La Cina rallenta

L’economia cinese è cresciuta del 9,1 per cento nel terzo trimestre 2011 rispetto a un anno prima secondo i dati pubblicati dall’ufficio statistiche cinese.
L’incremento è inferiore alla stima media del 9,3 per cento di un recente sondaggio Bloomberg News tra 22 economisti e segue ad un aumento del 9,5 per cento nei tre mesi precedenti.
Si tratta del dato più basso dal 2009, che aggiunge preoccupazione per la ripresa globale e che in Europa aumentino debito e crisi.
La crescita della Cina è stata limitata dalla stretta del credito e da una più debole domanda da parte dell’Europa.

Yao Wei, un economista, che aveva correttamente previsto le dimensioni della crescita, tuttavia non è pessimista: “Questo non è un brutto dato, ed i mercati peccano di eccesso di sensibilità”.

La produzione industriale infatti è aumentata del 13,8 per cento a settembre rispetto all’anno precedente, rispetto alla stima del 13,4 per cento in un sondaggio Bloomberg e ad un guadagno del 13,5 per cento del mese precedente.
In crescita anche gli investimenti fissi, saliti al 24,9 per cento nei primi nove mesi, rispetto al 24,8 per cento stimato dagli economisti e le vendite al dettaglio al 17,7 per cento dopo un aumento del 17 per cento in agosto.

Aziende come BASF SE, la più grande azienda chimica del mondo, si stanno espandendo in Cina portando con se aumento dei salari e aumento della domanda di consumi.

I politici asiatici si trovano tuttavia a governare delicati equilibri dovendo combattere con l’inflazione ancora elevata, mentre in Europa la crisi minaccia la crescita.

La Cina ha alzato i tassi d’interesse cinque volte nell’ultimo anno e messo limiti ai prestiti e agli acquisti di immobili per tenere a freno proprietà e prezzi al consumo ed arginare i rischi di bolle speculative.
Alcune banche stanno aumentando i tassi di interesse sui mutui. Il volume dei mutui immobiliari è sceso del 43 per cento nella prima metà dell’anno portandosi a 791 miliardi di yuan.
Mentre l’inflazione è ancora superiore al 6 per cento l’economista Ma Jun prevede che il tasso scenderà al 4 per cento nel mese di dicembre e gli analisti di Morgan Stanley stimano un calo al di sotto del 4 per cento entro la fine dell’anno.

Una crisi immobiliare e il rallentamento della crescita delle esportazioni sono tra i più grandi rischi per la crescita della Cina, secondo gli economisti di UBS AG, Nomura Holdings Inc. (8604) e Societe Generale.

L’economista cinese Wang Tao di UBS vede una “recessione globale”, come il principale pericolo di fronte il più grande esportatore mondiale per i prossimi 12 mesi.
La crescita del PIL potrebbe scendere a un minimo del 7,7 per cento nel primo trimestre del 2012 come conseguenza di “una forte decelerazione” della domanda estera che andrebbe ad aggiungersi as una produzione nazionale più debole, secondo Wang.

La moneta cinese ha guadagnato il 18 per cento nei confronti del dollaro negli ultimi quattro anni.
Il premier Wen ha promesso di mantenere una “sostanziale stabilità” dei tassi di cambio per proteggere gli esportatori.

L’economia cinese era cresciuta del 10,4 per cento lo scorso anno.
La crescita rallenterà al 9,5 per cento quest’anno, sei volte il ritmo degli Stati Uniti e dell’area dell’euro, secondo le stime del Fondo monetario internazionale.
L’espansione del 9 per cento nel 2012 sarà comunque pur sempre otto volte più veloce rispetto al gruppo di 17 nazioni che condividono la moneta europea.

da Bloomberg.com

Sperare nella Cina ?

Diciamoci la verità questo paese, l’Italia,  è un paese strano, un paese molto strano, nel quale pochi, molto pochi, parlano o scrivono, delle cose che si muovono nel mondo, prigionieri della prigrizia e di un eccesso di provincialismo.

Questo paese (ma anche gli altri paesi europei non scherzano) ha ritmi di crescita da prefisso telefonico mentre i cosidetti BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa) hanno ritmi di crescita da boom economico.

