Vietti si, Sergio Mattarella no !

Saprete tutti che nei giorni scorsi è stato eletto come vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura il discusso deputato dell’Udc onorevole Michele Vietti. Ma non è di lui che qui si vuole parlare, quanto di chi pur essendo stato nella rosa dei possibili candidati non è stato infine candidato e quindi nemmeno eletto.
Un articolo su Blitz Quotidiano, di ieri ci dice perchè il nostro conterraneo onorevole Sergio Mattarella non è stato più candidato alla vice presidenza del CSM.

“Sergio Mattarella doveva andare al Csm, ma Berlusconi non lo ha voluto perché fu unico a fargli opposizione. E Bersani ha ingoiato

Indiscreto.  Dicono a Roma che il candidato della sinistra per il posto di vice presidente del Consiglio superiore della magistratura (Csm) era Sergio Mattarella, ex deputato democristiano e poi popolare, ex ministro della Difesa, siciliano, 69 anni.

Persona integerrima, aveva tutte le carte in regola, compresa l’origine democristiana che sembra caratterizzare chi occupa quel posto dopo Carlo Federico Grosso. Tutte tranne una, quella del gradimento di Berlusconi.

Quando gli sherpa della sinistra hanno proposto agli omologhi della destra il nome di Mattarella, si sono trovati davanti a un muro. Mattarella no, gli hanno detto: non piace a Silvio Berlusconi.

Non risulta che ci sia stata la minima resistenza o reazione da parte del segretario del Pd, l’ex comunista Pier Luigi Bersani, che sta già conducendo nel partito una epurazione il cui più preclaro esempio è la vicenda del direttore di Rai 3 Ruffini.

Non si può dare torto a Berlusconi, la cui memoria è sempre eccellente. Mattarella è uno dei pochissimi politici italiani che non si sono fatti travolgere dall’irresistibile charme di Berlusconi ed è anche uno dei pochissimi ad averlo ostacolato e combattuto con coerenza, senza finte, senza manfrine, senza strizzatine d’occhio, come hanno fatto invece ben più importanti e sempre galleggianti leader della sinistra, tipo Massimo D’Alema e gli ex comunisti in genere.

I fatti che sono costati a Mattarella il nyet di Berlusconi risalgono a vent’anni fa, in era pre mani pulite e pre discesa in campo dello stesso Berlusconi, quando ancora regnavano Andreotti, Forlani e Craxi (il Caf).

All’epoca Berlusconi era ancora soltanto un ricchissimo  (anche se la Standa e la recessione avevano aperto qualche crepa nel suo patrimonio) e potentissimo proprietario di televisioni, che sapeva muoversi con abilità tra partiti e logge, facendo, anche prima di entrare in politica attiva, un pezzo di storia d’Italia.

Aveva provato a impadronirsi di Repubblica e dell’Espresso ed era stato costretto a una insoddisfacente per lui spartizione con Carlo De Benedetti di giornali e riviste che lo aveva portato a essere azionista di controllo della Mondadori, ma a lasciare sul campo quello che all’epoca era il primo quotidiano d’Italia, la Repubblica.

Questo però non bastava a mettere al sicuro il sistema dei giornali e delle tv italiani dalle ambizioni egemoni di Berlusconi ed era necessaria una legge che mettesse regole alla proprietà di reti tv e agli incroci tra proprietà di tv e di giornali.

Gli unici che si batterono senza mai un’esitazione perché questo avvenisse furono gli uomini della sinistra dc, di cui Mattarella faceva parte. Lo fecero con tanta determinazione e coraggio che arrivarono a lasciare il governo, abbandonando diversi posti da ministro o da sottosegretario, e tutti sanno quanto per un politico un posto di quel genere sia fondamentale e decisivo. Ottennero però una legge, la Mammì, che fissò dei paletti importanti, anche se poi negli anni successivi venne lentamente stravolta.

