Le mani di Matteo Messina Denaro sul porto di Trapani, il ruolo di Antonio D’Alì

“IL RUOLO DI ANTONIO D’ALÌ, EX PRESIDENTE DELLA PROVINCIA
Trapani e i maxi appalti per la Coppa America
Sequestrata una parte del porto: sarebbe stato costruito da imprenditori legati al boss Matteo Messina Denaro

Una parte del porto di Trapani sarebbe stato costruito da imprenditori legati al boss latitante di Cosa Nostra Matteo Messina Denaro. Per questo il questore ha ottenuto dal tribunale il sequestro di una parte dello scalo marittimo oltre a diverse società che – attraverso prestanome – sarebbero riconducibili al mafioso più ricercato d’Italia. E perché l’appalto da 46 milioni di euro assegnato in vista della regata del 2005 della “America’s cup” sarebbe stato pilotato proprio dalle cosche. Si tratta di un provvedimento giudiziario clamoroso, che non ha precedenti. Al centro delle indagini condotte da Giuseppe Linares ci sono Francesco e Vincenzo Morici, titolari di numerose aziende e risultati in legami strettissimi con Messina Denaro. E nelle carte processuali è ben delineato anche il ruolo di Antonio D’Alì, ex presidente della provincia di Trapani ed ex sottosegretario nel governo Berlusconi, attualmente sotto processo per concorso esterno in associazione mafiosa.
Fiorenza Sarzanini

da Corriere.it

“Mafia, scoperte altre società di Messina Denaro
Scatta un sequestro di beni da 30 milioni di euro
Polizia e Guardia di finanza hanno individuato un reticolo di imprese che sarebbero riconducibili all’ultimo grande latitante di mafia. Gli interessi del padrino trapanese nei lavori all’interno dei porti
di SALVO PALAZZOLO

Dal 1993 sembra imprendibile, ma continua a fare affari in Italia e all’estero. Il superlatitante trapanese Matteo Messina Denaro ha escogitato un nuovo lucroso business, quello dei lavori all’interno dei porti. Ne sono convinti gli investigatori della Divisione Anticrimine della questura di Trapani e i finanzieri del nucleo di polizia tributaria: questa mattina, hanno fatto scattare un sequestro da trenta milioni di euro, che riguarda l’impero di due insospettabili imprenditori edili siciliani, Francesco e Vincenzo Morici, padre e figlio, ufficialmente i titolari di cinque società che gestiscono appalti importanti. L’ultimo, all’interno del porto di Trapani, riguarda una ristrutturazione da 40 milioni di euro, aggiudicata a un’associazione temporanea di imprese di cui fa parte anche la “Società italiana dragaggi spa”, un vero colosso nel settore.

Il provvedimento “di sequestro anticipato ai fini di confisca” firmato dalla sezione Misure di prevenzione di Trapani sostiene adesso che i Morici farebbero parte del “cartello” di imprese legate al latitante Matteo Messina Denaro. Le indagini dicono che i Morici furono utilizzati prima dal vecchio capomafia di Trapani, Vincenzo Virga, poi dopo il suo arresto, dal reggente che lo sostituì, Francesco Pace. Con la benedizione di Messina Denaro, che era interessato al condizionamento degli appalti più importanti della provincia.

Le indagini – coordinate da Giuseppe Linares, il dirigente di polizia che per anni ha dato la caccia al superlatitante –
hanno ricostruito il reticolo societario che faceva capo ai Morici: è costituito soprattutto da imprese costituite a Roma. Il sequestro è stato disposto per la “Morici Francesco e c. sas”, la “Morici immobiliare”, la “Coling spa”, l’impresa individuale Morici Vincenzo e l’impresa individuale Morici Francesco. Il provvedimento riguarda anche nove partecipazioni societarie, 142 beni immobili e 36 rapporti bancari.
(09 aprile 2013)

da La Repubblica

09/04/2013 –
Stretta su Matteo Messina Denaro,
sequestro da 30 milioni a due imprenditori

Nel mirino Francesco e Vincenzo Morici, ritenuti legati al boss latitante di Castelvetrano. Oltre a 6 società nel provvedimento anche 142 immobili, 37 beni mobili registrati, 36 conti correnti e rapporti bancari e 9 partecipazioni societarie. Blitz in Sicilia, Roma, Milano, Gorizia e Pordenone. Il procedimento legato al processo a carico del senatore del Pdl Antonio D’Alì

TRAPANI. Sei società degli imprenditori trapanesi Francesco e Vincenzo Morici (padre e figlio), ritenuti legati al boss latitante Matteo Messina Denaro, sono state sottoposte a sequestro anticipato su disposizione della Sezione misure di prevenzione del Tribunale di Trapani e su proposta del questore Carmine Esposito, a conclusione di accertamenti compiuti dalla Divisione anticrimine della Questura e dal Nucleo di polizia tributaria della guardia di finanza.
Il valore dei beni sequestrati ammonta complessivamente ad oltre trenta milioni di euro. Oltre alle 6 società figurano anche 142 immobili, 37 beni mobili registrati, 36 conti correnti e rapporti bancari e 9 partecipazioni societarie. I provvedimenti sono stati eseguiti a Trapani, Roma, Milano, Gorizia e Pordenone.
La proposta del questore (accolta dal Tribunale) si basa sulle carte processuali del procedimento per concorso esterno in associazione mafiosa a carico del senatore del Pdl Antonio D’Alì, in corso di svolgimento dinanzi al gup di Palermo.
In occasione della “Louis Vuitton Cup – Act 8 -9″, il gruppo imprenditoriale dei Morici si sarebbe accordato con Cosa Nostra per aggiudicarsi la gara relativa ai lavori di strutturazione del porto di Trapani (importo a base d’asta: 46 milioni di euro). Dalle intercettazioni e dalle dichiarazioni rese dai vari indagati, sarebbe emersa l’esistenza di intese con il boss mafioso Francesco Pace (capomafia di Trapani), il senatore D’Alì ed imprese partecipanti, per favorire i Morici nell’aggiudicazione e per utilizzare materiali non conformi, tali da alterare la stabilità dell’opera nel tempo.”

