Sequestro di beni per 45 milioni di euro a Mariano Saracino e Giuseppe Pisciotta

La DIA (Direzione investigativa Antimafia) di Trapani ha confiscato beni per oltre 45 milioni di euro riconducibili ai due imprenditori di Castellammare del Golfo, Mariano Saracino, di 65 anni, e Giuseppe Pisciotta di 69 anni, già soci nella gestione di imprese per la realizzazione di costruzioni edili e per la produzione e commercio di conglomerati cementizi.
Mariano Saracino già definito “cassiere della mafia”, è ritenuto a disposizione della famiglia di Castellammare del Golfo ma anche dell’area palermitana, poiché avrebbe messo a disposizione I propri immobili per nascondiglio di latitanti e per riunioni di mafia. L’imprenditore è stato più volte condannato, con sentenze passate in giudicato, per associazione per delinquere di tipo mafioso, estorsione e altro.
Il Saracino, dicono le risultanze processuali, ha svolto la sua attività imprenditoriale sfruttando il cosiddetto “metodo mafioso”, attraverso l’illecita ingerenza nel settore degli appalti pubblici.
Oggetto della confisca imprese, immobili, terreni, veicoli e altri beni.

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Sicilia, per la serie “il più sano c’ha la rogna”

Due notizie ci ricordano tra ieri ed oggi che in Sicilia ci sono anche degli imprenditori, e che imprenditori !

1)

13/03/2012 –

Riciclaggio, indagine internazionale: coinvolto un armatore palermitano

Decine di perquisizioni sono in corso in Italia, Spagna, Lussemburgo, Polonia, Finlandia, Dubai e Monaco per una frode fiscale da oltre 100 milioni. L’imprenditore siciliano Pietro Barbaro avrebbe simulato la compravendita di 6 navi dalla Corea

PALERMO. Decine di perquisizioni sono in corso in Italia, Spagna, Lussemburgo, Polonia, Finlandia, Dubai e Monaco nell’ambito di un’indagine internazionale su una frode fiscale e un maxiriciclaggio di oltre 100 milioni di euro. L’inchiesta è coordinata dall’autorità giudiziaria olandese e coinvolge società di vari Paesi europei.L’inchiesta è partita dall’Olanda dove è stata scoperta una società che «vendeva» false fatture ad aziende di tutta Europa – 12 solo in Italia – e, in cambio intascava percentuali sui rimborsi fiscali e sulle somme evase dagli acquirenti.

Gli imprenditori, dunque, facevano risultare costi per acquisti e operazioni mai sostenute – a Palermo ad esempio l’armatore Pietro Barbaro avrebbe simulato la compravendita di 6 navi dalla Corea -, pagavano la società olandese che aveva fatto avere loro le finte fatture, poi spostavano le somme guadagnate in paradisi fiscali come Dubai, la Svizzera e Monaco. Successivamente i soldi «rientravano» in Italia come capitale costitutivo di nuove società.

Un meccanismo complesso che, secondo indiscrezioni, è stato svelato agli inquirenti olandesi da uno dei due titolari della società che vendeva le false fatture dopo che il socio è fuggito all’estero con il denaro ottenuto dalla maxi frode. L’inchiesta in Italia è stata condotta dalla Guardia di Finanza che ha eseguito perquisizioni in Sicilia, Liguria, Toscana, Lombardia, nel Lazio, in Sardegna e in Emilia-Romagna. A livello internazionale l’indagine è stata coordinata da Eurojust.

da GDS.it

2)

In bilico i 5 miliardi di mister Valtur

La Dia: prestanome di Messina Denaro

Passato al setaccio dagli investigatori il patrimonio di Carmelo Patti: secondo la ricostruzione dell’accusa, sarebbe emersa “una inquietante sperequazione fra redditi e investimenti”. Chiesto dalla Direzione antimafia il sequestro dei beni

di SALVO PALAZZOLO

Si preannuncia già uno dei processi più movimentati degli ultimi anni, perché la posta in gioco è altissima, quasi da record: cinque miliardi di euro, a tanto ammonta il patrimonio che il direttore della Direzione investigativa antimafia chiede di sequestrare. È l’impero economico di Carmelo Patti, il settantottenne imprenditore di Castelvetrano che dal 1998 è il patron di Valtur, la più famosa azienda italiana del turismo.