In particolare la Cina che dopo aver fatto registrare negli anni precedenti ritmi di crescita superiori al nove per cento, cresce ancora al ritmo dell’8% annuo (come da previsioni) e sembra puntare alla supremazia economica a livello mondiale, in un arco di tempo più o meno lungo.

E’ possibile per l’Europa sperare nella Cina? Cosa dobbiamo attenderci dalla politica cinese ?

Per saperne di più vi propongo due articoli.

Particolarmente equilibrato ed interessante questo articolo del 15 settembre di Bernardo Cervellera comparso su Asia News, agenzia del PIME (Pontificio Istituto Missioni Estere) specializzata sull’Asia, il quale nel momento in cui molti sperano che la Cina compri il debito sovrano di Italia (nonostante la smentita del ministro Tremonti) ed Europa, fa rilevare i punti di criticità dell’economia cinese quali: sovrapproduzione, banche sovresposte, dipendenza dalle esportazioni e dagli investimenti stranieri ed in più un valore artificiale dello yuan e una manodopera schiavizzata.
Il richiamo alla centralità dell’uomo e alla responsabilità verso l’altro anche in economia, non può che essere condiviso.

La Cina non salva l’economia italiana e il mondo

di Bernardo Cervellera

“Roma (AsiaNews) – Ci pare molto difficile, anzi impossibile, che la Cina possa salvare l’Italia e l’Europa dal baratro del debito sovrano. Nei giorni scorsi, dopo una rivelazione del Financial Times, secondo cui vi erano accordi fra Roma e Pechino perché questa acquistasse buoni del Tesoro italiani, economisti e banchieri hanno levato il loro canto di lode al nuovo salvatore dell’Europa. Anzi vi sono alcuni i quali predicono ormai che la Cina salverà il mondo intero dalla crisi.

Noi non siamo così ottimisti. Anzitutto, il premier Wen Jiabao, parlando al World Economic Forum di Dalian, non è stato troppo entusiasta nel voler pagare i debiti dell’Europa, anche se – con cortesia – ha detto di voler “dare una mano”. In più, egli ha stilato alcune condizioni per avere tali aiuti, fra cui il riconoscimento al Wto (Organizzazione mondiale del commercio) di “piena economia di mercato” per la Cina, insieme alla eliminazione delle barriere doganali, foriere di un’ulteriore invasione di beni cinesi.

Ma sono soprattutto le cifre che ci danno ragione. Se Pechino volesse aiutare l’economia europea e mondiale, dovrebbe lei togliere le barriere doganali a tanti prodotti esteri. Invece, guardando alle cifre del 2010, la bilancia commerciale della Cina verso il resto del mondo è in attivo e si aggira sui 184,4 miliardi di dollari Usa. Per divenire un vero motore contro la crisi, la Cina dovrebbe importare di più e la sua bilancia commerciale andare in negativo. Ma questo comporta per lei il rischio di un aumento della disoccupazione, già molto alta e preoccupante.

È vero, la Cina – avendo oltre 3mila miliardi di dollari in riserve di moneta estera – fa investimenti in diverse parti del mondo. L’Italia e l’Europa potrebbero sperare in qualche briciola. Ma se anche qui si guardano le cifre, ci si accorge che per il 2009 Pechino ha investito all’estero solo 38 miliardi di dollari, mentre il resto del mondo ha investito in Cina ben 106 miliardi di dollari (fonti Unctad). In realtà, dunque, Pechino assorbe investimenti, più che concederli. Soprattutto, il surplus serve più a ricapitalizzare ciclicamente il suo sistema bancario, afflitto da insolvenze.

Sperare che la Cina salvi l’economia mondiale è irrealistico, oltre che non vero. La Cina, infatti, si trova nelle stesse condizioni degli altri Paesi: sovrapproduzione; dipendenza dalle esportazioni; banche sovraesposte; consumi al minimo. Il suo successo dipende troppo dal valore dello yuan, tenuto basso in modo artificiale, e da una manodopera schiavizzata, che mantiene basso il costo del lavoro.

Questa economia “drogata” si è lanciata a costruire faraoniche infrastrutture per aumentare il Prodotto interno lordo, ma senza produrre vera ricchezza: più del 50% delle case e degli uffici costruiti sono attualmente vuoti e nessuno sa chi potrà pagarli.

