Operazione Crimiso, le condanne

Nove condanne ed un’assoluzione nel processo a carico dei protagonisti dell’operazione antimafia denominata Crimiso.
La pena maggiore, otto anni e due mesi, è stata inflitta a Michele Sottile pregiudicato di Castellammare del Golfo del 1962 già sorvegliato speciale di P.S. Otto anni di reclusione ciascuno, invece, per Antonino Bonura pregiudicato per mafia, già Sorvegliato Speciale di P.S., imprenditore di 50 anni ritenuto il nuovo capo della famiglia mafiosa di Alcamo, e Vincenzo Campo procacciatore d’affari pregiudicato di Alcamo del 1968. Sei anni e sei mesi di reclusione sono stati inflitti a Nicolò Pidone dipendente stagionale del Corpo Forestale di Calatafimi del 1962. Sei anni per Sebastiano Bussa pregiudicato castellammarese del 1975 già Sorvegliato Speciale della P.S. e Rosario Leo mprenditore agricolo pregiudicato di Vita (TP) del 1969, mentre cinque anni e due mesi sono stati inflitti a Giuseppe Sanfilippo operaio pregiudicato di Castellammare del Golfo del 1983. Quattro anni e quattro mesi infine per Vincenzo Bosco operaio castellammarese del 1963 e quattro per Salvatore Mercadante allevatore di Castellammare del Golfo del 1985.
Antonino Bosco è stato invece assolto.
Gli imputati erano accusati di una serie di estorsioni e danneggiamenti. Secondo gli investigatori, dopo i numerosi arresti operati dalle forze dell’ordine la mafia alcamese s’era riorganizzata riprendendo il controllo del territorio. A capo del mandamento era stato chiamato, quale reggente, Antonino Bonura.
Le indagini hanno consentito, oltre che di ricostruire l’organigramma delle famiglie, di individuare gli autori di una serie di estorsioni e danneggiamenti.
I Comuni di Castellammare e Calatafimi, Confindustria Trapani, la Federazione Italiana, le Ass. antiracket di Alcamo, Castellammare e Marsala, Addio Pizzo, il Centro studi Pio La Torre, Castello Libero Onlus e due parti offese si sono costituiti parte civile.
Il giudice ha condannato gli imputati anche al risarcimento dei danni rimettendo le parti in sede civile per la quantificazione del danno.

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Castellammare del Golfo: quei “ribelli” rimossi

Mi ha sempre incuriosito la storia, fosse essa la grande o la micro storia, in particolare mi appassiona quest’ultima, quella fatta da personaggi secondari, più o meno misconosciuti ai posteri, e che tuttavia, sono stati testimoni del tempo e in qualche modo nel loro piccolo hanno contribuito a segnare e rivelare le differenze. Anche solo per questo quindi tali personalità son degne di essere ricordate a coloro che, in ogni epoca, son lì a sostenere (a giustificazione del loro conservatorismo, mediocrità e volontà di quieto vivere) che “tanto sono tutti uguali”, che tanto “niente cambia”.

E no, non è vero ! In ogni epoca ci sono stati e ci stanno quelli che non sono affatto uguali agli altri sul piano del conformismo, dell’accettazione delle convenzioni, siano esse sociali, politiche, religiose o morali.

Ci sono sempre stati quelli che non si sono limitati a mormorare il loro dissenso, ma son stati capaci di gridare, di lottare, di ribellarsi, da soli o assieme ad altri.
Sono costoro quelli del “Pantheon dei dimenticati”, quelli che non andavano bene al “potere” (inteso come insieme delle istituzioni, economia e cultura corrente) nel tempo in cui sono vissuti, ma che anche dopo, al nuovo “potere”, che ha sostituito il precedente,  appaiono ostili, perchè anche solo la memoria delle vite di quegli uomini, ne mette in discussione la legittimità morale.

Scatta così la rimozione, la “damnatio memoriae” del non allineato, del diverso, del ribelle, dell’eversivo.

Ma chi ha operato nella storia lascia comunque traccia di se e del suo fare ed allora può accadere, accade, che siano gli archivi, i documenti, i libri, a rendere giustizia ai “ribelli”.

Nella ricerca di fatti, personaggi e notizie sul periodo meno conosciuto della storia castellammarese, quello che va dai primi del 900′ alla fine del fascismo, la mia attenzione si era concentrata sugli antifascisti, su chi, quanti, e quale ruolo avessero avuto, e in che misura fossero stati riconosciuti pericolosi dal fascismo e pertanto perseguitati come ed in che misura.

La tradizione orale mi aveva permesso di apprendere dell’esistenza di noti antifascisti quali Tano Pirrello e Castrenze Navarra e degli aneddoti legati alle loro insofferenze al fascismo e delle persecuzioni in loro danno.

Fonti letterarie e documentali, in precedenza, mi hanno consentito di venire a conoscenza di Don Giuseppe Ancona e di un giovane Bernardo Mattarella segretario del Partito Popolare all’atto del suo scioglimento da parte del fascismo, impegnato poi nelle organizzazioni cattoliche, sotto l’ala protettrice della Curia palermitana durante il fascismo e componente del CLN a Palermo nel periodo della liberazione.

Altri erano solo dei nomi con assai vaghe ed in alcuni casi contradditorie indicazioni sulle loro azioni e sul loro riconoscimento dello status di “avversari” da parte del regime.

Poichè le vie della verità sono infinite è stata per prima una pubblicazione, sul fascismo trapanese, (GINO SOLITRO – IL FASCISMO TRAPANESE E LA RESITENZA ALL’INVASIONE AMERICANA – Edito dal Centro Studi “Giulio Pastore”) a permettermi di venire a conoscenza di:

Gaspare PINCO (Castellammare del Golfo), di anni 29, muratore, antifascista, confinato per un anno e mesi dieci a Ventotene “per aver svolto attività antinazionale a Tunisi”. Filippo PIAZZA (Castellammare del Golfo), di anni 29, coniugato,autista, antifascista, arrestato il 16 marzo 1941, “per aver pronunciato parole offensive nei riguardi del Duce in locale pubblico alla presenza di militari”, non venne inviato al confino perché precettato dal 12° Reggimento del Genio.

ed ancora:

Francesco SAMMARTANO (di Castellammare del Golfo), anni 71, fabbro, anarchico, arrestato nell’aprile 1941 “per aver pronunciato frasi offensive nei
riguardi del viceré d’Etiopia, del Duce e del Fuhrer commentando sfavorevolmente la condotta delle operazioni militari in AOI”. Per l’età avanzata gli fu risparmiato il confino ed ebbe l’ammonimento.