Le indagini della Dia di Palermo muovono un’accusa pesantissima nei confronti di Patti: essere referente e prestanome del superlatitante Matteo Messina Denaro, di Castelvetrano pure lui. La prima udienza del processo è fissata per il 20 aprile, davanti alla sezione Misure di prevenzione del Tribunale di Trapani. Si può già immaginare un confronto serrato fra la Procura, da poco guidata da Marcello Viola, e il pool di avvocati difensori.

Ci sono tre collaboratori di giustizia a chiamare in causa il patron di Valtur per presunti rapporti con esponenti mafiosi del Trapanese: Nino Giuffrè, l’ex fidato di Bernardo Provenzano; Angelo Siino, che negli anni Ottanta era il “ministro dei Lavori pubblici” di Cosa nostra; e Giovanni Ingrasciotta, conoscitore di molti segreti del clan di Messina Denaro. Siino sarebbe stato addirittura testimone di un incontro fra il cavaliere Patti e Francesco Messina Denaro, il padre di Matteo.

Negli ultimi mesi gli investigatori della Dia di Palermo hanno passato al setaccio il patrimonio dell’imprenditore siciliano:
secondo la ricostruzione dell’accusa, sarebbe emersa “una inquietante sperequazione fra redditi e investimenti”. La Dia aveva sollecitato il sequestro immediato dei beni di Patti, ma il Tribunale non ha accolto la richiesta, ritenendo necessario fissare l’inizio di un procedimento in camera di consiglio.

Per Patti ci sono guai giudiziari anche a Palermo: l’imprenditore risulta indagato dai pm Paolo Guido e Marzia Sabella per favoreggiamento aggravato nei confronti di Messina Denaro. All’indomani del blitz “Golem 2”, nel 2010, subì anche una perquisizione. C’era un elemento, più di tutti, che incuriosiva i magistrati: uno dei collaboratori più stretti di Patti era il fratello della compagna di Messina Denaro, Michele Alagna.

L’impero che la Dia chiede adesso di sequestrare è costituito dalla maggioranza di alcune società che gestiscono una ventina di villaggi turistici della Valtur, ma anche da abitazioni, terreni nella provincia di Trapani e a Robbio, in provincia di Pavia, dove Patti risiede ormai da anni.

Da qualche mese la Valtur è in amministrazione straordinaria: è stata la famiglia Patti a chiederlo al ministro dello Sviluppo economico per far fronte a un pesante indebitamento di 303,6 milioni l’anno, a fronte di un fatturato di circa 200 milioni. Così al timone dell’azienda sono arrivati tre commissari straordinari.

da La Repubblica

Sequestro di beni da parte della DIA a Castellammare del Golfo

Beni per un valore di oltre 30 milioni di euro sono stati sequestrati dalla DIA (Direzione investigativa antimafia) di Palermo all’imprenditore edile Giuseppe Pisciotta, 68 anni, di Castellammare del Golfo.
Secondo la Dia : “PISCIOTTA Giuseppe ha potuto espandere la propria attività imprenditoriale grazie ai “favori” di cosa nostra, sfruttando il legame ininterrotto con il suo socio in affari SARACINO Mariano, cl.1947, mafioso, in atto detenuto; nonché le potenzialità del “metodo mafioso”, attraverso l’illecita ingerenza nel settore degli appalti pubblici”. Secondo i magistrati anzi il Pisciotta in certi casi era “mero prestanome” di Saracino, come nel caso delle quote della Calcestruzzi Castellammare Srl, la cui confisca è stata disposta nel 2009 al termine del processo a carico di Saracino e Diego Melodia, della famiglia mafiosa di Alcamo.
Il provvedimento e’ stato emesso dal tribunale di Trapani, su proposta del direttore della Dia, Alfonso D’Alfonso.
Sono state sequestrate alcune societa’, molti terreni, beni immobili, depositi bancari e veicoli.
Nella stessa giornata si celebrava a Castellammare la Patrona ed il suo miracolo del 1718.

