C’è una Trapani che non ne può più !

E l’ha rappresentata bene ieri a Roma l’imprenditore Sandro Catalano, presidente dell’ANCE giovani (Associazione Nazionale Costruttori Edili) di Trapani contestando il ministro Altero Matteoli e rivelando con la sua contestazione, a quanti ancora si illudono in quanto alle prospettive di sviluppo di questo paese, che “il re è nudo”.

Roma, 28 set. – (Adnkronos/Ign) – Contestazione all’assemblea dell’Ance nei confronti del ministro delle Infrastrutture e Trasporti Altero Matteoli. Mentre il titolare del dicastero di Porta Pia elencava, nel suo intervento dal palco gli interventi e le misure messe in atto dal governo, sul fronte delle infrastrutture, la platea ha cominciato a rumoreggiare e fischiare e molti dei partecipanti hanno lasciato la sala. ”Usciamo, vergogna, basta”, hanno urlato alcuni costruttori all’indirizzo del ministro Matteoli. ”Mi rendo conto -ha quindi detto Matteoli- del momento difficile. Sono abituato a ben altro”.
”Questo e’ uno stato d’animo degli imprenditori in un periodo di scarsita’ di risorse. Le imprese sono in difficolta’ e hanno tutta la mia comprensione” ha detto poi il ministro.

Al termine dei lavori dell’assemblea, e’ stato proprio uno dei contestatori a spiegare le motivazione della protesta cosi’ plateale. ”Il ministro- ha detto Sandro Catalano, presidente dei Giovani dell’Ance di Trapani- e’ venuto senza sapere di cosa doveva parlare. E’ venuto qui senza portare risposte e proposte. Qui non c’e’ niente per il futuro, per la crescita. Le imprese rischiano di fermarsi”.

Matteoli dal canto suo ha replicato spiegando che soldi per la realizzazione di nuove infrastrutture non ce ne sono; le leve sulle quali agire su questo fronte sono quelle della defiscalizzazione e semplificazione. ”Soldi non ce ne sono- ha detto il ministro lasciando la sala al termine del suo intervento- il finanziamento avviene attraverso la defiscalizzazione e semplificazione. Le risorse sono indirette ma sono sempre risorse” ha sottolineato il ministro annunciando anche che incentivi fiscali sono previsti anche per il Piano Citta’.

Il tempo e’ scaduto e il decreto Sviluppo e’ l’ultima chance di credibilita’ – ha avvertito il presidente dell’Ance, Paolo Buzzetti, nella sua relazione all’assemblea dell’associazione. ”Sui pagamenti alla imprese da parte della Pa e sul dl Sviluppo non ci faremo prendere in giro. Protesteremo in maniera civile perché non sopportiamo di non essere ascoltati”. ”Il tempo e’ scaduto, facciamo sul serio – ha concluso Buzzetti- non vogliamo entrare nei meccanismi della discussione politica ma il decreto Sviluppo e’ l’ultimo elemento di credibilita’ che diamo”.

da ADNKRONOS

Annunci

D’Alì vs. Sodano, per il tribunale il senatore ha torto

Nell’ottobre del 2005, il 5 ottobre per l’esattezza, Anno Zero di Michele Santoro mandò in onda questo reportage firmato da Stefano Maria Bianchi su Trapani a poche settimane dalla conclusione degli atti preliminari della Coppa America.