L’agonia dei giornali dal punto di vista economico venne sancita con la fine di un disegno di legge, noto come 1138, che doveva ridurre la pubblicità in televisione. Complici D’Alema, che presiedeva la infausta commissione bicamerale e il Pci o come si chiamava all’epoca, la legge venne affossata sia in Senato, dove era all’esame, sia da Berlusconi stesso, all’epoca ancor giovane e molto brillante nella sua capacità di fare cambiare opinione ai parlamentari.

Sono storie ormai vecchie, ma giustamente Berlusconi non dimentica. Purtroppo dimenticano tutti gli altri, sia nei confronti di Mattarella, sia nei confronti di chi ha contribuito a ridurre il gas ai giornali, ormai invece di ricordare fanno convegni. Intanto D’Alema presiede il Copasir, Mattarella è in pensione. C’est la vie.”

da Blitzquotidiano.it

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Ed il modello “quella è la porta” no ?

Bottegai, senza offesa per gli esercenti la nobile arte del commercio, che si credono generali.

Questo è la rappresentazione di se, del gruppo dirigente del maggior partito di opposizione,il Pd, ed in specie del suo massimo esponente, il segretario Pierluigi Bersani ed il suo mentore Massimo D’Alema.

Ho atteso un po prima di cominciare a trarre qualche conclusione, perchè a caldo si finisce per essere trascinati, nei giudizi, dai sentimenti.

Ma ora, a freddo, posso dire serenamente che l’unico punto fermo alla luce del prima, dello svolgimento, e dei risultati di questa tornata elettorale è che abbiamo a che fare con dei semplici bottegai frustrati, incapaci nella competizione a reggere il confronto con il principe dei venditori.

Come valutare infatti la vicenda Puglia e le dichiarazioni di D’Alema, tese a segare la candidatura di Nichi Vendola, in favore dell’incolore Boccia, in una manovra che doveva portare ad un qualche accordo con l’Udc?
E dopo il voto, come valutare la dichiarazione di Bersani il quale dopo avere esaltato in precedenza il cosidetto modello “emiliano”, (precario anchesso nel quale visto che Errani si è fermato al 52%, Grillo ha preso il 7% e la Lega quasi al 14%), lo senti blaterare di modello “Liguria”, come dire che per opporsi al centrodestra basterebbe la sommatoria di tutto e del contrario di tutto, sinistra comunista e radicale, dipietristi e grillini con contorno di centristi, ed infine incrociare le dita e sperare che ci si fidi delle capacità di governo di una tale inquietante ed informe massa di mediocrità.

Non è meglio che imbocchino il corridoio e premano la maniglia di quella porta in fondo dove c’è scritto “Exit” ?

Nell’attesa gustatevi gli ultimi 20 minuti di “Blob – Fluido mortale” del 1958 con Steve Mc Queen.

Frase celebre “E’ la cosa più orribile che abbia visto in vita mia !

Verso la manifestazione del Pdl a Roma

Casini

“Noi per Berlusconi rappresentiamo una sfida molto più impegnativa di quella con la sinistra. Lui pensa di essere il padrone dei moderati ma deve rassegnarsi a convivere perlomeno in condominio. Siamo più piccoli è vero ma abbiamo più tempo davanti rispetto a lui…”” ed ancora “Il suo nervosismo dimostra solo che i sondaggi li ha visti anche lui. E allora visto che sa di cosa parlo, gli consiglio di accontentarsi di vincere in qualche regione dove è alleato con noi che nella situazione in cui sta è già un buon risultato.”

Bersani

“Vedo titoli a nove colonne sulle uscite estemporanee del nostro presidente del Consiglio e spero che non proponga la monarchia” ha detto il leader del Pd, Pier Luigi Bersani, oggi a Torino per un appuntamento elettorale, dopo le dichiarazioni di ieri del premier che ha parlato di riforme e di elezione diretta del presidente della Repubblica. Bersani si augura che alla manifestazione il premier “abbia parole da capo del Governo, non da capo popolo, capo partito, capo azienda, capo lista, capo redattore del Tg1”.

