Trapani: Processo per l’omicidio di Mauro Rostagno (23)

Udienza del 11 gennaio 2012 del processo per l’uccisione del sociologo e giornalista Mauro Rostagno avvenuta nel piccolo borgo di Lenzi, in territorio di Valderice la sera del 26 settembre 1988 ed in corso di svolgimento davanti alla Corte d’Assise di Trapani.

Alla sbarra il boss mafioso Vincenzo Virga e Vito Mazzara, per l’accusa, rispettivamente, mandante e killer dell’omicidio che sarebbe stato deciso per punire Rostagno per la sua attività giornalistica condotta attraverso l’emittente Rtc ‘Radio Tele Cine’.

In apertura d’udienza il pm Francesco Del Bene deposita i verbali di Wilma de Federicis del 3 aprile 1995 e 11 ottobre 1996, visto che il teste risede all’estero, le parti hanno concordato di acquisire i relativi verbali di interrogatorio.

Il pm Del Bene da quindi notizia che il pentito Rosario Spatola citato come teste nell’udienza odierna risulta essere già deceduto come comunicato solo qualche attimo prima dell’avvio dell’udienza dal servizio centrale operativo.
Pertanto vengono acquisiti due verbali di dichiarazioni rese da Spatola sul delitto Rostagno.

Durante l’udienza verrà esaminato il teste: Vincenzo Calcara (1956 – collaboratore di giustizia) di Castelvetrano, teste assistito.

Vincenzo Calcara risponde alle domande del pm Del Bene dopo avere ripetuto la formula di rito.

“Sono stato combinato [in cosa nostra] il 4 ottobre 1979 dalla famiglia di Castelvetrano, capo assoluto della famiglia era Francesco Messina Denaro”
Ero un semplice soldato però ero un soldato molto riservato la maggior parte degli uomini della famiglia non mi conoscevano, pochissimi uomini d’onore mi conoscevano, svolgevo mansioni abbastanza delicate, come per esempio lavoravo all’aeroporto di Linate di Milano dentro la dogana, ho fatto delle cose molto particolari”.

A volerlo mantenere riservato era stato il capo assoluto del mandamento Francesco Messina Denaro.

Richiesto di indicare i nomi degli altri uomini d’onore della famiglia di Castelvetrano che ha conosciuto nel 1979, ma anche successivamente, Calcara fa i nomi di: Lucchese Michele, uno che frequentava a Paderno Dugnano, e che era imprenditore e politico, Peppe Clemente, Giuseppe Marotta l’avvocato Totò Messina, Francesco Luppino uomini d’onore di Campobello di Mazara.
A seguito di domanda del pm, Calcara illustra quindi la geografia mafiosa della provincia di Trapani.
Calcara dice di avere fatto parte di cosa nostra fino al pentimento davanti al dottor Paolo Borsellino cioè fino al novembre 1991.

Il pm del Bene passa quindi a fare domande sul periodo 1988-1989.

In questo periodo per il mandamento di Castelvetrano chi era il capo ?
“Francesco Messina Denaro”

Capo della famiglia di Trapani nel 1988 chi era ?
“Non lo so, non ricordo, forse Minore, sicuramente non mi è stato detto chi era il capo di Trapani.

Ha commesso dei reati per conto di cosa nostra ?
“Si, trafico internazionale di droga, estorsioni, concorso in omicidio, ci sono delle sentenze in cui sono stato condannato per questo”.

Lei ha detto di avere commesso un omicidio
“Si, Sono stato condannato come esecutore materiale del delitto di Francesco Tilotta omicidio avvenuto nel gennaio del 1977 prima della mia affiliazione”.

Il pm Del Bene chiede se doveva uccidere uomini delle istituzioni dello Stato.

“Si, sono stato incaricato di uccidere il dottor Paolo Borsellino nel mese di settembre 1991 quando io ero latitante”
L’incarico gli era stato conferito da Francesco Messina Denaro, ma arrestato il 5 novembre del 1991 non ha potuto più uccidere Borsellino.
A Borsellino confessò questo incarico e gli disse che era stato condannato a morte e che Francesco Messina Denaro aveva organizzato due piani per ucciderlo il prtimo con un fucile di precisione, il secondo con un’auto bomba, dichiarazioni che ha fatto in diversi processi.
A Borsellino confessò tutto compreso un trasporto di miliardi a un tale notaio Albano di Borgetto.
Ricostruisce quindi la testimonianza al processo per il delitto Lipari.

Ha mai conosciuto Mariano Agate ?
“Si, era il capo della famiglia di Mazara del Vallo”
Non aveva frequentazione perchè abitava a Milano. Una sera ha avuto un incontro con il sindaco di Castelvetrano Tonino Vaccarino e assieme sono andati a Mazara a incontrare Agate, pochissimo tempo prima della morte del sindaco Vito Lipari.

Lei, Vincenzo Virga lo ha mai conosciuto?
“Non mi ricordo”

Cosa nostra operava nel settore degli stupefacenti ?
“Come no, cosa nostra e ciò che va oltre cosa nostra mi ha fatto entrare a lavorare dentro la dogana dell’aeroporto Linate – Milano. Dove io ero munito di un tesserino” che gli permetteva di muoversi, “ho fatto entrare quintali e quintali di morfina base”, un traffico gestito per conto della famiglia di Castelvetrano.

Le risulta se cosa nostra sopratutto trapanese avesse rapporti con la massoneria ?
“Si”. Anche uomini di onore erano massoni, intendendo con la massoneria deviata.
Lucchese Michele era uomo d’onore e massone, lui avrebbe insegnato delle cose massoniche al Calcara e lo stava preparando per essere affilito alla massoneria, Lucchese era anche la persona che lo ha fatto assumere all’aeroporto ed era il pupillo di Francesco Messina Denaro. Il Lucchese gli ha insegnato riti e regole della massoneria e questo avviene nel 1980-81 e fino all’inizio del 1982
Il Calcara riferisce che essendo sorvegliato speciale con una condanna a 15 anni in appello, risiedeva a Paderno Dugnano e contemporaneamente lavorava dentro l’aeroporto di Linate per conto della mafia di Castelvetrano.

Alla fine degli anni 80′ tra 88 e l’89 esistevano ancora questi rapporti ?
“Come no”, i rapporti tra Cosa nostra e massoneria sono sempre esistiti certamente c’erano nel periodo 1988-89, senza la massoneria non si fa niente, “nelle cose importantissime si deve venire a patti con la massoneria” sottolineando il Calcara di riferirsi a una qualche “massoneria deviata”.

Il pm pone ora domande maggiormente pertinenti all’omicidio Rostagno

Il Calcara riferisce che quando uccisero Rostagno era detenuto a Favignana, era in cella con Lazzarino, Francesco Luppino della famiglia di Campobello di Mazara, Lo Bocchiaro Giuseppe e apprese dell’omicidio dalla televisione.
La presenza di Rostagno dava veramente molto fastidio” si diceva parlando con Lazzarino e con Luppino Francesco, con Lo Bocchiaro, ma sopratutto con Luppino.
Rostagno non dava fastidio solo a Cosa nostra ma anche a ciò che va oltre Cosa nostra“, a collegamenti e personaggi fuori Cosa nostra, li ha capito che doveva morire perchè stava facendo molti danni.
“Il primo danno consisteva nel fatto che lui ogni giorno era in tv a parlare contro uomini di cosa nostra“.
Ma il danno maggiore era che era una sorta di detective che scopriva delle cose che facevano molto male, accusava persone, indicava le ingiustizie apertamente era contro Cosa nostra e la cosa era imperdonabile, andava molto sul profondo, “era pericoloso in poche parole si doveva far stare zitto“.
Prima i suoi compagni di cella dicevano “e quanto può durare questo ?
Dopo quando lo hanno ucciso il commento è stato un “finalmente ce lo siamo levati davanti alle scatole” o qualcosa del genere.
Luppino e Lazzarino furono contenti della sua morte.

Luppino mi disse che “questo è molto pericoloso, comunque dove vuole andare” e poi che “la botta si stava preparando ed era questione di poco tempo” parlando di Rostagno prima del suo assassinio.

L’omicidio di Rostagno fu quindi organizzato da chi ?
“Da cosa nostra”, però desidera precisare che “Rostagno non danneggia solo cosa nostra ma danneggia personaggi molto importanti collegati con cosa nostra”

Ha mai conosciuto un uomo d’onore di nome Vaccarino ?
“Era l’ex sindaco di Castelvetrano” è stato condannato per traffico di droga, “era il pupillo di Francesco Messina Denaro”, “è stato lui che mi ha mandato a lavorare all’aeroporto di Linate”.

Con Vaccarino ebbe mai a commentare il delitto Rostagno ?
“Si, se non ricordo male si”, nel periodo della latitanza

Ricorda cosa le disse Vaccarino ?
Vaccarino mi disse che li fratuzzi nostri lo avevano eliminato perchè dava fastidio a molteplici interessi che ruotavano nella nostra provincia”, per fratuzzi nostri intendeva ovviamente appartenenti di cosa nostra, ma lui intendeva in modo particolare la massoneria, i fratelli, fratelli massoni.
In precedenza a verbale aveva detto che fratuzzi erano da intendersi gli alleati della famiglia di Castelvetrano, e precisamente alle famiglie di Trapani e Mazara del Vallo.
Calcara non smentisce l’affermazione verbalizzata, ma insiste con il dire che i “fratuzzi” erano uomini della mafia quanto della massoneria in una cointeressenza.
Vaccarino ufficialmente era un massone.

Il pm Del Bene chiede chi fosse l’avv. Totò Messina.
“Mafioso di Campobello di Mazara in stretti rapporti con Francesco Luppino” il Messina era un massone ed è stato imputato per il sequestro Corleo, era in carcere con lui nel carcere di Trapani, in quel periodo ci fu anche il suicidio in carcere di Vesco.
In carcere il programma di Rostagno lo sentivano tutti e i commenti erano delle vere e proprie parolacce.

Rostagno ricorda Calcara parlava anche di massoneria e di persone che non doveva toccare
Calcaro riferisce che a Favignana è stato detenuto dopo essere stato estradato dalla Germania a marzo-aprile del 1986, e vi sono stato fino a luglio 1990.

Perchè ha iniziato la collaborazione ?
Calcara riferisce di avere avuto un grande travaglio interiore e che ha capito di essere stato usato ingannato ha pensato che l’unica persona che lo poteva salvare era Paolo Borsellino ha pensato “io salvo lui e lui salva me”.

E’ stato condannato e le è stata riconosciuta l’attenuante della collaborazione ?
“Si, come no, ho avuto uno sconto di pena”, “tutto ciò che ho detto allora sulla uccisione di Paolo Borsellino è stato confermato da Giuffrè, Brusca”, “nel 1992 io ero il solo a parlarne” del piano di morte per il dott. Borsellino e che a volerlo morto era Francesco Messina Denaro.

E’ il turno dell’avvocato Lanfranca

L’avvvocato Lanfranca chiede di sapere, quando il teste ha parlato di personaggi a cui Rostagno dava molto fastidio a chi si riferisse.
Calcara risponde: “Alla massoneria e a uomini delle istituzioni deviati”.

L’avv. Lanfranca chiede al teste se sa chi è Licio Gelli e se ha notizia se sia mai venuto in Sicilia.
Il teste risponde di sapere chi sia Licio Gelli, “un massone” per il resto non sa.

L’avv. Crescimanno torna a chiedere dei nomi.
Calcara risponde che nomi e cognomi non ne sa, però sa benissimo che Rostagno dava fastidio, ricorda che c’erano uomini delle istituzioni.
Ad esempio un uomo delle istituzioni era un maresciallo dei carabinieri che da sorvegliato speciale lo proteggeva un tale maresciallo Giorgio Donato.
Calcara conferma poi un verbale di interrogatorio del 1992 nel quale affermava che: “Rostagno i fastidi maggiori li dava ai politici di Mazara del Vallo e di Trapani”.

La parola passa alla difesa.

Avvocato Vezzadini difensore di Virga.

Quanto tempo è stato all’aeroporto di Linate ?
“Un anno, un anno e mezzo.Tutto il 1981 ci sono stato”

Dopo di cosa si è occupato ?
“Dopo sono stato in carcere in Germania dall’1981 ai primi dell’82′”.
“Estradato, dal luglio 1982 al luglio del 1990 sono stato in carcere in Italia, dal luglio 90 fino a 5 novembre 91 giorno in cui sono stato arrestato, ero latitante”.
L’incarico di uccidere il giudice Borsellino lo ricevette nel settembre del 1991 durante la latitanza.
“Luppino l’ho conosciuto negli anni antecedenti quando assieme a Luppino ho fatto una rapina alla cantina sociale di Castelvetrano”.
Con Luppino sono stati assieme a Favignana nel periodo in cui Rostagno faceva le sue trasmissioni, Luppino è stato quello che gli comunicò che ero stato “posato” e in seguito lui stesso gli disse che non era più “posato”.
Calcara afferma di essere stato sotto programma di protezione dal 92 al 98 poi è uscito fuori volontariamente dal programma di protezione, ma non ha mai interrotto la collaborazione con la giustizia. Ha pagato tutto, ha scontato tutto ed oggi è un libero cittadino.

Ha parlato mai dell’attentato al Papa?
“Ho fatto delle dichiarazioni al dott Priore, al dott Marini a Roma, è tutto collegato a quel viaggio dei dieci miliardi”
Il pm Del Bene si oppone ad ulteriori domande non attinenti al processo.
Il presidente sostiene che nel controesame evidentemente si vuole valutare l’attendibilità del dichiarante, tuttavia l’avvocato Vezzadini dovrebbe cercare di contenere un po’ il percorso tematico.
L’avv. Vezzadini conferma che la domanda è posta per valutare l’attendibilità del teste e chiede da chi è stato deciso l’attentato al Papa.
Calcara invita la difesa a leggere la sentenza del presidente Almerighi, sostenendo che lì dentro c’è scritto tutto, ha fatto delle dichiarazioni e le conferma.

Il presidente chiede a Calcara di riassumere in breve le dichiarazioni rese in quel processo.
Calcara si limita a rinviare a quanto contenuto nelle dichiarazioni rese al dottor Marini e al dottor Priore, confermando le dichiarazioni rese allora.

L’avv. Vezzadini torna a chiedere al teste se sa da chi era stato deliberato l’attentato al Papa.

Interviene quindi l’avvocato Crescimanno, il quale fa rilevare che non risultando agli atti che il Calcara ha fatto dichiarazioni circa l’attentato al Papa, bisognerà prima chiedergli se lo sa e quindi se ne sa il nome.

Il Presidente concorda.

A questo punto l’avvocato Vezzadini riformula la domanda: “Lei sa da chi è stato deliberato l’attentato al Papa ?”
“Non l’ho mai detto, c’erano interessi che vanno oltre Cosa nostra, interessi che vanno oltre cosa nostra, mi voglio fermare qua, perchè ogni volta che ho parlato di queste cose sono stato sempre, questo lo dico bello chiaramente, e ho fatto queste dichiarazioni, interessi che vanno oltre cosa nostra”

Che cosa vuol dire che era stato deliberato da cosa nostra ?
“No sto dicendo che c’erano interessi che vanno oltre cosa nostra” e conclude con: “ma questo è il processo per l’attentato al Papa o per il delitto Rostagno ?”.

E’ il turno dell’avvocato Vito Galluffo difensore di Vito Mazzara.

L’avvocato Galluffo chiede perchè lui è uomo d’onore “riservato” e se c’è una ragione specifica.
Fu una decisione di Francesco Messina Denaro, Vaccarino, il cosidetto “Svetonio” è stato assolto dall’associazione mafiosa proprio perchè era un uomo riservato.

Lei è stato mai condannato per mafia ?
“Si, nel processo Alagna+30″

Quando ha saputo che capo di cosa nostra per la provincia di Trapani era Francesco Messina Denaro e da chi ?
Il 4 ottobre del 1979 io vengo a conoscenza che Francesco Messina Denaro è il capo della famiglia di Castelvetrano”

Come ne viene a conoscenza
“Il giorno in cui sono stato combinato”

Chi c’era presente ?
“Peppe Clemente, Furnari, Santangelo, Francesco Messina Denaro, Marotta” circa 7 o 8 persone.

L’avvocato chiede quando divenne riservato.
“In quella occasione”

Questi uomini d’onore di cui lei ha parlato sa di dove sono e a quale famiglia appartengono ?
“Tutti della famiglia di Castelvetrano”

Sa di quanti mandamenti è composta cosa nostra in provincia di Trapani ?
Calcara non ricorda, sostiene che era un ragazzo quando è stato fatto uomo d’onore, e che è andato subito a lavorare a Milano, le sue conoscenze erano limitate.

Lei è stato latitante e nel periodo in cui è stato latitante ha mai scritto lettere dove diceva che era stato affiliato nel 1991 ?
Calcara dice di non avere mai scritto lettere durante la sua latitanza.