da GDS.IT

Sicilia, per la serie “il più sano c’ha la rogna” (2)

Altra bella pagina di imprenditoria sicula agli onori della cronaca… nera.

Il porto di Palermo è cosa nostra

di Lirio Abbate

Oggi è stata sequestrata per mafia una delle più grosse società portuali della Sicilia. L’Espresso aveva denunciato le infiltrazioni dei boss il 23 novembre 2010. I soci della New Port si erano sentiti offesi, e dopo aver acquistato una intera pagina pubblicitaria sul Giornale di Sicilia in cui respingevano l’inchiesta de l’Espresso, con tante infamità, hanno pure querelato l’autore. I giudici hanno dato ragione ai mafiosi e oggi il giornalista, che aveva provato le collusioni e i contatti con Cosa nostra dei soci, è sotto processo per diffamazione…

Ci sono le mani di uomini delle cosche mafiose nell’assistenza alle navi crociera, ai passeggeri e nella gestione delle merci al porto di Palermo. Un affare da decine di milioni di euro l’anno che si sviluppa sui moli del bacino siciliano.

Questi affiliati a Cosa nostra oggi sono diventati imprenditori, ma hanno speso gli ultimi decenni fra le aule giudiziarie in cui venivano processati, le carceri in cui hanno trascorso parte della loro vita e infine la prima impresa portuale della Sicilia di cui sono diventati soci. La società inquinata dai mafiosi, secondo i documenti di cui è entrato in possesso “L’espresso” , è la New Port spa che ha sempre avuto e continua ad avere un ruolo importante nel mondo portuale, in particolare a Palermo e Termini Imerese, a cui l’Autorità portuale, presieduta dall’ingegnere Nino Bevilacqua, ha affidato compiti professionali con precise direttive. Un incarico che ha permesso alla New Port di fatturare nel 2008 dodici milioni e mezzo di euro.

Numeri importanti per l’economia della città che da tempo cerca di avviare le attività imprenditoriali su un percorso di pulizia. L’Autorità portuale ha imposto direttive ferre alle imprese. Per questo motivo Bevilacqua ha firmato un protocollo di legalità che non lascia spazi a dubbi non solo per quel che riguarda gli appalti ma anche per le concessioni. Ma nessuno sembra voler guardare cosa c’è dietro questa impresa.

Infatti, nel caso in cui la Prefettura guidata da Giuseppe Caruso, viste le relazioni e i precedenti penali dei soci, dovesse rilasciare una informativa antimafia interdittiva, l’Autorità portuale dovrebbe revocare la concessione della gestione dei servizi portuali. Una scelta non semplice, fanno notare a “L’Espresso” alcuni investigatori, per i gravi riflessi negativi che si avrebbero nel funzionamento del porto, a meno di non sostituire l’azienda con un’altra società capace di subentrare, in tempi brevi, nello svolgimento delle attività.

Scorrendo i 209 soci dell’impresa (gran parte dei quali svolgono anche prestazioni lavorative come dipendenti a tempo indeterminato), si scoprono personaggi indicati come appartenenti a Cosa nostra o altri direttamente legati ai boss. Tutto ciò fa pensare agli investigatori che ci sia la concreta possibilità che la New Port possa subire il condizionamento dei clan: il presupposto che potrebbe far negare la certificazione antimafia e cancellare ogni contratto con la pubblica amministrazione.

“L’espresso” ha ricostruito i passaggi giudiziari che riguardano alcuni soci ed è emerso come in passato siano state avviate indagini patrimoniali, discusse davanti ai giudici della sezione misure di prevenzione del tribunale di Palermo, che hanno disposto il sequestro di quote. Tra chi detiene azioni della New Port ci sono infatti: Girolamo Buccafusca, già condannato per mafia perché ritenuto il capo della famiglia di “Palermo centro”; i cugini Nino e Antonino Spadaro delle famiglia di Corso dei Mille; Giuseppe Onorato, vicino ai mafiosi Rosario Riccobono e Giovanni Graziano della famiglia di Partanna Mondello, fratello del collaboratore di giustizia Francesco Onorato, il sicario della mafia che ha confessato più di trenta omicidi fra cui quello dell’eurodeputato Salvo Lima. E poi ancora Maurizio Gioè, Ferdinando Parrinello, Francesco Abbate e Benedetto Messina, tutti finiti in indagini sui clan.