Pezzopane

Il presidente della Provincia dell’Aquila risponde al coordinatore del Pdl Denis Verdini, che aveva invitato gli abruzzesi a recarsi a Roma come segno di gratitudine per le case ricevute dal governo. “Verdini non conosce la differenza tra Stato e partito. Tra diritti e favori elettorali”, ha detto Stefania Pezzopane. “Per quale motivo gli sfollati (…) dovrebbero essere in debito morale col suo partito tanto da riempire gli autobus e recarsi a Roma a fare da comparse teleguidate alla protesta contro i fantasmi e le allucinazioni di alcuni del Pdl? E’ allucinante che si permetta di offendere i terremotati con pretese di risarcimento elettorale per un intervento che era nei doveri istituzionali di un governo”.

Qui la lettera di Verdini in pdf

Due cortei.

Un primo corteo partirà dal Circo Massimo con in testa Renata Polverini e le deputate del Pdl dietro ad uno striscione con lo slogan “Le donne parlano al futuro”. Con loro ci sarà anche il sindaco di Roma, Gianni Alemanno.
Il secondo corteo, in partenza alle 15 dalla stazione della metro Colli Albani, vede impegnati molti ministri del governo, i capigruppo ed i vice-capigruppo del Pdl. A fare da apripista i ragazzi di Giovane Italia con lo striscione “Dal governo del fare alle regioni del fare”.

I numeri

Oltre 3mila pullman, tre punti di raccolta in città, un palco di 24 metri per 16, due maxi schermi di 6 metri per 8, 12 telecamere, 4 chilometri di transenne, 150 operai e tecnici, 13 gazebo (uno per ogni regione in cui si vota), uno spazio per i Promotori della Libertà, due palchi per la Giovane Italia e i Club della Libertà.

Non crocifiggete Bersani

Prima del Consiglio dei Ministri che ha approvato il “Decreto Legge” cosidetto “interpretativo”, avevo scritto questo post nel quale si parlava di tre casi da sanare. E’ evidente che il post andava letto nel senso che la seconda parte poteva avere o meno attuazione in relazione a quale sarebbe stata la reazione del Pd sulla prima, e che questa prima parte “a sanatoria”, sarebbe stata oggetto del Decreto, mentre la seconda sarebbe stata illustrata all’avversario più autorevole, come ipotesi e minaccia.

E’ evidente a tutti ora, che si è arrivati ad un “gentleman agreement” inconfessato ed inconfessabile, e che pertanto indipendentemente dalle dichiarazioni di circostanza e dalle facce fatte feroci, per non perderle, di fronte al proprio elettorato, la soluzione del Decreto Legge sarà accettata anche dall’opposizione.

D’altra parte la resistenza a tale soluzione da parte del Pd, avrebbe determinato, con il concorso del Pdl, il peggior risultato possibile per entrambi.

Il Pdl sarebbe rimasto fuori dalla Lombardia e dal Lazio avrebbe visto rinascere la conflittualità interna con la Lega, e forse l’avvio di una crisi interna scarsamente controllabile.

Il Pd avrebbe conquistato il Lazio, ma con la presidenza della radicale Emma Bonino. Quanto alla Lombardia il centrodestra avrebbe dirottato per quanto possibile i suoi voti sul candidato del Cdu Pezzotta e Penati, che già parte basso, sarebbe stato anchesso sconfitto, infine sarebbe stato emanato un provvedimento di legge di “interpretazione autentica” che avrebbe segato il terzo mandato di Vasco Errani in Emilia Romagna, già sub judice per il ricorso del Cdu.

Il Cdu senza colpo ferire avrebbe conquistato una presidenza di regione e si sarebbe riavvicinato con maggior forza ed autorevolezza alla sua naturale collocazione, il centrodestra.