Altri elementi che mancano all’economia cinese è la fantasia e la creatività. Per secoli la Cina ha ristretto la sua cultura a schemi ripetitivi, soffocati prima dal controllo imperiale e poi comunista. D’altra parte, la creatività ha bisogno di libertà e garanzie dei diritti umani della persona, un altro elemento fortemente mancante ancora oggi.

La Cina è capace di dare grandi spettacoli: le Olimpiadi, l’Expo di Shanghai, i Giochi asiatici… Ma non riesce a risolvere i problemi della sua popolazione: il traffico caotico delle metropoli, l’inquinamento, la qualità della vita della gente, la giustizia per operai e contadini.

Volando a Madrid per la Giornata mondiale della gioventù, ai giornalisti del volo papale, Benedetto XVI ha affermato che “l’uomo dev’essere il centro dell’economia e che l’economia non è da misurare secondo il massimo del profitto, ma secondo il bene di tutti, include responsabilità per l’altro e funziona veramente bene solo se funziona in modo umano, nel rispetto dell’altro”.

La centralità dell’uomo e la responsabilità creativa mancano alla Cina, ma anche all’Europa, che cerca soluzioni scaricando le responsabilità su qualche “salvatore economico”.”

da AsiaNews.It

NB – Il neretto di sottolineatura è di Diarioelettorale

Meno rassicurante invece il contenuto di un articolo di Chris Arsenault pubblicato online sulla versione inglese di Al Jazeera che prendendo spunto da uno dei “cables” di Wikileaks dal titolo “La Cina accresce le riserve d’oro al fine di prendere due piccioni con una fava“, nel quale tra l’altro può leggersi:
che la Cina sta comprando oro per indebolire la supremazia del dollaro come valuta di riserva mondiale e che che la Cina prevede di rendere la sua moneta, lo yuan, pienamente convertibile per la negoziazione sui mercati internazionali entro il 2015 tenuto conto che il mercato offshore per lo yuan si sta sviluppando più rapidamente di quanto avessero immaginato le autorità bancarie cinesi.

La Cina dispone di 1.054 tonnellate di oro come riserva aurea ed è la sesta più grande riserva al mondo, secondo i dati del World Gold Council.

Come è noto il dollaro è la valuta di riferimento per le transazioni internazionali.
Il valore delle merci mondiali, come il petrolio, è generalmente definito in dollari USA.
Se, ad esempio, una compagnia della Corea del Sud vuole comprare il vino dal Cile, è probabile che l’operazione si effettuerà in dollari. Entrambe le società dovranno quindi acquistare dollari per condurre i loro affari, generando una maggiore domanda di dollari ed accrescendone il valore.
Attualmente, l’essere il dollaro la valuta di riferimento permette agli Stati Uniti di ricorrere a prestiti internazionali a più bassi tassi di interesse con evidenti vantaggi per gli Stati Uniti sul piano della competizione internazionale.
Dall’altro lato si fa rilevare che al marzo del 2011, la Cina dispone di 3.04 trilioni di dollari di riserve, secondo la Xinhua Agency e che la Cina è il più grande possessore di buoni del Tesoro statunitense, con 1.166 trilioni al 30 giugno 2011, secondo il San Francisco Chronicle e che quindi una forte svalutazione del dollaro danneggerebbe la stessa Cina che rischierebbe di rimanere con rotoli di carta senza valore.
“Se devi alla banca 100 dollari, questo è un tuo problema. Ma se devi alla banca 100 milioni di dollari, questo è un problema della banca”, osservò una volta l’industriale americano Jean Paul Getty.
Così la Cina è frenata nella vendita di grossi quantitativi delle proprie riserve in dollari operazione che rischierebbe con il conseguente deprezzamento di danneggiarla.

