Justice for Magdalenes

Ritorna d’attualità la vicenda delle 30 mila donne irlandesi tenute come schiave dal 1922 al 1996 a lavare panni gratis agli ordini delle suore cattoliche, a a subire violenze psicologiche, fisiche e spesso sessuali.

A Ginevra, nei giorni scorsi il “Comitato contro le Torture” dell’ONU ha chiesto all’Irlanda di aprire un’inchiesta sulla vicenda, nella speranza che anche la Chiesa e in particolare gli ordini religiosi coinvolti si decidano a rendere conto dell’accaduto.

A denunciare il perdurare dell’assenza di giustizia per le decine di migliaia di vittime al Comitato, che sta compiendo l’esame periodico delle condizioni dei diritti umani all’interno di ogni Stato membro, è stato il gruppo irlandese Justice for Magdalenes  (Jfm), appoggiato dal parere favorevole della Irish Human Rights Commission.

Qui due link ad un articolo de La Repubblica e al The Sidney Morning Herald

su questo blog della vicenda si era parlato dettagliatamente qui

Rights Holders

Rights Holders è l’ultimo spot di Amnesty International – Venezuela. Uno spot di grande impatto emotivo. Grida disperate dai veri “esperti” di diritti umani realizzato dall’Agenzia Leo Burnett Venezuela.

Solidarietà a Lubna Ahmed Al Hussein

Il 5 luglio scorso a Karthoum in Sudan la polizia ha fatto irruzione in un ristorante e ha arrestato 13 donne perché indossavano pantaloni in un luogo pubblico.
Dopo due giorni di detenzione, 10 sono state riconosciute colpevoli di atti osceni e punite con 10 frustate e una multa di circa 100 dollari, tra queste
una ragazza di 16 anni e due di 17.

Lubna Ahmed Al Hussein e altre due donne invece hanno ricevuto il perdono presidenziale per evitare al governo problemi di natura internazionale.

Lubna Ahmed Al Hussein una delle perdonate lo ha rifiutato dando, inoltre, le dimissioni dal suo lavoro alla missione delle Nazioni Unite in Sudan, per non beneficiare dell’immunità a disposizione dei membri dello staff Onu, e poiché desidera essere processata come cittadina sudanese.

Lubna Ahmed Al Hussein, giornalista, aveva scritto sull’uso della legge per perseguitare le donne che, nella maggior parte dei casi, non protestano per paura di essere condannate.

Al fine di dare massimo risalto al problema la Hussein ha deciso di farsi processare per fare pressione per l’abrogazione di questa legge che ammette che le donne siano fustigate per aver indossato “abiti immorali o indecenti … (che) causano l’indignazione dell’opinione pubblica”. Una legge, che ammette fino a 40 frustate oltre alla multa in denaro e che può avere ampia interpretazione da parte della polizia, e che porta ad arresti arbitrari e persecuzioni.

Lubna Ahmed Al Hussein è apparsa davanti alla corte due volte, supportata da più di 50 sostenitrici.

Molte indossavano pantaloni in suo sostegno e in opposizione alla legge. Un’ulteriore udienza è fissata per il 7 settembre.

La violazione sistematica dei diritti delle donne a causa di questa legge è stata portata alla luce grazie all’istanza di Lubna Ahmed Al Hussein, che Amnesty International considera un’attivista dei diritti umani.

Per manifestare la tua solidarietà a Lubna Ahmed Al Hussein firma subito l’appello su Amnesty International

Sgarbi, Gheddafi e l’annesione della Sicilia: interpretazione autentica

Su “IL GIORNALE” di oggi un lunghissimo articolo di Vittorio Sgarbi, ricostruisce l’antefatto e fa la cronaca dell’incontro avuto dallo stesso Vittorio Sgarbi a Tripoli, in occasione della consegna della grande onorificenza del Grande El-Fatah, con il dittatore libico colonnello Gheddafi.

Discordante la versioni sul come e sui perchè e come realmente andarono le cose in occasione della incursione a Tripoli del 1998 da quella che conoscevamo. I più curiosi la diversa versione dei fatti la trovano qui.

La mia richiesta a Gheddafi: la Libia si annetta la Sicilia

di Vittorio Sgarbi

Tutto comincia (o ricomincia) una decina di giorni fa. Il mio compagno di avventura e attuale assessore alla Cultura e all’Agricoltura del Comune di Salemi, Peter Glidewell, quasi distrattamente, mi trasmette un invito. Viene dall’ufficio popolare della Gran Jamahiria araba libica popolare socialista. Leggo: «Illustrissimo onorevole Vittorio Sgarbi, è con grande gioia e onore che mi pregio di allegare alla presente l’invito a lei rivolto da parte del segretariato del congresso generale del popolo a partecipare alla festa del “Giorno della lealtà” che sarà celebrato il prossimo 7 ottobre e in occasione della quale lei verrà insignito della grande onorificenza del Grande El-Fatah…». La lettera è firmata Hafed Gaddur, l’ambasciatore libico in Italia. Dagli allegati leggo che nella giornata della lealtà si onorano – ovunque si trovino – i pionieri, gli ideatori, gli amanti della libertà, nonché i sostenitori dei diritti dell’uomo.