Il Senatore D’Alì si ritenne danneggiato dalle affermazioni del prefetto Sodano, oggi:

Mafia: il prefetto Sodano vince contro chi lo mando’ via da Trapani

Il Tribunale respinge la richiesta di risarcimento danni avanzata dal senatore D’Alì

di Rino Giacalone – 16 settembre 2011

Qualcuno scrisse su un giornale locale che Trapani avrebbe fatto bene a cambiare canale perché non c’era nulla di vero e di buono in quel reportage, a scrivere così era un sacerdote, don Ninni Treppiedi, oggi finito in mezzo a mille guai col Vaticano quanto con la Giustizia a sentire alcune indiscrezioni. In quel reportage sotto accusa era finito l’allora sottosegretario all’Interno senatore D’Alì, assieme all’odierno sindaco di Trapani, Girolamo Fazio, e lo scandalo sfiorava anche il prefetto dell’epoca Giovanni Finazzo. Si parlava in quel reportage di appalti combinati, della mafia che aveva messo le mani sui lavori di allestimento per rendere il porto perfetto ad accogliere le barche a vela della Coppa America, c’era anche l’immagine malata dell’ex prefetto di Trapani Fulvio Sodano che a gesti raccontò al giornalista Stefano Maria Bianchi che lui nel 2003 da Trapani era stato mandato via nel giro di 24 ore, un giorno prima dal Viminale gli era stato assicurato che non era nella lista dei movimenti dei prefetti, l’indomani si ritrovò “sbattuto” ad Agrigento, per volere, disse del senatore Tonino D’Alì, oggi presidente della commissione Ambiente del Senato e indagato a Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa. Agli atti di questa indagine c’è anche il trasferimento da Trapani di Sodano col quale era entrato in contrasto a proposito della gestione dei beni confiscati alla mafia.

Trapani non cambiò canale quel giorno ma non ha mai premiato il prefetto Sodano rimasto in attesa di avere consegnata la cittadinanza onoraria della città deliberata nel dicembre 2005 dal Consiglio comunale all’indomani di una operazione antimafia della Polizia che dimostrò come Sodano da prefetto aveva respinto l’attacco diretto che i mafiosi insospettabili avevano portato fin dentro il suo ufficio quando volevano convincerlo a vendere la Calcestruzzi Ericina una azienda confiscata a Cosa Nostra trapanese e la cui presenza sul mercato, con la gestione dello Stato, faceva concorrenza alle imprese rimaste sotto il controllo degli imprenditori mafiosi. Il prefetto Sodano per quella intervista è stato citato in giudizio civile dal senatore D’Alì davanti al Tribunale di Roma, assieme alla Rai e ai giornalisti Michele Santoro e Stefano Maria Bianchi. Il Tribunale Civile ha respinto la richiesta di risarcimento dei danni, il senatore D’Alì non l’ha spuntata contro Sodano. Il prefetto Sodano difeso dall’avv. Giuseppe Gandolfo oggi ha ricevuto giusta ragione: “è un risultato importante per il prefetto – dice l’avv. Gandolfo – ma per tutti quelli che hanno sempre creduto nel lavoro onesto e coraggioso di Sodano, non meno rilevante è la circostanza che il fatto è incluso tra gli episodi contestati dalla Procura di Palermo al senatore D’Al’, indagato per concorso esterno in associazione mafiosa”. Agli atti di questa indagine ci sono cinque pagine fitte fitte, il verbale di un interrogatorio su carta intestata della Procura della Repubblica di Trapani. In fondo, alla fine di quel verbale che reca la data del 22 luglio 2004, le firme di un magistrato, il pm Andrea Tarondo e quella del prefetto, Fulvio Sodano. Dentro c’è scritto il racconto di una storia, di un compito che è stato impedito di assolvere in pieno, fino in fondo, ossia la gestione e l’utilizzo dei beni confiscati, cosa che in provincia di Trapani forse non doveva andare come è andata, e dove alla fine quando era impossibile tornare indietro, qualcuno doveva pagare.
Fulvio Sodano fu “cacciato” via da Trapani nell’estate del 2003 dall’allora Governo Berlusconi, ministro dell’Interno Beppe Pisanu oggi presidente della commissione nazionale antimafia. La commissione che ha pure tentato nella passata legislatura e in quella prima ancora di affrontare la questione, ma non trovò unanimi visioni. “Signor prefetto ma lei sta favorendo troppo la Calcestruzzi Ericina”. Quella non era una impresa qualsiasi, era una ditta confiscata alla mafia, che era diventata patrimonio dello Stato. Favorire perciò la Calcestruzzi Ericina significava appoggiare lo Stato. E quella era la cosa che stava facendo a Trapani il prefetto Fulvio Sodano, massima espressione dello Stato non poteva fare altro. Chi gli si rivolse a lui dandogli del “favoreggiatore”, secondo il racconto di Fulvio Sodano al magistrato che andò a sentirlo, fu l’allora sottosegretario all’Interno senatore Antonio D’Alì.

