Il New York Times si chiede: un gay, cattolico e di sinistra può davvero battere la corruzione in Sicilia ?

La mia risposta è no ! Ragionevolmente nessuno potrà battere la corruzione in Sicilia.

E non basterà l’essere “diverso”, ma anche “Cattolico” e di “sinistra”.

Da quando c’è l’elezione diretta del Presidente della Regione in Sicilia i siciliani hanno eletto un tale Salvatore Cuffaro, finito dietro le sbarre per avere in qualche modo favorito la mafia, poi un tale Raffaele Lombardo, sotto processo per avere avuto a che fare anche lui in qualche modo con la mafia, e poi infine Rosario Crocetta, finito sotto processo da parte dei maggiorenti del Pd per avere osato combattere la mafia, il malaffare e la corruzione che tutti a parole dicono volere avversare ma che nei fatti per tacito accordo tra le parti mai e poi mai debbono essere combattuti realmente.

Crocetta’s predecessor is currently being prosecuted on charges of ties to organized crime. The one before him is serving time in jail. Another one, Piersanti Mattarella, was killed by the Mafia in 1980. “Either dead or in jail,” Crocetta told me. “I don’t know yet how my story will end.”

Crocetta’s claims that he would bring a revolution to Sicily now ring more hollow. But if the revolution dies, it may not be from a Mafia assassin’s knife in the back but from a thousand political cuts. When I spoke with him by phone in mid-September, however, Crocetta seemed upbeat. Isolation is something of a natural condition for him. He did not manage to cut many jobs (“This is not a time for social slaughter,” he told me), but he saved money in other ways. “When I came into office, Sicily was risking bankruptcy,” he said. “We have cut more than 2.5 billion euros in expenses without significant job losses, and we succeeded in freeing 850 million in European funds” — earmarked for aid to Sicily — “that were tied up in bureaucracy.” He went on, anticipating questions about the criticisms that are now regularly lodged against him: “We cannot make miracles. Even President Obama has to wait to see the effect of big revolutions like the health care reform.” He went silent for a while on the phone, then said: “I don’t know if my government will be the one to harvest the results of change, but I’m sure that I have disrupted things. It’s my presence, more than my accomplishments, that signifies change.”

Certo ci stanno persone come Salvatore Calleri, Presidente della Fondazione Caponnetto e altri isolati esponenti del PD che scrivono cose come questa:

Per la prima volta un esponente della vera antimafia non parolaia e per questo condannato a morte prova a governare una regione difficile da amministrare: Rosario Crocetta. La verità e che Crocetta ha toccato gli interessi di cosa nostra ben radicati nella burocrazia regionale. Crocetta ha colpito gli interessi politici e clientelari dietro gli enti di formazione. Ha tagliato gli sprechi senza fare macelleria sociale. Crocetta è scomodo a 360 gradi in quanto è un personaggio reale e non virtuale. È un personaggio vero che prova a cambiare la Sicilia. Rosario Crocetta è il primo esponente del centrosinistra a vincere le elezioni regionali in Sicilia. Prima di lui nessuno ce l’aveva mai fatta. È un governatore che sicuramente avrà i suoi difetti ma di cui non ci si vergogna. Ebbene a meno di un anno dalla sua elezione invece che rilanciare la sua azione di governo i siciliani del pd escono dalla maggioranza. Un gesto che al centro nord nessuno tra i militanti del pd comprende e che viene inquadrato nella c.d. sindrome del Tafazzi. Crocetta fa parte dal 2004 dell’ufficio di presidenza della Fondazione Caponnetto. Ognuno di noi ha le proprie idee politiche spesso diverse ma quando viene toccato uno di noi che combatte l’illegalità mafiosa e non, in nome del nostro maestro di vita Nonno Nino, lo difendiamo a spada tratta. Oggi è in corso un tentativo di isolamento e di delegittimazione nei confronti di Crocetta. La delegittimazione spesso è l’anticamera della eliminazione fisica. È sempre avvenuto così. Ebbene noi non lo permetteremo, a prescindere. Invitiamo quindi tutti a sostenerlo indipendentemente dalle proprie idee al grido di: giù le mani da Crocetta.“.

Ma ci stanno anche e sopratutto gli altri, il corpo grosso del Pd, quello che tace e consente, quello che alla fine conta davvero.

E’ la Sicilia, è l’Italia, bellezza e tu puoi fare davvero poco !

qui il lunghissimo articolo di Marco De Martino sul New York Times

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Ludovico Corrao ed il “milazzismo”

La cruenta morte di Ludovico Corrao riporta alla memoria il ricordo di alcune indimenticabili pagine della storia politica, civile e sociale siciliana di questo dopoguerra. Dal terremoto del Belice, ed alle lotte ed alle idee che sono circolate intorno alla ricostruzione, e di cui Corrao fu uno degli artefici, alla vicenda di Franca Viola di cui fu avvocato, all’esperienza politica del milazzismo di cui Corrao fu tra i grandi protagonisti e lucido teorico.

Ludovico Corrao nasce ad Alcamo nel 1927 ed inizia l’attività politica con l’organizzazione delle ACLI, Associazione Cattolica Lavoratori Italiani, organizzazione sociale collaterale alla Democrazia Cristiana.
Per la Democrazia Cristiana viene eletto deputato, nel 1955, all’Assemblea regionale siciliana nel collegio della provincia di Trapani.

Qui in particolare ci si intende soffermare su quella parentesi politica che fu definita in maniera dispregiativa “milazzismo”, ma che forse varrebbe la pena di approfondire ulteriormente sul piano storico.