L’avv. Galluffo ricorda una lettera scritta da lui e che lui spedì in Sicilia e letta in aula a Bologna nel processo Alagna+30 nel 2004.
Calcara conferma, ma contesta il legame lettera-latitanza, avendo scritto la lettera da detenuto, e sostiene trattarsi di una lettera scritta all’allora suo difensore avvocato Pantaleo. Calcara ricorda che all’avvocato chiedeva cosa potere escogitare per essere estradato dalla Germania (paese in cui era detenuto per rapina e sequestro di persona) e risparmiare gli anni di carcere in Germania in considerazione della condanna a 12 anni che gli era stata inflitta in Italia.
Era una idea, non era altro, si cercava un marchingegno per “fregare” la giustizia tedesca ed italiana per avere l’estradizione, a quei tempi non pensava minimamente di collaborare, la volontà di collaborare nacque nel 1991 quando fu arrestato durante la latitzanza.

Ma in questa lettera faceva anche riferimento a intenzioni per rendere dichiaraziooni false in ordine all’omicidio Lipari ?
Calcara ripete che era un marchingegno, non era altro e che quella lerttera è stata scritta quando ancora aveva memntalità da uomo d’onore, per suscitare l’interesse dell’Italia ad estradarlo.

A proposito dell’attentato al Papa, ha mai fatto il nome di Totò Riina ?
“A lei ci risulta a me no”.

Al giudice Priore o ad altri magistrati italiani lei ha dichiarato mai che il mandante dell’attentato al Papa è stato Totò Riina ?
“Avrò parlato di Totò Riina comunque in questo momento io non ricordo tutte le parole, le dichiarazioni che ho fatto, non me le posso ricordare dopo 25 anni”, “ho ricordato che Agca era stato a Palermo addestrato da uomini di Cosa nostra”, “non ricordo se ho detto che Riina era il mandante”.

Ha parlato mai di cadaveri o di qualcuno morto legato all’omicidio del Papa e seppellito chissà dove rispondendo a magistrati italiani ?

L’interrogatorio di Calcara viene sospeso per un contraddittorio tra il pm Paci e l’avv. Vito Galluffo in relazione all’ammissibilità di ulteriori domande sull’attentato al Papa visto che non vi sono connessioni tra questi fatti, e il delitto Rostagno.

La Corte ammette le domande ma invita la difesa a non allargare il tema delle domande in modo eccessivo.

L’avv. Galluffo chiede se ha mai parlato di un cadavere nascosto.
Ne ho parlato al dottor Priore e al dottor Marini”

Di chi era il cadavere ?
“Il cadavere era legato all’attentato al Papa, il morto era un amico di Antonov che era insieme ad Alì Agca”

Ed è stato trovato il cadavere ?
“Il cadavere non è stato trovato perchè quandfo io faccio queste dichiarazioni (in un primo tempo le avevo fatte in segreto al dottor Borsellino) e dopo la morte del dottor Borsellino le faccio al dottor Priore, non ricordo se è il 94-93, non ricordo, il dottor Priore ordina, sono io a dire al dottor Priore portatemi sul posto li a Calderara, a Paderno Dugnano e vi dico dove è sepolto questo cadavere, ecco il cadavere fu seppellito a circa un chilometro dalla casa dove abitavo.”

E’ stato trovato questo cadavere, si o no ?
“Siamo arrivati li, ed era tutto un altro posto, in poche parole tutto il terreno, perchè io ho detto era un campo che allora ci seminavano granturco, quando arriviamo li sul posto era irriconoscibile perchè c’erano montagne e montagne di terra, tutto lavorato con le ruspe, il campo piano di granturco non esisteva più, ho visto delle montagne di terra. Il dottor Priore prende le informazioni e sapete bene cosa risulta ? Nel mese di marzo del 1992 esattamente proprio in quel periodo in cui lo avevo detto al dottor Borsellino, pochi mesi dopo io aver collaborato, quel posto dopo tre mesi lo hanno messo sottosopra, è sparito il cadavere”. Calcara riferisce che ci sono le testimonianze della gente del posto circa la data di tali lavori, avvenuti tre mesi dopo l’inizio della sua collaborazione e che evidentemente le infiltrazioni erano dappertutto e sapendo che lui era al corrente dell’esistenza di questo cadavere cosa nostra lo avrebbe fatto sparire.

Prosegue l’avv. Vito Galluffo chiedendo se è massone
“No, però il Lucchese voleva che io lo diventassi”

Ha incontrato mai Spatola durante i processi ?
“Che io ricordi no”

Ha avuto fatte mai proposte da Spatola per riferire delle cose non vere durante i processi ?
“In questo momentoi non ricordo, ma se qualcuno mi ha fatto qualche proposta io l’ho subito denunciato”

E ha denunciato mai Spatola ?
“Mi sto ricordando di un episodio, che io ho subito denunciato, che ho detto al magistrato, un episodio che non ricordo bene, son passati tanti e tanti anni ”
“Si vc’è stato un episodio che ho parlato, ho visto Spastola… ma l’ho visto così di volata di pochi minuti”.

Ricorda dove è stato, è stato per caso a Milano ?
“Non ricordo la città”.

Ricorda se durante qualche processo in cui dovevate rendere dichiarazioni vi siete incontrati, vi siete parlati nonostante le scorte ?
“Ricordo che abbiamo parlato qualche minuto, che ci siamo incontrati”

Vi siete scambiati numeri di telefono ?
“Si, non ricordo l’anno, ma sono tanti e tanti anni fa”

Vi siete scambiati notizie, numeri di telefono o altro, ricorda cosa avete fatto ?
“Si mi sto ricordanco che mi aveva lasciato un numero di telefono che poi io ho buttato non mi interessava”.

E lo scopo9 per sentirvi quale era, perchè dovevate sentirvi per telefono con Spatola, per fare cosa ?
“Non ricordo, non ricordo”

Per come ha dichiarato lei era per caso per “fare doppio gioco” ?
“Si è vero voleva fare così è vero, l’ho denunciato io”.

Ma lei è mafioso? Era mafioso?
“Ero un uomo di Cosa nostra”.

Lei ha fatto parte ufficialmente di Cosa Nostra?
“Io ero un soldato di Cosa Nostra e appartenevo a Cosa Nostra e ubbidivo a Cosa Nostra, ciecamente”.

Gallluffo chiede se lui è stato sentito a Caltanissetta presso la Corte d’Assise di Caltanissetta.
“Si dove sono stato smentito, l’unica sentenza dove sono stato smentito”

E si trattava dell’omicidio Ciaccio Montalto ?
“Non ricordo, non ricordo”

Ricorda l’anno quale fu grosso modo, per caso fu il 1997 quando venne sentito ?
“Si che me lo ricordo la sentenza di primo grado però poi c’è stata una sentenza di secondo grado, e poi di terzo grado, lei ce le ha le sentenze di secondo e terszo grado?”. Quella sentenza dove sono stato smentito è stata smontata da altre due sentenze”.

L’avv. Salvatore Galluffo prende la parola.

Chiede al Calcara il suo il ruolo dentro Cosa Nostra?
“Ero nun soldato”.

E quanti eravate?
“Eravamo migliaia, migliaia, ma non nella famiglia di Castelvetrano, ma in cosa nostra in generale”

Riesame del pm Del Bene che chiede a proposito dell’incontro con Spatolacosa avvenne dopo l’episodio
“Subito, subito l’ho denunciato al dottor Condorelli se non ricordo male della Procura della Repubblica di Caltanissetta”.

Le domande della corte.

Il presidente Pellino chiede se ha commesso un solo omicidio e come lo ha commesso.
“Si, ho sparato, sono passati 35 anni, io ho ucciso, però la storia è molto lunga sono stato condannato per l’omicidio di Francesco Tilotta ma io per quell’omicidio mi sono sempre proclamato innocente, ho commesso un altro omicidio, ma non è attinente a questo processo credo”.

E questo altro omicidio come lo ha commesso, con che arma ?
“Non ne desidero parlare”

Lei è cacciatore ?
“Mi piaceva andare a caccia”.

Ha mai posseduto un fucile da caccia ?
“Ricordo di averne avuti tanti fucili, ma illegalmente”

Il presidente chiede se a Favignana c’era una sala di socialità dentro al carcere per i detenuti e a che ora i detenuti erano ammessi”.
“Si, non lo ricordo bene, non ricordo l’orario, c’era che ci incontravamo da una sezione all’altra, con Luppino ci incontravamo essendo che lui faceva lo scrivano poteva girare tutte le sezioni, poi ci incontravamo la domenica a messa. Si a Favignana c’era una stanza dove ci incontravamo e in quella stanza c’erano dei libri, non ricordo bene, si si c’era una televisione, la memoria è di venticinque anni fa”.

Nel 91 quando lei è stato arrestato lei era latitante, in relazione a che cosa era latitante ?
“Una condanna passata in giudicato”

L’avvocato Ingrassia, difensore di Virga, chiede sul possesso di fucili da caccia in maniera illegale e se ha mai posseduto un fucile di precisione.
“Si un winchester calibro 22 a 16 colpi”,

L’avvocato chiede come funzionava era semiautomatico o a ripetizione.
“Sparava uno dietro l’altro…..pam pam pam”.

Ma lei ha esperienza di fucili di precisione è esperto ?
“Abbastanza”.

Ma lei avrebbe dovuto uccidere Borsellino con un fucilile di precisione calibro 22?
“No no non c’entra niente con il fucile che poi mi davano in dotazione quello è tutta un’altra cosa, il piano si stava prepasrando, nel momento giusto io sarei entrato in possesso del fucile che cosa nostra mi dava”.

Quindi un fucile che lei non conosceva e che non aveva mai utilizzato
“Non so che fucile mi davano, so che doveva essere di precisione, ma non posso affermare che sia uguale a quello che avevo io”

Sa da che distanza doveva avvenire l’attentato al giudice Borsellino ?
“Si stava organizzando il piano, una distanza per uccidere tranquillamente”.

A domanda dell’avvocato Salvatore Galluffo sulla fornitura delle armi per i delitti Calcara risponde dicendo che venivano detenute dalla famiglia e venivano fornite a chi doveva sparare al momento in cui dovevono essere usate.

Finisce l’interrogatorio del teste Calcara.

L’avv. Galluffo chiede la produzione di sentenza, divenuta irrevocabile, contro Agate, Messina, Asaro Mariano, Riina, relativo all’omicidio di Giangiacomo Ciaccio Montalto, sentenza che trattando la posizione di Calcara rilevava sussistere varie ragioni per ritenere false le dichiarazioni di Calcara.
Calcara ma anche Spatola sarebbero stati ritenuti testi falsi ed inattendibili non essendo appartenuti mai a cosa nostra.
La Corte di Assise decide l’acquisizione della sentenzza.
Il pm Del Bene osserva che la sentenza che verrà acquisita è una sentenza di primo grado e che la sentenza irrevocabile è invece l’ultima sentenza.
L’avvocato ritiene che l’interesse a produrre le altre sentenze, se del caso, sia dell’accusa.

L’udienza è chiusa. Prossima udienza il 25 gennaio, verranno sentiti i collaboratori di giustizia Marino Mannoia in videoconferenza e in aula Francesco Di Carlo entrambi testi assistiti.

La precedente udienza del 21/12/2011 la trovate qui

grazie a Radio Radicale

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Trapani: Processo per l’omicidio di Mauro Rostagno (22)

Udienza del 21 dicembre 2011 del processo per l’uccisione del sociologo e giornalista Mauro Rostagno avvenuta nel piccolo borgo di Lenzi, in territorio di Valderice la sera del 26 settembre 1988 ed in corso di svolgimento davanti alla Corte d’Assise di Trapani.

Alla sbarra il boss mafioso Vincenzo Virga e Vito Mazzara, per l’accusa, rispettivamente, mandante e killer dell’omicidio che sarebbe stato deciso per punire Rostagno per la sua attività giornalistica condotta attraverso l’emittente Rtc ‘Radio Tele Cine’.

Durante l’udienza viene esaminato in videoconferenza da un sito riservato il teste: Giovanni Brusca (1957 – collaboratore di giustizia), di San Giuseppe Iato teste assistito dall’avv. Alfredo Fiormonti del foro di Latina, non essendo possibile ascoltare i testi Calcara Vincenzo, per impossibilità a presenziare all’odierna udienza, e Rosario Spatola .

Il collaboratore Giovanni Brusca risponde al pm Francesco Del Bene.

Il Pm Del Bene chiede al teste Giovanni Brusca notizie sulla sua appartenenza all’organizzazione mafiosa.

Soldato semplice dal 1975-76, nel territorio di San Giuseppe Jato che costituiva mandamento, dal 1989-90 è stato reggente del mandamento, fino al suo arresto nel 1996.

Ricostruisce quindi il rituale e le fasi della sua iniziazione, con puntura del dito, bruciatura del santino tra le mani, alla presenza di Totò Riina quale padrino di battesimo (mafioso), presenti quasi tutti i componenti della famiglia di San Giuseppe Iato, Bernardo Provenzano ed i Madonia di Resuttana.
Il padre non ha voluto partecipare, sebbene era al momento il reggente del mandamento in sostituzione di Antonino Salamone.

All’epoca della cerimonia Totò Riina era il Capo mandamento di Corleone. Rispetto e stima esisteva tra il padre Bernardo Brusca e Totò Riina, con reciproco scambio di favori tra i mandamenti, quali omicidi, e protezione dei latitanti.

Brusca proseguendo descrive il proprio ruolo di “portavoce” di Totò Riina, per tutta la Sicilia.
“Dove c’era Cosa Nostra andavo io” su volonta ed incarico di Totò Riina.

Quindi, chiede il pm Del Bene, i rapporti con le famiglie mafiose di Trapani sono state curate anche da lei ?
Risponde Brusca: “Si particolarmente”.

Brusca prosegue parlando della sua attività in Cosa Nostra che andava dall’omicidio, all’estorsione al traffico di droga alle stragi: “Ho dato la vita per questa organizzazione”

Tantissimi gli omicidi, “non ho mai fatto un conteggio”, partecipazione alla strage di Capaci, alla strage Chinnici, e alle diverse faide di Cosa Nostra.
Riina dava gli ordini, più lui che il padre Bernardo, anche per i delitti aveva un “rapporto privilegiato” con Riina.
Ha condiviso la strategia stragista e questo fino a quando non ha scoperto dalle parole di Salvatore Cangemi che Riina voleva attentare alla sua vita.

E’ stato latitante dal 1992 (maxi uno) al 1996 quando è stato arrestato.

Come capo mandamento succede a Baldassare Di Maggio per incarico di Totò Riina con l’accordo del padre.
Nel 1989 i rapporti con Riina erano ottimi.
Nella famiglia di San Giuseppe Iato ha avuto maggiori rapporti con il padre, poi con Baldassare di Maggio e tutti gli altri.

Brusca si è occupato non solo della struttura militare, ma anche della struttura politica ed amministrativa di Cosa Nostra.

Gli appalti erano il secondo suo interesse, dopo l’integrità di Cosa Nostra delegatagli da Salvatore Riina e poi anche autonomamente.

Nel sistema degli appalti una delle attività era regolare la cosidetta “messa a posto” delle imprese (pagamento del pizzo), era amico di Angelo Siino, delegato per suo conto a gestire una parte dei lavori della Sicilia e comunque quelli che gli capitavano, quando Angelo Siino non poteva intervenire interveniva lo stesso Brusca.

La cosidetta messa a posto riguardava solo chi si aggiudicava un lavoro, doveva pagare un pizzo variabile dal 2 al 3 per cento rispetto all’importo, per non subire danni.

Altra cosa era l’aggiudicazione pilotata degli appalti, se c’era il desiderio del capo mandamento, del capo mafia della zona o dell’impresa a loro vicina, l’aggiudicazione pilotata era sempre frutto di accordi con la politica in una sorta di accordo a tre.
Imprenditori, Cosa Nostra ed enti appaltanti

Chi era Angelo Siino ?
Ufficialmente Angelo Siino non era uomo d’onore, ma per le mie conoscenze, di Cosa nostra ne sapeva più di me“.

La designazione di Angelo Siino nel ruolo di ‘ministro dei lavori pubblici di Cosa Nostra’ fu promossa da Giovanni Brusca che ne fu il primo sponsor.

Brusca riferisce che ha deciso di collaborare con la giustizia nell’agosto del 1996 pochi giorni dopo l’arresto.
Inizialmente, a suo dire, la collaborazione fu esitante e difficoltosa, poiche non voleva accusare chi lo aveva aiutato nella latitanza, in seguito superò le iniziali esitazioni.

Brusca a domanda specifica del pm Del Bene risponde che nella veste di esecutore materiale di omicidi ha avuto a che fare più volte con armi che si sono inceppate.
Una volta è successo a Piana degli Albanesi, quando uccisero un certo Filippo, con Baldassare Di Maggio e Santo Di Matteo, in quel caso la pistola si inceppò,
Un’altra volta a Camporeale con Di Maggio e Maniscalco ed altri, si inceppò un fucile a pompa.
Ma ci sono state anche altre occasioni di cattivo funzionamento delle armi nonostante le avesse preparato personalmente.
Ritiene che anche ai killer professionisti di Cosa nostra potevano accadere di queste cose.