Antifascisti vengono condotti al confino.Il documento fa una sintesi ed una classificazione delle condanne inflitte dalla CP (Commissione Provinciale). Il confino, ad infliggerlo era la C.P. presieduta dal prefetto e composta dal procuratore del Re, dal comandante del gruppo dei Carabinieri. dal questore, dal console della Milizia, da un commissario di PS che fungeva da segretario. La CP esaminava le proposte avanzate, non come comunemente si crede dall’OVRA che, si dice, non avesse agenti a Trapani, ma dall’UPI (ufficio politico investigativo) incorporato nella 174a legione della MVSN:

In tutto il ventennio fascista, la CP di Trapani, emise ordinanze di confino per sessantaquattro cittadini:
21 residenti nel capoluogo; 9 a Mazara del Vallo; 5 a Marsala; 5 a Pantelleria; 5 a Paceco; 5 a Castellammare del Golfo; 5 a Salemi; 2 a Vita; 1 a Partanna; 1 a Salaparuta; 1 a Castelvetrano; 1 a Calatafimi, 1 ad Alcamo.
I confinati politicamente non incasellati, chiamati APOLITICI, erano 15, di cui 10 a Trapani: Michele Aleci, Pietro Bruno, Rosario Burzilleri, Vito Caito, Paolo Carrara, Giuseppa Giacalone, Giuseppe Grimaldi, Francesco Salvatore, La Porta, Salvatore Mocata; 1 a Marsala: Francesco Parrinello; 2 a Pantelleria:
Amedeo Stuppa, Mario Valenza; 1 a Salemi: Luigi Ferro; 1 a Salaparuta.
17 gli ANTIFASCISTI, per cosi dire generici, di cui 5 a Trapani: Paolo Bonomo, Antonino Cavallaro, Filippo Cizio, Gino De Nobili, Salvatore Rizzo; 3 a Mazara del Vallo: Salvatore di Franco, Vincenzo Giametta, Salvatore Reitano; 3 a Pantelleria: Maria Bonomo, Salvatore Catalano, Gregorio Franco; 3 a
Castellammare del Golfo: Giacoma Fiorello, Filippo Piazza, Gaspare Pinco; 1 a Vita: Melchiorre Buffa; 1 a Calatafimi: Stefano Vivona.
13 COMUNISTI, di cui 2 a Trapani: Antonio Graffeo, studente universitario, Romano Malusà, marittimo, nato a Rovigno d’Istria, residente a Trapani; 6 a Mazara del Vallo: Matteo Asaro, Antonino Catalano, Antonio Di Gaetano, Vincenzo Vito Marzo, Nicolò Modesto, Francesco Russo; 2 a Narsala: Salvatore
Bilardello, Francesco Pipitone; 3 a Salemi: Giuseppe Costa, Stefano la Grassa, Salvatore Lampasona.
9 FASCISTI di cui, 3 a Trapani: G.Battista Mulè, Giuseppe Palermo, Antonio Domenico Vento; 2 a Marsala: Domenico Bonfanti, Vito Giacalone; 2 a Paceco: Giovanni Blunda e Francesco Cavarretta; 1 a Vita: Salvatore Buffa; 1 ad Alcamo; Andrea Pipitone.
4 SOCIALISTI, di cui 1 a Trapani: Annibale Francolini ( personaggio popolare, irreprensibile conduttore dei tram. In piena epoca fascista, da fierissimo socialista festeggiava il primo maggio mostrando un garofano rosso all’occhiello della giacca. Pur avendo patito il confino, non esitò un istante ad accettare
la nomina di segretario del sindacato provinciale fascista ferrotranvieri propostagli da Gionfrida); 3 a Paceco: Giuseppe Basiricò, Salvatore Basiricò e Pietro Grammatico (ammonito nel 1926 ,radiato dall’elenco dei sovversivi nel 1934 ,nel 1953 fu eletto senatore della Repubblica nella lista del PSI)
2 ANARCHICI, di cui 1 a Salemi: Gaetano Marino e 1 a Castelvetrano: Francesco Sammartano.“.

Questo brano del documento che indica in cinque le ordinanze di confino relative a Castellammare del Golfo, nel seguito indica solo tre Castellammaresi tra gli antifascisti generici: Giacoma Fiorello, Filippo Piazza e il già citato Gaspare Pinco, smentendo di fatto, che il Sammartano Francesco, anarchico sia di Castellammare del Golfo, indicandolo qui come abitante a Castelvetrano.

Ed in effetti quest’ultima sembra essere proprio la verità sul Sammartano sancita anche da un lavoro di ricerca del 1989 di Salvatore Carbone e Laura Grimaldi su “Il popolo al confino – La persecuzione fascista in Sicilia”, pubblicazione dell’Archivio Centrale dello Stato, lavoro che, che come detto da Sandro Pertini nella prefazione:Se di consenso, si è parlato a proposito del fascismo, questo lavoro testimonia in maniera inequivocabile il dissenso, degli umili.“.

Verbale

L’ autorevole pubblicazione contiene brevi biografie dei perseguitati e diverse classificazioni utili per le comparazioni storiche. L’indice per luogo di nascita da sei nomi per:

Castellammare del Golfo (TP)

antifascisti
Ancona Giuseppe, sacerdote;
Fiorello Giacoma, casalinga;
Piazza Filippo, autista;
Pinco Gaspare, muratore;

comunista
Arena Antonio Andrea, muratore;

socialista
Galante Gaspare, fotografo;

L’indice per residenza da anche esso sei nome ma in parte diversi dai precedenti:

Castellammare del Golfo (TP)

antifascisti
Fiorello Giacoma, casalinga;
Piazza Filippo, autista;
Pinco Gaspare, muratore;

repubblicani
De Simone Antonio, impiegato;
Saccomanno Calogero (I), elettricista;

socialista
Galante Gaspare, fotografo;

Queste le brevi biografie di ciascuno così come sono stati ricavati dai fascicoli personali.

ANCONA don Giuseppe *

di Stefano e di Tartamella Gaetana, n.a Castellammare del Golfo (TP) 1’8 gennaio 1875, res. a Balestrate (PA), parroco, antifascista.

Arrestato dalla PS di Castellammare del Golfo 11 novembre 1938 per aver dato prova di incomprensione politica e per offese alla memoria di un legionario in Spagna.

Assegnato al confino per anni uno dalla CP di Palermo con ord. del 12 novembre 1938. Sede di confino: Gimigliano. Liberato il 24 dicembre 1938 condizionalmente in occasione delle feste natalizie. Periodo trascorso in carcere e al confino: mesi uno, giorni 24.

Avendo presentato la nota di rimborso spese per una messa affidata il 15 maggio 1938 in suffragio del trigesimo della morte di Faro Ruffino, legionario caduto in Spagna, alle osservazioni del segretario politico del PNF di Balestrate che la messa era stata celebrata in onore di un caduto per la causa fascista, il parroco replicò che «il decesso non era un fatto di causa italiana, ma un infortunio, come potrebbe accadere ad ognuno che va in cerca di lavoro in imprese difficili e di libera scelta».

(b. 25, cc. 25, 1938).

ARENA Antonio Andrea*

di Giuseppe e di Scudera Giuseppa, n. a Castellammare del Golfo (TP) li 9 agosto 1913, res. a Costantina, Marsiglia, celibe, muratore, comunista.

Arrestato il 22 giugno 1936 per attività comunista e propaganda antifascista svolta all’estero. Assegnato al confino per anni cinque dalla CP di Trapani con ord. del 9 luglio 1936. La C di A con ord. del 12 novembre 1936 respinse il ricorso. Sedi di confino: Ventotene, Lampedusa, Tremiti, Ponza, Pisticci.
Liberato dall’internamento il 19 agosto 1943. Periodo trascorso in carcere, al confino e in internamento: anni sette, mesi uno, giorni 29.