Non è una storia nuova quella che si sta scrivendo. La faccenda è conosciuta. Un paio di processi sono stati celebrati, le sentenze hanno accertato una serie di cose accadute a Trapani tra il 2001 e il 2005. A 20 anni è stato condannato il capo mafia di Trapani “don” Ciccio Pace, 8 anni di carcere ha avuto inflitti il suo braccio destro l’imprenditore Vincenzo Mannina. Pace era quello che voleva togliere di mezzo la Calcestruzzi Ericina in un periodo in cui a Trapani stavano arrivando milioni di euro di finanziamenti per fare bello e moderno il porto e gli imprenditori mafiosi si vantavano di potere controllare quelle opere pubbliche in corso di appalto perché possedevano bandi e capitolati di gara ancora prima che venissero pubblicati. Non c’era bisogno sotto la “regia” di “don” Ciccio Pace che gli appalti venissero pilotati tutti, le imprese che se li aggiudicavano sapevano che prima di cominciare i lavori dovevano andare a bussare a certe porte, e che i materiali per i cantieri, gli inerti, sabbia e pietrisco, il ferro, il cemento solo da certe imprese doveva essere comprato. “Don” Ciccio Pace aveva la sua impresa, la Sicilcalcestruzzi, le quote le aveva comprate, ufficializzando così la sua presenza che esisteva già da anni sottobanco, con i soldi ottenuti per un risarcimento per ingiusta detenzione. Per vendere gli inerti c’era l’impresa di Vincenzo Mannina, per gli asfalti quella di un altro imprenditore che faceva parte della cupola, Tommaso Coppola. Il ferro lo vendeva in esclusiva Nino Birrittella, l’uomo che dopo l’arresto ha deciso di uscire da Cosa Nostra raccontando ogni segreto di quella cupola fatta di imprenditori: non ha accettato alcun programma di protezione, ha chiesto di rimettersi sulla corretta via rimettendosi a lavorare, pronto a saldare i suoi conti con la giustizia quando arriverà questo momento. Una storia del tutto diversa da quella per esempio seguita da Tommaso Coppola che, come di recente ha svelato l’operazione antimafia “Cosa Nostra resorts”, dal carcere ha cercato di continuare a gestire in modo truffaldino le sue imprese, ha cercato di continuare a colloquiare con i politici, a parlare attraverso intermediari col prefetto Giovanni Finazzo successore di Sodano a Trapani, perché le commesse alle sue aziende non venissero fermate.

Ma torniamo agli appalti e al cemento. Dopo la confisca la Calcestruzzi Ericina, era il 2000 cominciò a registrare un calo nelle commesse. Magicamente gli imprenditori che costruivano palazzi e realizzavano opere pubbliche non andavano più in quell’impianto a comprare cemento. Nessuno è mai venuto a dire che ci fu un ordine, un passaparola, ma è quello che avvenne senza suscitare tanto scandalo. Ecco il racconto al magistrato da parte del prefetto Fulvio Sodano comincia proprio da questo punto.

“Non appena assunte le funzioni di prefetto di Trapani mi resi conto che la situazione dell’amministrazione dei beni confiscati alla mafia era estremamente grave, nel senso che erano numerosissimi i beni confiscati ma mai assegnati e che molti di tali beni erano ancora nella materiale disponibilità dei soggetti mafiosi cui erano stati confiscati. Immediatamente mi attivai per promuovere incontri con tutti gli enti interessati per tentare di fare attivare le procedure burocratiche di assegnazione incontrando difficoltà ed inerzie, per asserita mancanza di personale”.