Brusca conferma di avere conosciuto mafiosi trapanesi ed avere commesso omicidi a Trapani, nel suo territorio, e in provincia per ordine di Riina,

Ha intrattenuto “rapporti con Mariano Agate sino all’ultimo uomo d’onore”, Vincenzo Sinacori, Andrea Gancitano, rapporti sin dagli anni 70 con i mafiosi trapanesi, “andavamo a Mazara, a Campobello, incontravamo i Messina Denaro, padre e figlio, più frequenza avevamo a Mazara del Vallo”, “rapporti proseguiti sino al momento del mio arresto”, ultimamente contatti con Matteo Messina Denaro rappresentante di tutta la provincia.
Mariano Agate è stato sempre capo del mandamento di Mazara, Sinacori quando Agate era in carcere, e dopo le contrapposizione con mastro Ciccio, Francesco Messina, Sinacori divenne reggente del mandamento mazarese.

Mazara del Vallo era un punto di riferimento, qui Riina trascorreva la villeggiatura nel periodo estivo negli anni tra 80′ e il 92′.
Mariano Agate di fatto era il capo mandamento e protettore della latitanza di Riina.

Mafiosi trapanesi conosciuti sono stati Totò Minore, il fratello, un altro ragazzo poi scomparso con Salvatore Minore, Vincenzo Virga, Vito Mazzara, rapporti sino alla conclusione della mia latitanza.

“Virga era capo mandamento della città di Trapani e dei dintorni, e lo era sicuramente da dopo l’omicidio di Minore”.
Vito Mazzara l’ho conosciuto nel tempo,in quanto essendo uomo d’onore, sapevo era molto amico dei mazaresi, in particolare di mastro Ciccio Messina, che lo aveva proposto per utilizzarlo per l’omicidio Borsellino, in quanto era un professionista, una sorta di tiratore scelto, una persona molto affidabile con le armi“.

Questa discussione con mastro Ciccio, avvenne nel periodo in cui Borsellino era a Marsala.
“Mastro Ciccio mi disse che voleva utilizzare Vito Mazzara con un fucile di precisione”.

Conclude il pm del Bene, prosegue l’interrogatorio il pm Gaetano Paci.

A proposito di Vito Mazzara, Brusca riferisce che Vito Mazzara, su ordine di Messina Denaro, partecipò al sequestro del piccolo Giuseppe Di Matteo.

Quali i delitti commessi da Vito Mazzara di sua conoscenza ?
Brusca non ha ricordi specifici, sa che è stato utilizzato per vari fatti, con lui comunque non ha mai realizzato omicidi.

Lei ricorda di avere mai parlato con Riina dell’omicidio Rostagno ?
“Si ci fu, non mi ricordo con precisione, non mi ricordo lo spunto, se era una notizia giornalistica, televisiva, non mi ricordo da dove fu l’origine di questo nostro argomento, ad un certo punto si parlava di questo, dell’omicidio Rostagno ed io gli chiesi, per i rapporti che si erano instaurati nel tempo, … se lui ne sapeva parlare, lui mi ha detto si, in sintesi, si sono tolti questa rogna, questa rottura di scatole, una cosa del genere. Comunque Rostagno era un problema per quel territorio e i mazaresi o i trapanesi sapevano ciò che stavano facendo e finalmente avevano chiuso questo conto e avevano tolto di mezzo questa persona.”.

Brusca ricorda che tale colloquio avvenne a Palermo.

Il pm Gaetano Paci legge il verbale di interrogatorio risalente al 1997 e al 1999 reso da Brusca sul delitto Rostagno.

Il pm ricorda la frase di Riina detta a Brusca, “si levarono sta camurria”, come trascritta nel verbale.
Il pm sottolinea l’uso del plurale da parte di Riina e ne chiede il perchè.
Il plurale, dice Brusca in estrema sintesi, era perchè il delitto interessava più persone a Trapani.
Riina dà a Brusca la conferma in definitiva che è stata Cosa Nostra a volere l’uccisione di Rostagno.

Brusca ricorda che Rostagno lavorava in una tv di un certo Puccio, un imprenditore che ebbe a conoscere tramite Angerlo Siino.
Questo Puccio lo conobbe personalmente, essendo stati assieme a lui una settimane nell’89 per chiudere degli appalti. Una volta gli chiese anche di sponsorizzare un politico, forse Salvatore Cintola.

Il pm rilegge un verbale nel quale è scritto: “Gli posso dire che Puccio Bulgarella è amico di Angelo Siino“, e allora chiede se sta parlando della stessa persona indicata nel verbale del 1997 e del 1999: “Confermo” risponde Brusca, “sto parlando di Puccio Bulgarella.

Apprendendo del delitto Rostagno, parlandone con Riina, seppe anche del fucile scoppiato.
In quel momento non sapeva se era un fatto di Cosa Nostra, chiese a Riina e con la sua risposta gli confermò che era un delitto di mafia, ma senza entrare in particolari.
“Qualunque cosa facevano i trapanesi, Riina ne era a conoscenza”, ciò non vuol dire che era il mandante, ma Riina per i rapporti che aveva con i trapanesi veniva sempre informato di tutto e per tutto.
Movente? “Dava disturbo al territorio come giornalista”, Brusca non escude che Riina possa essere stato l’istigatore dell’omicidio, ma il “camurria” di Riina crede che si riferisca alla attività del Rostagno.

Il pm chiede di Francesco Milazzo. Il Brusca risponde che forse si, l’ha conosciuto, ma non ne è certo.
Il verbale del 1999 dice che Brusca ha conosciuto il Milazzo, tuttavia Brusca pur ricordando le circostanze riportate nel verbale conferma i dubbi sulla conoscenza.

Quali erano i rapporti tra Bulgarella e Siino. Brusca risponde: “Ottimi, superottimi”, una grande conoscenza, stima e fiducia, in quel momento storico.

Bulgarella era stato messo in cattiva luce per via del fatto che era amico di Giovanni Falcone poi perchè dava ospitalità nella sua tv a Rostagno presso gli uomini d’onore di Trapani, ma fu un malumore che fu sopito dentro Cosa nostra.
Bulgarella aveva interessi negli appalti pubblici, aveva altri familiari che facevano gli imprenditori, con Siino lui usufruiva di privilegi da parte di Cosa nostra, vinse così le ostilità, anzi veniva anche favorito, c’era con Bulgarella un certo Sciacca.
Certamente l’atteggiamento nei confronti di Bulgarella da parte di Cosa nostra a un certo punto è cambiato sennò non avrebbe ricevuto appoggi, e questo deve risalire all’88-89 in poi, fino a quel momento c’era ostilità.

Una volta erano con Siino e Bulgarella al ristorante Trittico di Palermo, e Bulgarella ha scaricato nell’occasione sulla moglie [la presenza di Rostagno in tv] e che lui non aveva colpa.
Per Brusca questo avviene nel 1989 inizi 90, e lui (il Puccio Burgarella) era stato già inserito in Cosa Nostra.
Certamente Bulgarella sapeva con chi aveva a che fare, chi era Siino e chi ero lui, “quello che risolveva i problemi” negli appalti in diverse occasioni.

A titolo di esempio Brusca racconta un episodio relativo ad un appalto: “C’era un appalto nel trapanese e l’imprenditore Spina, Pietro Spina di San Giuseppe Jato, e aveva espresso interesse per questo appalto, io l’ho addomesticato, ero l’unico che ci riusciva a parlare per la messa a posto, sia per farlo ritirare, lo usavamo per fare le offerte di appoggio, dopo una serie di danneggiamenti ha capito e si è avvicinato a me, mettendosi a disposizione a questo tipo di sistema. Era una lavoro idraulico, lavori per un fiume, per partecipare ci volevano categorie speciali, e Spina le aveva, i lavori interessavano anche a Bulgarella, ma Spina non voleva ritirarsi, mi vennero a parlare Siino e Bulgarella, ci ho messo tempo a persuadere e convincere Spina e alla fine ho risolto il problema a favore di Bulgarella.”. Alla fine il lavoro è stato aggiudicato a Puccio Burgarella.

Burgarella quindi sapeva che lei era un mafioso ?
“Era chiaro che io ero un mafioso e Bulgarella lo sapeva”, “non c’era bisogno di specificarlo chiaro, sapeva benissimo chi ero e chi non ero”.

Con mastro Ciccio, Vincenzo Sinacori e forse anche con Matteo Messina Denaro ebbero a parlare di spartizione di lavori nel trapanese, anche di Puccio Burgarella.

Nel 91 con Bulgarella passarono una settimana assieme a Roma, altre volte sono stati a casa di Siino a Palermo, si sono visti a Trapani città, e un’altra volta mentre andava con Siino a Mazara, Bulgarella li sorpassò in autostrada e allora venne pure fermato dalla Polizia Strdalae.
Superato il posto di blocco si fermarono più avanti per salutarlo. Bulgarella era in compagnia di un’altra persona, forse una donna che con Burgarella aveva un rapporto confidenziale, era anche a Roma e crede fosse la sua segretaria dalle origini francesi.
Non esclude fosse presente anche quando mangiarono al Trittico di Palermo.

La segretaria era l’amante ?
“Ho avuto questa impressione ma non ne sono sicuro”, Siino gli disse che non aveva buoni rapporti con la moglie, l’episodio in autostrada risale al 1990-1991 e fu dopo, se non ricorda male, quell’incontro a Roma.

Erano a Roma per gli appalti della Sirap, Brusca era partito con Siino. Quella presenza a Roma era programmata, alloggiavano in un albergo di via Veneto

Angelo Siino gli parlò del rapporto tra Puccio Bulgarella e la moglie di questi, gli disse che i rapporti non erano buoni e che il comportamento della signora Bulgarella era del tutto contrario a Cosa Nostra.
La signora Bulgarella non aveva un atteggiamento accomodante nei confronti di Cosa Nostra e Siino sospettava che vi fosse un rapporto tra i due, tra Rostagno e la signora Bulgarella.
I rapporti tra Puccio e la moglie gli raccontava Siino erano conflittuali, rapporti di complicità c’erano tra la signora Bulgarella e Rostagno.
Questa discussione fu fatta a Roma mentre aspettavano che arrivassero Bulgarella e sua moglie”.

Il soggiorno a Roma rispetto al delitto Rostagno crede che sia stato a distanza di anni, Brusca ritiene di avere salvato la vita a Puccio Bulgarella perchè i malumori nei suoi confronti erano forti da parte dei mafiosi trapanesi, lui non era ben visto.

Riprende il pm Del Bene.

Del Bene chiede se Brusca conosce la comunità Saman.
Ne ha sentito parlare in relazione a questo omicidio e durante la latitanza quando era ospitato a Valderice da Mario Pollina o Pollari.
Passavo dalla strada vicino a Saman quando nel periodo di latitanza ero da quelle parti, per 10 – 15 giorni all’inizio del 1996

E’ il turno dell’Avvocato Vito Galluffo, difensore di Vito Mazzara.

Riina sapeva del delitto ?
“Non c’era cosa che si muovesse se lui non lo sapesse, Cosa Nostra per me c’entra, è una deduzione per quello che mi dice Riina che mi dice si sono tolti questa camurria”.

Da questo punto in poi, si innesca un contraddittorio tra difensore, parti civili e pm sulla introduzione di un verbale di interrogatorio il quale riguarda il racconto fatto ai pm nel 96 e 97 e ripetuto nel 99 sul delitto Rostagno. La Corte con l’accordo delle parti decide di acquisire tutti i verbali di interrogatorio.
Nel prosieguo del confronto tra le parti, non c’è l’accordo a fare transitare tutti i verbali ma solo quello del 1999, la Corte restituisce il fascicolo e l’udienza prosegue. La Corte decide di leggere il verbale, al termine il pm Del Bene evidenzia che non c’è contraddizione tra le dichiarazioni odierne e quelle fatte in istruttoria. Anche il presidente della Corte Pellino conferma l’inesistenza di contraddizioni.

L’avv. Galluffo torna quindi ad interrogare Brusca su commenti fatti a proposito della competenza e/o incompetenza nell’esecuzione dell’omicidio.
“Che io sappia no”.
L’avvocato legge un brano di un verbale precedente a chiarimento Brusca afferma che conoscendo gli operatori trapanesi il fatto che fosse scoppiato il fucile gli fece sorgere dubbi ma erano deduzioni personali.

Brusca fa quindi l’elenco degli omicidi commessi nella provincia di Trapani.
A Marsala contro Zicchitella ad Alcamo contro i Greco, a Mazara contro i L’Ala.

Puccio Bulgarella, era affidabile ?
“Quello che avevo da dire su Puccio Bulgarella l’ho detto”, “sino ad un dato punto era ritenuto uno sbirro, poi dopo il mio intervento cambiano opinione” e questo dopo il 1988.
“Per quelle che sono le mie conoscenze le cose eclatanti che avvenivano in provincia di Trapani Riina le sapeva” addirittura posso pensare che per alcune ne era l’istigatore, ma non sempre le posso provare”.

Ma decisioni autonome ce ne possono essere state ?
“Le garantisco che dall’avvento di Riina tutto passava da lui, certe volte interveniva pure sulla spartizione di soldi in provincia di Trapani”.

Traffico di armi e di droga ?
“La droga si, le armi solo quelle che servivano per la commissione di omicidi.”.

E’ il turno dell’avv. Salvatore Galluffo il quale chiede se ha mai dubitato delle risposte di Riina sul delitto Rostagno anche su altri delitti, in generale. “Non ho mai dubitato, almeno fino al momento della collaborazione”.
Sul delitto Rostagno ha avuto dubbi ?
“No l’ho presa per buona”.

L’avv. Salvatore Galluffo ricorda che Brusca interrogato il 20 febbraio 1997 disse: “però non posso dire al 100 per cento che sia Cosa nostra senò altra fonte”. Quale può essere l’altra fonte? “Quando i pm si sono avvicendati nel tempo e mi chiedevano se io ero a conoscenza delle motivazioni, per cui era stato Rostagno, c’erano state altre indagini, arresti, io mi riferivo a quegli accadimenti, e per questo dicevo di non sapere nulla, rispetto a quello che era emerso da altre indagini.”. “Non lo so perchè Rostagno è stato ucciso non ho partecipato alla deliberazione”.

Capitavano scambi di favori (partecipazione ad omicidi) tra un mandamento e l’altro ?
“Si”.

A proposito dell’uso e del possesso delle armi, Brusca dice che ogni mandamento aveva il suo arsenale.
Ricorda di avere utilizzato armi anche adoperate per altri delitti da altri soggetti. Ricorda quando prestò un suo fucile alla mafia di Alcamo durante una faida e di come una sera andato a prendere quel fucile finì con l’usarlo in un conflitto a fuoco con una pattuglia della polizia.

Domande dell’avv. Vezzadini, difensore di Vincenzo Virga.

Sul dialogo tra Riina e Brusca a proposito del delitto Rostagno
Parlò con Riina del delitto Rostagno, che il fatto era appena successo, su richiesta dello stesso Brusca, incidentalmente, erano a Palermo a casa di Salvatore Biondino, a quattrocchi.
Brusca ribadisce che era portavoce di Riina e non era solo manovalanza, conferma che per suo ordine ha partecipato a guerre di mafia e per le faide spesso armi di un mandamento venivano usate in altro mandamento.

Domande dell’avv. Ingrassia, altro difensore di Virga.

L’avvocato Ingrassia chiede a proposito di Totò Minore.
Brusca ricorda che l’ultima volta l’ha visto vicino Salemi.

E Virga quando l’ha conosciuto ?
In contrada Dammusi quando si incontrava con Riina.

Quali i delitti commessi a Trapani ?
Denaro, Ala, una lunga serie ad Alcamo, dalla fine degli anni 70 fino agli anni 90.

In quali occasioni ha incontrato Virga ?
In due occasioni, quando ad Alcamo fu ucciso Paolo Milazzo in un conflitto a fuoco con la Polizia, e quando fu decisa la soppressione di quattro alcamesi nel territorio di Partinico.

Quanti omicidi ha commesso a Trapani
Saranno stati 10, 12, 13 gli omicidi commessi a Trapani, ma direttamente non ha ricevuto appoggi da Virga.