Fu iscritto fin da ragazzo al circolo giovanile cattolico di Castellammare del Golfo.
Nel febbraio 1931 emigrò con regolare passaporto in Marocco e svolse colà ed in Algeria, dove si era trasferito, propaganda sovversiva.
Nel dicembre 1935 venne arrestato insieme ad altri dalla polizia di Costantina perché trovato in possesso di armi, documenti falsificati e materiale di propaganda comunista, che aveva ricevuto dalla Concentrazione antifascista di Parigi a mezzo di intermediari residenti ad Algeri e Orano.
Condannato ad un mese di prigione, durante la detenzione fu sussidiato dal soccorso rosso internazionale.
Espulso dall’Algeria si recò a Marsiglia, donde fu rimpatriato nel febbraio 1936 perché sprovvisto di lavoro; a marzo fu fermato alla frontiera italiana di Ventimiglia e tradotto a Palermo quale renitente alla leva.
Essendo stato, però, da quella capitaneria di porto rinviato a nuova chiamata alle armi, fu proposto per il confino in data 4 luglio 1936.
Dal 6 settembre 1936 al 19 aprile 1937 prestò servizio militare.
Da Ventotene fu trasferito a Lampedusa per aver tentato di sobillare i suoi compagni a richiedere un aumento di sussidio giornaliero in seguito al rincaro dei viveri; inoltre in considerazione della sua persistente cattiva condotta fu proposto per il trattamento economico e discplinare riservato ai confinati comuni, invece di mantenere quello stabilito per i politici.
Durante il confino fu arrestato varie volte per contravvenzione agli obblighi e per rifiuto del saluto romano.
Il 21 giugno 1941,a fine periodo,venne internato nel campo di concentramento di S. Domino di Tremiti perché ritenuto elemento politica­mente pericoloso in tempo di guerra.
Dopo la liberazione per motivi di lavoro ritornò a Pisticci, dove venne diffidato il 24 agosto 1945 perché ritenuto elemento pericoloso per l’ordine pubblico.
Elenco di altri confinati oriconfinati originari della Tunisia proposti per il trasferi­mento da Lampedusa.
Elenco di confinati comunisti, anarchici e appartenenti al gruppo «Giu­stizia e Libertà».

(b. 36, cc. 200, 1936-1941, 1946, 1958).

DE SIMONE Antonio *

di Antonino e di Salvo Sofia, n. a Palermo il 29 maggio 1905, res. ad Alcamo-Castel­lammare del Golfo (TP), celibe, istruzione superiore, impiegato privato, repubblicano.
Arrestato il 1° febbraio 1931 per propaganda ed attività antinazionale a mezzo di riunioni e conferenze che teneva ad accoliti e simpatizzanti.
Assegnato al confino per anni cinque dalla C P di Trapani con ord. del 21 marzo 1931. Sedi di confino : Ponza, Ventotene, Ponza. Liberato · il 1° ottobre 1936 per fine periodo. Periodo trascorso in carcere e al confino: anni cinque, mesi otto, giorni 1.

Allontanatosi da Palermo, si domiciliò ad Alcamo, dove· nel 1926 fu assunto come scrivano presso la locale Società elettrica. Ad Alcamo e Calatafimi fu notato in compagnia di elementi sovversivi del luogo e fondò pure una sezione del partito repubblicano dipendente da Palermo.

Nel 1927 passò a prestare servizio alle dipendenze della Società elettro­tecnica palermitana, nella sede di Castellammare del Golfo.
Assiduo lavoratore, non ricoprì cariche amministrative e politiche. A Castellammare svolse attività antinazionale e antifascista mediante riunioni e conferenze che teneva a casa sua, dove convenivano accoliti e simpatizzanti.
In seguito ad una perquisizione effettuata nella sua abitazione nella notte del 31 gennaio 1931, fu trovato in compagnia dell’impiegato Francesco Buffa di Alcamo, di Calogero Saccomanno, Edoardo Tancredi di anni 18 e Ugo Tellini di anni 17, tutti e tre di Palermo e dipendenti della Società elettrica. Nel corso della perquisizione furono rinvenute 58 copie dattiloscritte di una circolare sovversiva di propaganda antifascista e antimonarchica e la macchina da scrivere che era stata imprestata al De Simone da Damiano Tesoriere per la copiatura della circolare ; una copia del giornale « La Libertà »
del 1° gennaio 1931, edito a Parigi, organo della Concentrazione antifasci­sta; corrispondenza varia; un catalogo generale del 1928 ; cartoline con foto­grafie di Garibaldi, Verdi; Bianzon ; cartoline postali del prof. Vito Vasile e di Domenico Mancuso ; un biglietto da visita di Giulio Giambartolomeo ; un quadro con la fotografia di Mazzini ; ritratti fotografici del defunto Giacomo De Simone, di Giuseppina Romano, di Gaetano Fundarò; due agende, una del 1927 e l’altra del 1930; otto caricatori completi per carabina austriaca e nascosto nel solaio un moschetto Steyr e due cartucce per fucile dietro­ carica.
Furono inoltre rinvenuti i volumi : Lo Stato democratico dopo la guerra, L’ombra di Andighiero di Saverio Minucci, Sulla origine della Specie, I dolori del giovane Werther, Il dottor Antonio, Pegaso, Stradivario, Camicia rossa, Aurora Boreale, Il pensiero religioso di lviazzini, Tommaso Moro Gran Cancelliere d’In­ghilterra.
Tra le fotografie fu identificata quella riproducente Saverio Minucci, di anni 44, già candidato politico del partito repubblicano, che nel 1925 aveva costituito a Campobello di Mazara il Circolo giovanile di cultura maz­ziniana.
Dopo il fermo delle cinque persone, il De Simone si addossò tutte le responsabilità. Però a seguito di accertamenti risultò che il Saccomanno era
stato sorpreso, nel maggio 1923, a Palermo mentre distribuiva manifestini sovversivi e che insieme al De Simone avevano iniziato uria campagna di pro­paganda tra la classe operaia mediante distribuzione delle copie della circolare che spedivano anche all’estero a fuoriusciti con i quali mantenevano re­lazioni: due copie della circolare erano state inviate a Francesco Proia, resi­dente a Tunisi, che in cambio aveva spedito il numero del giornale « La Li­bertà » sequestrato.
Accertate le responsabilità, De Simone e Saccomanno fu rono denunziati al Tribunale speciale, mentre gli altri tre furono rilasciati. L’11 ottobre 1932 il De Simone fu arrestato e denunziato all’autorità giudiziaria per contravven­zione agli obblighi, venendo assolto con sentenza del 17 dicembre successivo
per insufficienza di prove. Fu perciò tradotto nuovamente al confino di Ventotene.
Arrestato e denunziato una seconda volta il 25 gennaio 1934 per minacce e oltraggio, fu di nuovo assolto con sentenza dell’8 marzo dal pretore di Ponza
perché il fatto non costituiva reato.
Il 24 febbraio 1935 fu denunziato in stato di arresto alla procura di Napoli per avere partecipato ad una protesta collettiva a Ponza, rendendosi responsabile di contravvenzione agli obblighi. Il tribunale di Napoli con sentenza del 7 maggio lo condannò a otto mesi di arresto, pena confermata in appello con sentenza del 20 luglio.
Il 26 ottobre, espiata la pena nelle carceri giudiziarie di Napoli, fu ritradotto a Ponza.
Gli fu concesso di mantenere corrispondenza con il fratello Giovanni, antifascista, residente a Tunisi; gli fu invece rifiutata la corrispondenza con l’antifascista ex confinato Stefano Vivona di Calatafimi.
Il 1° ottobre 1936 lasciò la colonia di Ponza, avendo ultimato il giorno prima di scontare il periodo di confino.
Ad Alcamo continuò a risiedere in piazza Vespri 4, continuamente vigi­lato, ma non diede più luogo a rilievi d’indole politica, anche se conservò tenacemente e pubblicamente le sue idee, senza segno alcuno di ravvedimento.
Per quanto disponibile ad adattarsi a qualsiasi tipo di lavoro pesante, bracciantile o di manovalanza, non gli riuscì di fa re una sola giornata di lavoro,
restando completamente emarginato. Così scrive a Umberto Pagani di Parma, suo compagno di confino a Ponza ; infine trovò lavoro vendendo vino con un
suo parente, mentre la sua vita trascorreva ” inoperosa “.