Un buon punto di partenza può essere, un pezzo di Giancarlo Macaluso del 2009 pubblicato integralmente qui e dal titolo : “Ludovico Corrao, il volto eretico e coraggioso della Sicilia anni ’50“:

Ludovico Corrao, parlamentare di lungo corso, ex sindaco di Gibellina, presidente della Fondazione Orestiadi, è un lucido signore avanti negli anni. E’ un pezzo di storia della Sicilia. Le cronache lo ricordano, oltre per il suo impegno a favore delle zone terremotate del Belice, anche per essere stato il protagonista di un’esperienza politica che alla fine degli anni Cinquanta portò la Sicilia alla ribalta nazionale con una maggioranza che più eretica non poteva essere: mischiava pezzi della Dc, con l’ Msi e il Pci. Vicenda che passa alla storia con il nome di milazzismo, dal nome del presidente della Regione che guidò quella carovana stravagante, Silvio Milazzo. Finita a gambe per aria, dopo meno di tre anni, per uno scandalo politico che vide Corrao, ancora una volta e suo malgrado, fra gli attori principali.

Sicilia. Anni Cinquanta.

L’isola è attraversata da persistenti refoli di inquietudine.

I democristiani la fanno da padroni a Palazzo Reale, a Palermo, sede del parlamento siciliano.

Intanto, si diffondono i sogni di industrializzazione alimentati da Mattei; la riforma agraria prende avvio con non poche difficoltà dopo le lotte contadine; la mafia è nel suo momento di trapasso dagli affari della campagna a quelli della città ed è intrecciata a doppio filo con politici e amministratori; il caso Giuliano, nonostante gli anni siano passati, è ancora fresco con il suo carico di flatulente mistero.
Insomma, il pentolone all’ombra di Montepellegrino ribolle di micidiale miscuglio: intrighi, affari, intrecci economici e potere.

Il potere.Esercizio che da queste parti viene ritenuto più soddisfacente di possedere una bella donna e infatti si dice che “comandare è meglio di fottere”. E infatti chi è escluso dal potere non si dà certo alle conquiste amorose, ma architetta mosse per fottere sì, ma l’avversario politico.
Insomma, in questo clima nasce il milazzismo, alchimia politica divenuta il paradigma del trasversalismo (che oggi in Sicilia sembra che sia tornato di moda)[ndr.in realtà non era mai passato di moda]*, di un certo modo spregiudicato di intendere la politica, un atteggiamento che non va tanto per il sottile, senza scrupoli, capace di mischiare il diavolo e l’acqua santa, democristiani e comunisti appunto, con pezzi del Msi.

Corrao ai tempi era un diccì. E malvolentieri parla di quell’avventura. Lo ha fatto poche settimane fa ricordando “Silvio Milazzo 50 anni dopo” in un convegno organizzato dalla presidenza della Regione siciliana. Per dire, in soldoni, che quella non fu l’impresa di intrallazzasti e avventurieri, ma il percorso di chi aveva di fronte, aperta e dolorosa una “questione siciliana” e voleva farci i conti, per superarla. La Sicilia affogava nei problemi ma restava una specie di luogotenenza dell’impero romano che poco aveva a cuore i problemi dell’Isola che si chiamavano sviluppo e sicurezza.

“In tale avventuroso cammino – dice Corrao – incombevano pesanti ombre della violenza mafiosa assassina dei sindacalisti socialisti, di Portella della Ginestra, dell’oscuro agguato al separatista Canepa, dell’esecuzione mortale dell’arciprete di Gibellina, don Stefano Caronia che capeggiava le lotte dei contadini”. C’era Danilo Dolci, sociologo triestino trasferitosi a Trappeto da cui guidava le sue lotte non violente ma che subì “l’anatema del cardinale Ernesto Ruffini perché denunciava la cancrena dei poteri mafiosi”. Il milazzismo, cioè, nasce contro gli steccati e gli ideologismi: “Anticipammo i tempi; oggi è largamente consolidato il principio della libera scelta dei cattolici nei diversi schieramenti politici. Noi ne pagammo il prezzo con la condanna cieca del Sant’Uffizio”. L’eresia di Corrao si chiamava Unione siciliana cristiano sociale, formazione con cui tentò di contrastare l’egemonia romana dando così vita all’esperienza autonomista del milazzismo (l’elezione avvenne nell’ottobre di cinquant’anni fa).
“Solo la miopia e la faziosità politica possono ancora blaterare di congiura di Palazzo – ragiona Corrao – espressa dalla rivolta autonomista e del primo governo Milazzo”. Insomma, il vecchio politico mezzo secolo dopo difende la posizione. “Solo facendosi tardivi megafoni degli interessi colpiti dall’operazione Milazzo – dice – si può ancora trasmettere l’idea di un pasticcio in salsa siciliana”. Perché, rievoca Corrao furono bastonati “gruppi speculativi che vanno dai petrolieri americani, ai corvi dell’industria mineraria, ai mafiosi annidati e cacciati via dai consorzi di bonifica, ai gruppi finanziari dell’elettricità battuti nelle pretese monopolistiche”.

Come la si voglia pensare, quella parentesi fu chiusa nel volgere di pochissimi anni. A Milazzo gli “conzarono la gaggia”, prepararono la trappola, nelle stanze liberty dell’Hotel des Palmes, in via Roma. Siamo nel 1960. Il democristiano Carmelo Santalco fu l’uomo che lo scudocrociato mandò in una missione da 007. Il suo compito era quello di fingere di essere disponibile a “vendersi” a Silvio Milazzo. In cambio avrebbe ottenuto un assessorato regionale e cento milioni di lire.
A condurre l’operazione proprio Ludovico Corrao. Che mani e piedi cadde nelle “gaggia”, nella trappola. Santalco denunciò all’Assemblea regionale il tentativo di corruzione politica e il governo Milazzo morì.