Il difensore chiede notizie sui vantaggi ricevuti da Puccio Bulgarella
Brusca risponde che Puccio Burgarella: “Ha cominciato a fare parte di questo sistema alla fine del 1988“.
Prima non c’erano contatti? A detta di Brusca no, anzi addirittura i mafiosi trapanesi manifestavano intenzioni omicide per la sua non disponibilità a fornire buste di appoggio o a non ritirarsi dalle gare di appalto.
Nel 1982 Bulgarella (non so se lui o un altro) aveva una frequentazione con il dott. Falcone.
Metaforicamente“, dice Brusca, “ho salvato la vita a Puccio Bulgarella“.
E perchè lo ha fatto, chiede il difensore.
Brusca dice che è intervenuto perchè ha interpretato che non c’era sintonia tra Bulgarella e la mafia locale: “Intervengo in favore di Bulgarella perchè Siino mi chiese di intervenire perchè non aveva interlocutori chiari,non sapeva a chi rivolgersi, Siino mi disse che lui ne rispondeva al 100 per cento e allora sono intervenuto in favore del Puccio Burgarella

Pone ora le domande il pm Del Bene

Brusca partecipò all’omicidio L’Ala avvenuto nella piazza di Tre Fontane, il L’Ala era un soggetto vicino a Cosa Nostra ma a disposizione dei Rimi di Alcamo.

Fa le domande il Presidente Pellino

Brusca dice di avere conosciuto Bulgarella dopo l’omicidio Rostagno e che il ristorante il Trittico di Palermo era un punto di riferimento per i suoi incontri.

Per Brusca i rapporti tra Riina e Agate risalivano agli anni 60. Riina a Mazara aveva delle proprietà immobiliari. Il padre Bernardo partecipava ad una società di Agate, la Stella d’Oriente” che faceva import ed export.

Agli omicidi nel trapanese il Brusca partecipava solo se glielo diceva Riina, nemmeno il padre poteva dargli questi ordini. Anche i Madonia di Resuttana e Leoluca Bagarella venivano ad uccidere a Trapani.

Totò Minore fu eliminato a Palermo partecipando ad un incontro con Giuseppe Giacomo Gambino. Dapprima dovevano ucciderlo a Salemi, ma poi fu ucciso a Palermo con la partecipazione di Raffaele Ganci. Minore fu ucciso perchè vicino ai Rimi di Alcamo e quindi vicino a Stefano Bontade avversario di Riina. Ritiene che Minore fu ucciso nell’82-83.

Brusca riferisce a proposito dei contrasti tra Mastro Ciccio Messina e Vincenzo Virga per la spartizione dei soldi.

Nel trapanese ci furono molte “messe a posto” in riferimento agli appalti.

Vito Mazzara lo conobbe per nome negli anni 80′, di persona negli anni 90′.

E’ mai successo che si verificassero degli omicidi ddi matrice mafiosa nel trapanese, senza che si conoscesse l’identita e/o il movente, i mandanti e gli esecutori da parte dei vertici dell’organizzazione ?

Brusca risponde che la guerra di mafia ad Alcamo comincia così, ma l’esempio più calzante a suo parere è quello dell’omicidio di Carmelino Colletta ad Agrigento. Il Brusca si era recato per ordine di Riina da questo Colletta qualche giorno prima per normali discussioni, poi lesse sul giornale dell’omicidio e allora andò da Riina a chiedere spiegazioni, Riina non essendone a conoscenza lo mandò a Canicattì da Di Caro per capire chi era stato.
Riina era particolarmente attento su queste cose.

E’ il momento delle parti civili.
L’avv. Carmelo Miceli in relazione ai contrasti tra mastro Ciccio Messina e Vincenzo Virga quanto affidamento facesse Riina su Vincenzo Virga.
Brusca risponde che l’affidamento di Riina su Vincenzo Virga era totale.

L’avv. Galluffo chiede della presenza di soggetti esterni alla mafia trapanese alla faida di Alcamo e in particolare all’attentato di contrada Kaggera.
Brusca risponde confermando la circostanza che c’erano altri soggetti e ne fa i nomi: Madonia, Sebastiano un catanese, Gioè Antonino, Di Matteo, qualcuno di Castellammare, c’era Ferro, Antonino Alcamo, ecc.
I soggetti che si opponevano ad Alcamo erano ad inizio 82-83 tutti di cosa nostra, in seguito erano i cosidetti “stiddari”.
Brusca risponde quindi a proposito dell’omicidio di Carmelo Colletta, maturato all’interno di appartenenti a Cosa Nostra ma senza autorizzazione e in seguito al quale furono tutti i protagonoisti eliminati.

L’avvocato Vezzadini chiede degli omicidi L’Ala e su quando e come seppe dell’intenzione di Riina di eliminarlo.
Brusca risponde che seppe delle intenzioni di Riina in seguito alle dichiarazioni di Cangemi, intorno al 1995-96

Il Presidente Pellino chiede degli omicidi Giammona e Saporito, un uomo ed una donna, a cui il Brusca ha partecipato. Nella circostanza le due vittime erano in auto, il Brusca fece da autista e eseguito l’omicidio furono anche impegnati in un conflitto a fuoco con le forze dell’ordine.
Sull’auto vi era anche una bambina che rimase per fortuna illesa.

Una ultima domanda da parte dell’avvocato Miceli a proposito del precedente delitto in cui fu uccisa anche una donna assieme alla vittima designata.
Brusca dice che nell’occasione la donna non fu riconosciuta come tale, aveva i capelli corti.
Ma la regola quale rispetto alla presenza di una donna sulla scena del delitto ?
Brusca risponde: “Non si doveva toccare, però capita”.

La prossima udienza si terrà l’undici gennaio 2012 e verranno sentiti i pentiti Vincenzo Calcara in videocollegamento e Rosario Spatola. Per gennaio 2012 si terrà udienza inoltre il 25. La succesiva udienza è prevista per il 1° febbraio.

L’udienza si chiude qui.

La precedente udienza del 07/12/2011 la trovate qui

grazie a Radio Radicale

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Trapani: Processo per l’omicidio di Mauro Rostagno (21)

Udienza del 7 dicembre 2011 del processo per l’uccisione del sociologo e giornalista Mauro Rostagno avvenuta nel piccolo borgo di Lenzi, in territorio di Valderice la sera del 26 settembre 1988 ed in corso di svolgimento davanti alla Corte d’Assise di Trapani.

Alla sbarra il boss mafioso Vincenzo Virga e Vito Mazzara, per l’accusa, rispettivamente, mandante e killer dell’omicidio che sarebbe stato deciso per punire Rostagno per la sua attività giornalistica condotta attraverso l’emittente Rtc ‘Radio Tele Cine’.

Durante l’udienza viene esaminato il teste: Vincenzo Sinacori (1955), di Mazara del Vallo testimone assistito (collaboratore di giustizia).

Il collaboratore Vincenzo Sinacori risponde al pm Ingroia.

Il Pm Ingroia chiede al teste Vincenzo Sinacori alcune notizie sulla sua figura.

Sinacori dichiara di essere pentito, e di essersi autoaccusato di tutti i reati mafiosi.
Nell’81 entrò dentro Cosa nostra, prima soldato e nel 91 è stato reggente della famiglia di Mazara.
Fu arrestato nel 1996 e divenne quasi subito collaboratore di giustizia.
Nella seconda metà degli anni 80′ Agate Mariano era il capo della cosca di Mazara, poichè era detenuto lo sostituiva Francesco Messina detto mastro Ciccio.
Capo del mandamento era lo stesso Agate Mariano.
Il mandamento era quello di Mazara, Marsala e Salemi.
La cupola provinciale era guidata da Francesco Messina Denaro.
A Trapani a comandare il mandamento furono Totò Minore, Cola Gucciardi e da ultimo dopo la metà degli anni 80 Vincenzo Virga.
Nell’88 era Virga il capo del mandamento di Trapani.

Conosceva Mauro Rostagno?
“So che era un giornalista”.
“Mentre ero a Castelvetrano con Mastro Ciccio, Messina Denaro Francesco disse in quell’occasione che aveva dato l’incarico ai trapanesi di farsi Rostagno”.
Il “farsi” significava “uccidere” ed i trapanesi significava Vincenzo Virga.

“Non ho mai saputo chi materialmente uccise Rostagno”.
“Io posso fare solo supposizioni su chi poteva essere il braccio armato di Vincenzo Virga”
“Uno di fiducia era Vito Mazzara, quello di maggiore fiducia, poi c’era Pietro Bonanno ed altre persone”.
Il pm legge quindi un verbale nel quale Sinacori a suo tempo fece anche altri nomi come Vito Mazzara, Nino Todaro, Vincenzo Mastrantonio, Salvatore Bica.
Sinacori risponde che comunque si trattava ieri come oggi di supposizioni che questi potevano essere il braccio armato.
“Se a Trapani succedevano omicidi, se non andavamo noi, erano quelli di Trapani a sparare”.

Chi è Vito Mazzara chiede il pm.
“L’ho conosciuto, mi ha aiutato tantissimo durante la latitanza, uomo d’onore e rappresentante di Valderice”
“So che è stato nella squadra nazionale di tiro al piattello o a volo”
“Penso che la sua abilità nelle armi è stata usata da Cosa Nostra”
“Se non ricordo male ha commesso l’omicidio Montalto, l’ho saputo da Virga che era stato Vito a sparare a Montalto, non so se era stato in compagnia di altri”.

“Vincenzo Mastrantonio era impiegato all’Enel e camminava con Virga”
“So che l’hanno trovato morto, ma non so il perchè”

Perchè fu ucciso Rostagno?
“Perchè era uno che tutti i giorni macinava a Rtc sempre contro Cosa nostra, sempre mafia, mafia, mafia, il motivo era questo,
E’ una sua deduzione o che altro ?
“Non c’era bisogno di commentare il delitto si sapeva che il motivo era questo, tutti ci lemanetavamo di Rostagno, tutta la provincia di Trapani si lamentava di Rostagno, era una insofferenza infinita quella nutrita, lui non parlava di mafia, sparlava di mafia, parlava male tutti i giorni della mafia”

Conosceva chi era il proprietario di RTC
Il proprietario di Rtc era Bulgarella, non lo conoscevo, ma sapevo che c’era un Bulgarella che aveva rapporti con Siino e Giovanni Brusca ma non so se era la stessa persona, l’ho sentito dire da Brusca di questo Bulgarella”.

Il pm Ingroia cede il mircrofono per le domande al pm Paci.

Chi era Mastro Ciccio
“Mastro Ciccio era il sottocapo della famiglia di Mazara, l’uomo di fiducia di Riina a Mazara ed aveva rapporti con Virga”.

Ha conosciuto Francesco Milazzo ?
Sinacori afferma di avere conosciuto il boss di Paceco Francesco Milazzo e di averlo visto a Mazara incontrarsi con Mastro Ciccio, Francesco Messina.

Tra il momento in cui sente parlare dell’ordine del delitto ed il momento della esecuzione quando tempo trascorse ?
“Non ricordo ma credo che sia passato un mese, un mese e mezzo”.

Ci furono commenti dopo il delitto?
“Non ricordo”
Viene letto un verbale di sue dichiarazioni rese durante l’istruttoria, in data 7 marzo 1997: “Poi non ho saputo nulla, c’è stato solo quel fatto del fucile che è scoppiato, ma può scoppiare per qualsiasi motivo”.
“Ricordo del particolare del fucile scoppiato, ma non ricordo se l’ho letto sul giornale o me lo disse qualcuno”.
Nel verbale c’è scritto che lui lo apprese dal giornale, ma nello stesso verbale lui dice di avere chiesto a Mastro Ciccio “se lui mi diceva chi era stato, mi disse che se lo erano fatti i trapanesi”.
Sinacori conferma le dichiarazioni.

Il pm Paci chiede ancora se in altre occasioni erano scoppiate armi.
“Non lo ricordo” risponde Sinacori che però in istruttoria ha parlato di un revolver che scoppiò, credo per il delitto di Natale L’Ala (tentato omicidio), era una partita di revolver che erano fasulli.
Il pm fa anche una contestazione a proposito di dichiarazio rese sempre da Sinacori in istruttoria a proposito di un traffico di armi passato per Trapani.
“Io ho saputo che hanno scaricato una volta marsalesi e alcamesi una partita di armi dove c’erano anche questi revolver che non funzionarono.
Sinacori conferma ancora e risponde dicendo di non sapere collocare nel tempo quando avvennero questi traffici di armi, ma “penso – dice – che siamo negli anni 80”.

Il pm Paci torna sul delitto Rostagno. Lo avete commentato?
“Nessuno si lamentò tutti si complimentarono”
Tutti chi erano chiede il pm?
“Non mi ricordo i nomi intendevo dire tutti perchè era risaputo che Rostagno per quello che diceva doveva fare questa fine”.
“Nessuno è venuto a dire come mai, e come non mai, e poi io sapevo che Messina Denaro Francesco davanti a me aveva dato incarico a mastro Ciccio”

E poi su Vito Mazzara a proposito dell’uso di armi.
“Era il numero uno” e aggiunge “per il fatto che faceva parte della nazionale di tiro al volo o tiro al piattello”.

Vito Mazzara anche per commettere gli omicidi era il numero uno?
“Penso di si, per lui è facilissimo colpire l’obiettivo e basta”.

Domande sul delitto Mastrantonio.

Escluso un legame di questo omicidio con il delitto Rostagno
Sinacori ricorda la stretta vicinanza di Mastrantonio con Virga, per lui sicuramente questo Mastrantonio sarebbe impazzito perchè rivelava ciò che non doveva rivelare, nel senso che Virga parlava con lui e lui raccontava queste cose per dire a Mariano Asaro, che non era uomo d’onore, e poi questi le riferiva a Francesco Pace, imprenditore di Paceco. Il Pace che conosceva a mastro Ciccio, riferiva a quest’ultimo, questi discorsi.
Ma: “Mastrantonio è stato dentro Cosa nostra pochissimo, da Natale Santo Stefano, non era un personaggio conosciuto”

A proposito del delitto Rostagno Sinacori rammenta di ricordare di avere appreso dal giornale che il luogo del delitto non era illuminato.
Sinacori a proposito dell’assenza della luce fece il collegamento tra la circostanza ed un possibile coinvolgimento di Mastrantonio, soprannominato Enzo Enel perchè lavorava all’Enel, fece questo collegamento ma come sua supposizione, non glielo riferì nessuno.

Termina il pm Paci, prosegue il pm Francesco Del Bene

Del Bene chiede dei rapporti tra lui e mastro Ciccio.
“Eravamo paesani, appartenevamo tutti e due alla stessa famiglia, ci vedevamo quasi tutti i giorni, era un rapporto tutto mafioso, di Cosa Nostra, le informazioni che ci passavamo come regola dovevano essere vere”.

Il pm chiede dell’incontro con mastro Ciccio dopo il delitto Rostagno.
“Mastro Ciccio mi disse che erano stati i trapanesi”. “Non so cosa intendeva mastro Ciccio per trapanesi, ma per me i trapanesi erano Vincenzo Virga che era il capo mandamento”.

Il pm chiede, l’omicidio in considerazione della qualità del soggetto, chi potesse ordinarlo.
“In quel periodo senza autorizzazione di Riina non si uccideva nessuno, poi si passava per il capo provincia o la provincia, ma sempre col consenso di Riina, capo provincia era Messina Denaro Francesco, il delitto poteva essere demandato ad altri o lo poteva eseguire lui con l’assenso della provincia, la regola di Cosa nostra era che l’omicidio doveva essere autorizzato, a Trapani competente per i delitti era Vincenzo Virga che doveva anche lui autorizzare il delitto se commesso nel suo territorio, nel 1988 Virga era capo del mandamento di Trapani”.

“Qualche trasmissione di Rostagno all’ora di pranzo l’ho vista,lui sparlava di Cosa nostra,io ricordo in generale non di attacchi a soggetti specifici”.

Vincenzo Virga, ricorda Sinacori, faceva il gielliere, aveva imprese edili ma aveva anche interessi nella gestione di rifiuti ospedalieri, le imnprese non erano intestate a lui ma ad altri.

Il pm Del Bene chiede del boss di Campobello Natale L’Ala.
Credo risponde Sinacori era uno messo fuori dalla famiglia di Campobello negli anni 50 o 60, fu ucciso perchè dava fastidio ai campobellesi, assolutamente nel 1988 non contava nulla, non ricordo quando fu ucciso.

Tornando a Rostagno Sinacori dice che in quel periodo (1988) Rostagno ogni giorno parlava male della mafia, dei processi contro i mafiosi, del processo per il delitto del sindaco di Castelvetrano, Lipari. Rostagno andava a questo processo dove era imputato Mariano Agate.
Rostagno, dice Sinacori, parlava del processo Lipari e di tutte le cose che riguardavano Cosa nostra, ma secondo lui con il processo Lipari il delitto Rostagno non c’entra niente.

Sui rapporti tra Bulgarella e Siino Angelo.
“Bulgarella che dico io era un costruttore era uno che lavorava aveva tanti lavori anche a Palermo, non so da cosa nascevano i rapporti tra Bulgarella, Siino e Brusca, ma penso che questi rapporti nascevano dagli appalti”.

Ancora Sinacori espone alla Corte le sue dichiarazioni come supposizioni, e di non avere avuto conoscenze dirette, ma alla luce di altre indagini e processi, come quelle sugli appalti pilotati, o ancora su Virga, queste supposizioni si presentano sempre come verità.

