inflazione ancora elevata, mentre in Europa la crisi minaccia la crescita.

La Cina ha alzato i tassi d’interesse cinque volte nell’ultimo anno e messo limiti ai prestiti e agli acquisti di immobili per tenere a freno proprietà e prezzi al consumo ed arginare i rischi di bolle speculative.
Alcune banche stanno aumentando i tassi di interesse sui mutui. Il volume dei mutui immobiliari è sceso del 43 per cento nella prima metà dell’anno portandosi a 791 miliardi di yuan.
Mentre l’inflazione è ancora superiore al 6 per cento l’economista Ma Jun prevede che il tasso scenderà al 4 per cento nel mese di dicembre e gli analisti di Morgan Stanley stimano un calo al di sotto del 4 per cento entro la fine dell’anno.

Una crisi immobiliare e il rallentamento della crescita delle esportazioni sono tra i più grandi rischi per la crescita della Cina, secondo gli economisti di UBS AG, Nomura Holdings Inc. (8604) e Societe Generale.

L’economista cinese Wang Tao di UBS vede una “recessione globale”, come il principale pericolo di fronte il più grande esportatore mondiale per i prossimi 12 mesi.
La crescita del PIL potrebbe scendere a un minimo del 7,7 per cento nel primo trimestre del 2012 come conseguenza di “una forte decelerazione” della domanda estera che andrebbe ad aggiungersi as una produzione nazionale più debole, secondo Wang.

La moneta cinese ha guadagnato il 18 per cento nei confronti del dollaro negli ultimi quattro anni.
Il premier Wen ha promesso di mantenere una “sostanziale stabilità” dei tassi di cambio per proteggere gli esportatori.

L’economia cinese era cresciuta del 10,4 per cento lo scorso anno.
La crescita rallenterà al 9,5 per cento quest’anno, sei volte il ritmo degli Stati Uniti e dell’area dell’euro, secondo le stime del Fondo monetario internazionale.
L’espansione del 9 per cento nel 2012 sarà comunque pur sempre otto volte più veloce rispetto al gruppo di 17 nazioni che condividono la moneta europea.

da Bloomberg.com

Galeotta fu la generosità dei fedeli !

Non ci posso credere !

Non ci posso credere !

“… un numero impressionante di sacerdoti travolti dallo scandalo, intercettati in tutta Italia, da Biella a Palermo.”

«Tutto è iniziato dalla storia che ho avuto con un prete», racconta l’uomo, «con il quale facevo sesso e che mi dava dei soldi di sua spontanea volontà. Da qual momento sono stato letteralmente preso d’assalto da decine di sacerdoti».

Sacerdoti che pagavano migliaia di euro per prestazioni sessuali delle varie vittime adescate in rete, soldi rastrellati dai fedeli, invocati per opere di carità e di aiuto e usati in questo modo. Lo documenta la risposta di uno dei preti ascoltato dagli investigatori che, alla domanda dove avesse trovato i settemila euro pagati per alcuni incontri particolari, ha risposto candidamente: «Non ho avuto gravi difficoltà economiche, grazie anche alla generosità dei fedeli che in questo periodo con la benedizione delle case hanno elargito grandi somme di denaro».

il resto sta tutto qui su “Libero” di oggi 18 agosto 2011,  giornale diretto da Maurizio Belpietro

Depuratore di Castellammare del Golfo, facciamo il punto

Il primo dato da cui partire è che nell’anno di grazia 2011 nella civilissima Europa, nella civile Italia e nella un po’ meno civile Sicilia, tutti e tre i nuclei urbani che insistono nel teritorio del Comune di Castellammare del Golfo, risultano privi di sistemi funzionanti per la depurazione delle acque reflue.

Tale colpevole dimenticanza,inerzia, incapacità, non è certo imputabile esclusivamente alla attuale amministrazione comunale (sebbene questa amministrazione abbia girato la boa di metà mandato senza avere portato a casa niente di concreto), ma a generazioni di amministratori che per decenni si sono esercitati nella nobile arte della disamministrazione.