Il prefetto Sodano a quel punto cominciò ad incontrare gli amministratori dei beni confiscati. Fu quello il momento in cui ebbe a conoscere gli amministratori della Calcestruzzi Ericina, il dott. Luigi Miserendino e l’avv. Carmelo Castelli: “Mi rappresentarono l’immobilismo del Demanio rispetto alle loro richieste e mi dissero che nonostante l’ottima qualità di calcestruzzo prodotto, venduto ad un prezzo più basso degli altri concorrenti, incontravano fortissime difficoltà di mercato e il fatturato ogni giorno scendeva sempre di più. Mi dissero che l’azienda rischiava di chiudere”. Il prefetto Sodano comprese subito le conseguenze: “Decisi che un bene acquisito dallo Stato che aveva sia un forte valore simbolico sul territorio sia una incidenza importante in un settore strategico per la mafia quale quello del calcestruzzo, doveva essere salvato e diventare l’emblema della rivincita dello Stato sull’antistato”.

La prima persona con la quale il prefetto Sodano affrontò l’argomento fu con l’allora presidente dell’Associazione degli Industriali Marzio Bresciani: “Gli dissi che non capivo come mai a fronte di un prezzo e qualità migliori i suoi associati preferissero rifornirsi altrove, lasciai intendere che paventavo una possibile interferenza mafiosa. Quindi lo pregai anche in considerazione dell’economicità e della qualità del prodotto, di farsi portavoce presso i suoi associati, magari quelli che più gli erano vicini, di valutare la possibilità di rifornirsi anche presso la Calcestruzzi Ericina……Dopo alcuni giorni saputo che presso il porto erano in corso consistenti lavori contattati con le stesse motivazioni addotte nel colloquio con Bresciani il comandante del Porto Agate perché si facesse presente alla ditta appaltatrice la convenienza a comprare cemento dalla Calcestruzzi Ericina….Tempo dopo seppi che gli interventi avevano sortito un certo effetto gli amministratori della Calcestruzzi Ericina mi dissero che si era allontanato il rischio della chiusura“.

Il prefetto Fulvio Sodano però ancora non sa che quei suoi interventi avevano cominciato a sortire fastidio dentro Cosa Nostra trapanese, lui era diventato “tinto” e don Ciccio Pace cominciava a dire che quel prefetto doveva andare via. Nel giugno del 2002 l’editore di una emittente locale, Giuseppe Bologna, manager di Tele Scirocco, incontrandolo gli disse che giravano certe voci sul suo conto circa un possibile trasferimento: “Confidenzialmente mi disse di avere saputo che i principali referenti di Forza Italia nella provincia di Trapani avevano chiesto nel corso di un incontro l’allontanamento da Trapani del prefetto, del procuratore e del dirigente della squadra Mobile. Alla cosa non diedi peso”.

Il prefetto Sodano continuò la sua attività sui beni confiscati e a favore della Calcestruzzi Ericina. Nelle riunioni ufficiali però cominciarono ad emergere faccende strane: “Fu quando discutemmo con Comune di Favignana e Soprintendenza delle sorti dell’impianto di calcestruzzo che l’Ericina possedeva a Favignana. Quello era l’unico impianto. Mi colpì l’affermazione del rappresentante comunale che mi disse che una volta terminati i lavori di costruzione di una galleria non c’era più necessità di avere un impianto sull’isola”. Come se a Favignana nessuno avrebbe più costruito e usato cemento che a quel punto se l’impianto avesse chiuso doveva arrivare da Trapani con gli inevitabili costi maggiorati per il trasporto.

