La Cina ci è vicina

Parafrasando banalmente il titolo del film di Bellocchio possiamo dire che dopo la visita della cancelliera tedesca Angela Merkel in Cina dei giorni scorsi, la Cina sia più disponibile ad impegnarsi nell’opera di salvataggio dell’eurozona.

La visita di tre giorni è cominiciata con un incontro con il premier cinese Wen Jiabao, a cui Merkel ha detto che la moneta unica ha reso l’Europa più forte, affermando poi che l’accordo raggiunto all’ultimo vertice di Bruxelles consentirà maggior trasparenza e disciplina di bilancio per tutti gli stati che lo hanno sottoscritto.

La Merkel, soprattutto con il suo omologo cinese, ha chiesto in primo luogo l’impegno della Cina ad aiutare l’Europa a sollevarsi dalla crisi economica. Lo stesso Wen Jiabao ha sottolineato come per l’Europa sia prioritario ed urgente risolvere la crisi e come la Cina stia valutando l’opportunita’ di una sua maggiore partecipazione nel Fondo europeo di stabilita’ finanziaria anche se, ha detto, “la Cina non ha l’intenzione ne la capacita’ di acquistare l’Europa”, in particolare la Cina sta mettendo in conto un possibile coinvolgimento diretto nei due fondi europei di salvataggio, l’EFSF e l’ESM.

Alberto Forchielli, di Osservatorio Asia, in un’intervista a Claudio Landi, per “L’ora di Cindia“, fa notare il rilievo che è stato dato dalla stampa cinese al ruolo esercitato da Mario Monti per rassicurare sulla stabilità dell’Italia e quindi dell’eurozona e quanto questo sia stato determinante per la ripresa dell’apertura del portafoglio cinese verso l’Europa e quindi per il successo della missione della Merkel.

Infine particolarmente interessante per comprendere l’intensità delle relazioni tra Cina e Germania questo pezzo di AGI.News:

FAZ, CINA PRIMO PARTNER COMMERCIALE DELLA GERMANIA
(AGI) – Berlino, 2 feb. – In occasione della visita di Angela Merkel in Cina la ‘Frankfurter Allgemeine Zeitung’ rivela che ormai Pechino e’ diventato il primo partner commerciale della Germania, se si sommano il volume delle importazioni e delle esportazioni. La bilancia commerciale tedesca nei riguardi del Paese piu’ popoloso del pianeta rimane pero’ ancora negativa, con 80 miliardi di euro di importazioni dalla Cina nel 2011 ed esportazioni per 65 miliardi. Da nessun altro Paese al mondo la Germania importa piu’ merci di quelle prodotte nella terra di Confucio, larga parte delle quali e’ costituita ormai da apparecchi elettronici. Nel frattempo anche le esportazioni tedesche stanno crescendo con tassi altissimi, come conferma Jens Nagel, responsabile dell’Associazione delle industrie esportatrici tedesche (Bga), poiche’ “lo scorso anno l’export tedesco verso la Cina e’ aumentato di un quarto, quest’anno ci attendiamo una crescita a due cifre, forse il 15%”. Piu’ di un quarto delle merci tedesche esportate verso Pechino e’ costituito da macchinari e impianti, come rivela Oliver Wack, responsabile dell’Associazione dei produttori del settore (Vdma), poiche’ “da tre anni la Cina e’ diventata il piu’ importante mercato per i macchinari e gli impianti tedeschi”.
Un altro 25% delle esportazioni tedesche va messo sul conto dell’auto, con le case costruttrici germaniche che si sono gia’ assicurati il 20% del mercato cinese, mentre la percentuale e’ considerevolmente piu’ alta per le autovetture di lusso.
“Tre quarti delle macchine di lusso immatricolate nel 2010 in Cina sono di marca tedesca”, dichiara Matthias Wissmann, presidente dell’Associazione delle aziende automobilistiche tedesche. Negli ultimi 15 anni il numero di impianti di produzione di auto tedesche in Cina e’ quasi triplicato, arrivando a 190, mentre anche l’industria chimica germanica e’ presente sul posto con piu’ di 150 filiali produttive. In totale oltre 5mila aziende tedesche con oltre 220mila dipendenti operano ormai in Cina, che e’ diventata il Paese straniero con il maggior volume di investimenti tedeschi, pari a 18 miliardi di dollari all’anno. Nel frattempo un’azienda tedesca su due ha in progetto di costruire impianti produttivi in Cina, che e’ tuttavia attiva anche in senso contrario, poiche’ attualmente sul suolo tedesco ci sono 700 aziende cinesi con 6600 dipendenti. “I cinesi ci vedono come la porta d’ingresso in Europa”, dice Markus Hempel, responsabile per il mercato cinese di Germany Trade and Invest (Gtai), dal momento che “non hanno mai investito tanto in Germania come adesso“.