Gaddur è un vecchio amico, e so bene perché mi è destinata questa onorificenza. Dieci anni fa, riunendoci a casa mia a Roma come carbonari, decidemmo un’impresa che ha del temerario e, per il popolo libico, dell’eroico. La seconda categoria oggidì assai rara è, nella mia intenzione, conseguenza di uno spirito libertario: la violazione dell’embargo imposto dall’Onu, su richiesta degli americani, alla Libia. L’embargo, sanzione applicata a Paesi che abbiano avuto intelligenza con il terrorismo e con l’eversione (con la Libia, l’Irak di Saddam Hussein e Cuba), è una misura odiosa che reca disagio e danno ai cittadini e non ai governi che si intendono punire. Di più, nella mia considerazione di viaggiatore, che pur con i privilegi del protocollo, via terra impiegò quindici ore per arrivare a Tripoli, e di lì alle mirabili città antiche di Leptis Magna e di Sabratha, l’interdizione al mondo di siti sublimi di interesse universale e appartenenti alla memoria dell’umanità, come anche la greca Cirene, è un vero crimine e una sottrazione inaccettabile.

Con quest’animo dunque partii da Lampedusa su due piccoli aerei con l’editore Grauso, con il regista Filippo Martinez, con il già ricordato Peter Glidewell e con il giornalista Francesco Battistini. Fu un’avventura straordinaria: e, all’arrivo a Tripoli, accolti da membri del governo e cittadini festanti, andammo in corteo alla sede del Congresso generale per essere ringraziati di un gesto che la guida della rivoluzione (così egli vuol essere chiamato) Gheddafi ricordò essere particolarmente ammirevole, oltre che insolito, perché compiuto da cristiani e non da fratelli musulmani in nome della libertà e dei diritti umani. Dopo dieci anni il riconoscimento mi sembrava un segno di civiltà e di immutata riconoscenza.

Decidendo dunque di partire, per quest’occasione meno pericolosa, dopo i recenti accordi bilaterali con l’Italia, Gaddur mi informa che saranno con noi Andreotti, Dini, Pisanu, Latorre e altri italiani che hanno dimostrato amicizia nei confronti del popolo libico. Per parte mia informo il Tg5 e, inevitabilmente, un giornalista del Corriere, che è quel Battistini che fu con noi nella storica occasione. Arrivati a Ciampino all’1.58 del 7 ottobre vedo il comodo aereo della Blue Lines inviato dal governo libico e osservo che fra ospiti e amici ci sono anche numerosi esponenti della stampa. Trovo il deputato filo-arabo Folloni, l’ex direttore del manifesto Valentino Parlato, nato a Tripoli da genitori siciliani, il figlio di Rino Nicolosi già presidente della Regione Sicilia, Maria Cuffaro del Tg3, Guido Ruotolo della Stampa, Vincenzo Nigro de La Repubblica, Piero Cascio del Giornale di Sicilia. La comitiva è allegra e incuriosita e lungo il viaggio si ricordano storie, incontri, occasioni.

Arrivati a Tripoli i giornalisti vengono separati, senza motivate ragioni, dai premiati e dagli ospiti e si attende, come consuetudine in Libia, che la cerimonia abbia inizio. Come sempre è amabile la conversazione con Andreotti e fra gli altri si distingue, per avere pubblicato gli atti del processo di Al-Mukhtar, l’eroe della resistenza condannato a morte dagli italiani (ci sono anche i parenti dell’avvocato italiano che coraggiosamente lo difese), Romain Rainero, professore alla facoltà di Scienze politiche di Milano.

Finalmente si arriva alla premiazione. Molti discorsi (in arabo), uno in serbo dell’ex presidente della Jugoslavia; infine uno (in italiano) poco seguito dell’ex ministro Dini. A questo punto i giornalisti sono sconcertati. Non c’è molto da raccontare; e, fatte alcune interviste televisive, gli inviati della stampa si appartano a scrivere. Peccato, perché quando il bello comincia, usciti dal Palazzo del Congresso con un carosello di automobili che si fanno largo nelle strade di Tripoli per arrivare all’accampamento nel deserto con le tende del colonnello Gheddafi, loro non ci sono.

Sono infatti le nove e mezza quando siamo ammessi alla tenda principale dove ci attende un Gheddafi allegro e spiritoso. Si accomodano Andreotti, Dini e Pisanu, scambiando convenevoli che commemorano gli antichi rapporti personali di amicizia e plaudono all’attuale posizione del governo Berlusconi, anche dopo le apertura di D’Alema e di Prodi. I tre antichi colleghi sembrano intimiditi, preoccupati di disturbare. I giornalisti sono lontani.