Il prefetto avvertì che c’era qualcosa di strano che si muoveva attorno alla Calcestruzzi Ericina. A porre ostacoli non erano malavitosi, mafiosi, imprenditori poco raccomandabili, si fanno avanti le istituzioni. Gli uomini potenti della politica: “Durante una manifestazione ufficiale in prefettura fui avvicinato dal senatore D’Alì Antonio, sottosegretario all’Interno, il quale mi chiese spiegazioni in ordine al mio comportamento relativamente al “favoreggiamento” operato nei confronti della Calcestruzzi Ericina che in base a notizie che aveva avuto da altri avrebbe alterato il libero mercato del calcestruzzo, determinando una sleale concorrenza alle altre aziende del comparto. Gli spiegai quali fossero le motivazioni del mio comportamento e anzi mi meravigliai di quelle doglianze perché in realtà il mio atteggiamento tendeva esclusivamente a contrapporre una azione forte dello Stato ai poteri mafiosi. In sostanza avrei voluto che un bene ormai di proprietà dello Stato potesse sopravvivere in maniera emblematica contro tutti i tentativi della mafia di riappropriarsene o di distruggerlo. Subito dopo il sottosegretario mi disse che se le cose stavano così non aveva altro da dirmi se non che per l’avvenire questi interventi li dovevo fare esclusivamente in prima persona (era successo che per i lavori al porto aveva delegato il suo vicario dott Sciara a colloquiare col comandante Agate ndr)”.

Ai mafiosi a fine 2002 balena l’idea di sollecitare la vendita della Calcestruzzi Ericina. Nel gennaio 2003 il prefetto Sodano racconta di avere ricevuto una visita. “Mi fu chiesto un incontro da parte del presidente di Assindustria Marzio Bresciani e del direttore Francesco Bianco. All’incontro si presentò anche l’imprenditore Vito Mannina. Mi fu consegnata la proposta per la nomina a cavaliere dello stesso Mannina. Durante la riunione incidentalmente fu avanzata la proposta di acquisizione da parte dell’impresa Mannina della Calcestruzzi Ericina con assorbimento da parte dell’impresa Mannina di manodopera e acquisizione dei beni aziendali. Feci presente che in questo interlocutore principale era l’Agenzia del Demanio, uno degli interlocutori, forse Bianco, mi fece presente che loro avevano già sentito il geometra Nasca che aveva già dato il suo assenso. Poiché ero a conoscenza che da alcuni mesi Nasca era stato sollevato dai suoi incarichi in materia di beni confiscati mi meravigliai con loro per essersi rivolti a tale soggetto, comunque rinviai ogni altra discussione ad altra seduta successiva, Per me portare avanti quella richiesta significava abdicare alle mie iniziali decisioni che andavo perseguendo, incarica il capo di gabinetto di contattare l’associazione degli industriali per dire che della loro proposta non se ne faceva nulla. Con l’Assindustria ebbi comunque un altro incontro, erano stati molto insistenti nel chiederlo, stavolta c’era presente il figlio di Vito Mannina, Vincenzo, fu l’occasione per manifestare di persona tutte le mie perplessità, ma feci presente che siccome la titolarità era del Demanio, potevano rivolgersi a quell’ente, feci loro capire che se fosse stato chiesto il mio parere sarebbe stato negativo”.

La Calcestruzzi Ericina non fu venduta. Gli imprenditori non ci provarono nemmeno a parlare con i funzionari dell’Agenzia del Demanio e con chi aveva tolto l’ex funzionario Nasca da quella poltrona. Il prefetto Sodano nel luglio del 2003 presiede in prefettura la sua ultima riunione da prefetto di Trapani. E’ una riunione che mette le basi perché i beni confiscati mai più restino inutilizzati. Al suo fianco c’è seduto il presidente di Libera Luigi Ciotti. Personalmente a me confidò: “Vado via per questa riunione”.