La risposta per il futuro è allora comprare oro.
Il valore dell’oro è aumentato di quasi il 400 per cento, da meno di $ 500 l’oncia nel 2005 a circa 1,900 dollari nel mese di settembre.
In passato gli Stati Uniti e l’Europa hanno sempre operato per la ridiscesa del prezzo dell’oro”, ma oggi pensare che Stati Uniti ed Europa siano in grado di mettere in atto tali misure è follia.
Attualmente, la Cina pone severi controlli sulla sua moneta, limitando gli stranieri dal fare affari in yuan o trading sul mercato dei cambi.
Il possedere questi grandi riserve di valuta statunitense, e il controllo dello yuan, fa si che la Cina possa mantenere la propria moneta ad un valore inferiore a quello reale e ciò rende le esportazioni cinesi più competitive.
Nel 2010 gli USA hanno registrato un deficit commerciale di 273.1 bilioni di dollari con la Cina.
Gli Stati Uniti in ragione dello status del dollaro come valuta di riserva, possono mantenere il deficit commerciale a tempo indeterminato e ricorrere ai prestiti internazionali senza grandi ripercussioni, ma se l’oro, lo yuan, o una combinazione di altre valute sostituisse il dollaro, gli Stati Uniti avrebbero perso i loro vantaggi.
Ciò non accadrà nel breve termine, non nei prossimi cinque anni almeno.
Ma niente dura per sempre.

Qualcuno sostiene che quando la Cina deciderà che è ora che il dollaro cada, il dollaro cadrà.
D’altra parte nessuno nel 1979 avrebbe previsto che la Cina sarebbe diventata la nazione con cui avrebbero dovuto confrontarsi gli Stati Uniti e nessuno oggi può dire quali saranno i paesi che si confronteranno tra trenta anni.

“Libera nos Domine” dal luogo comune

Ok, il video ed il testo della canzone-manifesto di Francesco Guccini “Libera nos domine“, a cui “Diarioelettorale” nel suo piccolo, ispira la propria azione, li trovate alla fine del post, qui invece si vuole fare un aggiunta (non poetica) all’ elenco di cose, ed alle persone che ne sono portatori, da cui si chiede di essere liberati.

In particolare tra le cose da cui liberarci si vorrebbe aggiungere quella definita “luogo comune” ed i loro più o meno consapevoli divulgatori.

Qui Wikipedia definisce il “luogo comune”, sinteticamente in questo modo: “Un luogo comune è un’opinione (non necessariamente “vera”) o un concetto la cui diffusione, ricorrenza o familiarità ne determinano l’ovvietà o l’immediata riconoscibilità.“.

In seguito in un apposito paragrafo dal titolo, “Luogo comune come antitesi del metodo scientifico“, vengono fatte queste interessanti considerazioni:

Il luogo comune, essendo ritenuto una ovvietà, non richiede alcuna prova né ci si attende che sia sottoposto a critica o falsificazione. Resiste perfino all’evidenza, con cui comunque viene raramente confrontato. È affermato con tale frequenza, che difficilmente si è in grado di ricordare la sua fonte.
L’esatto opposto del metodo scientifico, che nasce dall’osservazione obiettiva di fatti documentati provenienti da fonti note, utilizzati per costruire un’ipotesi, che deve poi resistere a ogni tentativo di falsificazione mediante altre osservazioni o meglio ancora, quando possibile, mediante esperimenti.
La scienza non ritiene mai che le proprie ipotesi costituiscano la verità, ma invece le ritiene sempre provvisorie ed incerte, essendo solo la migliore ipotesi finora formulata che può spiegare i fatti finora osservati. L’opinione erronea che scientificamente provato equivalga a accertato è, appunto, un luogo comune. È necessario altresì osservare che anche “Luogo comune come antitesi del metodo scientifico” può diventare a sua volta un luogo comune. Perché questa antitesi non è sempre vera. Inoltre spesso i risultati della scienza diventano necessariamente luoghi comuni per l’uomo comune (per esempio la terra gira intorno al sole), i quali posso a loro volta diventare obsoleti. In conclusione il rapporto tra luoghi comuni e scienza è tutt’altro che banale e scontato.”.

Phastidio.net è un blog che si occupa di economia, in maniera non banale e non conformista, oggi affascinato più del solito da un suo post dal titolo “Fraintendimenti“, e che vi ripropongo integralmente di seguito, ho deciso di sapere qualcosa di più sull’autore leggendo sul sito il “Chi siamo”, dove tra le altre cose, “Phastidio .net” dice:

Chi siamo non è poi così importante: crediamo anzi che non interessi nessuno.Questo sito ha un denominatore comune: la critica sistematica di tutti i luoghi comuni, le frasi fatte, le ovvietà culturali, il potenziale giustificatorio tradizionale da cui siamo investiti ogni giorno della nostra multimediale esistenza.