(b. 348, cc. 135, 1931-1936; CPC, b. 1008, fa se. 89792, cc. 70, 1931-1942) .

FIORELLO Giacoma *

fu Vito e fu Palazzolo Maria; n. a Castellammare del Golfo (TP) il 7 gennaio 1888,
res. a Castellammare del Golfo, vedova con due figli, casalinga, antifascista.
Arrestata i1 14 novembre 1934 per avere sobillato più volte la popolazione contro l’applicazione delle imposte comunali.
Assegnata al confino per anni uno dalla CP di Trapani con ord. del 7 dicembre 1934.
Sede di confino : Ardore. Liberata il 15 novembre 1935 per fine periodo.
Periodo trascorso in carcere e al confino: anni uno, giorni 2.
Nel l921 allorchè l’amministrazione comunale era diretta dai socialisti, la Fiorello si dimostrò convinta fiancheggiatrice dell’amministrazione partec1pando a comizi e dimostrazioni

(b.416,cc.43,1934-1935).

GALANTE Gaspare *

fu Domenico o Damiano e di Gioia Antonina, n. a Castellammare del Golfo (TP)
i1 13 luglio 1888, res. a Castellammare del Golfo, celibe, frequenza classi elementari,
fotografo, ex combattente, socialista.

Ammonito dalla CP di Trapani con ord. del 1° aprile 1927 perché il 10 gennaio aveva tentato di espatriare clandestinamente.

L’ammonizione fu sospesa con ord. della CP di Trapani in data 18 gennaio 1928.
Nei documenti del fascicolo del CPC il nome del padre appare al­l’inizio come Damiano e poi Domenico sino al 1942.
(b. 444, cc. 3, 1927; CPC, b. 2228, fa se. 3121, cc. 45, 1927-1942).

PIAZZA Filippo *

di Salvatore e di Ciaravino Teresa, n. a Castellammare del Golfo (TP) 1’8 aprile
1912, res. a Castellammare del Golfo, coniugato, autista, antifascista.

Arrestato i1 16 marzo 1941 per aver pronunciato parole offensive nei riguardi
del duce in un esercizio pubblico alla presenza di militari .

La sua assegnazione al confino fu disposta con telegramma ministeriale
del 2 aprile 1941 diretto al prefetto di Trapani. Questi il 15 giugno successivo
informava il ministero dell’Interno che il detenuto confinando Filippo Piazza,
già in licenza straordinaria illimitata, era stato precettato dal comando del
12o reggimento del Genio per cui il provvedimento era stato sospeso e il
Piazza rimesso il libertà e avviato al reparto. Il ministero ordinò allora la
sospensione del provvedimento.

(b . 790, cc. 4, 1941 ; CPC, b. 3934, fa se. 77006, cc. 5, 1941).

PINCO Gaspare *

di Carlo e di Colombo Teresa, n. a Castellammare del Golfo (TP) 1’11 settembre
1910, res. a Castellammare del Golfo, celibe, muratore, antifascista.

Arrestato il 24 dicembre 1939 per avere svolto attività antifascista e antinazionale a Tunisi.
Assegnato al confino per anni cinque dalla CP di Trapani con ord. del 15 marzo 1940.
La C di A con ord. del 2 novembre 1941 commutò in ammonizione.
Sede di confino: Ventotene. Liberato il 3 novembre 1941 per commutazione in ammonizione.
Periodo trascorso in carcere e al confino: anni uno, mesi dieci, giorni 11.

Nel 1932, trasferitosi a Tunisi per motivi di lavoro, iniziò un’attivissima propaganda antinazionale.
Nel 1935 si trasferl a Costantina dove entrò nelle file della nota organizzazione antifascista «Unione popolare italiana », occupandosi in particolare del pagamento dei sussidi alle famiglie dei volontari arruolati nelle milizie rosse spagnole.
Arrestato per traffico d’armi e di documenti falsi, nella perquisizione operata in tale circostanza dalla polizia furono rinvenuti numerosi opuscoli di propaganda antifascista e comunista e copioso materiale di propaganda contro la guerra itala-etiopica.
Condannato ad un mese di prigionia e colpito da decreto di espulsione, dopo essere stato dimesso dal carcere vagò per vari villaggi periferici nei dintorni di Tunisi, evitando le città per timore di essere arrestato per contravvenzione al decreto di espulsione.
Nel 1937 si trasferì a Marsiglia dove si dedicò all’arruolamento di volon­tari per la Spagna rossa e fece anche parte di un comitato regionale dell’ « Unio­ne popolare italiana ».
Colpito da decreto di espulsione dalle autorità francesi, contravvenne all’ordinanza e pertanto, arrestato nell’agosto del 1939, fu condannato a
otto mesi di prigione.
Dimesso dal carcere, si recò nuovamente in Tunisia, ma il 23 dicembre 1939 venrie rimpatriato con foglio di via obbligatorio dal consolato italiano.
Arrestato a Trapani il 24 dicembre dalle autorità italiane, fu deferito alla competente CP per avere svolto attività sovversiva all’estero.
Durante il periodo del confino nel luglio del 1940 fu ricoverato all’ospedale «Pace » di Napoli perché affetto da tubercolosi e 15 giorni dopo alla « Salus »; ricoverato ancora nell’agosto nel sanatorio « Serraino Vulpitta » di Trapani, il 3 novembre fu dimesso e gli fu commutato in ammonizione il residuale periodo di confino.
Il 30 ottobre gli fu condonata l’ammonizione.
La questura di Trapani il 27 novembre 1956, nel riferire quanto era agli atti di quell’ufficio, faceva presente al ministero che il Pinco era anche allora attivista del PCI ed era iscritto al Casellario politico centrale per « normale » vigilanza.

(b. 798, cc. 149, 1940-1941, 1956).

SACCOMANNO Calogero*

di Diego e di Amari Rosalia, n. a Palermo il 27 luglio 1905, res. a Castellammare del Golfo
(TP), celibe, elettricista, repubblicano.