E’ a conoscenza dei motivi del suo trasferimento da Trapani ad Agrigento? Si trattava di un trasferimento già programmato? E’ questa l’ultima domanda rivolta al prefetto Sodano dal pm Tarondo durante quell’interrogatorio del luglio 2004. Sodano così risponde: “Ho avuto conoscenza del mio trasferimento nel tardo pomeriggio del giorno precedente la seduta del Consiglio dei Ministri. Mi telefonò il capo di gabinetto del ministro facendomi presente che l’indomani sarei stato nominato prefetto di Agrigento. Alle mie rimostranze basate sul mio momento non facile di salute, noto al ministero, e per il quale avevo chiesto di rimanere a Trapani almeno altri sei mesi, ebbe a dirmi che la distanza che rispetto ad Agrigento c’era con Palermo era identica a quella con Trapani, mi invitò a prendere servizio ad Agrigento perché l’amministrazione mi sarebbe stata vicina. Tutto questo avveniva mentre non molto tempo prima aveva avuto garanzia che per un po’ di tempo non sarei stato trasferito. All’epoca di quel mio trasferimento molti altri colleghi che avevano raggiunto le loro sedi in concomitanza con la mia assegnazione a Trapani erano ancora in quelle stessi sedi”.

Una sentenza quella che ha condannato “don” Ciccio Pace a 20 anni di carcere scrive che l’azione dei mafiosi fu rivolta contro un uomo valoroso e coraggioso, il prefetto Fulvio Sodano. Condannato a sette anni è stato anche l’ex funzionario del Demanio, Francesco Nasca. Adesso a favore del prefetto Sodano questo pronunciamento del Tribunale Civile. Che fa salvo anche il lavoro giornalistico di Stefano Maria Bianchi che fu oggetto di una dura contestazione in Consiglio provinciale quando presidente della Provincia era proprio il senatore d’Alì ed il prefetto Finazzo andava dicendo pubblicamente che lui non contestava i giornalisti venuti da Roma ma quelli che a Trapani erano stati le loro fonti. Anni dopo si dimostrò che quelle fonti avevano visto giusto, dietro gli appalti del porto e della Coppa America, sotto il controllo di Protezione civile, prefettura e Comune di Trapani, ad operare c’era una “cricca” del malaffare.

da Antimafiaduemila

nb. le sottolineature in neretto sono di Diarioelettorale

Diseconomy: il caso FIAT (2)

A cura di Minimo Riserbo e Falbalà

1 – GOVERNO DI CLASSE? PECCATO NON APPROFITTARNE…
Da oltre 4 mesi non sono capaci di trovare uno straccio di ministro dell’industria. Passano tutto il tempo a litigare, anziché a governare. Quel poco che fanno, o è “ad aziendam” o è “ad personam”. Di fronte a una situazione del genere il PMU aveva due scelte: incazzarsi e pilotare un qualche ribaltone, oppure approfittarne per farsi meglio i cazzi propri e piazzare qualche colpaccio di quelli storici. Come da tradizione, il Potere Marcio Unificato ha scelto la seconda strada . Tutti sanno perfettamente chi, in questo Paese, la sta prendendo in quel posto ogni giorno. Lo sanno tutti, meno i giornali.

2 – ECCO CHI DECIDE LA POLITICA INDUSTRIALE DELL’ITALIA…
Vi eravate bevuti tutte quelle cazzate su “la Fiat sempre più americana” e su “Marchionne con la testa e il portafogli ormai a Detroit”? Vi consolavate con quelle amene favolette fataliste raccontate perfino da Repubblica? Bene, la ricreazione è finita: “Contratti, lo strappo di Federmeccanica. Disdetta dell’accordo del 2008, vale solo quello firmato senza la Fiom” (Repubblica, p.1).

Come spiega bene Roberto Mania (“Marcegaglia dice sì a Marchionne, così la Fiat resterà in Confindustria”, p. 13), “sono Emma Marcegaglia e Sergio Marchionne ad aver imposto la linea dello scontro alla Federmeccanica. E’ il compromesso tra il leader degli industriali e il capo della Fiat siglato a Roma il 28 luglio che ha portato alla decisione clamorosa di ieri: il “recesso dal contratto nazionale dei metalmeccanici”.