Basta ripetere ossessivamente lo stesso concetto, ed ecco che il concetto diviene assioma, verità indimostrata ed indimostrabile. Spesso ciò accade per precisi fini da parte di chi trasmette il messaggio, altre volte accade solo per una sorta di “rumore di fondo” nella comunicazione, altre ancora per la pigrizia di chi trasmette il messaggio, per mancanza di volontà, voglia o capacità di capire di più e meglio, e questo rappresenta purtroppo il tratto distintivo delle ultime (de)generazioni di giornalisti italiani.

Quello che vorremmo riuscire a fare è stimolare una riflessione, indurre chi ci leggerà a chiedersi: “Ciò che leggo e ascolto sarà proprio come dicono?“.

Questo è il post di cui vi dicevo, nel quale trovate riferimenti al concetto di produttività, all’ignoranza economica delle nostre classi dirigenti e dei giornalisti, al Meeting di Rimini, alla FIAT e a Marchionne etc. etc.:

Fraintendimenti

Su noiseFromAmerika, Giulio Zanella spiega, ricorrendo ad un frammento di vita vissuta, perché e come in questo paese di risaputi analfabeti economici (parliamo delle cosiddette classi dirigenti, cioè di quelli che hanno la mano sul timone, a vario titolo e grado, non confondetevi) si tenda ancora a scambiare la produttività del lavoro con la produttività totale dei fattori.

La seconda potrebbe essere definita la variabile di “sistema-paese”, ed è un’enorme scatola nera fatta di pubblico e privato, di leggi sul lavoro e l’impresa, di organizzazione del lavoro, di funzionamento dei tribunali civili, di tutela del diritti di proprietà, di sistema educativo e formativo, di consapevolezza culturale di un elettorato che decida di opporsi al conflitto d’interessi ovunque si annidi e si materializzi, anche in conseguenza del legiferare.

Questi trascurabili dettagli di solito formano oggetto di pensosi dibattiti, magari davanti a fondali riccamente ingemmati di nomi di grandi imprese sponsor, pubbliche e private. Consessi in cui si alza il ditino al cielo per spiegare ai lavoratori che devono essere più produttivi e non accampare eccessive rivendicazioni, pena il decadimento della nostra già fragile competitività; che i lavoratori medesimi non possono chiedere un premio di risultato quando gli azionisti del gruppo del loro datore di lavoro hanno ricevuto dividendi malgrado una perdita consolidata; il tutto seguito dagli abituali fiumi d’inchiostro scritti su giornali che la competizione manco l’hanno vista sui libri, che accusano i più perplessi tra i lavoratori di essere comunisti disfattisti, e che se il paese va a puttane è sempre e comunque colpa del sindacato, anche dove il sindacato non c’è.

Ricordate, si chiama produttività totale dei fattori o TFP come direbbero gli anglosassoni; è quella che latita in questo paese, è il prodotto della capacità di adattamento all’ambiente competitivo globale espressa dalle classi dirigenti di questo paese, legislatori in primis, ma anche condottieri d’impresa e capitani coraggiosi che accorrono al salvataggio di monopoli pubblici, facendoli diventare privati. Non confondetela con la produttività del lavoro, quella è tutt’altra cosa.

Chiediamo pure al sindacato di non arroccarsi, ma pretendiamo anche che nessuna volpe sia messa di guardia al pollaio; forse riusciremo ad essere più credibili come paese.”


Testo di “Libera nos Domine” di Francesco Guccini

Da morte nera e secca, da morte innaturale,

da morte prematura, da morte industriale,

per mano poliziotta, di pazzo generale,
diossina o colorante, da incidente stradale,
dalle palle vaganti d’ ogni tipo e ideale,
da tutti questi insieme e da ogni altro male,
libera, libera, libera, libera nos Domine!

Da tutti gli imbecilli d’ ogni razza e colore,
dai sacri sanfedisti e da quel loro odore,
dai pazzi giacobini e dal loro bruciore,
da visionari e martiri dell’ odio e del terrore,
da chi ti paradisa dicendo “è per amore”,
dai manichei che ti urlano “o con noi o traditore!”,
libera, libera, libera, libera nos Domine!

Dai poveri di spirito e dagli intolleranti,
da falsi intellettuali, giornalisti ignoranti,
da eroi, navigatori, profeti, vati, santi,
dai sicuri di sé, presuntuosi e arroganti,
dal cinismo di molti, dalle voglie di tanti,
dall’egoismo sdrucciolo che abbiamo tutti quanti,
libera, libera, libera, libera nos Domine!