Arrestato il 1° febbraio 1931 per avere svolto propaganda sovversiva insieme ad altri operai della Società generale elettrica per la Sicilia.
Assegnato al confino per anni cinque dalla CP di Trapani con ord. del 21 marzo 1931. La C di A con ord. del 23 aprile 1932 ridusse a due anni.
Sede di confino: Lipari.
Liberato il 15 novembre 1932 condizionalmente nella ricorrenza del decennale.
Periodo trascorso in carcere e al confino: anni uno, mesi nove, giorni 15.
Il primo maggio 1923 era stato sorpreso a Palermo mentre distribuiva manifestini sovversivi.
Nella notte tra il 31 gennaio e il 1° febbraio 1931, in seguito a segnalazione alla questura di Trapani, fu perquisita l’abitazione di Antonio De Simone:
sul luogo oltre al Saccomanno si trovavano gli operai Francesco Buffa, Edoar­do Tancredi e Ugo Tellini, tutti dipendenti della Società generale elettrica per la Sicilia. Vennero rinvenuti, tra l’altro, cinquantotto copie dattiloscritte di una circolare sovversiva di propaganda antifascista e antimonarchica, una copia del giornale «La Libertà» edito a Parigi, organo della concentrazione anti­fascista, datato 1° gennaio 1931, un volume dell’opera Il pensiero
religioso di Mazzini, un quadro di Giuseppe Mazzini, tre cartoline illustrate riproducenti l’arresto di Garibaldi, otto caricatori completi per carabina austriaca e una carabina tipo Stey.
Sequestrati gli oggetti, si procedette al fermo dei presenti.

Dalle indagini risultò che il Saccomanno e il De Simone avevano iniziato una campagna di propaganda distribuendo copie della circolare sovversiva tra gli operai e inviandole anche all’estero a sovversivi con i quali si mante­nevano in relazione.
Il Saccomanno e gli altri possedevano strumenti di penetrazione nel­l’ambiente operaio perché potevano disporre della rete telefonica della società elettrica nonché dei servizi di illuminazione nei comuni di Alcamo, Calatafimi e Castellammare del Golfo.
Il 15 giugno 1931 la PS informava che i due detenuti, Calogero Saccomanno e Antonio De Simone, assegnati al confino e in attesa di destinazione, avevano iniziato lo sciopero della fame per protesta allo scopo di affrettare la loro traduzione in colonia.

(b. ?99, fase. I, cc. 38, 1931-1932).

Come si vede si tratta di personalità le più diverse.
Singolari ed eccezionali per quegli anni e per la Sicilia le due figure di Don Giuseppe Ancona, di cui avevo già scritto in passato, e di Giacoma Fiorello, testimonianza di una sorprendente Castellammare del Golfo pre-fascista che ancora resiste ad essere scoperta.
Militanti dalla vita degna di una sceneggiatura cinematografica e dai risvolti internazionali i due comunisti Antonino Arena e Gaspare Pinco, figure ascrivibili alla categoria degli “umili”, di quelle persone che durante e dopo il fasci­smo non hanno avuto la fortuna politica che avrebbero meritato e che ci appaiono nella loro militanza ed azione antifascista animati da un rigore ideologico che non può che essere apprezzato se espresso in tali frangenti.
Su Gaspare Pinco in particolare, di cui mi auguro si sarà notato che nel 1956 nell’Italia liberata e democratica la questura di Trapani, nel riferire al Ministero quanto era agli atti di quell’ufficio, faceva presente che “il Pinco era anche allora attivista del PCI ed era iscritto al Casellario politico centrale per «normale» vigilanza”, mi riprometto di ritornare con altro materiale documentario in un prossimo post.

Retata antimafia a Castellammare del Golfo

MAFIA: TRA ALCAMO, CASTELLAMMARE E CALATAFIMI LA RETE DEL RACKET DI COSA NOSTRA

19 giugno 2012 · by Rino Giacalone · in Notizie dall’Italia

Avevano riorganizzato le cosche mafiose tra Alcamo, Castellammare del Golfo e Calatafimi, le 12 persone arrestate la scorsa notte dalla Polizia nell’ambito del blitz denominato Crimiso. Tra gli arrestati volti noti, dal pedigree mafioso accertato, come i boss Nino Bonura, Nino Bosco, Michele Sottile, il giovane Diego Rugeri, ma anche soggetti nuovi. A capo delle “famiglie” storiche come quelle di Alcamo e Calatafimi vi sarebbero soggetti fino ad ora scon osciuti, un procacciatore di affari, Vincenzo Campo, e un operaio della Forestale, Nicolò Pidone. A incastrarli un summit che i poliziotti sono riusciti ad intercettare per intero e che si è svolto nelle campagne di monte Inici, appena sopra il golfo di Castellammare. Quel summit si era reso necessario perché erano insorti dei litigi e quindi dall’alto, dal vertice mafioso per eccellenza, dagli uomini più vicini al latitante Matteo Messina Denaro, era arrivato un boss, Tommaso Leo, anche lui arrestato la scorsa notte. La mafia sommersa non vuole avere a che fare con le armi, e le lotte intestine che una volta venivano affrontate con le faide e le armi, oggi vengono risolte con i “commissariamenti”. Proprio così. Un “commissario”, il boss di Vita Tommaso Leo, il cui nome per la prima volta venne fuori nell’ambito dell’operazione antimafia e antidroga internazionale denominata Igres, si è occupato di mettere pace a Castellammare del Golfo.

girolamo-genna-ls-ca-coDa Vita si è trasferito a Castellammare, ha rimesso in riga tutti. Ascoltando quella riunione i poliziotti hanno ricostruito la rete mafiosa dedita al racket. Oltre agli arresti anche 15 avvisi di garanzia: uno di questi ha raggiunto il consigliere comunale di Castellammare del Golfo Girolamo Genna, appartenente al Fli; avrebbe messo a disposizione il suo ufficio per alcuni incontri riservati. Tra i risvolti dell’operazione ancora dalle intercettazioni è emerso il nervosismo dei mafiosi verso la politica, anche i boss a proposito di antipolitica la pensano come i comuni cittadini. I reati contestati sono associazione a delinquere di stampo mafioso, estorsione aggravata, incendio aggravato, violazione di domicilio e violazione della sorveglianza speciale. Gli arresti sono scattati all’alba di oggi, poliziotti dello Sco, della Squadra Mobile di Trapani, e dei Commissariati di Alcamo e Castellammare del Golfo, hanno dato esecuzione ad un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal gip di Palermo Luigi Petrucci su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo (indagini coordinate dal procuratore aggiunto Principato, e dai pm Guido, Marzella e Padova). I destinatari dell’ordinanza sono stati:

BONURA Antonino, imprenditore alcamese del 1963 residente a Sesto San Giovanni (MI), pregiudicato per mafia, già Sorvegliato Speciale di P.S.;
BOSCO Antonino, pregiudicato mafioso di Castellammare del Golfo del 1955, in atto detenuto all’ergastolo.
BOSCO Vincenzo, operaio castellammarese del 1963;
BUSSA Sebastiano, pregiudicato castellammarese del 1975 già Sorvegliato Speciale della P.S;
CAMPO Vincenzo, procacciatore d’affari pregiudicato di Alcamo del 1968;
GIORDANO Salvatore, imprenditore pregiudicato di Ravanusa (AG) del 1959 residente a Milano;
LEO Rosario Tommaso, imprenditore agricolo pregiudicato di Vita (TP) del 1969;
MERCADANTE Salvatore, allevatore di Castellammare del Golfo del 1985;
PIDONE Nicolò, dipendente stagionale del Corpo Forestale di Calatafimi del 1962;
RUGERI Diego, detto “Diego u’ nicu” pregiudicato e Sorvegliato Speciale di P.S. di Castellammare del Golfo del 1980;
SANFILIPPO Giuseppe operaio pregiudicato di Castellammare del Golfo del 1983;
SOTTILE Michele, pregiudicato di Castellammare del Golfo del 1962 già sorvegliato speciale di P.S.;