Per la serie “amici e guardati”: Mannino lamenta le fughe di notizie sui rapporti “pericolosi” di Mimmo Turano

Ricordate questo articolo sulle relazioni pericolose del presidente della Provincia di Trapani, l’alcamese Mimmo Turano ?

Bene ora, un suo “amico”, (o ex amico ?), scoperto tardivamente l’articolo è corso in sua difesa … ma si tratta di difesa ?

Giudicate voi a partire da questo ottimo articolo di Rino Giacalone su “La Sicilia” di ieri:

L’on. Mannino lamenta le fughe di notizie sui rapporti «pericolosi» dell’on. Turano

Interrogazione double face

“Sono bastate poche righe per suscitare un certo imbarazzo.
Protagonisti sono due ex fedelissimi alleati dell’Udc siciliana, il presidente Mimmo Turano e l’ex ministro Calogero Mannino.
La sostanza della notizia è questa: c’è una interrogazione ai ministri Maroni e Alfano, Interno e Giustizia, presentata dall’on. Mannino a proposito del rapporto della Dia sulle frequentazioni «pericolose» del presidente Turano, rapporto che fa parte del procedimento che ha portato al maxi sequestro delle aziende dell’alcamese Vito Nicastri, il «re» dell’eolico, e che è finito pubblicato a settembre scorso su «L’Unità».

Bisogna fare un passo indietro, e ricordare che Mannino da uomo dell’Udc aveva una sorta di «sovrintendenza» delle vicende politiche trapanesi. Fu lui a spingere e ottenere la candidatura di Turano per il centrodestra. Le recenti vicende politiche nazionali hanno portato Mannino fuori dall’Udc, con Totò Cuffaro e Saverio Romano si sono fatti molto vicini al presidente Berlusconi, anche se Mannino, sembrava che del premier non fosse proprio innamorato.
Mimmo Turano però ha deciso di non seguire Mannino, rompendo uno storico idillio politico.

Qui entra in scena l’interrogazione parlamentare.

Qualcuno l’ha letta come un «messaggio» indiretto per Turano, e non a suo favore, un modo per Mannino per fare accendere i riflettori del Governo sul presidente Turano che non l’ha seguito fuori dall’Udc. E questo perchè la pubblicazione dell’articolo è di settembre, l’interrogazione di poche settimane addietro, più vicina in termini temporali ai divorzi dentro l’Udc che non alle cronache giornalistiche.

Letta bene l’interrogazione se la prende però solo con le fughe di notizie che hanno messo alla «berlina» Turano, addirittura l’on. Mannino arriva a sospettare che la pubblicazione del rapporto serva a «intimidire» Turano in vista di alcune scelte politiche che si appresta a fare.
Il presidente Turano ufficialmente non sembra volersene occupare, «non so di ispezioni, se ci sono ben vengano», ma chi ha fatto parlare Turano in questo modo l’ha come tratto in inganno; l’on. Mannino mica chiede «ispezioni» alla Provincia, le chiede nell’ambito giudiziario: «…l’articolo in questione afferma che il presidente Turano non è stato iscritto nel registro degli indagati, quali iniziative di carattere ispettivo i ministri competenti abbiano intenzione di intraprendere, con particolare riferimento alla fuga di notizie relative all’attività di indagine».

Insomma Mannino non guarda all’ambito politico, qualcun’altro, lo farebbe da dietro le quinte.

Sul rapporto della Dia Turano invece per tempo ha risposto: «Ho dato le mie spiegazioni in aula, ho rassegnato la mia estraneità, e la stessa opposizione si è detta soddisfatta».

Per la cronaca: il rapporto continua a far parte dei faldoni giudiziari, nessuno l’ha rimosso.”