In conclusione non si può non rilevare il notevole titolo di “Libero“: “La culona è volata in Cina ma in Europa è ormai sola“… contenti loro !

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La Cina rallenta

L’economia cinese è cresciuta del 9,1 per cento nel terzo trimestre 2011 rispetto a un anno prima secondo i dati pubblicati dall’ufficio statistiche cinese.
L’incremento è inferiore alla stima media del 9,3 per cento di un recente sondaggio Bloomberg News tra 22 economisti e segue ad un aumento del 9,5 per cento nei tre mesi precedenti.
Si tratta del dato più basso dal 2009, che aggiunge preoccupazione per la ripresa globale e che in Europa aumentino debito e crisi.
La crescita della Cina è stata limitata dalla stretta del credito e da una più debole domanda da parte dell’Europa.

Yao Wei, un economista, che aveva correttamente previsto le dimensioni della crescita, tuttavia non è pessimista: “Questo non è un brutto dato, ed i mercati peccano di eccesso di sensibilità”.

La produzione industriale infatti è aumentata del 13,8 per cento a settembre rispetto all’anno precedente, rispetto alla stima del 13,4 per cento in un sondaggio Bloomberg e ad un guadagno del 13,5 per cento del mese precedente.
In crescita anche gli investimenti fissi, saliti al 24,9 per cento nei primi nove mesi, rispetto al 24,8 per cento stimato dagli economisti e le vendite al dettaglio al 17,7 per cento dopo un aumento del 17 per cento in agosto.

Aziende come BASF SE, la più grande azienda chimica del mondo, si stanno espandendo in Cina portando con se aumento dei salari e aumento della domanda di consumi.

I politici asiatici si trovano tuttavia a governare delicati equilibri dovendo combattere con l’inflazione ancora elevata, mentre in Europa la crisi minaccia la crescita.

La Cina ha alzato i tassi d’interesse cinque volte nell’ultimo anno e messo limiti ai prestiti e agli acquisti di immobili per tenere a freno proprietà e prezzi al consumo ed arginare i rischi di bolle speculative.
Alcune banche stanno aumentando i tassi di interesse sui mutui. Il volume dei mutui immobiliari è sceso del 43 per cento nella prima metà dell’anno portandosi a 791 miliardi di yuan.
Mentre l’inflazione è ancora superiore al 6 per cento l’economista Ma Jun prevede che il tasso scenderà al 4 per cento nel mese di dicembre e gli analisti di Morgan Stanley stimano un calo al di sotto del 4 per cento entro la fine dell’anno.

Una crisi immobiliare e il rallentamento della crescita delle esportazioni sono tra i più grandi rischi per la crescita della Cina, secondo gli economisti di UBS AG, Nomura Holdings Inc. (8604) e Societe Generale.

L’economista cinese Wang Tao di UBS vede una “recessione globale”, come il principale pericolo di fronte il più grande esportatore mondiale per i prossimi 12 mesi.
La crescita del PIL potrebbe scendere a un minimo del 7,7 per cento nel primo trimestre del 2012 come conseguenza di “una forte decelerazione” della domanda estera che andrebbe ad aggiungersi as una produzione nazionale più debole, secondo Wang.

La moneta cinese ha guadagnato il 18 per cento nei confronti del dollaro negli ultimi quattro anni.
Il premier Wen ha promesso di mantenere una “sostanziale stabilità” dei tassi di cambio per proteggere gli esportatori.