L’indagine ha consentito di ricostruire l’organigramma dei vertici di tale propaggine di Cosa Nostra trapanese oltre che una serie di condotte delittuose commesse dagli indagati.

da Malitalia

Mafia, dodici arresti tra Sicilia e Lombardia indagato anche un consigliere comunale

Gli arrestati secondo la Procura di Palermo sarebbero organici ai clan trapanesi. Perquisizioni a carico di altri 15 indagati, tra cui un consigliere comunale di Castellammare del Golfo

Dodici persone sono state arrestate dalla polizia nell’operazione antimafia ”Crimiso” con l’accusa di far parte dei clan mafiosi della provincia di Trapani. I provvedimenti, emessi dal Gip di Palermo Luigi Petrucci, su richiesta del procuratore aggiunto della Dda, Maria Teresa Principato, e dei sostituti Paolo Guido, Carlo Marzella e Pierangelo Padova, sono stati eseguiti dalla squadra mobile di Trapani e della sezione Criminalità organizzata, in Sicilia a Castellammare del Golfo, Alcamo, Calatafimi e Vita, e in Lombardia a Milano e Sesto San Giovanni.

Associazione mafiosa, estorsione, incendio, violazione di domicilio e violazione delle prescrizione della sorveglianza speciale le accuse contestate a vario titolo. Sono state effettuate perquisizioni domiciliari a carico degli arrestati e di altri 15 indagati in stato di libertà cui è stata notificata l’informazione di garanzia. Tra questi, un immobiliarista e il titolare di uno studio di progettazione, che è anche consigliere comunale di Castellammare del Golfo. I due avrebbero consentito delle riunioni dei mafiosi presso i loro esercizi.

Gli arrestati sono Antonino Bonura, imprenditore alcamese 49 anni residente a Sesto San Giovanni (Milano), pregiudicato per mafia, Antonino Bosco, pregiudicato mafioso di Castellammare del Golfo, 58 anni, detenuto all’ergastolo, Vincenzo Bosco, operaio di 49 anni, Sebastiano Bussa, pregiudicato di 38 anni,Vincenzo Campo, procacciatore d’affari pregiudicato di 45 anni, Salvatore Giordano, 54 anni, imprenditore pregiudicato di Ravanusa (Agrigento) e residente a Milano, Rosario Tommaso Leo, 44 a nni, imprenditore agricolo pregiudicato, Salvatore Mercadante, 28 anni, allevatore, Nicolo’ Pidone, 50 anni, dipendente stagionale del Corpo Forestale di Calatafimi, Diego Rugeri, 33 anni, pregiudicato, Giuseppe Sanfilippo, 30 anni, operaio pregiudicato, Michele Sottile, 50 anni, pregiudicato. L’indagine ha fatto luce su una spaccatura apertasi all’interno della famiglia mafiosa di Castellammare del Golfo dopo gli arresti dei vertici alcuni anni fa nelle operazioni Tempesta I e II. Una spaccatura che secondo li inquirenti poteva portare ad una vera e propria faida interna alle cosche di Alcamo e Castellammare. Un gruppo legato a Diego Rugeri, rampollo di una famiglia mafiosa, sotto l’egida del piu’ autorevole Antonino Bonura, ”reggente” del clan di Alcamo, aveva intrapreso alcune estorsioni ai danni di operatori economici castellammaresi senza il consenso di Michele Sottile, uomo d’onore di Castellammare che, per ”anzianita”’ anagrafica, riteneva di dover capeggiare la cosca locale.

Gli attriti tra i due, sostiene la polizia, potevano sfociare in una vera e propria ”faida”. Per appianare le divergenze, Bonura, assieme a Rosario Leo, affiliato alla famiglia mafiosa di Vita, aveva convocato un summit dei clan di Alcamo, di Castellammare e di Calatafimi in aperta campagna per appianare le divergenze. Questa riunione e’ stata intercettata dagli investigatori, che hanno cosi’ compreso quel che si muoveva nel contesto mafioso provinciale. E’ stata anche riscontrata la presenza di un’ulteriore ”ala autonomista” all’interno della famiglia mafiosa di Castellammare: i boss infatti accusavano Sebastiano Bussa (non presente al vertice di aver richiesto, senza l’autorizzazione della ”famiglia” il pagamento di un’estorsione ad un’impresa edile che stava svolgendo lavori pubblici nel centro della cittadina del golfo. Le indagini hanno fatto chiarezza anche su una serie di estorsioni e incendi ai danni del ristorante ”Egesta Mare” e dei bar ”Vogue” e ”La Sorgente” di Castellammare del Golfo, di vari imprenditori, di un dentista, delle ditte ”Prom.Edil” e ”F.lli Tamburello G. & c. s.n.c.”, esecutrici dei lavori appaltati dal Comune di Castellammare del Golfo per la riqualificazione urbana e il ripristino dell’antica pavimentazione del centro storico. Otre al regolare pagamento di somme di danaro, alle vittime veniva imposto di assumere parenti degli indagati, o di fornire prestazioni professionali gratis. Quest’ultimo e’ il caso del dentista.”

da la Repubblica

RETATA NEL TRAPANESE

Mafia, dodici arresti. Strappata la rete del pizzo
Martedì 19 Giugno 2012 07:23 di Riccardo Lo Verso

Retata nella zona di Trapani. Smagliata la rete del racket e decapitate le cosche. Dodici arresti.
Azzerati i vertici delle famiglie mafiose di Alcamo, Castellammare del Golfo e Calatafimi. In dodici sono stati raggiunti da un’ordinanza di custodia cautelare in carcere. Si tratta di Antonino Bonura, imprenditore alcamese e già sorvegliato speciale; Antonino Bosco, pregiudicato mafioso di Castellammare del Golfo, detenuto all’ergastolo; Vincenzo Bosco, operaio castellammarese; Sebastiano Bussa, anche lui pregiudicato di Castellammare; Vincenzo Campo, procacciatore d’affari di Alcamo; Salvatore Giordano, imprenditore pregiudicato di Ravanusa (Ag), Rosario Tommaso Leo, imprenditore agricolo e pregiudicato di Vita (Tp), Salvatore Mercadante, allevatore di Castellammare del Golfo, Nicolò Pidone, operaio della forestale di Calatafimi, Diego Rugeri, sorvegliato speciale di Castellammare, Giuseppe Sanfilippo, operaio e pregiudicato anche lui di Castellammare, così come Michele Sottile, ennesimo volto noto alle forze dell’ordine coinvolto nell’inchiesta della sezione Criminalità organizzata della squadra mobile di Trapani. Le indagini sono coordinate dal procuratore aggiunto della Direzione distrettuale antimafia di Palermo, Maria Teresa Principato, e dai sostituti Polo Guido, Carlo Marzella e Piero Padova. I reati contestati sono associazione a delinquere di stampo mafioso, estorsione aggravata, incendio aggravato, violazione di domicilio e violazione della sorveglianza speciale.