In definitiva il Pd, e le prospettive del centrosinistra, così come immaginate nel recente congresso dello stesso Pd, ne sarebbero usciti a pezzi.

Sicuri che Bersani, per avere evitato il peggio, meriti di essere crocifisso ?

Elezioni e liste: Parole chiare da Bersani

(AGI) – Roma, 4 mar. – Prima di pensare a una via d’uscita politica, Pier Luigi Bersani ha chiesto al centrodestra di ammettere la responsabilita’ per la vicenda liste regionali.
“Non so neanche cosi’ una soluzione politica”, ha detto il segretario del Pd conversando con i giornalisti in Transatlantico. “Intanto devono riconoscere qual e’ il problema”, ha spiegato, ossia che “si e’ creato un turbamento in questo percorso elettorale per una piena responsabilita’ loro”. E “questa volta suggerirei al centrodestra di non scaricare la responsabilita’ su Tizio e Caio, sui comunisti e la magistratura”, ha insistito, questo “e’ un pasticcio tutto loro”. Non solo. In tutta Italia, ha ricordato, “sono state escluse molte liste e loro devono porsi il problema enorme della parita’ di condizioni”. “Sono preoccupato di questa vicenda”, ha proseguito, ma “abbiamo straordinari meccanismi di garanzia” e ora “consiglio a tutti di attendere le verifiche in corso”. (AGI) .

Il Premier dirà ‘game over’ ? Forse si, forse no

Dice l’ANSA che dopo le mosse di Bersani di Rutelli e la presa di posizione di Casini con relativo preannuncio di sorprese da parte di Fini, ora toccherebbe a Berlusconi, a proposito di quanto vi avevo detto qui

Papania c’è e lotta insieme a noi

Non ha influito ne tanto ne poco, l’operazione “Dioscuri“, sugli sviluppi della carriera politica del senatore alcamese del Pd, Nino Papania, il quale per come previsto già prima dell’operazione della Direzione distrettuale antimafia del 3 novembre scorso è uno degli otto siciliani eletti nella Direzione Nazionale del partito.
Gli otto sono: Angelo Argento, Giuseppe Berretta, Enzo Bianco, Giovanni Burtone, Antonello Cracolici, Francantonio Genovese, Alessandra Siragusa e appunto Antonino Papania.
Gli otto componenti sono stati eletti durante l’Assemblea nazionale del Pd, che si è svolta oggi Roma.
Ora delle due l’una, o della vicenda “Dioscuri” a Roma non sapevano, o se sapevano non riengono rilevante che un senatore del Pd si avvalga dei servigi di un Filippo Di Maria.

A Roma ieri Bersani dichiarava: “Noi il partito dell’alternativa”. Si può dire legittimamente che in Sicilia non l’abbiamo notato ?

Nel frattempo la stampa avversaria, non senza qualche fondamento, si esercità nei parallelismi e nelle analogie tra la vicenda di “Arcamo” e la vicenda di “Arcore”