Una Confindustria senza Fiat sarebbe “una piccola Confindustria”, sostiene Repubblica (ma è davvero così?). Ma soprattutto avrebbe un problema di quote e di soldi per mandare avanti il proprio baraccone di figuranti nel coro di governo.

3 – IL PADRONE IN REDAZIONE
Ovviamente, vista dal Corriere, la faccenda è solo un problema del sindacato. Anzi, di un solo sindacato. “Rischio Aventino per la Cgil” è il titolo dell’articolessa di giornata del vicedirettore Dario Di Vico (p.1). Ecco che scrive: “Siamo dunque all’anno zero delle relazioni industriali italiane, ci stiamo lasciando dietro un pezzo di Novecento.

Si condividano fino in fondo oppure no le sue motivazioni e la tattica che ha applicato, Sergio Marchionne ha fatto centro, è riuscito a imporci un repentino cambio di agenda. In tanti e da tanto tempo sostenevano, anche nella sinistra riformista, che non si potesse andare avanti all’infinito portandosi dietro una strumentazione sindacale ormai logora”. Per oggi, può bastare.

dalla rassegna stampa di Dagospia

Saranno queste le nuove relazioni industriali volute da Confindustria ?

OGGI

Massacra il capo con una mazza “Avevo paura di essere licenziato”

Il 30enne è stato fermato per omicidio e occultamento di cadavere.
Rieti, manette a un assicuratore trentenne: ha ucciso l’agente e buttato il corpo in un dirupo

ROMA – «Era un dittatore. Mi ha insultato in tutti i modi, poi quando ha cominciato a parlare della subagenzia ho accumulato uno stress nervoso impressionante. E quando sono sceso per far rientrare il parafango con la mazza non ce l’ho fatta più e l’ho ucciso». Ha cercato di mentire fino all’ultimo, anche davanti ai poliziotti che l’avevano convocato in questura. Poi, inchiodato dalle microcelle dei telefonini, è crollato. E’ scoppiato a piangere e ha spiegato che il suo capo, un ex candidato di An cinquantunenne, assicuratore, l’aveva ucciso lui, in preda alla rabbia e allo stress perché temeva di essere licenziato.

Protagonista della giornata di follia un trentenne romano, Flavio Pennetti, che ha massacrato il suo agente Massimo Carpifave con una mazza da baseball e poi ha gettato il cadavere in una scarpata lungo la strada che collega Leonessa a Rieti, ricoprendo il corpo con sassi e terriccio. Ieri mattina i due colleghi erano andati insieme con l’auto del più giovane a Leonessa per concludere un affare, ma nel tardo pomeriggio – lungo la strada del ritorno – tra i due è nata una violenta discussione che avrebbe spinto F.P., timoroso di poter perdere il lavoro, a colpire violentemente e ripetutamente il suo capo fino ad ucciderlo.

L’assicuratore, dopo essersi disfatto della mazza da baseball gettandola nei boschi, ha ripreso il viaggio e – durante il cammino – si e è liberato anche di altri oggetti appartenuti all’agente. È stata la moglie di quest’ultimo a denunciare alle 21 di ieri la scomparsa del marito: la donna ha telefonato al commissariato Tor Carbone spiegando che il collega era già arrivato a Roma e le aveva detto di aver lasciato il coniuge presso la sede dell’agenzia, ma che questi – più volte da lei chiamato – non rispondeva alle telefonate. Gli agenti, sulla base di fondati sospetti, hanno richiesto immediatamente all’autorità giudiziaria l’emissione di un decreto per poter individuare il tracciato telefonico dello scomparso: nella notte, sono stati gli uomini delle Squadre mobili di Roma e di Rieti a ritrovarne il corpo privo di vita.