Questa situazione, per gli investigatori, potrebbe determinare una scarsa trasparenza nella gestione e nell’esecuzione delle gare d’appalto per il nuovo Piano regolatore che prevede di realizzare nel porto opere strutturali per circa 170 milioni di euro.

da L’Espresso.it

Ora e sempre ipocrisia

Caravà e l’antimafia di cartone

di Giuseppe Pipitone

Ciro Caravà esultava gongolante il giorno della sua rielezione a sindaco di Campobello di Mazara, piccola cittadina da dieci mila abitanti in provincia di Trapani. Caravà dipingeva i suoi avversari -travolti dal 54 per cento di voti – come “signori venuti da altri territori” e senza “nessuna affidabilità“. Si presentava ai giornali come “il sindaco della legalità e dell’antimafia”. In questa veste organizzava fiaccolate in ricordo delle vittime della mafia, presenziava a tutte le manifestazioni in ricordo della strage di Pizzolungo, e non mancava mai di far costituire il suo comune come parte civile nei processi contro il boss di Castelvetrano Matteo Messina Denaro, ultima primula rossa di Cosa Nostra.

Ieri mattina all’alba Caravà è finito in manette in un’operazione antimafia che ha dato l’ennesima stretta proprio a Messina Denaro. Insieme al sindaco (ormai ex) di Campobello sono finiti in cella diversi boss vicinissimi al capomafia di Castelvetrano. La richiesta d’arresto è emblematica: per gli inquirenti Caravà era a totale disposizione della locale famiglia mafiosa. Il sindaco del Partito Democratico pagava costantemente i biglietti aerei per consentire ai familiari dei mafiosi di recarsi in visita nelle carceri, puniva i vigili che osavano multare le auto dei boss, e con Cosa Nostra discuteva di appalti e della gestione del Comune. Dopo il suo arresto i dirigenti del Pd si sono limitati a dire semplicemente che non era iscritto al partito. Una scusa ridicola aggravata dal fatto che a Caravà era stato concesso addirittura di candidarsi alle elezioni regionali nella lista di Anna Finocchiaro.

Caravà però è un esempio, atroce ed emblematico al tempo stesso, di cosa avvenga oggi nei territori ad alta densità mafiosa. Sparita quasi totalmente l’antimafia civile, quella di cartone è l’unico tipo che spesso si trova in circolazione. Ecco dunque che in territori difficili come Trapani l’antimafia cartonata è diventata una sorta di mantello, uno schermo per proteggere le malefatte compiute nelle segrete stanze. Una situazione gattopardesca che vede nei suoi strati più profondi il continuo proliferare di uomini con una sola grande attitudine: diventare amici dei morti, meglio se ammazzati da Cosa Nostra. La provincia di Trapani vive da sempre una situazione di contrasto: un chiaro scuro che non permette di guardare la realtà dritta negli occhi. Per i meno pratici i soggetti come Caravà, antimafiosi di giorno e mafiosi di notte, possono essere un problema. Distraggono, sfuggono, e a volte disorientano.

Insieme ai Caravà ci sono poi i simil – Caravà: giornalisti, imprenditori, a volte anche poliziotti e magistrati (tra gli arrestati di ieri c’era anche un ex poliziotto). Tutta gente che ha un passato, spesso oscuro e losco, e che ha deciso di crearsi un presente, giocando al militante antimafioso e ingannando gli osservatori dalla vera essenza del loro operato. A volte – come succede per Caravà – vengono beccati subito. In altri casi si mimetizzano bene e continuano a dettare legge per anni, additando (con un indice lunghissimo) i loro simili meno intelligenti beccati con le mani nel sacco. E a ben pensarci è mafia anche questa.

da Il Fatto Quotidiano

Anche in Inghilterra c’è la crisi !

e allora anche lì bisogna stringere la cinghia. Non tutti naturalmente, solo alcuni.

STUDIO DELLA HIGH PAY COMMISSION SULLE RETRIBUZIONI DEL SETTORE PRIVATO

Gb, i top manager guadagnano il 4000% in più rispetto a trenta anni fa. Il caso limite alla Barclays’, dove la retribuzione del Ceo è 169 volte superiore al salario medio «Un danno per l’economia britannica»

Stipendi a confronto

MILANO – La paga dei top manager britannici continua a crescere, nonostante il clima di austerity globale. A rilevarlo è una ricerca di un gruppo di studio d’Oltremanica, la High Pay Commission, gruppo di studio indipendente della Ong Compass, che analizza le retribuzioni del settore privato. Le conclusioni della Commissione, dopo un anno di lavoro sono che negli ultimi 30 anni il salario degli amministratori delegati di società quotate nel Ftse 100 sono aumentate a livelli stratosferici, fino al 4.000% in più rispetto al 1980: è il caso della Barclays, dove il top manager guadagna oggi la bellezza di 4,4 milioni di sterline l’anno.

LA CRISI – «In un periodo di crisi senza precedenti, una piccola parte della società, lo 0,1%, continua a godere di consistenti aumenti annuali nel salario», ha commentato sul Telegraph Deborah Hargreaves, presidente di High Pay Commission. «Questi aumenti formidabili danneggiano l’economia britannica e provocano distorsioni nel mercato, drenando talenti e premiando gestioni fallimentari». L’istituto ha concluso il proprio lavoro sottolineando l’urgenza di riforme, in particolare di una «radicale semplificazione» dei compensi dei top manager: oltre all’obbligo di rendere pubbliche le buste paga dei dipendenti più pagati, di rendere trasparenti i criteri di differenziazione dei salari tra dirigenti e quadri, e di far luce sui guadagni complessivi. Secondo la Commissione, inoltre, è il momento di istituire un organismo nazionale per monitorare l’andamento delle retribuzioni di fascia più alta.