L’economia cinese era cresciuta del 10,4 per cento lo scorso anno.
La crescita rallenterà al 9,5 per cento quest’anno, sei volte il ritmo degli Stati Uniti e dell’area dell’euro, secondo le stime del Fondo monetario internazionale.
L’espansione del 9 per cento nel 2012 sarà comunque pur sempre otto volte più veloce rispetto al gruppo di 17 nazioni che condividono la moneta europea.

da Bloomberg.com

Sperare nella Cina ?

Diciamoci la verità questo paese, l’Italia,  è un paese strano, un paese molto strano, nel quale pochi, molto pochi, parlano o scrivono, delle cose che si muovono nel mondo, prigionieri della prigrizia e di un eccesso di provincialismo.

Questo paese (ma anche gli altri paesi europei non scherzano) ha ritmi di crescita da prefisso telefonico mentre i cosidetti BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa) hanno ritmi di crescita da boom economico.

In particolare la Cina che dopo aver fatto registrare negli anni precedenti ritmi di crescita superiori al nove per cento, cresce ancora al ritmo dell’8% annuo (come da previsioni) e sembra puntare alla supremazia economica a livello mondiale, in un arco di tempo più o meno lungo.

E’ possibile per l’Europa sperare nella Cina? Cosa dobbiamo attenderci dalla politica cinese ?

Per saperne di più vi propongo due articoli.

Particolarmente equilibrato ed interessante questo articolo del 15 settembre di Bernardo Cervellera comparso su Asia News, agenzia del PIME (Pontificio Istituto Missioni Estere) specializzata sull’Asia, il quale nel momento in cui molti sperano che la Cina compri il debito sovrano di Italia (nonostante la smentita del ministro Tremonti) ed Europa, fa rilevare i punti di criticità dell’economia cinese quali: sovrapproduzione, banche sovresposte, dipendenza dalle esportazioni e dagli investimenti stranieri ed in più un valore artificiale dello yuan e una manodopera schiavizzata.
Il richiamo alla centralità dell’uomo e alla responsabilità verso l’altro anche in economia, non può che essere condiviso.

La Cina non salva l’economia italiana e il mondo

di Bernardo Cervellera

“Roma (AsiaNews) – Ci pare molto difficile, anzi impossibile, che la Cina possa salvare l’Italia e l’Europa dal baratro del debito sovrano. Nei giorni scorsi, dopo una rivelazione del Financial Times, secondo cui vi erano accordi fra Roma e Pechino perché questa acquistasse buoni del Tesoro italiani, economisti e banchieri hanno levato il loro canto di lode al nuovo salvatore dell’Europa. Anzi vi sono alcuni i quali predicono ormai che la Cina salverà il mondo intero dalla crisi.

Noi non siamo così ottimisti. Anzitutto, il premier Wen Jiabao, parlando al World Economic Forum di Dalian, non è stato troppo entusiasta nel voler pagare i debiti dell’Europa, anche se – con cortesia – ha detto di voler “dare una mano”. In più, egli ha stilato alcune condizioni per avere tali aiuti, fra cui il riconoscimento al Wto (Organizzazione mondiale del commercio) di “piena economia di mercato” per la Cina, insieme alla eliminazione delle barriere doganali, foriere di un’ulteriore invasione di beni cinesi.

Ma sono soprattutto le cifre che ci danno ragione. Se Pechino volesse aiutare l’economia europea e mondiale, dovrebbe lei togliere le barriere doganali a tanti prodotti esteri. Invece, guardando alle cifre del 2010, la bilancia commerciale della Cina verso il resto del mondo è in attivo e si aggira sui 184,4 miliardi di dollari Usa. Per divenire un vero motore contro la crisi, la Cina dovrebbe importare di più e la sua bilancia commerciale andare in negativo. Ma questo comporta per lei il rischio di un aumento della disoccupazione, già molto alta e preoccupante.