Il pm chiede se altri giornalisti davano fastidio.
“Sicuramente qualche altro c’era, na non ricordo dice Sinacori”.

Intervengono le parti civili.

L’Avvocato Carmelo Miceli chiede se ci sono state ragioni specifiche sul delitto Rostagno.
Sinacori risponde di no.
Il legale legge un verbale del 1997, nel quale Sinacori spiega che Rostagno fu ucciso a Trapani perchè a Trapani all’epoca le forze dell’ordine non avevano contezza dell’organizzazione mafiosa, l’esecuzione del delitto avvenne a Trapani proprio perchè non si conosceva l’essenza mafiosa locale. Sinacori torna a dire di non sapere dell’esistenza di motivi specifici, ma che Rostagno fu ucciso per i suoi interventi televisivi.

Sempre l’avvocato Miceli introduce altri possibili scenari come la gestione dell’appalto per il porto di Mazara ed entra nel processo il nome di Pino Lipari, noto geometra palermitano legato alle famiglie di Palermo per la gestione di appalti.
Il legale Miceli legge ancora il verbale del 1997 nel quale Sinacori parla di rifiuti tossici ospedalieri.

Mafia e massoneria. “Come regola non dovrebbero esserci rapporti”. A lui non risulta che Vincenzo Virga può avere avuto rapporti con massoni” rapporti vietati in Cosa Nostra, pena la morte.

Rispondendo ancora all’avv. Miceli, Sinacori esclude ogni rappoorto tra Cosa Nostra e la comunità Saman.

Altri avvocati di parte civile non hanno domande.

La parola all’avvocato Vito Galluffo, difensore di Vito Mazzara, la domanda è sulle regole dentro Cosa Nostra.
La risposta di Sinacori è che: “La regola era una sola, Riina Salvatore”….Nel senso che si faceva quello che Riina diceva…

L’avv. Galluffo chiede se Rostagno dava fastidio ad Agate.
“Rostagno dava fastidio anche ad Agate ma dava fastidio a tutti.

Ma Agate c’entra col delitto? “No”.

L’avv. Galluffo chiede se durante un delitto un teste vede i killer, quale è la regola ?
“A secondo di chi spara” risponde Sinacori.

L’avvocato Galluffo chiede se può accadere che i testimoni di un delitto di mafia rimangono vivi ?
La risposta è che si può succedere che rimangano vivi

Galluffo chiede se Sinacori sappia se Mastrantonio era anche un killer.
Sinacori rispone che non gli risulta.

Sempre l’avvocato Galluffo chiede se per uccidere il “povero Rostagno” a Trapani i boss potevano usare anche killer di altra zona ?
La risposta è affermativa.

L’avvocato Vezzadini, difensore di Vincenzo Virga, chiede da quanto tempo gli esponenti di Cosa Nostra si lamentavano di Rostagno.
“Non so a quanto tempo prima del delitto risalgono le lamentele, se ne parlava da sempre, non so dire nè se erano anni nè se erano mesi” risponde il Sinacori.
L’avvocato Vezzadini chiede ancora sul coinvolgimento di Riina nel delitto Rostagno.
Risponde il Sinacori: “Il coinvolgimento di Riina è una mia supposizione perchè non si faceva niente senza il consenso di Riina, non so se nel caso Francesco Messina Denaro ha chiesto a Riina, Vincenzo Virga essendo campo mandamento a Trapani, avrebbe avuto l’incarico di organizzare l’omicidio, poi chi l’ha commesso non lo so io”

L’ordine di uccidere Rostagno arrivò da Messina Denaro Francesco, ribadisce Sinacori rispondendo all’avv. Giuseppe Ingrassia difensore di Virga.

L’avvocato Ingrassia chiede se abbia conoscenze dirette sul coinvolgimento di Virga nel delitto.
Sinacori risponde di no e di non non sapere altro.

Il pm Paci finite le domande della difesa riprende la parola e chiede dei rapporti tra la commissione provinciale e Vincenzo Virga.
Sinacori risponde che nel 1996 era latitante a Trapani ed i rapporti erano buoni. Era a Trapani con l’avallo di Vincenzo Virga, ci saranno stati anche dei contrasti ma non ricorda i particolari.

Le domande della Corte.

Sinacori viene invitato a descrivere l’organizzazioine di Cosa Nostra negli anni 80.
Sinacori risponde che c’era un rappresentante provinciale ed i vari mandamenti. Castelvetrano faceva mandamento e provincia.
E sulll’incontro nel corso del quale fu comunicato il delitto ribadisce: “Una mattina con Mastro Ciccio siamo andati a Castelvetrano a parlare con Messina Denaro Francesco, tra una parola e l’altra (parlavamo di discorsi di Cosa nostra) Messina Denaro disse a mastro Ciccio che aveva dato l’incarico a Virga di farsi Rostagno”.
A proposito degli omicidi a cui ha partecipato, il Sinacori non ricorda il suo primo omicidio, ma il primo omicidio a cui ha partecipato è stato l’omicidio di Vito Lipari.
Ogni famiglia di Cosa nostra poteva contare su gruppi di fuoco e accadeva che tra mandamenti ci fossero scambi di favore. C’erano omicidi che paesani dell’uomo da uccidere non avrebbero potuto fare ed allora arrivavano altre persone.
Per l’omicidio dell’agente di custodia Giuseppe Montalto, Sinacori dice, fu Virga a dirgli che a sparare all’agente era stato Vito Mazzara.

La Corte termina le domande

Rispondendo ad una domanda dell’avv. Crescimanno, Sinacori ricorda di avere partecipato all’inizio degli anni 80 all’omicidio del sindaco di Castelvetrano Vito Lipari, con funzioni di autista e con lui c’erano Giovanni Leone e Andrea Gancitano.

La prossima udienza si terrà il 21 dicembre e verranno sentiti i pentiti Vincenzo Calcara e Rosario Spatola. Per gennaio 2012 le udienze si terranno l’11 gennaio e il 25 gennaio, succesiva 1 febbraio.

L’udienza si chiude qui.

Prossima udienza il 21 dicembre, saranno sentiti i collaboratori di giustizia, Vincenzo Calcara e Rosario Spatola.

La precedente udienza del 23/11/2011 la trovate qui

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Trapani: Processo per l’omicidio di Mauro Rostagno (20)

Udienza del 23 novembre 2011 del processo per l’uccisione del sociologo e giornalista Mauro Rostagno avvenuta nel piccolo borgo di Lenzi, in territorio di Valderice la sera del 26 settembre 1988 ed in corso di svolgimento davanti alla Corte d’Assise di Trapani.

Alla sbarra il boss mafioso Vincenzo Virga e Vito Mazzara, per l’accusa, rispettivamente, mandante e killer dell’omicidio che sarebbe stato deciso per punire Rostagno per la sua attività giornalistica condotta attraverso l’emittente Rtc ‘Radio Tele Cine’.

Durante l’udienza viene esaminato il teste: Milazzo Francesco del 1948, di Paceco collaboratore di giustizia.

Il collaboratore Milazzo Francesco risponde al pm Gaetano Paci.

Il pm invita il collaboratore a ricostruire la propria storia.

Milazzo ricorda di essere diventato mafioso nel 1973. Appartenente alla famiglia di Paceco, ebbe il dito punciutu il rito si svolse in una proprietà di Mommo Marino uomo d’onore della famiglia di Paceco, vicino il cosidetto Ponte di Salemi, padrino fu Salvatore Giliberti anche lui della famiglia di Paceco.
Era presnete tutta la famiglia di Paceco, i Sugameli, i Marino, i Giliberti, prof. Maiorana, Vito Parisi, i due Coppola.

Fu affiliato quando aveva circa 25 anni e non era incensurato perchè aveva precedenti per furto di agnelli.

Il suo lavoro dapprima era di meccanico, poi coltivatore diretto.

Milazzo si è autoaccusato di alcuni omicidi, quello di Rindinella avvenuto a Guarrato, Di Maggio, Monteleone, dell’agente Montalto, e prima quello di Mancuso. Delitti commessi insieme ad altre persone. Milazzo fa i nomi come suoi complici di: Sugameli, Genova, Alcamo, Vincenzo Mastrantonio, Filippo Coppola, Vito Mazzara, Franco Orlando, Vito Parisi.
Normalmente in questi casi ha sparato ma in alcuni casi ha fatto da autista come nel caso del delitto dell’agente Montalto.
Uno che sparava sempre era Vito Mazzara, Franco Orlando, ex consigliere comunale Psi a Trapani, se c’era bisogno, dice il pentito, sparava anche lui.

Milazzo racconta che Vito Mazzara faceva parte della famiglia mafiosa di Valderice, dipendeva da Vincenzo Virga che era a capo del mandamento di Trapani e che però Milazzo chiama circondario in quanto comprendente Valderice, Erice, Paceco e Trapani .

A detta del Milazzo, Vincenzo Virga divenne capo mafia sul finire dell’85, prima di lui capo era Vito Sugameli della famiglia di Paceco, ma Sugameli sarebbe stato capo “pro forma” in quanto “tutto facevano i Minore” (Calogero, Totò, Giovanni).

Il capo mandamento veniva scelto dal capo della cupola provinciale. Questi sarebbero però discorsi “antichi” negli ultimi tempi le regole erano saltate dice il pentito Milazzo, e si è proseguiti senza regole, secondo Milazzo, dalla metà degli anni 80 (84-85) in poi.
Vincenzo Virga fu nominato dopo essere stata interpellata la famiglia di Paceco, Ciccio Messina “u muraturi” di Mazara, i Messina Denaro, e furono loro che decisero di fare Vincenzo Virga capo del circondario mafioso di Trapani.

Capo della cupola provinciale in quel periodo era Mariano Agate e quando lo arrestarono fu nominato capo della cupola provinciale Francesco Messina Denaro di Castelvetrano.

Virga faceva parte della famiglia di Erice, che un tempo era tutta una famiglia con Valderice.
Dopo la scomparsa di Totò Minore, Trapani doveva unirsi alla famiglia di Paceco, invece si unì a quella di Valderice, e Trapani ed Erice furono accorpate.
Capo della famiglia di Trapani era Vincenzo Virga che poi divenne capo del circondario trapanese.

Il Milazzo dice che con Virga non ha commesso delitti ma insieme fecero due appostamenti per altrettanti delitti eseguiti da altri, quello di Girolamo Marino a Paceco e quello di Pietro Ingoglia a Trapani.

Il primo delitto del quale parla Milazzo è quello Monteleone, un ladruncolo di mezzi agricoli ed industriali, che fu ucciso perchè rubava senza autorizzazione.

L’omicidio avvenne di notte, lui fece da autista, guidava una Fiat Uno bianca che era stata rubata, una macchina che fu portata da Vito Mazzara.
Il delitto avvenne tra Marausa e Salinagrande, lì c’era l’abitazione di Monteleone.
Vito Mazzara e Orlando l’hanno aspettato e quando il Monteleone è arrivato verso mezzanotte gli hanno sparato, il Milazzo sentì i botti e li prelevò.
Nella circostanza fu utilizzato un fucile automatico calibro 12 e Orlando aveva un revolver calibro 38, il fucile lo aveva Vito Mazzara.

Per il delitto Montalto furono usate le stesse armi. Fu usata anche la stessa auto.
Dopo l’omicidio Montalto l’auto fu bruciata vicino il ponte dell’autostrada in località Fontanasalsa.
A uccidere l’agente Montalto a Locogrande o Salinagrande, fu solo Vito Mazzara, Franco Orlando doveva sparare se necessario.
Se Vito Mazzara sparava era difficile che la vittima potesse scamparla. Vito Mazzara di solito oltre al fucile portava anche una calibro 38.
Erano tutte armi che lui teneva dentro un sacco.
Vito Mazzara era un professionista, era molto in gamba nello sparare e faceva anche gare di tiro al piattello.
Mazzara con le armi era capace di fare qualsiasi cosa. Poteva sia sparare che modificare le armi.

Mentre facevano gli appostamenti per Monteleone e Montalto, il Milazzo chiese a Vito Mazzara se quei bossoli che restavano a terra non potevano essere una prova contro di lui. Vito Mazzara gli disse che cambiava di volta in volta un pezzo del fucile in modo tale che l’arma risultasse non riconoscibile.
Per il teste i bossoli li caricava lo stesso Vito Mazzara, ma non lo ha visto mai fare tale operazione.

Le armi si caricavano quando cambiavano la macchina pulita con quella sporca e queste operazioni si facevano all’aperto.

Vincenzo Mastrantonio era uomo d’onore della famiglia di Trapani, stava sempre vicino a Virga e questi aveva totale fiducia in lui.

Mastrantonio aveva partecipato al delitto Di Maggio, (dopo il 1985), commesso nelle campagne sotto Borgo Fazio. Anche questo era un ladruncolo di mezzi meccanici di Paceco. E Virga aveva stabilito che per questo doveva essere ucciso. Spararono tutti i componenti del gruppo di fuoco, composto da 4 persone, compreso il Milazzo ed il Mastrantonio.

Con Vincenzo Mastrantonio, insieme avrebbero dovuto uccidere per ordine di Virga il giudice Giacomelli, fecero i sopralluoghi, gli appostamenti, però Virga voleva che il delitto fosse commesso a Paceco, Milazzo invece gli disse che si poteva fare vicino casa del giudice, nella zona di Erice. Virga non lo interpellò più.
Il delitto Giacomelli fu fatto a Locogrande, più vicino a Paceco come voleva Virga, ma al Milazzo non dissero più nulla.

Vincenzo Mastrantonio aveva con lui ottimi rapporti, lui però non era in condizione di tenere un segreto, era un pericolo.
Mastrantonio lavorava all’Enel come operaio e faceva servizio a Trapani.

Alla famiglia di Valderice appartenevano Vito Mazzara, Nino Todaro, Salvatore Barone e Mario Mazzara, zio del Vito Mazzara.

Il Milazzo nel 1983 era detenuto a Trapani a San Giuliano, poi in seguito anni dopo vi fu di nuovo detenuto una seconda volta assieme a Mariano Agate.
Milazzo ricorda che i telegiornali di Rostagno li vedevano sempre e che c’era un forte malumore nei suoi confronti.

Milazzo dice che gli appartenenti alla famiglia di Mazara li conosceva quasi tutti, Vincenzo Sinacori, Giovanni Leone, l’architetto Bruno Calcedonio, Salvatore Tumbarello, che incontrava spesso essendo più in contatto con i mazaresi che con i trapanesi.

Con i mazaresi non parlò mai di Rostagno, ma non mancavano le battute quando lo vedevano in televisione, lo chiamavo cornuto, perchè lui “istigava”.

Adesso le domande sono poste dal pm Francesco Del Bene.

Del Bene chiede dei commenti contro Rostagno.
Il teste risponde che Rostagno era un farabutto e un cornuto perchè diceva cose brutte contro Cosa Nostra, attaccava tutti quelli che avevano i processi, e li attaccava giornalmente.

Con Mariano Agate gli bastava guardarlo in faccia per capire, Milazzo lo guardava e capivo dalla sua espressione che per Rostagno si avvicinava l’ora della fine. Così come quando essendo in carcere capì che fuori stavano per uccidere Totò Minore.

A proposito del delitto Rostagno Milazzo riferisce che gli chiesero di fare un sopralluogo presso la sede della tv dove lavorava Rostagno, a Rtc a Nubia.
Il sopralluogo glielo fece fare Ciccio Messina di Mazara, dopo qualche giorno lo incontrò e gli disse che tutto era a posto e che lui non doveva più interessarsi della cosa.
Milazzo dice che qualche volta aveva incrociato Rostagno per strada, sempre di giorno, anche molto prima di quel sopralluogo.

Quando gli dissero di fare il sopralluogo capi che per Rostagno era arrivata la fine, che era arrivato il tempo di “scipparici la testa”.

Per MIlazzo Rostagno non è stato ucciso perchè “attaccava tutti noi”, Rostagno sarebbe stato ucciso perchè avrebbe “toccato qualche nominativo che non doveva toccare”, qualche nominativo che apparteneva a Cosa nostra.
A Trapani, Paceco, Erice, quel delitto non interessava, chi era interessato al delitto di Rostagno era fuori dalla provincia di Trapani.

Era un delitto di Cosa nostra certamente ma l’interesse ad ucciderlo non era trapanese.

La mattina dopo il delitto incontrò Mastrantonio il quale gli disse “hai visto cosa c’è successo ai picciotti”. Milazzo del delitto aveva già appreso dal telegiornale.

Secondo Milazzo i “picciotti” erano Vito Mazara, Salvatore Barone e Nino Todaro, tre uomini d’onore di Valderice, così come riferitogli dal Mastrantonio.

Mastrantonio mi disse: “hai visto cosa è successo ai picciotti che gli è scoppiato il fucile in mano ?”.

L’ordine di uccidere Rostagno doveva essere venuto da Francesco Messina Denaro, che era il capo della cupola, appoggiatosi al capo mandamento Vincenzo Virga.