LE DIFFERENZE – Ad essere schizzato alle stelle, non è solo il valore in percentuale, ma anche la differenza con il salario corrisposto al dipendente medio. Se nel 1980 la retribuzione del boss di Barclays era 14,5 volte superiore allo stipendio medio, oggi quel valore è salito fino a quota 75. E l’inaudita cifra di 4milioni e 300mila sterline della busta paga di John Varley, fino al marzo scorso Ceo e consigliere d’amministrazione della banca, è di 169 volte superiore al salario di un lavoratore del regno Unito. Il fenomeno non è limitato alle banche. Stando al rapporto, alla Bp – dove l’amministratore delegato guadagna 4,5 milioni di sterline – il differenziale è passato, nello stesso periodo, da 16,5 a 63,2, con un incremento del 3006%. Alla Gkn (colosso metallurgico) da 14,9 a 47,7. Alla Lonmin (settore minerario) da 44,1 a 113,1.

«FUORI CONTROLLO» – Un sondaggio condotto interpellando duemila tra i destinatari del rapporto, ha bollato come «fuori controllo» retribuzioni e bonus dei top manager. E molti commentatori ritengono non solo «moralmente rivoltante», ma anche un elemento determinante della crisi economica lo spaventoso trasferimento di ricchezza dalla gente comune a quelli che già vivono al top.

Antonella De Gregorio

da Corriere.It

Non possiamo, non vogliamo, non dobbiamo !

Diciamoci la verità Massimo Gramellini è uno che si legge con piacere, e questa volta parafrasando papa Pio VII, “non potevo, non volevo e non dovevo” esimermi dal riproporvi il suo, “Cosche dell’altro mondo”, su La Stampa di oggi.

Cosche dell’altro mondo

Da giorni sto aspettando che qualcuno mi dica che non è vero. Che non è vero che domenica scorsa, a Torre Annunziata, la processione del santo patrono si sia fermata davanti alla casa di un noto camorrista della zona per rendergli pubblico omaggio. Che non è vero che l’arcivescovo di Castellammare, monsignor Felice Cece, abbia minimizzato la sottomissione della sua comunità al signorotto feudale, affermando che la sosta non intendeva omaggiare il camorrista, oh no, ma la chiesa di Santa Fara. Che non è vero che l’arcivescovo abbia continuato ad arrampicarsi sui muri, nonostante il sindaco Luigi Bobbio gli avesse prontamente replicato che la chiesa di Santa Fara si trova dieci metri prima della casa del camorrista e che rimane chiusa quasi tutto l’anno. Ma soprattutto sto aspettando che qualcuno mi dica che non è vero, non può essere vero, che la conferenza dei vescovi italiani (Cei) – dotata di riflessi felini quando tratta di intervenire su coppie di fatto, fine vita o fecondazione artificiale, all’alba del quinto giorno dagli incredibili avvenimenti di Castellammare non abbia ancora sentito il bisogno di far sentire pubblicamente la sua voce. Anche solo per ricordare che Gesù non è morto in croce per andare a inginocchiarsi duemila anni dopo davanti alla porta di un camorrista.

Per favore, qualcuno mi dica che tutto questo non è vero. Che siamo in un Paese evoluto abitato da cittadini e da arcivescovi evoluti. Vero?

Loro hanno la Lega, noi Liga

Lui dice di essere vittima di un equivoco, gli inquirenti invece non sembrano avere particolari dubbi.

Si chiama Giuseppe Liga, ha 60 anni, di professione Architetto, iscritto all’ordine dal 1978 è stato arrestato questa notte a Palermo da agenti della Guardia di Finanza, con l’accusa di associazione mafiosa, estorsione e fittizia intestazione di beni. Vero o meno che sia quanto contestatogli il fatto è che in precedenza il Liga era assai molto più noto per la sua vita da cittadino impegnato anche nel sociale che per essere, come qualcuno sostiene, come il successore dei boss Salvatore e Sandro Lo Piccolo alla guida del mandamento mafioso di Tommaso Natale-San Lorenzo, a Palermo per come indicato dai collaboratori di giustizia più recenti.

Le intercettazioni si dice abbiano confermato le rivelazioni dei pentiti. Secondo quanto è emerso dalle indagini, Liga, sarebbe stato il collettore delle estorsioni gestendo e incassando il denaro ricavato dal pizzo.

Liga, era indicato nei pizzini trovati nel covo del boss Lo Piccolo col numero 013. Insieme a lui sono finiti in cella il suo braccio destro Giovanni Angelo Mannino, accusato di associazione mafiosa e Agostino Carollo e Amedeo Sorvillo. Questi ultimi rispondono di fittizia intestazione di beni. Secondo gli inquirenti sarebbero i titolari della società Euteco, di fatto riconducibile a Liga.

Giuseppe Liga, è un professionista molto conosciuto a Palermo anche per la sua passione per la politica e i suoi frequenti rapporti istituzionali. Per otto anni, dal 1989 al 1997, è stato il segretario nazionale del Mcl, il Movimento Cristiano Lavoratori, e molto stimato anche dalle gerarchie ecclesiali. Liga ricopriva la carica di reggente regionale del Movimento fino all’11 marzo.