da La Stampa

IERI

Licenziato fa una strage e si uccide

Era rappresentante per il Trentino

Paolo Iacconi, 51 anni, di Sacile (Pordenone) ha ucciso due dirigenti della sua ex azienda in Toscana, la Gifas-Electric di Massarosa, cui era rappresentante per la zona del Trentino -Alto Adige, dove voleva aprire una succursale. Era in depressione
VIAREGGIO. E’ arrivato da Pordenone e, sorridendo, ha salutato gli ex colleghi della Gifas-Electric di Massarosa prima di entrare nella stanza del direttore generale dell’azienda, per cui lavorava fino a circa un anno fa, e sparare a lui e al responsabile delle vendite all’estero. Poi ha dato fuoco ad alcune carte che si trovavano nella stanza e si è chiuso in bagno dove si è sparato alla testa quando ha sentito le sirene di polizia e carabinieri.
Le vittime sono Luca Ceragioli e Jan Frederik Hillerm. Contro di loro ha rivolto la pistola, una calibro 7.65, Paolo Iacconi, 51 anni, di Sacile del Friuli (Pordenone). Ceragioli (48 anni) viveva a Viareggio con la moglie Laura e due figlie di 21 e 18 anni, Monica e Claudia, mentre Hillerm nato a Lubianca ma residente a Altopascio (Lucca), era diventato padre da soli 20 giorni. L’o micida è arrivato poco prima delle 16: per farsi ricevere dai dirigenti dell’azienda da cui era stato licenziato circa un anno fa – era il rappresentante per il Trentino Alto Adige -, avrebbe detto di voler stringere rapporti commerciali con la stessa Gifas (che produce materiale elettrico e occupa una cinquantina di persone) dopo aver aperto una sua attività in Friuli. Salito al primo piano, dove si trovano gli uffici della direzione e quelli commerciali, ha salutato gli ex colleghi presenti ed è entrato nell’ufficio di Ceragioli dove si trovava anche Hillerm. Con se aveva una borsa: dentro potrebbe avere avuto la pistola. La segretaria ha raccontato che era tranquillo e che, prima di chiudere la porta e lasciarli, ha portato nella stanza tre caffè. Passati pochi minuti le voci si sono alzate e nello stabilimento si sono uditi alcuni colpi di pistola, 4 o 5. Nella stanza di fronte, dove si trovavano 5 addetti alle vendite, subito hanno capito cosa stava avvenendo e sono fuggiti dando l’allarme anche agli operai e agli addetti al magazzino al piano terra dell’edificio.

Iacconi dopo aver dato fuoco ad alcune carte provocando un principio d’incendio, ma non avrebbe usato benzina né altri liquidi infiammabili, si è quindi chiuso in bagno dove si è ucciso. Carabinieri e poliziotti, insieme ai vigili del fuoco intervenuti per spegnere le fiamme, si sono così trovati davanti tre cadaveri. Cosa abbia spinto l’uomo ad uccidere Ceragioli e Hillerm, non è chiaro. Qualcuno parla di una causa di lavoro, di arretrati che Iacconi avrebbe richiesto. Di certo sembra avesse avuto sempre buoni rapporti con il direttore, e Ceragioli sarebbe stato più volte fino a Pordenone quando Iacconi, che viveva solo in una palazzina dove, in un altro appartamento abitano il padre e la sorella, aveva avuto problemi di salute. Alcuni testimoni raccontano che in azienda l’omicida/suicida gli unici problemi, qualche litigio per motivi di lavoro, di fatturato, li avrebbe avuti con un terzo dirigente, che ieri non era in sede. Polizia e carabinieri dovranno ora ricostruire gli ultimi giorni di Iacconi e capire quando è arrivato in Toscana, con una Panda rossa. Al momento non sarebbero stati trovati biglietti che spiegano l’a ccaduto. (d.m.)
(24 luglio 2010)

da Trentino Corriere Alpi