Milazzo riferisce che gli incontri a Mazara avvenivano nei locali della calcestruzzi dei fratelli Agate, Mariano e Giovan Battista.

Mastrantonio aveva un dfetto enorme che parlava troppo e spesso “metteva tragedie” e quindi ed era meglio non ascoltarlo per non essere coinvolti.

Milazzo è stato condannato per i delitti che ha commesso alla pena complessiva di diciassette anni.
Arrestato nel 1997 ha deciso subito di collaborare: “Per lasciare liberi i miei familiari, per lasciarli tranquilli, liberi dal fango cui appartenevo io”.
Milazzo però ricorda che i suoi familiari lo hanno isolato subito, non hanno voluto sapere nulla nè di lui nè di sua moglie.

Torna a fare le domande il pm Paci.

Mastrantonio cosa voleva dire quando le disse hai visto cosa è successo ai picciotti.
Lui, risponde, mi voleva dire del delitto Rostagno e che era scoppiato il fucile. Paci chiede se era la prima volta che l’arma avesse subito un malfunzionamento. Milazzo dice che tanti anni fa un altro fucile era scoppiato perchè le cartucce erano state troppo caricate, ma non ricorda, quando è successo e come l’ha appreso, ma è successo.

Vincenzo Virga aveva deciso l’omicidio Montalto perchè l’agente era rigoroso nel suo lavoro.

Nel periodo in cui erano asieme nel carcere quando Mariano Agate era nervoso e ci si sedeva a tavola mangiava continuamente, mi bastava vedere questo per capire che era nervoso, ed era nervoso quando vedeva le trasmissioni di Rostagno.
Mangiavano tutti assieme, in quel periodo comandavano loro dentro il carcere, Milazzo ricorda che a partecipare ai pranzi erano Peppe Ferro, Vito Parisi, Salvatore Alcamo. E a pranzo o a cena vedevano i telegiornali di Rostagno.

Rispondendo all’avv. Miceli, Milazzo ricorda tra gli altri di avere eseguito un sopralluogo per un delitto che si doveva commettere a Milano, contro un tale Truglio.

Milazzo ricorda che Vincenzo Mastrantonio fu ucciso perchè era un fiume in piena, un pericolo per cosa nostra, ma tale uccisione non ha a che fare con il delitto Rostagno.

Intervengono le difese.

Avv Vito Galluffo, difensore di Vito Mazzara.

Milazzo è attualmente detenuto.
Milazzo rammenta che la famiglia di Paceco era potente, lui era soldato, ma non erano i gradi a comandare. E a proposito dei delitti in genere che la mafia faceva tutto, e che non si faceva niente se la mafia non lo voleva.
Milazzo aggiunge che le istituzioni li informavano su cosa accadeva.

L’avv. Vito Galluffo chiede spiegazione sulla sua affermazione che Mastrantonio era un fiume in piena.
Sul delitto Rostagno Milazzo dice che non gli diede la possibilità di aggiungere altro quando Mastrantonio gli disse se sapeva cosa era successo ai picciotti. Galluffo chiede ancora sui rapporti con la famiglia mafiosa di Mazara. Milazzo conferma che lui e Vito Parisi erano stretti con mastro Ciccio Messina.
Erano vicini ai mazaresi perchè a Trapani c’era disordine.

La mafia trapanese aveva a disposizione diversi sicari oltre a Mazzara, Barone e Todaro e altri due di Trapani.

Galluffo chiede ancora se Mariano Agate aveva interessi sul delitto Rostagno, Milazzo risponde dicendo di non sapere se aveva interessi, ma ha ricordato l’espressione contrariata di Agate quando si parlava di Rostagno.

Vito Mazzara sovraccaricava le cartucce che faceva da se per sicurezza e potenza

E’ il turno adesso dell’avvocato Salvatore Galluffo, altro difensore di Mazzara.

L’avvovato Salvatore Galluffo chiede se c’erano medici a disposizione della mafia, la risposta è che ognuno aveva il suo medico di fiducia.
A proposito di Puccio Bulgarella Milazzo dice che come imprenditore forse era stato avvicinato ma poi per un periodo fu allontanato, ma dice di non sapere perchè. Milazzo dice di non sapere che fosse lui l’editore di Rtc. Molto avvicinabile secondo Milazzo era invece il padre di Puccio Bulgarella.

Non conosce Cardella ne la comunità Saman.

E’ il turno dell’avvocato Vezzadini che chiede delucidazioni sul ruolo attribuito da lui a Virga di capo del mandamento o del circondario come lui chiama il mandamento. Vezzadini ricorda che Milazzo aveva detto che il pacecoto Vito Sugameli era un pro forma e Milazzo conferma che era nelle mani dei Minore.

Milazzo su sollecitazione dell’avvocato Vezzadini ricorda il delitto di Antonino Barbera, un pacecoto il quale aveva bruciato anche la macchina al comandante della stazione dei carabinieri di Paceco e che è stato ucciso perchè la mafia si preoccupava di tenere l’ordine a Paceco.

L’omicidio di Barbera fu deciso dallo stesso Milazzo, Virga ed Alcamo. “Virga era il mandante ma noi eravamo contenti di farlo”, Barbera disturbava a tutti, era un pericolo.

Milazzo a proposito dei contrasti con Virga dice che entrambi all’inizio erano senza soldi, poi un giorno Mastrantonoio gli disse che lui e Virga si erano divisi 10 milioni. Non c’era ordine e per questo si rivolgeva a Mazara. Questo Virga non lo sopportava. Secondo Milazzo Virga si arricchiva e non faceva funzionare la mafia come riteneva dovesse funzionare.

Non ha conosciuto Brusca Giovanni, Sinacori Vincenzo si.

Il presidente della Corte giudice Pellino chiede a Milazzo cosa intende per “tragedie” a proposito di Mastrantonio, il teste risponde che Mastrantonio spesso metteva in cattiva luce le persone.

Milazzo ha detto di avere conosciuto Vincenzo Virga dentro il circolo del Pri che c’era alla periferia di Trapani, al cosidetto “passo dei ladri”, lì aveva anche conosciuto l’imprenditore Francesco Genna.

Milazzo a proposito di Franco Orlando, ex consigliere comunale Psi a Trapani che secondo lui avrebbe partecipato ad alcuni delitti, riferisce che a detta di Virga questi era un uomo d’onore riservato.

Milazzo riferisce dell’esistenza all’epoca di una lista di persone da uccidere, tra gli altri si doveva uccidere il capo della Mobile dottor Linares, ma Virga disse che non era il momento.

L’avv. Lanfranca chiede che Milazzo ricostruisca l’omicidio dell’agente Montalto.
Milazzo ricorda che fu ucciso in auto mentre era con la moglie e la figlia, a sparare fu Vito Mazzara e oltre a Montalto nessuno fu ferito.

L’avvocato Salvatore Galluffo cita una serie di nomi di soggetti accusati da Vincenzo Milazzo di essere autori di omicidi o di avere partecipato alle fasi di preparazione di omicidi per dire che gli stessi sono stati assolti.

L’udienza si chiude qui.

Prossima udienza il 7 dicembre, sarà sentito il collaboratore di giustizia, Vincenzo Sinacori, ex esponente della famiglia mafiosa di Mazara del Vallo.

La precedente udienza del 09/11/2011 la trovate qui

grazie a Radio Radicale

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Trapani: Processo per l’omicidio di Mauro Rostagno (19)

Udienza del 9 novembre 2011 del processo per l’uccisione del sociologo e giornalista Mauro Rostagno avvenuta nel piccolo borgo di Lenzi, in territorio di Valderice la sera del 26 settembre 1988 ed in corso di svolgimento davanti alla Corte d’Assise di Trapani.

Alla sbarra il boss mafioso Vincenzo Virga e Vito Mazzara, per l’accusa, rispettivamente, mandante e killer dell’omicidio che sarebbe stato deciso per punire Rostagno per la sua attività giornalistica condotta attraverso l’emittente Rtc ‘Radio Tele Cine’.

Durante l’udienza viene esaminato il teste: colonnello dei carabinieri Giovanni Lombardi.

Il colonnello Giovanni Lombardi redasse una perzizia balistica, dopo l’omicidio di Mauro Rostagno e risponde al pm Francesco del Bene.

Il teste riferisce che nel 1989 furono effettuate ricerche sui residui di un’asta di legno di un fucile semiautomatico, volte alla individuazione di impronte digitali, furono analizzati i reperti costituiti da: un’asta lignea lesionata e frammenti di legno, una metà di un anello bronzina deformato, (da una parte integro e dall’altro frastagliato), due borre in plastica deformate riconducibili a cartucce di fucile del calibro 12, dei frammenti di materiale plastico di colore arancione, riconducibili alla fanaleria di segnalamento di una autovettura, tre bossoli di cartucce calibro 12 con i segni del medesimo percussore, ed i segni dell’estratore che hanno permesso di stabilire essere stati usati da un’arma semiautomatica, due cartucce da caccia calibro 12 sconfezionate marca Superfiocchi allestite per la RC (Romagna Caccia) ed un’altra cartuccia sconfezionata simile alle precedenti.

Con le tecniche di allora non furono rinvenute impronte digitali salvo qualche rara traccia assolutamente non in grado di permettere identificazione.

L’esame dell’asta e dei frammenti lignei ha permesso la loro identicazione come parte di un fucile Breda semiautomatico.

Relativamente alle cause della frammentazione si è stati del parere che la frammentazione sia dovuta ad uno stress di carattere meccanico conseguente all’esplosione, una eccessiva energia nella fase di rinculo, non assorbita dal sistema a molla che ha questa funzione.

La frammentazione lignea ritiene il perito non abbia provocato una lesione allo sparatore.

A proposito dei tre bossoli calibro 12 ritiene il perito che siano stati sparati tutti dalla medesima arma.

A domanda del Pm, il teste risponde che il fucile Breda dovrebbe potere contenere 3+1 (in canna) cartucce, ma con un dispositivo aggiuntivo è possibile che il fucile contenga 6-7 cartucce.

E’ il turno dell’avvocato di parte civile Esposito che chiede delucidazioni sul rinculo, sull’impennamento e sulle fasi tecniche dello sparo.

Chiede quindi a proposito dell’apertura delle cartucce, il teste afferma di non avere aperto cartucce.

La parola all’avvocato Lanfranca a proposito dei frammenti di plastica di cui il teste riferisce non essere stati oggetto di particolari accertamenti.

E’ il turno dell’avvocato Miceli il quale interroga il teste a proposito del peso dei pallettoni delle cartucce.
Le cartucce contenevano rispettivamente 31/32/33 pallettoni. I pallettoni furono pesati e contati per ogni cartuccia.
Un’eccessivo peso della cartuccia potrebbe avere inciso sulla frammentazione e rottura dell’asta lignea.

L’Avvocato Vito Galluffo difensore di Vito Mazzara chiede di sapere le cause della rottura dell’asta in legno e dell’anello.
La causa probabilmente è da attribuire al cedimento dell’anello e tale cedimento ha determinato il cedimento anche dell’asta.
Le schegge non è escludibile che possano avere determinato lesioni, ma al microscopio non sono state riscontrate tracce di sostanza ematica.
L’avvocato chiede se le tre cartucce sono state sottoposte a ricarica oppure no. Il teste risponde che la chiusura stellare fa ritenere essere le cartucce di produzione industriale e non ricaricate.

Avvocato Salvatore Galluffo difensore di Vito Mazzara ancora sulle cartucce e sulla chiusura stellare.
Il colonnello Lombardo ribadisce che le cartucce in sede di perizia non sono state tagliate. A proposito della lunghezza delle cartucce, rinvia ai riferimenti metrici presenti nelle foto.

Avvocato Ingrassia difensore di Virga ancora a proposito delle cause della frammentazione dell’asta di legno.

L’Avvocato Vezzadini difensore di Vincenzo Virga chiede sulla base di quali elementi si è pervenuti allla conclusione che gli elementi repertati fossero riconducinili ad un semiautomatico della Breda.
I bossoli sono stati esplosi da un’unica arma semiautomatica, i reperti lignei provengono da un fucile Breda. Non si è approfondito invece sull’attribuibilità ad un preciso modello della Breda.

Il pm Francesco Del Bene chiede di sapere il fucile semiautomatico calibro 12 Breda quanti colpi ha esploso.
Il teste risponde che non lo possiamo saper perchè il fucile non è stato mai ritrovato.
Di certo sappiamo che i bossoli sono stati esplosi da un’unica arma semiautomatica, che i reperti lignei provengono da un fucile Breda e abbiamo poi tre cartucce inesplose.

Conclude l’esame del teste il presidente Angelo Pellino il quale chiede dettagli a proposito delle tre cartucce ineplose.
Il teste fa rilevare che le tre cartucce repertate gli sono pervenute disassemblate, aperte ed il piombo e la carica di lancio erano state tirate fuori, le parti erano integre, non tagliate.
Si è proceduto al rilevamento di impronte di caricamento, ma non sono state rilevate impronte di caricamento.

L’udienza si chiude qui.

Annullata la udienza del 16 novembre per sciopero degli avvocati, prossima udienza il 23 novembre e il 30 novembre.
Il 23 novembre sarà sentito il primo dei collaboratori di giustizia, Milazzo Francesco.

La precedente udienza del 19/10/2011 la trovate qui

grazie a Radio Radicale

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Processo per l’omicidio di Mauro Rostagno (18)

Udienza del 19 ottobre 2011 del processo per l’uccisione del sociologo e giornalista Mauro Rostagno avvenuta nel piccolo borgo di Lenzi, in territorio di Valderice la sera del 26 settembre 1988 ed in corso di svolgimento davanti alla Corte d’Assise di Trapani.

Alla sbarra il boss mafioso Vincenzo Virga e Vito Mazzara, per l’accusa, rispettivamente, mandante e killer dell’omicidio che sarebbe stato deciso per punire Rostagno per la sua attività giornalistica condotta attraverso l’emittente Rtc ‘Radio Tele Cine’.

Durante l’udienza vengono esaminati i periti: professor Livio Milone e l’ispettore Emanuele Garofalo consulenti tecnici dell’accusa.

Il professore Livio Milone è specialista in medicina legale ed è stato incaricato di accertare ove possibile la dinamica dell’omicidio, risponde al pm Gaetano Paci.

Sono stati esaminati i reperti e le relazioni di perizia autoptica a suo tempo effettuata, le perizie succedutesi (Lombardi e ispettore Manetto) e i verbali delle testimonianze della Serra Monica e della Fonte Silvana. Da una di queste relazioni dei carabinieri risulta il ritrovamento di una borra (lo stoppaccio di materiale feltroso che nelle cartucce si frappone fra la carica esplosiva e la pallottola) di fucile calibro 12 nella Fiat Uno data a fuoco e che sarebbe stata usata dai killer di Rostagno, tuttavia questa borra non e’ potuta essere oggetto di esame perché non più nel possesso della procura di Palermo e non ne è stata possibile la comparazione con quella rinvenuta sul luogo del delitto.

Videoriprese utilizzate sono state la ricostruzione grafica al computer, dalla perizia dell’ispettore Manetto, ed un video che sarebbe stato ripreso la sera stessa dell’omicidio, apocrifo, ma che collima con le foto fornite dai carabinieri.

L’autopsia accertò all’epoca che Mauro Rostagno fu raggiunto da due colpi di arma da fuoco corta alla testa appena sopra (10 cm e 5 cm) il padiglione auricolare sinistro. Uno dei proiettili fu rinvenuto all’interno del cranio, un altro fuoriuscì all’altezza del labbro, proiettili calibro 38 con direzione da sinistra verso destra ed inclinazione dall’alto verso il basso e leggermente dall’indietro in avanti.
Alla regione posteriore del collo sono stati rinvenuti poi i segni di una rosata.
Vengono quindi proiettate alcune foto relative all’originario sopralluogo sul luogo del delitto.
Al momento del rinvenimento la vettura viene ritrovata al termine di un quadrivio (a destra verso la comunità Saman, a centro un baglio, a sinistra una strada che si perde verso la campagna), l’autovettura ferma prospicente un muro in cui è un cartello indicante Saman (integro) ha le ruote allineate in asse rispetto alla vettura, ha la prima inserita luci di posizione accese chiavetta inserita in posizione di marcia e motore spento, non ci sono foto del Rostagno al posto di guida, in cui viene raggiunto dai colpi, in quanto il corpo viene da parte dei carabinieri intervenuti subito avviato all’ospedale dove arriva cadavere.
Intorno all’autovettura, frammenti lignei, cartucce integre calibro 12, bossoli esplosi rinvenuti in posizione posteriore all’autovettura.
L’autovettura presenta il vetro ed il deflettore del sedile posteriore lato guida infranto ed alzato per 2/3.
All’interno dell’autovettura si rinvengono due borre di fucile calibro 12, l’una sul cruscotto e l’altra per terra.
Il secondo proiettile calibro 38 sparato alla testa contro Rostagno e fuoriuscito non risulta repertato nell’originaria relazione balistica e scientifica cioè non si e’ trovato. E’ presumibile che il proiettile sia rimasto dentro la carrozzeria della Duna.