Liga, in un’intervista rilasciata sull’ultimo numero del magazine siciliano “S”, sosteneva di avere rapporti con numerosi esponenti politici e rappresentanti istituzionali: dal presidente della Regione Raffaele Lombardo a Sergio Mattarella fino all’ex sindaco di Palermo Leoluca Orlando.

Il nome dell’architetto Giuseppe Liga salta fuori, per la prima volta, tra le carte che i poliziotti trovarono addosso a Salvatore Lo Piccolo, il giorno del suo arresto nel covo di Giardinello il 5 novembre del 2007. Una valigetta piena di nomi e cifre. Era la contabilità del boss che annotava i nomi dei commercianti e accanto la cifra da pagare. Tra gli appunti anche la frase: “Architetto Liga 10.000” . Un anno dopo, il 14 novembre del 2008, i boss mafiosi che progettano la ristrutturazione di Cosa nostra citano nuovamente il nome del professionista nel corso di un summit di mafia.

Nel settembre del 2008 viene arrestato l’avvocato Marcello Trapani, legale dei Lo Piccolo. E nell’ordinanza di custodia cautelare del penalista si fa nuovamentre riferimento all’architetto.
Di recente si sono aggiunte anche le dichiarazioni del pentito Maurizio Spataro, il “cassiere” della cosca di Resuttana. Ed il collaboratore, senza esitazione, indica nell’architetto Liga l’uomo che comanda a San Lorenzo.

Nell’intervista ad “S”, Liga ammette di conoscere “fin da ragazzo” il boss Salvatore Lo Piccolo ma sostiene di essere stato costretto a pagare il “pizzo” e di avere denunciato tutto ai carabinieri. Nell’intervista nega con decisione di essere il nuovo capo di Cosa Nostra a Palermo. Tra le carte sequestrate ai Lo Piccolo gli investigatori avevano trovato un appunto: “Architetto Liga 10.000″. Lui afferma che si tratta del pagamento di un’estorsione:”Se fossi stato un mafioso di certo non sarei andato da carabinieri a denunciare che sono stato vittima, io ho fatto una denuncia, perché in passato avevo ricevuto minacce. Io ho pagato 10 mila euro: sono venuti in cantiere e mi hanno detto che dovevo pagare, altrimenti saltava tutto”. Ma il pentito Maurizio Spataro, ex cassiere della cosca di Resuttana, dichiara a verbale: “So che l’architetto Liga si occupa delle attività economiche riconducibili ai Lo Piccolo”.

Lui replica nell’intervista:”gli architetti Liga sono almeno una ventina, 5 o 6 sono iscritti all’albo. Sono al centro di un equivoco”. Il professionista ammette poi di avere avuto rapporti con alcuni esponenti mafiosi, ma senza sapere chi fossero veramente: “ero direttore dei lavori in un cantiere per conto di una cooperativa che aveva subappaltato altre opere a due ditte. I titolari erano Cinà e Alamia”. E conferma di conoscere i Lo Piccolo: “Il papà l’ho conosciuto quando era ragazzo. Nel quartiere dove anche io sono cresciuto. I figli li ho visti quando erano bambini”. Per quanto riguarda le intercettazioni di un summit mafioso, avvenuto nel dicembre del 2008, in cui i boss affermano che a Tommaso Natale dopo l’arresto dei Lo Piccolo adesso “c’é l’architetto”, Liga ribatte: “Io non c’entro niente, ammesso che esista veramente un architetto e che non sia un soprannome”.

Liga sostiene infine nell’intervista di avere rapporti bipartisan con diversi rappresentanti istituzionali: “Sono cresciuto insieme al presidente della Regione, Raffaele Lombardo. Mi chiama, ci parlo. Ho rapporti anche con le gerarchie ecclesiali, siciliane e nazionali. Dall’89 al ’97 sono stato segretario del Movimento Cristiano Lavoratori. Sono stato in contatto con Mattarella, il fratello di Piersanti. Leoluca Orlando e’ diventato sindaco per me e per altri due amici”. E alla domanda “Come ci si sente ad essere indicati come capimafia?”, risponde: “Non ci dormo la notte”.

Intanto il Movimento cristiano dei Lavoratori, a cui era a capo Liga, ha comunicato in una nota di aver “sospeso in via precauzionale l’architetto già dallo scorso 11 marzo, in seguito ad alcuni articoli di giornale che riferivano di un presunto coinvolgimento di Liga in fatti all’attenzione della magistratura”.

Il presidente della Regione Sicilia, Raffaele Lombardo, preannuncia che si costituirà parte civile e dichiara: “Esprimo il mio sentito compiacimento ai magistrati e alla guardia di finanza che, a Palermo, lavorano all’indagine che ha portato all’arresto per associazione mafiosa dell’architetto Giuseppe Liga, conosciuto negli ambienti politici e istituzionali per la sua funzione di dirigente provinciale e regionale del Movimento cristiano lavoratori. La notizia di un suo coinvolgimento negli affari delle cosche che lo avrebbero portato a diventare addirittura il reggente di un mandamento mafioso, suscita un profondo sconcerto.” ed ancora “Un medico mio amico, undici anni fa, mi presento’ il presidente nazionale del Movimento cristiano lavoratori, senatore Carlo Costalli. E da quel momento ho intrattenuto con i rappresentanti nazionali, regionali e locali di Mcl un rapporto di collaborazione istituzionale, tanto che ho partecipato a numerose riunioni e iniziative pubbliche del movimento, a Catania, Palermo, Roma e Bruxelles.”.