Da te, dalle tue immagini e dalla tua paura,
dai preti d’ ogni credo, da ogni loro impostura,
da inferni e paradisi, da una vita futura,
da utopie per lenire questa morte sicura,
da crociati e crociate, da ogni sacra scrittura,
da fedeli invasati d’ ogni tipo e natura,
libera, libera, libera, libera nos Domine,
libera, libera, libera, libera nos Domine…

[.]

La minaccia è la Cina ?

Non che l’articolo, che vi propongo, segnali un qualche avanzamento del dibattito su come reinterpretare l’economia italiana alla luce del fenomeno Cina nuovo protagonista dell’economia mondiale.
Piuttosto evidenzia l’inadeguatezza al ruolo da parte di alcuni dei protagonisti del dibattito e uno stato del dibattito fermo allo stesso grado di avanzamento in cui sarebbe stato accettabile, non ora ma cinque o sei anni fa.

Evocare da parte di Marchionne che “i sindacati debbono diventare parte della soluzione”, pur sapendo che il sindacato in Italia ha dato tutto ciò che poteva dare e anche di più, non depone affatto a favore dei capitani d’industria italiani, i quali hanno rinunciato, nei fatti, a farsi interpreti di un qualsiasi “nuovo rinascimento del paese”, e hanno vivacchiato sui contributi statali per anni, per arrivare infine alla delocalizzazione delle industrie e degli impianti.

In Italia, si può affermare con certezza che il ritardo, non solo economico, ma intelletuale e politico, è aggravato dalla non consapevolezza e dalla non accettazione delle sfide.
Ora il rischio è che più che alla Cina gli italiani debbano guardare in un prossimo futuro alla Grecia.

“Marchionne evoca lo spettro cinese, l’Ad Fiat: “Pechino una minaccia per il nostro prodotto interno lordo”

Ma sulle condizioni per competere battibecco con il leader Cgil – Occupazione, scontro con Epifani

PARMA – Lo spettro che incombe sulle economie occidentali arriva dall’Oriente. È grande un miliardo e rotti di persone. Cresce a un ritmo del 9,5% e per la fine dell’anno potrebbe diventare la seconoda economia planetaria, dietro solo agli Stati Uniti. Il fantasma si chiama Cina e si è materializzato al convegno di Confindustria “Libertà e benessere: l’Italia al Futuro” ospitato alle Fiere di Parma.

A evocare la paura del grande drago, nel primo giorno del meeting, è stato l’amministratore delegato della Fiat Sergio Marchionne, che ha parlato del gigante orientale con frasi che lasciano poco spazio ai dubbi e alle interpretazioni: “La Cina è una minaccia per le economie del mondo occidentale, il 10% di quello che producono è sufficiente a distruggere il nostro prodotto interno lordo“.

Marchionne è intervenuto alla tavola rotonda, moderata dal direttore del Corriere della Sera Ferrucio De Bortoli, che ha registrato anche gli interventi di Roberto Colaninno (presidente della Piaggio), Antonio Tajani (vice presidente della Commissione euoropea per l’industria) e Guglielmo Epifani, segretario della Cgil, protagonista di un vivace battibecco con l’ad Fiat che ha richiamato, tra gli applausi della platea, le sigle sindacali a fare la loro parte: “‘L’industria ha l’obbligo di cercare tutte le condizioni per competere – afferma – ma i sindacati invece di ripetere le stesse cantilene – qui l’ovazione dei presenti – devono diventare parte della soluzione“.

La replica di Epifani non si è fatta attendere: “Se la Fiat resta l’unico produttore di auto, se il destino dell’auto in Italia è il destino di un’azienda la cosa non funziona”. La diatriba si è quindi spostata sulla Cina con il leader della Cgil che di fronte al suggerimento di Marchionne di guardare a Pechino, ha fatto notare, accompagnato comunque da applausi, la grave condizione dei lavoratori cinesi “che non hanno la libertà di formare un sindacato, la libertà è anche questa, altrimenti si importa un modello che comprime libertà e diritti”. “Mi fa piacere che si preoccupi della qualità della vita in Cina”, ha ironizzato Marchionne che ha ribadito l’importanza di puntare sulla competitività.