Secondo le risultanze dell’autopsia Rostagno sarebbe stato raggiunto da due colpi di arma da fuoco, pistola calibro 38 e da quattro colpi di fucile calibro 12 per come si ricava dalle rosate riscontrate sul corpo con direzione dall’indietro in avanti, provenienti quindi dal lunotto posteriore dell’autovettura che si è riscontrato infranto.

Rostagno per prima viene colpito dai colpi di fucile esplosi alle spalle in quanto il Rostagno doveva trovarsi al momento del raggiungimento dei colpi assiso al sedile di guida.
Secondo le sue valutazioni il professore Milone ritiene che i colpi di fucile siano stati due o tre e non quattro per come originariamente rilevate e ciò in virtù del tipo di pallini usati per il caricamento dei colpi di calibro 12.
I primi colpi sono quelli esplosi da dietro col fucile, l’auto era verosimilmente ferma in questo momento, Rostagno forse si e’ fermato e in questo istante vengono esplosi i colpi da dietro un altro soggetto spara su Rostagno dal lato con una calibro 38, attraverso la fessura del vetro lato guida, tuttavia il professore Milone non esclude che a sparare possa essere stata una sola persona, prima usando il fucile e poi la pistola, l’uso di fucili calibro 12 e di pistola calibro 38 e’ circostanza storica nei delitti di mafia, il fucile per arrestare, la pistola per dare il colpo di grazia.

Interviene adesso l’ispettore Galofaro del gabinetto di polizia scientifica a proposito dei reperti
Galofaro spiega il lavoro di comparazione svolto tra i reperti dell’omicidio Rostagno ed i reperti di alcuni delitti di mafia compiuti nel trapanese come quello dell agente di custodia Giuseppe Montalto, Pizzardi Gaetano, Sciacca Rosario, Piazza Giuseppe ed altri.
Impronte a freddo significa che sono state provocate non in sede di esplosione dei relativi colpi ma in tempo anteriore all’utilizzo.
Per fare questo esame viene usato un microscopio comparatore.
Le impronte a freddo (microstrie) sui bossoli esplosi (tre cartucce calibro 12) e le due inesplose del caso Rostagno sono state “camerate” da una medesima arma, un fucile Breda modello Antares semiautomatico calibro 12.
Secondo l’ispettore Galofaro le impronte a freddo coincidono per i delitti Rostagno, Pizzardi Gaetano e Sciacca Rosario e Piazza Giuseppe.
La comparazione delle impronte a caldo invece non ha dato esito positivo.

Nel caso Rostagno la perizia Manetto e l’attuale perizia non coincidono. Per Manetto sarebbero stati utilizzati tre fucili calibro 12 dei quali uno sarebbe una doppietta senza espulsione dei bossoli e due semiautomatici dei quali uno sarebbe esploso.

Il Milone propende per la tesi che prima siano stati sparati i colpi di fucile e dopo i colpi di pistola, alla luce anche della testimonianza della Serra, la quale ha riferito di essere stata avvertita del pericolo dal Rostagno.

Il pm Del Bene chiede se e’ possibile che a fronte di una concentrazione di fuoco così ampia la Monica Serra che accompagnava in auto Rostagno sia rimasta incolume, e’ possibile risponde Milone, sottolinea pero che mancano riscontri sullo stato della Serra dopo il delitto, se fosse per esempio sporca di sangue o meno.

Pomeriggio

Garofalo, su richiesta del pm Ingroia, spiega che una cartuccia, è l’intero inesploso, il bossolo è invece ciò che rimane dopo lo sparo.
Quale e’ l utilita’ del cameramento a freddo di una cartuccia ?
Non c e’ una ragione tecnica risponde il perito Garofalo, aggiunge Milone può essere fatto per provare l’arma, senza fare fuoco, oppure procedere a periodici caricamenti e scaricamenti del fucile per testare l’elastica’ della molla interna del serbatoio.
Tali necessita’ sono legate alla circostanza di avere certezza della funzionalità nel momento del suo uso.

La parola alle parti civili.

Avvocato Miceli chiede di una ferita alla mano sinistra di Rostagno, risponde Milone che probabilmente si è trattato di due pallettoni situazione compatibile con la circostanza che i colpi di fucile sono stati esplosi da dietro.

Dalla domanda ancora dell’avvoccato Miceli emerge la circostanza che il pallettone usato nel delitto Rostagno e’ di peso superiore a quello originario dichiarato dalla casa di produzione, quindi si presume che si tratti di armamento “ritoccato”.
Nella prima perizia del colonnello dei carabinieri Lombardi e’ segnato che si tratta di armamenti di produzione artigianale, noi dice Milone non abbiamo rilevato segni di tale artigianalità e la differenza nel numero dei pallini non è segno distintivo essendo in sede industriale verificato il peso, che deve stare dentro un certo range.

L’avvocato Crescimanno a proposito della composizione di una cartuccia.
La base e’ quella più resistente in una cartuccia da caccia lo rivesto con fondelo in ottone alto a secondo del tipo di energia che verra sviluppata, il tubo può essere cartone o plastica, al interno c’e’ polvere da sparo, pistone costituito da borra in materiale tradizionale o anche plastica e la carica di piombo, la borra al momento della deflagrazione serve a dare spinta alla carica esplosiva, al caricamento in piombo. Al momento dello sparo esce borra e piombo.
La domanda e’ indirizzata a comprendere il rinvenimento in distinti punti dell auto dove era Rostagno delle due borre.
Il reperimento della borra una sul cruscotto e l’altra sotto la pedaliera sono del tutto casuali.

Alla domanda dell’ avvocato Crescimanno il prof Milone torna a dire che mancano elementi per stabilire la distanza alla quale si e’ sparato contro Rostagno.

Avvocato Lanfranca sulla inequivocabilità delle impronte a freddo e sulla loro affidabilità.
Inequivoco nel determinare il passaggio di una cartuccia o bossolo da una certa arma, ma non è detto che siano stati utilizzati per l’omicidio Rostagno.

Avvocato Greco sul fucile (tipo di caccia, tiro utile) ecc.

Avvocato Crescimanno sul proiettile di 38 di cui si esclude che abbia attraversato una superfice di vetro.

E’ il turno ora della difesa, avvocato Salvatore Galluffo difesa di Vito Mazzara.

Si chiedono chiarimenti sulle microtracce sul cameramento e sul dente.
La domanda riguarda l’esito dell’esame balistico sulle cartucce a disposizione per la comparazione, e la comparazione tra le cartucce trovate inesplose sulla scena del delitto Rostagno, i periti rispondono ricordando che si tratta di cartucce trovate smontate e non si può dire se erano uguali o meno, i periti hanno esaminato i fondelli delle cartucce, perché ad esaminare queste cartucce fu per primo il colonnello Lombardi e le cartucce sono state aperte con un procedimento di taglio.

Il numero delle cartucce inseribili varia in relazione alla lunghezza ? Si

Il foro nel lunotto posteriore è paracentrale destro

L’ avvocato Galluffo pone domande sulle cartucce inesplose trovate sulla scena del delitto Rostagno, in particolare ipotizza essere scivolate via dal fucile collassato al momento del delitto. Il Milone insiste nel dire che non e possibile dire se queste cartucce erano li dentro, l’assunto da cui parte l’avvocato, in questo caso spiega Milone, e’ quello che nel fucile c’erano sei cartucce, tre esplose e tre inesplose, teoricamente si, ma non ci sono elementi per dirlo.

E’ la volta dell’avvocato Vito Galluffo.

Positiva la comparazione balistica perchè uguale composizione e morfologia delle striature.
Le cartucce erano tagliate e non misurabili e non sono state misurate.
In quel fucile usato nel caso Rostagno quante cartucce di quelle ritrovate inesplose sulla scena del delitto (del tipo Rc4 della Fiocchi) potevano essere contenute ?
Il fucile usato per l’omicidio non l’abbiamo, ma il fucile Breda modello Antares nelle sue diverse configurazioni può contenere da 2+1 a 5+1 cartucce.
In precedenza era stata formulata una domanda sulla possibilità che a sparare possa essere stato un solo soggetto, il Milone conferma che come ipotesi è possibile, tuttavia i periti propendono per due fonti di fuoco.
Le canne possono esplodere ? Si
Visto i tre bossoli reperiti è corretto dire che partirono circa 90-95 pallottoncini ? Si. E dove sarebbero finiti i circa 70 che non sono stati repertati ? Forse nella tappezzeria ma è improbabile che siano finiti fuori.
Non c’erano segni di caricamento domestico nei bossoli ritrovati.
E’ una ipotesi (motivata) quella che i primi colpi siano stati sparati da dietro.
E’ una ipotesi possibile quella che lo sparatore da dietro possa avere sparato con una sola mano.
E’ possibile che esplodendo il fucile chi lo impugna non si faccia male ? Si se indossa un guanto da tiratore.
Non c’è modo di sapere se le inesplose rinvenute siano del medesimo fucile che ha sparato
L’avvocato Vito Galluffo introduce la possibilita’ facendo relativa domanda ai periti che Rostagno possa esse stato attinto non dal finestrino lato guida ma da quello posteriore della Duna, Milone non esclude la possibilita’.

La parola all’avvocato Ingrassia, difensore di Virga.

E’ la volta quindi dell’avvocato Vezzadini che chiede chiarimenti su quali sono gli elementi che incidono sulle microstriature e se incidono i materiali costitutivi del bossolo e/o altri elementi esterni che possono incidere.
La risposta è che non incidono più di tanto i materiali costitutivi.
Le impronte a freddo vengono sempre lasciate ad ogni caricamento.
Sul proiettile non è stata rilevata traccia di vetro.
Alla conclusione che si trattasse di un fucile Breda Antares si è arrivati perchè questo modello presenta la caratteristica di un dente che blocca le cartucce all’interno.

Il presidente Pellino chiede chiarimenti ai testi su alcune didascalie della foto n.25 (frammentp di legno appartenenti alla basculla), la bascula e non basculla è una parte del fucile da caccia, e foto n.32 pezzo di ottone ecc. che sarebbe il freno del fucile.
Altro chiarimento posto che su un bossolo ci sono impronte a freddo che possono derivare anche dal caricamento in un’ arma diversa da quello in cui viene utilizzato le impronte a freddo non subiscono alterazione.
Sono state riscontrate nella comparazione solo impronte a freddo di cameramento ed una impronta a freddo dovuta ad un dente metallico.
La macchina verosimilmente aveva già arrestato la sua corsa al momento dell’esplosione dei colpi.
Il colonnello Lombardi nella sua relazione indica come le cartucce da lui sezionate presentassero 31, 32 e 33 pallettoncini e non indica il peso. Secondo le tabelle della Fiocchi si avrebbero circa 32 pallini in relazione al peso prestabilito.

L’avvocato Salvatore Galluffo chiede se le modalità di inserimento manuale influiscono sulle microstriature. La risposta è no perchè è il passaggio obbligato stesso che le determina.
Le microstrie sono lasciate solo da quell’arma e finiscono per determinare una singolarità d’arma.

L’udienza di chiude qui.

Annullate le udienze del 26 ottobre e del 2 novembre, prossima udienza il 9 novembre seguirà il 16 l’esame del maresciallo Cannas, quindi il 23 e il 30 novembre.
Il 9 novembre saranno sentiti ufficiali ed ispettori impegnati nelle indagini e nelle perizie.

La precedente udienza del 12/10/2011 la trovate qui

grazie a Radio Radicale

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Processo per l’omicidio di Mauro Rostagno (17)

Udienza del 12 ottobre 2011 del processo per l’uccisione del sociologo e giornalista Mauro Rostagno avvenuta nel piccolo borgo di Lenzi, in territorio di Valderice la sera del 26 settembre 1988 ed in corso di svolgimento davanti alla Corte d’Assise di Trapani.

Alla sbarra il boss mafioso Vincenzo Virga e Vito Mazzara, per l’accusa, rispettivamente, mandante e killer dell’omicidio che sarebbe stato deciso per punire Rostagno per la sua attività giornalistica condotta attraverso l’emittente Rtc ‘Radio Tele Cine’.

Durante l’udienza vengono esaminati i testi: Giuseppe Linares ex dirigente della squadra Mobile di Trapani e l’ispettore Palumbo.

Giuseppe Linares ex dirigente della squadra Mobile di Trapani, dal settembre 1992 al gennaio 2011, è interrogato dal pm.Gaetano Paci.
La seconda attività della squadra mobile fu avviata nell’ottobre del 2007 dopo che nell’88 la squadra mobile di Trapani se ne era occupata nell’immediatezza del delitto.
Quel materiale era rimasto nella memoria collettiva dell’ufficio ma non si era mai presentata l’occasione di ripoporre alle procure l’utilizzo approfondito di queste indagini.
I nuovi accertamenti disposti nell’autunno del 2007 con nota del 16 ottobre 2007 scattarono da una riflessione dell’ufficio circa il vissuto investigativo sulla presenza della mafia nel trapanese e sulle connessioni.
Da una verifica degli atti del fascicolo M1 in possesso sul caso Rostagno ci accorgemmo che mai era stata effettuata una analisi tecnico balistica da parte della polizia scientifica della Polizia di Stato, così come si evinceva essere stato fatto dall’arma dei carabinieri nell’immediatezza del delitto.
L’idea era quella di acquisire i reperti originali e comparare i reperti disponibili sul delitto Rostagno con i reperti di altri delitti commessi dalla mafia trapanese peraltro la squadra mobile aveva notato che l’esecuzione del delitto Rostagno risultava analoga all’esecuzione di altri delitti, “avevano un modus operandi identico”.
Il “quid novi” era l’assenza della perizia balistica.
Aquisimmo i reperti e successivamente procedemmo ad una ricognizione dei processi in cui erano state impiegate modalità molto simili.
Linsares elenca questi delitti, tra i quali omicidi commessi per la faida di Partanna, Piazza Giuseppe e Sciacca Rosario (condannato il Vito Mazzara) , il delitto dell’agente di custodia Giuseppe Montalto (condannato il Vito Mazzara) soppresso da cosa nostra nel 1995, l’omicidio del pregiudicato Monteleone Antonio (condannato Vito Mazzara) dicembre 1995, per tutti questi casi a unire questi delitti c’è il comune denominatore della disponibilità esclusiva in capo ad uno degli imputati di un calibro 12, un fucile, fucile usato per questi delitti.
Altri delitti probabilmente riconducibili a Vito Mazzara sono quelli di Giovanni Riina a San Vito lo Capo e Gaetano Pizzardi anche se rimasti senza responsi giudiziari.
Linares ribadisce che in questi delitti è costante la presenza di un fucile calibro 12 che giudiziariamente è stato attribuito come possesso e uso per questi delitti a Vito Mazzara e che in qualche occasione avrebbe fatto parte di commandi omicidiari l’attuale latitante Matteo Messina Denaro.
Fatti di sangue che hanno avuto una certa serialità e che sono riconducibili alla stessa organizzazione mafiosa.
Oltreche l’uso del fucile calibro 12, i delitti elencati da Linares hanno presentato anche l’uso di una pistola calibro 38, e l’utilizzo sempre di una auto dello stesso tipo, una fiat Uno.
La Polizia scientifica accertò anche un’altra caratteristica, l’arma usata da Vito Mazzara veniva modificata di volta in volta per alterare le impronte della culatta, circostanza che i pentiti ci avevano riferito. Vito Mazzara ricorreva a questo espediente per rendere difficile una eventuale perizia balistica il tutto in particolare nei delitti Monteleone e Montalto
Nell’omicidio Montalto e Monteleone entrambi vennero uccisi con i killer che fuggirono con la medesima auto, una Fiat Uno, di colore blu, abbandonata dopo il delitto Montalto in contrada Palma sotto un cavalcavia.
Insomma un gruppo di fuoco abitudinario che usa lo stesso tipo di vettura e lo stesso tipo di armi.
Linares riferisce adesso sull’esito di una nuova perizia balistica chiesta al gabinetto di Polizia scientifica della Polizia, con comparazione tra i reperti di questi delitti eseguiti con analogo praticamente sovrapponibile modus operandi.
Linares ha fatto cenno anche al delitto del boss di Campobello Natale L’Ala che presenta similitudini con altri delitti commessi da Vito Mazzara.
Le indagini sul delitto L’Ala fecero parte degli atti del maxi processo Omega del 1995.
Natale L’Ala vecchio uomo d’onore di Campobello che si era messo contro i corleonesi, e stava dalla parte della vecchia mafia di Alcamo rappresentata dai fratelli Rimi e così entrò in contrasto con il boss di Campobello Nunzio Spezia.
A L’Ala vengono prima soppressi i nipoti e dopo essere tornato dall’Inghilterra sarà oggetto di ripetuti tentativi di soppressione. Al terzo tentativo viene soppresso.