Infine,  “Ancora una volta il lavoro encomiabile ed instancabile della magistratura e delle forze dell’ordine ha messo a segno un altro successo”, dichiarano in una nota congiunta Fabio Giambrone, commissario regionale siciliano dell’ Italia dei Valori, e Leoluca Orlando, portavoce nazionale del partito, commentando l’oeprazione che ha portato all’arresto di Liga.

A Palermo arrestato il boss mafioso Giovanni Nicchi

Palermo – Giovanni Nicchi è stato bloccato all’interno di un appartamento di via Filippo Juvara, a pochi passi dal palazzo di Giustizia. Nicchi, che ha solo 28 anni, è considerato il principale boss della mafia palermitana dopo l’arresto di Domenico Raccuglia.
Ricercato dal 2006 per associazione mafiosa, estorsione e altro: è considerato l’erede di Salvatore Lo Piccolo. L’arresto, messo a segno dalla Catturandi, si sarebbe concretizzato nelle ultime 48 ore.

A Milano la polizia ha arrestato un altro boss mafioso Gaetano Fidanzati, inserito nella lista dei 30 ricercati più pericolosi. È stato arrestato dagli agenti della Squadra Mobile in via Marghera mentre era in compagnia del cognato.

da Corriere.it

Monsignor Domenico Mogavero vs. Antonio D’Alì

Il Fatto Quotidiano“, è ritornato ad occuparsi ieri 28/11/2009 con un articolo di Sandra Amurri del senatore Antonio D’Alì, delle sue relazioni pericolose e del suo rapporto con la chiesa.
L’articolo ha per titolo “Il senatore D’Alì? Davanti a certi documenti resto sgomento” e per sottotitolo “Mons. Mogavero, Vescovo di Mazzara del Vallo: I nostri valori non coincidono con quelli dei boss“.
Nella circostanza, lo spunto per l’articolo infatti è un’intervista a Monsignor Domenico Mogavero, Vescovo di Mazara del Vallo, già sottosegretario della Cei, e presidente del consiglio Cei per gli Affari giuridici.

A proposito delle relazioni “pericolose” del senatore del Pdl D’Alì e del suo rapporto con la Chiesa Monsignor Mogavero dice:

“Lo conosco. Non ho letto l’articolo, lo farò attentamente, ma di fronte a documenti, a elementi probanti resto sgomento. Gli esprimerò il mio disappunto” E aggiunge: “Essere contro la mafia non significa che gli altri debbono essere contro la mafia. Nessuno può dire di non sapere chi sono certe persone. Un politico è un uomo pubblico che non può limitarsi ad affermazioni di solo valore teorico. Le sue parole chiedono l’avallo della concretezza nella coerenza. Non ci si sporca certamente nell’attraversare la strada con un mafioso ma condividere la strada con i mafiosi vuol dire essere compagni di viaggio per mantenersi a galla e questo non è ammissibile”. Se ricevessi un regalo, o un biglietto d’auguri da un mafioso ? “Lo rimanderei indietro e lo direi. L’ambiguità è una posizione di comodo per restare rintanato senza correre rischi. Ci vuole massimo rigore, la mafia sfrutta chi sta al potere, indirizza per avere accesso al potere.”
E al vescovo di Trapani consiglia di “parlare con il senatore D’Alì affinché chiarisca augurandosi che lo faccia “soprattutto perché il senatore D’Alì si sente un uomo di Chiesa visto che pur di ricevere per la seconda volta il sacramento del matrimonio, come racconta la sua ex moglie, ha chiesto l’annullamento. Il senatore frequenta i nostri ambienti, le nostre chiese. Ma bisogna vedere cosa si intende per essere un uomo di chiesa. La verità è una, non è bifronte. E’ la pratica dei valori che ci qualifica non la loro pronuncia
“.

Palermo a Banca Etica tre appuntamenti su solidarieta’, accoglienza e legalita’

Il 20, 21 e 22 ottobre alla 17 la filiale palermitana di Banca etica a Palermo apre le porte alla settimana per il commercio equosolidale, un mercato in crescita che in Italia ha raggiunto nel 2008 un fatturato di 44 milioni di euro.
Tre gli appuntamenti palermitani incentrati su solidarietà, accoglienza e legalità.
Si comincia il 20 ottobre con il pomeriggio dedicato alla solidarietà. Una fiera di beneficenza, promossa dall’associazione Agape e da Gioacchino Ragona parroco di S.Lucia, vicino al carcere Ucciardone, esporrà anche le ceramiche di Raimondi, artigiano vittima del racket e ora tra i membri di Addiopizzo. Gli utili finanzieranno un progetto di promozione del quartiere e del territorio. Presente la cooperativa Liberamente che esporrà marmellate e limoncello provenienti da terreni confiscati alla mafia
Una sfilata di costumi tradizionali delle varie etnie presenti a Palermo, realizzata dal consorzio “Comunità nuova” aprirà il pomeriggio del 21 ottobre dedicato all’accoglienza e all’intercultura. Reda Berradi , del Marocco,  presenterà le iniziative della Casa delle Culture,mentre Fatima Mbotzibara  esporrà oggetti ricamati della tradizione malgascia. Padre Garau dell’Associazione “Jus Vitae”  presenterà  prodotti coltivati sulle terre sequestrate ai boss di Castellammare del Golfo (TP)
Il libro di Roberto Mazzarella “L’uomo d’onore non paga il pizzo” sarà al centro del pomeriggio sulla legalità, il 22 ottobre. Con l’autore dialogheranno il magistrato Gaetano Paci, il vicepresidente di Banca Etica, Tommaso Marino, Pippo Cipriani dell’associazione antiracket e antiusura di Bagheria e l’imprenditore Rodolfo Guajana.
A conclusione di ogni pomeriggio è previsto un aperitivo con prodotti del commercio equosolidale
“Mentre prevale lo sconforto per le tante crisi che investono la nostra società, dalla finanza all’etica, questi appuntamenti vogliono dare visibilità a quanto di concreto a Palermo e in Sicilia si sta facendo verso chi è emarginato, straniero o vittima di logiche di violenza e sopraffazione”, ha dichiarato Stanislao Di Piazza direttore della filiale palermitana di Banca Etica. “Sono segnali e segni che provengono da tante fasce sociali dai giornalisti, agli imprenditori, ai magistrati, ma anche da chi arrivato nella nostra terra vuole operare nelle coerenza e nella legalità”.
Per informazioni:  Steni Di Piazza 0917829770 o 3394912474 mail: sdipiazza@bancaetica.com