È vero, la Cina – avendo oltre 3mila miliardi di dollari in riserve di moneta estera – fa investimenti in diverse parti del mondo. L’Italia e l’Europa potrebbero sperare in qualche briciola. Ma se anche qui si guardano le cifre, ci si accorge che per il 2009 Pechino ha investito all’estero solo 38 miliardi di dollari, mentre il resto del mondo ha investito in Cina ben 106 miliardi di dollari (fonti Unctad). In realtà, dunque, Pechino assorbe investimenti, più che concederli. Soprattutto, il surplus serve più a ricapitalizzare ciclicamente il suo sistema bancario, afflitto da insolvenze.

Sperare che la Cina salvi l’economia mondiale è irrealistico, oltre che non vero. La Cina, infatti, si trova nelle stesse condizioni degli altri Paesi: sovrapproduzione; dipendenza dalle esportazioni; banche sovraesposte; consumi al minimo. Il suo successo dipende troppo dal valore dello yuan, tenuto basso in modo artificiale, e da una manodopera schiavizzata, che mantiene basso il costo del lavoro.

Questa economia “drogata” si è lanciata a costruire faraoniche infrastrutture per aumentare il Prodotto interno lordo, ma senza produrre vera ricchezza: più del 50% delle case e degli uffici costruiti sono attualmente vuoti e nessuno sa chi potrà pagarli.

Altri elementi che mancano all’economia cinese è la fantasia e la creatività. Per secoli la Cina ha ristretto la sua cultura a schemi ripetitivi, soffocati prima dal controllo imperiale e poi comunista. D’altra parte, la creatività ha bisogno di libertà e garanzie dei diritti umani della persona, un altro elemento fortemente mancante ancora oggi.

La Cina è capace di dare grandi spettacoli: le Olimpiadi, l’Expo di Shanghai, i Giochi asiatici… Ma non riesce a risolvere i problemi della sua popolazione: il traffico caotico delle metropoli, l’inquinamento, la qualità della vita della gente, la giustizia per operai e contadini.

Volando a Madrid per la Giornata mondiale della gioventù, ai giornalisti del volo papale, Benedetto XVI ha affermato che “l’uomo dev’essere il centro dell’economia e che l’economia non è da misurare secondo il massimo del profitto, ma secondo il bene di tutti, include responsabilità per l’altro e funziona veramente bene solo se funziona in modo umano, nel rispetto dell’altro”.

La centralità dell’uomo e la responsabilità creativa mancano alla Cina, ma anche all’Europa, che cerca soluzioni scaricando le responsabilità su qualche “salvatore economico”.”

da AsiaNews.It

NB – Il neretto di sottolineatura è di Diarioelettorale

Meno rassicurante invece il contenuto di un articolo di Chris Arsenault pubblicato online sulla versione inglese di Al Jazeera che prendendo spunto da uno dei “cables” di Wikileaks dal titolo “La Cina accresce le riserve d’oro al fine di prendere due piccioni con una fava“, nel quale tra l’altro può leggersi:
che la Cina sta comprando oro per indebolire la supremazia del dollaro come valuta di riserva mondiale e che che la Cina prevede di rendere la sua moneta, lo yuan, pienamente convertibile per la negoziazione sui mercati internazionali entro il 2015 tenuto conto che il mercato offshore per lo yuan si sta sviluppando più rapidamente di quanto avessero immaginato le autorità bancarie cinesi.

La Cina dispone di 1.054 tonnellate di oro come riserva aurea ed è la sesta più grande riserva al mondo, secondo i dati del World Gold Council.