Rino Giacalone

da La Sicilia del 30/12/2010

Le relazioni pericolose di Mimmo Turano secondo l’Unità

Pesanti interrogativi sull’attività e le opere dell’attuale Presidente della Provincia di Trapani onorevole Mimmo Turano vengono sollevati da un articolo a firma di Angela Camuso dal titolo “Trapani connection – Le relazioni pericolose del presidente Turano“, pubblicato a pagina 10 dell’edizione di ieri, 23 settembre 2010, del quotidiano l’Unità e richiamato da un titolo in prima quanto mai esplicativo “L’ombra della mafia sulla provincia di Trapani“.
Secondo l’articolo una informativa curata dalla DIA di Palermo, e consegnata tempo or sono al Tribunale di Trapani, conterrebbe un intero capitolo dedicato alle relazioni intrattenute dal Presidente con personaggi coinvolti in diversa misura e grado in inchieste per fatti di mafia.

Questo l’articolo:

Trapani connection Le relazioni pericolose del presidente Turano

Informativa della Dia sulle frequentazioni del politico Udc che guida la Provincia
L’ombra del boss Messina Denaro e gli intrecci con aziende in odore di mafia

L’inchiesta

ANGELA CAMUSO – Roma

Le carte che inguaiano il presidente della Provincia di Trapani Girolamo Turano. Copiose e particolareggiate, parlano di rapporti di affari e di frequentazioni tra il politico eletto nelle file dell’Udc e personaggi vicini a Cosa Nostra e sono tutte contenute nell’informativa inviata al Tribunale di Trapani dalla Direzione Investigativa Antimafia con cui è stato chiesto – e ottenuto, la scorsa settimana – il sequestro dell’immenso patrimonio dell’imprenditore Vito Nicastri, nato ad Alcamo, re del business dell’eolico nell’isola, uomo al centro di numerose inchieste a fianco di esponenti mafiosi e considerato dagli investigatori il collegamento tra la criminalità organizzata e il potere politico locale. L’informativa in questione dedica un intero capitolo ai rapporti tra Nicastri e Girolamo Turano, suo compaesano, classe ’65, ex consigliere Regionale Udc nella scorsa legislatura dell’Ars.
Cognome noto il suo visto che a ottobre del 2008 si seppe di indagini per associazione mafiosa a carico di suo padre Vito. Ora, nel tentativo di far luce sulle relazioni pericolose intrattenute dal presidente della provincia trapanese stanno lavorando, senza tuttavia aver iscritto Turano nel registro degli indagati, i pm Padova e Scaletta della Dda di Palermo, proprio a partire dagli elementi di indagine raccolti dalla Dia. Stando ai documenti contenuti nel fascicolo, infatti, il politico Udc non soltanto risulta aver partecipato a società riconducibili a Nicastri, ma emerge anche che sua moglie Monica Di Simone (figlia di Michele a sua volta indagato per sospetti rapporti con Cosa Nostra e, secondo i pentiti, vicino a Leoluca Bagarella) ha fatto affari con uomini segnalati in compagnia di Matteo Messina Denaro.

E risulta anche che Turano, il 3 aprile 2007 abbia compiuto un volo suun jet privato per Tunisi in compagnia di personaggi come Gioacchino Lo Presti di Alcamo (indagato tra le altre cose per aver favorito la latitanza di Alessandro Gambino), dello stesso Vito Nicastri, di tal Filippo Inzerillo e di un veronese, Franco Bogoni, imprenditore dell’eolico, in affari con Nicastri e il cui nome è comparso tra le compravendite delle società coinvolte nell’indagine del febbraio 2009 denominata “Eolo”. Una inchiesta che rese la possibile la scoperta, come scrissero i magistrati della Dda di Palermo, di «un rapporto corruttivo trilaterale, che ha visto come soggetti contraenti l’imprenditore, il politico, il mafioso».
Peraltro, il costo del volo per Tunisi, 25.000 euro, su un aereo della società “Alivens S.r.l.”, con sede presso l’aeroporto “Catullo” di Villafranca di Verona, risulta essere stato fatturato a una società dell’imprenditore Bodoni, la Veronagest S.A., con sede a Lussemburgo.
Annotano a seguito di tale informazione gli investigatori della Dia: «Si rappresenta che all’epoca del volo Girolamo Turano, onorevole eletto all’Assemblea Regionale Siciliana, era membro della Commissione Attività Produttive dell’Assessorato all’Industria e al Commercio della Regione Sicilia e per un periodo ha anche ricoperto la carica di Presidente della citata commissione».