Lo «stalliere» di Alcamo factotum del senatore e braccio destro del boss

di Gian Marco Chiocci

Anche il Pd ha il suo «stalliere» mafioso (ma non si deve dire). Parlare dello «stalliere di Alcamo», Filippo Di Maria, mafioso fidato di mafiosi, factotum-giardiniere-autista del senatore del Pd, Nino Papania, infastidisce i mafiologi di professione ossessionati dell’antico filone manganiano che porta ad Arcore. Per i magistrati siciliani, però, l’esponente del Pd «poteva non sapere» quello che ad Alcamo sapevano anche i muri. E cioè che il braccio destro del senatore Pd, arrestato nell’operazione «Dioscuri», era autista, cassiere e uomo di fiducia del boss Nicolò Melodia, il quale boss – scrive la Dda citando il pentito Gaspare Pulizzi, reggente della cosca di Carini, arrestato insieme al capomafia Salvatore Lo Piccolo in un casolare a Giardinello – è uomo d’onore e capo mandamento di Alcamo. «Per gli incontri con il Melodia – rivela sempre Pulizzi – Lo Piccolo mi disse che avvenivano attraverso il contatto stabilito da tale Filippo (Di Maria, ndr) che si occupava di rintracciare Melodia ogni qual volta era necessario stabilire un contatto tra noi e la famiglia di Alcamo. Detto “Filippo” si occupava di accompagnare quale autista e uomo di fiducia Melodia Ignazio ai summit di mafia (…). Melodia ebbe a incontrare direttamente i Lo Piccolo, lo aveva accompagnato Ferdinando Gallina, il quale lo aveva prelevato a Balestrate dove a sua volta lo aveva prima lasciato il Filippo». Come se non bastasse, quando il 5 novembre 2007 la polizia irruppe nel casolare dov’era nascosto Lo Piccolo, trovò un pizzino riferito al factotum del senatore Pd in cui tale Vittorio comunicava a Lo Piccolo che era «in attesa di Filippo (Alcamo) per darmi appuntamento con Ignazio».
Leggendo intercettazioni e informative sull’uomo che curava gli interessi domestici del senatore Papania e quelli criminali del boss Melodia – detto «il macellaio» o «il riccio» – salta agli occhi la sua meticolosa professionalità nel gestire il complesso business delle estorsioni con relativa elargizione, ai componenti del clan, degli utili per migliaia di euro. Ma a forza si spulciare le carte della polizia si scopre che Di Maria, quando non prestava servizio a Cosa nostra, intratteneva «legami con alcuni uomini politici locali e con alcuni collaboratori dell’allora deputato regionale, oggi senatore (del Pd, ndr) Papania Antonino. In particolare – annota la Mobile di Trapani – emergeva dall’ascolto di numerose conversazioni che Filippo Di Maria svolgeva attività di factotum presso la villa di Scopello del predetto Papania, muovendosi incessantemente per procurare posti di lavoro a propri amici e conoscenti grazie anche al diretto interessamento di collaboratori e personale di segreteria del senatore», che non ne sapeva niente. Fra le telefonate «politiche» intercettate a Di Maria vi è il riscontro all’iperattivismo del factotum del parlamentare «in occasione di alcune competizioni elettorali e referendarie». Quali? «Nelle “primarie” dell’ottobre 2005 per la individuazione del candidato premier per la coalizione del centrosinistra». Oppure «nella raccolta delle firme a sostegno del referendum per la modifica della legge elettorale». Per non dire «delle primarie del 4 dicembre del 2005 per la individuazione del candidato alla presidenza della Regione Sicilia», ovviamente per il centrosinistra. «In tale contesto – chiosa il gip – emergeva chiaramente che lo staff del senatore Papania ed altri uomini politici locali contattavano ripetutamente, e in diverse occasioni, il Di Maria al fine di indurlo a sostenere le iniziative politiche sopra indicate e invitandolo a fare altrettanto con tutte le persone di sua conoscenza». Tanto basta per sollevare un caso politico? Macché. Per i magistrati «nonostante l’esistenza, certamente notoria in una piccola comunità quale quella alcamese, di uno stretto legame tra Di Maria una famiglia storicamente mafiosa quale quella dei Melodia, da nessuna delle conversazioni intercettate emergeva che gli uomini politici o i loro diretti collaboratori avessero consapevolezza del ruolo mafioso rivestito da Di Maria e che quindi sfruttassero la comprovata capacità dell’associazione mafiosa di condizionare i risultati del voto e delle competizioni elettorali». Solo per la cronaca, in un’intercettazione il fiduciario dei Melodia sprona i suoi per l’imminente battaglia: «Lui mi ha detto, muovetevi, perché siamo in mezzo a una strada», diceva al telefono. Quel «lui», secondo gli inquirenti, potrebbe essere proprio Papania. Che ovviamente smentisce e si dice all’oscuro delle trame del suo «stalliere».

da IL GIORNALE