Come è noto il dollaro è la valuta di riferimento per le transazioni internazionali.
Il valore delle merci mondiali, come il petrolio, è generalmente definito in dollari USA.
Se, ad esempio, una compagnia della Corea del Sud vuole comprare il vino dal Cile, è probabile che l’operazione si effettuerà in dollari. Entrambe le società dovranno quindi acquistare dollari per condurre i loro affari, generando una maggiore domanda di dollari ed accrescendone il valore.
Attualmente, l’essere il dollaro la valuta di riferimento permette agli Stati Uniti di ricorrere a prestiti internazionali a più bassi tassi di interesse con evidenti vantaggi per gli Stati Uniti sul piano della competizione internazionale.
Dall’altro lato si fa rilevare che al marzo del 2011, la Cina dispone di 3.04 trilioni di dollari di riserve, secondo la Xinhua Agency e che la Cina è il più grande possessore di buoni del Tesoro statunitense, con 1.166 trilioni al 30 giugno 2011, secondo il San Francisco Chronicle e che quindi una forte svalutazione del dollaro danneggerebbe la stessa Cina che rischierebbe di rimanere con rotoli di carta senza valore.
“Se devi alla banca 100 dollari, questo è un tuo problema. Ma se devi alla banca 100 milioni di dollari, questo è un problema della banca”, osservò una volta l’industriale americano Jean Paul Getty.
Così la Cina è frenata nella vendita di grossi quantitativi delle proprie riserve in dollari operazione che rischierebbe con il conseguente deprezzamento di danneggiarla.

La risposta per il futuro è allora comprare oro.
Il valore dell’oro è aumentato di quasi il 400 per cento, da meno di $ 500 l’oncia nel 2005 a circa 1,900 dollari nel mese di settembre.
In passato gli Stati Uniti e l’Europa hanno sempre operato per la ridiscesa del prezzo dell’oro”, ma oggi pensare che Stati Uniti ed Europa siano in grado di mettere in atto tali misure è follia.
Attualmente, la Cina pone severi controlli sulla sua moneta, limitando gli stranieri dal fare affari in yuan o trading sul mercato dei cambi.
Il possedere questi grandi riserve di valuta statunitense, e il controllo dello yuan, fa si che la Cina possa mantenere la propria moneta ad un valore inferiore a quello reale e ciò rende le esportazioni cinesi più competitive.
Nel 2010 gli USA hanno registrato un deficit commerciale di 273.1 bilioni di dollari con la Cina.
Gli Stati Uniti in ragione dello status del dollaro come valuta di riserva, possono mantenere il deficit commerciale a tempo indeterminato e ricorrere ai prestiti internazionali senza grandi ripercussioni, ma se l’oro, lo yuan, o una combinazione di altre valute sostituisse il dollaro, gli Stati Uniti avrebbero perso i loro vantaggi.
Ciò non accadrà nel breve termine, non nei prossimi cinque anni almeno.
Ma niente dura per sempre.

Qualcuno sostiene che quando la Cina deciderà che è ora che il dollaro cada, il dollaro cadrà.
D’altra parte nessuno nel 1979 avrebbe previsto che la Cina sarebbe diventata la nazione con cui avrebbero dovuto confrontarsi gli Stati Uniti e nessuno oggi può dire quali saranno i paesi che si confronteranno tra trenta anni.

La Lega e le palle made in China

Fatti in Cina i gadget con marchio Milano

Magliette, cappellini, addobbi per l’albero di Natale: tutti prodotti in estremo Oriente

Il brand Milano è made in China. T-shirt, felpe, cappellini. Perfino le palle per addobbare gli alberi di Natale. Con il logo del Comune ma con marchi di fabbrica sparsi tra Bangladesh, Cambogia e, appunto, Cina. Il made in Italy si salva in parte grazie al panettone. Ma neanche il simbolo di Milano può vantare origine lombarde. È prodotto in Veneto, a Vicenza per la precisione. La scoperta del brand Milano «globalizzato» si deve al consigliere pd Pierfrancesco Maran. «Viene da pensare che la tradizione tessile lombarda non sia in grado di produrre nemmeno una felpa, tra l’altro venduta alla bellezza di 40 euro». «Siamo sicuri – chiede provocatoriamente Maran – che sia un buon modo di promuovere la nostra città vendere ai turisti prodotti realizzati nel sud-est asiatico sbandierandoli per prodotti milanesi?». La richiesta è perentoria: Morelli si dimetta, «di assessore come lui c’è più bisogno in Cambogia che a Milano».