A quel punto, forte del mio credito di «eroe libico», comincio una conversazione con Gheddafi fuori dalle righe che qui, a memoria, riporto: «Credo che sarebbe una buona cosa che lei venisse in Sicilia, e non soltanto a Salemi, ma anche a Gibellina, di cui è presente lo storico sindaco Ludovico Corrao che nel corso degli anni ha coltivato rapporti e costituito un museo con testimonianze arabe e libiche significative. Dalla Sicilia è venuto anche il figlio di un presidente della Regione con cui lei ha avuto rapporti». Gheddafi, in arabo, sentita la traduzione, risponde con manifestazioni di simpatia e di affetto, che non ci vengono tradotte, nei confronti di Corrao; abbraccia e sorride al giovane Nicolosi. Io lo incalzo: «La Sicilia aspira all’autonomia dall’Italia. Potrebbe approfittarne per annetterla alla Libia» (sorrisi di compiacimento, i colleghi italiani visibilmente imbarazzati). Aggiungo: «Proprio la città di Salemi, di cui sono sindaco, ha tre quartieri importanti: uno cristiano, uno ebraico e uno arabo, detto “Rabato”. Potrebbe essere l’occasione per una conferenza, un incontro, un dialogo fra le religioni». Gheddafi conviene e conferma che verrà in Sicilia. Accetta l’invito a Salemi e Gibellina. Insisto, nel crescente sconcerto di Andreotti, Dini e Pisanu: «L’onorificenza che ci avete dato come tutti i vessilli e i simboli della Jamahiria libica sono verdi, lo stesso colore prediletto da Bossi cui lei vagamente assomiglia». Folloni, vagamente imbarazzato, sottolinea che si tratta di due verdi diversi.

Gheddafi ride. Ma fra me e lui s’è stabilita un’intesa. Fin dal saluto, avendogli Hafed ricordato la violazione dell’embargo, mi aveva sollevato la mano in segno di intesa e di vittoria. Gli chiedo, ancora: «È mai stato in Italia?». Gheddafi risponde «no, ma adesso non ci sono più difficoltà per venire. Verrò». Insisto sulla Sicilia e a quel punto Dini precisa: «Ma in Italia ci sono anche Roma, Firenze, Milano». Conveniamo sull’opportunità di questo viaggio in Italia. Andreotti, sulle uova, conclude: «Si è fatto tardi. Forse è bene che togliamo il disturbo». Come a una visita di parenti a un funerale. Non mi do per vinto. Faccio alcune osservazioni sull’Italia di oggi accostando Gheddafi a Bossi e a Berlusconi. Gheddafi sorride. Si arriva ai congedi. Arrivano, troppo tardi, i giornalisti per alcune fotografie di rito e io, salutando Gheddafi che mi alza di nuovo la mano in segno di intesa e di vittoria, gli dico: «Potrebbe venire a candidarsi in Italia, alle prossime elezioni, naturalmente contro Berlusconi. Sarebbe un buon confronto». Gheddafi sorride ancora. Non credo che si sia imbarazzato. Certamente si è divertito a sentire un italiano che non si è perduto in convenevoli. Alla fine sembra in realtà dispiaciuto che noi ce ne andiamo. E mentre veniamo giornalisti e ospiti, respinti e sospinti verso l’uscita, rimane in piedi, solo, al centro della tenda ammantato nella sua tunica marrone (djellabah), senza scorta e senza amici. Incito la giornalista del Tg5 e Maria Cuffaro a intervistarlo, ma non sanno in che lingua parlargli. E nessuno si offre di tradurre in e dall’arabo. Si allontanano sconsolate mentre Hafed promette un altro incontro per ricche interviste. Intanto le uniche parole di simpatia e di apertura verso il popolo italiano che egli ha pronunciato le ho registrate io. E, da premiato, mi son fatto cronista. Tripoli, deserto, 7 ottobre 2008, ore 21,43.”

fin qui l’articolo su “IL GIORNALE

Nel frattempo sempre oggi un barcone con alcune centinaia di migranti è stato intercettato tre miglia a sud ovest di Lampedusa dalla guardia costiera.

L’imbarcazione, lunga circa 15 metri, ha il motore in avaria  e sul posto stanno operano tre motovedette della guardia costiera.

Ieri erano sbarcati a Lampedusa oltre 400 migranti; altri 81, a causa delle condizioni del mare che non rendevano possibile il trasferimento a terra, erano rimasti a bordo della nave Sirio della marina militare il cui arrivo è previsto per oggi nella base di Augusta.

Da dove partono questi poveri cristi ?

Dai porti della Libia.

Partono di nascosto dal governo libico ?

E’ da presumere di no essendo notoriamente il governo libico una dittatura, ed in quanto tale fornito, per ovvii motivi di autoconservazione, di un apparato poliziesco a cui l’organizzazione di quotidiani e plurimi imbarchi non potrebbe essere nascosta.

Naturalmente ne Vittorio Sgarbi ne gli altri “amanti della libertà” e “sostenitori dei diritti dell’uomo” si sono sentiti in dovere di chiedere alcunchè su questo aspetto dell’ “amicizia italo-libica“.