Adesso a fare le domande è il pm Francesco Del Bene.
Linares fa la lunga e ricca storia giudiziaria che inizia quando viene arrestato nell’ambito dell’operazione Omega, dell’imputato Vito Mazzara.
Linares prosegue descrivendo come fosse nota investigativamente l’abilità di Mazzara ad usare le auto, come fosse campione di tiro a volo, e particolarmente abile a modificare le stesse armi usate.
Particolare abilità di tiro fu dimostrata quando fu ucciso l’agente Montalto che era in auto con la moglie, il killer sparò con certezza che la rosata di pallini avrebbe colpito la sola vittima e non la moglie.
Di Virga ne indica la propensione a gestire imprese in nome della mafia ma anche la violenza del soggetto nell’imporre voleri ed estorsioni in questo spalleggiato dai figli Franco e Pietro come il padre anche loro condannati per associazione mafiosa, estorsioni ed altro.
Vincenzo Virga è stato anche condannato per delitti tra i quali il delitto dell’agente Montalto, e per i quali sconta ergastoli.
Linares ricorda come premessa che all’epoca del delitto Rostagno sono quasi tutti liberi gli uomini più influenti della mafia trapanese, ed anche i killer.
Linares cita l’indagine cosidetta Rino dove è rivelata la commistione tra mafia, politica e impresa nel trapanese e che in gran parte come realtà descritta è retrodatabile al 1988.
Lungo l’elenco di politici indagati (Canino, Spina), parlamentari, consiglieri comunali, provinciali, fatti spesso che li vedevano chiamati in causa erano di natura edilizia, speculazioni, gestione di aziende.
Rostagno trattava le vicende politiche trapanesi mentre di mafia a Trapani si parlava poco, tentava di risvegliare una città dove pochi anni prima un sindaco (Erasmo Garuccio) si era permesso di dire che la mafia non esisteva.
Questa sua vis non era raccolta da nessuno, mentre in quel periodo si procedeva a processare Mariano Agate boss di Mazara per il delitto del sindaco di Castelvetrano Vito Lipari.
Rostagno di questo processo parlava abbondamente e per quello che abbiamo tratto noi questa circostanza dava fastidio a Cosa nostra.
La mafia non poteva sopportare e i pentiti lo hanno confermato, Mauro Rostagno era circondato dai lupi e i lupi lo hanno azzannato.
Questa è stata la convinzione che ci ha fatto riaprire il caso.
Nel rapporto della Mobile del 1988 vengono citati gli editoriali di Rostagno sui cavalieri del lavoro di Catania peraltro interessati a lavori pubblici eseguiti a Trapani.
Natale L’Ala nel 1988 era libero.

E’ il turno ora della parte civile avvocato Miceli.
Chiede sui riscontri relativi all’uso dello stesso modello di auto per i delitti dei quali è ritenuto colpevole con sentenze passate in giudicato l’imputato Vito Mazzara. Quasi sempre le auto furono bruciate tranne in qualche occasione quale quella di Monteleone e Montalto di cui fu comunque tentata la distruzione con il fuoco.

Parola alla difesa avvocato Vito Galluffo.
Il legale, difensore di Vito Mazzara, pone domande sulle modalità di delitti, poi chiede al teste se è a conoscenza del fatto che l’imputato per le sue abilità di tiro fece parte della nazionale azzurra di tiro a volo.
Continua a fare domande sulla esecuzione di delitti commessi nella provincia di Trapani a proposito dell’uso della Fiat Uno (che era comune e veniva usata anche per rapine) nei delitti di mafia e delle armi usate delitto per delitto.
Negli omicidi per i quali è stato condannato il Mazzara portava sia il fucile calibro 12 ed il revolver 38, ma non sempre furono usate entrambe. In particolare il fucile calibro 12 era sempre il medesimo o no ?
I fucili negli altri casi non furono ritrovati tranne quello del delitto Rostagno. Per gli altri è stato accertato essere il medesimo fucile in virtù dell’impronta di culatta.
L’avv. Galluffo chiede se furono fatte indagini sull’eventuale esistenza di una cassetta di sicurezza nella disponibilità di Rostagno presso un ufficio postale.
Linares risponde che la chiave trovata agli atti, analoga a quelle in uso per aprire cassetta di sicurezza, risultò essere la chiave di una cassaforte presente dentro Saman.
Adesso la domanda è relativa agli editoriale di Rostagno che lasciò nulla di inattaccato.
Linares conferma che gli editoriali più pesanti erano relativi al processo per il delitto Lipari dove erano imputati mafiosi di Mazara e Catania, come Agate e Santapaola.
Quante armi sono state usate? Linares ricorda due fucili di cui uno è quello esploso ed un revolver 38 di cui sono stati trovati reperti.
Quale arma sparò per prima ? Il pm si oppone dicendo che sono domande che vanno fatte all’esperto balistico citato per le prossime udienze.
L’avvocato Vito Galluffo chiede spiegazione sull’affermazione “serialità” usata dal teste Linares.
Il teste ripete la ragione per l’analogia tra diversi delitti emersa dalla lettura di atti giudiziariamente definiti.

L’avvocato Salvatore Galluffo (junior) chiede quindi se era stato preparato un album fotografico per una eventuale ricognizione fotografica relativa all’imputato Vito Mazzara.
Il teste Linares nega la circostanza perché non vi era questa necessità, conferma che di Vito Mazzara sicuramente esistono agli atti foto da foto segnalamento a seguito del suo arresto.
Gli album fotografici si predispongono quando c’è una delega della magistratura che dispone il tentatvo di riconoscimento fotografico, in questo caso non abbiamo avuto alcun teste che poteva riconoscere autori del delitto Rostagno.
L’avv. Salvatore Galluffo introduce il nome delle teste Fonte che sentite a suo dire possono avere avuto sottoposto un album fotografico.
Nessun album fotografico è stato predisposto risponde Linares anche perché le Fonte esordirono dicendo di non ricordare alcun volto e quindi non avevamo ragione di fare riconoscimenti fotografici.
Adesso dopo la querelle, al solito, sulle fotografie, alcune domande sul fucile. L’avvocato Galluffo chiede di sapere se il fucile calibro 12 è un fucile di tipo comune e di cui se ne vendono o se ne rubano molti. Linares risponde affermativamente.
Reperti di fucile esploso furono trovati solo sulla scena del delitto Rostagno, due frammenti, per gli altri delitti solo bossoli.
Sulla scena del delitto Rostagno furono trovati per terra bossoli inesplosi caduti forse nel momento in cui l’arma si scompone i colpi inesplosi vengono fuori.

Sull’album fotografico torna l’avv. Vito Galluffo (senior), che riferisce di precedenti testimonianze di altri ispettori di Polizia che invece dissero che al momento di sentire le sorelle Fonte sul tavolo c’era un album contenente la foto dell’imputato Mazzara.
Quell’album precisa Linares non fa parte del procedimento Rostagno, l’album era stato predisposto in occasione delle indagini per il delitto dell’agente Montalto.
Per il delitto Rostagno non fu fatto album né ricognizione fotografica.

La parola all’avvocato Vezzadini, difensore di Vincenzo Virga.
Chiede se le indagini della Mobile hanno compreso i pronunciamenti giudiziari sul caso Rostagno.
Il teste risponde che si tratta di una conoscenza storica e personale, non facente parte del bagaglio investigativo che ha portato all’attuale dibattimento.
Anzi su alcuni procedimenti Linares dice di sconoscere il contenuto di alcuni atti indicati dal difensore, anche in ordine a Francesco Cardella.
Su Vincenzo Virga Linares ribadisce il ruolo di capo mafia ricoperto dagli anni 80 così come accertato con sentenze a partire dal processo Petrov del 1994,
posto che prima era occupato da Totò Minore ucciso per volere di Riina nel novembre del 1982.

Interviene l’altro difensore di Virga, l’avvocato Giuseppe Ingrassia.
La domande riguarda il rinvenimento dell’auto usata per il delitto.
L’auto fu ritrovata in uno spazio incustodito di località Crocci, in cui in precedenza era stato fatto un sopraluogo e l’auto non era stata rinvenuta, la mattina successiva fu ritrovata.
A proposito dell’audizione delle sorelle Fonte possibili testimoni occulari del delitto, riferisce che non fu fatto riconoscimento fotografico, la signora disse che non si sentiva di fare alcun riconoscimento perché non ricordava nulla.

Torna a porre le domande il pm. Gaetano Paci a proposito del ruolo di Virga.
Linares ribadisce che lo stesso era attivo sul territorio dalla metà degli anni 80, che dal 1988 si occupava di cemento, chiede se Rostagno aveva mai fatto riferimento a Virga e alla Calcestruzzi Ericina, Linares dice che non l’avrebbe potuto fare perché la contezza investigativa su Virga emerse negli anni 90 (1994) considerato che all’epoca investigatori anche di punta andavano cercando il capo mafia Totò Minore che era però già morto e sostituito ma di questo non si aveva contezza all’epoca in cui Rostagno faceva il giornalista.
Anni dopo si scoprì che capo della mafia trapanese dal 1985 in poi era Vincenzo Virga per volere di Messina Denaro e Agate, nomina che venne tenuta riservata.
La prima volta che uscì il nome di Virga fu per un procedimento per estorsioni contro il clan Lipari, in quella occasione si scoprì che uno di questi ubriaco, Angelo Lipari, era entrato nella gioielleria di proprietà di Virga creando il caso, successivamente suo fratello Franco intercettato fu sentito raccontare l’episodio parlando di Virga come colui il quale comandava a Trapani.
I pregiudicati sapevano chi comandava a Trapani e non le forze investigative proprio per come la nomina del Virga era stata tenuta blindata.

Torna a porre le domande il pm. Del Bene sui rapporti tra Agate e Santapaola, Linares evidenzia l’esistenza di rapporti personali tra i due mafiosi coimputati nell’omicidio Lipari. Linares ricorda che il 14 agosto del 1980 i due furono fermati insieme ad un posto di blocco dei carabinieri.

Le domande della Corte e del presidente Pellino vertono all’inizio sull’esistenza di rapporti personali tra Vincenzo Virga e Vito Mazzara.
Linares dice che ci sono episodi riferiti da collaboratori di giustizia e contenute in sentenze di condanna passate in giudicato, relativi ad incontri tra Virga e Mazzara per pianificare omicidi (quello di Ingoglia Pietro,quello di Montalto Giuseppe,per citare alcuni casi) e addirittura la cena cui parteciparono insieme per festeggiare nel Natale 1995, dopo l’omicidio dell’agente di custodia Giuseppe Montalto.
Linares fa cenno poi alle intercettazioni agli atti del progetto Prometeo in cui mafiosi, elementi della famiglia Virga, parlano di Vito Mazzara come un pezzo di storia preoccupati che se dovesse parlare le conseguenze sarebbero state deleterie. Ci sono elementi che indicano familiarità tra Virga e Mazzara, tra le due famiglie, considerato che si possono ascoltare mafiosi del gruppo Virga che si interessavano persino alle frequentazioni e ai fidanzati della figlia di Vito Mazzara su indicazione del Virga Pietro. Si aveva cura di verificare lo stato economico della famiglia, i problemi che il detenuto avesse in carcere, se soffrisse o meno la detenzione e sopratutto chi fosse il fidanzato della figlia. C’era addirittura programmata una spedizione punitiva per un ragazzo che aveva osato avvicinarsi a questa ragazza.
La Fiat Uno di colore bianco agli atti del processo Omega era nella disponibilità del Vito Mazzara all’epoca dei fatti.
A proposito di indagini finalizzate ad una valutazione comparativa di reperti balistici è stata fatta un arassegna di omicidi di stampo mafioso commessi nel trapanese in epoca anteriore all’omicidio Rostagno nei quali pure risultava l’impiego dello stesso tipo di arma nel senso di fucile calibro 12 e revolver 38 ?
Linares risponde che si è stati limitati, dall’inesistenza di una banca dati nazionale delle prove da sparo, e dal fatto che l’archivio della polizia di stato è disgiunto da quello dell’arma dei carabinieri. Il criterio seguito è stato quello delle modalità di sparo e la serialità, in casi con sentenze passate in giudicato. Identità d’armi è stata pure riscontrata nel caso di Riina Giovanni del 1991 e Pizzardi Gaetano a Trapani nel 1995 per i quali però non vi è sentenza passata in giudicato.
L’attività preponderante del Virga era nel settore del calcestruzzo.
Quando La Mobile avviò negli anni 90 le indagini del cosidette progetto Rino-fase3 (1998) furono indagati soggetti che all’epoca in cui Rostagno svolgeva la sua attività direttamente o indirettamente erano oggetto dei suoi interventi giornalistici. Tra questi imprenditori che operavano nel settore edilizio, nel settore del calcestruzzo quali Gentile Giovanni, Tarantola Vito, Sciacca Gioacchino, Di Benedetto Vito, il commercialista trapanese Giuseppe Messina, il commercialista trapanese Giuseppe Marceca,tutti soggetti che hanno reso dichiarazioni nell’ambito dei due procedimenti Rino fase2 e fase3 corroborando le dichiarazioni rese dal collaboratore di giustizia Vincenzo Sinacori ed il collaboratore Francesco Milazzo.
La Promozionale servizi, una società controllata da Virga e che si occupava di rifiuti è emerso che in particolare aveva rapporti con altre società del settore assai più grosse nelle mani di parenti di Bernardo Provenzano e chiaramente controllate dallo stesso Bernardo Provenzano.
Il presidente chiede quindi della carriera criminale del Vito Mazzara. Linares dice che il Mazzara viene attenzionato nei primi anni 90′ già nel processo Petrov come soggetto appartenente alla famiglia mafiosa di Valderice, ma viene indagato per reati di mafia nell’ambito dell’indagine Omega del 1996 procedimento nell’ambito del quale è stato condannato all’ergastolo.
Fino al 1993 la geografia e la composizione dei mandamenti mafiosi della provincia di Trapani era sconosciuta agli inquirenti.

Avvocato Greco, (parte civile Assostampa) a proposito della Promozionale servizi, una società controllata di Virga, che si occupava di rifiuti dal 1988 in poi, e costituita nell’ambito di un comitato di affari, spiega Linares, tra mafia, politica e impresa. La società costituita a Trapani nello studio di via Livio Bassi n°6 nello studio del commercialista Giuseppe Messina poi arrestato nell’ambito dell’operazione Rino-fase1 si occupava di rifiuti ospedalieri, smaltimento ed aveva avuto contatti con l’ASL.

Avvocato Crescimanno, (parte civile) chiede notizie sulla intercettazione in cui mafiosi liberi si preoccupavano delle condizioni di salute e del morale del Mazzara dopo il suo arresto. Uno degli intercettati era Virga Francesco, nipote di Vincenzo Virga, titolare di una macelleria di Crocci (Buseto), il cui scontrino fu trovato nel luogo in cui fu bruciata l’auto usata dai killer del delitto Rostagno.

L’avvocato Galluffo (senior) chiede fino a che data la questura ha rinnovato la licenza al porto di armi a favore di Vito Mazzara, dato documentabile risponde Linares, certamente fino a quando Mazzara restò incensurato.

L’avv. Ingrassia sullo scontrino della macelleria Virga trovato nel luogo dove venne trovata l’autovettura bruciata, in particolare chiede se gli acquirenti furono individuati. Dalla lettura degli atti dice Linares sono stati identificati ma mai indagati.

Viene ora sentito il secondo teste della giornata, l’ispettore Palumbo della Squadra Mobile e si rinuncia all’audizione della Pettorini.

L’ispettore Palumbo risponde a domande del pm. Gaetano Paci.

Viene acquisita una relazione, e viene sentito a proposito di attività di intercettazione video ed ambientale eseguita presso la casa circondariale di Biella dove era recluso Vito Mazzara.
L’ispettore conferma che sono state registrate conversazioni tra Mazzara e i suoi familiari dal 18/12/2007 e prosegita nel 2008.
Indica anche alcune intercettazioni ritenute importanti tra Mazzara, la moglie Culcasi Caterina e la figlia Francesca, il 29 maggio 2008, durante questa conversazione Vito Mazzara fece riferimento ad un nascondiglio esistente presso la sua abitazione perché la figlia andasse a controllare che dentro non vi era nulla di compromettente.
Fu eseguita subito la perquisizione prima che giungesse la figlia, che si trovava presso il carcere di Biella. Fu rinvenuto un nascondiglio del diametro di circa 20 cm e profondo circa un metro, in questo buco c’erano solo contenitori vuoti del tipo usato per la ricotta.
Mazzara nelle intercettazioni si preoccupava delle notizie nel frattempo comparse sui giornali sui risvolti delle indagini in corso per il delitto Rostagno.

Qui la testimonianza termina.

La prossima udienza è fissata al 19 ottobre e successive il 26, in programma l’audizione dei consulenti dei Pm Milone e Garofalo

La precedente udienza del 28/09/2011 la trovate qui

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