E’ stata ricostruita la spaccatura all’interno della famiglia mafiosa di Castellammare del Golfo. Il gruppo legato a Diego Rugeri, sotto l’egida di Antonino Bonura, reggente di Alcamo, aveva iniziato a imporre il pizzo senza chiedere il permesso a Michele Sottile. All’orizzonte si profilava una faida evitata nel corso di una riunione. I due gruppi si compattarono per fronteggiare l’avanzata di un’altra fazione, quella di Bussa e dei Bosco. Lungo l’elenco delle vittime del racket: dai titolari del ristorante Egesta Mare di Castellammare del Golfo all’imprenditore Salvatore Buscemi; dai proprietari del bar Vogue al dentista Salvatore Magaddino, sempre di Castellammare del Golfo agli imprenditori della Prom.Edil. e della Fratelli Tamburello di Partanna, vincitrici della gara per la riqualificazione del centro storico di Castellammare. Per finire con il titolare del noto bar La sorgente di Castellammare del Golfo e con gli imprenditori Giuseppe Blunda e Luigi Impastato. Tra gli indagati a piede libero ci sono anche un immobiliarista e il titolare di uno studio di progettazione di Castellammare con un passato da consigliere comunale che avrebbero ospitato delle riunioni di mafia.”

da Live Sicilia

“Mafia: 12 arresti nel trapanese, in carcere consigliere comunale

ultimo aggiornamento: 19 giugno, ore 08:38

Palermo, 19 giu.- (Adnkronos) – E’ in corso una vasta operazione antimafia nel trapanese eseguita dalla Squadra mobile che ha arrestato dodici persone. I provvedimenti sono stati emessi dal Gip di Palermo Luigi Petrucci, che ha accolto le richieste del Procuratore aggiunto di Palermo, Maria Teresa Principato e dei pm Paolo Guido, Carlo Marzella e Pierangelo Padova. In carcere anche un consigliere comunale di Castallemmare del Golfo. Gli arresti sono stati eseguiti tra la Sicilia e la Lombardia, da Castellammare del Golfo, Alcamo, Calatafimi e Vita, e in Lombardia a Milano e Sesto San Giovanni.”

IGN

Trapani: non c’è pace tra le tonache (8) – La “pecunia” che “non olet” non sarebbe quella mafiosa !

Qui si dice che in una nota del Procuratore della Repubblica di Trapani Marcello Viola si legge che:

L’istanza di rogatoria avanzata allo Stato della Città del Vaticano, in pieno spirito di totale e reciproca collaborazione, riguarda esclusivamente l’accertamento dei fatti che costituiscono oggetto del procedimento pendente presso la Procura stessa, in stretta e diretta correlazione con le configurate fattispecie di appropriazione di somme da parte dei soggetti indagati in danno di enti ecclesiastici della Diocesi di Trapani, con esclusione di qualsivoglia ulteriore ipotesi investigativa“.

Che tradotto significherebbe che si esclude che la rogatoria sia stata avanzata secondo quanto si è ipotizato negli articoli citati nel nostro precedente post.

Intanto Rino Giacalone con un articolo per “Il Fatto” ci fornisce ulteriori dettagli sulle vicende della curia trapanese:

Il decreto che ha sospeso a divinis padre Treppiedi fa i conti in tasca al sacerdote e salta fuori la circostanza che dalle sue mani in un paio di anni, tra il 2007 e il 2009, sono passate in poco tempo grandi cifre, nell’ordine dei 900mila euro, molti i soldi finiti spariti. Ne fa riferimento il decreto della Congregazione. Un decreto che abbiamo potuto leggere. Una vicenda che comincia da una sconosciuta chiesa di provincia, la parrocchia San Silvestro Papa di Calatafimi, a proposito di lavori di ristrutturazione che hanno riguardato beni di proprietà di questa chiesa e della “alienazione” di 11 immobili, valore complessivo 943mila e 500 euro.

La Congregazione del Clero va giù pesante: manca la rendicontazione di questa somma, ingiustificata risulta la emissione di alcuni assegni circolari da parte di padre Treppiedi, in particolare uno da 50mila euro, un altro da 47mila. Novantasettemila euro risultano prelevati dal conto della parrocchia di Calatafimi. Episodi che si aggiungono a quelli nel frattempo censiti dalla magistratura trapanese: rogiti falsi, altri soldi spariti e infine quel conto allo Ior che sarebbe stato trovato nella disponibilità di padre Treppiedi.

Trapani: non c’è pace tra le tonache (4)

Su “La Repubblica” (edizione Palermo), Laura Spanò, oggi fa il punto della situazione dopo la conclusione della missione in diocesi del visitatore apostolico.

Trapani, scandalo alla curia l’ex economo fuori dalla Chiesa

L’intervento del Vaticano conferma la sospensione a divinis. Al centro della vicenda, oggetto di un’indagine penale, la sparizione di un milione di euro

di LAURA SPANO’

E’ il primo punto fermo che emerge da quando, dall’anno scorso, la curia di Trapani si è trovata al centro di gravi scandali. Il vicario della Diocesi, monsignor Liborio Palmeri, ha reso noto che dalla Santa Sede è giunto il decreto con il quale si è confermata la sospensione a divinis di padre Ninni Treppiedi, ex direttore degli uffici amministrativi della curia di Trapani, e per un certo periodo a capo della Chiesa di Alcamo, una delle più antiche e ricche di storia, cultura, ma anche soldi.

Treppiedi “è stato sospeso da tutti gli atti della potestà di ordine e dall’esercizio di qualsiasi incarico o ufficio ecclesiastico”. Nel decreto si fa riferimento alle violazioni, in sostanza una ingente somma di denaro, appartenuta alla Chiesa di Calatafimi-Segesta che non sarebbe stata rendicontata.

Il Vaticano è arrivato prima della magistratura italiana che nel frattempo ha aperto una indagine: la Santa Sede con un decreto firmato dal cardinale Piacenza, ha colpito il sacerdote che adesso, sospeso da ogni funzione, è una sorta di sorvegliato speciale al quale è stato intimato di rendicontare una serie di spese, nell’ordine del milione di euro, fatte per la riparazione alcune chiese nel territorio di Calatafimi.

Padre Treppiedi avrebbe giostrato molto bene le carte profittando del fatto che per un lungo periodo è stato direttore degli uffici amministrativi della Diocesi.

Il Vaticano ha avanzato precise contestazioni che se commesse da un laico comporterebbero l’adozione di misure penali molto gravi: la Santa Sede ha contestato a padre Treppiedi l’appropriazione di 16 mila euro che sarebbero stati pagati “fuori sacco” da un soggetto (che ha confermato la circostanza) che aveva comprato da padre Treppiedi beni ecclesiastici per 40 mila euro; l’appropriazione di denaro per 147 mila euro, soldi presi da conti correnti della chiesa di Calatafimi e che il sacerdote avrebbe monetizzato dopo che la somma è stata divisa su assegni circolari e il relativo utilizzo non sarebbe stato mai rendicontato.

Uno dei mezzi che il sacerdote avrebbe usato per difendersi è stato quella della trascrizione della registrazione di alcuni colloqui: uno di questi è quello che è avvenuto tra i suoi familiari ed il vescovo della Diocesi durante il quale era stata offerta la sua disponibilità “a riparare”.

Al Vaticano anche questa circostanza non è piaciuta, “l’obbligo a riparare al danno arrecato è di chi l’ha causato…significa anche una ammissione che quel danno è stato causato”.

I colpi di scena però non sembrano finiti. Perché tra i punti da chiarire, ma di questo si sta occupando la Procura di Trapani, c’è una lettera a firma del vescovo Micciché che indirizzata al capo della P4 Luigi Bisignani è saltata fuori nei giorni in cui la Diocesi decideva di sospendere padre Treppiedi.