L’assessore leghista però non si scompone: «Sono le leggi di mercato a dire che solo se ti affidi a una grande impresa di distribuzione i tuoi prodotti finiscono in tutto il mondo. Ed è quello che abbiamo fatto. Ci siamo affidati a una società esterna nel rispetto di tre principi fondamentali. La promozione dell’immagine della nostra città, l’alta qualità delle merci, e la loro distribuzione nei circuiti commerciali internazionali». La difesa dell’assessore lumbard si conclude con una stoccata all’ex premier del centrosinistra: «Esistono precise normative comunitarie sul libero mercato varate quando a capo della Commissione europea c’era Prodi. Anzi, in un certo senso possiamo dire di essere vittime di Romano Prodi».

Anche Letizia Moratti «difende» il brand «mondializzato». «Viviamo in un mondo globale – commenta il sindaco in difesa del suo assessore – e ci sono già tante aziende milanesi e lombarde che hanno prodotto e producono i nostri prodotti. Questa credo sia una risposta di attenzione alle nostre imprese in un’ottica globale. Naturalmente possiamo intensificare la possibilità di dare lavoro alle nostre imprese, sempre in un ottica di mercato libero». Matteo Salvini, capogruppo del Carroccio, è però meno conciliante: «Ringraziamo il Pd per l’attenzione alle nostre iniziative. La loro segnalazione non va ignorata. Si tratta ora di richiamare la società licenziataria e di imporre che i gadget siano prodotti in Lombardia».

Andrea Senesi

12 gennaio 2011

da Corriere.it

La minaccia è la Cina ?

Non che l’articolo, che vi propongo, segnali un qualche avanzamento del dibattito su come reinterpretare l’economia italiana alla luce del fenomeno Cina nuovo protagonista dell’economia mondiale.
Piuttosto evidenzia l’inadeguatezza al ruolo da parte di alcuni dei protagonisti del dibattito e uno stato del dibattito fermo allo stesso grado di avanzamento in cui sarebbe stato accettabile, non ora ma cinque o sei anni fa.

Evocare da parte di Marchionne che “i sindacati debbono diventare parte della soluzione”, pur sapendo che il sindacato in Italia ha dato tutto ciò che poteva dare e anche di più, non depone affatto a favore dei capitani d’industria italiani, i quali hanno rinunciato, nei fatti, a farsi interpreti di un qualsiasi “nuovo rinascimento del paese”, e hanno vivacchiato sui contributi statali per anni, per arrivare infine alla delocalizzazione delle industrie e degli impianti.

In Italia, si può affermare con certezza che il ritardo, non solo economico, ma intelletuale e politico, è aggravato dalla non consapevolezza e dalla non accettazione delle sfide.
Ora il rischio è che più che alla Cina gli italiani debbano guardare in un prossimo futuro alla Grecia.

“Marchionne evoca lo spettro cinese, l’Ad Fiat: “Pechino una minaccia per il nostro prodotto interno lordo”

Ma sulle condizioni per competere battibecco con il leader Cgil – Occupazione, scontro con Epifani

PARMA – Lo spettro che incombe sulle economie occidentali arriva dall’Oriente. È grande un miliardo e rotti di persone. Cresce a un ritmo del 9,5% e per la fine dell’anno potrebbe diventare la seconoda economia planetaria, dietro solo agli Stati Uniti. Il fantasma si chiama Cina e si è materializzato al convegno di Confindustria “Libertà e benessere: l’Italia al Futuro” ospitato alle Fiere di Parma.

A evocare la paura del grande drago, nel primo giorno del meeting, è stato l’amministratore delegato della Fiat Sergio Marchionne, che ha parlato del gigante orientale con frasi che lasciano poco spazio ai dubbi e alle interpretazioni: “La Cina è una minaccia per le economie del mondo occidentale, il 10% di quello che producono è sufficiente a distruggere il nostro prodotto interno lordo“.

Marchionne è intervenuto alla tavola rotonda, moderata dal direttore del Corriere della Sera Ferrucio De Bortoli, che ha registrato anche gli interventi di Roberto Colaninno (presidente della Piaggio), Antonio Tajani (vice presidente della Commissione euoropea per l’industria) e Guglielmo Epifani, segretario della Cgil, protagonista di un vivace battibecco con l’ad Fiat che ha richiamato, tra gli applausi della platea, le sigle sindacali a fare la loro parte: “‘L’industria ha l’obbligo di cercare tutte le condizioni per competere – afferma – ma i sindacati invece di ripetere le stesse cantilene – qui l’ovazione dei presenti – devono diventare parte della soluzione“.