Una nota ora ci informa che, come già proclamato nel 2005 (quasi sei anni fa !) dall’ex sindaco Giuseppe Ancona, si pensa di realizzare il depuratore in galleria, nel blocco montuoso sottostante il Belvedere e con accesso dall’area portuale.

Si dice che vi sia un impegno della regione per un finanziamento aggiuntivo di 7 milioni di euro, da aggiungere ai precedenti 5 milioni e mezzo disponibili e fin qui non utilizzati.

Il relativo progetto preliminare, (si avete letto bene siamo ancora al preliminare), dovrà essere presentato alla Regione entro il 25 aprile, anniversario della liberazione, che quest’anno coincide con la festività di Pasquetta susseguente alla Pasqua di Resurrezione.

Questa concentrazione di eventi e circostanze significative vorrà dire qualcosa ?

Lo scopriremo solo vivendo, avrebbe detto Lucio Battisti, per ora sappiamo che gli attuali amministratori sostengono di avere tratto “ispirazione” da una analoga realizzazione sul Lago di Garda.

Depuratore in galleria

Depuratore in galleria

Correva l’anno 1996 e il Corriere della Sera titolava: “Per salvare il Garda un depuratore costruito in galleria”, nel 2010 su BresciaOggi.it possiamo leggere “In funzione il depuratore dell’alto lago – AMBIENTE. Un importante contributo per la difesa delle acque del lago. L’impianto è stato realizzato in una galleria dismessa della statale Gardesana – Provvederà alla depurazione di Limone e Tremosine. La lunga gestazione di un’opera durata dieci anni e costata quasi 7 milioni”.

Insomma la sintesi mazziniana (visto che siamo in tema di celebrazioni dell’Unità d’Italia) di “pensiero ed azione“, oggi si realizza in circa 14 anni !

Vediamo allora i dettagli dell’impianto sul Garda.

Il depuratore dell’alto lago a servizio dei Comuni di Limone e Tremosine è stato costruito in una delle gallerie dismesse della vecchia statale Gardesana.

Galleria esistenti quindi e non realizzata ex-novo.

L’impianto serve un’area che (come nel nostro caso) d’estate aumenta in modo considerevole il numero dei residenti, tuttavia l’impianto qui è dimensionato per un massimo estivo di 18.750 abitanti equivalenti e invernale di soli 2.850 a.e.

L’impianto è modulare, ha caratteristiche di particolare flessibilità, è capace cioè di adattarsi alla forte fluttuazione della popolazione ed ha sostituito il piccolo depuratore di Limone che convogliava sul fondo del lago gli scarichi, in eccesso rispetto alla sua potenzialità.

La costruzione del depuratore ha richiesto un investimento di 6.875.000 finanziati dalla Regione Lombardia, dall’Autorità d’ambito della Provincia di Brescia, da Garda Uno spa e dalla stessa ditta Saceccav depurazioni Sacede spa di Desio che, oltre a realizzare e gestire l’impianto, si occupa anche della manutenzione trentennale dell’impianto.

I lavori erano iniziati nell’ottobre del 2007 con la sistemazione degli accessi alla galleria e l’impianto è andato a regime nell’ottobre 2010.

Tre anni quindi sono stati necessari nel profondo Nord per la realizzazione vera e propria del depuratore, a cui andrebbero sommati, nel nostro caso, i tempi per la realizzazione della galleria che ha una larghezza di 11 metri ed una altezza al colmo di 8,5 metri.

Tutto questo, in termini di burocrazia, costi,  tempi,  di tipo nordico ed anche in presenza di imprevisti, infatti nel corso della costruzione si è rimediato ai guai causati da una frana della montagna che, scaricando a valle massi e terriccio, ha provocato danni all’impianto in fase di ultimazione ed alla strada di accesso con un aggravio di circa 750.000 euro.

In conclusione ritengo che se anche il pessimismo della ragione mi dice che non se ne farà nulla, tuttavia mai come in questo caso credo bisogna opporre l’ottimismo della volontà per sperare che anche la nostra cittadina un giorno abbia il suo impianto di trattamento delle acue reflue.