Su queste vicende Turano non è stato ancora convocato dalla procura di Palermo, ma stando a quanto trapelato i pm sono intenzionati a capire se il politico abbia agito in virtù del suo ruolo prima in commissione regionale e poi al vertice della provincia per favorire le imprese di Vito Nicastri e dei personaggi in odor di mafia che sono in affari con quest’ultimo, di recente finito nel mirino della Dda per via di società a lui riconducibile, la “Sud Wind S.r.l.”, che è risultata, scrive la Dia «essere al centro dei favori e degli interessi della famiglia mafiosa di Mazara del Vallo». Dovrà spiegare, Turano, il suo ruolo in qualità di sindaco effettivo nella Tea srl, operante nel settore dell’edilizia. Azienda costituita a seguito della liquidazione di un’altra società, “La Sout Fork”, il cui Presidente dell’assemblea risulta essere un personaggio come Giovanni Ditta, trapanese, in rapporti con il superlatitante Denaro e anche con il boss Giovanni Virga. E nell’informativa della Dia si citano anche i rapporti parentali, non solo con riferimento al padre Vito, del discusso presidente della Provincia di Trapani. Suo zio, Pasquale Turano, è infatti stato indagato per associazione mafiosa e violazione delle leggi urbanistiche e suo nipote, Giuseppe Indovina, è stato rinviato a giudizio per avere in concorso firmato due carte di identità, rilasciate dal comune di Alcamo, intestate a falso nome e con accanto la fotografia di Matteo Messina Denaro, considerato il finanziatore occulto proprio dell’impero di Vito Nicastri.

da L’Unità

*** Update

Risponde il Presidente della Provincia di Trapani, onorevole Mimmo Turano:

“Respingo, con forza, le affermazioni contenute nell’articolo. Le ritengo diffamatorie, inconsistenti ed eccentriche, non sussistendo rapporto alcuno tra la mia vita di cittadino e di amministratore con gli affari di apparati criminali e mafiosi. Mi riservo ogni azione in sede giudiziaria a tutela del mio buon nome e di quello dei miei familiari”.

da TrapaniOk.it

Papania c’è e lotta insieme a noi

Non ha influito ne tanto ne poco, l’operazione “Dioscuri“, sugli sviluppi della carriera politica del senatore alcamese del Pd, Nino Papania, il quale per come previsto già prima dell’operazione della Direzione distrettuale antimafia del 3 novembre scorso è uno degli otto siciliani eletti nella Direzione Nazionale del partito.
Gli otto sono: Angelo Argento, Giuseppe Berretta, Enzo Bianco, Giovanni Burtone, Antonello Cracolici, Francantonio Genovese, Alessandra Siragusa e appunto Antonino Papania.
Gli otto componenti sono stati eletti durante l’Assemblea nazionale del Pd, che si è svolta oggi Roma.
Ora delle due l’una, o della vicenda “Dioscuri” a Roma non sapevano, o se sapevano non riengono rilevante che un senatore del Pd si avvalga dei servigi di un Filippo Di Maria.

A Roma ieri Bersani dichiarava: “Noi il partito dell’alternativa”. Si può dire legittimamente che in Sicilia non l’abbiamo notato ?

Nel frattempo la stampa avversaria, non senza qualche fondamento, si esercità nei parallelismi e nelle analogie tra la vicenda di “Arcamo” e la vicenda di “Arcore”