La replica di Epifani non si è fatta attendere: “Se la Fiat resta l’unico produttore di auto, se il destino dell’auto in Italia è il destino di un’azienda la cosa non funziona”. La diatriba si è quindi spostata sulla Cina con il leader della Cgil che di fronte al suggerimento di Marchionne di guardare a Pechino, ha fatto notare, accompagnato comunque da applausi, la grave condizione dei lavoratori cinesi “che non hanno la libertà di formare un sindacato, la libertà è anche questa, altrimenti si importa un modello che comprime libertà e diritti”. “Mi fa piacere che si preoccupi della qualità della vita in Cina”, ha ironizzato Marchionne che ha ribadito l’importanza di puntare sulla competitività.

Epifani ha fatto presente la necessità di investire nel Paese se “si crede all’Italia”, suscitando ancora la replica dell’ad Fiat: “Su 8 miliardi di investimenti, 2 sono in Italia, di più non possiamo fare”. E non sembrano esserci spiragli sul futuro di Termini Imerese: “Il 31 dicembre 2011 sarà l’ultimo giorno di produzione, la gente di Termini Imerese deve essere messa in condizione di guardare al futuro dal giorno dopo”. A chiudere il match, suscitando le risate della sala, ha pensato Colannino, con una battuta sulle esportazioni: “In Cina dovremo esportare Epifani”.

Ma il gigante giallo suscita un sentimento misto di timore e curiosità. Lo dicono anche i numeri snocciolati da Li-Gang Liu, direttore economico di Anz Banking Group: “Quest’anno avremo una crescita del 9,5%, e la Cina dovrebbe sostituire il Giappone, diventando la seconda economia del mondo” ha spiegato alla platea. E il futuro parlerà mandarino: “L’economia della Cina dovrà trasformarsi, puntando più sulla domanda interna, ma il nostro Paese esporterà molti capitali, la riserva estera in dollari ammonta a 2,4 trillioni”. Nei piani dell’impero di mezzo sembra esserci anche l’Italia: “Nei prossimi anni aumenteremo gli investimenti”.

E Marchionne non sembra avere dubbi. A De Bortoli che gli domandava se non si fosse aspettato troppo ad andare in Cina, ha risposto: “Il problema non è andarci, è che arrivano loro“.”

di RAFFAELE CASTAGNO

da La Repubblica

Da “American Pie” a “Buy Buy American Pie”

Parodia della celebre “American pie”, successo americano degli anni 70′ di Don MCLean, (il brano rimase in testa alla clasifica dei dischi più venduti per quattro settimane nel 1972), in cui “Uncle Sam” descrive il nuovo stato dei rapporti economici tra USA e Cina e invita a comprare prodotti di produzione americana.

Qui invece l’originale “live” di “American Pie” canzone che figura al quinto posto in USA tra le canzoni del secolo:

La classifica di “Songs of the Century”, vede al primo posto “Over the Rainbow” di Judi Garland, al secondo “White Christmas” di Bing Crosby, al terzo “This land is your land” di Woody Guthrie e al quarto “Respect” di Aretha Franklyn, tutti riproposti nelle clip che seguono.

La Cina è vicina

Ricordate questo post ?

Ora in Italia accade questo:

nel corso di una trasmissione televisiva della domenica pomeriggio, il “mago” “Silvan”, per presentare il suo numero,  dice solo questa innocente battuta: “è una bacchetta magica che poi presteremo anche a Berlusconi, per far sparire l’anello …”.

Ciò suscita un repentino cambio d’umore nella conduttrice, impegnata a fare da assistente al “mago”,  (da sorridente ad imbronciata), la necessità di dissociazione, una veemente filippica pro istituzioni e a mò di “cazziata” verso il “mago”.

A scanso d’equivoci, con l’aria che tira.

grazie a Quadernino