Epifani ha fatto presente la necessità di investire nel Paese se “si crede all’Italia”, suscitando ancora la replica dell’ad Fiat: “Su 8 miliardi di investimenti, 2 sono in Italia, di più non possiamo fare”. E non sembrano esserci spiragli sul futuro di Termini Imerese: “Il 31 dicembre 2011 sarà l’ultimo giorno di produzione, la gente di Termini Imerese deve essere messa in condizione di guardare al futuro dal giorno dopo”. A chiudere il match, suscitando le risate della sala, ha pensato Colannino, con una battuta sulle esportazioni: “In Cina dovremo esportare Epifani”.

Ma il gigante giallo suscita un sentimento misto di timore e curiosità. Lo dicono anche i numeri snocciolati da Li-Gang Liu, direttore economico di Anz Banking Group: “Quest’anno avremo una crescita del 9,5%, e la Cina dovrebbe sostituire il Giappone, diventando la seconda economia del mondo” ha spiegato alla platea. E il futuro parlerà mandarino: “L’economia della Cina dovrà trasformarsi, puntando più sulla domanda interna, ma il nostro Paese esporterà molti capitali, la riserva estera in dollari ammonta a 2,4 trillioni”. Nei piani dell’impero di mezzo sembra esserci anche l’Italia: “Nei prossimi anni aumenteremo gli investimenti”.

E Marchionne non sembra avere dubbi. A De Bortoli che gli domandava se non si fosse aspettato troppo ad andare in Cina, ha risposto: “Il problema non è andarci, è che arrivano loro“.”

di RAFFAELE CASTAGNO

da La Repubblica

Occhio alla Cina … e alle cinesi

 

Quella cinese, con una previsione di crescita del Pil dell’8% , è oggi l’ economia leader a livello mondiale.

Se a questo si aggiunge il fatto che gran parte del debito pubblico USA è nelle mani dei cinesi,  che il governo americano con un debito dalle proporzioni enormi sarà costretto alla emissione di nuovi titoli di debito, e che senza la disponibilità cinese a comprarli sarebbe la catastrofe degli USA e dell’intero occidente, (ma forse anche per la stessa Cina), si può affermare senza ombra di dubbio che è in atto un cambio di leadership a livello mondiale tra occidente ed oriente e che la Cina, potenza economica egemone ad oriente, si appresta ad acquisire lo status di nazione leader a livello mondiale.

La Cina sarà il paese che guiderà l’economia globale fuori dalla recessione, e il quando e il come lo deciderà lei.

Ragazze cinesi
Ragazze cinesi
Con l’aiuto di una massiccia spesa pubblica, la Cina conta di raggiungere anche quest’anno l’obiettivo di una crescita economica dell’8%, ha detto nel suo discorso di apertura del 5 marzo il primo ministro cinese Wen Jiabao
In Cina la leadership (anche per ragioni legate alla propria sopravvivenza politica) si sta focalizzando accuratamente sui circa 30 milioni di lavoratori migranti (sono i lavoratori che in questi anni si sono spostati dalla campagna alla città) disoccupati,  e sulle modalità di realizzare l’obiettivo di creare almeno 10 milioni di posti di lavoro all’anno, obiettivo che che richiede almeno l’8% di crescita del Pil. 
Il sistema bancario cinese è fondamentalmente solido e qui l’attività di credito alle imprese stante la condizione giuridico istituzionale delle banche stesse è solo un’estensione della politica del governo. 
La Cina ha un grande potenziale di risposta politica, con il debito pubblico pari a solo il 18% del PIL, il surplus della bilancia commerciale pari al 9% del PIL, riserve di cambio estero pari a 2 trilioni di dollari, il governo è orientato ad utilizzare le riserve di cambio estero per acquistare apparecchiature e tecnologia per la modernizzazione del sistema produttivo.
Il governatore della Banca centrale cinese, Zhou Xiaochuan,  ha segnalato che si iniziano a intravedere i segni di ripresa. 
Zhou Xiaochuan ha detto ieri che alcuni indicatori economici stanno gia’ mostrando segnali di miglioramento: “Cio’ dimostra che le nostre politiche stanno a cominciando a fare effetto”, ha dichiarato il governatore.
Le previsioni economiche indicano già il secondo semestre 2009 come periodo in cui sarà possibile attendersi consistenti segnali di ripresa, quelle politiche invece …