Lo «stalliere» di Alcamo factotum del senatore e braccio destro del boss

di Gian Marco Chiocci

Anche il Pd ha il suo «stalliere» mafioso (ma non si deve dire). Parlare dello «stalliere di Alcamo», Filippo Di Maria, mafioso fidato di mafiosi, factotum-giardiniere-autista del senatore del Pd, Nino Papania, infastidisce i mafiologi di professione ossessionati dell’antico filone manganiano che porta ad Arcore. Per i magistrati siciliani, però, l’esponente del Pd «poteva non sapere» quello che ad Alcamo sapevano anche i muri. E cioè che il braccio destro del senatore Pd, arrestato nell’operazione «Dioscuri», era autista, cassiere e uomo di fiducia del boss Nicolò Melodia, il quale boss – scrive la Dda citando il pentito Gaspare Pulizzi, reggente della cosca di Carini, arrestato insieme al capomafia Salvatore Lo Piccolo in un casolare a Giardinello – è uomo d’onore e capo mandamento di Alcamo. «Per gli incontri con il Melodia – rivela sempre Pulizzi – Lo Piccolo mi disse che avvenivano attraverso il contatto stabilito da tale Filippo (Di Maria, ndr) che si occupava di rintracciare Melodia ogni qual volta era necessario stabilire un contatto tra noi e la famiglia di Alcamo. Detto “Filippo” si occupava di accompagnare quale autista e uomo di fiducia Melodia Ignazio ai summit di mafia (…). Melodia ebbe a incontrare direttamente i Lo Piccolo, lo aveva accompagnato Ferdinando Gallina, il quale lo aveva prelevato a Balestrate dove a sua volta lo aveva prima lasciato il Filippo». Come se non bastasse, quando il 5 novembre 2007 la polizia irruppe nel casolare dov’era nascosto Lo Piccolo, trovò un pizzino riferito al factotum del senatore Pd in cui tale Vittorio comunicava a Lo Piccolo che era «in attesa di Filippo (Alcamo) per darmi appuntamento con Ignazio».
Leggendo intercettazioni e informative sull’uomo che curava gli interessi domestici del senatore Papania e quelli criminali del boss Melodia – detto «il macellaio» o «il riccio» – salta agli occhi la sua meticolosa professionalità nel gestire il complesso business delle estorsioni con relativa elargizione, ai componenti del clan, degli utili per migliaia di euro. Ma a forza si spulciare le carte della polizia si scopre che Di Maria, quando non prestava servizio a Cosa nostra, intratteneva «legami con alcuni uomini politici locali e con alcuni collaboratori dell’allora deputato regionale, oggi senatore (del Pd, ndr) Papania Antonino. In particolare – annota la Mobile di Trapani – emergeva dall’ascolto di numerose conversazioni che Filippo Di Maria svolgeva attività di factotum presso la villa di Scopello del predetto Papania, muovendosi incessantemente per procurare posti di lavoro a propri amici e conoscenti grazie anche al diretto interessamento di collaboratori e personale di segreteria del senatore», che non ne sapeva niente. Fra le telefonate «politiche» intercettate a Di Maria vi è il riscontro all’iperattivismo del factotum del parlamentare «in occasione di alcune competizioni elettorali e referendarie». Quali? «Nelle “primarie” dell’ottobre 2005 per la individuazione del candidato premier per la coalizione del centrosinistra». Oppure «nella raccolta delle firme a sostegno del referendum per la modifica della legge elettorale». Per non dire «delle primarie del 4 dicembre del 2005 per la individuazione del candidato alla presidenza della Regione Sicilia», ovviamente per il centrosinistra. «In tale contesto – chiosa il gip – emergeva chiaramente che lo staff del senatore Papania ed altri uomini politici locali contattavano ripetutamente, e in diverse occasioni, il Di Maria al fine di indurlo a sostenere le iniziative politiche sopra indicate e invitandolo a fare altrettanto con tutte le persone di sua conoscenza». Tanto basta per sollevare un caso politico? Macché. Per i magistrati «nonostante l’esistenza, certamente notoria in una piccola comunità quale quella alcamese, di uno stretto legame tra Di Maria una famiglia storicamente mafiosa quale quella dei Melodia, da nessuna delle conversazioni intercettate emergeva che gli uomini politici o i loro diretti collaboratori avessero consapevolezza del ruolo mafioso rivestito da Di Maria e che quindi sfruttassero la comprovata capacità dell’associazione mafiosa di condizionare i risultati del voto e delle competizioni elettorali». Solo per la cronaca, in un’intercettazione il fiduciario dei Melodia sprona i suoi per l’imminente battaglia: «Lui mi ha detto, muovetevi, perché siamo in mezzo a una strada», diceva al telefono. Quel «lui», secondo gli inquirenti, potrebbe essere proprio Papania. Che ovviamente smentisce e si dice all’oscuro delle trame del suo «stalliere».

da IL GIORNALE