Il 20, 21 e 22 ottobre alle 17 la filiale palermitana di Banca etica a Palermo apre le porte alla settimana per il commercio equosolidale, un mercato in crescita che in Italia ha raggiunto nel 2008 un fatturato di 44 milioni di euro.

Tre gli appuntamenti palermitani incentrati su solidarietà, accoglienza e legalità.

Si comincia il 20 ottobre con il pomeriggio dedicato alla solidarietà. Una fiera di beneficenza, promossa dall’associazione Agape e da Gioacchino Ragona parroco di S.Lucia, vicino al carcere Ucciardone, esporrà anche le ceramiche di Raimondi, artigiano vittima del racket e ora tra i membri di Addiopizzo. Gli utili finanzieranno un progetto di promozione del quartiere e del territorio. Presente la cooperativa Liberamente che esporrà marmellate e limoncello provenienti da terreni confiscati alla mafia

Una sfilata di costumi tradizionali delle varie etnie presenti a Palermo, realizzata dal consorzio “Comunità nuova” aprirà il pomeriggio del 21 ottobre dedicato all’accoglienza e all’intercultura. Reda Berradi , del Marocco,  presenterà le iniziative della Casa delle Culture,mentre Fatima Mbotzibara  esporrà oggetti ricamati della tradizione malgascia. Padre Garau dell’Associazione “Jus Vitae”  presenterà  prodotti coltivati sulle terre sequestrate ai boss di Castellammare del Golfo (TP)

Il libro di Roberto Mazzarella “L’uomo d’onore non paga il pizzo” sarà al centro del pomeriggio sulla legalità, il 22 ottobre. Con l’autore dialogheranno il magistrato Gaetano Paci, il vicepresidente di Banca Etica, Tommaso Marino, Pippo Cipriani dell’associazione antiracket e antiusura di Bagheria e l’imprenditore Rodolfo Guajana.

A conclusione di ogni pomeriggio è previsto un aperitivo con prodotti del commercio equosolidale

“Mentre prevale lo sconforto per le tante crisi che investono la nostra società, dalla finanza all’etica, questi appuntamenti vogliono dare visibilità a quanto di concreto a Palermo e in Sicilia si sta facendo verso chi è emarginato, straniero o vittima di logiche di violenza e sopraffazione”, ha dichiarato Stanislao Di Piazza direttore della filiale palermitana di Banca Etica. “Sono segnali e segni che provengono da tante fasce sociali dai giornalisti, agli imprenditori, ai magistrati, ma anche da chi arrivato nella nostra terra vuole operare nelle coerenza e nella legalità”.

Per informazioni:  Steni Di Piazza 0917829770 o 3394912474 mail: sdipiazza@bancaetica.com

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Mafia, antimafia, Sgarbi, l’eolico a Salemi e Mazara e la Borsellino

... nel senso che tutti gli elementi del titolo, dalla polemica tra mafia ed antimafia, alla mafia dell’eolico denunciata da Vittorio Sgarbi sindaco di Salemi, alla polemica (priva di senso) della Borsellino con Sgarbi sui professionisti dell’antimafia, trovano credo risolutiva risposta in questa operazione di cui riferiscono oggi l’AGI e l’ANSA:

(AGI) – Trapani, 17 feb. –

Le mani della mafia sull’eolico.

Un patto tra fedelissimi del superlatitante Matteo Messina Denaro, politici, burocrati e imprenditori siciliani, campani e trentini per speculare sull’affare dell’energia pulita in Sicilia.

Otto le ordinanze di custodia cautelare eseguite all’alba da agenti della Squadra mobile e carabinieri del Reparto operativo provinciale di Trapani, al termine di complesse indagini sulle dinamiche politiche e imprenditoriali riguardanti la realizzazione di parchi eolici in Sicilia.

I provvedimenti sono stati emessi dal Gip di Palermo, Antonella Consiglio, su richiesta dei Pm della Procura antimafia Ambrogio Cartosio e Piero Padova, nei confronti di politici, imprenditori e funzionari del Comune di Mazara del Vallo, oltre ad alcuni pregiudicati mafiosi, accusati a vario titolo di associazione mafiosa, corruzione e violazione della legge elettorale.