Monsignor Micciché ha dichiarato di non avere mai scritto quella lettera, che costituisce un clamoroso falso accertato dalla Procura ma che rimane un ulteriore tassello di questo mosaico.

(16 marzo 2012)

da La Repubblica

Per capirci di più si rinvia qui, qui, qui, e qui.

Trapani: non c’è pace tra le tonache (2)

Colpo di scena nell’inchiesta sulla curia trapanese di cui ci eravamo occupati qui e qui.
Ne riferisce il giornalista Nicola Biondo in un articolo apparso nell’edizione di oggi de L’Unità dal titolo:

Trapani, complotto contro vescovo – Lo accusa un prete vicino a Pdl

“Un prete disinvolto con il pallino degli affari e amicizie altolocate. Assegni per 172 mila euro sottratti a due parrocchie di paese, Alcamo e Calatafimi. Una campagna di stampa orchestrata per colpire gli avversari interni alla Chiesa. Indizi di una truffa milionaria ancora da scoprire È un sistema quello che emerge dalle indagini della Procura di Trapani che ha indagato 13 persone per reati che vanno dal furto alla ricettazione alla frode informatica. Un sistema – questo il suo tratto più caratteristico – che oscurava le proprie mosse addossando ad altri, in particolare al vescovo di Trapani Francesco Micciché, pesanti responsabilità nella gestione dei fondi della Curia utilizzando alcuni cronisti locali, indagati per diffamazione e calunnia, per propalare notizie false. Le indagini ancora in corso disegnano un complotto all’interno della Chiesa con l’ausilio di ambienti esterni alla Curia trapanese. Sono due fino ad oggi i filoni d’inchiesta: il principale riguarda gli autori materiali delle malversazioni, il secondo si riferisce ad episodi di diffamazione. Una connection che secondo indiscrezioni non si fermerebbe agli attuali indagati ma potrebbe risalire ad altri e più clamorosi episodi di furto e ricettazione dei beni ecclesiastici, le cui tracce in almeno un caso porterebbero fino in Vaticano.

Protagonista della vicenda un giovane sacerdote Ninni Treppiedi, 36 anni, ex direttore amministrativo della Curia e in strettissimi rapporti con l’attuale numero uno del Pdl a Trapani, il senatore Antonio D’Alì. Indagato per ricettazione, furto, calunnia, frode informatica e falso ideologico, Treppiedi è accusato di aver trasferito dal 2008 ai suoi familiari e complici, tutti indagati, 172 mila euro dalle casse delle parrocchie che gestiva tra Calatafimi e Alcamo. Tra le accuse anche quella di stalking nei confronti del Vescovo, atti compiuti da uomini del giovane parroco con missive anonime e minacce di vario tipo. Al religioso, sospeso a divinis da quasi un anno, gli inquirenti hanno sequestrato un Pc e svariati documenti. Ma nell’inchiesta non ci sono solo assegni.

La Finanza ha operato perquisizioni in un convento e in alcuni studi notarili trapanesi alla ricerca di atti di compravendita di immobili avvenuti quando Treppiedi gestiva l’ufficio amministrativo, prima di essere estromesso dal Vescovo. Sotto la lente d’ingrandimento degli investigatori sono finiti così almeno una ventina di rogiti di beni della Curia venduti su cui risulta la firma del Vescovo Micciché. Vendite di cui l’alto prelato afferma di non sapere nulla. E, secondo alcune perizie, quelle firme sono tutte uguali, troppo uguali, come se fossero messe lì con un gioco di copia e incolla fatto al computer. Gli investigatori sospettano che il sistema-Treppiedi abbia in realtà gestito anche altre operazioni fraudolente, avvalendosi di notai, avvocati e funzionari di banca. E su questo le indagini continuano. Un prete ambizioso e dalle mille facce: oltre a D’Alì, sono noti i rapporti di Padre Ninni con il cardinale Franc Rodé a cui avrebbe regalato una potente auto. Il giovane religioso millantava anche una cattedra alla Lumsa, partecipava a riunioni politiche e più di una volta si è scagliato contro alcune trasmissioni (come Anno Zero) colpevoli di dare un’immagine negativa della provincia trapanese, da sempre terra di mafia e massoneria.

E si arriva così alla seconda tranche dell’inchiesta, quella che vede indagati lo stesso Treppiedi e due cronisti trapanesi, il corrispondente trapanese dell’Ansa e un collaboratore del Fatto, per i reati di diffamazione e calunnia. L’inchiesta odierna ribalta una verità che sui mass media, grazie ai due cronisti imbeccati dal Treppiedi, aveva conquistato le prime pagine. Una verità che voleva il Vescovo indagato per aver fatto sparire oltre un milione dalle casse della Curia, che lo accusava di aver acquistato per se e un familiare due prestigiose ville e di avere come autista un personaggio dal «robusto pedigree mafioso». Accuse false secondo i documenti oggi in possesso della Procura. Accuse – dice l’inchiesta – dettate alla stampa proprio da quel Treppiedi silurato dal Vescovo e oggi accusato di furto e ricettazione.

All’apparenza una storia di provincia. Ma tra gli investigatori c’è il sospetto che dietro i singoli reati non vi sia solo il denaro o l’ambizione di un prete disinvolto ma una precisa regia, i cui protagonisti, non ancora pienamente emersi dalle indagini in corso, appaiono gli stessi che da anni si scagliano contro i protagonisti più esposti della lotta antimafia a Trapani.”

19 ottobre 2011

da L’Unità online

NB – il grassetto è di Diarioelettorale

Vinicio Capossela a Segesta il 4 agosto 2011

Vinicio Capossela sarà a Segesta il 4 agosto, con il suo nuovo show fortemente caratterizzato dai temi del disco «Marinai, profeti e balene», n’opera sul fato, sul viaggio e il mare come metafora e scenografia del destino umano, uscito nell’aprile scorso, nell’ambito del Calatafimi Segesta Festival.
Sul palco cpon lui saliranno: Mauro Ottolini (trombone, conchiglie, ottoni, flauti, kalimba, temporale), Achille Succi (ance, flauti, shakuhachi, shehnai, tin whistle), Alessandro “Asso” Stefana (chitarre, banjo, baglama), Glauco Zuppiroli (contrabbasso), Zeno De Rossi (batteria, conga, gong delle nuvole, teste di morto), Francesco Arcuri (campionatore, steel drum, saz, santoor, Vincenzo Vasi theremin, campionatore, marimba, voce, glockenspiel).
Da Omero a Dante, da Melville a Conrad, «Marinai, profeti e balene», è un progetto che trova ispirazione nella letteratura di tutti i tempi.

Definire Vinicio Capossela solo un «cantautore» non rende giustizia al personaggio, alla sua musica, alla sua arte.
Capossela è un autore di canzoni, ma la sua è un arte più completa e più complessa, più fisica e diretta.
Le sue canzoni, i suoi spettacoli, sono fatti di carne e sangue, di respiro e calore, sono coinvolgenti ed emotivi.
Capossela è un artista a tutto tondo, un cantastorie, un visionario pronto a trascinare chi lo ascolta in una sarabanda magnifica e stupefacente, dove nulla è scontato e niente è prevedibile.