Nell’operazione, denominata “Eolo”, sono stati impegnati oltre cento tra poliziotti e carabinieri, per arresti eseguiti in provincia di Trapani (Mazara del Vallo, Marsala, Trapani e Castelvetrano), nonche’ a Sala Consilina (Salerno) e a Trento.

Gli ordini di carcerazione riguardano: Giovan Battista Agate, di 66 anni, pluripregiudicato mafioso di Mazara del Vallo, fratello del piu’ noto Mariano Agate; Luigi Franzinelli, 64 anni, imprenditore di Trento; Vito Martino, imprenditore mazarese di 41 anni, gia’ assessore e consigliere comunale di Forza Italia; Melchiorre Saladino, 60 anni, imprenditore di Salemi (Trapani), ritenuto contiguo a Matteo Messina Denaro; Giuseppe Sucameli, mazarese di 60 anni, gia’ architetto del Comune di Mazara del Vallo, attualmente detenuto per associazione mafiosa. Altri tre sono stati posti agli arresti domiciliari: Baldassare Campana, mazarese di 60 anni, responsabile dello Sportello unico attivita’ produttive del Comune di Mazara del Vallo; Antonino Cottone, mazarese di 73 anni, imprenditore e gestore della “Calcestruzzi Mazara”; Antonio Aquara, 50 anni, imprenditore di Ottati (Salerno).

Gli arrestati, a vario titolo, avrebbero consentito alla famiglia mafiosa di Mazara del Vallo, il controllo di attivita’ economiche, di autorizzazioni, appalti e servizi pubblici nel settore della produzione di energia elettrica mediante impianti eolici, anche attraverso lo scambio politico-mafioso di voti.

Inoltre, con la complicita’ di ignoti pubblici ufficiali in servizio al Comune di Mazara del Vallo, avrebbero rivelato notizie sottoposte a segreto d’ufficio, riguardanti uno schema di convenzione per la realizzazione di un parco eolico a cura della societa’ “Enerpro”; in particolare, il documento, temporaneamente asportato dalla cassaforte che lo custodiva, sarebbe stato reso noto agli amministratori della societa’ concorrente “Sud Wind S.r.l.”, affinche’ quest’ultima potesse presentare una convenzione analoga, ma a condizioni piu’ vantaggiose.

Non solo.

Tramite l’imprenditore di Salemi, Melchiorre Saladino, e con il concorso di altri pubblici ufficiali non ancora identificati, Vito Martino (prima da assessore, poi da consigliere comunale di Mazara del Vallo) e Baldassare Campana (nell’esercizio delle funzioni di responsabile dello Sportello unico attivita’ produttive del Comune di Mazara del Vallo), avrebbero “costantemente e ripetutamente favorito la societa’ Sud Wind S.r.l. nella stipula di una convenzione con il Comune di Mazara del Vallo – affermano gli investigatori – per la realizzazione di una centrale eolica per la produzione di energia elettrica, stabilendo una transazione corruttiva con Antonino Aquara e Luigi Franzinelli, rispettivamente amministratore unico e socio della Sud Wind S.r.l, ricevendo cospicue somme di denaro e autovetture di lusso”.

AGI

ANSA

MANI DEI BOSS SULL’EOLICO, ARRESTATI IMPRENDITORI E POLITICI

TRAPANI – I boss mafiosi avrebbero messo le mani sulla realizzazione dei parchi eolici in Sicilia. E’ quanto emerge dall’inchiesta che stamani ha portato all’arresto di imprenditori e politici trapanesi. Si tratta di otto provvedimenti cautelari emessi dal gip del tribunale di Palermo, Antonella Consiglio, su richiesta dei pm della Direzione distrettuale antimafia, Piero Padova e Gino Cartosio. Gli arresti sono stati eseguiti dai carabinieri del Reparto operativo di Trapani e dagli agenti della polizia di Stato in servizio alla Squadra mobile di Trapani.

L’indagine mette in luce le dinamiche politiche e imprenditoriali che si sarebbero formate in questi anni per la realizzazione di “parchi eolici” in Sicilia, in particolare nel trapanese.

L’operazione antimafia che stamani ha portato all’arresto di otto persone, fra cui un imprenditore di Trento, si basa sui risultati delle indagini condotte da polizia e carabinieri di Trapani su una serie di progetti per la realizzazione di vari impianti eolici nel Trapanese. L’indagine é stata denominata “Eolo”, ed analizza le dinamiche politiche e imprenditoriali che, in particolare, hanno spinto l’amministrazione comunale di Mazara del Vallo (ma anche altre amministrazioni locali) ad optare per un programma di progressiva espansione dell’energia eolica.

Alla base dell’inchiesta vi è un’imponente attività d’intercettazione. Il risultato più rilevante consiste nell’aver appurato che l’attività illegale di imprenditori e politici avrebbe avuto un imprimatur mafioso. I boss avrebbero controllato gli affari sull’energia alternativa, anche mediante l’affidamento dei lavori necessari per la realizzazione degli impianti eolici (scavi, movimento terra, fornitura di cemento e di inerti) per un affare di centinaia di milioni di euro ai quali si aggiungono, per la stessa entità, gli ingenti finanziamenti regionali di cui le imprese hanno beneficiato.

ANSA